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Padri e Dottori (Torino 1911-15, 9 voll.) si compone di commenti ed omelie ai Vangeli, tradotti dai testi greci e latini dei più insigni scrittori dell'amichità cristiana e del medioevo.

Il seme delle c. b. non è ancora spento, e probabilmente continuerà ancora a produrre nuovi frutti.

BibL.: G. Kato e J. Lietzmann. Catenarum graecarum catalogus. Gottinga 1902; M. Faulhaber. Die Propheten-Catenen. Friburgo in Br. 1899; id., Habelind, Prair. u. Prediger-Catenen, Vienna 1902; J. Sickenberger. Die Lubashatenen des Niketas v. Herabhria, Lipsia 1902; K. Staab. Die Paulaskatenen, Roma 1926; B. Devreesse, Quaines exégétiques grecques, in DBL I, coll. 1084-1283; B. Smalley, La Glossa ordinaria, in Recherches de théologie antienne et expliciale, 9 (1937), pp. 365 -am id. ibid., 7 [1935], pp. 235-62; 8 [1936], pp. 24-60); J. Reuss. Matthäus-Marrens. Johannes-Katenen, Münster 1941. Alberto Vaccari

CATEXE DI S. PIETRO. - Quelle che si conservano a Roma nella basilica di S. Pietro in Vincoli come reliquie della prigionia dell'Apostolo. La chiesa fu rifabbricata totalmente da Sisto III (432-40) e da quella data conservò e venerò tali reliquie. Difatti già il vescovo Achilleo di Spoleto dedicò nella prima metà del sec. v una chiesa nella quale dice che, come in quella di Roma, "regnano Pietro e le sue catene». Inoltre in un'abside della chiesa romana v'era il distico scritto in mussico e che sembra primitivo: inlaesus olim servant hunc testa catenas vincla sacrata Petri ferrum pretiosius auro.

Che la festa dei vincoli di S. Pietro si sia sempre celebrata insieme con la dedicazione della chiesa sembra indicare che la repastia di quelle reliquie si sia fatta in origine con la fondazione stessa di questa basilica. Del resto la chiesa già al principio del sec. vi appare denominata ad vincula S. Petri nei più diversi documenti; martiraliog e sacramentari che risalgono a quel secolo d'anno al 1^{°} ag. la notizia che in quel giorno si facevano baciare al popolo le c. Nel 519 Giustiniano domandava al papa Orniada una particella de catenis sanctorum Apostolorum e dopo d'allora si moltiplicarono tali richieste. Fu specialmente Gregorio Magno che contribuì a diffondere molto il culto dei vincoli, distribuendone molte reliquie.

Le c. di s. P. sono ora due pezzi, ad anelli bialunghi di simile fattura, che sembrano essere appartenuti ad una sola c., che ad un capo stringeva il collo con un largo anello e all'altro legava le mani. Ce ne sono in commercio varie imitazioni in piccolo che si portano addosso e sono indulgenziate. Di una sola c. parlano spesso le fonti antiche, ad es. le Chronographia di Sigeberto Gemblieense. là dove essa narra il famosissimo miracolo del risanamento

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di un conte energumeno alla presenza dell'imperatore Ottone I il 969 , con il contatto della sacra c. (PL 160, 191). La tradizione di due c. di s. P., l'una romana e l'altra conservata e Gerusalemme, portata poi a Roma da Eudossia figlia di Teodosio II, e che si sarebbe spontaneamente unita con quella romana, cominciò ad apparire solo con il sec. viit.
BinL.: A. Monsacrati, De cateule s. Petri dissertatio, Roma 1730: H. Griser, Archæologia, in Cio. Catt., 17a serie, 3 (1898, III, pp. 205-21; C. P. Kirsch, La festa degli apostoli Pietro e Paolo nel Martir. geronimiano, IV : S. Pietro ad vin. culo, in Riv. d'arch. christ., 2 (1923), pp. 80-83; A. Ferrua, Della festa dei vi. Macrobri e di un antico sermone in loro onore, in Cio. Catt., 1938, III, pp. 318-27. Antonio Ferrus

## CATENELLE.

- Come strumento di penitenza, le catenelle (lat. catenulae) sono usate dagli ascezi cristiani o per flagellarsi (v. disciplina) o per cingersi la vita, le braccia, le gambe (v. cilicio).

In questo secondo caso si dice in singolare: la catenella (ant. catenexza), la quale, generalmente, consiste in una cintura formata con anelli o maglie di fil di ferro a punte sporgenti. Il Segneri (Manna dell' anima, IV, 19 nov.) dice: "Il portar detta croce, non è opera solo di qualche di tra la settimana, com'è in alcuni il portar il cilicio, la catenuzza, o altri tali istrumenti penitenziali». Di ambedue gli usi delle c. o catene si ha un esempio in s. Domenico, di cui scrive il biografo fra' Teodorico: "Portava sempre ai fianchi una catena di ferro... ogni notte si flagellava tre volte con una catena di ferro" (L. Surius, t. IV, pp. 323, 363). Lo stesso si legge di s. Caterina da Siena (L. Surius, t. II, p. 1034).

BinL.: I. Gretser, Spicilegium de usu voluntario per flagra casticationis, pro tribus libellis de disciplinis, Colonia 1607.

CATERINA d'Alessandria, santa, martire. - Di questa martire, chiamata Auszepivy, Ecaterina, Accaterina, donde per aferesi Catherina o Katherina, divenuta così popolare dopo il Mille, si hanno due testi agiografici: la Conversio e la Passio, documenti tardivi, nei quali sarebbe arduo se non inutile ricercare un nucleo storico primitivo. Il nome di C. non figura in nessun testo né letterario né liturgico, sinora noto, dell'antichità cristiana. Si è voluto identificare C. con l'anonima vergine alessandrina che resistette alle lusinghe di Massimino Daia (Eusebio, Hist. eccl., VIII, 14-15), ma questa cristiana fu esiliata, non messa a morte. Altri hanno persino pensato alla celebre Ipazia, trucidata da fanatici cristiani, nel marzo del 415 , ma come è noto, ella morì pagana.

La Passio di C., nelle sue varie redazioni e versioni, è ormai assai nota (BHL, 1657-67, 1673; supplementum [1911], pp. 70-71; BHG, 30-32; BHO, 26); non altrettanto si può affermare della Conversio (BHL, 1668-72,

1676-78; supplementum, p. 71), premessa a talune versioni occidentali della Passio, perché ancora non sistematicamente pubblicata e studiata nella sua tradizione letteraria. Tra i testi pubblicati di recente si ricordano l'anonimo genovese (fine xill-inizio xiv sec.) e il poema di Bonino Mombrizio (sec. xv).

La Conversio, oltre l'accenno all'origine regia di C., contiene tra l'altro il racconto del suo mistico sposalizio con Cristo, avvenuto in presenza di Maria S.ma, la prima notte dopo il Battesimo, durante una visione. La Passio contiene i discorsi di C. a Massenzio [Massimino], imperatore d'Alessandria, e ai sapienti ivi fatti convenire dal medesimo; la loro conversione e il loro martirio col rogo; la flagellazione e l'incarceramento di C.; la conversione dell' imperatrice; lo spezzamento della ruota munita di punte acuminate con cui C. doveva essere sup. pliziata e finalmente la sua morte per decapitazione, avvenuta, a seconda delle recensioni, il 24 o il 25 nov. 305. La Passio termina col racconto del trasporto del corpo di C. sul Sinai per mezzo di angeli. La provenienza di questa Passio da Alessandria non è sicura per il p. H. Delehaye. In quanto alla sua data di composizione, la scoperta dell'indice di un passionario perduto con la notizia: Passio Ecaterina virginis (forse identica a BHL, 1657) avvenuta nel manoscritto Claramontano 4554 (fine viII-inizio Ix sec.), conservato a Monaco, fa risalire la composizione del testo greco almeno al sec. viII. Ora è noto che il Viteau la poneva tra la metà dei sec. vi e la metà del seguente. Come si sia formata la leggenda del trasporto al Sinai del corpo di C. (si tratta forse d'un'invenzione in loco o d'una traslazione di reliquie), nota già al sec. viI, e quando si sia iniziato a venerare la Santa nella chiesa ivi eretta da Giustiniano tra il 548 e il 568 in onore di Maria S.ma, non si sa.

A tutt'oggi è cosa certa che la più antica traccia di una qualche venerazione verso la martire C. è attestata da una pittura, ancora inedita, rinvenuta nel 1948 in un oratorio posto sul lato nord della basilica pelagiana di S. Lorenzo all'Agro Verano, rappresentante C. accanto al trono di Maria S.ma con la scritta S. Ecaterina. Tale pittura risale al sec. viII, forse alla sua prima metà, epoca in cui i monaci orientali erano numerosi e influenti nell'Urbe. Seguono poi la pittura con S. Ecaterina della catacomba di S. Gennaro a Napoli, posta dall'Achelis alla fine del sec. viII (la datazione fine sec. x-xi, proposta dal Weigand non è fondata) e la Passio contenuta nel ricordato manoscritto Claramontano. Il suddiacono napoletano Pietro (inizio sec. x) avrebbe fatto o riveduto una versione della Passio della Santa. C. è ricordata al 25 nov. nel Menologio di Basilio II (976-1025) e nei Sinassari.

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Sul calare del sec. x, C. doveva essere particolarmente conosciuta, se non oggetto di culto, a Montecassino; infatti un calendario dell'abbazia ( 2^{mathrm{a}} metà del sec. x) la ricorda al 25 nov. (cod. CCXXX, cf. Bibliotheca Casinensis, IV: Florilegium [Montecassino 1880, p. 370]); un lezionario e un passionario del sec. xi (ibid., III, 1877, pp. 74, 184) contengono la sua Passio (BHL, 1658, 1662) e il monaco cassinese, Alfano, poi arcivescovo di Salerno (1058-86), compone in suo onore tre splendidi inni (PL 147, 1240-41). Anche in Francia il principale centro propulsore del culto della Santa è il monastero benedettino di La-Trinité-au-Mont, presso Rouen, dove tra il 1033 e il 1054 furono portate reliquie di C. che divennero presto conosciutissime per le loro virtù taumaturgiche (cf. Miracula in BHL, supplementum, p. 71). Col sec. xi il culto di C. incomincia a diventare popolare e l'inserzione della sua festa diventa sempre più frequente nei sacramentari, nei messali e nei breviari (dapprima in aggiunte; poi nel testo), come risulta dai cataloghi dell'Ebner (l'attuale orazione figura già in un Messale del sec. xir: p. 160) e del Leroquais. Col sec. xir, il culto di C. si può dire diffuso in tutta l'Europa. Non v'è città di qualche importanza o diocesi che non eriga chiese e oratori in suo onore, e talvolta la sua festa è preceduta da una vigilia (cf. Breviario di Beauvais del sec. xi, in V. Leroquais, Les bréviaires, III, p. 419). Il suo nome figura tra gli Ausiliatori (v.). L'Università di Parigi la volle per sua patrona, e oggi ancora è protettrice degli studenti, dei filosofi e delle giovani. Il Doyé enumera altre 70 categorie di persone che la invocano come loro patrona.

BibL.: Synax. Constantines, coll. 223-28; Martyr. Romamum, pp. 243-44; J. Viteau, Passions des saints Ecaterine et Pierre d'Alexandrie, Barbara et Anysia, Parigi 1807; id., La légende de ste Catherine, in Annales de St-Louis-des-Français, 3 (1898), pp. 5-23 (tratta della Passio greca, cf. P. Peeters, in Anal. Boll., 26 [1907], pp. 5-11); B. Mombrizio, Sanctuarium, I, 2a ed., Parigi 1910, pp. 283-87 (Passio); id., La légende de s. C. d'Alex., poème italien du XV' siècle, edito da A. Bayot e P. Groult, Gembloux 1943 (Conversio e Passio, cf. Anal. Boll., 63 (1945), pp. 276-77); P. Titu da Ottone, La leggenda di s. C. verg. e mart. di Aless., Genova 1940 (Conversio e Passio dell'Anonimo genovese); A. Ebner, Iter Italicum, Friburgo in Br. 1896 (v. indice); R. Fawtier, Les reliques ravennaises de ste C.d'Alex., in Anal. Boll., 41 (1923), pp. 357-68; G. Hofmann, Sinai u. Rom (Orientalia christ., 9), Roma 1927; V. Leroquais, Les sacramentaires et missels manuscrits des bibliothèques publiques de France, 3 voll., Parigi 1924 (v. indice); id., Les bréviaires..., 5 voll., ivi 1934 (v. indice); F. v. S. Doyé, Heilige u. Selige der römisch-katholischen Kirche, Lipsia 1939, pp. 184-85; H. Achelis, Die Katakonden u. Neapel, ivi 1936, p. 72, tav. XLVII; L. Prevost e altri autori, Le Sinai. Hier... aujourd'hui, Parigi [1937]; L.-H. Habina, Le monastère de Ste-C. du Mont Sinaí, Cairo 1938; Ed. Weigand, in Pisciculi (miscellanea F. G. Dölger), Münster in V. 1939, pp. 279-90; D. Mallardo, Il calendario marmoreo di Napoli, Roma [1947], pp. 186-87.
A. Pietro Frutaz

Iconografia. - I motivi iconografici caratteristici della Santa sono: la ruota spezzata con talvolta le punte contorte, messa lateralmente in basso o sollevata nella destra; il libro, segno della scienza; la corona per indicare l'origine regale; e inoltre gli episodi riferentisi allo sposalizio mistico, al martirio e al trasporto al Sinai.

In Oriente la rappresentazione di Ecaterina è molto frequente, anche in miniature; una delle più antiche è nel Menologio di Basilio II.

In Occidente singolare documento iconografico di C. è un dittico del sec. xv e di autore locale nel museo di Esztergom, in Ungheria, con scene del mistico sposalizio. Nella
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Caterina d'Alessandria, santa - Martirio dei sapienti e di s. C. Miniatura del Menologio di Basilio II (976-1025). Biblioteca Vaticana, Vat. gr. 1613, f. 207.
cappella reale di Granata (Spagna) in una tavola con le varie leggende medievali del Sinai nel basso è raffigurato anche il trasporto di C. Il ms. lat. 540 della biblioteca Nazionale di Parigi (sec. xv) ha interessanti miniature con scene della vita e l'albero genealogico della Santa.

In Italia, si ricordano inoltre a Roma un affresco del xiri sec. nella chiesa dei SS. Quattro Coronati; a Pisa nel museo Civico un polittico del sec.
xiri con storie della Santa ancora chiamata Ecaterina. Nello stesso museo è ora ricomposto l'altro polittico che Simone Martini dipinse nel 1320 per la chiesa pisana dedicata alla Santa, nel quale C. è raffigurata in uno dei pannelli laterali. Ugualmente appare in uno scomparto, oggi nella raccolta Kress a Nuova York, del polittico dipinto da Giusto de' Menabuoni nel 1363 per suor Isotta Terzaghi a Padova.

Le storie della disputa, della conversione dei dottori e dell'imperatrice, e del martirio furono di frequente soggetto di interi cicli pittorici. Stefano da Zevio le narrò nella cappella di S. Giorgio a Padova, Masolino in S. Clemente a Roma, Mattia Preti in S. Pietro a Maiella a Napoli, Guglielmo Borremans nell'oratorio di S. C. annesso alla chiesa di S. Francesco d'Assisi a Cosenza. Uno Sposalizio mistico del Correggio è al Louvre, un altro del Van Dyck è nel museo di Vienna, una scena del martirio è in un'incisione del Dürer.

Anche scultori la raffigurarono spesso, sempre con la ruota uncinata. Notevoli i bassorilievi della scuola di Tino da Camaino (sec. xiv) in S. Chiara di Napoli.

BibL.: H. Kunst, Geschichte der Legende der heil. Katharino von Alexandrien u. der heil. Maria Aegyptiana. Halle sulla Saale 1890; H. Varnhagen, Zur Geschichte der Legende der Katharina von Alexandrien, Erlangen 1891; K. Künste, Ikonographie der christl. Kunst, II, Friburgo in Br. 1926, pp. 369-74; G. de Terrarent, La sainte au miroir, in Les énigmes de l'art du moyen âge, I, Parigi 1938, pp. 9-12; R. Longhi, Calepino veneziano, in Arte veneta, I (1947, II), pp. 79-81.

Giovanni Carandente
Folklore. - La Santa, conosciuta comunemente dal volgo col nome di «s. C. della ruota», per il più vistoso emblema tratto dagli strumenti

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del suo martirio, gode di un vasto culto popolare. Essa è la protettrice delle fanciulle e delle donne nubili in genere, e appunto ad esse è dedicata la sua festa.

In taluni paesi, come, ad es., in Francia, solevano le ragazze festeggiare questo giorno con giochi e balli, durante i quali si eleggevano una "regina»; le bimbe attendevano doni di dolci e giocattoli in una calza o scarpetta vuota, esposta le sera della vigilio, come per la Befana. In Valtellina, oltre ai giochi tradizionali, sono tipiche nella vigilia della festa le "vampate", falsi accesi in onore della Santa. Nella tradizione popolare il giorno di s. C., intorno al quale corrono alcuni proverbi meteorologici, annuncia l'inizio dell'inverno e del periodo natalizio. Da questogiorno, in Emilia, presso le famiglie religiose, si cominciano a recitare 1 le Avemarie che debbono raggiungere il numero di mille l'antivigilia di Natale. A Roma, come si legge in un celebre sonetto del Belli, si usava togliere le stunie dalle scale, le coperte leggere dai letti e si cominciava ad accendere il fuoco nelle camere, mentre dalle montagne d'Abruzzo scendevano i pifferari per la novena di Natale.

Un riflesso della popolarità del culto di C. ci è offerto dalla numerosa produzione di poemetti popolari, ispirati dalla sua leggenda, che nei particolari presentano notevoli divergenze dovute alla loro indole popolare,
tendente al fantastico. In Italia i più antichi di questi poemetti furono composti nel settentrione, in strofe atteggianti la lasse. Vanno ricordati : l'Anonimo genovese del sec. xir, pubblicato da N. Lagomaggiore; un testo veronese, da un codice del sec. xiv della Marciana di Venezia, dal Mussafia; una redazione tosco-veneto-lombarda della leggenda versificata, dal Ranier; un'altra in lingua francoveronese, dal Beuer; una composizione abruzzese dell'aquilano Bueco di Ranallo (m. nel 1363) in metro e tono giullaresco (sec. xiv). Alquanto posteriori alcune "storie" in ottave, di cui si conoscono manoscritti e incunabuli; da segnalare l'incunabulo n. 1617 (O. VII, 26) della Casanconse, e un altro attribuito a un Johannes dictus Florentinus, nel fondo palatino della Nazionale di Firenze; un cantare in 110 ottave si conserva nel ms. 2273 (membr. del sec. xv) della biblioteca Angelica di Roma. Tali "storie" continuarono a stamparsi per vari secoli e a diffondersi per mezzo di libretti popolari. Esistono anche dei canti tuttora vivi nella tradizione orale del popolo, che narrano, a brevissimi tratti, i principali episodi della leggenda. La quale è stata anche più volte trattata drammaticamente. Una grandiosa rappresentazione di 204 stanze ( 1632 versi) nell'antico metro della lauda ci è conservata nel cod. I, II, 33 della biblioteca Comunale di Siena (forse il laudario della Compagnia di S. C. della notte) : essa è divisa in tre giornate ed è «la sola rappresentazione di grandi dimensioni che il teatro italiano del medioevo abbia prodotto in tal forma». Una
sacra rappresentazione in ottave fu composta a Firenze nel '400. - Vedi Tav. LXIII.

Bibl.: R. Mazanarelli, Canti narrativi religiosi del popolo italiano. Roma 1909; V. De Bartholomeia, Le origini della poesia drammatica italiana, Bologna 1924, p. 400 sgu.; U. Cianciolo, Contributo allo studio dei cantori d'argomento sacro, in Arch. romanicum (1938); F. Toschi, S. C. d'Alessandria, in Ecclesia, 5 (1946), pp. 332-34. Paolo Toschi

CATERINA d'Aragona. - Regina d'Inghilterra, figlia di Ferdinando V e di Isabella la Cattolica, n. ad Alcalá de Henares il 15 dic. 1485, m. nel castello di Kimbolton il 7 genn. 1536. Essendo stato nel 1489 concluso un trattato anglo-ispano, in funzione antifrancese, C. fu designata sposa di Arturo, principe di Galles. Il matrimonio fu celebrato nel nov. del 1501 , quando gli sposi ebbero raggiunto l'età conveniente. Rimasta vedova sei mesi dopo, C. si fidanzò, ottenuta la dispensa papale, col nuovo principe ereditario, il futuro Enrico VIII, che era fratello del marito defunto. Le nozze avvennero il 3 giugno 1509, allorché il nuovo re salì al trono. Una sola figlia, Maria, nata nel 1516 sopravvisse; altre quattro creature, due femmine e due maschi, nacquero morte o vissero poche settimane. La mancanza di un erede allontanò Enrico da C. Preso
da forte passione per Anna Bolena, il re concepì l'idea di divorziare. Adducendo la pretesa invalidità della dispensa papale, il re nel giugno del 1527 informò la moglie della necessità di separarsi. C. si oppose con tutte le sue forze al proposito del marito. Fallito il tentativo del re di ottenere l'annullamento del matrimonio da papa Clemente VII, tale annullamento fu pronunciato da C. Cranmer, arcivescovo di Canterbury e sanzionato dal Parlamento. Dopo ciò C. passò gli ultimi anni della sua vita dedita a pratiche religiose.

Bibl.: J. Gairdner, s. v. in Dict. of National Biography, III, coll. 1199-1212; Pastor, IV, n, pp. 454-83; C. Fatta, Il regno di Enrico VIII, Firenze 1938. Silvio Furlani

CATERINA da Bologna, santa. - N. a Bologna l'8 sett. 1413 dal nobile Giovanni Vigri da Ferrara e da Benvenuta Mammolini bolognese. All'età di 11 anni fu richiesta dal duca d'Este alla corte di Ferrara, ove fu a tutti d'ammirazione per la bontà e il progresso nelle belle arti e lettere che le venivano insegnate. Per desiderio di consacrarsi a Dio, lasciò la corte dopo tre anni, e si associò ad altre giovatette, vincendo aspri combattimenti col demonio di cui rivelerà le arti nel celebre trattato Le arme necessarie alla battaglia spirituale. La principessa Verde,

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(per cortesia di mons, A. P. Fratas)
Caterina da Bologna, santa - Corpo incorrotto di C., venerato nel Santuario del Corpus Domini, detto della Santa. Da una incisione.
edificata dalla santità della giovane, costrui in Ferrara un monastero, ove nel 1432 C . entrò professando la regola di s. Chiara, ed ivi esercitò gli uffici di fornaia, portinaia e maestra delle novizie. Per volere della città, si edificò in Bologna un monastero, ove entrarono nel 22 luglio 1456 le clarisse di Ferrara con C., che vi fu badessa, salvo un'interruzione di tre anni, sino alla morte, avvenuta il 9 marzo 1463 . Il suo corpo è tuttora incorrotto. Straordinari miracoli operò in vita e dopo morte; fu ascritta nell'albo dei santi da Clemente XI il 22 maggio 1712.

Oltre al trattato citato, uscito postumo, ma composto fin dal 1438 , ed in seguito edito più volte e tradotto in varie lingue, C. scrisse: Rosarium metricum de mysteriis Passionis Christi Domini et de vita B. Mariae Virginis, ed altre operette di minore importanza, in verso ed in prosa.

Bibl.: Acta SS. Martii, II, ed. Parigi 1865, pp. 35-89; G. Grassetti, Vita di s. C. di B., 3^{°} ed., Bologna 1876; [L. Nuñez], La Santa nella storia, nelle lettere e nell'arte, ivi 1912; F. van Ostroy-R. Lechat, Une vie italienne de ste C.... in Analecta Ballandiana, 41 (1923), pp. 386-416; J. Heerinckx, s. v. in DSp, II, coll. 288-90; A. Curzola, C. Vigri, + La Santa +, Milano 1941; J. Stiènon du Pré, Ste Catherine de Bo. logne, Bruges 1949.

Ferdinando Diotallevi
CATERINA, regina di Bosnia. - Figlia di Stefano Vukčič, duca di S. Saba (Erzegovina), n. nel 1424, m. a Roma il 25 ott. 1478. Nel 1445 sposò Stefano Tomas, penultimo re di Bosnia. Caduto il regno in mano dei Turchi ( 1463 ), per cui i suoi due figli, Sigismondo e Caterina, furono deportati a Costantinopoli e fatti passare all'islamismo, esulò a Roma, ove sotto la protezione dei pontefici e la direzione spiri-
tuale dei frati Minori visse santamente come terziaria francescana. Nell'Ordine francescano si venera come beata e la sua festa ricorre il 25 ott.

Bibl.: Wadding. Annales, ad a. 1451, n. 62; a. 1458, n. 35; a. 1478, n. 30; Acta SS. Ort., XI, Parigi 1870, p. 390 ; Pietro Antonio di Venezia, Giardina serafico istorico, I, Venezia 1710, p. 739; V. Batinić, Djelovanje franievaca u Bosni i Heresgovini, I. Zagabria 1881, p. 146; S. Brchć, Monografia storica sulle crudeltà musulmane in Bosnia-Erzegovina, Roma 1898, pp. 35-37; Martyr. Iranciscanna, Vicenza 1939, p. 414.

Pietro Caplton
CATERINA de' Medici, regina di Francia. Figlia di Lorenzo de' Medici, duca d'Urbino, e di Maddalena de la Tour d'Auvergne, contessa di Boulogne, n. a Firenze il 13 apr. 1519, m. a Blois il 15 genn. 1589. Sposò nel 1533 il secondogenito di Francesco I di Francia, Enrico, duca di Orléans, che la morte del delfino rese 3 anni dopo l'erede presuntivo della corona. Anche dopo la morte di Francesco I nel 1547, e salito al trono Enrico, C. visse in disparte, consacrandosi interamente all'educazione dei 10 figli.

Vedova nel 1559, ella continuò prudentemente a stare nell'ombra durante il breve regno di Francesco II, del quale furono tutori il duca di Guisa e il fratello card. di Lorena. Ma, all'avvento al trono di Carlo IX, nel 1560 , riuscì a farsi proclamare reggente; non riusci però ad evitare che si preparasse il clima in cui dovevano divampare le guerre di religione. Nel periodo delle secesse dispute, rimase indecisa tra cattolici e ugonotti. Nel 1563 promulgò l'editto di Amboise sulla libertà di coscienza. A deciderla fu ancora una volta l'ambizione, che vide un pericolo nell'influenza che l'ugonotto ammiraglio di Coligny stava prendendo nell'animo del giovane Carlo IX. L'attentato contro il Coligny nel 1572 non riusci che a metà. Il re ordinò un'inchiesta severa e imparziale, e C., alla cui ambizione minacciata si univa la paura per la sua stessa sicurezza, dette mano libera ai suoi per il massacro della notte di san Bartolomeo ( 24 zg . 1572; v. bartolonico, notte di san). Invano negli ultimi anni tentò una politica di equilibrio tra le parti in lotta: riusci soltanto a conciliarsi l'odio di tutti.

Complessa fu la sua personalità : avida di gloria, sentì il fascino della potenza politica; italiana, pure comprese e difese il senso che della nazione aveva la Francia tutta. Donna di scarsa fede religiosa, operò su un piano politico-religioso seguendo i dettami di una spietata ragion di Stato. Più che dominare gli avvenimenti, ne fu assai spesso dominata.

Bibl.: H. Martéiol, C. d. M., Parigi 1912; L. Romier, Le royaume de C. d. M., ivi 1922; id., La conjuration d' Amboise, ivi 1923; id., Cathaliques et huguenots à la cour de Charles IX, ivi 1924; R. Ronder, Catherine de' M. und the last Revolution, Londra 1937; G. Baguenault, E. Lelong, L. Auvray, Lettres de Cathérine de Médicis, XI, indice generale a cura di A. Lesort, Parigi 1943; Z. Watson, La vita e i tempi di C. de M., Firenze 1949.

Luigi Michelini Tocci
CATERINA da Geberschweier. - Mistica domenicana, autrice del Liber sororum de Subtilia (v. usterlinden) in Colmar nell'Alsazia, scritto verso la fine del sec. xiri o più probabilmente all'inizio del sec. xiv. Thanner e Pez ed altri la denominano C. da Gebsoiler; ma Ancelet-Hustache C. da Geberschweier (Gueberschwilhr) fra Ruffach e Colmar. Il Liber sororum de Subtilia contiene un prologo, un'introduzione in 8 capitoli e poi 39 vite di monache dei primidecenni del famoso monastero domenicano tedesco, ed è un'e opera che fu cibo vitale di tante anime pie negli scorsi secoli e meriterebbe ai giorni nostri una ben maggiore diffusione ( (Clementi). Esistono versioni in italiano (Firenze 1888), tedesco (1863) e francese (1864) e molti sunti in trattati di storia della mistica (Wilms ecc.).

Donna colta e di grandi virtù, C. abitò e illustrò il monastero fin dalla sua giovinezza. Thanner e Pez la fanno

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entrare nel monastero nel 1260 e morire nel 1330. L'identificazione della nostra con la priora Caterina a cui scrisse Venturino da Bergamo (m. nel 1346) è un problema ancora aperto.

Il testo del Liber sororum de Subtilia fu cdito criticamente sul ms. 508 della biblioteca di Colmar da J. AnceletHustache nel 1930. L'edizione curata da Thanner e Pez nella Bibliotheca ascetica, VIII (Ratisbona 1723), pp. 33-399, è fatta su basi oggi non più controllabili. Le due edizioni presentano differenze notevoli.

Bols.: J. Ancelet-Hustache, in Archives d'hist. doctr. et litt. du moyen âge, 5 (1930), pp. 317-34 (Introduction), pp. 332509 (Texte). Cf. Quénf-Echard, I, p. 620 sg.: G. Clementi, D b. Venturino da Bergamo ecc., I, Roma 1904, pp. 339. 333 sg.: II, p. 125 sg.

Angelo Walz
CATERINA da Genova, santa. - N. a Genova nel 1447, postuma, da Giacomo Ficschi e da Francesca di Negro e m. ivi il 14 (o 15) sett. 1510.

Appena tredicenne aveva chiesto, invano, d'essere ammessa nel monastero di S. Maria delle Grazie, dov'era la sorella Limbania; invece tre anni dopo fu data in sposa a Giuliano Adorno, collerico e prodigo. Trascorsi i primi cinque anni di matrimonio in profonda malinconia, volle uscire dall'isolamento e partecipare alla vita mondana, fino a quell'illuminazione interiore, ricevuta il 22 marzo 1473 durante una confessione sacramentale, ed alla visione di Gesù grondante sangue, che determinarono la sua fulminea conversione. Si diede a penitenze straordinarie, che umanamente, son sue parole, "parean cose da morire", dedicandosi in pari tempo al servizio degli ammalati, anche lebbrosi, prima a domicilio con le Dame della Misericordia, poi negli ospedali. Ben presto (1476) lo stesso Giuliano s'indusse a vivere con lei in castità e più tardi a farsi terziario francescano. Se anche
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(per cortesia del dott. B. Degrahart) Caterina de' Medici, regina di Francia - Disegno della scuola di Clouet (1561) - Parigi, biblioteca Nazionale.
ella fosse terziaria non è documentato, ma, oltre la tradizione e la logicità delle induzioni, ne potrebbe dare indizio la menzione di due tuniche di panni francescani nell'inventario degli oggetti trovati alla sua morte; note francescane in lei, per non parlare qui delle rispondenze intellettuali, sono pure l'amore alle creature, di cui testimonia la Vita al cap. 42, e la gioiosa concezione della morte "dolce soave graziosa bella ricca forte degna" (ibid., cap. 20).

Nel 1482 si trasferì col marito in locali attigui all'ospedale del Pammatone (nell'annessa chiesa di S. Caterina in Portoria si custodisce la salma di lei integra) e nel 1489 vi fu eletta rettora per il reparto femminile. Assistendovi una terziaria appestata, contrasse la peste, nel 1493. Quattro anni dopo rimase vedova. In seguito soffrì, fino alla morte, di un'infermità che i medici più illustri dichiararono di natura sovrannaturale: una delle caratteristiche era l'eccessivo calore che dall'interno si manifestava in superfice soprattutto nella regione cardiaca, accompagnata da una sete inestinguibile e da altri fenomeni eccezionali, che farebbero pensare a sintomi nevropatici, se lo studio della sua dottrina e la conoscenza della sua benefica attività non conducessero ad un giudizio di profonda ammirazione per l'acume e la cultura, la rettitudine e la vigoria spirituale di quest'eletta nobildonna del Rinascimento, alla quale i contemporanei dettero il nome di "serafina" e i posteri di "dottoressa del Purgatorio". Fu canonizzata da Clemente XII il 16 giugno 1737. Festa il 22 marzo.

Dottrina. - Il pensiero cateriniano si svolge sui seguenti cardini : a) bontà di Dio, che si manifesta perfino nell'Inferno, e costituisce il segreto della sua giustizia, "i che il nome più di frequente usato da lei è "Amore Dio"; b) abominazione del peccato, non solo mortale, ma anche veniale, in quanto antitesi inconciliabile con Dio e ostacolo a che l'anima riceva la sua glorificazione; c) importanza del libero arbitrio, che racchiude in sé vita e morte eterna, e non può essere violentato da alcuna creatura, come neppure da Dio è costretto, ma solo disposto per le vie dell'amore mediante le illuminazioni; d) peso dell'amor proprio, tenace nella sua perfidia, ladro e ipocrita che sa fare il male rivestito dall'aspetto del bene, onde s'impone la necessità assoluta di liberarsene con la mortificazione deliberata o almeno rassegnata della volontà e dei sensi, per giungere alla totale annichilazione di tutto quanto non sia "amore netto, retto, puro". Il tema dell'amore puro, illustrato con immagini svariate e geniali, può dirsi l'alfa e l'omega della spiritualità di "madonna Caterinetta ".

Il Purgatorio. - Lo spropriamento dell'io, in tutte le sue facoltà, per la conquista della sovranità dell'anima spirituale (C. distingue sottilmente tra anima e spirito) non deve essere solo la preoccupazione delle anime militanti, ma regola anche delle purganti. Com'è stato generalmente rilevato, intercede un legame strettissimo tra gli enunciati nella trattazione dello stato delle anime del Purgatorio e le sue proprie esperienze, specialmente di purificazione passiva, che la resero interprete finissima ed efficace di quel mondo ultraterreno. Perciò ella non si sofferma a rappresentare grossolanamente le pene del senso, pur non escludendole, ma spazia nella sfera elevata della pena del danno, che costituisce la più perfetta purgazione, l'amoroso fuoco che via via consuma la ruggine del peccato e s'alimenta nel dolore del ritardato appagamento del desiderio, mentre l'anima pur gioisce, perché nel Purgatorio attua il volere divino, al punto che, quand'anche ne avesse il potere, non diminuirebbe le proprie sofferenze per le quali soddisfa al debito contratto. In ciò appunto, oltre che nella durata, si diversifica il Purgatorio dall'Inferno; le anime purganti trovano un temperamento al soffrire nel desiderio di identificarsi alla volontà di Dio, laddove le dannate sono esacerbate dalla ribellione. La sublime indifferenza delle anime purganti si riflette nel loro atteg-

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giamento concernente i suffragi, non da esse agognati, sebbene dovuti, per giustizia e carità, dai superstiti. La pena può essere abbreviata nel tempo, non diminuita d'intensità, anzi cresce quanto più se ne avvicina il termine, perchè l'aumentata conoscenza di Dio rende più veemente il desiderio. Né perciò perturba la pace, giacché le anime "stanno immobili a tutto quello che Dio dà loro».

E l'apice dell'unione trasformante, già in terra raggiunta dalla grande mistica e da lei descritta con espressioni ardite, che richiamano l'insegnamento e il grido di s. Paolo. «Io mi trovo (così nella Vita, cap. 22), per la Dio grazia, un contento senza nutrimento, un amore senza timore, cioè di mai mancarne; le fede mi pare in tutto perduta, la speranza morta; perché mi pare di avere e tenere certo, quello che altre volte io credeva e sperava. Non vedo più unione, perché non so, né posso più vedere, salvo lui solo senza me.. quasi sempre furo di me stessa». Oppure: «Il mio me è Dio, né altro conosco, se non lo stesso Dio mio...» (ibid., cap. 14).

Gli scritti.-Contro la tradizionale attribuzione a s. C. del Trattato del Purgatorio e del Dialogo tra anima, corpo, amor proprio, spirito, umanità e Dio, F. von Hügel nel 1908 sosteneva la tesi che le due opere, insieme con la Vita, fossero il risultato di una lenta elaborazione compiutasi dal 1495 al 1551, ossia da una prima redazione scritta da Ettore Vernazza, figlio spirituale di C.,
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Caterina da Genova, santa - Incipit del ms. A. della Vita della Santa, terminato il 3 febbr. 1248 - Genova, biblioteca Universitaria, ms. B. 1.29 .
al libro di L. Sertorius, Katharina von Genoa. Lebendbild und geistige Gestalt. Ihre Werke. Monaco 1939, condotto sul fondamento del volume di F. von Hügel, The mystical element of religion as studied in st. Catherine of Genoa and her Friends, Londra 1908. Una discussione fondamentale sugli scritti della Santa è quella dello stesso p. Umile, specialista in materia: L'Opus catharinianum et ses auteurs, in Revue d'acétique et de mystique, 16 (1932), pp. 351-80. Notevole l'apporto intorno ad argomenti particolari promosso in Genova dai frati minori cappuccini, editori della rivista Vita cateriniana (19291934) e di biografie e testi, tra cui si segnalano: Il Trattato del Purgatorio, con introduzione del p. Valeriano da Finalmarina, Genova 1929; p. Teodosio da Voltri, S. C. da Genova, la grande santa dell'amore, ivi 1929; p. Gabriele da Pantazion, Vita di S. C. Fieschi Adorno con ricordi e documenti, ivi 1929; M. Castiglione - Humani, C. Fieschi Adorno, in Freie Francisco, Roma 1941, pp. 199-204; E. Lucatello, La patrona degli ospedali e la patrona delle infermiere, ivi 1944.

Fausta Casolini
CATERINA di Gesù. - Carmelitana scalza, al secolo C. de Nicolas, n. a Bordeaux il 5 apr. 1589, m.

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a Parigi in concetto di santità il 19 febbr. 1623. Prevenuta dalla grazia a 8 anni, entrò nel Carmelo di Parigi (Faubourg St-Jacques) nel 1608. Sotto la guida della ven. M. Maddalena di S. Giuseppe (M. Dubois dc Fontaines) fece progressi meravigliosi nella perfezione, ed «il Signore l'alzò ad una vita interiore si grande e particolare, che non si possono dire di lei che poche cose, perché le più grandi erano nascoste». Dotata di favori straordinari, visioni, estasi, rivelazioni, profezia, in continua unione con Dio, mori «consumata da Lui nell'anima e nello spirito».

Bibl.: M. Magdalvinc, La vie de seque Catherine de Jésus. avec un recueil de ses lettres, Parigi 1626 (altre cdd. ivi 1628, 1631, 1636, 1929); Filippo della S.ma Trinità, Decor Carmail, III, Lione 1663, p. 49; J.-M. de l'Enfant Jesus, s. v. in DSp. II, coll. 351-52; H. Bremond, Hist. litt. du sentiment religieux en France, II, Parigi 1923, pp. 331-43. Ambrogio di S. Teresa

CATERINA da RacconigI, beata. - Domenicana, n. a Racconigi da Giorgio de Mattei e Biblia de Ferrari nel 1486, m. a Caramagna il 4 sett. 1547. A 13 anni si consacrò al Signore con voto di verginità e a 38 entrò nel Terz'ordine domenicano, conducendovi una vita di penitenza e di riparazione per i peccatori.

Il Signore l'adornò di molti doni mistici, come visioni, profezie, stimmate, miracoli. Fu perciò potente nelle opere di zelo, converti innumerevoli anime, e fu tenuta in grande venerazione, tanto che Giovanni F. Pico della Mirandola, nipote del grande umanista, ne scrisse, mentre ella era ancora viva, la vita. Nel 1548 il suo corpo venne trasferito a Garessio nella chiesa dei Domenicani e il suo culto si estese rapidamente. Racconigi, liberata tre volte dalla peste per sua intercessione, nel 1836 , le elevò una graziosa chiesa. In vari luoghi del Piemonte è venerata come patrona dei fabbricanti ed operai di nastri. Pio VII ne confermò il culto il 9 apr. 1808, estendendolo a Torino, Saluzzo, Mondovì e all'Ordine di S. Domenico.

Bibl.: Annic dominicaine, sett., parte I. Lione 1900, pp. 135137; G. Gallo, La b. C., in Miscell. di et. ecel. e teologia positiva, 2 (1904), pp. 183-91; M. C. De Ganay, Les bienheureuses dominicaines, Parigi 1913, pp. 475-502. Per una più completa bibl., cf. I. Taurisano, Catalogus hagiograph. O. P., Roma 1918 (v. indice). Benedetto Lenzetti

CATERINA II von Anhalt-Zerbst, imperatrice di Russia. - N. a Stettino il 2 maggio 1729, m. a Pietroburgo il 6 nov. 1796; regnò dal 1762 al 1796. Educata nel protestantesimo nella sua patria, passò poi all'« ortodossia " russa quando andò a nozze col futuro imperatore Pietro III (1762), per abbandonarsi più tardi a quel certo deismo preso dall'Enciclopedia francese. Nel suo tempo raggiunse il suo culmine la dottrina dell'onnipotenza dello Stato in Russia. Essa affidò definitivamente allo Stato l'amministrazione di tutti i beni della Chiesa russa; divise in tre categorie i vescovati e i monasteri e riordinò l'amministrazione delle diocesi secondo la maniera dei concistori protestanti. Un vescovo riluttante fu arrestato; ma in generale la Chiesa russa si piegò a queste intromissioni. Con l'annessione parziale della Polonia molti cattolici di rito latino e ruteno vennero a trovarsi sotto il regime di C. Il vescovo latino Stanislao Bohusz-Siestrzenciewicz accettò volentieri tutti i suoi decreti anche se canonicamente inammissibili. In conseguenza di ciò e per evitare il peggio il legato pontificio Archetti eresse nel 1783 l'arcivescovato di Mohilev per tutti i cattolici di rito latino residenti in Russia. C. concesse in principio piena libertà ai cattolici di rito ruteno; presto però cercò di indebolire la loro unione per mezzo di misure amministrative, quasi si trattasse di una questione semplicemente "polacca". Fu nominato arcivescovo di Polotzà il non molto fer-
mo Eraclio Lissowski (1784), il quale esegui senza contrasti le misure assolutistiche di C. Intere folle di cattolici di rito ruteno furono, contro la loro volontà, incorporati nella Chiesa statale, specialmente dopo lo scioglimento della metropoli di Kiev. Tuttavia dopo la morte di C. molti di questi ritornarono all'unità.
C. non permise nel suo impero la promulgazione canonica del breve di Clemente XIV che scioglieva la Compagnia di Gesù la quale, perciò, poté continuare ancora parecchi anni la sua attività.

Bibl.: A. M. Ammann, Storia della Chiesa russa e dei paesi limitrofi, Torino 1948, pp. 347-89. Alberto M. Ammann

CATERINA (Marie-Catherine) di Sant'Agostino. - Religiosa agostiniana (al secolo Catherine de Longpré), missionaria nel Canada, n. a St-Sauveur-le-Vicomte (diocesi di Coutances, Normandia) il 3 maggio 1632, m. a Québec l'8 maggio 1668. Giovanissima, entrò nell'ott. del 1644 dalle suore dell'Hôtel-Dieu di Bayeux e s'imbarcò quattro anni dopo a la Rochelle per il Canada; visse venti anni a l'Hôtel-Dieu di Québec, molto stimata dal vescovo mons. de Laval, dalla ven. Maria dell'Incarmazione e dai superiori gesuiti della missione.

La sua intensa vita mistica, nascosta fin alla sua morte, ci è conosciuta principalmente dalle sue lettere e dal Diario che scrisse dietro ordine dei suoi confessori, i pp. Raguenesu (v.) e Chastelain; insignita da grandi prove interne (con frequenti interventi diabolici) e da alti doni di orazione, madre C. di S. A. ci appare principalmente come una vittima volontaria per il bene della chiesa canadese, nel periodo più critico della colonia. Il processo di beatificazione è stato iniziato a Québec.
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(da J. Coativa, Histoire de Catherine II. Parigi a. VIII) Caterina II, imperatrice di Russia - Ritratto. Incisione in rame.

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Bibl.: Lettera circolare della Superiora dell'ospedale di Québec sulla morte di C. di S. A. inserita nella Relation de la Nouvelle-France del 1667-68, riprodotta in R. G. Thwaites, Jesuit Relations, LII, Cleveland 1800, pp. 96-98; P. Raguenau, La vie de la mère C. de S. Augustin religieuse hospitalière de la Miséricorde de Québec, Parigi 1671; L. Hudson, Vie de la mère M. C. de S. Augustin, religieux de l'Hôtel-Dieu du Précieux-Sang de Quebec, Montréal 1907, 2^{°} ed. Parigi 1925; G. Goyau, L'Eglise en marche, II, Parigi 1930, pp. 70-102; Les annales de l'HôtelDieu de Québec, edite da D. A. Jamet, Québec 1939 (v. l'indice); Le Jeune, s. v. in Dictionnaire général... du Canada, II, pp. 563-64. Edmondo Lamalle
CATERINA di Santa Rosa. - Al secolo Co-
stanza Troiani, n. a Giuliano di Roma il 9 febbr. 1813. Vittima di un dramma famigliare, a sei anni fu rinchiusa nel monastero delle Clarisse a Ferentino, dove quindicenne vestì l'abito monacale, e, per oltre 30 anni, lavorò attivamente all'asilo ed alle opere del monastero.

Entusiasmata dalle gesta del can. Battista Olivieri in Egitto per la redenzione delle morette, ed incoraggiata da p. Giuseppe da S. Remo, dei frati Minori, partì per l'Egitto con altre 5 suore, giungendovi l'11 sett. 1859. Nel 1868 fondò l'istituto delle Francescane missionarie d'Egitto (v.). Morì al Cairo il 6 maggio 1887. In 28 anni di vita missionaria e di lavoro per la salute delle anime, rifulse la sua pazienza e la fortezza del suo animo, unite ad una virile tenacia di propositi. E in corso la causa della sua beatificazione.

Bibl.: P. Paoli, Suor Maria C. di S. R., Roma 1929. Silverio Mattei
CATERINA da Siena, santa. - Domenicana, n. a Siena nel 1347 ( 25 marzo secondo la tradizione), m. a Roma il 29 apr. 1380. Il padre Jacopo Benincasa, tintore di pelli nel rione di Fontebranda, ebbe
da Lapa Piagenti ben venticinque figli, penultima C. Dei fratelli sono ricordati : Benincasa, il maggiore, Bartolo (che ebbe in moglie Lisa Colombini) e Stefano. Tra le sorelle si conoscono: Nicoluccia, Bonaventura, Lisa, Nera, Giovanna, gemella di C., e Vanna. L'ambiente familiare profondamente religioso infliul sulla piccola Eutrosina, come la si chiamava nel vicinato, precocemente attratta verso la vita spirituale. A 6 anni ha la prima visione, a 7 fa voto di verginità, imitando gli anacoreti e desiderando di essere missionaria come i frati di S. Domenico di Camporeggi. A 12 anni i suoi già pensano ad uno sposo; lei si ribella insistendo in una vita di penitenza e di ascetismo eccezionale. A vincere la resistenza familiare si taglia i capelli per consiglio del domenicano Tommaso della Fonti, suscitando una persecuzione che il padre Jacopo fece cessare.

Nel 1363 dopo molte insistenze entrò tra le Mantellate di S. Domenico, dedite alla pietà e alle opere di misericordia. Sino al 1370 la vita di C. si svolse in un continuo ascetismo, nella purificazione della sua anima ascendendo verso la perfezione della carità.

Le macerazioni, le opere di penitenza e i digiuni prolungati mentre la resero perfetta padrona della propria intimità, suscitano negli ambienti religiosi senesi una violenta campagna di denigrazioni e opposizioni, a cui ella risponde prodigandosi di più verso gl'infermi dell'ospedale della Scala, del lebbrosario di S. Lazzaro, e nelle cure delle consorelle inferme, che spesso la ripagarono con atroci calunnie.

Quale influsso ebbe su C. il ritorno di Urbano V?
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A sinistra: SPOSALIZIO MISTICO DI S. CATERINA, Tavola di Michelino da Besozzo (sec. xv) - Siena, pinacoteca. A destra: DECOLLAZIONE DI S. CATERINA, trasporto della sua anima in cielo e tumulazione del suo corpo sul Sinai. Affresco di Massimo - Roma, basilica di S. Clemente.

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A sinistra: S. CATERINA E UNA DEVOTA. Affresco di A. Venni (ca. 1390) - Siena, chiesa di S. Domenico. A destra: S. CATERINA. Affresco di L. Vecchietta (sec. xv) - Siena, palazzo delle Signorie.

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(18 ott. 1367). I biografi nulla ci dicono, intenti come erano a raccogliere preghiere e prodigi. Ignorano anche il ritorno ad Avignone di Urbano ( 5 sett. 1370), tra la decolazione degli Italiani che vedevano di nuovo cadere l'Italia nell'anarchia politica; ignorano le sofferenze di C. per tanta sciagura.

Mentre Urbano V lasciava I'Italia, C. in Fontebranda in una visione eccezionale ebbe il mandato di uscire dalla contemplazione per dedicarsi all'apostolato. Anzitutto si creò una famiglia spirituale, scelta tra ecclesiastici, uomini di governo, di lettere o artisti, uomini e donne. Né solamente riversò nei discepoli l'intensa sua esperienza spirituale, ma assorbì da loro il pensiero teologico e mistico delle scuole a cui appartenevano : Benedettini, Agostiniani, Domenicani, Francescani e Gesuati.

La fama di santità di C. fece di Fontebranda un centro di irradiazione e di attrazione.

L'epistolario nacque cosi per bisogno, dovere e carità verso i tanti che venivano chiedendo un consiglio, una parola di bene. Lei senza coltura, dètta lettere per i dotti, i grandi e i letterati.

Politica e religione nel medioevo erano talmente fuse e compenetrate da non poterle dissociare, e C. fece della politica: non però nel senso odierno. La Curia avignonese, che vigilava sui movimenti separatisti dei Fraticelli, ebbe paura, ed anche l'Ordine domenicano, perciò C. fu chiamata a Firenze nella Pentecoste del 1374 dinanzi al Capitolo generale del suo Ordine per subire un vero processo. Ella vinse. Per difenderla da nuovi attacchi, l'Ordine garantì la sua ortodossia dandole per direttore frate Raimondo delle Vigne di Capua, discendente di Pietro, cancelliere di Federico II. Gregorio XI, successore di Urbano, prepara la Crociata e ne affida la propaganda anche a C., che va a Pisa, centro marinaro, e ne fa il suo quartier generale (1375). Mentre scrive a re e a condottieri organizzando e incitando, riceve, il 1^{°} apr., nella chiesa di S. Cristina sul Lungarno, le Stimmate.

Firenze a quell'ora per molteplici cause fa una politica antipapale, mettendosi a capo di tutti i malcontenti del patrimonio di S. Pietro, con l'ambizioso sogno di attaccare e distruggere il potere temporale. Cerca quindi di unire in lega le repubbliche toscane le quali, volenti o noienti, cadono nella rete. C. trattiene il Gambacorti di Pisa, e a Lucca supplica gli Anziani a non aderire, insiste con i suoi a Siena, ma ottiene poco. Nel giugno del 1375 assiste sul patibolo Niccolò di Toldo, perugino, dettando poi la nota stupenda lettera.

Gli avvenimenti fiorentini incalzano, la guerra con il Pontefice sembra fatale nonostante il lavoro della parte gonfia e delle Repubbliche italiane per scongiurare lo scandalo. Mentre gli Otto della guerra, chiamati sarcasticamente gli Otto Santi, spingono alla rottura, cercano di calmare le ire avignonesi che fanno temere la scomunica e l'interdetto. E quando nel marzo del 1376 la scomunica con l'interdetto contro Firenze sono lanciati, C. è mandata quale ambasciatore dei Fiorentini ad Avignone. E accolta benevolmente, dispone Gregorio XI all'indulgenza, ma nel frattempo il partito della guerra in Firenze ha il sopravvento e gli ambasciatori mandati in Avignone non riconoscono più C.; la quale in una lettera a Bonaccorso di Lapo rimprovera aspramente la malafede dei governanti. La presenza di C. in Avignone nel momento cruciale del ritorno del papato a Roma fu decisiva, rivelando al Pontefice il voto fatto nel giorno dell'elezione.

La documentazione è completa, ma significative sono le reticenze dei discepoli nell'attestare il fatto. Lo Scisma d'Occidente, susseguito al ritorno, diede motivo alle accuse contro la Santa quale causa di tanta sciagura, compromettendone la canonizzazione; i discepoli quindi cercarono di ridurre l'importanza dell'opera di lei.

Gregorio XI, dopo anni di temporeggiamento, finalmente partil il 16 sett. 1376. C. con i suoi parte il giorno seguente e riconforta il Pontefice che a Genova, spinto ancora una volta dai cardinali, ripensava ad Avignone. Tornata a

Siena, compie un viaggio in Val d'Orcia per pacificare i Salimbeni e per catechizzare quelle popolazioni. Ma il cuore è sempre a Firenze in lotta con il Pontefice, il quale le ordina di tornare nella turbolenta città per far opera di pace. Difficile missione tra l'agitarsi delle passioni e delle lotte tra le fazioni, che sboccarono nel 1378 nel tumulto degli "ammoniti" che mise in pericolo la vita stessa di C., e l'altra ancora più grave dei Ciompi. Intanto nel marzo del 1378 muore Gregorio XI e le trattative di pace con il relativo congresso di Sarzana per risolvere quel problema d'interesse europeo fallirono. Il nuovo pontefice Urbano VI affretto la soluzione del problema, e finalmente il 18 luglio l'ulivo di pace fu appeso a palazzo Vecchio tra l'esultanza della città. C. ritornava a Siena mentre l'orizzonte si oscurava, per proseguire il suo colloquio con l'Eterno, dettando il meraviglioso Dialogo della divina Prossidenza, frutto del suo continuo insegnamento attraverso le lettere e di tutte le sue esperienze mistiche; il Dialogo è il vero "libro" di C.

Intanto il nuovo pontefice Urbano VI, italiano, dopo sette papi francesi, aveva, con il suo carattere duro, urtato la suscettibilità dei cardinali e della Curia, quasi tu