in certe forme architettoniche e decorative. C'erano perfino dei padiglioni destinati ai concerti di musica varia, cinese, musulmana, tibetana o mongola. Anche la mobilia di questi edifici era europea. Peccato che questo splendido esempio di architettura italiana in Cina, unico del genere, costato dodici anni di lavoro a C., sia andato completamente perduto nell'incendio e la distruzione dell'antico palazzo estivo, di cui si resero colpevoli le truppe franco-inglesi nel 1860. Cchienlom, benché atroce persecutore dei cristiani, godeva di prodigare a C. i segni della sua stima e della sua benevolenza, facendogli volentieri dei regali, andandolo a visitare nel suo studio di corte quasi tutti i giorni e intrattenendosi familiarmente con lui. C., che non dimenticò mai di essere missionario anche alla corte, poté parecchie volte valersi di queste sue relazioni con l'imperatore per far rallentare la persecuzione e intercedere per i confratelli e i correligionari. C. è l'unico pittore europeo - sommo onore - ricordato (cap. 63) nella grande Storia della pittura 香 京做 傅 in 72 capp., composta in cinese verso il 1800 da Ppomiùzzan [P'eng Jùn-ts'an] 部 趙 璧, e stampata più di cinquanta anni più tardi.
Bibl.: E. Coulier, Bibliotheca Sinica. Suppl., Parigi 1924; L. Pfister, Notices biographiques et bibliographiques sur les 7is suites de l'ancienne mission de Chine, II, Scianghai-Tusewsi 1934, pp. 635-39. Per studi più recenti cf. G. Rommerskirchen, Bibliographia missionaria, Roma 1937, p. 122 (cf. l'indice); 1938-41, p. 6; G. R. Lochr, G.C., ivi 1940, con buona bibl., pp. 119-23, e la lista dei quadri di C., pp. 111-17.
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CASTIGLIONI, Vittorio. - Ebraista e pedagogista israelita, n. a Trieste il 25 marzo 1840 e m. a Roma il 1^{°} agosto igir. Insegnò dapprima matematica e pedagogia al liceo di Trieste, poi dal 1905 alla morte fu rabbino capo di Roma. La sua opera principale è la traduzione italiana della Miänäh, la cui pubblicazione, continuata da E. Schreiber, non è ancora compiuta. Scrissc anche delicati sonetti ebraici (Nizmê zâhâbh, Francoforte s. M. 1907); pubblicò antiche iscrizioni ebraiche e opere pedagogiche (Semper recte, Firenze 1897). Tra i primi si adoperò per l'istituzione in Italia dei giardini d'infanzia di tipo froebeliano.
Alfredo Ravenna
CASTILLO, Francisco del, venerabile. - Gesuita peruviano, n. a Lima il 9 febbr. 1615 , m. ivi l'ir apr. 1673. Ricevuto nel noviziato nel 1632 , ed ordinato sacerdote nel 1642 , fu l'apostolo della sua città natale e suburbi, specialmente degli Indiani e dei neri, anche quando era confessore del viceré.
Godette fama di uomo santo, per la pratica di austere virtù, di zelo apostolico e di doni mistici. Infatti, diretto nelle vie dello spirito dal p. Antonio Ruiz de Montoya, il p. del C. fu favorito da Dio con carismi straordinari.
La sua cnusa di beatificazione, iniziata già nel 1677 a Lima e nel 1698 a Roma, è stata ripresa nel igr2. Una sua autobiografia è rimasta manoscritta.

Castiglione, Giuseppe - Ritratto della · Principessa odorifera ·
Bibl.: J. de Buendia, Vida admirable y prodigiosas virtudes del ven. y apostólico p. Fr. del C., Madrid 1693; P. Garcia y Sans, Vida del ven. apostólico p. F. del C., Roma 1863; R. Vargas Ugarte, Vida del ven. p. F. del C., Lima 1946.
Edmondo Lamalle
CASTITÀ. - Virtù morale, che regola l'appetito del diletto sessuale, inerente all'atto generatore. Virtù, perché importa un dominio dell'anima sul corpo, da mantenere con l'energia della volontà (Sum. theol., 2^{mathrm{a}}-2^{mathrm{ac}}, q. 15 I , a. 2 ); interessa l'una e l'altro, l'anima, come soggetto, il corpo come materia (ibid., a. I, ad mathrm{I}^{mathrm{m}} ); è annessa alla virtù cardinale della temperanza, che mira appunto a regolare la ricerca e l'uso dei piaceri sensibili (ibid., a. 3, ad 3^{mathrm{m}} ). E poiché il diletto sessuale, secondo l'ordine del Creatore, è in funzione della generazione per facilitare l'adempimento di un compito necessario alla conservazione della specie, ma grave nello stesso tempo di obblighi e di pesi, ne segue che esso non è lecito fuori del matrimonio, che ha la generazione come fine essenziale e primario.
I. Teologia. - i. Specie. - La c. si divide in perfetta e imperfetta o comune. La c. perfetta consiste nella rinuncia completa ad ogni diletto sessuale, anche lecito nel matrimonio (sotto quest'aspetto viene a coincidere con la verginità); la c. imperfetta consiste nella rinuncia ai diletti sessuali proibiti a seconda dello stato di vita in cui uno si trova. Perciò ogni diletto sessuale resta proibito a tutti sia prima del matrimonio (c. prematrimoniale o giovanile), e sia nello stato di vedovanza (c. vedecile); nello stato matrimoniale, invece, restano proibiti quegli atti che vanno contro il fine e le prerogative del matrimonio. Di qui si deduce che la c. comune è sempre un dovere per tutti e non ammette eccezioni; mentre la c. perfetta è di libera scelta, costituisce uno dei consigli evangelici e può diventare un dovere in alcuni stati particolari (v. celibato; VERGINITÀ).
Generalmente la c. è virtù di lotta e di conquista, dopo la ribellione della carne allo spirito, provocata dal peccato originale; ma può avvenire che Dio accordi non più soltanto una vittoria pronta e anche facile sulla tentazione, ma la soppressione definitiva di ogni movimento sessuale; si ha allora il dono di c. (cf. l'esempio di s. Tommaso d'Aquino, in L. H. Petitot, S. Thomas d'A., Parigi 1923, p. 32).
2. Virtù concomitanti della c. - a) Il primo custode della c. è il sentimento del pudore, che è delicata sensibilità per tutto quello che può abbassare la dignità umana e rirgono di fronte a qualsiasi manifestazione che accenni ai rapporti sessuali; è tuttavia fondamentalmente dono della natura, qualcosa di istintivo e non conquista della volontà. Questa però può influire su di esso fino a farlo affievolire e anche scomparire, come pure affinarlo e orientarlo in modo da accrescerne l'efficacia (cf. J. de la Vaissière, La pudour instinctive, Parigi 1935). - b) Al di sopra del sentimento e già nel campo della virtù si hanno: 1) la pudicizia, che ha per oggetto la discrezione, il riserbo e il rispetto per tutto quello, massime se manifestato con atti esteriori, che riguarda la generazione (Sum. theol., 2^{mathrm{a}}-2^{mathrm{ac}}, q. 151, a. 4); 2) la continenza, che è la volontà costante di conservare la c. superando qualunque difficoltà contraria; 3) l'attinenza, la quale, benché distinta dalla c. nel suo oggetto immediato, che è di regolare i piaceri della funzione nutritiva, giova tuttavia assai alla c., sia perché la preserva dai pericoli, che derivano dall'intemperanza, sia perché converge a rafforzare, posta l'interdipendenza degli atti e delle abitudini umane, il dominio dell'anima sui sensi (ibid., a. 3).
3. Motivi e vantaggi. - La virtù della c. può poggiare su motivi anche solo di ordine razionale, come
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il comandamento della legge naturale, il rispetto della dignità della persona umana, l'ordine nella vita sociale, la fierezza di tener soggetta la carne allo spirito e superare, vincendo, l'eterno antagonismo che li divide (cf. Rom. 7, 14-25), i vantaggi che ne derivano all'individuo per il corpo e per l'anima; alla famiglia, che resta cosi meglio legata da un amore più alto e sereno; alla società, che viene cosi preservata dall'infiacchimento e dalla decadenza, prodotta dalle bare che superano le cutie e dalla dissolutezza, diffonditrice di morbi e di rovine materiali e morali. Ragioni, queste, che pur in mezzo ad una corruzione quasi universale, non sfuggirono ai gentili, che conobbero ed esaltarono i pregi della c. nella loro letteratura e nella loro filosofia (cf. Cicerone, De nat. deorum, II, 28; Tuscul. disput., I, 30; Sallustio, De bello Iugurt., 1-2; Catullo, Carmen, 62, 39-58; e sapevano esigere da chi si accostava alla divinità e trattava le cose sacre una maggiore purezza, che indicavano con il termine particolare di castimonia; e circondavano di maggior rispetto, ad es., le Vestali. Del resto la massima casta placent superis è comune, nel suo intimo significato, a tutti i popoli.
Ma la fede offre alla pratica della c. altre ragioni ben più alte e valide ed efficaci : a) il rispetto del corpo, che mediante il Battesimo, con l'infusione della Grazia santificante, diventa il tempio dello Spirito Santo; viene, poi, per cosi dire, consacrato dalla presenza reale di Gesù nella Comunione eucaristica; è destinato, infine, alla gloria della risurrezione; b) la dignità del cristiano, che diventa membro del corpo mistico, di cui Gesù è il capo; c) a questo si deve aggiungere l'esempio e l'ammae-

Castritá - Figurazione della C. e della Lussuria, con le relative storie bibliche di Giuditta e di Giuseppe - Parigi, biblioteca Mazarina, ms. 870, f. 147.
stramento del Salvatore (basti citare la sesta beatitudine: "beati i puri di cuore, perché essi vedranno Dio" [Mt. 5, 8]), e tutta una serie di elogi proclamati dalla S. Scrittura o alla virtù stessa (Tob. 3, 16; Sup. 3, 13; Ercli. 42, 9-10; Is. 56, 4-5) o alle persone che vi si distinsero (Giuseppe [Gen. 39, 6-12]; Giuditta [Iudt. 16, 26]; Susanna [Dan. 13, 63]); d) la c. è stata comunemente chiamata nella patristica e nell'ascetica "virtù angelica", perché rende l'uomo simile all'angelo. Ed è vero; però in realta essa è una virtù specificamente umana, perché l'angelo non ha corpo, né sensi da dominare, mentre l'uomo questo dominio se lo deve conquistare.
4. L'educazione alla c. - La c. è virtù delicata e fragile e d'altra parte la lotta è ardua e talora penosa ed eroica (si porta in noi stessi il fiumto della concupiscenza; si vive spesso circondati da un ambiente denso di provocazioni; si è soggetti alle tentazioni del demonio); è perciò estremamente necessaria la vigilanza e l'uso tempestivo dei mezzi che la religione e anche la scienza ci suggeriscono. I mezzi suggeriti dalla scienza saranno indicati più avanti; quanto ai mezzi suggeriti dalla teologia e dall'ascetica, essi si possono dividere in positivi e negativi.
a) Mezzi negativi. - L' educazione alla c. importa la fuga delle occasioni: cam; solitudine; malinconia e tristezza; letture cattive che sovreccitano la fantasia e le possioni; spettacoli e divertimenti pericolosi; compagnie compromettenti; situazioni che favoriscono debolezze e facili accondiscendenze, le quali a poco a poco fanno perdere il controllo di sé (promiscuità e cameratismi esagerati, amoreggiamenti, "firt", amicizie particolari).
b) Mezzi positivi. - 1) Educare il sentimento del pudore, affinandolo e mantenendolo nel giusto mezzo, che è diverso secondo la diversa età, la diversa professione, e i diversi usi e costumi, in modo da evitare false schifiltosità che rendono ridicoli e sono talora anche pericolose. 2) Educare la volontà a volere con risolutezza, costi qual che costi, riflettendo però che spesso ciò equivale a volere quello che non si vorrebbe. Quindi esercitarsi alla vittoria di sé, quando le acque sono chete, perché la vittoria sia poi facile durante la tempesta. Altrimenti si cade nella fucchezza e nelle pure velbità: "Ti avevo chiesto la purezza con queste parole: Dammi purezza e castità, ma non darmela ora. Avevo paura che mi esaudissi troppo presto e troppo presto guardasi dalla malattia della sensualità; preferivo sfogarla più che spegnerla" (s. Agostino, Confess., VIII, cap. 7: PL 32, 757). 3) Educare l'intelligenza, richiamandosi ideali alti, formandosi convinzioni sane da approfondire continuamente con la frequente riflessione (dignità propria, bellezza della c., preparazione al matrimonio, ideale della verginità o del matrimonio o di un attivo apostolate). 4) Custodire i sensi e il cuore. L'esempio di Davide è una forte lezione: "vidit mulierem... erat autem pulchra nimis... et tulit eam" (II Sam. 11, 2-4). 5) La mortificazione corporale, richiamata espressamente da Gesù Cristo quando si tratta di c. : "Questa specie di demoni non si scaccia che con la preghiera e il digiuno" (Mr. 9, 28); a cui rende eco la Chiesa nel prefizio della Quaresima, facendoci rivolgere al Signore, "qui corporali ieiunio vitia comprimis, mentem elevas ". 6) Si può ricordare, infine i grandi vantaggi che derivano da una buona direzione spirituale per avere una guida nelle tentazioni, nelle eventuali cadute, negli sforzi da compiere per rialzarsi. e durare.
c) Mezzi soprannaturali. - Tutti i mezzi semplicemente naturali, per quanto buoni non sono sufficienti a formare un'anima perfettamente casta e darle quello splendore e quella grazia che conquide; è necessario ricorrere ai mezzi soprannaturali : 1) una sempre maggiore coscienza delle nostre grandezze soprannaturali: la Grazia, la presenza di Dio nell'anima in grazia; 2) una costante preghiera per ottenere la forza necessaria a vincere, rivolgendosi specialmente alla mediazione della Ver-
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Castití - La e. nel castello torrito, difeso dalla Purezza (Manditio) e Fortezza (Fortitudo). Affresco del cosiddetto
- Maestro delle vele " seguace di Giotto (sec. XIV). Assisi, chiesa inferiore di S. Francesco.
gine; 3) una pratica frequente della Confessione e soprattutto della Comunione cucaristica, chiamata appunto il pane degli angeli e il vino che germina i vergini.
5. L'educatore alla c. - In coloro che si occupano del problema delicato e difficile: genitori, educatori, confessori: a) è necessaria una chiara conoscenza di ciò che la biologia insegna intorno alle varie fasi dello sviluppo, alle varie età, ai fenomeni fisiologici e psicologici che le accompagnano. Diverso infatti, secondo le varie fasi, dovrà essere il metodo da adoperare, perché diverse sono le tendenze, i pensieri, le aspirazioni, le cognizioni, a cui si aprono le menti : diverse ancora le situazioni di ambiente e di compagnia. Ci vuole la parola giusta per ogni caso particolare, limitata alle esigenze, che esso importa, di sapere, di correggersi, di orientarsi (v. sotto: II. MeDicina). b) Più ancora è necessario un grande senso di comprensione e di compassione, anzi di attesa già scontata, che soffochi ogni meraviglia dinanzi ai cuori che si aprono e attendono una parola che li animi o rianimi, un consiglio che li orienti o li richiami. Nulla è più illegittimo della sorpresa e della sfiducia nell'educatore, perché i cuori potrebbero chiudersi e ne potrebbero derivare conseguenze fatali. c) Intorno al problema, sempre discusso, della "istruzione sessuale", v. sessuale, educazione.
6. La c. non è impossibile né nociva. - A scusare le disfatte nel campo della c. s'è intessuta tutta una fitta rete di pretesti e di scuse. Ma non sono se non un tentativo di palliare la mancanza di autodisciplina e di autodominio e tradiscono soltanto la debolezza accondiscendente, che ripugna dallo sforzo. Due pretesti però, s'è
cercato di ammantare con l'orpello di una falsa scienza: "la c. è impossibile; la c. è nociva alla salute e al carattere ". Né l'uno né l'altro pretesto hanno un qualsiasi fondamento scientifico. "Tutta la storia della Chiesa testimonia per mezzo dei suoi santi, dei suoi papi, dei suoi fondatori di Ordini religiosi, dei suoi missionari, delle sue innumerevoli opere, che la continenza non è un fattore né di indebolimento fisico, né di minoramento morale. La continenza realizza una riserva di forze. L'economia sessuale favorisce la longevità e le diverse forme di attività intellettuale" (cf. E. Bon, Medicina e religione, trad. ital., 2² ed., Torino 1946, pp. 650-51). La stessa constatazione si rileva da numerose inchieste fatte tra medici e fatte tra gli stessi giovani (cf., ad es., F. Olgiati, I nostri giovani e la purezza, Milano 1918; L. Scremin, La continenza sessuale giovanile e l'igiene, Torino 1944). Si potrà dunque dire che la battaglia per la c. è difficile e talora essenta l'eroismo; ma per questo soccorrono i mezzi offerti soprattutto dalla religione; si potrà anche osservare che vi possono essere casi particolari, nei quali è da applicare l'avvertimento di s. Paolo: "dico ai celibi e alle vedove: è bello se rimangono come sono io; ma se non possono contenersi, si sposino; perché è meglio sposarsi che ardere" (I Cor. 7, 9); ma non si può mai consigliare di cedere all'impulso sessuale, come non si consiglia di uccidersi a chi si sente spinto al suicidio, perché gli impulsi devono essere corretti e non assecondati.
7. Voto di c. - Il voto di c. importa due cose: a) la rinuncia al matrimonio; b) la proibizione, per un secondo motivo derivante dalla virtù della religione, di quanto è già proibito dal VI e IX comandamento.
a) Voto di c. e matrimonio. - I) Il voto solenne di c., pronunciato dai religiosi e dalle religiose, e la ricezione
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Castita - Triunfo di Minerva (o della C.) tol carro tirato dai lincorni. Affresco di F. Costa e C. Tura (sec. xv). Ferrara, palazzo Schifanoia.
di un Ordine sacro costituiscono un impedimento dirimente al matrimonio, lo rendono, cioè, invalido (CIC cann. 1072-73); 2) il tentativo di matrimonio, dopo i voti solenni o gli Ordini sacri, importa una scomunica riservata simpliciter alla S. Sede (can. 2388 § 1); 3) il voto semplice di c., pronunciato dalla maggior parte dei religiosi e religiose (e anche da alcuni che vivono nel mondo) costituisce per il matrimonio solo un impedimento impediente, lo lascia, cioè, valido, ma lo rende illecito (can. 1058); e importa una scomunica riservata all'Ordinario (can. 2388 S 2 ).
b) La violazione del voto di c. - Per chi è legato dal voto di c., semplice o solenne, ogni peccato contro il VI e XI comandamento, riveste una seconda malizia, è cioè peccato anche contro la virtù della religione.
c) Le condizioni del voto di c. - i) Questo può essere perpetuo o temporaneo; per le persone che vivono nel mondo può avere come oggetto la c. perfetta o anche solo la c. comune nei suoi vari stati; 2) richiede sempre, però, per la validità, di essere un atto pienamente volontario, il che suppone che si conosca, almeno quanto alla sostanza, l'oggetto del voto.
Bibl.: Oltre alle opere di teologia morale e ascetica tra cui: A. Vermeersch, De castitate, Roma 1933; A. Tanquercy, Compendio di teol. ascetica, vers. ital., Roma 1927, nn. 1100-26, e, per i testi dei SS. Padri : M.-J. Reijet de Journe! - F. Dutilloul, Enchir. ascet., 4² ed., Barcellona 1947 (indice: Castitas), cf. E. Dublanchy, Chasteté, in DThC, II, coll. 2319-21; R. Pius, A. Rayez, A. Willwoll, Chasteté, in DSp, II, coll. 777-809. S. Francesco di Sales, La filotea, parte 3², capp. 12-27, 38-41; F. W. Förster, Alle soglie della maggiore etá, Torino 1909; id., Etica e pedagogia della vita sessuale, 3² ed., ivi 1921 ; id., Il problema sessuale, 3² ed., ivi 1921; A. L. Esquier, La continence est-elle suicidée?, Bordeaux 1911; F. Escoude, Le problème de la chasteté masculine au point de vue scientifique, Tolosa 1912; T. G. Kornig, L'igiene della c., vers. it., 3² ed., Torino 1921; T. Tibúnen, Giovinezza pura, vers. it., Venezia 1928; id., Formazione del giovane, ivi 1930; id., La religiosità del giovane, ivi 1936; G. Jacquemet, Tu resteras chaste!, Parigi 1931; G. Hoornaert, Ai giovani che hanno vent'anni, vers. it., Torino 1937; M. Lepore, La purezza, forza del corpo, ivi 1938; R. Biot, Il corpo e l'anima, vers. it., Brescia 1939; R. Bettazzi, Il canto talamo, Torino 1942; E. Paganuzzi, Purezza e pubertà, Brescia 1943; A. Gemelli-A. Sidlauskaite, La psicologia dell'età evolutiva, Milano 1942; L. Honoré, Elle et toi, jeune homme, 72² ed., Parigi 1946; id., Lui et toi, jeune fille, 68² ed., ivi 1946; L. Guarnero, L'età difficile, Torino 1948; A. Niedermeyer, Handbuch der speziellen Pastoralmedizin, I: Das menschliches Sexualleben, Vienna 1949.
Celestino Testore
II. Medicina. - I. I mezzi naturali. - Circa la conservazione della virtù della c., per il cristiano valgono
in primo luogo, in senso assoluto, i mezzi morali che dirigono e sostengono la volontà con l'aiuto soprannaturale della Grazia divina. Tenendo però presente la nostra natura, non sono da trascurare gli aiuti naturali, posti a nostra disposizione dalla medicina e dalla pedagogia. Da ciò deriva la necessità che l'opera del sacerdote o dell'educatore, particolarmente se l'inclinazione viziosa è violenta, sia affiancata da quella d'un medico sicuramente cristiano; condizione questa assoluta, perché a nisi doctor vere christianus sit, gravium malorum causa esse potest : (G. Antonelli, Medicina pastoralis, I, Roma 1903, n. 547).
I mezzi naturali che la medicina può metter a servizio della morale per la conservazione della c. sono d'ordine igienico, medicamentoso, psicologico; lo studio e l'applicazione dei mezzi medicamentosi è di competenza del medico.
2. I mezzi igienici. - Nei soggetti normali e educati razionalmente la c.-virtù (intesa come continenza voluta liberamente) può essere facilitata dall'igiene generale, senza giungere a interventi terapeutici diretti. Se le norme igieniche generali non valgono, sorge il dubbio che si tratti di incontinenza sistematica da qualche malattia mentale (p. es., demenza precoce) o di stimolo abnorme, nelle forme nettamente morbose dell'ipergenitalismo. In questi casi la «cura» della incontinenza è la cura stessa della malattia mentale e del "temperamento ipergenitale» che si accompagna ai disordini endocrini, ed è di competenza del medico generale o dello specialista.
Nei riguardi di un'igiene generale favorevole, è necessario insistere sull'esclusione o sull'uso moderatissimo del caffè e dell'alcool, particolarmente per quanto riguarda le bevande spiritose aromatizzate o a forte contenuto alcoolico (liquori, aperitivi, distillati). Dal punto di vista della qualità, un'alimentazione ben regolata e ben scelta può riuscire di grande aiuto per la conservazione della c. Una dieta alimentare povera di sostanze proteiche, particolarmente di quelle di provenienza animale (v. ASTRENZA), congiunta con un regime di vita in cui il lavoro e il riposo, il moto e lo sport all'aria libera, il sonno sufficente ma che non degeneri in pigrizia e mollezza, su letto fresco e duro (ottimo il saccone di cartocci di granturco), siano regolati con seni criteri d'equilibrio, rispettando i naturali bisogni del nostro essere; un tale ordinamento igienico rappresenta un aiuto assai più valido di quanto possa sembrare a prima vista.
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La stitichezza e l'insonnia vanno prese in seria considerazione e elminate con cura. L'attività fisica e una alimentazione appropriata congiunte con abituale regolarità d'orario e di svuotamento dell'intestino valgono assai più di molti lassativi senza presentarne i danni. Se c'è insonnia, nel senso che il soggetto stenta ad addormentarsi e se ciò non dipende da cattiva impostazione delle ore serali (abitudine di far tardi, o di dedicare le ultime ore della sera a divertimenti che esauriscono e sovreccitano il sistema nervoso, o il mal uso di richiamare il sonno col leggere e letto), conviene ricorrere a qualche blando sedativo del sistema nervoso (tè di camomilla o di corteccia di limone, eventualmente addizionato di 20-60 gocce di tintura eterna di valeriana, o tintura alcolica di passiflora, o estratto fluido di fiori di biancospino, o 1 / 4-1 compressa di luminale o di gardenale da 0,10 ); nei casi più ribelli, il medico suggerirà qualche farmaco sondo fero più energico. La sovreccitazione sessuale è talora favorita da cause locali (infesioni urinarie, alterazioni del ricambio, parassiti) e da piccole malformazioni, di cui la più noiosa è la finosi, per la quale nei casi lievi la pulizia con acqua tiepida è sufficente, nei casi gravi s'impone la cura chirurgica.
3. I mezzi medicamentasi. - Le cautele igieniche consigliate per rendere più facile la lotta per il conseguimento della c. si svolgono particolarmente su un piano negativo, dirette a escludere o per lo meno diminuire al massimo l'apporto delle "cause afrodisiache", cioè di quanto, sotto forma di alimenti, farmachi, sostanze voluttuarie, eccitazioni sensoriali (olfatto, udito, vista), immagini e ricvocazioni mentali a contenuto sessuale, eccita il senso erotico, promovendo i riflessi sessuali (crezione, cioculazione). L'azione degli "afrodisiaci "puó essere indiretta, attraverso modificazioni dello stato generale, o diretta, elevando l'eccitabilità di questa o quella parte dell'apparato della riproduzione (centri encefalici, spinali, zone riflessogene periferiche). La conoscenza delle sostanze e delle circostanze ad azione afrodisiaca e una ragionevole astinenza da esse può riuscire assai utile nella lotta per conservare la c. Moralmente, non è lecito al medico di prescrivere e all'individuo di assumere afrodisiaci nel caso in cui questi non si trovi in condizione di poter usare legittimamente della funzione sessuale (matrimonio). Nel caso che le sostanze usate, oltre quella afrodisiaca, abbiano anche altre azioni necessarie o semplicemente utili per il bene generale dell'organismo, la loro somministrazione, in virtù del principio del duplice effetto, è lecita. Non sono moralmente proibite le cure di estratti testicolari, in vista della loro prevalente azione tonica " stenica gencrale (v. sessuali, glandole endocrine).
Un'azione positiva, al contrario, possono esplicare gli "anafrodisiaci " medicamentosi che tendono a diminuire l'irritabilità delle zone riflessogene genitali e l'eccitabilità nervosa riflessa dei centri sessuali spinali (sacrali e lombari dell'crezione e dell'eseculazione), delle zone sensoriali e psichiche corticali, dei nuclei sottocorticali di sostanza grigia, particolarmente i "talami ottici * in cui viene elaborato e utilizzato il contenuto affettivo ed emozionale delle sensazioni.
Farmaci che diminuiscono specificamente la sensibilità sessuale furono consigliati nel passato, dalla canfora "per nares", secondo l'aforisma della scuola sidentiniana, a piasté come l'agnocasto e il lino (per cilizi e vesti); ma in realtà, se esistono sedativi sessuali, questi coincidono con i sedativi generali del sistema nervoso, come i bromuri, soli o combinati con la canfora (canfora monobromata : 0,20-0,40 due-tre volte al giorno). Il luppolo e il luppolino, assai stimati un tempo come anafrodisiaci, si ritengono oggidì quasi privi di efficacia.
La sola vera terapia specifica dell'incontinenza, quando l'abito contratto fa sì che la periferia s'imponga urgentemente ai centri nervosi e metta a dura prova la buona volontà e il sincero proposito, è l'anestesia in superficie del glande nell'uomo, secondo S. Baglioni e G. Amantea, con soluzioni di stovaina o percaina e della zona erogena femminile con applicazioni fredde.
4. I mezzi psicologici. - Questi possono essere di alta
efficacia non sotto forma di suggestione, che è sempre una violenza, ma come persuasione. Le cause (o vivaci pretesti) dell'incontinenza possono essere profonde; se si arriva alla loro radice, si constata talvolta una tal quale loro coerenza per cui s'impongono al soggetto. Manca talora la razionale convinzione che la ricerca del piacere sessuale come fine a se stesso sia un grave male morale (mancanza, purtroppo, coltivata talora da chi ha paura, togliendola, di cambiare un peccato materiale in peccato formale). Vi si aggiunge l'idea che convenga usare precocemente della funzione per far sviluppare prima o meglio gli organi sessuali, e per impedire l'insorgere di malattie. Tal'altra volta un'imperfezione, o creduta tale, allontana dall'idea e dalla speranza di matrimonio e introverte l'individuo, creando una condizione favorevole a forme innaturali d'incontinenza. Oppure è l'incertezza della vita o della vocazione, o una specie di "protesta virile" (Adler) che il giovane nel subcosciente crede doverosa per la sua dignità sessuale. Assai più e meglio delle cure fisiche e farmacologiche, è qui la terapia psichica, sostenuta dalla fede, che trionfa del vizio e fa della c., compresa nel suo valore anche naturale, desiderata e coscientemente praticata, un'affermazione di carattere e di dignità.
5. L'educazione della c. e il medico. - Chiunque conosca come si svolgono le cose, sa che il vero e insostituibile educatore della c. è la madre. Ma qui, al medico spetta il compito di combattere il pregiudizio diffuso nel mondo femminile che la gioventù maschile non può, per ragioni fisiologiche, vivere casta in attesa del matrimonio. La madre, libera da questo pregiudizio, con più cosciente forza educherà i figli dei due sessi a un'unica morale sessuale, attingendo i presidii per un'educazione siffatta nella religione. Solo la religione apre la mente a comprendere e a gustare i motivi della continenza prematrimoniale e, facendo nota la sanzione contro i trasgressori, avvalora la responsabilità personale dei singoli e mostra chiaramente la gravità della legge naturale e divina; ma, è necessario che i genitori siano confortati nella loro opera dalla parola del medico che demolisca le interpretazioni errate sul significato di alcuni fenomeni fisiologici che si presentano nel corso del normale sviluppo sessuale; così, ad es., le emissioni seminali spontanee che negli adolescenti son fonte di confusioni e di errori poco favorevoli alla continenza, nei genitori causa di apprensione per l'erronea credenza che rappresentino un danno per la salute e un monito sulla necessità dell'uso sessuale. Il medico, non fuorviato da pregiudizi o disonestà, ma forte della sua esperienza, può affermare che la c. può esser vissuta e attuata ininterrottamente dalla pubertà, o riconquistata se perduta, senza danno per la salute fisica e mentale dell'individuo.
E compito del medico risponder alla domanda se la rinunzia sessuale sia o possa essere dannosa all'equilibrio nervoso o mentale. Tale questione è dominata da fattori psicologici e morali più che organici, perché la c. è tanto più innocua quanto più esprime un proposito e una "purità di cuore" alla quale non la continenza, ma l'incontinenza è grave e ripugnante. La medicina che voglia essere solo fisiologia patologica mal comprende questo problema al quale sono anche impari quegli atteggiamenti medico-psicologici che non riconoscono la validità obiettiva della legge morale; dunque "quei medici che ritengono dannosa la continenza ignorano il potente significato del momento etico" (Monakow); "momento etico ", che non è timore, estetica o mistica, ma convinzione razionale che la sessualità non è autonoma o anarchica, e che esiste una moralità sessuale come parte d'una moralità generale. La verità è che la rinuncia è meno difficile quando l'istinto non sia stato artificiosamente sollecitato o deviato al suo nascere e che compito dell'educazione è impedire sollecitazioni e deviazioni.
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I rapporti continenza e igiene psichica si presentano diversamente secondo le età e le circostanze. Dopo Freud, partito all'offensiva contro la morale sessuale, è indispensabile accennare alla continenza infantile nelle tre fasi, la prima che precede il "complesso di Edipo", la seconda allorché il soggetto soggiace ad esso (verso la fine del p^{′} anno nel maschio), la terza quando infine se ne libero (v. psicanalisi). Secondo la "metafisica sessuale" della psicanalisi, in questa ultima fase si pone nel subcosciente la causa di conflitti e di conseguenti psiconeurosi, con le quali più tardi la c. verrà a scontrarsi. Tenendo conto delle critiche del Sachs e del Jung, dagli elementi di verità sommersi nella costruzione freudiana si ricava che la curiosità e l'interesse sessuale si svegliano precocemente; di qui la conclusione pedagogica di non esasperare quella e non eludere questo con fivole troppo lontane dalla verità, con divieti drastici, minacce o punizioni inconsiderate. Il periodo prepubere è il più adatto a correggere eventuali difetti sessuali che potrebbero più tardi complicare malamente il problema della continenza (fimosi, criptorchidismo, distrofia adipo-so-genitale). La c. nell'adolescenza non è certamente dannosa (patogenetica), ma può diventare nucleo di idee ossessive e di scrupoli (patoplastica), quando i fenomeni puberali pongono i primi vivaci interrogativi all'adolescente. La natura

che si dispone alla funzione e la fa comprendere, indica il tempo utile per le prime chiarificazioni concrete, senza le quali la continenza non trova il suo motivo e quei fenomeni restano, cioè diventano, misteriosi : denunciati, l'esatta interpretazione direbbe i motivi della c. e impedirebbe l'affermarsi dello scrupolo; dissimulati (per il disagio che l'adolescente prova al solo pensiero di manifestarli), possono creare un "complesso d'inferiorità ", sfavorevole alla continenza e in ogni caso impediscono che si raggiunga quell'equilibrio fra virtù intellettuale e virtù morale che solo rende la c. giovanile sana, gioiosa e feconda. Solo la insufficente educazione è la causa di quei disturbi psicologici che passano malauguratamente come "malattie da continenza». Beninteso, tale istruzione va impartita con molta saggezza e deferenza alle situazioni concrete dei vari soggetti. Dannosa non è dunque la continenza, ma le false idee che gli adolescenti si formano sul significato dell'attrazione sessuale, sulle emorragie periodiche, sulle emissioni seminali durante il sonno ed eventualmente sulle conseguenze della masturbazione (che qualche volta vengono addirittura confuse con le malattie veneree). Se i falsi concetti sulle conseguenze della masturbazione permangono anche quando il cattivo abito è cessato, il timore o il terrore che queste durino o si manifestino a distanza, toglie la tranquillità e la serenità che è il frutto della continenza sicura di sé.
Particolarmente, secondo il Marañón, la c. nell'adolescenza, fino a sviluppo e differenziazione sessuale completa, nel maschio, evita il rischio di mettere la sessualità su falsa via; anzi, secondo il clinico spagnolo, la continenza giovanile, fino ai 25 anni nei nostri climi, è una buona condizione per combattere efficacemente le forme attenuate di intersessualità psichica che ha grande importanza nella condotta di tanti uomini.
Nella giovinezza, per i due sessi, la continenza è per lo più continenza di attesa, e come tale non preclude la via di a occasioni " spesso inevitabili che la posson mettere a dura prova, ciò che non accade a quella c. che si annuncia fin da allora come perpetua e come tale gode di sé. E certo che molesta può essere la continenza di attesa durante il fidanzamento, particolarmente nel maschio, perché l' "occasione " è qui necessariamente prossima, e non indecorosa; si arriverà qui talvolta, anche tra persone moralmente sane e pure di cuore, ad un momento critico in cui l'intensità dell'amore è vicina a superare il valore di soglia del pudore e più urgentemente l'amore cerca l'unione. L'autodisciplina, può, come deve, imporsi, ma il conflitto fra natura e volontà diventa acuto e dà luogo nell'uomo a dolori più o meno intensi nella sfera sessuale che l'emissione seminale farebbe sparire. Questi "dolori dei fidanzati" non sono pericolosi c, quando il paziente ne conosca il significato, sono senza ripercussioni nella sfera psichica.
Una continenza che si imponga per circostanze estrimoc. che anche a chi avesse la vocazione matrimoniale è facilmente sopportabile da una persona normale, che sappia organizzare la sua attività, e più facilmente dalla donna. Doloroso può diventare invece il problema psicologico per chi è o crede di essere omosessuale, ripugnante insieme al matrimonio e fino al disegno di seguire la sua deviazione. Questa continenza è vissuta senza soddisfazione, come un "destino", e il paziente si rifugia in essa come nell'unica soluzione che gli è acconsentita. Si afferma che è possibile esista un nesso fra omosessualità repressa e paranoia; ma lo Hasting inclina a credere che i sintomi paranoici siano meno gravi quando la resistenza alla deviazione è consapevole. Questo esempio dimostrerebbe di nuovo che le conseguenze psicologiche e psichiche della continenza, anche nelle ipotesi estreme, son sempre meno sfavorevoli quando la coscienza coglie bene i termini del conflitto e la virtù morale della c. non va disgiunta dalla vita intellettuale (conoscenza dei motivi per cui la volontà sceglie la continenza).
Biol.: A. Gemelli, Non moechaberis, Milano 1923; G. Marañón, L'evoluzione della sessualitd e gli stoli intersessuali, trad. it. di M. F. Canella, Bologna 1934; O. Cress, I misteri delle generazione, Torino a. d., p. 180 sgg.; Donald W. Hasting, in Archives of Neurology and Psychiatry, 1941, p. 380; L. Seremin, La continenza sessuale giovanile e l'igiene, Torino 1944; F. Sandogna Cassoni, Deficienze di sviluppo sessuale nei funciulli e negli adolescenti, Roma 1946, p. 35 sgg.; L. Seremin, Il vizio salicario, Milano 1946, p. 110 sgg.; E. Adami, Farmacologia e farmacoterapia, ivi 1947. Luigi Seremin = Giuseppe de Ninno
Iconografia. - Alcuni fra i più antichi scrittori cristiani (Erma, Tertulliano) l'hanno immaginata quale un amazzone; Prudenzio, nella Psychomachia, in atto di combattere contro la lussuria. In alcune miniature del sec. IX è rappresentata con elmo e corazza (manoscritto di Berna, Bibbia di Carlo il Calvo nella biblioteca Nazionale di Parigi); e cosi più tardi pittori e scultori d'idtralpe (portali delle chiese di Amiens, Parigi, Aulnay, Reims). Una delle poche figurazioni medievali della c. in atteggiamento pacifico, quale regina coronata con scettro fiorito, è nel transetto della cattedrale di Char-
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tres (sec. xili); talvolta ha per emblema un uccello con un cerchio di fiamme.
Meno comune in Italia (S. Marco, Venezia), rientra durante il medioevo spesso nella figurazione della Ten. peranza. Tra le più antiche figurazioni del Triunfo della C. sono da porre quella del "Maestro delle Vele "nel S. Francesco di Assisi. I Triunfi del Petrarca ebbero grande influenza nelle figurazioni posteriori (sec. xv), frequenti soprattutto in cassoni nuziali, e la C. apparve su di un carro trascinato da liocorni, con l'aspetto di una giovane donna, talora appoggiata a una colonna, con o senza ali, con o senza nimbo.
Agli inizi del sec.xvi il Perugino (Louvre), Luca Signorelli (galleria Nazionale di Londra), Lorenzo Lotto (galleria Pallavicini, Roma) mostrano assoluta indipendenza dai modelli tradizionali che invece continuano ad essere seguiti nelle miniature. Alle eleganti figurazioni italiane i Francesi preferiscono gli emblemi (nelle vetrate della chiesa di Ercy, principio del sec. xvi, il cocchio della C. è trainato da una civetta e da un elefante), mentre ancora perdura la figurazione di essa in una rocca (miniature della biblioteca Nazionale di Parigi.)
I Fiamminghi, talvolta le rappresentarono quale vecchia grinzosa io atto di brandire un aspersorio (Stampe di Martin Heemskerk, sec. xvi).
Bibl.: B. Bartoli, La canzone delle Virtù e delle Scienze, illustrata a cura di L. Dorea, Bergamo 1904, passim; L. Brehier, L'art chrétien: son déschappement des origines à nos jours, Parigi 1928, passim.
Fabia Borroni
CASTITA RITUALE. - Nelle religioni non cristiane per e, rituale s'intende l'osservanza della continenza sessuale antecedentemente alla celebrazione di un rito o di un'azione che si ritiene influenzata da potenze sacromagiche soprannormali. Nella prassi di tutte le religioni per entrare in contatto con il "sacro" bisogna trovarsi in stato di purità ( ἀ γ^{′} v ε ε, castitas) la quale si raggiunge con il digiuno, con l'astinenza da qualche particolare cibo (castus, costimania dicevano i Latini con significato di privazione) o anche con l'astinenza da contatto sessuale.
La ripugnanza al contatto sessuale dipende dal fatto che esso debilita le forze, toglie la lucidità spirituale e la libertà dello spirito e quindi rende l'uomo meno capace e perciò meno adatto a porsi in contatto col mondo divino, e, trattandosi di genti primitive, a dominare le forze della natura e della vita. Anche nella donna l'atto sessuale viola la potenzialità di fecondazione racchiusa nella condizione di vergine e in ogni caso la debilita.
Inoltre le polluzioni connesse con l'atto sessuale vengono considerate come un miasma che rende l'individuo impuro e perciò indegno di rivolgersi alla divinità e tanto più, come nel caso del sacerdozio, di farsi intermediario tra questa e gli uomini.
L'idea che la purità sessuale sia necessaria per accostarsi al mondo divino, è confermata dal fatto che in parecchi rituali bambini e fanciulli prepuberi sono incaricati del rito e considerati come i più acconci intermediari tra la comunità e gli dèi.
La c. r. è richiesta soprattutto nella notte che precede la celebrazione del rito, ma può essere imposta anche per più di un giorno. Presso popolazioni primitive l'astinenza sessuale è prescritta per il tempo della semina, per stornare condizioni meteorologiche avverse, per propiziare azioni di caccia, di pesca, di guerra, durante le quali le donne degli operanti osservano una rigorosa astinenza sessuale che integrano con canti e danze per ingagliardire la forza dell'uomo lontano, forza che rimarrebbe debilitata dalla loro infedeltà e lo metterebbe in condizione d'inferiorità di fronte agli animali da catturare o al nemico.
Nell'India brahmanica chi offre il sacrificio, oltre alla purificazione esteriore e al digiuno, deve rigorosamente astenersi da contatti sessuali (Apastamha-grhya sūtra, X, 14, 10); perfino il cavallo destinato al grande sacrificio annuale (aśvamedha) non deve accoppiarsi; e se, nonostante la vigilanza a cui è sottoposto, trasgredisce la norma, occorre un sacrificio espiatorio.
In Grecia, nel secondo giorno delle Antesterie (fine febbr.) la basilissa, moglie dell'arconte re, prima di procedere alla ierogamia con il simulacro di Dioniso deve
osservare, insieme con le 14 matrone che le fanno corteggio, la c. r.; nelle Tesmoforie che cadono nel mese di Pianepsione (fine ott.) le donne ateniesi debbono astenersi per 3 giorni dal cibo e da contatti sessuali.
La c. trentennale imposta alle vestali romane (Plutarco, Numo, 10) serve a rafforzare la loro funzione di custodi del focolare dello Stato e della sua prosperità rappresentata dal penus o ripostiglio delle provviste. Questa forza fertilizzatrice insita nella verginità è provata anche dal rito che aveva luogo nel tempio di Giunone Sospita a Lanuvio, dove se il serpente sacro alla dea mangiava il pasto offertogli da una vergine era considerato buon presagio per la fertilità dell'annata (fertilis annus erit [Properzio, IV, 8, 14]).
In Roma durante la festa, segreta e riservata alle donne, della Bona Dea ( 1^{°} maggio), queste dovevano astenersi dal commercio sessuale (Plutarco, Quaest. rom., 20). Nelle religioni orientali dilagate in Roma durante l'epoca ellenistica l'astinenza sessuale è largamente documentata. I Baccanali, proibiti con il Senatusconsultum del 186 a. C., importavano 10 giorni di astinenza anche sessuale (Livio, XXXIX, 11).
Per Iside, Plutarco (De Iside, 2) afferma che la dea, con la prescritta astinenza sessuale, doma negli uomini la "sfrenata voluttà". Sono note le lamentele di Tibullo (I, 3, 23), di Properzio (II, 28, 61; 33, 1, 5; IV, 5, 33), di Ovidio (Amores, I, 8, 13; III, 9, 33) per la severa riserva delle rispettive amiche nella ricorrenza festiva della dea (cf. anche Giovenale, VI, 535).
Quanto a Cibele, Ippolito (Ref. haer., V, 9) afferma che i suoi iniziati dovevano nei giorni della sua festa osservare la c. La durata di detta astinenza era di 9 giorni secondo Ovidio (Met., X, 435). E finalmente Mithra, dio austero, che non ammette nel mito elementi di voluttà, poteva vantare, tra i suoi seguaci, vergini e continenti : "habet et virgines, habet et continentes" (Tertulliano, De praescr. haer., 40).
Bibl.: E. Fehrle, Die holtische Keuschheit im Altertum, Giessen 1910, p. 170 sgg.: G. van der Leeuw, Phänomenologie der Religion, Tubinga 1933, p. 212 sgg. Nicola Turchi
CASTORI: v. DIOSCORI.
CASTRACANE DEGLI ANTELMINELLI, Francesco. - Sacerdote naturalista, n. a Fano il 19 luglio 1817, m. a Roma il 27 marzo 1899. Vissuto in un'epoca in cui alcuni cominciavano a confondere le coscienze cristiane diffondendo le teorie evoluzionistiche, trovò nella costanza delle diatomee dall'oscene ai nostri giorni un argomento per la fissità della specie. Su tale argomento verte la sua opera Le diatomee e il trasformismo (in Memorie della Pontificia Accademia dei Nuovi Lincei, 3 [1888], pp. 231-48).
Bibl.: G. B. De Toni, Commemorazione del conte abate Fr. C. degli A., in Mem. d. Pont. Acc. d. nuovi Lincei, 16 (1900), pp. 121-41.
Luigi Screnin
CASTRES : v. ALBI, ARCIDIOCESI di.
CASTRIOTA SCANDERBEG, Giorgio: v. SCANDERBEG CASTRIOTA, GIORGIO.
CASTRO, Alfonso de: v. Alfonso de Castro.
CASTRO, Guerra di. - Il pontefice Paolo III aveva concesso ai suoi congiunti, i Farnese, oltre al possesso di Parma anche quello di un piccolo ducato nel Viterbese, detto di C. dall'abitato principale, compreso dentro i territori dello Stato pontificio. Al tempo di Urbano VIII i Barberini, avidi nipoti del Papa regnante, vedevano di mal occhio la presenza di estranei alle porte di Roma; a sua volta Odorato Farnese, duca di Parma, aveva vari motivi di astio contro il Pontefice ed i nuovi signori; in tali condizioni fu facile trovare un cano belli e la guerra si trasformò ben presto in un banco di prova del prestigio politico dello Stato della Chiesa, cointeressando tutti gli altri Stati italiani lieti di inferire un colpo al potere ecclesiastico.
Nel genn. del 1640 il Farnese fece mettere in stato di guerra C.; Urbano gli chiese il pagamento degli
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interessi dei crediti che i banchieri romani gli avevano concessi garantendosi con le rendite del ducato. Ad un rifiuto, il Papa ordinò che il traffico tra Roma e la Toscana fosse deviato dalla strada che passava per C. e vietó le esportazioni di grano; il ribelle non si piegò e si venne a guerra aperta (fine 1641). Al comando del marchese Luigi Mattei le truppe pontifice, da Viterbo, mossero contro C. e l'occuparono quasi senza colpo ferire; seguì la scomunica del Farnese e la confisca dei suoi beni allodiali, compreso il palazzo in Roma. Ma, non ascoltando i consigli di moderazione, Urbano VIII volle allora continuare l'impresa volgendosi contro Parma e Piacenza, dipendenze feudali della S. Sede; le potenze italiane, allarmate, si unirono in lega ed aiutarono finanziariamente Odoardo così che questi poté marciare alla testa di un esercito "contro i Barberini", egli diceva, non contro il Papa, ed occupare Bologna, Imola, Forli. A Roma si temeva già un nuovo sacco, come quello del Borbone, ma il Farnese non seppe star frutto dalle fortunate circostanze. A questo punto la questione s'innestò nelle varie controversie europee e nell'eterno duello Francia-Spagna, nel senso che l'ambasciatore francese a Roma cercò di metter pace soltanto allo scopo di indirizzare le forze italiane contro il ducato di Milano, che era tenuto dagli Spagnoli; nella primavera del 1643 venne conchiusa una lega tra Venezia, la Toscana, gli Estensi ed il Farnese per "ristabilir la pace italiana", come si ripeteva spesso allora, ed in sostanza per ricavar il massimo vantaggio ciascuno per sé con grande diffidenza reciproca. Frattanto la guerra proseguiva, quasi senza vittime umane ma con grande danno finanziario, finché il Mazarino incaricò il card. Alessandro Bichi di evolgere trattative di pace separatamente con i vari interessati per evitare che in un congresso generale fossero presenti anche la Spagna e l'impero; una sconfitta delle truppe papali a Lagoscuro per opera dei Veneziani (primavera del 1644) affrettò la conclusione. Si ritornò allo status quo ante territorialmente, ma la posizione morale del Papa, tenuto in scacco da un dipendente ribelle, ne usci irreparabilmente scossa; mentre Urbano, dopo aver pubblicato la pace il 1^{°} maggio 1644 , moriva il 29 luglio dello stesso anno.
Bibl.: L. Grottanelli, Il ducato di C., i Farnese e i Barberini, in Ratt. Naz., 36 (1890), pp. 476-504, 824-38; 37 (1891), pp. 38-75, 554-85, 793-817; 58 (1891), pp. 261-89; G. De Maria, La guerra di C. e la spedizione dei presidi, in Miscell. di storia ital., 3ᵃ serie, 4 (1898), pp. 191-236; L. Frati, Poesie satiriche per la guerra di C., in Arch. it. ital., 5ᵃ serie, 37 (1906), pp. 388 403; V. Di Tocco, Ideali di indipendenza in Italia durante la preponderanza straniera, Messina 1928; Pastor, XII, passim; R. Quazza, Preponderanze straniere, Milano 1938. Paolo Brezzi
CASTRO, JUAN de. - Scrittore ascetico certosino, n. a Tolosa nel 1485 da famiglia illustre, m. a 72 anni il 6 luglio 1556. Inviato dal padre all'Università di Parigi, non solo vi conseguì la laurea, ma vi occupò la cattedra di teologia. Tra i suoi più assidui discepoli si trovava Ignazio di Loyola, venuto a Parigi nel 1528. Il professore gli si legò di stretta amicizia, e mentre inculcava al discepolo i principi della scienza sacra, l'allievo, già maestro di spiritualità, sviluppava le tesi ascetiche più sublimi. Rinunciò alla cattedra, ritornò in Spagna e il 13 giugno 1535 entrò novizio alla certosa di Val di Cristo, ove dopo qualche mese venne a visitarlo Ignazio che gli manifestò il pensiero di fondare la Compagnia di Gesù. Emessi i voti religiosi il 24 giugno 1536, poco dopo fu nominato priore della certosa di Val di Cristo, e più tardi priore di quella di Porta Coeli.
Scrisse il trattato De inenarrabilibus Christi doloribus, quos moriens sponte pro nobis tulit. Le sue lettere erano conservate come cosa sacra nella certosa di Val di Cristo (Aten SS. Iulii, VII, Parigi 1868, Comment. praecius ad acta S. Ignutii, n. xv).
Bibl.: D. Bartoli, Vita di s. Ignazio di Loyola, Torino 1844, 1. I, n. 38, e I. II, n. 42; S. Autoro, Serijesvos S. Ordinis Cartas., III, pp. 138-37 (manoscritte dall'archivio della Grande Chartreuse); L. Levasseur, Ephemerides Ord. Cart., II, Montreuil 1891, pp. 447-52. Gabriele Casta
CASTRO, RODRIGO de. - Cardinale, n. a Valladolid nel 1523 dalla nobile famiglia dei C. del ramo dei conti di Lemos (o Lemus), m. a Siviglia nel 1600 . Studiò all'Università di Salaman