iocesi di Mantova (Mantova 1555). A questi si aggiunge quasi contemporaneamente un gruppo di gesuiti con ciascuno il proprio c., ispirato alle necessità notate nel campo del ministero: G. Laínez a Parma; G. Domenec'h in Sicilia; G. F. Araldo a Napoli; A. Gagliardi a Milano per commissione avutane da s. C. Borromeo; G. Ledesma nel collegio Romano a Roma;E. Augier in Francia, ecc.; indi i Barnabiti e gli Scolopi con i testi già citati nella voce catechesi (v.).
Ma il c. cattolico migliore e più diffuso nel sec. xv: fu quello di s. Pietro Canisio nelle sue tre redazioni: Summa doctrinae christianae (Vienna 1555, vers. ted., ivi 1556), ad uso dei catechisti e delle persone colte, detto c. maggiore; la brevissima Summa doctrinae christianae per quaestiones tradita et ad captum rudiorum accommodatus (Ingolstadt 1556, vers.
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ted., ivi 1557) per i fanciulli e il popolo, in 59 brevi paragrafi, detto "c. minimus». Dapprima usci anonima, come aggiunta ai primi rudimenti della grammatica latina, Principia grammatices, del p. A. Codret, per controbattere con lo stesso gioco i protestanti, come Melantone, che cercavano di propagare i loro errori mediante i libri scolastici. Ma, compresa la necessità di un testo intermedio per la gioventù studiosa, il Canisio pubblicò due anni dopo: Parvus catechismus catholicorum (Colonia 1558), chiamato c. minore e uscito anche sotto vari titoli: Catechismus catholicus e Instructiones doctrinae christianae; tosto sene ebbe la versione in tedesco e in altre lingue, con e senza illustrazioni.
Fu il testo più usato e conta più di 400 edizioni. I tre c., ne formano in sostanza uno solo, differendo soltanto nel numero e nella estensione dei paragrafi, naturalmente, nell'ampiezza e nell'approfondimento delle questioni; ma il criterio è unico e unica la distinzione in quattro parti secondo questo concetto; la dottrina cristiana può ridursi alla conoscenza e alla pratica della sapienza e della giustizia (Eieli. 1, 33); la sapienza comprende le virtù teologali e i Sacramenti; onde le prime quattro parti : 1) fede = il Credo; 2) speranza = il Pater; 3) carità = Comandamenti e 4) = Sacramenti. La giustizia consiste nel fare il bene e fuggire il male; onde : 5) i peccati, le opere di misericordia, le virtù, i doni dello Spirito Santo, le beatitudini, i consigli evangelici, i novissimi. L'espressione è lontana dalle astrazioni, concreta, pratica e soprattutto compenetrata dalle parole stesse della Scrittura dei Padri, senza nessun cenno di controversia, né degli errori dei novatori : meriti e vantaggi riconosciuti dagli stessi protestanti (cf. O. Braunsberger, Entstehung und erste Entwicklung der Katechismen des sel. P. Canisius, Friburgo in Br. 1893; S. P. Canisii Catechismi latini et germanici, ed. F. Striecher, Monaco 1933). La prima versione italiana della Summa doctrinae christianae comparve a Venezia nel 1560 e fu opera del p. Angelo Dovizi.
III. Il c. del Concilio di Trento. - Il Concilio, dopo maturo esame e la constatazione della ignoranza religiosa del popolo, aveva ordinato di comporre e pubblicare un manuale, di cui i parruci si servissero, predicando e catechizzando, per esporre in ordine logico la dottrina cristiana (Sess. XXIV, de reform., cap. 7; Sess. XXV) pur lasciando la libertà di mutare il solito ordine (Credo, Sacramenti, Comandamenti, Preghiera) a seconda delle necessità degli uditori. Il Concilio mirava anche a dare un testo unico ed uniforme, come unica ed uniforme era la regola della fede. Pio IV nominò tosto una commissione composta di quattro teologi insigni: Leonardo Martini, arcivescovo di Lanciano; Muzio Calini, arcivescovo di Zara; Egidio Foscarini, vescovo di Modena e il domenicano portoghese Francesco Foreiro sotto la direzione di s. Carlo Borromeo. Dopo un anno la stesura era pronta; seguì la revisione in latino classico degli umanisti Giulio Poglani e Paolo Manuzio, che la stampò con il titolo di Catechismus ex decreto Conc. Trid. ad parochos (Roma 1566); più noto sotto l'abbreviazione corrente di Catechismus romanus. Ne comparve subito la versione italiana fatta per incarico del Papa dal domenicano Alessio Pigliucci (ivi 1566; cf. la recente versione di L. Andrianopoli : Il c. romano del Conc. di Trento, Città del Vaticano 1946); indi versioni in altre lingue (cf. S. L. Skibniewski, Gesch. des röm. Katech., Roma 1903; P. Paschini, Il c. rom. del Conc. di Trento. Le sue origini e la sua prima diffusione, Roma 1923; Pastor, VII, pp. 288-92; VIII, pp. 133-34). L'opera fu accolta con plauso universale e se ne fecero anche estratti e compendi
ad uso dei fanciulli. Quanto ad autorità e valore dogmatico, essa mantiene il primato sopra tutte le opere simili (cf. I. B. de Toth, De auctoritate dogmatica c. romani, Budapest 1941).
Secondo la partizione quadripartita del c. romano 1) Fede e Credo; 2) Sacramenti; 3) Comandamenti; 4) Pater e preghiere, con l'aggiunta di una 5^{°} parte (virtù, opere di misericordia, peccati, novissimi), il card. Roberto Bellarmino compose, dietro preghiera del card. Francesco Tarugi e per ordine di Clemente VIII, i suoi due celeberrimi c.: Dottrina cristiana breve perché si passa imparare a mente (Roma 1597), nella quale il maestro interroga e il discepolo risponde; e: Dichiarazione più copiosa della dottrina cristiana per uso di quelli che insegnano ai fanciulli e alle altre persone semplici (ivi 1598), nella quale il discepolo interroga e il maestro risponde. Tutte e due le opere ebbero un successo eccezionale; ma più la prima che novera più di 351 edizioni e traduzioni in 58 lingue e dialetti diversi, anche dei paesi di missione (cf. Sommerregel, I, coll. 1187-1204; J. Brodrick, Blessed R. Bellarmin, I, Londra 1928, pp. 389-99; v. anche la recente ed.: S. R. Bellarmino, I c., Milano 1941). S. Francesco di Sales li usò nella sua catechesi e li prescrisse ai suoi preti. A Milano il card. Federico Borromeo li adottò per le sue scuole della dottrina cristiana; mentre più tardi fu fatta ad essi una forte opposizione dal governo austriaco sotto l'influsso del giuseppinismo e dell'illuminismo (cf. G. Schio, La "Dottrina cristiana" del b. R. Bellarmino prescritta nella Lombardia austriaca, in Civ. Catt., 1925, 1, pp. 403-15, 516-22). Nel Concilio Vaticano, nella proposta fatta per la compilazione di un c. universale, quello breve del Bellarmino fu designato come modello.
IV. Dal Concilio di Trento ai nostri giorni. Nei secoli seguenti la produzione dei c. si moltiplicò tanto da renderne impossibile anche la semplice enumerazione; d'altronde priva di utilità. Basti ricordare i c. del card. Fleury (1879) e del Bossuet (1687) che ebbero una particolare importanza perché in essi le verità religiose si facevano derivare da fatti storici, specialmente biblici; il c. di s. Giovanni B. de la Salle (1703) affidato alla sua Congregazione dei Fratelli delle Scuole cristiane; i tre c. di Benedetto Strauch, il 1^{°} per la memoria, il 2^{°} per l'intelligenza, il 3^{°} per la volontà, accolti subito dall'abate Ignazio Folliger (a cui erroneamente si attribuiscono) per le scuole di Sagan nella Slesia (donde il nome di "sagunici") e poi imposti a tutte le diocesi dell'Austria; il c. del teatino Michele Casati, vescovo di Mondovì (1765) che tenne il campo per tutto l'800; il c. del Dupanloup (1862) e quello del Rosmini (1838) composto "secondo l'ordine delle idee»; di Cristoforo Schmid (1836) e finalmente di Giuseppe Deharbe (1847).
Parecchi c. apparvero infetti di giansenismo e di gallicanismo e perciò condannati dalla Chiesa: ad es., quello di Claudio Fleury (Parigi 1695), di Francesco Filippo Mesenguy (Utrecht 1744), di Carlo Colbert de Croissy, vescovo di Montpellier (Parigi 1702), di Pietro Stefano Gourlien (ivi 1777). Gli ultimi tre, tradotti in italiano e pubblicati in varie edizioni, furono adottati nelle loro diocesi da Scipione de' Ricci, vescovo di Pistoia e Andrea Sarao, vescovo di Putenza (cf. F. Guata, Sui c. moderni. Staggio critico-teologico, Ferrara 1788). Anche in Italia fu imposto, con decreto del viceré Eugenio Beauharnais, nel 1807, il c. napoleonico, del resto dottrinalmente buono (tradotto dal Catechisme à l'usage de toutes les Eglises de France [Parigi 1806]), nel' quale, al 4^{°} comandamento, venne aggiunta una lezione speciale: "Doveri verso Napoleone I, imperatore re nostro». Questo c. sublevò opposizione da parte di Pio VII, che non voleva tolta ai vescovi la libertà di scegliere il c. per le loro diocesi, perché spetta all'episcopato la potestà di insegnare la
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fede. Ma il Papa non riusci ad impedirne la pubblicazione (cf. DThC, II, coll. 1951-53).
V. Il c. unico universale. - La diversità dei formulari catechistici è stata sempre un inconveniente, al quale si è cercato di rimediare da che serve la necessità di un c.-libro. Già nel Concilio di Trento s'era pensato alla compilazione di un testo unico per tutta la Chiesa; ma s'era riusciti soltanto a darne uno per uso dei parroci e dei catechisti, nulla per il popolo. Nel Concilio Vaticano la questione fu ripresa e lungamente dibattuta; ma le difficoltà sollevate, inerenti alla varietà delle lingue, delle indoli e delle necessità delle varie nazioni, furono tante, che non si arrivò in porto. S'è invece giunti ad una certa unità in alcune nazioni.
In Italia il primo tentativo di unificazione dei vari c. fu fatto dai vescovi di Piemonte e di Lombardia, che adottarono, con lievi ritocchi, il c. di mons. Casati, vescovo di Mondovì (1783). In seguito esso venne adottato anche dai vescovi della Liguria, dell'Emilia e della Toscana. Pio X, introducendovi qualche modificazione, lo prescrisse (1905) per le diocesi di Roma e della provincia romana, confidando che anche le altre lo avrebbero adottato "per arrivare così a quel testo unico, almeno per tutta l'Italia, che è nell'universale desiderio». Nel 1913, poi, emanò il c. universale, in cui la materia è ridotta al puro necessario, per non gravare troppo la mente dei fanciulli. In Austria si ebbe un unico c. nel 1894, nella Germania nel 1924, in seguito alla determinazione della conferenza episcopale di Fulda del 1921; in Francia nel 1928; in Olanda nel 1948. L'episcopato degli Stati Uniti d'America, dove era stato in uso, fin dal 1885 , il c. cosiddetto di Baltimore, ne fece una revisione, pubblicata nel 1941.
Notevole tentativo fu quello del card. Pietro Gasparri con il suo Catechismus catholicus (Città del Vaticano 1930; trad. it., Brescia 1932) in tre parti o c. distinti, il primo per i fanciulli da ammettere alla prima comunione; il secondo per quelli che già vi sono stati ammessi; il terzo per gli adulti; con copiose note sulle fonti e abbondanti testimonianze dei concili, dei sommi pontefici, dei SS. Padri e delle SS. Congregazioni romane. Ma non fu ufficialmente approvato e imposto per tutta la Chiesa, e resta perciò opera privata. - Vedi Tav. LXII.
Bibl.: G. B. Castiglioni, Istoria delle Scuole della dottrina cristiana fondate in Milano, Milano 1800; J. Kracht, Katechismus, in Kirchenica., VII, coll. 288-317; Ch. Hezard, Histoire du c. depuis la naissance de l'Eglise jusqu'd nos jours, Parigi 1910; P. Tacchi Venturi, Storia della Comp. di G. in Italia, I, 2^{°} ed., Roma 1230, pp. 335-69; E. Mangenot, s. v. in DThC, II, coll. 1895-1968; A. Molion, s. v. in DDC, II, coll. 1403-33; A. Tamborini, La Compagnia e le scuole della dottrina cristiana, Milano 1939, pp. 46-69; per i tempi moderni, abbondanti riferimenti sui testi di religione in Centre d'ennantaire catéchèsique. Où en est l'exseignement religieux?, Parun-Tournai 1937; J. Hofinger, Gesch. der K. in Öster., Innsbruck 1937.
Celestino Testore
## CATECHISMO PALATINO: v. CONFESSIONI
DI FIDE.
CATECHISTA. - E colui che insegna la dottrina cristiana. Secondo il CIC (can. 1329) il c. per eccellenza è il parroco, il quale, occorrendo, può e deve servirsi di ausiliari e collaboratori, che possono essere "i chierici del territorio parrocchiale" (intendendo per "chierici" prima di tutto i sacerdoti secolari e regolari) e anche "pii laici" (religiosi di congregazioni laicali, religiose, persone secolari) specialmente quelli che appartengono alla "Compagnia della dottrina cristiana o altra simile" (can. 1333). La missione, infatti, di insegnare la dottrina cristiana appartiene di diritto alla Chiesa e ai suoi ministri; ma la scarsità di questi, le necessità sempre più impellenti, la vastità del compito, hanno sempre richiesto e sempre più richiederanno una collaborazione estesa. La quale deve provenire prima di tutto dai genitori per rispetto ai loro figli; da altri in loro luogo o a compimento di ciò che fanno, quali i padrini, i tutori, i maestri, gli educatori; da altri ancora per spirito di carità e di dedizione.
I. Le doti del c. - Sono le stesse che si esigono per ogni insegnante, conscio del proprio mandato, animato però da uno spirito superiore e soprannaturale, come si conviene ad un ufficio che è missione e ministero alla salvezza delle anime.
Percio: 1) Doti intellettuali: a) dottrina sicura per evitare errori e confusioni; b) scienza proporzionata sia all'importanza dell'argomento da svolgere e sia alla cultura degli uditori. Il che può importare, oltre ad una conoscenza strettamente teologica, la necessità di una sufficiente competenza anche in altre materie più o meno affini, per trovarsi in grado di combattere e di confutare sofismi ed errori. 2) Doti didattiche, cioè : a) conoscenza della psicologia evolutiva del fanciullo e del giovane, per meglio adattarsi al loro carattere e andare incontro alle loro aspirazioni; b) padronanza dell'arte di mantenere l'uditorio attento e avvinto. 3) Doti morali : a) profonda convinzione religiosa, la quale faccia breccia nell'animo degli uditori, desti entusiasmato per la verità, persuada che si ha piena coscienza di quello che si dice e si inculca; b) amore, non solo di Dio, ma degli uditori, qualunque siano, pensando che tutti hanno un'anima da salvare e possono essere utili strumenti al bene degli altri; c) condotta esemplare, perché i fatti persuadono sempre più delle parole; d) amore del sano progresso, che fa abbracciare tutti i mezzi che la didattica pedagogica può offrire.
II. Il c. nelle missioni. - Nelle missioni i c. assumono un'importanza tutta speciale, fino a rendersi indispensabili al missionario, esercitando tutte quelle attività e funzioni, per le quali non si richiede strettamente il ministero sacerdotale : preparano, infatti, e istruiscono i catecumeni e i neofiti, presiedono alle adunanze religiose domenicali, battezzano nei casi urgenti, visitano i malati, preparano i moribondi, vigilano sulle sepolture cristiane, s'adoprano a sveltere superstizioni, hanno la sorveglianza materiale dei beni della missione, dirigono scuole, officine, dispensari, fattorie, ecc. I c. europei sono generalmente religiosi laici d'ambo i sessi; più efficaci, perché meglio addentro nella lingua e nei costumi del luogo, i c. indigeni.
Per questo si sono istituite scuole di seria preparazione non solo culturale, ma anche morale e spirituale, perché l'efficacia della loro azione molto dipenderà dal loro esempio di vita cristiana. Perciò vengono spesso richiamati al centro, per controlla o per fare gli esercizi spirituali e vengono visitati nella loro residenza. Molto spesso alla istruzione religiosa si abbina quella necessaria per esercitare l'ufficio di maestri elementari, di agrari, di infermieri per le malattie e le necessità più comuni.
III. Indulgenze concesse al c. - A tutti coloro che per mezz'ora o per un tempo non inferiore a venti minuti si applicano a insegnare o a studiare la dottrina cristiana sono concesse le indulgenze seguenti : a) parziale, di roo giorni, ogni volta; b) plenaria, due volte al mese, alle consuete condizioni, se vi si saranno applicati almeno due volte durante il mese (decreto del 12 marzo 1930, in Piae preces et opera, Roma 1928, n. 644, p. 513).
Bibl.: Intorno all'ufficio e alle doti del c., v. la bibl. alla voce catechistica.
Celestino Testore
CATECUMENATO e CATECUMENO. - Il catecumenaio si può definire il noviziato della vita cristiana, imposto dalla Chiesa agli aspiranti al Battesimo. Catecumeno è lo stesso aspirante, che frequenta il catecumenato. Ambedue i termini derivano da π α τ η χ ε ́ o n (insegno a viva voce). Questo dice subito che la formazione dottrinale è la base del catecumenaio.
I. Il catecumenaO nei primi tempi della Chiesa. - Il catecumenao, nei primi secoli della Chiesa importava un assieme di riti, di obbligazioni morali e d'istruzione, a cui nessuno poteva sfuggire.
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Il suo svolgersi è vario nelle diverse Chiese d'Occidente, la sostanza invece è comune nelle chiese d'Oriente. Da Giustino (I Apol., 61: PG 6, 420) si sa come tre condizioni erano necessarie per poter ricevere il Battesimo: essere convinti e credere vero l'insegnamento della Chiesa, impegnarsi a vivere da buon cristiano, pentirsi delle colpe passate. Il tempo di preparazione era trascorso nella preghiera e nel digiuno. Non esiste pertanto ancora un catecumenato quale invece ce lo descrive la Costituzione apostolica egiziana, attribuita oggi ad Ippolito, della durata, diminuibile, di tre anni. Alla sua universale e completa istituzione concorse un complesso di cause quale l'espandersi del cristianesimo, la necessità di una maggior formazione di fronte ai conati degli eretici e fars'anche indirettamente l'influsso dei misteri pagani. Da principio il Battesimo veniva amministrato tutto l'anno, preferibilmente la domenica, e pertanto non vi era un periodo preciso per la disciplina del catecumenato.
Essendo divenuta consuetudine amministrare il Battesimo a Pasqua, gli iscritti, mentre seguivano nella Quaresima la disciplina di penitenza praticata dai fedeli, attendevano in particolare alle tre pratiche che costituivano complessivamente il tirocinio battesimale: 1) la catechesi (v.); 2) gli esorcismi: consistevano in varie cerimonie e sante iniziazioni con le quali gli aspiranti al Battesimo rinunciavano a Satana ed alle sue opere e venivano gradatamente santificati e prensenti al Sacramento della rigenerazione; 3) gli scrutini: specie di esami nei quali i competenti venivano interrogati su quanto dovevano sapere e promettere in ordine alla fede ed al vivere cristiano per essere dichiarati idonei ad essere annoverati nella famiglia cristiana. Erano tre e celebrati nelle domeniche precedenti quella da noi detta delle Palme, destinata nell'antico ordinamento pure ai competenti che celebravano in forma solenne la consegna del Simbolo (traditio Simboli). Nel sec. vi questa venne preceduta dalla consegna dei Vangeli (apertito aurium) e seguita da quella del Pater noster. Quando con il sec. vir il Battesimo degli adulti non divenne che una reminiscenza liturgica, i riti del catecumenato uscirono dal terreno dell'attualità e della realtà per sdrucciolare prevalentemente nel campo del simbolismo, dove si svilupparono meravigliosamente. Gli scrutini, ad es., diventarono definitivamente sette "secundum formam septem donorum Spiritus Sancti». Il catecumenato non esisteva più che nel ricordo di riti conservati sostanzialmente negli Ordines per l'amministrazione del Battesimo ma ai quali, in alcune Chiese, venivano chiamati a presenziare i futuri padrini, perché rinnovassero quelle nozioni di fede che un giorno avrebbero dovuto collaborare ad immettere nei loro figli spirituali : questo sino al sec. xiv ca. Sin dall'anrichità, non essendo i catecumeni ancora iniziati ai riti eucaristici, dopo la prima parte della Messa (detta dei catecumeni), venivano licenziati.
BibL.: L. Duchesne, Origine du culte chrétien, Parigi 1925, pp. 313-25; P. De Puniet, Catéchuménat, in DACL, II, II, coll. 22792621; A. Dondesme, La discipline des scrutins dans l'Eglise latine avant Charlemagne, in Revue d'histoire ecclésiastique, 32 (1932), pp. 3-33, 731-87; B. Capelle, L'introduction du catéchuménat d Rome, in Recherches de théologie ancienne et médiévale, 5 (1933), pp. 129-54; E. Cattaneo, Le domeniche quaresimali, in Ambrosius, 1937, pp. 28-35, 49-55; P. Borella, La "missa" o "dimessio catechumenorum" nelle liturgie occidentali, in Ephemerides liturgicae, 52 (1939), pp. 60-110; E. Cattaneo, Il catecumenato, in La promessa, Milano 1948, pp. 79-102. Enrico Cattaneo
II. Il CATECUMENATO NELLE MISSIONI. - Nelle missioni il catecumenato non sempre ha avuto l'importanza e lo sviluppo che meritava. Verso la metà del sec. xvi i Gesuiti ed altri cercarono di reagire contro l'insufficente preparazione dei catecumeni, come pure alcuni capelli e sinodi, ma senza grande successo. Aremmo, così, esempi di catecumenato in Cina e meglio ancora nell'Africa per opera dei Cappuccini italiani.
I documenti pontifici in genere e specialmente le prescrizioni date da Propaganda e dal S. Uffizio insistevano sulla necessità del catecumenato, raccomandando una pro-
fonda preparazione prebattismale. Nella istruzione del 1669 ai vicari apostolici francesi dell'Estremo Oriente, la Congregazione di Propaganda stabili la durata di quaranta giorni per il catecumenato, e in quella del 1801 lasciò ai vicari apostolici la facoltà di determinarne il tempo. Al presente la durata del catecumenato nelle diverse missioni è assai varia ed oscilla da alcuni mesi a quattro e cinque anni, specialmente nelle missioni altizane. Tanta diversità nella pratica dipende da molteplici fattori soggettivi ed ambientali, che possono ritardare o rendere più sollecita la preparazione dell'individuo al Battesimo. I territori di missione presentano particolarità cosi diverse, che è impossibile stabilire criteri fissi al riguardo, e si rende quindi necessaria un'elasticità che per i più volonterosi non ritardi inutilmente il giorno della Grazia.
La metodologia moderna ha introdotto il pre-catecumenato o postulato, durante il quale i candidati acquistano le disposizioni indispensabili per accedere al catecumenato propriamente detto. Sembra che la priorità spetti al card. Carlo M. Lavigerie, il quale, preoccupato delle difficoltà che presentava lo conversione dei musulmani, pensava cosi di sottometterli all'influenza se non al giogo del Vangelo. Secondo questo principio distinse tre classi di catechizzandi, e cioè i postulanti a cui bisognava insegnare soltanto le verità fondamentali dell'ordine naturale, rischiarate dalla luce della Rivelazione (l'ammissione a questa istruzione, che costituiva il pre-catecumenato, non esigeva alcun impegno né sacrificio); i catecumeni, che formavano la seconda classe; e i fedeli. Questa fu la prassi introdotta dai Padri Bianchi, fondati dal medesimo card. Lavigerie, e imitata da altri.
Il pre-catecumenato deve essere organizzato fuori ed indipendentemente dal catecumenato, con riunioni regolari in locali distinti dalla chiesa. Il vero catecumenato è invece il periodo di preparazione al Battesimo ed incomincia quando il postulante pagano viene iscritto nella lista dei battezzandi. In Cina, India e Africa, dove è più in uso, l'ammissione è accompagnata da una cerimonia pubblica, che comprende un'istruzione; la rinuncia solenne al feticismo, all'idolatria e alla poligamia; la professione di fede, e la domanda formale del Battesimo.
In molte missioni si ha l'abitudine di riunire i catecumeni per alcuni giorni, spesso anche per molti mesi, in una stazione centrale della missione o addirittura nella residenza del missionario in una specie di internato o catecumenato chiuso. Le case di catecumenato furono introdotte nelle colonie portoghesi per iniziativa di a. Ignazio che le aveva viste a Londra, ed egli stesso le aveva istituite una a Roma per i giudei convertiti. In certe missioni tutta la preparazione al Battesimo si fa in queste case; in oltre ci si limita solo ad una preparazione immediata e prima i catecumeni subiscono una prova nei loro villaggi. Altrove vi si fanno venire a più riprese, e cioè al principio del catecumenato, dopo alcuni mesi e alla fine del medesimo per la preparazione ultima. Inoltre alcuni missionari vogliono che tutti i catecumeni vi passino qualche settimana, altri si contentano che ogni famiglia di catecumeni vi mandi uno dei membri. Né mancano quelli che esigono ciò soltanto dai convertiti isolati e, quando si tratta di gruppi di famiglie, il missionario stesso si reca da loro.
Nel Congo e nella Rhodesia i Gesuiti fin dal 1895 introdussero le fermes-chapelles per raccogliervi i fanciulli allo scopo di sottrarli al corrotto ambiente pagano. Nel 1933, per l'ostilità del Governo, le fermes-chapelles cessarono del tutto di funzionare. Ciò nonostante i Gesuiti ancora oggi applicano sistemi simili cercando di fondare nella Rhodesia villaggi nuovi con i candidati al Battesimo.
La molteplicità delle iniziative in materia e la differenza di durata del catecumenato dipendono dai fini che si desidera raggiungere, nonché dall'urgenza di ovviare a non pochi inconvenienti derivanti dai catecumenati chiusi, specialmente se sono prolungati per un periodo notevole di tempo. Gl'internati di breve durata e ripetuti sono da preferirsi. Il metodo delle fermes-chapelles e dei villaggi cristiani
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non è scevro di difficoltà sia per la complessa organizzazione che richiede, sia perché in molte regioni, abitate da individui di diverse tribù, esso è condannato all'insuccesso, essendo contrario al principio di rispettare le unità etnologiche e morali dei territori.
Brec.: Intorno al csteeumenato nelle missioni, v. le disposizioni di Propaganda in Collectanea S. C. de Pirapaq. Fide, a voli., Roma 1907 e nella continuazione: Sylloge praecipuarum documentarum 500, ivi 1939 (ai rispettivi indici). G. Rommerskirchen e G. Dindinger, Bibliografia missionaria, ivi, dal 1936, dànno l'elenco di numerose pubblicazioni e studi sui c. (ai rispettivi indici. Cf. inoltre: F. Marnas, Notes sur le vile important des c., Lione 1891; L. Kerveyn, Méthode de l'apostolaz moderne en Chine, Hongkong 1911; J. Schmalfin, Kath. Mitsionalchre, 2^{°} ed., Aquisgrana 1923, p. 294 sgg.; H. Dubois, Répertoire africain, Roma 1932. pp. 118-22. F. G. Mensaert, La préparation des adultes au Baptêmo en terre païenne, Roma 1938; S. Paventi, La Chiesa missionaria. Manuale di missionologia dottrinale, ivi 1949. pp. 388-98, 436-38.
Savacio Paventi
CATEGORIA. - In origine era l'«accusa» cioè l'azione giudiziaria opposta ad "apologia", secondo Aristotele (Rhet., I, 3, 1358b 11), il quale pare sia stato il primo ad usare il termine "c. " in senso strettamente filosofico cosi da farne l'oggetto del primo trattato dell'Organan. Sono, le c., i significati che hanno i termini del giudizio quando sono usati da soli «senza nessuna sintesi» come "uomo", "cavallo ", "corre", "vince"; sono perciò le «indicazioni e determinazioni» più caratteristiche del linguaggio, del pensiero e della realtà: non esclusivamente i "predicati", perché Aristotele annovera fra le c., anzi mette al primo posto, la sostanza singolare ovvero l'ultimo soggetto (Met., IX, i, 1042 a 26). Difatti lloezio rese il termine greco non con predicato, praedicatum ma con praedicamentum, che è ciò che entra in qualche modo a far parte di una predicazione o come soggetto o come predicato; è vano perciò criticare, come fa qualche moderno (N. Hartmann), la nozione aristotelica allegando che non tutte le c. sono "predicati». Secondo David l'Armeno, le c. sono i significati di "prima posizione" (Scholia, 29 b 21), quali : sostanza, quantità, qualità, relazione, azione, passione, luogo, tempo, sito e abito. Ma pare non si tratti di un numero fisso poiché, mentre le prime opere dànno l'elenco al completo (Cat., 4, i b 25; Top., I, 9, 103 b 20), le opere più mature dànno elenchi variabili da un massimo di otto (Met., XII, 12, 1068 a 8) fino a sei, cinque, quattro o soltanto tre (v. H. Bonitz, Index Ar., 378 a 49 sgg.). Anche l'ordine non è costante, se si eccettua la sostanza che ha sempre il posto d'onore. Di qui anche la radice o il pretesto delle ardue controversie che hanno angustiato gli aristotelici di ogni tempo. Anzitutto, ci si chiede se l'elenco categoriale sia da prendere come classificazione di sole voci, "quval" (Alessandro di Afrodisia, Eustachio e i nominalisti), o di soli concetti, "vóhıaтa" (Erminio, concettualisti) o di sole cosi, "тpè μ ε τ α " (Plotino, Porfirio, gli stoici, gli ontologi). David, a cui si deve la notizia (Scholia, 28 b 7 sgg.), vede prudentemente le tre soluzioni come momenti solidali dell'unica interpretazione che rende in modo adeguato l'indole e la pienezza del realismo aristotelico: sono, le c., «voci semplici le quali significano realtà semplici per mezzo di concetti semplici" (op. cit., 29 b 25). Il Trendelenburg, pur riconoscendo il significato metafisico, sostenne che la prima derivazione delle c. aristoteliche è puramente grammaticale: le prime quattro corrispondono ai sostantivi con gli aggettivi e i numerali, le ultime quattro ai verbi e le due di mezzo agli avverbi. Ipotesi ingegnosa e che ha una indubbia parte di verità, ma di cui manca la diretta conferma nei testi aristotelici ove la derivazione delle c. ha sempre un'impostazione squisitamente
teoretica, e deve quindi far capo alla metafisica (Bonitz, Brentano, Ragnisco, Ross, con i realisti della scuola).
Le c. fanno capo e si riferiscono all'« essere» di cui esprimono, prima per concetti e poi per parole, le diverse forme accessibili nella esperienza. Estraneo è quindi alla mente di Aristotele anche il tentativo di O. Apelt, di vedere nelle c. le "funzioni formali" che esplica l'«è» come copula del giudizio : esegesi contraddetta del resto costantemente dai testi che distinguono recisamente i due significati logico e reale (v.: Met., V, 7, 1017 a 8 sgg.; X, 10, 1051 a 35 sgg., ecc.). Bisogna stare alla forte espressione aristotelica di «categorie dell'essere», di "generi dell'essere» e alla dichiarazione che "tanti sono i modi in cui si dice l'essere, altrettanti sono i suoi significati" (Met., V, 7, loc. cit.). Le c. sono "generi", cioè determinazioni concettuali di minimo contenuto non ulteriormente risolubili, ma nelle quali si risolvono tutte le altre di contenuto più denso della propria sfera, come si può ben osservare percorrendo l'albero di Porfirio dal basso in alto. Inoltre sono dette c. e generi dell'« essere» e con ciò s'indica tanto il contenuto come il principio della divisione. Le c. classificano l'essere reale e non i concetti mentali dell'essere, i predicabili. Ma poiché lo classificano nella forma definita, e quindi limitata e univoca, si distinguono non meno anche dalle divisioni che appartengono all'essere nell'ampiezza dell'analogia : finito e infinito, atto e potenza, essenza ed esistenza... Fra questa divisione essenzialmente ontologica e quella puramente logica dei predicabili (v.) sta in mezzo la divisione delle c., la quale cosi partecipa alla natura di ambedue e può fungere di conseguenza da mediatrice fra l'una e l'altra. E poiché, per Aristotele, le forme dell'essere e la loro effettiva connessione precedono e fondano l'apprensione e la connessione che ne fa la mente, tale mediazione o ambivalenza della classificazione categoriale assicura ad un tempo il carattere razionale della sua metafisica e lo sfondo realistico della sua logica. Avendo per contenuto e principio di derivazione l'essere reale, cioè il composto di essenza e di atto di essere, la derivazione esprime il modo secondo il quale una natura reale si trova ad avere l'atto di essere: quella natura che ha tanta consistenza da poter avere direttamente in sé l'atto di essere, ed è perciò soggetto sussistente, è sostanza (v.); ciò che invece non può essere che «in altro", come modificazione della natura del medesimo, è accidentr; gli accidenti poi si dividono ulteriormente a secondo della natura e delle modalità di questa appartenenza con la sostanza. I tentativi perciò di mettere al centro della classificazione o il movimento (Bröcker), o la relazione (Zeller), o la pura "essenza" come tale (N. Hartmann), restano fuori del realismo aristotelico-tomista.
Dovendo le c. esprimere l'economia del pensiero nel determinare la realtà rispetto all'esperienza mutabile e molteplice, il significato e la determinazione delle c. stesse dipende dal concetto di realtà che una filosofia assume al suo inizio. Perciò nelle filosofie per le quali l'essere è «dato» e offerto alla mente contemplante (oggettivismo), le c. sono determinazioni dell'essere, prima che del pensiero, e qualificano il pensiero solo in dipendenza dell'essere, sia che la realtà venga fatta consistere nelle "forme" pure sussistenti (platonismo), o nelle modalità della concretezza materiale (materialismo stoico ed epicureo), o nelle modalità dell'essere come tale (aristotelismo).
Quando invece con Kant la «cosa in sé " fu dichiarata inaccessibile ed i giudizi di verità non potevano
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più coincidere con quelli di realtà, la c. fu ridotta ad una determinazione del pensiero stesso : le c. esprimono la possibilità a priori dei giudizi di esperienza di cui risultano le scienze fisiche e matematiche (giudizi sintetici a priori). Kant ne trovò dodici che divise in quattro gruppi di tre ciascuno, cioè secondo la quantità, la qualità, la relazione e la modalità (Kritik der reinen Vermunft, B. 107, ed. Kehrbach 97). Viste nella loro radice le c. per Kant dovevano esprimere le forme secondo le quali si attua la spontaneità dello «Io penso» trascendentale, ciò che, come osserva Hegel, era in contraddizione con la prima derivazione dalla tavola tradizionale dei giudizi : le c. devono essere dedotte con necessità per l'interno ed esclusivo sviluppo del soggetto o del pensiero stesso (Enc., I, §§ 42-44). Così nel groviglio della vegetazione filosofica post-kantiana il problema delle c. perdette il suo significato specifico e passò in seconda linea, fino ad essere eliminato del tutto nell'attualismo gentiliano dove l'«atto» è tutto ed ogni cosa, e sempre sé stesso in ogni cosa, nel processo infinito del divenire (G. Gentile. La riforma della dialettica hegeliana, 2^{text {a }} ed., Messina 1923, p. 245).
Nel pensiero contemporaneo la nozione di c. tende ad usi sempre più vaghi ed estesi ed è applicata per indicare qualsiasi classificazione in qualunque ordine: si parla perciò di c. del conoscere, dell'essere, di c. essenziali, esistenziali, logiche, psicologiche, etiche, economiche, politiche, religiose e via dicendo; ma così va perduto anche il problema teoretico che era legato a questa nozione.
Bibl.: A. Fr. Trendelenburg, Geschichte der Kategorienlehre, Berlino 1846; H. Bonitz, Über die Kategorien des Ar., in Sitzgsb. d. Wiener Akad. d. Wiss., philos.-hist. Kl., 10 (1853), pp. 591 642 ; id., s. v. in Index aristotelicus, Berlino 1870; C. Prand, Geschichte der Logik im Abendlande, I, Lipsia 1855; Fr. Brentano, Von der mannigfachen Bedeutung des Seienden nach Aristoteles, Friburgo in Br. 1862; P. Ragnisco, Storia critica delle c., Firenze 1871; A. Casalini, Le c. di Aristotele, Firenze 1881 (eccellente esegesi del testo aristotelico); E. v. Hartmann, Kategorienlehre, 2ᵃ ed., ed. da Fr. Kern (Philos. Bibliothek, 72b), Lipsia 1923; O. Spann, Kategorienlehre, Jena 1924; R. Eisler, Wörterb. d. philos. Begriffe, I, 4ᵃ ed., Berlino 1927, pp. 793-810; K. von Fritz, Der Ursprung der aristotelischen Kategorienlehre, in Archiv. f. d. Gesch. d. Philosophie, 40 (1931), pp. 449-96 (fondamentale); Fr. Brentano, Kategorienlehre, Lipsia 1933; W. Bröcker, Aristoteles, Francoforte s. M. 1935; G. Calà Ulloa, L'organsità e la sufficienza delle c. aristoteliche tomiste, in Riss. di Niss., neoccol., 31 (1939), pp. 47-54; C. Giacon, C. dell'essere e c. del conoscere, in Civ. Catt., 1939, iH, p. 391 sgg.; id., Il problema della trascendenza, Milano 1942, pp. 85-97; N. Hartmann, Der Aufbau der realen Welt. Grundriss der allg. Kategorienlehre, Berlino 1940.
Cornelio Fabro
CATENA, Vincenzo. - Pittore veneziano, n. ca. il 1470 , m. nel 1531 ; è ricordato nel 1506 quale "collega" di Giorgione nella scritta sul verso del giorgionesco Ritratto femminile della galleria di Vienna.
Alla sua formazione contribuirono particolarmente i modelli di G. Bellini, nonché elementi disegnativi di Alvise Vivarini e spaziali di Cima (Madonna e quattro santi, collezione Walters, Baltimora; Madonna in trono e il doge Loredana, museo Correr, Venezia, ca. 1505). Tale suo gusto quattrocentesco permane anche nelle opere in cui, dietro l'impulso del più tardo Giambellino e dello stesso Giorgione, il C. ricerca maggiore larghezza di modellato mediante l'uso più morbido del colore che tende a nuova fusione di tono (Madonna adorante il Bambino e santi, museo di Berlino, e soprattutto il Martirio di s. Cristina in S. Maria Mater Domini a Venezia [1520]). La Consegna delle chiavi del Prado, e più la replica nella collezione Gardner, il Cristo in Emmaus di Bergamo, l'Adorazione del Bambino di Londra, e infine la Giuditta della collezione Querini-Stampalia, dimostrano l'estrema evoluzione del C. nel nuovo indirizzo pittorico veneto del ' 500 ; un momento a parte nella sua attività è rappresentato dalla Sacra Famiglia di Dresda, ove si riflette un interesse

(fol. d.odiceus)
CateNA, VINCENZO. - Madonna in trono incoronata da angeli. Venezia, chiesa di S. Giorgio degli Schiavoni.
raffaellesco. Il Michiel esaltò l'opera pittorica del C. e così il Ridolfi che ne lodò i ritratti (notevolissimi quelli di Roimond Fugger a Berlino e quello di Senatore [?] a Vienna).
Bibl.: G. Fogolari, s. v. in Eur. Ital., IX (1931), pp. 444-45 (con bibl.): B. Berenson, Pitt. it. del Rinascimento, Milano 1936, pp. 119-20; R. Longhi, Cinque secoli di pittura veneziana, Firenze 1946, p. 61, n. 87.
Mario Vittorio Bregnoli
CATENE BIBLICHE. - Titolo, né originale né appropriato, dato a commenti della Bibbia formati con estratti da vari autori. I primi compilatori li chiamarono più acconciamente in greco ε o λ oүal, avovynnyh ἐ ξ ε γ ἠ σ o v ν, maзqүраqаl, in latino eксоyза o collectanea. Questo genere di scritti sorge dopo un periodo d'intensa produzione, quando alla mente umana, quasi stanca di creare, si offre abbondante la messe per una facile raccolta. Apparvero dunque le prime c. esegetiche sul finire dell'età patriatica, ed ebbero la massima fioritura, e particolare importanza per la letteratura ecclesiastica, presso i Greci.
I. C. GRECHE. - Il primo e più illustre autore di c. b. in lingua greca è il retore Procopio (v.), di Gaza in Palestina (primo trentennio del sec. vi). Commentò nel modo predetto l'Ottateuco, i libri dei Re, Isaia, i 3 libri intitolati a Salomone (Proverbi, Ecclesiaste, Cantico dei Cantici). Dell'Ottateuco, per l'ampiezza della mole, fece egli stesso un compendio, dando così l'esempio di un genere affine alle c. propriamente dette (ed. parziale in PG 87; suo programma ibid., 21). Di coloro che ne calcarono le orme, il più degno di ricordo per fecondità e ampiezza di lavoro è Niceta, metropolita di Eraclea in Tracia (sec. xi), che compose
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c. di Giobbe, Salmi, Profeti maggiori, Vangeli, Lettere di s. Paolo. Astri minori sono un Filoteo (sec. vir ?) Andrea prete (sec. viII ?), Giovanni Drungario (sec. ix), Policronio diacono (sec. ix ?), Nicola di Muzalon (sec. xit), Macario Crisccefalo. I più dei manoscritti (si contano a centinaia) sono anonimi; e del resto più che il nome del compilatore importa conoscere l'interna composizione.
Per la materiale disposizione le c. b. si distinguono in quattro classi: 1^{°} a corona: in mezzo alla pagina (o al foglio) sta il testo biblico, tutto intorno si schierano i commenti; è la forma più grandiosa ed elegante; 2^{°} a colonna: testo e commento stanno di fronte in due colonne simmetriche; 3^{°} alternata: al testo, diviso in brevi tratti e segnalato con virgolette ripetute al margine, segue il commento senza interruzione per tutta l'ampiezza della pagina; 4^{°} marginale : sui margini di un codice che conteneva il solo testo si riportano le spiegazioni dei Padri ai punti più difficili o rilevanti; è la classe infima, poco o punto utile.
Per il numero degli autori spogliati, si osserva, dopo Procopio, una evoluzione; dapprima se ne scelgono due soli (tre al più), uno della scuola antiochena e l'altro dell'alessandrina, per far udire i due sensi, il letterale e il mistico; poi se ne va aumentando via via il numero, prendendo da ogni parte senza distinzione; infine la mole stessa dell'opera, cresciuta cosi a mo' di valanga, induce a ricorrere ad accorciature, non tanto della serie degli autori, quanto dei loro estratti.
Capitale importanza, del resto, per trarre dalle c. tutto l'utile che ce ne possiamo ripromettere, ha il loro comportamento rispetto ai nomi degli autori spogliati ed al loro testo. Le migliori e più accurate al principio d'ogni estratto ne indicano l'autore, per lo più in rosso e a grossi caratteri, ma anche con abbreviazioni che possono dar anea ad equivoci. Con l'andar del tempo compilatori e copisti furono via via meno diligenti, sino ad omettere del tutto i nomi, creando allo studioso difficoltà di identificazione e di verifica. Quanto al testo, per incastonare un estratto nella serie della c. può essere necessario, al principio e alla fine, qualche ritocco di forma. Ma non sempre i compilatori se ne contentano: taluni rabberciano e modo loro, senza bisogno, le parole dell'autore citato, intorbidando le pure acque della tradizione.
Insomma, per cavare dalla immensa e confusa massa delle c. greche frutti sani e durevoli, bisogna prima vagliarle bene. Anzitutto vanno classificate le varie c. al medesimo libro biblico, e per questo lavoro hanno già spianato il terreno per tutta la Bibbia (S. Kare e J. Lietzmann, per gran parte del Vecchio Testamento M. (ora card.) Faulhaber, per i Vangeli J. Sickenberger e J. Reuss, per le Lettere di s. Paolo K. Staab, tutti cattolici, meno i due primi. Poi ogni classe, ogni tipo, debitamente ricostruito sul confronto delle copie a noi giunte, deve essere esattamente valutato quanto alla sua abilità e fedeltà nel trasmettere sia il nome sia la dicitura d'ogni autore che ritaglia. Solo dopo un tal severo esame si possono sicuramente mettere in opera i copiosi materiali conservatici nelle c. Lavoro lungo e paziente, ma redditizia; si calcola che più della metà della ricca e varia letteratura esegetica della Chiesa greca non è a noi giunta che per via delle c. Del metodo e della produttività di quel lavoro critico si ebbero di recente molte prove nell'edizione berlinese dei Padri greci dei primi tre secoli, e nei volumi di K. Staab, Paulushommentare aus der griech. Kirche, Münster 1933, e di R. Devroesse, Le commentaire de Théodore de Magnueste sur les Psaumes (I-LXXX) (Studi e Testi, 93), Città del Vaticano 1939.
II. C. orientali. - Complemento delle greche sono sovente le c. b. nelle lingue siriaca, armena e copta, sia tradotte dal greco, sia composte o accresciute su autori indigeni. Ne va fornita specialmente la letteratura siriaca. Severo monaco (sec. IX) è il più noto compilatore di una c. a tutta la Bibbia; anonime sono una più antica
(sec. vir), di cui è copia il ms. siriaco 852 del museo Britannico, e l'altra nota con il titolo di Gannat bässämē o "Giardino di delizie" (sec. xII) sulle pericopi liturgiche di tutto l'anno. Ma anche i commenti di Isc'add di Merw (sec. IX) e di Dionigi bar Salibī (sec. xit) e il "Tesoro dei misteri" di Gregorio Bar Ebreo (sec. xili) hanno molto delle c. Dai siri tali compilazioni passarono, per traduzioni o rifacimenti, agli arabi cristiani, e dagli arabi o dai copti agli abissini.
III. C. latine: la Glossa. - Fra i latini fu meno in uso, almeno da principio, questo genere compilatorio. Prima del rinascimento carolingio ci si parano innanzi due scialbe figure, smunte dal tempo e nascoste nell'ombra delle biblioteche: gli Scholia di s. Vittore di Capua (m. nel 553) e l'Exposition in Heptateuchum di un Giovanni diacono romano, di poco posteriore (cf. Pitra, Spicil. Soleim., I, pp. 5-1xv, 263-301). Nell'evo carolingio era cosa intesa e cercata, che i commenti biblici si formassero con ritagli dei Padri; ma pochi si brigavano di indicare accuratamente l'autore di ogni estratto, come fece Rabaco Mauro (m. nell' 836), accostandosi al vero tipo di c. (PL 107-108; al suo discepolo Valafrido Strabone fu a torto attribuita la Glossa ordinaria, PL 113-14).
Nel profondo rinnovamento degli studi, che si operò nel sec. xir, caratterizzato dal ritorno diretto alle fonti dei Padri, come nella teologia dommatica si ebbero le "Sentenze" di Pietro Lombardo, divenute in breve il testo delle scuole, così per lo studio e l'intelligenza della S. Scrittura si conquistò rapidamente un egual posto la Glossa, sorta intorno a quel tempo e per analogo bisogno. Lo stesso Lombardo compose Glosse ai Salmi e alle Lettere di s. Paolo, traendone la materia da s. Agostino, s. Girolamo, s. Ambrogio (o l'Ambrosiaster), Cassiodoro

(1st. Eac. Catt.)
Cateve bibliche - C. su Giobbe, Cod. Vat. gr. 749, f. 77 (sec. iv), in scrittura unciale, di fogli II, 230. Questa pagina contiene lob 10, 7b-9, ed è un esempio della catena a corona (Hohmencatene) in cui il testo biblico, scritto al centro in lettere più grandi, è incorniciato nei tre margini esterni dal commento formato da estratti succedentisi di noti esegeti. Ogni brano esegetico (detta scola) è preceduto dall'annatazione dell'autore (detta lemma). Una serie di segni (qui quattro) serve a riferire i vari scoli ai quattro stichj biblici posti in centra. In questo codice ogni lemma (nome dell'autore al genitivo; di Olimpiodoro, principalmente, di Giuliano [di Alccemasse] di s. Giovanni [Cricostomo], di Policronio) è scritto in rosso.
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ed altri; e quel suo lavoro rimase in pregio quale "magna glossatura" o "glossatura magistralis». Ma quella che per la sua massima diffusione fu detta la Glossa ordinaria, risultò dalla riunione di particolari glosse ai singoli libri, dovute a diversi compilatori. Pare accertato che culla e centro di tale lavorio fosse la scuola di Anselmo o Ansello di Laon (m. nel I I 77). Nei manoscritti e nelle edizioni (molte dagli inizi della stampa al Seicento inoltrato), la Glossa suole avere la forma di catena a corona o a colonna, e andare accompagnata, quale compendio o complemento, dalla cosiddetta glossa interlinearis, fatta di laconiche spiegazioni inserite fra le righe del testo biblico. Ma nell'immensa quantità di bibbie o parti di bibbia glossate, che si conservano nelle grandi biblioteche, vi è pure grande varietà, che attende ancora di essere classificata e vagliata, perché si possa fare la critica e la storia della Glossa. E un immane lavoro, iniziato appena in questi ultimi anni, e di gran lunga meno urgente e proficuo di quello sulle c. greche, possedendo noi gli scritti integrali dei cui estratti si compone la Glossa. Ma fra le tante sue forme va segnalata per copia di testi, eccellenza di dottrine e felicità di esposizione la Expositio continua di s. Tommaso d'Aquino ai quattro Vangeli, dai posteri ben presto decorata con il titolo di C. aurea, ancor oggi stampata (Torino 1938) e letta (trad. it. di P. A. Del Corona, San Miniato 1902-1903).
IV. TEMPS MODERNI. - Con il Rinascimento e le nuove vie aperte per esso agli studi non cesso la vena di c. b. specialmente in Italia. Dopo la C. aurea super Psalmos del certosino francese Fr. du Puis (de Puteo; Parigi 1522) vengono le C. in Genesim, C. in Exodum, C. in Psalmos di L. Lippomano (Parigi 1546, 1550 e Roma 1585), le Glossae magnae in Genesim di A. Martinengo, generale dei Canonici lateranensi (Padova 1397), i Caeli davidici del teatino V. Giliberto (Napoli 1639-44), enormi in-fol. che s'impacciano nella loro stessa mole.

Catexte bibliche - C. sulle Epistole di s. Paolo. Cod. Vat. 28, 692, I. 26 (sec. xI). Codice di fogli 97, mutilo in principio e in fine, contiene ora da I Cor. 6, 13-18 a Eph. 5, 10-13. E un esempio della catena a due colonne, che segue il procedimento inaugurato da Procopio di Gaza (sec. vi). La scrittura e minuscola, ma il testo biblico è in lettere semionciali. Il passo qui commentato è I Cor. 13, I.
Più modeste sono la C. in Job di A. Cermelli (Genova 1636) e Collectanea seu C. SS. Patrum in Acta Apost., di L. Sanseverino (Napoli 1665) anch'esse tuttavia di vecchio stile, cioè a fondo di antichi Padri e a scopo ascetico-morale. Ma dopo la magnifica fioritura di commentatori, per cui il secolo seguito al Concilio di Trento fu chiamato il secolo d'oro dell'esegno cattolico, si mise mano a c. intessute solo di recenti autori e appunto di quelli che più sugosamente avevano spiegato il senso letterale delle Scritture, come A. Gagny (Gagnano), E. Sa, Di. Menochio, G. Tirino. Con questi e in piu G. Estio formò la sua Biblia magna il francescano G. de la Haye (Parigi 1643, 5 voll.). Di un numero più che doppio di autori, fra cui il grande Bossuet, risulta la Biblia sacra... cum selectissimis litteralibus commentariis uscita a Venezia ( 1745-57; 28 voll. in 8^{°} gr.). Da parte protestantica al genere di c. si possono oserivere i Critici sacri (Londra 1680; 9 voll.) e la Synopsis criticarum di M. Pole (ivi 1669 -74; 5 voll.). Intanto il medesimo sec. XVII vedeva pubblicato per le stampe il più gran numero di c. greche, per opera principalmente dei gesuiti Cordier e Poussines (Possinus).
Per il sec. XIX sono da citare, ad es., La chaine d'or sur les Psalmes dell'abate J.-M. Péronne (Parigi 1879; 3 voll.) e il Commentary on the Psalms from primitive and medieval scriers degli anglicani Neale e Littledale (Londra 18601874; 4 voll.). Ancora dei nostri tempi la poderosa opera del sacerdote prof. G. Bellino, Gesù Cristo nelle S. Scritture e nei SS. Padri e Dottori (Torino 1911-15, 9 voll.) si compone di commenti ed omelie ai Vangeli, tradotti dai testi greci e latini dei più insigni scrittori dell'amichità cristiana e del medioevo.
Il seme delle c. b. non è ancora spento, e probabilmente continuerà ancora a produrre nuovi frutti.
BibL.: G. Kato e J. Lietzmann. Catenarum graecarum catalogus. Gottinga 1902; M. Faulhaber. Die Prophe