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ché il conte Borrell II la riconquistò e da allora la Marca fu in grado di iniziare una ripresa culturale e di mettere l'Occidente europeo in relazione con una nuova corrente di civiltà. Infatti Gerberto, poi papa Silvestro II, portò dalla Marca spagnola in Francia ed in Italia quanto vi aveva appreso. Tale corrente culturale derivava in realtà dalla fusione della cultura visigota con quella musulmana maturatasi nella scuola monastica di S. Maria di Ripoll, quand'essa raggiunse il suo apice sotto l'abate Oliva nel sec. xi. A partire da questo
secolo la tendenza all'unione con le altre contee è già costante e porta nel secolo seguente all'unione con l'Aragona grazie al matrimonio di Raimondo Berengario IV ultimo conte di Barcellona con Petronilla d'Aragona, figlia del re Ramiro e erede del trono. Da questo momento i loro discendenti si chiamarono re d'Aragona e conti di Barcellona, ma non fu usata la denominazione di re di C .

Nonostante l'unione con l'Aragona e pur formando, dopo la riconquista del regno di Valenza, uno dei tre stati della corona d'Aragona, la C. conservò la personalità particolare, quale artefice, in collaborazione con gli aragonesi, dell'impero mediterraneo passato poi alla Spagna; fu pure la C. ad accogliere ed assimilare nel sec. xv il grande movimento letterario e filosofico dell'Umanesimo e del Rinascimento. Quando in questo stesso secolo la corona d'Aragona si uni con quella di Castiglia grazie al matrimonio del re Ferdinando con la regina Isabella, quando si scoprì l'America e i Turchi cominciarono a dominare nel Mediterraneo, la C. si trovò ad essere spostata e lontana dal centro politico della penisola, trasferito in Castiglia, e dal movimento commerciale concentrato nell'Atlantico.

Nell'età moderna la C. s'é dimostrata una delle regioni spagnole che più s'é distinta nel campo dell'industria e della cultura: fioriscono infatti in essa grandi nuclei industriali ed ha raggiunto una densa formazione culturale che si è espressa attraverso i tempi in lingua catalana (una delle tre lingue neolatine della penisola) o in lingua castigliana (spagnola) v. barcellona e le altre diocesi della C.

BibL.: J. Balari, Orígenes históricos de Cataluña, Barcellona 1899; F. Soldevila, Historia de Catalunya, 3 voll., ivi 1934; A. Lambert, s. v. in DHG. VI, 671-747; B. Sánchez Alonso, Fuentes de la historia española é hispano americana, 2 voll., Madrid 1927-46 (v. indici).

Federico Udina
III. Letteratura. - Comprende l'insieme delle opere in catalano, lingua che la filologia moderna nettamente distingue dal provenziale, dallo spagnolo e dal gallaico-portoghese, e che, formatasi nei Pirenei orientali durante la riconquista della Marca ispanica, ebbe un'area di diffusione limitata a ovest dalle contee di Pallars e Ribagorça, a sud dal corso del Segura, a est dalle Balearí. L'espansione aragonese in Italia introdusse nelle sfere politiche di Sicilia (fine del sec. xiII) e di Napoli (sec. xv) tale idioma, che in Sardegna prevalse nella scrittura dalla metà del Trecento agli inizi del Cinquecento. Dopo l'annessione degli Stati della corona aragonese (contee catalane, regno d'Aragona, regni musulmani di Majorca e Valenza sottomessi da Giacomo I) al reame di Castiglia sotto i re cattolici, il catalano continuò ad essere adoperato ufficialmente nel principato di C. e nei regni di Majorca e Valenza fino a Filippo V di Borbone (1714), ma divenne sempre più raro strumento di espressione letteraria, fino a ridursi a lingua quasi soltanto parlata.

Parole in volgare catalano compaiono già in documenti latini del sec. IX e testi di una certa ampiezza nell'xi; ma ca. al 1200 risale il primo monumento letterario, le Hamilies d'Organyd, con quasi tutte le caratteristiche del nuovo organismo idiomatico.

Ragioni di contiguità territoriale e di rapporti politici con il mezzogiorno francese e, soprattutto, di somiglianza linguistica, indussero i poeti di C. a preferire il raffinato provenzale, iniziandosi, nella seconda metà del sec. xi, quel dualismo occitanico-catalano che durerà fino alla metà del ' 400 . In provenzale cantarono Ot de Montcada (1050-1100), Berenguer de Palou (1150-85), Alfonso I di Barcellona (II di Aragona, 1152-96), Guillem de Cabestany (1160-1220), Guillem de Berguedà e Ramon

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Vidal de Besalú (1160?-1210?) le cui Razós de trobar sono già un codice di decadenza poetica. In essi il tema religioso è assente; solo il Doctrinal di Ramon di Castelbrou (1220-70 ?) e i Proverbis rimate di Guillem de Cervera (1165-1245) offrono qualche interesse moraleggiante. Cerveri de Girona ( 1250 ?-80 ?) tratta, per primo, argomenti religiosi (la Canyó de Madona Santa Maria, Lo vers de Dio) e morali (Lo plant de rey En Jaume e Lo plant d'En Ramon de Cardona). Sul finire del Duecento, al tempo dei re trovatori Pietro II di C. (III di Aragona) e Federico III di Sicilia, opera Jufre di Foixà, francescano e poi benedettino, epigono, nelle Regles de trobar, di Vidal de Besalù e cultore di poesia amorosa, gourmande e, talvolta, anche mariana, come in Corai e volumat.

Dalla fine del sec. xir accanto alla poesia, prevalentemente mondana, in provenzale, si sviluppa quella religiosa in catalano puro o permeato di provenzalismi. Vi primeggiano le poesie mariali, specialmente il Virolai alla Madonna di Monserrato a Rosa plasent, soleyl de resplandor ".

I creatori della prosa catalana furono Llull, de Vilanova, Muntaner. Numerosi monumenti letterari in prosa offre già il Duccento: vivaci, come il Libre dels feyts del regno di Giacomo I, al quale viene attribuito, benché certo di anonimo; o sobri, come la Chronica di Bernat Develot, storiografo di Pietro II; parentali, come Lo libre de saviessa, assegnato anch'esso al re conquistatore, e i Dits de savis e de philosophs dell'ebreo Fafuda Bonsengor. Solo negli ultimi decenni del sec. xili e nei primi del xiv si incontrano scrittori degni del nome di classici. I primi sorgono in Majorca (Llull) e a Valenza (Arnau), mentre nel principato di C. saranno coltivate, di preferenza, storia e diritto: si pensi
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(du J. de Contreras, Historia del art hispánico, II, Barcelona 80); CATALOGNA - Chiesa di S. Maria del Mar (asc. xiv) - Barcellona.
agli Usatges iniziati dal conte R. Berenguer I, al Libre de Consolat de Mar, all'opera giuridica di s. Ramon de Penyafort, ai giuristi catalani del Tre e Quattrocento, che in genere si valgono del latino.

Ramon Llull (v. lulus) innalza il catalano a perfetto strumento di speculazione filosofico-teologica e di esperienza mistica, con i suoi più che duecento scritti, assicurando alla letteratura di C. un posto considerevole nell'Europa medievale. Lo fiancheggia degnamente Arnau de Vilanova (n. verso il 1240; v. arnaldo da vilanova) nei cui trattati in catalano (Confessió de Barcelona, Liçó de Narbona, Rahonament d'Avinyó e un opuscolo indirizzato a re Federico III), la struttura logica si avviva d'impeto e di umoristico senso nel pittoresco. Ramón Muntaner (m. nel 1336) narrò nella sua Chronica, come teste presenziale, la spedizione catalana in Oriente, con esagerazione nazionalistica e in una lingua ormai definitivamente plasmata.

Nel Trecento si continua a verseggiare in provenzale, variato da copiosi catalanismi. Da ricordare : il citato Muntaner nel suo Sermó per lo passatge de Sardenya; Giacomo II, la cui Dansa sol triate stato della Chiesa fu commentata da Arnau; due seguaci della scuola di Tolosa creata nel 1324; Llorenc Mallol, cantore della Croce e Joan Blanch, autore di poesie mariane.

Ponta fu re Pietro III (IV d'Aragona), al quale si devono, in prosa, le Ordinacions della sua corte, che gli valsero l'appellativo di Cerimonioso. Creati nel 1395 da Giovanni I i Jochs florals di Barcellona, la scuola barcellonesa tramandò fino alla metà del Quattrocento il convenzionalismo tolosano con Arnau March, Lluis de Vilarrasa, i Masdovelles, ecc.

In una lingua più pura di provenzalismi si esprime la poesia narrativa popolaresca di carattere religioso: Biblia rimada di Siviglia; De la vinguda de l'Anticrist; Epistola, inviata dal cielo; Questió entre l'ánima e'l cors; Cant de la Sibilla; Passio; poemi sui ss. Nicola, Giorgio, Margherita, Caterina; Lausors de la Divinitat di Aimó de Cescars; Libre del romiatge del venturós pelegri, al Purgatorio; Cobles de la mort.

Infiltrazioni idiomatiche della Francia settentrionale prevalgono, invece, nella poesia narrativa profana di Joan Basset, Pere March, Francesco Ferrer, Pere e Guillem Torroella, Bernat de So (Visió en somni) e degli anonimi autori di Frare de Joy e Sor de Plaser e della Storia del amat Frondino e de Brisana.

Interesse religioso presentano, fra i poemi narrativi, l'anonima Dispensació de la senyora de Moxent (Gregorio XI, nel 1571, permette il matrimonio di due cugini); un Jubliou diavolesco d'argomento ecclesiastico; le satire sociali e religiose Planys del cavaller En Materó (anonimo); il Libre de fra Bernat di Francesco de la Via; il Testament d'En Bernat Serradell de Vich e il Sermó del biebetó; i poemi moraleggianti Libre dels set savis de Roma (anonimo) e il Debat entre Honor e Delir di Jaume March.

L'opera storica più rilevante del Trecento catalano è la Crònica de Pere III di Bernat Descoll (m. nel 1391). A rifacimenti dal francese si riduce quasi tutta la prosa d'arte (come le novelle La filla del rey d'Hongrie, la comtessa fidel, ecc.) e la religiosa (versioni della Legenda aurea e di quella del Graal, Viatge al purgatori di Ramon Perellós, Libre de Gamaliel, Mistòria de Llàtzer, Destrucció de Jerusalem), esclusi gli scritti di Francese Eximenis e di s. Vincenc Ferrer.

Il primo, n. a Girona verso il 1340 , francescano, poi vescovo di Eina e patriarca di Gerusalemme, compose la vasta enciclopedia Lo crestiá (1381-86), di cui rimangono i II. I, II, III e XII, quest'ultimo un vero trattato politico (Regiment de princeps e de comunitats), il quale, con il Regiment de la cosa pública, riflette l'ideale democratico catalano. Come autore religioso scrisse una Vida de Tesuchrist, la Doctrina compendiosa, il Libre dels anpels. Scrittore meno fecundo, ma di più elevata fisionomia spirituale, fu Vicenc Ferrer, domenicano di Valenza

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(1350-1419), di cui restano in volgare la Contemplació molt devota e due serie di Sermons. Suo fratello Bonifacio, certosino, tradusse egregiamente la Bibbia.

Strana figura di scettico averroista fu il francescano maiorchino Anselm Turmeda (n. nel 1352), che nel 1387 si fece musulmano e mori a Tunisi dopo il 1423 . Tuttavia il suo Libre de bons umaneataments, in provecthi rimati, costitui il codice morale del popolo catalano fino al sec. svili. Più agili le Cobles de la divisió del regne de Mullorgues; ma il suo capolavoro, perduto nella redazione catalana, è la Dispatia de l'ase, d'ispirazione araba e variata di racconti sensuali e spregiudicati.

La C., per motivi geografici, politici e commerciali, fu la prima regione ispanica raggiunta dagli influssi dell'Umanesimo italiano, penetratovi ai tempi di Giovanni I e Martino I e affermatosi, fra l'altro, per la convivenza di catalani e italiani in Napoli durante il regno di Alfonso il Magnanimo. Si moltiplicarono le versioni di Cicerone, Sallustio, Livio, Ovidio, Quinto Curzio, Seneca, Boezio. Ampia diffusione ebbero pure le Históries Troyanes tradotte da Jaume Conesa fra il 1367 e '74.

Cronologicamente il primo grande umanista di C. fu Bernat Metge (1350-1413?), segretario di Giovanni I, ma da Martino I gettato in carcere, dove scrisse La somni (1398), la prima opera umanistica in catalano. In essa l'autore conversa con lo spirito di re Giovanni sullo scisma della Chiesa e sulla spiritualità dell'anima, con Tiresia sulle qualità buone e cattive delle donne. Rivela familiarità con i classici latini, con il Petrarca e con il Boccaccio (di cui tradusse la novella di Griselda) e un fondo di scetticismo e sensualità, rilevabile anche nel suo Sermó poetico, umoristica collana di cattivi pensieri e consigli. Nel suo Libre de Fortuna e Prudència correnti italiane si incrociano con quelle francesi nazionali.

Il domenicano di Valenza Antoni Canals (m. nel 1419) oscilla tra lo spirito medievale delle sue opere dottrinali - Exposicions devotes, Recull d'eszemplis, Tractat de confessió, versione di un'apocrifa Carta de s. Bernat a s. Germana - e l'umanesimo delle sue traduzioni da Valerio Massimo e Seneca (De providentia) e del poema Scipió e Annibal, rimaneggiamento del petrarchesco De Africa.

La scuola poetica barcellonese fu presto sorpassata da quella italiana, che si ispirò a Dante e specialmente al Petrarca, e ricercò una lingua sempre più scevra da esotismi. Andreu Febrer tradusse la Divina Commedia; Lleonard de Los moraleggiò in versi; Joan Fogassat saggiò argomenti religiosi e politici; Jordi de Sant Jordi, uno degli ultimi a verseggiare in provenzale, superò il medievalismo dei suoi Ennuigs nella «complanta» Desert d'amichi, de béns e de senyor, documento di profonda umanità scritto in prigionia dopo la disfatta di Sardegna (1423) ai tempi del Magnanimo. Degni di menzione sono pure Huch Bernat de Rocaberti, Antoni Vallmanya, Romeu Llull; ma su tutti si leva il valenzano Ausias March (v.), massimo scrittore di C. dopo il Llull e il più illustre seguace della nuova scuola. Il suo Cant espiritual segna uno dei più alti vertici della letteratura religiosa catalana.

Nella seconda metà del secolo il primato letterario viene assunto da Valenza, nella cui scuola poetica si alternano argomenti satirici, spesso di spregiudicata oscenità, con temi religiosi, ugualmente sentiti e vissuti. Si ricordino: Bernat de Fenollar, Jaume Gaçull, Narcis de Vinyoles, Joan Escrivà (poeta anche in castigliano, autore della celebre "letrilla» Pen muerte tan escondida.), Joan Roig de Corella (Labors de la Vierge Marie), Jayme Roig (Spill o Libre de les dones).

L'indirizzo umanistico è evidente anche nella prosa, soprattutto nelle storie universali, come il Compendi historial di Antoni Genebreda (m. nel 1395) vescovo di Atene e di G. Jaume Domènech, e nelle cronache nazionali di Gabriel Turell, Pere Tomich e dell'anonimo autore di

Le fidel compte d'Urgell. Modernità di visione informa, invece, le Chróniques d'Espanya di Pere Miquel Carbonell, del tempo dei re cattolici. La narrativa vanta, accanto a versioni dall'italiano, due notevoli romanzi cavallereschi : il Curial e Guelfa, fine amplificazione dal Novellino, e il Tirant lo Blanch dei valenzani Joanot Martorell e Martí Joan de Gualbe, innesto di un argomento bretone sulla tradizione letteraria di C. La prosa religiosa passa dal Memorial del pecador remut, opera di transizione di Felip de Malla (m. nel 1431), alle gonfiezze benecche dei valenzani Raig de Corella, e Miquel Pérez, Spontanea é, invece, la Vita Christi di sor Isabel de Villena (m. nel x490), un capolavoro della prosa catalana.

Il Cinquecento segna il generale declino della vita catalana; solo Valenza persiste nelle sue tradizioni culturali, inviando umanisti a Parigi (Joan Lluis Vives e Pere Joan Perpinyà) e a Barcellona (Pere Joan Nunyes) e sviluppando, tra il Cinque e Seicento, una scuola drammatica e novellistica in spagnolo: è l'epoca di Guillem de Castro, di Timoneda, dei Notturni. La C. e Majorca, invece, o si limitano a coltivare, per scopi pratici, la letteratura religiosa - manuali di pietà, goigs, drammi popolari ricalcati sui misteri medievali con qualche inquadramento rinascimentale - o si chiudono nella nostalgia del passato : tale il senso delle opere storiche di Cristòfor Despuig, Pere Gil, Jeroni Pujades, Andreu Bosch e dei due grandi falsi del Seicento: i Feyste d'armer de Catalunya dal minimo Joan Gaspar Roig i Jelpi attribuiti a Bernat Bodes, e le Trobes araldiche da un nobile valenzano diffuse sotto il nome del supposto verseggiatore quattrocentista Jaume Febrer. Poeta di vigorosa ispirazione religiosa, malgrado la lingua corrotta e gli abusi satirici che lo resero popolare, fu Vicenç Francesc Garcia, più noto come lo Rector de Vallfogona (m. nel 1623), il cui Cant d'agonia supera la lirica d'imitazione susiasmarchiana coltivata a Barcellona nel secolo precedente (ad es., Pere Serafi, 1565 ).

Due fatti prepararono la rinascita della letteratura catalana: la formazione, nel Settecento, di centri umanistici e di alta cultura per opera di Josep Finestres, del Marchese di Lló e di Antoni de Capmany in C., di Gregori Mayans e Francesc Pérez Bayer in Valenza, di Bonaventura Serra in Majorca; l'indirizzo tradizionale e storico assunto in C. dal Romanticismo, per influsso principalmente del Manzoni e dello Scott.

Nel 1833 Bonaventura Carles Aribau pubblicava l'Oda a la Pàtria, che trovò pronta ecc in C. (Joaquim Rubió i Ors), in Valenza (Vicents Boix) e a Majorca (Marian Aguiló). Questi e Manuel Milà i Fontanals assicurarono, con le loro ricerche storiche, il senso tradizionale e medievalista della nuova cultura catalana, che molto si avvalse della poesia popolare premurosamente studiata e valorizzata.

Il convenzionalismo dei Fochs florals, restaurati a Barcellona nel 1859 , fu subito superato da Jacinto Verdaguer (1845-1902; v.). Il passaggio però dal post-romanticismo alla poesia moderna fu dovuto principalmente ai poeti Joan Maragall, catalano (1860-1911), cantore delle solitudini pirenaiche, Goigs a la Verge de Nòria, e della presenza di Dio nello spirito e nel mondo, Cant espiritual, e Miquel Costa i Llobera (v.), majorchino (18541922). Meritano di essere rilevati, come poeti religiosi, Joan Alcover (Poemes biblics), J. M. López-Picó (il Paul Claudel della Spagna, è stato definito dal Valbuena), Miquel Ferrà, Josep Carnez (Nabi, poema di Giona) e i sacerdoti Llorenç Riber, Antoni Navarro, Bartomeu Guasp, Pere Ribot, Camíi Geis, Miquel Melendres.

Nella prosa erudita si segnalano: Antoni Rubió i Lluch (1856-1937), che con i suoi studi sulla Grecia catalana e sulla cultura medievale ha dato alla C. indirizzi pari a quelli del suo grande amico Menéndez y Pelayo a tutta la Spagna; Jordi Rubió i Balaguer, J. Puig i Cadafalch, J. Massó i Torrents, p. Anselm M. Albareda, Manuel de Montoliu, F. Valls i Taberner, F. Soldevila, Joan Estelrich, ecc.

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Nella letteratura dottrinale religiosa spiccano: Josep Torras i Bages, vescovo di Vich, il cappuccino Miquel d'Espiugues, il gesuita Ignasi Casanovas, il canonico Carles Cardó.

Ora, superata la crisi del decennio 1936-45, è lecito sperare che la letteratura catalana si assicuri il posto che per la sua storia le compete nel quadro culturale della Spagna.

Bac.: M. Milà i Fontanals, Obras completas, II-III, Barcelona 1889; P. Blanco Garcia, La lit. española en el 1. XIX, III, Madrid 1894; A. Morel-Fatio, Katalanische Literatur (Grundriss für die roman. Philologie, II, II), Strasburgo 1897; J. Massó i Torrents, La historiografia de Catalunya en catal., estratto della Revue hispanique, 12 (1906); M. Casella, Agli albori del Romanticismo e del moderno Rinascimento catalano, in Rito, delle bibli. e degli archivi, 19 (1918), pp. 81-120; M. de Montoliu, Manual d'hist. de la lit. cat. moderna, I, Barcelona 1922; R. Grossmann, Katalanische Lyrik der Gegenwart, Amburgo 1923; J. Amade, Renaissance litt. en Cat., Parigi-Tolosa 1924; S. Garcia Silvestre, História sumária de la lit. cat., Barcelona 1932; J. Massó i Torrents, Repertori de l'antiga literatura catalana: La Pontio, I, ivi 1932. Collezioni di scritti catalani medievali: Biblioteca catalana: Recoll de textes catalans antichs: Els Nostres Clànics, Michele Batllori
CATALOGO. - La parola (dal greco varkappa α τ α λ ε γ^{′} ω ), indica propriamente l'esposizione ordinata di una categoria di oggetti; applicato alla bibliologia essa denota pertanto l'«elenco ordinato delle opere d'una raccolta pubblica o privata ", da servire come strumento alla ricerca dei libri.

In quanto tale il c. differisce dall'inventario, ch'è una semplice lista di accessionc per fini amministrativi, e dalla bibliografia, che è la descrizione sistematica di una determinata categoria di opere, senza riscontro ad alcuna raccolta reale.
I. Cenni storici. - L'esigenza di una lista ordinata delle opere contenute in una biblioteca sorge con il formarai delle biblioteche stesse, per cui i c. sono antichi quanto le raccolte di libri. Per l'ttà premedievale non si hanno però dati sufficienti a distinguerne le caratteristiche: i frammenti su tavolette d'argilla del c. della biblioteca di Ni nive (viI sec. a. C.), oggi al British Museum, quello papiracco della biblioteca di Menfi (III sec. a. C.), quello epigrafico di Rodi (II sec. a. C. ?), non bastano ad illuminare in questo senso. Qualche riferimento a testi letterari (cf. i IIivaxz5 di Callimaco), può far arguire che già gli antichi avessero in uso la disposizione alfabetica, che si incontra invece raramente nei c. medievali, in cui la distribuzione è fatta quasi sempre per materia ed ha, più che altro, carattere di inventario. Il materiale è per il mediores molto più copioso, soprattutto per le biblioteche monastiche (Fulda, secc. IX e xir; Bobbio, secc. IX-xi; Frisinga, sec. IX; Passavia, 923; Lorsch, sec. x; Ratisbona, 973-1000; Pomposa, 1093; Hirschau, 1163; Nonontolo, 1166; Montecassino, secc. XI e XII, ecc.) e costituisce un documento di prim'ordine per la storia della cultura. Con l'Umanesimo ed il conseguente dilatarsi delle esigenze della cultura, i c. acquistano maggiore sistematicità (celebre quello della Vaticana compilato dal Platina, con la collaborazione di Demetrio Lucense, nel 1481, corredato da un indice alfabetico degli autori), che si va via via perfezionando con il sorgere e l'affermarsi della stampa, quando cominciano anche i c. dei librai a scopo commerciale (il primo è una lista di Libri graeci impressi, pubblicato da Aldo Manuzio nel 1498). Nel sec. xvir si hanno i primi c. a soggetto, quale l'Index universalis del Giustiniani (Roma 161x), senza però che ad essi presiedano norme ben disciplinate; è soltanto con il sec. xix che ha inizio una vera dottrina della catalogazione, che conduce alle famose 91 regole dell'Italiano Antonio Fanizzi : esule a Londra, egli formula quelle norme che, approvate il 13 luglio 1879 dai sovrintendenti al British Museum e pubblicate in testa al vol. I del Catalogue of printed books of the British Museum Library (Londra 1841), costituirono la base per tutte le successive legislazioni sui c. delle biblioteche. In Italia, nel 1885, il Ministero dell'istruzione bandl un concorso per uno scritto "che dettasse le norme più razionali e più pratiche per la formazione dei c. ", concorso vinto da G.

Fumagalli col suo scritto C. di biblioteche e indici bibliografici (Firenze 1887); ma soltanto 26 anni più tardi si ebbe la formulazione di un codice unico di norme per la compilazione del c. nelle biblioteche governative (decreto II giugno 1921), basato sulla fondamentale pubblicazione dell'American Library Association, Cataloguing rules : author and title entries (Londra-Citicago 1908). Nel 1930 anche la biblioteca Apostolica Vaticana pubblicava le sue Norme per il c. degli stampati, che rimangono un modello del genere.
II. VANIE SPECIE DI C. - A seconda degli speciali criteri di disposizione e dei fini che si propongono, si hanno vari tipi di c.:

1) il c. d'accessione, o registro d'entrata, in cui l'indicazione bibliografica è fatta per lo più in modo sommario e secondo l'ordine cronologico di ingresso nella biblioteca. Se risponde a fini puramente amministrativi esso costituisce quello che si chiama "registro di inventario ";
2) il c. topografico, in cui i libri sono elencati secondo la loro disposizione negli scaffali. Rispecchia da vicino i vecchi c. medievali, ed è particolarmente utile per la revisione del materiale;
3) il c. sistematico, o per materia, in cui l'elenco si basa sulle relazioni scientifiche e logiche che legano un'opera all'altra. La distribuzione è fatta secondo determinate regole bibliografiche fissate da speciali sistemi di classificazione (v.).
4) il c. per soggetto, in cui la disposizione bibliografica è fatta secondo l'ordine alfabetico della parola che esprime l'argomento (o "soggetto") di un'opera determinata. Differisce dal precedente perché riunisce insieme soltanto le opere che trattino di un argomento specifico, escludendo quello di soggetto affine, e serve pertanto ad una ricerca più ristretta e meno completa.
5) il c. alfabetico per autori, in cui le opere sono elencate secondo la successione alfabetica dei cognomi, o degli pseudonimi, o dei nomi degli autori. E di uso più generale e serve alla ricerca di opere di cui si posseggono già le indicazioni.
6) il c. dizionario, in cui sono fusi insieme il c. alfabetico per autori e quello per soggetto. Risponde praticamente a tutte le esigenze del ricercatore, se anche non può soddisfare un'indagine in senso lato come il c. sistematico, ed è in uso presso la biblioteca Apostolica Vaticana.
III. Schebatura. - Al vecchio sistema dei grossi registri ingombranti e di difficile consultazione, oltre che poco pratici per l'aggiornamento, si è sostituito oggi il sistema delle schede, sia per i c. "a libretto", in cui le schede vengono riunite in un certo numero dentro una copertina cartonata e fermata con due bulloni a vite, sia per quelli "a cassetto", in cui le schede (di un formato che si va ora generalizzando nel tipo cosiddetto internazionale, di mm. 125 times 75 ) sono fermate alla base mediante un'asta metallica che attraversa il foro praticato alla base di ciascuna di esse.

Le schede, compilate con i dati forniti dal frontespizio dell'opera da catalogare, si dividono in principali, secondarie e ausiliarie.

La scheda principale contiene la descrizione esatta e completa dell'opera, e si compone di 6 elementi: a) la "parola di ordine", cioè quella che determina l'ordine alfabetico nel c., ed è costituita dal cognome e nome dell'autore, o dalla prima parola del titolo o dal titolo modificato, o da altra indicazione convenzionale, a seconda del tipo di c. a cui serve la scheda; b) il «frontespizio" dell'opera trascritto ad litteram, fatta eccezione per i motti, le dediche ecc.; c) le "note bibliografiche" (numero dei volumi, formato, numero delle pagine, tavole, illustrazioni ecc.); d) le "note tipografiche" (luogo di edizione, nome dell'editore, luogo di stampa, nome del tipografo, data di stampa); e) il "contenuto", ossia, quando speciali esigenze lo richiedano, la partizione dell'opera (ad es., per una miscellanea); f ) la "segnatura", cioè le lettere, le cifre e le parole convenzionali che rinviano alla collocazione dell'opera nella biblioteca. La scheda principale si dice finita, o chiusa quando l'opera che viene catalogata è completa; si dice

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in corso, o aperta quando all'atto dell'accrizione l'opera non è terminata.

Le schede secondarie sono quelle che si compilano, con le stesse modalità della principale, quando si ritenga opportuno di catalogare un'opera con parole di ordine diverse (ad es., per l'edizione critica di un classico si farà una scheda principale sotto il nome dell'autore, una secondaria sotto quella dell'editore). Un tipo particolare di scheda secondaria è quella cosiddetta "di spoglio", che si adopera per catalogare i singoli scritti di uno stesso volume miscellaneo. In questo caso la scheda contiene, dopo il nome dell'autore e il titolo dello studio, l'indicazione "sta in... " seguita dalla parola di ordine e dal titolo della scheda principale.

Le schede ausiliarie sono di tre tipi: di rinvio, di richiamo e di identitd. Le prime servono a rimandare da una parola d'ordine ad un'altra, e contengono questi due soli elementi (ad es. : Alighieri, Dante - v. : Dante). Quelle di richiamo servono a collegare titoli od autori secondari con l'autore e il titolo della scheda principale: dopo la parola di ordine recano l'indicazione "vedi pure...", seguita dalla parola di ordine e dal titolo della scheda principale. Quelle di identità servono per il rimando da una forma grafica ad un'altra della stessa parola di ordine, generalmente dalla forma "vulgata" a quella scientifica (ad es.: Omero, v.: Homerus).

Speciali norme, che si cerca di rendere sempre più generali e a carattere universale, regolano la determinazione della parola di ordine, soprattutto difficile per le opere collettive, per quelle anonime, per quelle pseudonime, come pure per i periodici, i grandi repertori, le enciclopedie. Altre regole riguardano i termini tecnici per le indicazioni bibliografiche e tipografiche, l'uso delle maiuscole, la grafia dei nomi stranieri ecc.

Nelle biblioteche più ricche si è soliti inoltre fare c. particolari per i periodici, per gli stampati di determinati fondi, per le opere di consultazione, e soprattutto per gli incunaboli, sia perché hanno caratteristiche diverse da quelle del libro moderno (segnature, colophon, privilegio di stampa ecc...), sia perché il loro interesse anche puramente editoriale, richiede una schedatura che tenga conto, come parola di ordine, del nome del tipografo.

Sempre separato è il c. dei manoscritti, la cui compilazione esige norme speciali e una sicura competenza da parte dello schedatore. In questo c. gli elementi essenziali della scheda sono tre: l'intestazione, e cioè l'autore, quando sia noto, oppure l'«incipit» del manoscritto o il titolo, o anche soltanto il soggetto quando non si possano ricavare dati più precisi; il corpo, ossia tutte le indicazioni relative al contenuto dell'opera; le note del codice, vale a dire la segnatura, la data, la materia scrittoria, il formato ecc.

Per i c. negli archivi, v. archivio.
Bibs.. Per i c. delle biblioteche medievali: G. Becker, Catalogi bibliothesorum antiqui, Bonn 1885; T. Gottlieb, Uber mittelalterliche Bibliotheken, Lipsia 1890, pp. 17-235; id., Mittelafterliche Bibliotheksbatul, Österreichs, I: Niederösterreich, Vienna 1915: P. Lehmann, Uber mittelalterliche Bibliotheksbatul. Deutschiands und der Schweiz, I-III, Monaco 1918 sgn.; W. Weinberger, Wegweiser durch die Sammlungen altphilologischer Handschriften, Vienna 1930; cf. pure G. Pasquali, Per una raccolta dei cataloghi medievali delle biblioteche d'Italia, in Pagine stravaganti di un filologo, Lanciano [1933], pp. 207-14.

Per i c. odierni: American Library Association, List of subject headings for use in dictionary catal., 3⁴ ed., Chicago 1911; I. D. Brown, Library classification and cataloguing, Londra 1912; J. H. Quinn, Library cataloguing, ivi 1913; W. W. Bishop, Practical handbook of modern library cataloguing, Baltimore 1914; Ch. A. Cutter, Rules for a dictionary catalogue, Washington 1914.

Per l'Italia: G. Fumagalli, C. di biblioteche e indici bibliografici, Firenze 1887; G. Ottino-G. Fumagalli, Bibliotheca bibliographica italica, 2 voll. e 4 suppli., Roma 1889-1902; Società bibliografica italiana, Progetto di norme uniche per la compilazione di c. alfabetici, Pavia 1901; Ministero dell'educazione nazionale, Regole per la compilazione del c. alfabetico, Roma 1922 (ristampato nel 1932); id., Regole per la descrizione dei manoscritti e per la compilazione dell'indice generale degli incunaboli, ivi 1941.

Per la biblioteca Vaticana: Biblioteca Apostolica Vaticana, Norme per l'indice alfabetico dei manoscritti, Città del Vaticano

1938; id., Norme per il catalogo degli stampati, 2⁴ ed. (riveduta e aumentata rispetto alla prima del 1931), ivi 1939 (l'opera è stata tradotta in spagnolo e in inglese: sono in preparazione le versioni francese e portoghese, e sta per essere data alle stampe la 3ᵃ ed. italiana).

Alessandro Pratesi
CATALOGO BUCHERIANO (Anonimo BuCHERIANO) : v. BUCHIER GILLES.

## CATALOGO LIBERIANO : v. CRONOGRAPO

DEL 354 .

CATAMARCA, DIOCESI di. - Città capitale della provincia omonima nella Repubblica argentina; la città fu fondata nel 1683 da Fernando Mendoza Mate de Luna governatore di Tucuman col nome di S. Fernando del Valle de C. La diocesi venne eretta il 21 genn. 1910, ha un'estensione di 120.799 kmq . ed è suffraganea di Salta.

Conta 16 parrocchie, 36 sacerdoti diocesani e 17 regolari e un seminario; su una popolazione di 145.216 ab. ha 143.000 cattolici. Primo vescovo fu mons. R. Piedrabuena. La Cattedrale è consacrata alla S.ma Vergine del Valle, molto venerata. Altre chiese sono quelle di S. Francesco con facciata barocca, il Carmine, il Buon Pastore ecc. Il 22 maggio 1920 il territorio delle Ande venne staccato da C. e unito alla diocesi di Salta.

Bibl.: Enc. Eur. Am., XII, pp. 466-75; Catb. Euc., Suppl., p. 161 .

Enrico Jost
CATANIA, ARCIDIOCESI di. - Città della Sicilia alle falde dell'Etna e quasi al centro delle due punte estreme della costa orientale dell'isola. Chiave del movimento industriale e commerciale di tutta la Sicilia, essa ha un'impronta tutta moderna dovuta al terremoto del 1696 che ne distrusse gli antichi monumenti. E sede arcivescovile senza suffragance. La Cattedrale, dedicata a s. Agata, patrona della città, è l'unica parrocchia della città coadiuvata da diverse filiali. Vasto il territorio dell'arcidiocesi (kmq. 1331) che si estende su 23 comuni della provincia omonima e conta 296 chiese, 74 parrocchie, 309 sacerdoti diocesani, 170 regolari, 26 case di religiosi e 71 di religiose, oltre 10 istituti di educazione maschili e 23 femminiti. Gli abitanti sono 430.000 , tutti cattolici (1948).
I. Storia. - Fondata verso il 730 a. C. e ingrandita da una colonia di Calcidesi, C. divenne una delle principali città dell'isola e per tre secoli si governò con proprietàggi. Nel 477 a. C. fu espugnata da Givone di Siracusa, il quale, relegati a Lentini gli abitanti di C., la ripopolava con Greci e Siracusani. Riconquistata da Ducazio ( 461 a. C.), subì più tardi il saccheggio da parte delle truppe di Dionisio I di Siracusa, che l'affidò ad una schiera di mercenari campani al suo servizio ( 403 a. C.), finché pochi anni dopo ( 396 a. C.) cadeva sotto il dominio dei Cartaginesi. Nel 353 a. C. fu occupata dai Greci, ma non riebbe le sue antiche libertà se non quando ne ebbe in mano il governo Timoleone di Corinto. Allorché nel 278 Pirro sbarcava in Sicilia, C. fu tra le città che l'accolsero amichevolmente, ma nel 263 aveva inizio la plurisecolare dominazione romana su C. (Eutropio, II, 19). "Civitas decumana" al tempo della repubblica (Cicerone, In Verr., III, 103) nel I sec. godeva di grande prosperità economica. Più tardi dichiarata colonia da Augusto (Strabone, VI, 268, 272; Plinio, Nat. hist., III, 89) rimase tale fino alla fine dell'Impero. Nel sec. IV veniva ancora additata come la più bella città della Sicilia dopo Siracusa.

Durante le invasioni barbariche ebbe a soffrire sia da parte dei Goti che degli Ostrogoti; le ultime incursioni ebbe a subirle durante la guerra tra Bizantini e Goti (549-51). Da questo momento fino al sec. Ix inoltrato C. cadeva sotto la pacifica tirannia dei successori di Giustiniano. Dopo l'853 la città fu di nuovo sottoposta ad incursioni intermittenti da parte dei musulmani, nelle cui mani cadde definitivamente nel 974 . Con questa nuova

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Catania - Veduta del Duomo (sec. xvili).
dominazione anche le sorti del cristianesimo dovevano essere seriamente compromesse.

Oscure le origini del cristianesimo in C. come del resto in tutta la Sicilia. Il nome della città compare parecchie volte nel Martyrologium Hieronymianum, ma i suoi martiri certi sono due: Agata (v.) ed Euplo, entrambi venerati presto in Sicilia e fuori. Esistono gli Acta Eupli che nella redazione attuale non risalgono al tempo delle persecuzioni (BHL, 2728) ma che probabilmente provengono da atti sincroni oggi perduti (cf. P. Franchi de' Cavalieri, Note agiografiche, vir [Studi e Testi, 49], Roma 1928, pp. 1-54). Da questi atti si deduce che Euplo sarebbe stato martirizzato tra il 303 e il 304 . Per conseguenza la Chiesa di C. è anteriore al iv sec. Tenute presenti le condizioni storiche della diffusione del Vangelo nel Mediterraneo, non è tuttavia temerario fare risalire le origini della Chiesa di C. al sec. II. Difettano però le notizie sicure relative alla costituzione della sua gerarchia. La leggenda vuole che il primo vescovo della città sarebbe stato Beryllus consacrato da s. Pietro insieme con Pancrazio di Taormina e Marciano di Siracusa. La fonte di questa notizia è la «Vita e martirio di s. Pancrazio di Taormina" (BHG, 1410) documento tardivo e favoloso del periodo della persecuzione iconoclasta al quale è impossibile prestar fede. Parimente il Severo o Severino, che si dice pure vescovo di C. al tempo di Licinio (307-23), è menzionato negli "Atti dei ss. Alfio e Cirino" composti tra la fine dell'viir e principio del ix sec.

Quanto al Domninus che è tra i sottoscrittori
del Concilio di Efeso, e Paulus presente a quello di Calcedonia, si tratta di vescovi orientali e non di C. Il primo vescovo storicamente accertato è Fortunatus, il quale nel 515 fu inviato con Ennodio di Pavia da papa Ormisda a Costantinopoli (JafféWattenbach, 774). Più tardi s'incontra Elpidio al tempo di papa Pelagio ( 558-60 ) dal quale ricevette la consacrazione (ibid., 892, 992, 1030). Durante il pontificato di Gregorio Magno la cattedra catanese era in mano di Leone (ibid., 1139, 1994). Rare ancora le notizie dei vescovi del sec. vir: si sa solo di un Giovanni presente al Sinodo romano del 649 e del suo successore Giuliano che fu a quello di Costantinopoli del 678 . Nel frattempo le persecuzioni iconoclaste inaugurate da Leone Isaurico nei primi decenni del sec. viri segnano l'inizio di un distacco delle diocesi di Sicilia dal patriarcato romano. C. segue le sorti delle altre ed è assoggettata al patriarcato bizantino.

Sulla cattedra di C. da questo momento si trovano vescovi greci di lingua come s. Leone II vissuto al tempo di Leone Isaurico e Teodoro presente al Concilio niceno del 787, Eutimio amico di Fozio ( 850 ). Verso la metà del sec. viri C. veniva elevata a sede arcivescovile autocefala e questa situazione le era riconosciuta anche in seguito al tempo di Leone il Saggio; anzi sotto Giovanni Zi misce (869-97), C. figura tra le grandi metropoli ecclesiastiche cui sono soggette le diocesi di Sicilia. Con la conquista araba l'organizzazione instaurata dai Bizantini andò distrutta per sempre, giacché dopo l'avvento dei Normanni C. risorse a nuova vita, ma come semplice diocesi.

La conquista normanna della Sicilia ebbe inizio

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nel ro6i e con l'aiuto dell'emiro di C. che si offri ai nuovi conquistatori come alleato. La città cadde nelle loro mani nel ro71, ma dieci anni dopo essa si rivoltava per ridarsi ai musulmani di Bitscusa. Ciò lascia supporre che gli abitanti durante la dominazione musulmana fossero passati alla religione maomettana. Dopo la riconquista, a differenza di altre città dell'isola, fu data in feudo da Ruggero I al titolare dell'abbazia di S. Agata fondata dallo stesso conte di Sicilia : il bretone Ansgerio, già priore di S. Eufemia in Calabria (ro91). Urbano II approvandone la nomina consacrava vescovo l'eletto, stabilendo che per il futuro l'abate di S. Agata fosse nello stesso tempo vescovo della diocesi (Jaffé-Wattenbach, 5460). Subito dopo stabiliti i confini della nuova diocesi, Ruggero faceva iniziare la costruzione dell'abbazia e della Cattedrale. Da questo momento e fino alla seconda metà del sec. xxi C. avrà il suo capitolo regolare formato da monaci benedettini. Ansgerio visse, a quanto pare, fino al 1124; al suo successore Maurizio era riservato di accogliere ( 1126 ) le reliquie di s. Agata riportate da Costantinopoli. Pochi anni dopo lo scisma papale del 1130-38 faceva sentire le sue ripercussioni anche su C. Anacleto II appoggiato da Ruggero II elevando Messina a sede metropolitana (ibid., 8423) le sottometteva C. come suffraganea, mentre Urbano II l'aveva assoggettato direttamente alla S. Sede. Tale acquiescenza fu scontata dopo la morte di Anacleto II; i successori di Maurizio rimasero per un trentennio dei semplici eleoti che Roma non volle riconoscere. La situazione divenne normale al tempo di Alessandro III che nel 1168 ratificò l'elezione di Giovanni Aiello (ibid, 11415), morto poco dopo sotto le rovine della Cattedrale con 40 monaci nel terremoto del 1169. Agli inizi della dominazione aveva i vescovi di C. sono personalità in vista alla corte : Ruggero (1195-1207) educatore di Federico II; Gualtiero di Palearia (1207-32) già tutore di Federico e cancelliere del regno, più tardi (1221) caduto in disgrazia ed andato in esilio. La torbida situazione politica degli anni seguenti e la lotta tra lo svevo e la S. Sede fecero sì che la sede rimanesse vacante per molti anni. Ancora nel 1256 Ottone Capuzio eletto da Innocenzo IV come vescovo non aveva potuto prendere possesso della sua diocesi. La calma ristabilita dopo l'insediamento di Carlo d'Angiò a re di Sicilia non durò a lungo : scoppiati i moti del 1282 e scacciati gli Angioini dell'isola, i Siciliani, radunati a parlamento a C. - sede d'ora in poi di governo - passavano la corona nelle mani di Pietro II d'Aragona (1282); di qui l'inizio di una lunga contesa tra Angioini e Aragonesi, nella quale la S. Sede si schicrava a favore dei primi. La situazione politica ebbe i suoi riflessi su quella religiosa e Bonifazio VIII che aveva inviato a C. il card. Gerardo di Parma per rafforzare la posizione di Roberto d'Angiò che vi si era momentaneamente insediato (1299) con l'aiuto di una congiura ordita ai danni di Federico III, non poté ottenere l'ingresso del vescovo Gentile da lui eletto, morto poi nel 1304 fuori sede. Leonardo Fieschi che gli successe ( 1304 -31) dopo il 1314 abbandonava definitivamente la sua diocesi. Anche Niccolò di Ceccano che doveva prendere il suo posto, rimase semplice eleatus e mori in Roma (1339), poiché quell'anno stesso venne nominato il benedettino cassinese Niccolò de Grelis. Nel frattempo la morte di Federico III (1337) gettava la Sicilia in piena anarchia durante il breve regno di Pietro II (m. nel 1342) e quello dell'inesperto Ludovico, morto diciassettenne nel 1355. C. come sede del governo fu centro di accanite lotte, che devastarono il territorio e vilipesero l'autorità regia. La sede vescovile però ebbe un'alta guida nel francescano Gerardo Odon (1342-48), già discepolo di Duns Scoto, grande teologo e ministro generale del suo Ordine. Sin dal 1331 Giovanni XXII l'aveva inviato in Italia per fare opera di pacificazione. La vita della diocesi, attraverso l'attività dei suoi vescovi, come Giovanni di Luna (1348) e Marsiale (1355), continua ad essere intimamente legata alla vicenda politica, finché non s'innesta in avvenimenti di più vasta portata quali lo Scisma d'Occidente. Fu eretta ad arcidiocesi da Gregorio XVI il 28 luglio 1844.
II. Istituti culturali. - L'abbazia di S. Nicolò occupa il primo posto nella storia culturale catanese del Settecento con la sua ricca biblioteca, museo e gabinetto di scienze naturali e i suoi monaci dotti: Bartolomeo d'Alessandro (m. nel 1919), Emiliano Cuttadauro (m. nel 1836), l'arcivescovo Nicolò Tedeschi teologo insigne (m. nel 1741), Placido Scammacca (m. nel 1787) e soprattutto Vito M. Amico, storico insigne.

Oggi, accanto alla vecchia biblioteca dei Benedettini, rimangono ancora due altre biblioteche sorte circa la stessa epoca: l'Universitaria (sec. xvin) iniziata con il fondo privato di G. B. Caruso e con quello dei Gesuiti copulo nel 1767, e la Ventimilliana, annessa all'Università, che è la vecchia biblioteca privata del vescovo di C. Salvatore Ventimiglia, il quale, nel 1783 , la donò all'Università.

L'Ateneo catanese è il massimo istituto culturale alla cui fondazione sono legati oltre i nomi di Alfonso I il Magnanimo, che ne decretò la erezione nel 1434 ed Eugenio IV che ne sanciva la erezione nel 1444, anche quelli del celebre giurista e futuro arcivescovo di Palermo Nicolò Tedeschi (1383-1445) e il vescovo di C. Giovanni de Primis (m. nel 1449), entrambi cittadini catanesi e futuri cardinali.
III. Monumenti. - Dei monumenti insigni della città oltre la chiesa benedettina di S. Nicolò, costruita su disegno dell'architetto romano G. B. Contini, vanno citati il Duomo, che della costruzione del tempo normanno non conserva se non le tre poderose absidi. La chiesa, rimasta incompiuta nella facciata, non ha uguali per grandiosità in altre chiese della Sicilia.

Dopo il terremoto del 1696 la ricostruzione venne affidata a G. B. Vaccarini autore della facciata e della sistemazione urbanistica della città. Degno di nota all'interno il monumento funebre del viceré Ferdinando de Acuna dello scultore messinese Antonello da Freri. Notevole pure la chiesa del S. Carcere con il suo portale duecentesco che un tempo adornava la facciata del Duomo. Uno dei complessi settecenteschi più significativi di C. si trova nella via Crociferi con la chiesa di S. Giuliano da una parte e dall'altro la chiesa di S. Benedetto e quella di S. Francesco Borgia con l'antico collegio dei Gesuiti oggi ospizio di beneficenza. Nel convento di S. Niccolò affreschi tolti dalle catacombe romane, molto ritoccati. Vedi Tav. LX.

Bibl.: O. Viola, Saggio di bibliografia storica catanese, Catania 1902 (di 277 pp .) da completare con i numerosi bollettini bibliografici dispersi nelle varie annate dell'Archivio storico per la Sicilia orientale, (vi 1904-35, tra i quali importante quello di C. Nassili, Saggio di bibliografia benedettina catanese, ibid., 25 (1929), pp. 324-40.

In particolare le vecchie opere erudite di: P. Carrera, Delle memorie historiche della città di C., 2 voll., Catania 1639-42; J. B. De Grossis, Catanense decashardum sive novissima sacrae catanensis Ecclesiae vattis.... 2 voll., ivi 1642-47; id., Catana sacra sive de episcopis catanensibus, ivi 1654; V. M. Amico, Catania illustrata, 4 voll., ivi 1740-46; R. Pirri, Sicilia sacra, 3 e ed., I. Palermo 1753, pp. 313-97; F. Ferrara, Storia di C., ivi 1820; V. Cordaro Clarenza, Osservazioni sopra la storia di C., 4 voll., Catania 1833-54. Per quanto riguarda la bibliografia scientifica recente si rimanda per la storia antica a Lanzoni, pp. 624-29; P. Franchi de' Cavalieri, Note agiografiche, viI (Studi e Testi, 49), Roma 1928, pp. 1-75; G. Libertini, Tarde iscrizioni catanesi e bolli bizantini, in Arch. stor. Sic. orient., 27 (1931), p. 20 sgg.; id., C. nell'età bizantina, ibid., 28 (1932), pp. 242-66; H. Achelia, Römische Katakombenbilder in C., Berlino 1932; A. Ferrua, Osservazioni sulle iscrizioni cristiane catanesi, in Bollettino storico catanese, 3 (1938), pp. 33-59; B. Peco, Arte e civiltà della Sicilia antica, IV, Roma 1949, pp. 9 sg., 35 sg., 112 sg., ecc.

Per il periodo medievale oltre l'opera nota di E. Cooper, Roger II, Innsbruck 1904, pp. 613-27 e la più recente di L. T. White, Latin Monasticism in Norman Sicily, Cambridge, Mass. 1958, pp. 104-17, occorre tener presenti, per la successione episcopale, i registri papali editi sinora: G. Pressutti, Regesta Honorii papae, Roma 1881; Ch. Grandjean, Les registres de Benoît XI, Parigi 1883; G. Digard, Les registres de Boniface VIII, ivi 1890; E. Jordan, Les registres de Clément IV, ivi 1893; C. Bouvel de la Roncière, J. de Loye e A. Coulon, Les registres d'Alessandre IV, ivi 1902; J.-M. Vidal, Benoît XII. Lettres communes, ivi 1903 sgg.; G. Mollet, Jean XXII (1316-74). Lettres communes, ivi 1904-99; Eubel, I, pp. 176-77.

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Per l'epoca moderna: oltre i voll. III e IV dell'Eubel, pp. 174-75 e 141-42, cf. pure per l'ultimo periodo: V. Messina, Biografie dei vescovi catanesi dei secc. XVIII e XIX, in La Sicilia sacra, 5 (1904), pp. 4-26, 142-62, 289-313, 443-66; 6 (1905), pp. 126-41, 228-50, 395-421; cf. pure F. Coco Liccardelli, Sacerdoti catanesi memorabili del sec. XVIII, ibid., 3 (1901), pp. 215-18, 268-74. Per la storia culturale oltre R. Sabbadini M. Catalano, Storia documentata della R. Università di C., 2 voll., Catania 1898-1913, v. pure V. Casagrandi, L'Archivio della R. Università di C., ivi 1897 e gli articoli commemorativi per il centenario in Archivio storico per la Sicilia orientale, 30 (1934), pp. 182-398; M. Gaudioso, L'abbazia di S. Nicolò l'Avena di C., ibid., 25 (1929), pp. 199-243; C. Naselli, Lattoratura e scienza nel convento di S. Nicolò l'Avena, ibid., pp. 245323. Per la storia artistica di C. si rimanda soprattutto a R. Pennisi, Notizie storiche sulla cattedrale di C. e sull'offresco della grande abside, in Asso, 23 (1927), pp. 249-96; G. Basile, Le opere di Antonio da Preri nella cappella di S. Agata della cattedrale di C., ibid., 28 (1932), pp. 95-121; F. Fichera, O. B. Vaccarini e l'architettura del Settecento in Sicilia, 2 voll., Roma 1934; Cottinoni, I, coll. 631-32. Mario Scaduto

CATANZARO, Diocesi di. - La città di C., capoluogo della provincia omonima in Calabria sorge tra i golfi di Squillace e di S. Eufemia. E di origine bizantina e, per la sua posizione, ha avuto notevole importanza dal periodo normanno in poi.

Le origini della diocesi di C. sono oggetto di controversia tra gli storici, molti dei quali contestano ogni valore oggettivo alla Chronica Trium Tabernarum che considerano un falso del sec. xili, dovuto al canonico Ruggero di Loritello, mentre altri ne ammettono la verità sostanziale. Secondo questa fonte, C. è l'erede della sede di Tres Tabernae che corrisponde all'attuale Taverna. Si ha notizia dell'esistenza di questa diocesi in un diploma greco del 1091, in cui Teodoro Mesimeros si sottoscrive vescovo di Squillace, di Stilo e di Taverna. Il papa Callisto II, venuto in Calabria per incontrarsi con i principi normanni, ne avrebbe trasferito la sede a C., di cui avrebbe consacrato la Cattedrale, dandole in dono il corpo di s. Vitaliano, che ne è divenuto il patrono. In tempi più recenti la Chronica Trium Tabernarum ha
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(da T.C.I., Attraverso l'Italia, Puglie, Lucania e Calabria, VIII, Milano 566)
Catanzano - Panorama.
guadagnato molto terreno per opera del Caspar, del Jaffé e del Fabre. Quest'ultimo ricorda che nel Liber Censuum tra le sedi soggette alla S. Sede figura anche Tres Tabernae, di cui ricorda le bolle di Callisto II, edite dal Jaffé, concludendo: «On a contesté cette fondation et