volume-03

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gnazio di Loyola, Torino 1844, 1. I, n. 38, e I. II, n. 42; S. Autoro, Serijesvos S. Ordinis Cartas., III, pp. 138-37 (manoscritte dall'archivio della Grande Chartreuse); L. Levasseur, Ephemerides Ord. Cart., II, Montreuil 1891, pp. 447-52. Gabriele Casta

CASTRO, RODRIGO de. - Cardinale, n. a Valladolid nel 1523 dalla nobile famiglia dei C. del ramo dei conti di Lemos (o Lemus), m. a Siviglia nel 1600 . Studiò all'Università di Salamanca, e nel 1559 entrò a far parte dell'Inquisizione spagnola. Nel great. del 1565 si recò a Roma, inviavovi da Filippo II, per ottenere da papa Pio V che fosse devoluta all'Inquisizione spagnola anche la sentenza nel processo dell'arcivescovo di Toledo B. Carranza (v.); ottenne però solo che fosse mandato un legato in Spagna (Ugo Boncompagni, poi papa Gregorio XIII). Fu in seguito vescovo di Zamora e Cuenca, e poi arcivescovo di Siviglia, ove nel 1586 convocò un sinodo diocesano. Su proposta di Filippo II fu nominato il 12 dic. 1583 cardinale del titolo dei SS. Apostoli. Fu dai contemporanei lodato per la sua virtù e per la sua magnificenza. Fondò il collegio di Monforte di Lemus (1594) che affidò ai Gesuiti.

Bibl.: F. Ariño, Sucesos de Sevilla de 1552 á 1604, Siviglia 1873, pp. 11-12, 183-213; L. Serrano, Carrespandencia diplomática entre España y la S. Sede durante el pontificado de s. Pía V, I, Madrid 1914 (v. indice); A. y A. García Carraffa, Encid. heráldica y genealogica hispano-americana, XXV, iv; 1926, p. 147, n. 11; A. Ballesteros y Berretta, Historia de España, IV, II, Barcelona 1927, p. 296 sg.; Pastor, VII, p. 500; IX, pp. 166-87; X, pp. 507, 578 .

Renata Orazi Ausenda
CASTRO Y BELLVÍS, GUILLÉN. - Drammaturgo spagnolo, n. a Valenza nel 1569 , m. a Madrid il 28 luglio 1631, uno dei fondatori dell'Accademia dei Notturni.

Assai stimato da Lope e lodato da Cervantes, si orienta dalle forme prelopesche dell'anteriore scuola valenziana (El conde de Irlos, El caballero bobo, ecc.) verso forme decisamente realistiche, rinnovate dall'impulso del Fénix (Los mal casados de Valencia, El conde Alarcos, le due parti de Las Mocedades, ecc.) per poi tornare alla prima maniera ma con più energica e complessa elaborazione psicologica (El nieto de su padre, La tragedia por los celos, ecc.). Il suo teatro è caratterizzato da un fervido amore per i « romances» in specie storici e sorallereschi, e la predilezione per i problemi della vita coniugale e i suoi conflitti, mentre sobria misura, dolcezza di versificazione, mancanza di esagerazioni ne rendono ancor gradita la lettura, da quello di colorito mitologico (Dido y Eueas, ecc.) a quello di sapore cervantino (El curioso impertinente, La fuerza de la sangre, ecc.) a Las Mocedades di matura tecnica ed eroica grandiosa semplicità, avvivata da un nobilissimo sentimento patrio.

Le sue poche commedie religiose, quali la Degollación de San Juan Bautista e El mejor esposo, sul noto tema dei «celos» di S. Giuseppe, sono attentamente elaborate ma di scarso valore letterario.

Bibl.: Testi: Oltre varie edizioni di singoli drammi si possono citare alcune compiere o quasi di tutto il teatro di G. de C., quali quella curata da R. Mesonero Romanos (Bibl. de aut. esp., 43), Madrid 1857; da F. Fi y Margall (Colección de libros espoli. raras a curiosas, 12), ivi 1871; da E. Julià Martinez, ivi 1922. Letteratura: C. Pérez Pastor, Bibliografia madrilema, III, Madrid 1907, pp. 344-62; H. Mérimée, Pour la biographie de G. de C., in Rete. des langues romanes, 50 (1907), p. 311 sgg.; id., L'art dramatique à Valencia, Tolosa 1913, pp. 538-632; J. Ruggieri, "Le Col" di Carnelile a "Las mocedades del Col" di G. de C., in Archivum romanicum, 14 (1930), pp. 1-84; W. Küchler, Streifzüge durch die spanische Comedia, parte 2ᵃ, in Neuere Sprachen, 39 (1931), p. 503 sgg.; F. Martí Grajales, Biobibliografia de G. de C., in Anales del centro de cultura valenciana, 4 (1931), p. 171 sgg.

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In alto: FUGA IN EGITTO. Affresco appartenente probabilmente al sec. vir. In basso: LA NASCITA DI CRISTO. Affresco appartenente probabilmente al sec. vir.

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(fol. Auderson)
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(fol. Auderson)
In alto: CASTELLO URSINO (sec. xv). In basso: FACCIATA DI S. NICCOLO (1693).

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CASTRO PALAO, Fernand de. - Gesuita, moralista, n. a León nel 1581; m. a Medina il 1^{°} dic. 1633. Insegnò prima filosofia a Valladolid, poi teologia morale a Compostella e a Salamanca, con straordinario concorso di uditori, consultato da ogni parte, anche dal tribunale della Inquisizione, intorno ai casi più gravi.

Pubblicò un corso intero di teologia morale in 7 voll.: De virtutibus et vitiis contrariis (Lione 1631); De virtute religionis et annexis (2 voll., ivi 1635-39); De Sacramentis (2 voll., ivi 1647); De censuris (ivi 1647); De institio et iure (ivi 1651). Profondo, prudente e ponderato e tenuto in grande considerazione da s. Alfonso de' Liguori, viene atimato uno dei classici in materia.

Bibl.: Sommervogel, II, coll. 867-69; Hurter, III, coll. 886887.

Celestino Testore
CASTULO, santo. - E commemorato nel Martirologio geronimiano il 12 genn. e il 26 marzo. Una nota marginale aggiunta al De locis sanctis martyrum dice che tra la via Prenestina e la Casilina esisteva la chiesa dei SS. Stratonico e C., i cui corpi giacevano nel sottoterra. Nella silloge di Tours c'è un carme votivo a C. Le notizie del martirio di C. provengono dalla Passio leggendaria di s. Sebastiano, il cui autore pretende sapere che C. fosse cubiculario di Diocleziano e custodisse i cristiani nella sua abitazione al Palatino: ma, tradito da un certo Torquato, sarebbe stato gettato in una fossa della via Labicana e sepolto vivo sotto una massa di arena.

Il cimitero venne ritrovato presso gli acquedotti nel 1672, visitato dal Fabretti, ricordato dal Mabillon, vuotato specialmente al tempo del Boldetti che lo dichiara copiosissimo (cf. Osservazionisopra i cimiteri dei ss. Martiri, Roma 1720, p. 563 ). Molte gallerie di esso andarono distrutte durante la costruzione della ferrovia RomaCivitavecchia nel 1864, ma il De Rossi osserva che esse non erano intatte. Il bombardamento dell'ag. 1943 rimise in luce alcune gallerie cimiteriali sul ciglio della ferrovia, ma in pessime condizioni e tutte devastate.

Del materiale archeologico proveniente dal cimitero si ritiene spuria l'iscrizione che nomina il marture domun Castulu, il catibabicu secundu e la scala, epigrafe ripro-
dotta in tutti i manuali; un'iscrizione proveniente dal soprassuolo offre la data dell'a. 527; alcuni frammenti di sarcofago cristiano vennero editi nel 1908 dal Bartoli.

Bibl.: Martyr. Hieronymianum, pp. 38, 162; Acta SS. Martii, III, ed. Parigi 1863, pp. 610-12; R. Fabretti, Inscriptionum antiquarum quae in aedibus paternis asservantur explicatio, Roma 1699, p. 236; J. Mabillon, Museum Italicum, I. Parigi 1724, p. 133 sgg.; G. B. De Rossi, in Bull. di arch. cristiana, 5 (1864), p. 80; 4 (1865), p. 9 sgg.; M. Armellini, Gli antichi cimiteri cristiani di Roma e d'Italia, Roma 1893, pp. 323-27; O. Jossi, Il cimitero di S. Castolo M. sulla via Labicana, Roma 1904 (di scarso valore); O. Marucchi, Le catacombe romane, ed. E. Josi, Roma 1033, pp. 310-11; A. Bartoli, Frammenti di sarcofago cristiano rinvenuti a S. C., in Nuovo bull. di arch. crist., 14 (1908), pp. 127-30.

Agostino Amore

## CASULA: v. PIANETA.

CASWALL, Edward. - Poeta oratoriano inglese, n. a Yately (Hampshire) da un pastore protestante il 15 luglio 1814, m. a Birmingham il 2 genn. 1878. Entrò nel Brasenose College di Oxford nel 1832, ebbe gli Ordini anglicani nel 1838-39, e divenne curato perpetuo di una parrocchia del Wiltshire (1840). Gli scritti di Newman lo portarono al cattolicesimo. Nel 1846 rinunziò al suo beneficio; fu ricevuto nella Chiesa dal card. C. J. Acton a Roma nel genn. del 1847, insieme con la moglie, la quale mori nel 1849. Nel 1850 entrò nell'Oratorio di Birmingham.

Noto già prima come scrittore (Sermons on the Seen and the Unseen, 1846), si acquistò fama come poeta cattolico e traduttore di opere e poemi ascetici e liturgici. Sono da segnalarsi: Lyra Catholica (1849); Office of the Immaculate Conception in Latin and English (1850); Verba Verbi, The Altar Manual (1859). Poemi originali pieni di sentimento e di fede sono: The Masque of Mary and other Pooms (1858, spesso ristampato); A May Pageant, A Tale of Tinter* (1865). Un poema è dedicato al card. Newman, al quale C. fu devotissimo e dal quale fu molto amato. Parecchi suoi inni, originali e tradotti, sono inclusi nel Westminster Hymnal.

Bibl.: K. M. Warren, s. v. in Cath. Enc., III (1908), pp. 416417.

Enrico E. G. Rope
CATACOMBE : v. CIMITERI.
CATACUMBAS, Cimitero in. - Dal greco xæzà xó α β α ς, era originariamente una denominazione topo-
![img-15.jpeg](img-15.jpeg)
(fol. Pont. comm. di arch. sacra)
Catacumbas, cimitero in - Scena pastorale con Buon Pastore e banchetto delle turbe.
Pittura sopra il mausoleo di M. Clodio Ermete (inizio sec. III).

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(fot. Pont. comm. di arch. serve)
Catacumbas, cimitero in - Plastico ricostruttivo della basilica in C. con mausolei adiacenti (inizio sec. iv).
grafica usata per designare l'avvallamento della via Appia tra il secondo ed il terzo miglio, e precisamente tra l'attuale chiesa di S. Sebastiano e la tomba di Cecilia Metella. L'indicazione è attestata chiaramente nel Cronografo del 354 alla Depositio martyrum il 20 genn. ed il 29 giugno in cui sono ricordati rispettivamente s. Sebastiano e s. Pietro, ed alla Chronica Urbis Romae per il circo dedicato da Massenzio nel 309 in onore del figlio Romolo.

Nella zona si trova uno dei più importanti e complessi monumentali della Roma sotterranea cristiana; esso è stato oggetto di numerosi studi specialmente a partire dal 1915 quando venne alla luce la Memoria Apostolorum. I monumenti che lo compongono vanno dal sec. I al iv d. C. Alla quota originaria dell'avvallamento si vedono ancora i resti di una strada privata che attraversava la via Appia: sul lato nord di essa era una casa privata a due piani ed altri edifici molto probabilmente connessi con il culto funerario. Due serie di colombari infatti erano costruite sullo stesso lato della strada: in uno di quelli più vicini ad essa un'iscrizione ancora in situ di un liberto di Vespasiano chiaramente lo dimostra del sec. I, mentre quelli dell'altra serie sono alquanto posteriori. In questi ultimi però sono anche elementi cristiani (pitture ed iscrizioni) della prima metà del sec. III: segno che i proprietari avevano abbracciato la nuova fede.

Verso la metà del sec. III si fece un parziale interramento dell'avvallamento e si costrui una specie di cortile trapezoidale a piano inclinato: la cosiddetta Triglia. Era certamente un luogo di riunioni cristiane poiché le pareti di codesto cortile sono piene di graffiti che, oltre al rito di refrigerio, a promesse od adempimenti di voti, accennano quasi unanimemente in greco o in latino a
preghiere rivolte agli apostoli Pietro e Paolo. La scoperta di questi graffiti fu fatta nel 1915 ed il monumento fu comunemente chiamato Memoria Apostolorum. Sulla natura e sullo scopo della Memoria però sono discordi le opinioni degli studiosi. Tradizioni letterarie antiche (Liber Pontificalis, Martyrologium Hieronymianum, Itinerari, Passiones) accennano tutte ad una temporanea sepoltura degli apostoli Pietro e Paolo in C.; nessuno però ha determinato più specificamente il sito, né gli scavi hanno rivelato alcunché di positivo e definitivo. Lo studio delle fonti letterarie ha diviso in tre schiere gli autori: 10 la Memoria è un vero e proprio monumento sepolcrale originato dal temporanco seppellimento dei corpi degli apostoli Pietro e Paolo, o subito dopo il loro martirio e prima della definitiva sistemazione al Vaticano e alla via Ostiense, o nel 258 durante la persecuzione di Valeriano; 2^{°} la Memoria è stata costruita per ricordare la dimora dei due Apostoli da vivi in una delle abitazioni in C.; 3^{°} la Memoria è sorta in relazione all'istituzione di una festa liturgica in onore dei due Apostoli in C. iniziata nel 258, quando a causa della persecuzione di Valeriano, era proibito ai cristiani l'ingresso nei cimiteri e quindi non potevano venerare i sepolcri degli Apostoli nei rispettivi luoghi.

Nella prima metà del sec. iv venne compiuto un nuovo e più vasto interramento: tutti i monumenti preesistenti, pagani e cristiani, furono sacrificati per la costruzione della grandiosa basilica Apostolorum, come da principio fu chiamata. Questa presentava nella sua struttura originaria una forma architettonica unica nella tradizione basilicale cristiana: le navi laterali infatti anziché da colonne erano distinte da pilastri in mattoni che formavano quasi un ambulacro in fondo all'abside. Sembra che la basilica fosse destinata a luogo di sepoltura; attorno ai muri perimetrali infatti furono aperti numerosi mausolei. Il più importante di essi è quello posto a sinistra dell'abside, detto comunemente Platonia,

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in cui il papa Damaso pose un suo carme, e, nel sec. v, fu trasferito il corpo del martire Quirino di Siscia in seguito all'invasione della Pannonia da parte dei barbari.

Prima della costruzione della basilica però, aveva avuto inizio in C. un cimitero sotterraneo nei quale furono seppelliti i martiri Eutichio, cui papa Damaso dedicò un carme, e Sebastiano il cui sepolcro venne in seguito sistemato con una cripta con doppia scala a sinistra della basilica. La presenza di questi due martiri fu certamente la causa dello sviluppo del cimitero nei secc. III e Iv, ed il culto prestato a s. Sebastiano portò alla designazione con il suo nome e del cimitero e della basilica.

BibL.: J. P. Kirsch, Le catacombe romane, Roma 1933, p. 244 sg. (bibl. precedente più importante); O. Maruechi, Le catacombe romane, ivi 1933, pp. 251-51; F. Fornari, S. Sebastiana extra nuania, ivi 1934; P. Stygot, Römische Märtyrergriffe, Berlino 1935, pp. 13-43, 139-60; A. Prandi, La Memoria Apostolorum in c., Città del Vaticano 1936; G. Celi, La memoria apostolica sull'Appia, in Civ. Catt., 1936, II, pp. 483-490; 1937, III, pp. 387-98; A. Ferrus, Epigrammata Danuniana, Città del Vaticano 1942, pp. 139-48; Codice topografico della città di Roma, ed. R. Valentini-G. Zucchetti, II, Roma 1942, pp. 17, 44, 62, 85; F. Tolotti, Ricerche tuturno alla Memoria Apostolorum, in Riu. di arch. crist., 22 (1946), pp. 7-62; 23-24 (1947-1948), pp. 13-116.

Agostino Amore
CATAFALCO. - Per gli uffici funebri si erige nelle chiese uno speciale apparato, circondato da ceri, chiamato tumulus; castrum doloris; lectica mortuorum, che serve a sorreggere la bara che racchiude la salma di colui per il quale si celebra l'ufficiatura o a farla supporre presente.

Quando manca la salma, il letto funebre può esser costituito da un semplice panno nero che si stende, per l'assoluzione, sul pavimento del presbiterio. Sul c. le salme dei fedeli vengono disposte in modo che i piedi siano rivolti verso l'altare, mentre quelle dei sacerdoti sono in senso inverso. Sopra il panno che copre la bara, o si piedi del c., si possono deporre le insegne della dignità civile o ecclesiastica del defunto. Per i chierici si ammettono
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(Int. Ena. Catt.)
Catafalco - Apparato funebre con c., eretto il 18 sett. 1711 a Roma, in S. Luigi, de' Francesi, in commemorazione del Delfino di Francia.
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(Int Pont. comm. di arcs. surre) Catacumbas, cimitero in - Iscrizione, tuttora sul posto, di Ancozia con àncora e pesce (sec. III) - Roma, cimitero di S. Sebastiano.
le insegne caratteristiche: la stola, il calice, la berretta, la mitra. Per coprire il c. dei bimbi innocenti si usa un panno bianco e una corona di fiori, la quale si può ammettere anche per onorare la verginità.

BibL.: P. Bayart, Le mobilier d'Eglise, in R. Aigrain, Liturgia, Parigi 1931, p. 256 sg.; P. Lugano, s. v. in Enc. Ital., IX (1931), p. 400 sg.

Filippo Oppenheim
CATAFRIGI. - Sotto questo nome vengono in genere designati i seguaci del montanismo (v. MONTANO), così chiamati perché nella Frigia questo movimento ebbe la sua culla. Ne.la sua diffusione il montanismo si frazionò ben presto in vari gruppi, con denominazioni diverse, secondo le modificazioni introdotte da capi nelle varie frazioni.

Esistertoro comunità di c. a Roma con a capo Proclo ed Eschine: il primo non aveva che gli errori comuni a tutti i montanisti, l'altro invece identificava il Figlio con il Padre. A Cartagine i c. reclutarono Tertulliano, che poi se ne distaccò. In Occidente questo movimento non costitui un pericolo grave. Maggior vitalità invece dimostrò in Oriente, dove l'eresia catabrigia continuò ad evolversi nei secc. III e Iv sotto varie forme. Quivi i c. ebbero molteplici nomi: priscilliani, quintillanisti, dal nome delle due famose profetesse Priscilla e Quintilla; pepaciani, dalla località di Pepaza loro centro principale; ortotiriti, perché alcuni di essi usavano pane ( ἀ ρ τ o ς ) e formaggio ( τ cup ρ ς̇ ς ) nella celebrazione dell'Eucaristia; tascodrugiti, perché durante la preghiera toccavano con l'indice ( τ ἀ σ κ ° ς ) il naso ( δ ρ ° σ̂ γ ° ς ). Di comune questi eretici avevano la fede nella "Nuova Profezia", cioè nella rivelazione fatta dal Paracleto per mezzo di Montano, la quale inculcando un ascetismo severo, in attesa della imminente parusia, veniva a completare l'opera di Cristo. I c. scomparvero quasi completamente solo nel vi sec.

BibL.: P. de Labriolle, La crise montaniste, Parigi 1913; id., Les sources de l'histoire du montanisme, 2 voll., ivi e Friburgo in Br. 1913; A. Faggiotto, L'eresia dei Frigi, Roma 1924; id., La dimpora catabrigia, ivi 1924; Fliche-Martin-Fruta2, II (1938), pp. 29-35.

Guglielmo Zannoni
CATALANI (Catalano), Giordano. - N. a Sévéras-le-Château in data ignota, entrò nell'Ordine di S. Domenico e fu missionario in Persia. Di qui, unitosi ai quattro francescani, martiri di Tana, intraprese il viaggio verso l'estremo oriente; costretto, con i suoi colleghi, ad approdare all'isola Balsette, si recò ad evangelizzare il nord, e cosi sfuggì al massacro e continuò il suo apostolato in India finché, nel

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1329, all'erezione della sede di Quilon, ne fu eletto primo vescovo. Scrisse due relazioni sul martirio dei quattro francescani, nel 1331 e nel 1333, e Mirabilia descripta per fratrem Jordanum, Ord. Praedicatorum, oriundum de Severaco, in India maiori episcopum Columbensem, ricca di dati sulla situazione dell'apostolato in India.

BibL.: A. Balme, Le ven. p. 7ourdan. Lione 1886; L. Lemmens, Die Heidemissionen des Spätmittelalters, Münster in Br. 1919, pp. 88-91; Streit, Bibl., IV, pp. 30-51, 57-60. Giovanni B. Thapola

CATALANI, Giuseppe. - Celebre liturgista, n. a Paola (Cosenza) da Francesco e da Anna Baroni il 14 giugno 1698. Completò i suoi studi a Napoli, dove fu ordinato prete nel 1723 . Fu dichiarato dottore in teologia dal domenicano Vincenzo Maria d'Aragona, arcivescovo di Cosenza. Recatosi a Roma, si laureò in diritto canonico e civile. Nel 1731 da Clemente XII ebbe l'incarico della fondazione del collegio Corsini per gli italo-albanesi a S. Benedetto Ullano in Calabria. Lo stesso Papa gli propose due volte la porpora e lo stesso fece pure Benedetto XIV, che lo stimava moltissimo; ma egli ricusò recisamente preferendo aggregarsi all'Oratorio di S. Girolamo della Carità (e non già, come molti scrivono, ai Girolamini). Morì a Roma il 10 ag. 1764 e fu sepolto in S. Maria in Monterone.

Suoi importanti scritti liturgici sono: Pontificale romanum prolegomenis et commentariis illustratum (3 voll., Roma 1738-40, Parigi 1850, Augusta 1878); Caeremoniale episcoporum commentariis illustratum (2 voll., Roma 1744, Parigi 1860); Sacrarum caeremoniarum sive rituxm ecclesiasticoxum S. R. Ecclesiae libri tres (2 voll., Roma 17501751); De codice S. Evangelii atque servatis in eius lectione et usu variis ritibus (ivi 1733). Vasta fu pure la sua attività storica: De magistro sacri Palatii Apostolici libri duo (ivi 1751); De secretario S. Congregationis Indicis libros duo (ivi 1751); Prefacioni critiche anteposte agli Annali d'Italia di L. A. Muratori (ivi 1754); Sacrosancta concilia oecumenica commentariis illustrata (4 voll., ivi 1736-59); Collectio conciliorum Hispaniae et Novi Orbis (ivi 1693).
C. pubblicò ancora: S. Mieronymi Epistolae selectae in tres libros novo ordine distributae (ivi 1731); Commentaria in Concilia Oecumenica (4 voll., ivi 1736, 1743, 1758, 1759); Commentaria in Epistolam D. Hieronymi ad Nepotianum (ivi 1740); Notae in libros s. Joannis Chrysostomi de Sacerdotio (ivi 1740).

BibL.: A Zavaroni, Biblioteca colabra, Napoli 1753, p. 197; L. Accattatis, Biografie degli uomini illustri di Calabria, II, Cosenza 1870, pp. 357-60; V. Thalhofer, Handbuch der katholischen Liturgie, I, Friburgo in Br. 1883-93, p. 102; D. Tez-cone-Gallucci, Monografie di storia calabra ecclesiastica, Roma 1899, p. 284; Hurter, IV, coll. 1852-53; L. Aliqub-Lenai, Scritsori calabresi, Messina 1913, pp. 70-71, 482.

Francesco Russo
CATALANI, Michele. - Patrizio diFermo, dove n. il 27 sett. 1750; m. a Bologna il 10 maggio 1805. Fu alunno, nelle scuole locali dei Gesuiti, dei Morelli e dei Lanzi. Ammesso nella Compagnia di Gesù il 20 nov. 1766, dopo la soppressione (1773) fece parte del clero diocesano, e si diede alla ricerca storica ed archeologica, salendo in grande fama.

Il 18 marzo 1782 fu nominato canonico della Metropolitana. Fu tumulato nella certosa di Bologna. Forte tempra di studioso, ha lasciato molte opere, tutte eccellenti per oculata critica ed elegante veste letteraria, specialmente latina. Si ricordano: 1) Delle origini dei Piceni (Fermo 1777); 2) Origini e antichità fermane (ivi 1778), ambedue accolte nelle Antichità picene di G. Colucci (I e II); 3) Memorie della Zecca e delle monete fermane (Bologna 1782), inserite nel t. III della Nuova raccolta delle monete e Zecche d'Italia di G. A. Zanetti; 4) De Ecclesia Firmana, eiusque episcopis et archiepiscopis commentarius (Fermo 1785), cui hanno attinto tutti gli storici posteriori, fermani e non fermani; 5) Memorie storiche di s. Vittoria v. e m. (Camerino 1778, Fabriano 1807 ).

Curò l'edizione del commentario di Enea S. Pic-
colomini (Pio II) De rebus Basilicae gestis stante vel dissoluto concilio secondo il manoscritto vaticano, dimenticato (Fermo 1803), e la 2^{mathrm{a}} ed., con cambiamenti ed aggiunte, della Vita di s. Fernando, abate benedettino, descritta da G. Marsigliano (ivi 1784). Molto importante è anche il suo commentario De vita et scriptis Dominici Capronica (ivi 1793). Altre sue opere rimasero inedite.

BibL.: F. Vecchiotti e T. Moro, Biblica picena, III, Osimo 1793, pp. 187-89 (vivente il C.); A. Evangelista Memorie su la vita e gli scritti del canonico M. de' comi C. di Fermo, Verme 1834; id., Biografia di M. C. in A. Herculani, Biografie e ritratti di uomini illustri piceni, I, Forlì 1837, pp. 187-94 (con ritratto); G. Tescassetti, v. v. in E. De Tipulido, Biografia degli italiani illustri, II, Venezia 1835, p. 431 sg.; D. Da Fieno, Del risorgimento degli studi storici nel Piceno, in Atti della Soc. sl.-archeol. delle Marche in Fermo, I, Fermo 1875, pp. 5-19; Sommarvogel, II, coll. 872-874; Hurter, V, col. 746; G. Natali, Il Settecento, I, Milano 1936, p. 410; S. Pette, I sentti mortivi Alessandro e Filippo nella Chiesa fermana (Studi di antichità cristiana a cura del Pont. Istituto di archeol. crist., 16), Città del Vaticano 1941, p. 16 e passim.

CATALDINO, Giuseppe - Uno dei fondatori delle missioni del Paraguay. N. a Fabriano (Ancona) nell'apr. del 1574, m in S. Ignazio Mirl il 10 luglio 1653. Era già sacerdote quando entrò (1601) nella Compagnia di Gesù. Partì, ancora novizio, col p. Diego de Torres per l'America. Nel 1605 e 1606 fu inviato dal Perù al Paraguay, dove si costituì poco dopo una nuova provincia dell'Ordine. Nel 1609 fu designato con il p. Simone Massetta, egli pure italiano, per fondare nuove riduzioni nel Guarrà, dove rimase molti anni superiore. Nel 1633 fondò la riduzione di S. José vicino alla Sierra del Tapé. Fu pure, dopo il p. Marcel de Lorenzana, superiore di tutte le missioni del Paraguay.

BibL.: F. Xarque, Vida apostolica del ven. p. Josef C., uno de los primeros, y mas insignes conquistadores de las dilatadas provincias y bárbaras naciones del Guayed, Saragozza 1664; Streit, Bibl.. II, p. 559; P. Pastells, Historia de la Comp. de Jesús en la provincia del Paraguay, 2 voll., Madrid 1912-13, passim. Edmondo Lamalle

CATALDO, santo. - Monaco irlandese del sec. vir, direttore per parecchi anni della grande scuola di Lismore e poi vescovo di Rachau. Intraprese il pellegrinaggio a Gerusalemme; ma la morte lo colse a Taranto o nell'andata o più probabilmente nel ritorno dalla Terra Santa. I tarantini lo seppellirono nella loro cattedrale; e, distrutta questa dai Saraceni nel 927, ne ritrovarono, nel viedificarla (1084), il corpo con una crocetta d'oro, sulla quale era inciso il nome di C. e della sua sede. E venerato come patrono della città; festa il io maggio.

BibL.: Acta SS. Maii, II, Parigi 1866, pp. 568-77; Martyr. Romanum, p. 183; G. Blandamura, Un cinedio del sec. VII esistente nel duomo di Taranto, Lecce 1917; Lanzoni, pp. 315-16; C. Stornalola, Cracetta aurea episcoprafi della cattedrale di Taranto, in Nuovo bull. di arch. crist., 21 (1915), pp. 83-93. Celestino Testore

CATALDO, Giuseppe M. Beniamino. - Insigne missionario gesuita, n. a Terrasini (Palermo) il 17 marzo 1837, entrato nel 1852 nel noviziato. Cacciato dalla Sicilia per la rivoluzione del 1860 , veniva destinato due anni più tardi alle missioni delle Montagne Rocciose ed andò a Boston per finire gli studi teologici, ma infermiccio dall'infanzia e ora dichiarato dai medici come tisico avanzato, dovette presto cercare il cielo più mite della California.

Desta perciò tanto più meraviglia il vederlo iniziare ne 1865 la sua lunga carriera di travagli e di strapazzi come missionario dei pellitosse nelle Montagne Rocciose. La sua tenacia ottenne numerose conversioni fra i Cuori-di-lesina, i Nasi-forati e gli Spokani; molto apprezzato fu il suo intervento pacificatore quando la guerra scoppiò nel 1877 fra gli indiani Nasi-forati e il governo americano. Superiore di tutta la missione nel 1877, vi rimase fin al 1893, estendendone il campo con varie fondazioni, specialmente nella città di Spokane, che lo considera come il suo fonda-

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tore e gli deve molto del suo sviluppo. Vi eresse, fra l'altro il collegio Gonzaga (università dal 1912). Lasciato il governo della missione, passo da un posto all'altro, visitatore e poi semplice missionario nell'Alaska (missione che egli stesso aveva ricevuto per il suo Ordine dalle mani di mons. Seghers), parroco degli italiani a S. José (Califormis), incaricato di varie stazioni indiane, nonostante gli acciacchi dell'età (gli indiani lo chiamavano «metatcopnim»: tre volte rotto, perché si era rotto tre volte gamba e braccio e camminava con le grucce).

Le celebrazioni del suo 90^{°} anniversario e del suo 75^{°} di vita religiosa ebbero negli Stati Uniti vasta risonanza. M. a Pendleton il 9 apr. 1928.

Bim.: Autobiografia: Kaubilla Metatcopnim. La memoria di un vestovara, B. G. M. C.... trad. it. di C. Testore, Venezia 1935. Studi: G. Giardina, Il p. G. C. S. 7., apostolo dei pellimoz. Palermo 1939; G. J. Garraghon, The Jesuits of the Middle U. S., II, Nuova York 1938, pp. 340, 424, 562-63; W. Bischoff, The Jesuits in Old Oregon, 1840-1941, Coldwell 1945, passim.

Edmondo Lamalle
CATALESSIA. - Grado estremo di blocco volitivo con incapacità completa a ogni attività, congiunta a una particolare pieghevolezza passiva dei muscoli delle varie parti del corpo (" flessibilità cerea ") per cui l'infermo può essere atteggiato da altri, nel capo nel tronco negli atti, in qualsiasi posizione comunque difficile o incomoda, conservandola anche per lungo tempo, finché non venga modificata o cessi da sé per stanchezza. Durante lo stato catalettico ogni attività organica (respiro, circolazione, sensibilità) è indebolita e ottusa; incompleto o assente il ricordo di quanto in esso si svolse.

Nella c. l'infermo può esser mosso all'attività per imitazione, ripetendo automaticamente gli atti (ecoprassia) o le parole (ecolalia) di chi lo circonda o sotto la spinta d'una suggestione, come avviene in quello stato di sospensione e quasi di svuotamento della coscienza psicologica prodotto dall'ipnotismo (v.) in cui l'ammalato può esser condotto a inscenare sentimenti e azioni inculcatigli dello sperimentatore attraverso una suggestione orale o visiva. La c. è osservabile nell'isteria (v.), nell'epilessia (v.), nelle forme maniacali, in particolar modo nella demenza precoce. La c. può esser provocata in sé dallo stesso soggetto, come nell'«autocatalessi» dei fashiri indù (v. esCHIRISMO) o nel corso di manifestazioni metapsichiche, assumendo a volte l'apparenza di fatto soprannaturale.

Bim.: A. Ziveri, Manuale di psichiatria, Torino 1920; E. Tassi-E. Lugaro, Trattato delle malattie mentali, Milano 1923; G. Moglie, Manuale di psichiatria, Roma 1946; U. Cerletti, Biasianie delle lezioni di clinica delle malattie nervose e mentali, ivi 1946.

Giuseppe de Ninno
CATALISI. - Alcune sostanze aumentano la velocità di certe reazioni chimiche quando sono presenti nell'ambiente in cui queste si svolgono: sono dette catalizzatori e la loro azione c. Fu il Berzelius a proporre questa voce traendola dal greco: χ α τ α λ ἀ ε ι ν = slegare, sciogliere.

I seguenti criteri permettono di distinguere la c. da variazioni di velocità dovute ad altri motivi : a) alla fine della reazione il catalizzatore si trova chimicamente inalterato : si dice «chimicamente» perché talvolta, nel caso di c. eterogenea, per aver preso parte alla reazione, esso si ritrova in uno stato fisico notevolmente differente da quello iniziale; b) una piccola quantità di catalizzatore è spesso sufficiente per trasformare grandi quantita di sostanze; c) il catalizzatore non altera lo stato finale d'equilibrio di una reazione reversibile.

Una diminuzione di velocità vien detta c. negativa. Talvolta sembra che il catalizzatore provochi reazioni che senza di esso non avrebbero luogo : anche in tali casi però si stumette che il catalizzatore non provochi ma acceleri solo una reazione già in atto se pure estremamente lenta o, più esattamente, faciliti la trasformazione di un sistema in falso equilibrio.
C. omogenea si ha quando le sostanze che reagiscono
ed il catalizzatore appartengono alla stessa fase : sono cioè tutti gassosi oppure sciolti in acqua od altro solvente; c. eterogenea quando il catalizzatore solido è immerso in una miscela di gas o in un liquido dove avviene la reazione. Esempi di c. omogenea sono quelli forniti dagli isoni idrogeno ( mathrm{v} . mathrm{arq} ua) i quali catalizzano l'inversione del saccarosio e l'idrolisi degli eteri salini nei componenti acido organico ed alcole. Più importante è la c. eterogenea della quale sono esempi: la formazione dell'acqua dai gas idrogeno ed ossigeno sotto l'azione della "spugna di platino", la formazione dell'ammoniaca dai gas idrogeno ed azoto in presenza di polvere di ferro, la combinazione dell'anidride solforosa con l'ossigeno per dare anidride solforica in presenza di amianto platinato.

Il meccanismo col quale il catalizzatore aumenta la velocità di reazione il più delle volte è molto complesso e mal conosciuto : gli schemi semplici, con i quali il chimico rappresenta abitualmente le reazioni, mettono in rilievo solo i prodotti che reagiscono, quelli che si formano e le proporzioni relative; ma, con o senza catalizzatore, le reazioni sono assai meno semplici. In questi ultimi anni (Hinshelwood, 1946) ad es., per spiegare tutte le particolarità della reazione a mathrm{H}_{2}+mathrm{O}_{2}=mathrm{x} mathrm{H}_{2} mathrm{O} si son dovute ammettere numerose reazioni intermedie nelle quali figurano molecole instabili come mathrm{H}, mathrm{OH}, mathrm{O}, mathrm{HO}_{2}, sconosciute alla chimica elementare. Sulla velocità di dette reazioni intermedie influiscono pure le molecole di altri gas apparentemente inerti eventualmente presenti e le stesse pareti del recipiente dove si studia il comportamento della miscela gassosa.

La chimica biologica (v.) offre numerosi esempi di c. Alcune di esse sono specifiche : il catalizzatore, che in tal caso si chiama enzima, favorisce una sola singolarissima reazione oppure un ristretto gruppo di reazioni; altre invece sono aspecifiche, in quanto lo stesso catalizzatore favorisce varie reazioni, anche di tipo totalmente diverso fra loro. Le sostanze allo stato colloidale, sia inorganiche che organiche, hanno generalmente proprietà catalitiche; ed uno dei motivi per cui il chimico non riesce a riprodurre molte reazioni degli organismi viventi sta appunto nella difficoltà di costituire un ambiente colloidale catalitico artificiale simile a quello delle cellule.

Bim.: G. M. Schwab, Knudbach der Katalyse, 3 voll., Vienna 1940-43 (altri volumi sono in corso di pubblicazione); P. Rondoni, Etswenti di biochimica, I. 3^{°} ed., Torino 1945, p. 406; R. H. Griffith, Mechanism of Contact Catalists, Londra 1946.

Cesco Toffoli
CATALOGHI degli APOSTOLI. - In Mt. 10, 2-4; Mc. 3, 14-19; Lc. 6, 14-16 ed Act. 1, 13 si trova l'elenco dei nomi dei dodici Apostoli. Questo catalogo di nomi è diviso in 3 gruppi, dei quali il primo è capeggiato da Pietro, il secondo da Filippo ed il terzo da Giacomo d'Alfeo. Il c. d. A. rappresenta una vecchia tradizione orale, anteriore ai Vangeli scritti, da Marco fu appenı leggermente innardrato nel racconto storico (cf. M. Dibelius, Formgeschichte des Evangeliums, 2ᵃ ed., Tubinga 1933, p. 227).

Può darsi che i tre nomi che iniziano i tre gruppi dovessero indicare tre fonti delle tradizioni orale. In questo caso Giacomo d'Alfeo rappresenterebbe la tradizione di Maria, sua madre (Mc. 15, 40; 16, 1; Mt. 27, 56; Le. 24, 10), come testimone della Risurrezione di Cristo. Nei diversi c. d. A. i nomi dei singoli Apostoli sono quasi sempre uguali. Solo Simone Cananeo (Mt. 10, 4; Mc. 3, 18) ha presso L c .6,15 (cf. Act. 1, 13) il nome «Simone detto Zalote», cioè il suo soprannome aramaios: «Cananeo» è stato tradotto in greco, mentre per il nome di Taddeo (Mt. 10, 3; Mc. 3, 18) si trova nei manoscritti biblici anche quello di Lebbeo, ma Lc. 6, 16 (= Act. 1, 13) conosce per Taddeo il nome: Giuda di Giacomo.

Oltre questo più antico c. d. A. nei Vangeli canonici, esiste ancora un interessante c. d. A. nell'apocrifo che dinanento ecclesiastico apostolico (prologo). La lista comprende i nomi di: Giovanni, Matteo, Pietro, Andrea, Filippo, Simone, Giacomo, Patanasie, Tommaso, Cefa, Bartolomeo e Giuda di Giacomo (cf. A. Harnack, Die Lehre der zwölf Apostel, Lipsia 1884, p. 225). Simile è la lista nella cosiddetta Epistola apostolorum, cap. 2: Giovanni, Tommaso, Pietro, Andrea, Giacomo, Filippo, Bartolomeo,

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Natanaele, Giuda Zelote, Cefa. Caratteristiche di questi due c. d. A. sono: il fatto che Giovanni sta a capo della lista; la presenza di Natanaele; la distinzione fra Pietro e Cefa. Si è cercato l'origine del c. d. A. di questi due scritti nel Vangelo secondo gli Egiziani (A. Baumstark, Alte und neue Spuren eines ausserkanon. Evangeliums, in Zeitschrift für neutestamentl. Wissenschaft, 14 [1913], p. 232 sg.; cf. F. Haase, ibid., 16 [1915], p. 106). Giovanni come capo del c.d.A. si oppone probabilmente ad un c.d. A. degli Ebioniti con Matteo a capo (Epifanio, Panarion haer., XXX, 13, 3 e Ps.-Clemente, Recogn., I, 55 sgg .); cioè alla lista dei Giudicocristiani che preferivano il Vangelo di Matteo fu opposto un elenco dei nomi degli Apostoli basato sulla preferenza che fu data in Egitto al Vangelo di Giovanni. Ma questi c. d. A. degli Ebioniti in Palestina e degli Egiziani si basano sull'esistenza di un Vangelo scritto, mentre il c. d. A. più anziano dei Vangeli canonici presuppone ancora l'esistenza di una tradizione orale. Un c. d. A., che ha caratteristiche tutte speciali, è quello inserito nel Canone della Messa (v.).

Bias.: C. Schmidt, Gesprö̈che Jesu mit seinen Füngern (Texte und Untersuchungen, 3, III), Lipsia 1919, pp. 229 sg., 240 sgg. C.d.A. posteriori presso: R. A. Lipsius, Die apohryphen Apostelgeschichten und Apostellegenden, I, Braunschweig 1883, pp. 22-25, 192-206, 210-15; II, 2, ivi 1884, p. 416 sgg.; Ergänzungsheft, ivi 1890, pp. 2-4, 14 sg., 16 sg., 19; Th. Schermann, Propheten- und Apostellegenden nebst Jüngerhatalogen (Texte und Untersuchungen, 31, III), Lipsia 1907, p. 198 sgg.; W. Bauer, in E. Hennecke, Neuinstamentliche Apohryphen, 2a ed., Tubinga 1924, p. 111 sgg.; K. Lake, Simon, Cephas, Peter, in Harvard Thad. Rev., 14 (1921), pp. 25, 95; R. Harris, The toathe Apostles, Cambridge 1927.

Erik Paterson
CATALOGHI di PAPI e di VESCOVI. - Di buon'ora cominciò nelle singole chiese la costumanza di tenere un elenco ufficiale della serie dei vescovi. C'era di mezzo la necessità di non far menzione dei vescovi che avessero defezionato dalla fede e di quello che fossero stati esclusi come usurpatori.

Si hanno testimonianze sino dal sec. III dell'usanza di leggere durante la sacra liturgia tali c. che venivano scritti in appositi "dittici" (v.); e nella iscrizione o cancellazione da tali dittici consisteva il riconoscimento ufficiale o la negazione della legittimità dei singoli vescovi (F. Cabrol, s.v. in DACL, IV, coll. 1045-94).
I. C. d. p. - A partire dal 1947 il c. d. p. lo si trova redatto criticamente nell'Annuario pontificio. I molti c. tramandati nei secoli, opera di compilatori privati, presentano discordanze nel numero, nella inclusione od esclusione di nomi, nella stessa cronologia. Ciò dipende da deficenze di dati positivi o di critica; dalla realtà di situazioni confuse per elezioni contestate, scismi, deposizioni; dal diverso modo di datare l'inizio del pontificato; e tuttoció implica delicati problemi canonici oltreché storici. Le incertezze in alcuni particolari però non infirmano la ininterrotta successione dei papi dall'apostolo Pietro nella sede romana.

I c. più antichi conosciuti sono quelli compilati da Irenon (Adv. haer., III, 3, 5) e da Egesippo (Eusebio, Hist. eccl., IV, 22) nella controversia con i gnostici. Sono una lista di nomi senza indicazioni cronologiche. Raccolti dalla tradizione locale (come afferma Egesippo) testimoniano l'esistenza e l'uso a Roma verso il 150 d. C. di un c., probabilmente scritto e in uso nella liturgia. Secondo E. Caspar era privo di indicazioni sulla durata dei pontificati, ma stabile nella successione dei nomi, tanto da offrire un elemento cronologico per la datazione di avvenimenti ecclesiastici non datati altrimenti (ad es., l'arrivo e l'attività di eretici a Roma) che con il nome di un papa (Irenon, Adv. haer., III, 4, 2-3).

Nel sec. III, con l'opera dei cronisti Ippolito e Giulio Africano e dei loro continuatori, si hanno i primi tentativi di fissare la cronologia dei papi e sincronizzarla con quella degli imperatori. Da Giulio Africano deriva la cronologia di Eusebio e da Ippolito quella del cosiddetto C. liberiano, inserito nel Cronografo del 354. Eusebio riferisce nella Hi-
![img-19.jpeg](img-19.jpeg)
(da M. Besson, St Pierre et les orioines de la scismate romaine. Giocento lett. p. 160.
CATALOGHI di PAPI - C. dei primi vescovi di Roma (secc. v-vi) Colonia, Biblioteca capitolare, cod. 212, fol. 168².
storia ecclesiastica e nel Chronicon due liste che convengono nella identità e nella successione dei nomi, ma differiscono nel numero degli anni attribuito ai singoli; il C. liberiano, oltre ad indicare la durata dei pontificati in anni, mesi e giorni, e, dal 135 in poi, anche la data dell'ordinazione, presenta una variante nei nomi. Mentre Eusebio ha: Lino, Anacleto, Clemente, Evaristo..., il Liberiano porta Pietro, Lino, Clemente, Cleto, Anacleto, Evaristo. Lo sdoppiamento Cleto-Anacleto (Cleto, forma occidentale di Anaclete) e la posticipazione dopo Clemente sono dovuti a difficoltà cronologiche dei compilatori del Liberiano, come pure l'inversione Aniceto-Pio tra i papi del sec. II, e il creduto sdoppiamento Marcellino-Marcello al tempo di Diocleziano per coprire una vacanza della sede romana durata alcuni anni. Tali errori passarono dal Liberiano in altri c. e soprattutto in due raccolte influenti fino al secolo scorso i ritratti della basilica di S. Paolo e il Liber Pontificalis.

I ritratti di s. Paolo nella serie più antica sono del sec. v-vi e con l'inclusione dell'antipapa Lorenzo (inizio sec. vi) risentono delle lotte del tempo, nelle iscrizioni risentono invece di influssi posteriori.

Il Liber Pontificalis amplia i dati del Liberiano per dare una notizia biografica dei papi. Composto agli inizi del sec. vi non si sottrae, nella compilazione delle notizie più antiche, alle controversie suscitate dallo scisma laurenziano, ma è esatto per le notizie contemporanee, e, avendo incontrato favore, venne continuato.

Nei secc. vi-IX le aggiunte compiute da chierici della Curia, alcune ancora viventi i papi, con l'aiuto degli archivi pontifici sono importanti e per la cronologia generale esatte. Per un certo tempo (secc. IX-x) il Liber Pontificalis si riduce a poco più di un elenco aggiunto posteriormente, il che permise a quel periodo confuso di includervi un Dono II (973) mai esistito, ed in qualche codice anche la papessa Giovanna. Con Leone IX (1049) riprendono le biografie più estese. Scritte da autori diversi vennero radunate come continuazione del Liber Pontificalis nel sec. XII.

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Un simile lavoro fu compiuto nei secc. xiv e xv giungendo fino a Pio II (1464). Apparvero allora le Vitae pontificum del Platina, elaborazione del Liber Pontificalis, senza troppe pretesa critiche. Nei secoli seguenti O. Panvinio, C. Baronio e molti altri si occuparono del c. d. p. Nel 1751 C. Marangoni pubblicò una Chronologie romanorum pontificum, deducendola dalla serie più antica dei ritratti di S. Paolo, che passò agli annuari: Notizie per l'anno... (18181860), Annunzia (1863-70), la Gerarchia cattolica (18731903), Anmario pontificio (1913-46).

Nel sec. xix la critica storica portò nuovi metodi nelle ricerche e nuovi risultati. La magistrale edizione del Liber Pontificalis di L. Duchesne, riccamente annotata, ha offerto la base ad un catalogo critico che, accettato generalmente dai dotti, oggi, con le precisazioni di A. Mercati, è passato nell'uso della Curia romana.
II. C. d. v. - Come Roma, le altre città episcopali ebbero ben presto il loro catalogo a scopo liturgico nei dittici, e poi storico con indicazioni cronologiche. Ireneo riteneva facile ai suoi tempi stabilirle, ma riporta solo il rumano. Eusebio, rifacendosi ad Egesippo a e Giulio Africano, riporta quello di Gerusalemme, Antiochia, Alessandria. Nei secc. vi-viI e seguenti l'ambizione di far rimontare le proprie origini ad un Apostolo o ad un discopole degli Apostoli, ha alterato molti c. con nomi fittizi (l'apostolo Andrea vescovo di Bisanzio, vescovi di Italia e di Francia mandati da s. Pietro, ecc.) ripetuti con favore nei secoli seguenti; v. : apostolicità delle chiese.

L'esempio del Liber Pontificalis romano, imitato da altre città, ha dato il Liber Pontificalis Ecclesiae Raveunatis (sec. Ix), Eichstettensis (sec. xi) ecc., e le Gesta episcoporum molto in uso nel periodo medievale. Con l'Umanesimo si ebbero molte storie locali o diocesane, favorevoli per cam-
![img-20.jpeg](img-20.jpeg)

18a M. Besson, St Pierre et les origines de la primeste romaine, Gincera 1519. 8. (II) Cattolociti di Papi - C. dei primi vescovi di Roma scritto a Corbie (sec. viri) - Parigi, Subloteca Nazionale, lat. 12203. fol. 127:
panilismo alle leggende antiche. Con i secc. xvir-xviII vennero le grandi opere erudite dei Msurini, Gallia christiana, e di F. Ughelli, Italia sacra, ancora utili ma insufficienti.

Le sedi episcopali d'Italia rimontano ad alta antichità, ma le scarse notizie degli scrittori antichi, i pochi dati sicuri dei martirologi e delle Pissiones, le sottocriticioni dei vescovi ai sinodi, i non molti dittici liturgici conservati non rendono facile la compilazione dei c. Ughelli con la Italia sacra (p. voll., Roma 1644-48) la diede in mezzo a molti difetti ed errori, in piccola parte eliminati da N. Coleti nella sua edizione di molto accresciuta e corretta(Venezia 1717 1733), e da L. Cappelletti con Le Chiese d'Italia (21 voll., ivi 1844-70). Vie nuove spri F. Savio con Gli antichi vescovi d'Italia dalle origini al 1300, limitati per la sua morte al Piemonte e alla Lombardia. Restringendo il campo, F. Lanzoni con Le diocesi d'Italia dalle origini al principio del sec. VII (an. 604), ha compiuto il disegno del Savio per tutta l'Italia.
Bibl.: Lib. Pont. (contiene nel vol. I anche i c.d. p. precedenti il Lib. Pont.); ed. Th. Mommsen, in MGH, Auctores antiquiss., IX, Berlino 1892; F. Gama, Series episcoporum Ecclesiae Catholicae a s. Petro Apostolo, Ratisbona 1886 (raccoglie i c.d.c. di tutte le diocesi); A. Harnack, Die Chronologie der altchristlichen Literatur, I, 1, Lipsia 1847, pp. 70-230; C. Eubel, Hierarchal. medii aevi, 4 voll., Münster, 17 ed., 1898-1010; 27 ed., 1913-33; E. Caspar, Die älteste römische Bischofsliste, Berlino 1926, riassunto dallo stesso in Papsttum und Kaisertum (Festgabe Kehr a cura del Brackmann), Tubinga 1926, pp. 1-18; Lanzoni, I e II (alla singola diocesi); E. Caspar, Geschichte des Papsttums, I, Tubinga 1930, pp. 7-16; H. Leclercq, Liber Pontificalis, in DACL. IX, coll. 354-466; id., Listes episcopales, ibid., IX, coll. 1507-1536; F. Savio, Gli antichi vescovi d'Italia: Piemonte, Torino 1899; Lombardia: I, Milano, Firenze 1913; II, 1, Bergamo, Brescia, Como, Bergamo 1929; II, II, Cremona, Lodi, Mlentova, Pavia, ivi 1932 (postumo). Angela Martini
CATALOGNA. - Regione storica spagnola, corrispondente alle attuali province di Lérida, Tarragona, Gerona e Barcellona, comprese fra il Mediterraneo, i Pirenei e la valle inferiore dell'Ebro.
I. Geografia. - Il territorio ( 32.197 kmq .) alterna zone di aspetto assai diverso, che costituiscono minori unità regionali (valli del rovescio pirenaico, concas e planas del settore pedemontano, camps e costas del litorale, ecc.) e conservano spesso dei nomi storici (Pallars, Cerdaña, Ampurdan, Vallés, Panadés, Priorato, Noguera, Segarra), nonché forme di economia e di cultura abbastanza ben differenziate. In complesso la C. ha carattere mediterraneo, con inverni assai più miti ed estati meno eccessive che nella vicina meseta, e pioggie sufficienti ai bisogni dell'agricoltura.

Sopra appena 1/16 del territorio spagnolo la C. raccoglie, con i suoi 2.900 .000 ab., più di 1 / 10 della popolazione dello Stato. L'indice di densità ( 92 a kmq.) è, tra gli spagnoli, uno dei più elevati; ma, mentre tocca nella provincia di Barcellona ( 551 ab. a kmq.) il massimo assoluto, si deprime fino ad appena 25 mathrm{ab} . mathrm{a} mathrm{kmq}. in quella di Lérida (interna e montuosa). L'originalità della regione catalana va attribuita par larga parte al carattere della sua popolazione, distinta dai finitimi castigliani, più ancora che per il tipo etnico ed il dialetto (affine al provenzale), assurto da tempo a dignità di vera e propria lingua nazionale, per un temperamento più alacre e più incline all'azione. Essa è nella quasi totalità cattolica.

L'economia catalana presenta una agricultura fiorente (vino, olio, frutta ed in primo luogo agrumi) ed un fiorente allevamento (massime equini) che consentono già una attiva esportazione; ma il suo tratto tipico, nel complesso nazionale di cui fa parte, è lo sviluppo delle industrie, tra cui predominano le tessili (in primo luogo la cotoneria), le chimiche e le meccaniche.

I centri urbani maggiori sono per lo più d'origine moderna e concentrati in prossimità del litorale: Hospitalet ( 60 mila ab.), Badalona (54), Sabadell (52), Tarrasa (45), nei dintorni di Barcellona, mentre le vecchie città storiche sono rimaste pressoché stazionarie (Lérida con 41.464 ab., Tarragona con 35.648 , Gerona con 29.632). Su tutte emerge Barcellona, metropoli indu-

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(da Ars Hispanica, Historia universal del arte Hispanico, II, Nudron Iri:)
Catalogna - Acquedotto di Las Ferreras (età augustea). Tarragona.
striale e commerciale la cui popolazione ( 1.08 mathrm{I} .175 mathrm{ab}. nel 1947), uguaglia all'incirca quella di Madrid.

BibL.: F. Carreras-Candí, Geografia general de Catalunya, Barcellona 1909; M. Chevalier, Barcelone et Catalogue, Parigi 1922; P. C. Sunyer, L'egistud economica de Catalunya, Barcellona 1927; M. Chevalier, El paisatge de Catalunya, ivi 1928; P. Vita, Resumen de geografia de Catalunya, ivi 1928-30; A. Desiloleu, Catalunya i l'Europa futura, ivi 1934; E. A. Peers, Catalonia infelix, Londra 1937.

Giuseppe Caraci
II. Storia. - La C., il cui nome s'incontra solo nel sec. XII, comprende il territorio della Marca ispanica carolingia quale era stata durante i secc. IX-x; divenne da quell'età il principato di C . Discussa è l'origine di tal nome; le ipotesi più attendibili sono ch'esso derivi dalla parola castello oppure da terra dei Goti; e questa sarebbe più probabile. Quando al principio del sec. IX il territorio fu sottratto al giogo musulmano, Barcellona diventò sede di contea, e riusci man mano a riunire intorno a sé le altre contee fra le quali si era divisa la Marca ispanica, e fu cosi che le contee di Gerona, Vich e Barcellona costituirono un nucleo compatto che fu la base dell'unità della C .

Per l'impulso dato alla riconquista Wilfredo fu ritenuto come il primo conte di Barcellona. Dopo importanti successi Barcellona ricadde in potere dei musulmani, finché il conte Borrell II la riconquistò e da allora la Marca fu in grado di iniziare una ripresa culturale e di mettere l'Occidente europeo in relazione con una nuova corrente di civiltà. Infatti Gerberto, poi papa Silvestro II, portò dalla Marca spagnola in Francia ed in Italia quanto vi aveva appreso. Tale corrente culturale