rivestimenti eburnei sono relativamente tardi. Ma sembra che essa contenga avanzi d'una c. molto più antica, come si pensò quando nel 1876 fu aperta la custodia bronzea del Bernini e la sedia fu pubblicamente esposta. Un giudizio definitivo è riservato ad un ulteriore esame. La Chiesa di Gerusalemme si vantava di possedere la c. dell'apostolo Giacomo: ciò a detta di Eusebio (Hist. eccl., VII, 19). Non adoperabile invece, ma pura c.-reliquiario è quella in marmo che sta nel tesoro di S. Marco di Venezia. La cavità che vi si scorge accenna all'insediamento di una reliquia, oggi scomparsa. Gli strani rilievi che vi si scorgono (Agnus Dei sul monte, simboli degli evangelisti con ali cherubine, ecc., e poi le immagini dei quattro evangelisti in sonno, in
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RITRATTO ATTRIBUITO AL NALDINI (ca. 1570) - Montepulciano, pinacoteca.
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(rat. ront. somm. arekeol. saera)
In alto: CATTEDRA FUNERARIA, nella tomba etrusca detta "degli scudi" (sec. iv a. C.) - Cerveteri. In basso: CATTEDRA FUNERARIA in un cubicolo del cimitero Maggiore (sec. iv d. C.) Roma - via Nomentana.
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CATTEDRA

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CAVALCATA DI SISTO V PER LA PRESA DI POSSESSO DEL LATERANO. Affresco nella sala Sistina della biblioteca Vaticana (1590).
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un tondo separabile) parlano di un lavoro d'importazione orientale del vi-viI sec. Un curioso graffito in caratteri forse orientali sul bancale non è stato finora bene spiegato. Sarebbe erroneo pensare ad un culto della c. Ciò prova che nel cristianesimo si ebbe l'idea di quel che la c. rappresenta in funzione della Chiesa; ma non ci fu adorazione della c., come poté avverarsi in antico, nell'Asia e in Grecia (v. W. Reichel, Über vorhellenische Götterkulte, Vienna 1897, pp. 3 sgg. e 88 sgg. e cf. pure certi non sempre vagliati ricollegamenti di P. Durand, Etude iconographique sur l'Etimasia, ecc., Parigi 1867). Anche quando si ebbe la reliquia di una c., il riguardo ad essa professato non sorpassò, nelle intenzioni della Chiesa, la normale venerazione.
Il posto della c. vescovile nella domus ecclesiae preteodoriana di Aquileia è segnato da un riquadro musivo trapezoidale con scarsa decorazione nel fondo del presbiterio (Anon., La Basilica di Aquileia, Bologna 1933, tavv. XVII e CV). Evidentemente vi si doveva collocare durante le sinassi una c. lignea. Più tardi, nella basiliche il posto della c. vescovile fu ordinariamente nel fondo dell'abside al mezzo dei bancali del clero ed il più delle volte in modo eminente. La basilica cimiteriale del cimitero di Domitilla sulla via Ardeatina (390-95) ha nel fondo una nicchia che segna il posto di quella c. su cui s. Gregorio Magno pronunciò una famosa omelia (Hom. in Evang., II, hom. 28 : PL 76, 1210-16; O. Marucchi, Cutac. ram., ed. postuma, Roma 1933, pp. 148-51 e 158). Il ricordo di s. Gregorio Magno connesso ad una sella curulis classica di S. Gregorio al Celio è soltanto leggendario.
Sarebbe lungo elencare le varie c. vescovili delle basiliche e delle chiese cristiane spesso ornate con muscici e pietre colorate e di smalto; c. marmoree su cui dovevano porsi cuscini; ma sembra interessante rammentare quella papale lateranense (non l'attuale, che è moderna, ma il resto di quella

(da P. Toesca, Storia dell'arte it., I, Tarina 1887, p. 1161) Cattedra - Armatura in ferro battuto della cosiddetta c. di s. Barbato (sec. xi) - Benevento, Duomo.
medievale conservato nel chiostro). Ivi, nel primo gradino, è una figurazione degli animali demoniaci, intendendo che essi siano calcati dal Pontefice. La c. è di forma antica. C'è poi il particolare di un tabernacolo gotico al disopra. E noto che esisteva una epigrafe in versi leonini esaltante la funzione presidenziale sublime del Vicario di Cristo e la legittimità della Sede Romana. L'epigrafe terminava: "Nec debet vere nisi solus papa sedere. Et quia sublimis alii subduntur in imis" (O. Marucchi, Basiliques et églises de Rome, 2^{mathrm{a}} ed., Roma 1909, pp. 8889). I versi dovevano spettare ad una fase anteriore di tale c. (forse del sec. XI o XII).
Una grande idea di fasto bizantino è nella c. della basilica eufrasiana di Parenzo. Essa è di marmo greco. Sopra il dossale, l'intarsio forma un campo decorato a croci di madreperla; ai fianchi, due candelieri (B. Molajoli, La basilica eufrasiana di Parenzo, Parenzo 1940, p. 44). La c. che sta nel fondo del S. Vitale di Ravenna è moderna, e s'ispira al tipo di Parenzo. Un alto valore storico ha invece la c. del sec. XI che è nella cattedrale di Salerno. Sicuramente su di essa dovette sedere papa Gregorio VII (l'opera è stata bene analizzata dall'arch. A. Schiavo). Resti di una c. con sculture «barbariche» del sec. viri servirono a fasciare un sepolcro nel presbiterio dell'oratorio delle monache longobarde di Cividale del Friuli (il cosiddetto "Tempietto Longobardo"; v. in C. Cecchelli, Monumenti del Friuli, ecc., I, Cividale, Milano-Roma 1943, tav. LXII e p. 275, fig. 69). La c. episcopale della basilica di S. Clemente a Roma (sec. xit), si distingue per una larga rata nel dossale (C. Cecchelli, S. Clemente, Roma s. d., pp. 96-98 e 166). E un tipo che sarà più volte ripetuto nel basso medioevo (ad es., nella cattedrale di Anagni). E curioso che il dossale sia un marmo paleocristiano riadoperato. Ha la scritta : martyr (proviene da una dedica del tempo di papa Sìricio, 384-98). Ricchissime di lavoro "cosmatesco" le c. ad alto schienale di S. Lorenzo extra muros e di S. Balbina (A. Muñoz, Roma di Dante, Milano-Roma 1921, pp. 126-27).
Di c. episcopali mobili la più celebre (dopo la Vaticana) e, senza dubbio, la più bella, è la c. (rivestita di avori) del vescovo Massimiano di Ravenna (conservata nel locale museo Arcivescovile). Ha sulla fronte del bancale la figura del Battista e quelle degli Evangelisti, e poi ricchissime fasce decorative, una delle quali include il monogramma del vescovo. La parte anteriore del dossale e la posteriore hanno scene del cielo neotestamentario; i fianchi del bancale hanno storie di s. Giuseppe ebreo. E poi ancora ricchissima di fasce decorative. In alto sul dossale vi è un clipeo con l'immagine di N. S. Gesù Cristo. Sono state espresse varie opinioni circa i caratteri di questi avori, ma sembra veramente fondata l'idea che essi provengano da laboratori alessandrini dei primi decenni del sec. vi.
Spostandosi di vari secoli, si notat che un raro esempio di sedia episcopale lignea (conservante ancora il suo cuscino) della fine del Duecento trovasi nella cattedrale di Anagni. E ad archetti gotici (A. Muñoz, op. cit., p. 327). Una sedia abbaziale romanica sta nel cenobio di Montevergine (sec. xir-xir) ma è completata con parti laterali (fig. in P. Toesca, Storia dell'arte italiana, I, Torino 1911, p. 1101). Vi si vedono intagli in legno con figure d'animali, che, pur essendo opera di artefici meridionali, s'ispirano a soggetti nordici. In ferro è la cosiddetta "c. di s. Barbato" del duomo di Benevento; si tratta di un alto seggio forse del sec. XI (P. Toesca, op. cit., p. 1103). Ancora sorpassando parecchi secoli, è da ricordare un bel mobile della fine del Cinquecento o inizi del Seicento, cioè la c. di s. Roberto Bellarmino conservata a Roma nella sagrestia di S. Maria in Via (C. Cecchelli, S. Maria in Via, Roma s. d., pp. 54-55). Ad un altro grande santo (s. Filippo
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(Int. Alinari)
Cattedra - C. episcopale con la dedica di Alfano alla Vergine (primi del sec. xili) - Roma, chiesa di S. Maria in Cosmedin.
Neri) spetta (ma è oggetto modesto) la c. che nella Chiesa Nuova in Roma serve ancora oggi per talune catechesi.
Nel Coemeterium maius di Roma (via Nomentana) si notano diverse c., talvolta ad alto schienale, tal'altra a schienale basso superiormente arrotondato, scavate nel tufo e in prossimità di tombe. Se ne son trovate anche nel cimitero di Panfilo (sulla Salaria) e altrove. Il Bosio e il Marangoni ne videro entro gli ipogei dell'Agro Verano sulla Tiburtina. Si credette che tali c. avessero funzione di mobilio liturgico; ma sta di fatto che varie circostanze le rendono inadatte. L'uso da parte di una persona adulta sembra impossibile. E anche scomparsa l'idea che si scolpissero per memoria della c. di s. Pietro. Si è quindi fatta avanti una certa analogia con monumenti funebri pagani, nel senso di un riferimento allo stato del defunto nell'oltretomba. In fondo, è pur questa la concezione che presiede al banchetto funebre. I superstiti banchettano presso la tomba avendo presente lo scomparso che cosi fruisce di refrigerio nell'al di là. E quindi un'assimilazione ed una propiziazione.
Diverse sono le rappresentazioni dei defunti in c. nell'antichità (es.: il rilievo di Chrysapha presso Sparta conservato nell'antiquarium di Berlino; il rilievo di villa Albani in Roma, ecc.). Talvolta il defunto, stando seduto, innalza il vaso della libazione, e davanti a lui sta il tavolo delle offerte (es.: rilievo ittitico da Zengirli, passato nel Kais. Friedr. Mus. di Berlino). Subselli, c. trovansi entro sepolcri (camera funebre presso Eretria in Eubea; tomba etrusca delle "Sedie e Scudi» presso Cerveteri; camera sepolcrale romana di Weiden, presso Colonia, ecc.). Talune scene cristiane con il defunto che liba stando assiso, ovvero in piedi, non differiscono dalle pagane (es.: un titulus figurato delle catacombe di Ciriaca e poi altro di Anagni proveniente da una catacomba romana). Ma qui bisogna distinguere tra il semplice mezzo espressivo e quel che è invece il contenuto spirituale. Anche Gesù disse che berrebbe vino con i suoi Apostoli nel regno del Padre suo (Mt. 26, 29) e si parla di dodici troni su cui gli Apostoli giudicherebbero le 12 tribù d'Israele
(Mt. 19, 28). Chi oscrebbe sul serio asserire che Gesù parla di banchetto reale e di troni materiali? Le tendenze pagane del popolo tradussero la beatitudine in manifestazioni materiali. Già nell'uso giudaico il banchetto funebre assume un carattere morale. Fra gli avvertimenti salutari dati da Tobia al figliuolo c'è : « poni il tuo pane ed il tuo vino sul sepolcro del giusto, ma non mangiarne insieme con i peccatori» (Tob. 4, 18). Quindi, se le c. servirono in relazione alla mensa funebre, esse vollero indicare che ivi era persona che si reputava un "giusto». La c. era il luogo del defunto sentito presente e collocato nella stessa dignità in cui si contemplava nel cielo. - Vedi Tavv. LXVI-LXVII.
Bibs.: A. Prefemo, La memoria di s. Pietro nella regione Salario-Nomentana (bac. suppl. della Römische Quartalschrift, 21 [1916], pp. 101, 125 e 130, n. 5); E. Josi, Il cimitero di Panfilo e i martiri in esso venerati, in Rivista di archaiagia cristiana, I (1924), pp. 99-104; Th. Klauser, Die Cathedra im Teyschult der heidaischen and christlichen Antike (Liturgiegeschichtliche Forschungen, 9), Münster in V. -Aschendorff 1927; O. Marucchi, Pietro e Paolo a Roma, 4ᵃ ed. (postuma; a cura di C. Cecchelli), Torino-Roma 1934, pp. 199-206. Per la c. vescovile, cf. i materiali (non sempre accuratamente vagliati) della voce Chaire épiscopale di H. Leclercq, in DALL, III, t. col. 1972: ivi pure la voce ben trattata, di F. Cabral, Chaire de s. Pierre à Rome (Fête de la), ibid., coll. 76-90. C. diverse : per quella di s. Pietro, v. G. B. De Rossi, La c. di s. Pietro nel Vaticano e quella del cennetrio Cairiano, in Boll. di arch. christ., 1a sesta, 5 (1867), p. 33 sgg.; per quella del tesoro di S. Marco in Venezia: G. P. Secchi, La c. altessudivus di s. Marco, ecc., Venezia 1823; per la c. di Massimiano, v. C. Cecchelli, La c. di Massimiano, I, Roma 1936-44; per la statua di s. Ippolito in c., v. ora G. Bovini, in Boll. della commiss. archeol. del governoi. di Roma, 68 (1940), pp. 109-28.
Carlo Cecchelli
CATTEDRA DI SAN PIETRO, PESTA della. Non si tratta della cattedra o sede materiale, ma del magistero di s. Pietro. Qui c. è sinonimo di sedes.
È tipica la sentenza di s. Cipriano, ispirata a s. Paolo (Ephes. 4, 5) : "Deus unus est et Christus unus et una ecclesia et cathedra una super Petrum Domini voce fundata" (Ep., 43, 5); concetto che si ritrova nel carme anonimo Adversus Marcionem (III, 9: PL 2, 1077) : "hac cathedra, Petrus qua sederat ipse...."; chiaramente ancora in Ottato di Milevi: «in urbe Roma Petro primo cathedram episcopalem esse conlatam, in qua sederit omnium apostolorum caput Petrus, unde

(da Franchetti, Bernini, Roma 1867)
Cattedra di S. Pietro - Cattedra in legno e avori racchiusa nella "c." di S. Pietro - Basilica di S. Pietro.
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et Cephas appelatus est, in qua una cathedra unitas ab omnibus servaretur» (De schismate Donatistarum, II, 2: PL 11, 947) e inoltre: "...cathedram unicam quae est prima de dotibus [Ecclesiae] sedit prior Petrus cui successit Linus" (ibid., II, 3; cosi pure ibid., II, 9).
Dunque la cathedra Petri è la cathedra del primato e dell'unità della dottrina della Chiesa.
Quanto all'istituzione della festa della cathedra Petri (22 febbr.) si ha già nella « Depositio martyrum» (sec. iv) il natale Petri de Cathedra. Tale solennità è spiegata cosi da s. Agostino (m. nel 430): «institutio solemnitatis hodiernae a senioribus nostris cathedra nomen accepit idea quod primus apostolus Petrus hodie episcopatus cathedram suscepisse referatur. Recte sego Ecclesiae natalem sedis illius colunt, quam Apostolus pro Ecclesiarum salutem suscepit" (Serm. 190, 1: PL 39, 2100).
La data del 22 febbr. è dunque quella dell'inizio dell'episcopato romano di S. Pietro. Se ne ha anche una conferma nel catalogo De vigiliis et ieiuniiis di Perpetuo di Tours (460), in cui si legge: Natale s. Petri Episcopatus (Gregorio di Tours, Hist. Franc., X, 31), nel can. 22 del Concilio di Tours del 567 (Hefele-Leclercq, III, I, p. 191) e nel Calendario marmoreo di Napoli (sec. Ix) che, alla data, si suni bene, del 12 febbr. ricorda il : Dies quo electus est s. Petrus Papa.
Nel Martirologio geronimiano si ha invece una seconda solennità della Cathedra Petri al 18 genn. Tale festa è d'origine gallicana, e non sembra anteriore alla metà ca. del sec. vi. Interessante al riguardo la notizia che si legge nel Martirologio di Gellone, citato dal Mabillon (PL 72, 181): XV Kal. Febr. secundum Gallos Cathedra s. Petri apostoli.
Il testo del Geronimiano compilato ad Auxerre dette al 18 genn. il titolo di Cathedra romana e a quella del 22 febbr. il titolo di Cathedra Antiochena; tale distinzione non ha alcun valore sia storico che liturgico.
La introduzione delle solenni stazioni quaresimali e la loro importanza nella liturgia romana dal sec. vi in poi, fecero andare in disuso a Roma la festa del 22 febbr., perché cadeva quasi sempre in Quaresima, tanto che non la si trova nei sacramentari Geliniano antico e Gregoriano. Tale festa continuò tuttavia ad essere celebrata nelle Gallie e nella Spagna, come fanno fede i vari codici del Sacramentario geliniano del sec. VIII, il Lezionario di Silos, e il Sacramentario mazarabico. Dopo il Mille la ricorrenza del 22 febbr. fa nuovamente ritorno anche nei libri liturgici di tipo romano, e non è raro il caso di trovare nei manoscritti o tutte e due ( 18 genn., 22 febbr.) o solo l'una o l'altra. Paolo IV, il 6 genn. 1558, stabilì che ambedue le feste fossero celebrate nella Chiesa universale, con rito doppio (cf. Bullarium Rom., VI, Torino 1860, pp. 531-32). Nelle due ricorrenze i formulari liturgici sono identici, salvo le lezioni del secondo e terzo Notturno.
Bibl.: K. A. H. Kellner, L'anno ecclesiastico. trad. it., Roma 1914, p. 262-68; L. Duchesne, Les origines du culte chrélien, 5 e ed., Parigi 1925, p. 284; J. P. Kirsch, Le feste degli Apostoli Pietro e Paolo nel Martirologio geronimiano, in Rite. di arch. cristiana, 2 (1925), pp. 54-83; T. Klauser, Die Cathedra im Totenbult der heidnischen und christlichen Antike, Münster in V. 1927, p. 152-83; P. Batiffol, Cathedra Petri, Parigi 1938, pp. 123-34.
Pietro Frutaz-Enrico Josi
CATTEDRALE. - E la chiesa principale della diocesi, ov'è la cattedra o trono del vescovo. Detta anche "Duomo» o casa di Dio per eccellenza, è la più importante della diocesi (ecclesia mater e maior). Se il vescovo è insignito di qualche grado di dignità o di giurisdizione particolare, la sua c. riceve anch'essa il titolo analogo, cioè di metropolitana, primaziale o patriarcale.
La c. deve essere solennemente consociata (cfr. can. 1165 §3) e l'anniversario di questa consacrazione o dedica si celebra in tutta la diocesi con il rito doppio di I classe e ortaya; senza ottava dai religiosi. Con ugual rito si solennizza il santo titolare. La cattedra episcopale, o trono, deve trovarsi, secondo l'uso antico, in fondo all'abside, con l'altare davanti, di modo che il celebrante guardi il popolo; se l'altare è addossato alla parete, allora il

(de M. Horfman, Die Kunst des fraten Mitititutters, Burline 168) Cattedrale - C. di Tournai posta nella parte alta della città. Veduta sud-ovest (iniziata nel 1107 e ultimata nel sec. xiv).
trono sta al lato del vangelo. L'ufficiatura quotidiana della c. è fatta dal Capitolo (v.) e consiste nella recita del divino ufficio e nella Messa cantata del giorno. Nella c. hanno luogo le più solenni funzioni, quali le sacre ordinazioni generali, "vocatis et praesentibus canonicis", nei sabati delle Quattro Tempora, nel sabato «Sitientes» e nel Sabato Santo (can. 1006 e 1009); l'annuncio delle feste mobili dopo il vangelo della Messa dell'Epifania, la consacrazione degli Olii santi e la lavanda dei piedi il Giovedi Santo. A Pasqua ed in altro giorno a sua scelta il vescovo dà nella c. la benedizione papale con annessa indulgenza plenaria, secondo il can. 914.
Il CIC ha varie norme sulle c., oltre a quelle già citate; tali norme riguardano: l'onere delle riparazioni (can. 1186: v. chiesa), la conservazione della SS.ma Eucaristia (can. 1268 § 3 : v. eucaristia), il diritto di ricevere le sacre suppellettili del vescovo alla di lui morte (can. 1299: v. suppellettili sacre), e viceversa l'obbligo di somministrare gratis al vescovo le sacre suppellettili e tutto ciò che gli occorre per la Messa e per i pontificali (can. 1303 § i: v. suppellettili sacre), la competenza giudiziaria per le cause riguardanti diritti o beni temporali della c. (can. 1576 \ 1, che prescrive un tribunale collegiale di tre giudici), la possibilità per il vescovo di stare in giudizio a nome della c. (can. 1653 § i), gli effetti dell'interdetto locale nei riguardi della c. (cann. 2271 n. 2 e 2272 : v. interdetto).
Bibl.: U. Burlière, La dération à l'Eglise cathédrale, in Sem. Liturg., 3 (1925), p. 114 sgg.; L. Eisenholer, Compendio di liturgia, trad. it., Torino 1940, p. 90 sgg.; M. Righetti, Storia liturgica, L. Milano 1945, p. 323 sgg. Rinaldo Pilkington
La c. Nell'Urbanistica. - Riguardo all'ubicazione è interessante constatare che le c. più antiche medievali sorgevano non nel cuore della città, ma alla periferia, e talora perfino completamente esterne all'abitato (Pisa). Il Mengozzi vorrebbe ricercarne la causa nelle
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difficoltà incontrate dalla Chiesa durante i primi secoli, o nella mancanza di aree disponibili entro il nucleo urbano; secondo il Gantner, l'isolamento dell'edificio sacro dai profani rispondeva ad intenti simbolici.
Più probabilmente devono aver influito in tale senso ragioni difensive, come dimostra il collegamento della c. con il castello (Fondi, ora non più sede vescovile) o la sua posizione accanto a punti obbligati di passaggio, e pertanto certamente fortificati, quali i ponti (Verona, e forse anche Colonia), ovvero al limite della cinta murata originaria, nelle città di fondazione romana (Como, Lucca e molti centri sulla via Emilia). Infine può non essere stata estranea a questa ubicazione anche l'opportunità di servire in pari tempo alle esigenze spirituali della città e del contado.
Anche la configurazione del terreno ha influito in modo decisivo, determinando nelle città di collina il collocamento della c. nel punto più elevato, sovrapponendola spesso a templi romani o pre-romani (Alatri, Fermo), e talora dando luogo a ubicazioni periferiche (Gubbio, Spoleto, Cortona), o addirittura esterne al nucleo urbano (Ancona). Il risultato è stato comunque un distacco dal rimanente nucleo dei fabbricati, con il netto risalto della chiesa su tutto il complesso dell'abitato. Effetti pittoreschi e grandiosi si osservano specialmente nelle città su fiumi, ove la c. domina da terrazze naturali la zona adiacente (Avignone, Basilea). Nelle città di pianura, la c., quando occupa una posizione centrale, diviene generalmente l'elemento determinante e costituisce nel grande rinnovamento edilizio che si inizia con il sec. xiri il motivo dominante della piazza principale, ove si tiene anche il mercato (Cremona, Reggio Emilia, molte città belghe e tedesche). La piazza può assumere forme planimetriche varie: la disposizione a L, che consente alla chiesa di presentare due lati liberi, è frequente in Italia (Pistoia, Foligno), e non rara anche nell'Europa centrale e occidentale (Strasburgo, Rouen) : si hanno anche forme triangolari, di origine più antica (Massa Marittima), ma che in alcuni paesi continuano fino al Trecento inoltrato (Aarversa); talora infine la piazza è disposta in profondità, spesso sapientemente collegata con altre piazze vicine, in modo da costituire un complesso di spazi organicamente raggruppati (Todi, Ascoli Piceno).
Le nuove concezioni rinascimentali, dopo qualche manifestazione di transizione (come Urbino, che mostra una ripresa, con diversa sensibilità, del collegamento tra chiesa e castello), si affermano completamente a Pienza, ove la c. assume il significato di elemento centrale in una composizione edilizia armonicamente fusa ed equilibrata nei rapporti volumetrici e spaziali e logicamente inserita nello schema urbano. Il secolo successivo mostra anche in questo campo l'impronta del manierismo accademico nella piazza di Livorno, in cui al duomo fanno cornice edifici porticati secondo un'impostazione rigidamente unitaria. Il barocco ci offre infine a Salisburgo l'espressione del nuovo senso spaziale, nella successione di piazze circondanti la c. disposte in modo da assicurarne la visuale da tutti i lati, pur lasciando l'ambiente antistante chiuso e raccolto.
Nessun interesse presentano sotto questo aspetto il Settecento e l'Ottocento; in quest'ultimo secolo anzi i falsi criteri dell'isolamento e di una male intesa valorizzazione conducono alla completa alterazione dell'ambiente originario, con la trasformazione degli antichi sagrati in piazze troppo vaste e talora dense di traffico (Milano, Parigi). Sono quasi sempre banali anche le soluzioni adottate nei primi decenni del Novecento per la ricostruzione delle città terremotate in Italia.
Fuori d'Europa qualche buon esempio di sistemazione urbanistica della c. si trova nell'Africa settentrionale (Bengasi, Tripoli, Rabat). Ma è soprattutto nell'America latina che possono vedersi le espressioni più imponenti negli ultimi tre secoli: particolarmente a Città del Messico e a Santiago del Cile, dove, attorno
alla chiesa principale della città, si raggruppano scenograficamente i maggiori edifici rappresentativi.
Bibl.: J. Gantner, Grundformen der europäischen Städte, Vienna 1928; G. Menzuzzi, La città italiana nell'alto medioevo, Firenze 1931; M. Zocca, Elementi per uno studio dell'urbanistica medioevole in Italia, Roma 1938.
Mario Zocca
CATTEDRATICO. - E un tributo che tutte le chiese (compresi gli oratori pubblici) e i benefici soggetti alla giurisdizione del vescovo, come pure tutte le Confraternite, devono pagare annualmente al vescovo in riconoscimento della loro sudditanza (in signum subiectionis: CIC, can. 1504). Si chiama anche sinodatico (questo nome si trova in due testi del 1206 e 1218 in c. 20, \mathrm{X}, \mathrm{III}, 39, e c. 16, \mathrm{X}, \mathrm{I}, 31 ), perché anticamente soleva esser pagato in occasione del sinodo diocesano che si sarebbe dovuto radunare ogni anno.
L'ammontare del tributo non è determinato dal CIC, che rinvia alla consuetudine preesistente da lungo tempo (si ritiene almeno da quaranta anni), o, se questa manchi, stabilisce che la misura sia fissata nel concilio provinciale o nella conferenza vescovile della provincia, ed approvata dalla S. Sede (CIC, cann. 1504 e 1507 § 1); il CIC si limita solo a dire, conformemente, del resto, al fine per cui il c. è stato istituito, che esso deve essere moderato. Alcuni autori ritengono (con buoni argomenti storici e logici, ma in contrasto con la prassi e con una parte della dottrina anteriore al CIC) che il tributo debba essere stabilito in misura eguale per tutti coloro che vi sono soggetti, non in misura proporzionale al reddito.
Obbligati a pagare il c. sono tutti gli enti sopra indicati, compresi i benefici uniti ad altro ente ecclesiastico, purché non siano esenti dalla giurisdizione del vescovo; e non sarebbe legittimo csonerarne alcuni o tutti, essendo cio contrario al can. 1504. Né la prescrizione estintiva (can. 1509 n. 8), né, sembra (come già da vari secoli avevano riconosciuto la Rota, la S. Congr. del Concilio e la dottrina) la desuetudine, possono esonerare dall'obbligo (sebbene di fatto vi siano luoghi in cui non si usa pagare il c.), che quindi può esser tolto soltanto con provvedimento pontificio.
Il c. si deve pagare solo mentre il vescovo è in carica; durante la vacanza della sede vescovile non vi è tale obbligo (cf. S. Congr. del Concilio, 20 ag. 1917). Ma l'obbligo sussiste, salvo diversa disposizione della S. Sede, non solo nelle diocesi, bensì anche nelle abbozie e prelature sedlias (cf. can. 215 § 2); non sembra invece che vi sia nei vicariati e prefetture apostoliche, nonostante la disposizione del can. 294 § r.
Ecco è da classificare fra le imposte o tributi generici (v. TASSE ECCLEBIASTICHE).
La legislazione italiana vigente non tutela il diritto della Chiesa alla riscossione coattiva del c.; riconosce però l'esistenza di tale imposta, quando ne ammette la detrazione come passività per determinare il reddito netto dei benefici, agli effetti della concessione dell'assegno supplementare di congrua (cf. art. 21 n. 227 e art. 12 n. 228 del T. U. 29 genn. 1931).
Il termine c. si trova già nell'epitome latina delle Novelle di Giustiniano ( 115 , § 431 ), per indicare la tassa che il vescovo in occasione della sua consacrazione versava una volta tanto, in parte ai vescovi consacranti, in parte al clero e ai notari che avevano preso parte alla cerimonia, conformemente alla consuetudine riportata nella Nov. 123, cap. 3.
L'origine dell'attuale c. viene comunemente fatta risalire a consuetudini o decreti sinodali spagnoli dei secc. vi-viI. Il più antico testo conosciuto sembra essere il can. 2 del II Concilio di Braga del 572 (c. 1, C. X, q. 3), che suppone l'ammontare massimo di due solidi (limite che si ritrova poi quasi costantemente nelle legislazione e nelle dottrina: cfr. can. 4 del VII Concilio di Toledo del 646, in c. 8, C. X, q. 3). Il tributo si trova poi menzionato in vari testi di concili particolari (cf., tra gli altri, can. 2 del Concilio di Ravenna del 998), e presso molti scrittori ecclesiastici medievali, come pure in una decretale di Alessandro III del 1180 (c. 9, X, III, 39).
Il primo testo legislativo per tutta la Chiesa fu molto
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probabilmente una decretale di Onorio III del 1218, che ebbe valore di legge universale almeno dal 1226 (poi riprodotta anche in c. 16, \mathrm{X}, \mathrm{I}, 31 ), e che conferma la misura di due solidi.
Il carattere quasi simbolico di tale imposta deve essere stato talvolta dimenticato, se Benedetto XIV poteva annoverare tra i fini del c. anche quello di contribuire agli oneri gravanti sull'ufficio del vescovo.
Il c. esiste anche, con il nome di canonico, nel diritto canonico orientale, dove anzi, presso alcuni riti, deve pagarsi anche al patriarca.
BibL.: L. Ferraris, s. v. in Prompta bibliotheca, II, Roma 1886, pp. 238-42; L. Thomassinus, Vetus et nova Ecclesiae disciplina circa bonificia et beneficiarion, III, II, cap. 34; Benedetto XIV, De synodo diocesana, V, capp. 6-7; Werra-Vidal, IV, II (1935), pp. 326-27; M. Lalmant, Cathedralicum, in DDC, II, coll. 1236-40; A. Coussá, Epitome praelastionum di iure ecclesiastico orientali, I, 2ª ed., Grottaferrata 1948, p. 268.
Pio Ciprotti
CATTELLANI, Vincenzo. - Oratoriano, n. il 13 ott. 1742 a Reggio Emilia dove sempre visse e mori nel sett. 1804. Sacerdote esemplare, fu esaminatore dei chierici e dei parroci, ed eletto più volte superiore della sua Congregazione.
Fu scrittore e poeta elegante sia in latino che in italiano. Oltre poementi di carattere profano, pubblicò vari opuscoli di novene, preghiere, parafrasi di canti biblici, poemetti per monacazioni e consacrazioni sacerdotali e una biografia ascetica: Vita della serva di Dio Rosa M. Martini, giovinetta secolare fiorentina morta il 20 febbr. 1769 in età di 22 anni (Firenze 1773).
BibL.: C. De Rosa di Villarosa, Memorie degli scrittori filippini, II, Napoli 1842, pp. 38-41; P. Auvray, s. v. in DSp, II, col. 354 . Renata Orazi Ausenda
CATTOLICHE, LETTERE. - Titolo attribuito a sette scritti apostolici che, nelle edizioni attuali del Nuovo Testamento, seguono le 14 lettere di s. Paolo e sono disposte in quest'ordine: una di Giacomo, due di Pietro, tre di Giovanni, una di Giuda. Negli antichi codici greci del sec. Iv (Vaticano e Sinaítico) queste lettere sono trascritte prima di quelle paoline. Nei canoni dei Concili fiorentino e tridentino Pietro ha la precedenza, però nella Volgata clementina al primo posto è Giacomo. Questa disposizione in uso presso gli scrittori orientali, portata in Occidente da s. Girolamo, si deve probabilmente al fatto che nell'epistola ai Galati (2, 9) i nomi degli Apostoli sono disposti in quest'ordine: «Giacomo, Cefa, Giovanni ». Potrebbe anche derivare dalla priorità cronologica dello scr'tto di Giacomo.
Sul significato del titolo «I. c. n si discute. La maggior parte dei commentatori ritiene che significhi «universali». Infatti queste lettere hanno, nel complesso, una destinazione più larga di quella degli scritti paolini. La II e la III di Giovanni sono si dirette rispettivamente ad una Chiesa (detta Signora-Eletta) e ad un individuo (Caio), ma questi brevi scritti si possono considerare come appendici alla I di Giovanni che, dal contesto, risulta diretta all'ambiente per cui fu scritto il IV Vangelo (Asia Minore). Secondo altri il titolo «c. " sarebbe sinonimo di «canoniche». Indicherebbe che questi scritti sono ricevuti dalla Chiesa cattolica. In questo senso si potrebbe interpretare un'espressione controversa del Frammento muratoriano: "Epistola sane Iudae et superscripti (o superscriptae) Iohannis duae in Catholica habentur" (linn. 68-69). Cassiodoro chiama «c. "le nostresette lettere (PL 70, 1126). S. Beda le chiama indifferentemente canoniche o "c." (PL 93, 9).
La canonicità di cinque di queste lettere fu soggetta a dubbio nei primi tre secoli. Eusebio ne elenca solo due (I Pietro e I Giovanni) fra gli scritti homologoiimenoi (ammessi da tutti), classifica le altre tra gli antilegómenoi (disputati), riconosciuti però dalla maggior parte (Hist. eccl., III, 25: PG 20, 269). Nel sec. Iv v'è il consenso moralmente unanime in favore
della canonicità di tutte. Per le questioni particolari, v. GIACONO; PIETRO; GIOVANNI; GIUDA.
Bibl.: J. Chaine, L'épltre de Jacques, ivi 1927; id., Les épîtres catholiques: La seconde de Pierre, les épîtres de s. Jean. L'ép. de Jude, ivi 1939; A. Charue, Les épîtres catholiques (L. Pirot, La S. Bible, 12), Parigi 1938, pp. 373-379; M. Sales, La S. Bibbia Nuova Test., II, nuova ed., Torino 1943, pp. 306-609; P. De Ambroggi, Le lettere cattoliche tradotte dal greco e annotate, Torino 1947, 2ª ed., ivi 1949. Pietro De Ambroggi
CATTOLICITÀ. - È la terza proprietà della Chiesa, in base al Simbolo di Nicea-Costantinquoli: «Io credo nella Chiesa cattolica». Questo epiteto di cattolica serve, fin dal, e origini - esso appare già in s. Ignazio d'Antiochia, morto nel 107 (Ad Smirnenses, 8, 2) a designare la società religiosa gerarchica fondata da Gesù Cristo per condurre gli uomini alla salvezza, la Chiesa cristiana, la vera Chiesa diffusa in ogni luogo, per opposizione alle sètte locali, che si sono scisse da essa.
È un fatto che, ai nostri giorni, come un tempo, come sempre, l'epiteto di "cattolica" è restato il nome proprio della Chiesa che riconosce come capo visibile il vescovo di Roma, successore dell'apostolo s. Pietro. La Chiesa cattolica non è altro che la Chiesa romana, cioè la Chiesa che ubbidisce al papa. Gli altri gruppi cristiani rivendicano senza dubbio, anch'essi, il titolo di cattolico, ma lo fanno fiaccamente e senza grande convinzione, e nessuno di essi è riuscito ad accaparrare per se stesso questa denominazione. La "Chiesa cattolica" resta sempre, nella lingua comune a tutti i popoli, la Chiesa che ha il suo capo visibile supremo a Roma. Ciascuna delle Chiese dissidenti è generalmente designata con un vocabolo particolarista. Si dice: «la Chiesa orientale ortodossa, la Chiesa greca, la Chiesa russa, la Chiesa copta, la Chiesa armena, la Chiesa nestoriana, la Chiesa anglicana" ecc. Si vede quindi l'importanza della c. come proprietà della vera Chiesa. La difficoltà sta nel definire in modo preciso in che cosa essa consista. I teologi, e specialmente gli apologisti, hanno distinto tutte le specie di c.: c. del tempo, dello spazio, della dottrina; c. assoluta e c. relativa; c. simultanea e c. successiva; c. materiale e c. formale; c. quantitativa e c. qualitativa o attitudinale; c. di diritto e c. di fatto; c. fisica e c. morale. Lo spirito si perde in tutte queste distinzioni e ci manca lo spazio per spiegarle singolarmente. Ci contenteremo di dare una nozione generale della c. e di considerarla: 1^{°} come proprietà essenziale della Chiesa; 2^{°} come nota o segno distintivo della vera Chiesa.
1. Nozione generale della c. - L'aggettivo "cattolico " è una parola greca ( =x α θ α λ 1 α \dot{α} c, che deriva dall'avverbio α α θ δ λ ° \cup= in generale, in totale), che significa "generale, universale». La Chiesa cattolica è dunque la Chiesa universale. Quando si dice che questa società religiosa, la Chiesa, è universale si vuol significare che essa si rivolge a tutti gli uomini senza distinzione di condizioni, di razza, di nazione, di cultura; che essa è aperta a tutti ed ha la pretesa di riunirli tutti sotto la sua autorità, che essa intende realizzare l'impero universale dal punto di vista religioso. Ciò indica che essa lavora per realizzare il suo programma, la sua destinazione, mediante il proselitismo, mediante ciò che si chiama oggi «lo spirito missionario»; poiché non si concepisce che una società che miri all'universalità non cerchi di incorporarsi l'umanità intera. Questo può significare infine che in realtà questa società è già universale in qualche modo, perché è diffusa in ogni luogo; che ha dappertutto dei fedeli in numero più o meno considerevole. Questa universalità di fatto, per quanto sia relativa, è già una prova che le pretese della Chiesa all'universalità sono fondate; che essa possiede la capacità di realizzarle, poiché già uomini di ogni ordine, di ogni paese, di ogni razza, di ogni cultura, le obbediscono e la riconoscono per loro madre spirituale. Ecco dun-
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que tre significati della parola "cattolico" intimamente legati tra loro: la Chiesa è cattolica per il suo scopo e la sua destinazione; lo è per la sua attività, capace di realizzare questo scopo; lo è anche, almeno allo stato iniziale, per il risultato di questa attività, cioè per la diffusione più o meno densa su tutta la superficie della terra. Ecco le nozioni che desta a prima vista l'idea di universalità o di c., applicata ad una società religiosa.
Storicamente parlando, la terza di queste nozioni, cioè l'espansione in ogni luogo, è stata messa in rilievo per prima, fin dai primi secoli, dai Padri della Chiesa. Nessun dubbio che questo sia il significato diretto e storico della parola "cattolica" nel Simbolo di Nicos-Costantinopoli, sebbene gli altri significati non siano esclusi. Si vede infatti nel Iv sec., s. Cirillo di Gerusalemme distinguere parecchie specie di c., di cui la prima è la c. geografica (Catechesis XVIII: PG 33, 1044). Questo si comprende facilmente, perché la diffusione nello spazio è cosa visibile e facile o constatarsi. Essa forniva ai Padri un argomento a portata di mano per convincere di falsità gli scienzi, le sètte locali, le novità eretiche, mediante l'appello all'unione nella carità, nella fede, nella subordinazione al primate romano, della Chiesa universale, della "Catholica", come spesso la chiama s. Agostino. Ma non bisogna dimenticare che l'universalità di diffusione è lungi dall'esaurire il concetto di c. Questa espansione è piuttosto la manifestazione visibile della c. che la c. stessa. Di qui la necessità di approfondire dapprima la nozione di c. in quanto essa è una proprietà essenziale della Chiesa.
II. La c., proprietà essenziale della Chiesa. Che la c., l'universalità, sia una proprietà essenziale della Chiesa, è affermato chiaramente dai Libri Sacri. Il Vecchio Testamento ci descrive il regno del Messia promesso come un regno universale, che deve riunire tutte le nazioni della terra. L'universalismo è inseparabile dal messianismo. Tutte le profezie messianiche portano questa impronta (veggasi, ad es., Gen. 12, 3; 18, 18; 22, 18; Ps. 2, 8; 21, 26-29; Is. 2, 2; 60, 4 sg.; Ier. 3, 17; Dan. 2, 44; Mal. 1, 15). Nel Nuovo Testamento i testi che affermano il carattere universalista della Chiesa, regno di Dio sulla terra, sono innumerevoli. Basti citare le parole stesse di Gesù Cristo, dapprima in Mt. 28, 18-19: "Data est mihi omnis potestas in coelo et in terra. Euntes ergo docete omnes gentes", poi negli Att. 1, 8: "Eritis mihi testes in Ierusalem et in omni Iudaea et Samaria et usque ad ultimum terrae». Dappertutto, negli scritti del Nuovo Testamento al particolarismo giudaico, descritto nel Vecchio Testamento, si oppone l'universalismo della nuova legge promulgata da Gesù. Gesù è il salvatore di tutti, morto per tutti. La volontà di Dio è che tutti gli uomini siano salvi ed arrivino alla conoscenza della verità (I Tim. 2, 4). Più nessuna distinzione tra l'ebreo e il pagano; lo stesso Cristo è il Signore di tutti, liberale verso tutti quelli che l'invocano (Rom. 10, 12).
La Chiesa è dunque fatta per tutti gli uomini, aperta a tutti. Se è cosi, Dio ha dovuta dotarla di tutti i mezzi, di tutti gli elementi necessari per realizzare questa destinazione. Questi elementi devono anche portare il segno della c., dell'universalismo. Ogni uomo deve poterseli assimilare; essi devono essere liberi da ogni particolarismo inadattabile alla massa. Questi elementi costitutivi della Chiesa, questi mezzi di realizzazione del programma universalista, sono di due specie : gli uni sono interni ed invisibili, gli altri esterni e visibili; poiché la Chiesa è nel medesimo tempo spirito e materia; essa ha un'anima e un corpo. L'anima è tutto l'apparato sovrannaturale, invisibile, che le dà vigore, la vivifica, la santifica, la unisce a Dio Uno e Trino: Grazia, virtù teologali, doni infusi e carismi vari. Il corpo è ciò che appare esternamente dalla Chiesa: gerarchia (papato ed episcopato), predicazione,
magistero, ministero e Sacramenti, unione visibile di tuti i fedeli nella carità, nell'ubbidienza ai pastori, nella partecipazione alle cose sacre. Si può osservare facilmente che nella Chiesa tutto questo ha l'impronta dell'universalità, è assimilabile, è appropriato all'uomo in generale, senza alcun particolarismo, come avviene nelle altre religioni. Si noti soltanto che gli elementi interni sono cattolici perché essi sono spirituali, liberi della materia, madre dei particolarismi: e che gli elementi esterni, tali quali noi li vediamo funzionare nella Chiesa romana, lo sono anche per la loro semplicità, la loro pieghevolezza, la loro capacità di adattamento ai particolarismi nazionali e culturali legittimi, senza nulla perdere di quanto li costituisce essenzialmente.
Cattolica per la sua destinazione, per i suoi elementi costitutivi e i suoi mezzi d'azione, la Chiesa deve esserlo anche per la sua attività, nel senso ch'essa deve lavorare senza posa ad associarsi, ad incorporarsi tutta la massa umana, per realizzare, nei limiti del possibile, il regno universale di Dio sulla terra.
Questa attività voluta da Gesù Cristo, ordinata da Lui, non potrà essere sterile. Necessariamente essa produrrà ciò che si chiama "c. di fatto", la diffusione in tutte le parti della terra. Si ritrova qui la c., tale quale l'hanno intesa gli antichi Padri. La c. nello spazio è il segno, la manifestazione esteriore della c. proprietà, come è stata brevemente descritta.
III. La c. nota della vera Chiesa. - Ci resta da esaminare la c. in quanto essa può essere un mezzo per riconoscere quale è la vera Chiesa fra le Chiese cristiane attualmente esistenti, poiché sta di fatto che esistono parecchie società cristiane, che pretendono di essere ciascuna la vera Chiesa, o, per lo meno, essere una parte vera dell'unica Chiesa fondata da Gesù Cristo. Questa questione della c.-nota è quella che soprattutto ha preoccupato gli apologisti ed i teologi, fin dall'apparizione del protestantesimo. Ci si è poco occupati della c.-proprietà, tale quale si è or ora definita. Gli apologisti dapprima hanno avuto di mira le sole sétte protestanti, ed è stato loro relativamente facile dimostrare che ciascuna di esse presa a parte non possedeva la c. La questione si è complicata, quando si è rivolta l'attenzione sulle Chiese orientali dissidenti, specialmente sulla Chiesa grecorossa, imponente per il numero dei suoi fedeli e anche per la sua diffusione nello spazio.
Ai nostri giorni, la c. geografica, di cui poteva vantarsi la Chiesa romana, è stata alquanto oscurata, sia per il proselitismo protestante sia per la diffusione in tutti i paesi di certe sétte a Chiese resa possibile per la facilità di comunicazioni tra i continenti. Ci sono anche le obiezioni di ordine storico, alle quali si è dovuto rispondere. Cosi gli apologisti cattolici hanno fatto sempre più fatica a dimostrare che la c. era una nota "positiva ed esclusiva" della vera Chiesa. Essi hanno dovuto rivedere le loro definizioni e moltiplicare le distinzioni alle quali si è fatto allusione. Parecchi hanno detto che la c. non era che una nota negativa. Altri hanno abbandonato la c. spaziale o quantitativa per rivolgersi alla c. qualitativa o di attitudine. Ma anche li si presentano delle serie difficoltà nei riguardi di certe Chiese dissidenti. Si può dire che gli apologisti cattolici non sono riusciti finora a dimostrare chiaramente che la c. è una nota positiva, apparamente esclusivamente alla Chiesa romana (cf. G. Thils, Les notes de l'Eglise, pp. 214-54).
Questo insuccesso, deriva forse dal fatto che è stato dimenticato che le Chiese separate, specialmente quelle che hanno conservato presso a poco tutto quanto costituisce la vera Chiesa, ad eccezione del dogma della supremazia romana non erano prive di tutti gli elementi che entrano nella definizione delle quattro proprietà della Chiesa enumerate nel Simbolo. Si può trovare presso qualcuna di esse una certa unità, una certa santità, una certa c., una
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certa apostolicità. Bisogna rifare la prova mediante le quattro note, ricorrendo al metodo di paragone e di trascendenza : è la vera Chiesa quella che realizza meglio i concetti d'unità, di santità, di c., di apostolicità, in ciò che questi concetti esprimono di perfezione vera esteriormente verificabile. Per quanto riguarda la c., sono esteriormente verificabili i seguenti elementi: 1) la diffusione geografica; 2) l'attività missionaria; 3) lo scioglimento da ogni particolarismo inassimilabile da parte di certe categorie di uomini che intralcia la loro entrata nella Chiesa. Si segnalano, fra questi ostacoli, la soggezione di una Chiesa al potere civile e la sua mancanza d'indipendenza. E evidente d'altronde che la c., nel metodo di paragone, è inseparabile dall'unità. Ora, l'unità è l'elemento che maggiormente manca alle Chiese separate, non soltanto alle sètte protestanti, ma anche alle Chiese autocefale d'Oriente: ad es., ciò che si chiama la Chiesa ortodossa orientale o greco-russa, non è una sola Chiesa, ma un insieme di Chiese indipendenti le une dalle altre - ce ne sono attualmente ca. una trentina - che non sono nemmeno unite tra loro con il legame della comunione in sacris, alcune delle quali anatematizzano le altre. Non è difficile mostrare che la Chiesa romana la vince di molto ed egregiamente, su ciascuno dei gruppi cristiani separati per quanto riguarda ciascuno degli elementi esteriormente verificabili della c. Questi elementi, del resto, sono suscettibili di progresso. Si può dire che la c. come nota è sempre in fieri. Questo è evidente per quanto riguarda l'espansione geografica e parimenti per l'attività missionaria. La storia ci mostra anche che in certe epoche il cattolicesimo romano ha dovuto lottare per liberarsi da certi particolarismi e dal dominio di tale potenza secolare su di essa. Come ha scritto il Congar, op. cit., p. 131 : «La Chiesa che per l'interno partecipa senza limite dell'essere divino, deve partecipare, per l'esterno della sua organizzazione, all'infinità propria del divenire umano. Essa deve essere sempre in lavoro di adattamento con l'umanità per incorporarsela».
Bibl.: Tutte le opere che trattano della Chiesa in generale e della dimostrazione cattolica contro le sètte dissidenti parlano della c. Di queste opere G. Thils ha tracciato una lista quasi esauriente al principio del suo lavoro: Les notes de l'Eglise dans l'apologétique catholique depuis la Réforme, Gembieux 1937, pp. 29-53. Per la nota di c. in particolare vedere il cap. 3 della parte 2^{°}. pp. 214-54. Si segnalano solo le dissertazioni più recenti sulla c.: A. Göpfert, Die Katholizität der Kirche. Eine dogmengeschichtliche Studie, Würzburg 1876; B. Söder, Zur Begriff der Katholizität der Kirche und des Glaubens nach seiner geschichtlichen Entwicklung, ivi 1881; A. de Poulpiquet, La notion de catholicité, Parigi 1923, pp. 1-61; Catholicité, numero speciale della Revue des sciences philosophique et théologique, 17 (1928), al quale hanno collaborato P. Batiffol, J.-D. Labronin, J.-T. Delos, E.-D. Allo, J. Schauillin, A.-D. Bertil. langes; G. Thils, La notion de la catholicité de l'Eglise dans la théologie moderne (la ricerca si arresta al sec. xix), in Ephenarides theologicos Comuniones, 13 (1936), pp. 5-73; J.-M. Congar, Chrétiens désunis, Parigi 1937, p. 115 sgg.; T. Zapelena, De vile notarum in recenti quodam opere, in Gregorianum, 19 (1938), pp. 88-109. Martino Jugic
CAUCHON (Calconens), Pierre. - Vescovo di Beauvais, n. presso Reims ca. il 1371, m. a Lisieux nel 1442. Studiò a Parigi e militò nel partito dei bor gognoni. Divenne vescovo di Beauvais nel 1420. La popolazione della diocesi, che contava molti armagnacchi ed era apertamente antinglese, lo cacciò nel 1429. Fu il principale giudice nel processo contro s. Giovanna d'Arco nel 1431, nel quale si diportò molto male (cf. U. Chevalier, L'abjuration de Jeanne d'Arc au cimetière de St-Ouen et l'authenticité de sa formule, Parigi 1902) e questo finì di screditarlo in patria. Sollecitò allora dall'Inghilterra una diocesi in Normandia e fu fatto vescovo di Lisieux nel 1432; assistette in seguito al Concilio di Basilea (1434-35) e all'Assemblea di Arras nel 1435.
Bibl.: V. Bouton, P. C. recteur de l'Université de Paris, volume de Reims, évêque temporal et non spirituel de Beauvais et de Lisieux, son origine et ses armoiries, Parigi 1809; J.-B.-J. Ayrolas, La vraie Jeanne d'Arc, I: La pucelle devant l'Eglise de son temps, ivi 1890 (v. indice a pp. 727-28); id., ibid., V: La Martyre, Lione 1901 (v. indice a pp. 655-56); Ch. Cerf, P. C....
son origine, ses dignités, sa mort et sa sépulture, Reims 1896; P. Champion, Procès de condamnation de Jeanne d'Arc, II, Parigi 1920 (v. indice a pp. 439-40); A. Billard, Jeanne d'Arc et ses juges, ivi 1933.
Luigi Michelini Tocci
CAUDATARIO. - I. C. DEL PAPA. - Questo c. o lembifero deve sostenere sempre il lembo della sottana pontificia. Esso viene nominato con un biglietto di mons. maggiordomo, appena creato il nuovo Pontefice, il quale suole dichiarare tale il cappellano c., che lo serviva nel cardinalato, che diviene cappellano segreto e c.
Il c. nelle cavalcate (v.), oppure quando il Papa usciva in trono nobile o semipubblico o di città, faceva parte del corteggio papale. Egli tra l'altro ha l'incombenza di recare il vaso con le viscere del defunto Pontefice, quando se ne imbalsama il corpo, nella chiesa dei SS. Vincenzo ed Anastasio a Piazza di Trevi, per essere tumulato nell'apposito sepolcro. Il c. ha anche disimpegnato qualche carico nel palazzo Apostolico; nel 1700 fu nominato sblegato pontificio per portare nella Spagna le berrette cardinalizie al vescovo di Murcia ed al patriarca delle Indie.
II. C. del cardinali. - Il c. che sostiene il lembo della veste cardinalizia nelle cappelle papali. Nella mattina del concistoro pubblico per l'impostazione del galero mette per la prima volta l'abito che indosserà poi sempre nelle dette cappelle e cioè collare, sottana e fascia di seta paonazza, cui sovrappone la croccia di asia di egual colore, con cappuccio, maniche corte e mostre di seta. Sopra tali abiti, quando i cardinali prendono i paramenti sacri, assume la cotta. Il c. siede al secondo scalino della bancata, ove prendono posto i cardinali nelle funzioni papali.
Il medesimo abito porta il c. anche quando un cardinale compie funzioni pontificali.
III. C. DEI VESCovi. - Esso regge il lembo della cappa o della sottana del vescovo durante le sacre funzioni, rivestito della cotta sulla sottana nera.
Guglielmo Felici
CAUDIUM. - Nel Sannio sulla