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tta, gli commosse il cuore. Tornato a Firenze, benché escluso dal governo popolare per gli ordinamenti di giustizia del luglio 1295 , si schierò, lui nobile, dalla parte che più s'accostava al popolo, quella de' Cerchi, e fu dal 1296 al 1300 ficcoso avversario della parte de' Donati, finché, insieme con i capi delle due parti, non fu mandato al confino, a Sarzana ( 24 giugno 1300). Vi contrasse la malaria; richiamato in patria, vi morì il 29 ag. dello stesso anno 1300 . Le sue Alme comprendono ca. 50 componimenti, fra cusconi, ballate e sonetti.
"Era, come filosofo, virtudioso uomo in più cose, se non ch'era troppo tenero e stizzoso" dice il Villani; e di alto ingegno e di leggladri costumi, ma adeguoso e solitario lo raffigurano concordi i contemporanei; il Boccaccio aggiunge che andava speculando al modo degli epicurei; ed è da credere col Nardi che la sua teoria d'amore sia intinta d'averroismo, il che, in pratica, poteva condurre all'epicureismo. Per il C. l'amore è, infatti, una passione che viene dall'anima sensitiva soggetta all'influenza irresistibile di Marte e non dall'intelletto, sostanza separata,

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(da Guido Cavalcanti, Rime, Genova (651).
Cavalcanti, Guido - Silloge di rime di vari poeti, tre cui C. Cod. Chigiano L. VIII. 305, f. 36^{°} (sec. xiv) - Bibl. Vaticana.
che e gode unicamente di una vita di ragione, che consiste nella speculazione del vero»; e quando la passione d'amore si fa violenta e struggente si da offuscare l'intelletto, genera nell'uomo la morte, quella morale, che consiste nella perdita dell'uso e del dominio della ragione (Nardi). Ma più che per i sottili versi in cui C. investiga e analizza i suoi stati d'amore, egli va, come poeta, esaltato per i versi, in cui effonde immagini di bellezza e di grazia e di abbandono a un tenerissimo trepidante e sognante sentimento d'amore, pieno di sospiri tremori e sgomenti quasi di morte.

Bibl.: Per il testo critico delle Rime, v. Rimatori del dolce stil novo, a cura di L. Di Benedetto, Bari 1939. Per il commento e per la bibliografia, v. Rimatori del dolce stil novo, a cura di V. Branca, Genova 1941 e Dolce stil novo, a cura di C. Cordié, Milano 1942. Per la vita, v. I. Del Lungo, Dal secolo e dal poema di Dante, Bologna 1898, pp. 3-61; M. Barbi, G. C. e Dante di fronte al governo popolare, in Studi danteschi diretti da M. Barbi, I (1920), pp. 101-11; id., Dante, vita, opere, fortuna, Firenze 1933, pp. 207-70. Per il pensiero e l'arte v. E. G. Parodi, Poesia e storia nella Divina Commedia, Napoli 1921, pp. 211-30; V. Rossi, Scritti di critica letteraria, I, Firenze 1930, pp. 19-90; N. Sapegno, Il Trecento, 2 e ed., Milano 1938, pp. 23-32; B. Nardi, L'averroismo del "prima omico» di Dante, in Studi danteschi diretti da M. Barbi, 25 (1940), pp. 43-79; M. Casella, "Dolce stil novo» in Storia illustrata della letteratura italiana scritta da un gruppo di studiosi, I, Milano 1942, pp. 93-116; B. Nardi, Di un nuovo commento alla canzone del C. toll'amore, in Cultura neolattica, 6-7 (1946-47), pp. 123-35. Alberto Chiari

CAVALCATA. PARALE. - Così genericamente si chiamava quella che accompagnava il Papa quando si spostava dalla sua ordinaria residenza per portarsi nei diversi luoghi della città o per accingersi ad un viaggio. Questo, quando non avveniva in forma assolutamente privata, si compiva con solennità maggiore o minore secondo i casi. Sino a metà del sec. xvi ed in parte anche dopo, tali movimenti si compivano a cavallo; ed a cavallo procedevano anche i cardinali, i famigliari ed ogni altro dignitario che accompagnava il Papa. Quando il cocchio entrò nell'uso
comune e cessò di essere una singolarità, due cardinali di solito accompagnavano il Papa nella sua carozza, con la quale procedevano le carrozze di servizio ed i famigliari a cavallo secondo un nuovo cerimoniale che, seguendo gli usi del tempo, era sfarzoso e solenne.

Particolare solennità assumevano le c. che si svolgevano quando il Papa si portava nelle basiliche e chiese dell'Urbe in particolari giorni, per le cappelle annuali o per qualche visita straordinaria, ed il corteo veniva regolato secondo l'importanza del fatto; ma nessuna raggiungeva la sontuosità di quella che aveva luogo quando il Papa si muoveva dal Vaticano per prendere il possesso, dopo la sua elezione, della basilica Lateranense, che era la sua chiesa corredrale.

Quando la residenza ordinaria ed abituale del Papa era nel palazzo del Laterano, la presa di possesso della basilica non era che un'immediata conseguenza per il Papa dell'elezione o dell'entrata nel palazzo. Quando invece, dopo il ritorno da Avignone, il Papa prese abituale dimora al Vaticano, il giorno stesso in cui veniva incoronato, partiva di là col triregno prezioso in capo, con un corteo che si rese sempre più lungo e complicato: vi prendevano parte infatti i corpi e le rappresentanze cittadine, e, milizie presenti in Roma con le guardie di palazzo, tutta la prelatura e il Sacro Collegio col loro seguito a cavallo. Attraversato Borgo, il corteo passava per ponte Sant'Angelo, dove il Papa riceveva l'omaggio degli Ebrei, procedeva per Parione seguendo la via papale riccamente pavesata, attraversava il Foro, e per la via di S. Giovanni accompagnava il Papa fino alla Basilica, dove si compivano le cerimonie della presa di possesso. Non mancavano lungo il percorso archi trionfali con iscrizioni, ed in segno di liberalità si gettava dentro al popolo. Di tali cortei si hanno particolareggiate descrizioni ed anche incisioni in rame che li rappresentano.

La sontuosità dei cortei dei cardinali era in relazione con la ricchezza e potenza di ciascuno di loro, particolarmente quando appartenevano alla parentela del Papa, od erano di origine principesca, o rappresentavano in Curia principi e sovrani. Oltre alle c. che si svolgevano al momento della loro elezione e dell'ascesso al Consistoro pubblico per prendere il cappello, particolare solennità acquistava la c. che accompagnava il cardinale legato, quando, presa la croce cardinalizia in Consistoro, moveva verso il paese di destinazione accompagnato fino fuori porta dai suoi colleghi e dalle loro famiglie, o quando, nel suo ritorno in Curia, veniva accompagnato da fuori porta in Concistoro, dove faceva la pubblica relazione della sua legazione.

Quando un sovrano od un principe illustre od un'ambasciata solenne si accostavano alla città, era dovere dei cardinali di farsi incontro fin sulle porte con le loro famiglie a cavallo, per dare solennità a quell'ingresso. Altrettanto facevano di propria iniziativa i singoli cardinali alla venuta ed alla partenza di qualche collega particolarmente amico, di qualche ambasciatore, specie se del proprio paese, o di altro personaggio illustre; quando non partecipavano personalmente alla c. inviavano i familiari con le mule bardate in segno di onore.

V'erano poi altre c. solenni come quella degli uditori di Rota il giorno in cui, accompagnati da tutti i curiali, inauguravano l'anno giuirdico, o quelle in cui i maggiori ufficiali pontifici compivano speciali atti solenni inerenti al loro ufficio. - Vedi Tav. LXVIII.

Bibl.: Il cerimoniare pontificio G. Bercardo (Lib. notor., ed. in L. A. Muratori, Rer. ital. script., vol. XXII) descrive minutamente queste c.; inedite sono quelle di cui prendevano nota volta per volta i cerimonieri suoi successori e sono conservate nel loro archivio; F. G. Cancellieri, Descrizione delle cappelle pontifce e cardinalizie, Roma 1790; id., Storia dei colonoi passosi dei Romani Pontifici, iv 1802. Guglielmo Felto

CAVALCHINI (Guidoboni), Carlo Alberto. Cardinale, n. a Tortona il 26 luglio 1683 , m. a Roma il 7 marzo 1774. Laureatosi in diritto fu aggregato al collegio dei Giudici e Dottori a Milano. Da Clemente XI fu nel 1716 nominato avvocato concistoriale, da Benedetto XIII nel 1725 votante di Segna-

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tura; Benedetto XIV lo creò cardinali di S. Maria della Pace il 9 sett. 1743 e poi prefetto della S. Congregazione dei Vescovi e Regolari. Celebre rimase il suo voto per la beatificazione del card. Roberto Bellarmino, della cui causa era "ponente" (Relatio C. A. C. ponentis in causa beatif. Rob. card. Bellarmini, Roma 1753 ).

La Francia pose pubblica esclusiva contro la sua elezione al papato nel Conclave del 1758 , per il fatto ch'egli era considerato uno dei cardinali favorevoli alla Compagnia di Gesù. Tale favore dovette tuttavia in seguito raffreddarsi, come sembra doversi dedurre dal fatto che egli patrocinò la beatificazione del Palafox e non si mostrò contrario alla soppressione della Compagnia. Nel Conclave del 1769 fu ventilata una sua possibile elezione; consentì alla elezione del Ganganelli. Vescovo di Albano dal 12 febbr. 1759, divenne vescovo di Ostia e decano il 16 maggio 1763 . Fu sepolto ai SS. Apostoli.

Biel.: G. De Novaea, Elementi della storia dei Sammi Pontifal, rec., XIV, Roma 1822, p. 34: Pastor, XVI, 1-11, passim. [irenco Daniele

GAVALIER D'ARPINO: v. cesari, giusePpe. GAVALIER GALABRESE, il: v. preti, matria.

GAVALIERI, Bonaventura. - Gesuato, n. a Milano probabilmente nel 1598, m. a Bologna il 30 nov. 1647. Fu avviato agli studi matematici dal benedettino B. Castelli; fece così rapidi e splendidi progressi, che poi ne fu nominato professore nello Studio di Bologna. A lui si devono: l'introduzione in Italia dei logaritmi, alcuni ritrovati concernenti l'ottica e la meccanica, la teoria degli indivisibili, che lo fecero dichiarare dai contemporanei «novello Archimede».

Tra le numerose opere, sono da citare: Geometria indivisibilibus continnorum nova quadam ratione promota (Bologna 1635); Trigonometria plana et spherica linearis et logaritlimica (ivi 1643).

Biel.: G. Piola, Rlogio (in occasione dell'inaugurazione del monumento exotto al C. a Milano), Milano 1844; G. Favaro, Amici e corrispondenti di Galileo Galilei, biografia 31², in Atti del R. Istituto sennio, 74 (1914-15), pp. 700-67.

GAVALIERI, Giovanni Michele. - Liturgista dell'Ordine degli Eremitani di S. Agostino, n. a Ber-
gamo verso la fine del sec. xvir, m. il 6 genn. 1757. Di acuto ingegno e di rara cultura, fu eruditissimo in materie ecclesiastiche.

La sua principale opera è : Commentaria in authentica S. Rituum Congregationis decreta, ad Romanum praesertim Breviarium, Missale et Rituale quomodolibet attinentia (Bergamo 1743-51), dedicata a Benedetto XIV, nella quale dà una interpretazione dottrinale completa di tutte le decisioni della S. Congregazione dei Riti dal 1578 al 1751 in materia liturgica.

Biel.: D. A. Perini, Bibliographia Augustiniana, I. Firenze 1929, p. 217. Silverio Mattei

GAVALIERI DI COLOMBO. - Associazione di apostolato, di assistenza e di mutuo soccorso tra uomini cattolici dell'America del nord, Canadà e del resto del continente. E ora il più notevole sodalizio cattolico per la molteplicità delle sue iniziative, il raggio della sua azione ed il programma che si propone in quasi ogni campo di attività sociale.

Fondata a New Haven, nello Stato di Connecticut, dal rev. M. McGivrey, il 2 febbr. 1882, con un nucleo iniziale di solo undici membri, si estendeva rapidamente. Il 15 maggio si costituiva quale "Comitato supremo", perché nel frattempo era stato fondato nella stessa città di New Haven il primo Consiglio subordinato. Da allora in poi altri Consigli vennero fondati in ogni città e stato degli Stati Uniti ed il Comitato supremo stabilì che si istituisse un Supremo Consiglio composto del Comitato supremo e di delegati dei Consigli soggetti; in seguito fu necessario provvedere ad una più complessa rappresentanza.

Immediato scopo dell'associazione è quello di favorire la pratica della vita cattolica fra i membri, provvedere alle assicurazioni contro malattie ed infortuni, aiutare le famiglie dei soci defunti ed in particolare provvedere all'educazione morale e sociale degli associati.

Con il crescere del numero dei soci, l'associazione poté estendere le sue iniziative col provvedere alla diffusione della cultura e della dottrina cattolica anche tra le masse degli immigranti cattolici. Nel 1914 offrì 30.000 dollari all'Università cattolica di Washington per stabi-
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Cavalgata papale - Ritorno a Roma di Alessandro III. Affresco di Spinello Aretino (sec. xiv) - Siena, palazzo comunale.

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lire una cattedra di storia americana, elargendo inoltre una somma cospicua per l'acquisto di libri per la biblioteca dell'Università. I C. di C. non si limitarono a promuovere una maggiore educazione tra le masse di immig ranti cattolici, ma dedicarono una notevole parte delle loro attività alla maggiore comprensione della dottrina cattolica tra i protestanti, contribuendo cosi in modo considerevole a dissipare esistenti pregiudizi contro il cattolicesimo.

Uno dei loro meriti principali fu la campagna condotta per stabilire la «Giornata di Colombo»; quasi l'assoluta maggioranza degli Stati americani aderí all'iniziativa stabilendo che il 12 ott., anniversario dello sbarco di Cristoforo Colombo sul nuovo continente americano, fosse giornata festiva. Tra le recenti iniziative è degno di nota il programma di "pubblicità cattolica» su quotidiani e riviste di grande tiratura. Per questo scopo fu stanziata una somma iniziale di 350.000 dollari. Il delegato apostolico a Washington, plaudendo all'iniziativa, diceva di sperare ch'essa «porterà un bene indicibile per illuminare i non-cattolici e condurli nell'unica Chiesa di Cristo». L'arcivescovo Joseph E. Rummel, di Nuova Orleans, lodandola, espresse il desiderio che la campagna pubblicitaria venisse maggiormente estesa ai giornali di notevole tiratura di ogni singolo Stato.

Nella riunione del Consiglio Supremo dell'associazione tenuta nell'ag. del 1948, fu deliberato di organizzare nei maggiori centri americani conferenze e «riunioni di discussione» su questioni ed orientamenti di attualità cattolica. Un'altra decisione chiedeva l'espulsione dal territorio degli Stati Uniti dei diplomatici sovietici rei di spionaggio e di attività sovversive contro la forma democratica americana, in violazione del trattato di riconoscimento del governo sovietico da parte degli Stati Uniti del 1933. La riunione del Consiglio Supremo raccomandava al governo americano una "sollecita e liberale" applicazione delle misure circa l'ammissione dei displaced persons negli Stati Uniti.

Altra iniziativa dei C. di C. attuata all'inizio del 1948 ed ora in continuo sviluppo, è quella di diffondere programmi radiofonici intitolati «Family Theater Radio Program» che si ispirano al motto "la famiglia che prega insieme è quella che sta insieme». Il programma che mira al rafforzamento dei legami di famiglia e di etica cattolica è a cura del rev. Patrick Peyton, e viene trasmesso dalla grande stazione radio «Mutual Broadcasting Corporation," e da 352 stazioni minori. I C. di C. sollecitano, attraverso una campagna attiva della stampa e attraverso la radio, l'adozione di un "codice» per i libri a fumetti (comic books) per far fronte all'azione spesso deleteria del contenuto di tali "fumetti" sulla gioventù. Il "codice" è stato definito dai C. come un "grande passo verso la protezione della gioventù americana da una lettura piena di germi d'immoralità ». L'Associazione contava all'inizio del 1949 più di 700.000 soci, ed è retta da un "Consiglio supremo" e da un "Comitato supremo di direttori", come ente esecutivo. Esistono 2540 Consigli provinciali e 61 «Consigli di Stato».

Edward D. Kleer
CAVALLARI, Domenico. - Sacerdote e giurista, n. a Garopoli il 7 ott. 1724, m. a Napoli il 5 ott. 1781. Discepolo, a Napoli, del Vico per le lettere, del Genovesi in filosofia e di Pasquale Cirillo in giurisprudenza, insegso, dopo, diritto in quella Università.

Sue opere principali sono le Institutiones iuris canonici, le quali ebbero molte edizioni e i Commentaria de iure canonico. Postumi e solo pubblicati a Napoli nel 1788, più che le Institutiones, rivelano il suo atteggiamento politico ecclesiastico che alterna tratti regalisti ad affermazioni gianseniste. Non solo afferma la superiorità del concilio sul Papa (Papa e vescovi sono semplici capi ministeriali e il Cristo solo è vero, capo e i fedeli veri membri), ma si avvicina al rigorismo nella disciplina penitenziale negando ogni valore all'attrizione sacramentale. Per questi ed altri errori le sue opere furono messe all'Indice (27 genn. 1817). Negò però la pena del fuoco per i bambini morti senza Battesimo, difese l'antichità delle Messe private, accettò in tema d'indulgenze la dottrina del thesaurus Ecclesiae,
fu avverso all'Inquisizione e in generale alle pene capitali comminate agli eretici.

BibL.: A. C. Jemolo, Il giansenismo in Italia prima della rivoluzione, Bari 1928, p. 388; Hurter, V. col. 313; G. Ermini, a. v. in Enc. Ital., IX (1931), p. 320. . . Benvenuto Matteucci

CAVALLERIA. - I. Stobia. - Non è chiara l'origine di questa caratteristica istituzione che ha permesso di sè tanta parte della vita medievale. La si trova costituita pienamente alla fine del sec. xi, e nel sec. xir è in piena fioritura; ma da un lato le sue prime origini risalgono all'alto medioevo, si prolunga d'altra parte, sia pure con caratteri ormai diversi, nel Rinascimento ed oltre. In questo suo costante sviluppo e particolarmente nel suo periodo migliore, è ben naturale che la c. ci si presenti con caratteristiche diverse da paese a paese, e soprattutto in Francia, in Germania e in Italia. Computasi soprattutto in seguito alle invasioni barbariche la grande e lenta trasformazione militare, grazie alla quale arma prevalente e decisiva dell'esercito non è più la fanteria, ma la c., con la costituzione dell'impero carolingio l'esercito venne ad esser composto tutto di cavalieri, i quali sono liberi proprietari terrieri, che militano a loro spese: il guerriero è pur sempre l'uomo libero. E d'altra parte, per mantenere un buon cavallo e il relativo corredo, e talora uno o più servienti e uno o più cavalli di ricambio, occorre una certa agiatezza, che in un periodo d'economia tornata verso lo stato di natura solo o soprattutto il possesso terricro può dare. Ma con il prevalere del feudalesimo anche la proprietà tende a trasformarsi in feudale, e l'esercito pure viene ad essere formato da cavalieri feudali; verso la
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(da F. Calot, L. M. Mlcken, P. Appolocet, C'ast du livre en France des origines à nos jours, Parigi IIIL 3. M)
Cavalleria - Episodio di Lancelot du Lac, ed. Vérard 1494. Parigi, biblioteca de l'Arsenal.

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(Ed. Aliaeri)
A sinistra: BENEDIZIONE D'UN CAVALIERE, Ministura della fine del sec. xiv in un pontificale d'Arles - Parigi, biblioteca nazionale, ms. lat. 9479, f. 148. A destra: SCENA D'INVESTITURA CAVALLERESCA DEL SEC. XIV. Affresco di Simone Martini raffigurante l'imperatore Giuliano nell'atto in cui riceve il futuro s. Martino fra le sue milizie - Assisi, chiesa di S. Francesco, cappella di S. Martino.

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(fol. Alloori)
ANGELI. Particolare dell'affresco del Giudizio Universale - Roma, monastero di S. Cecilia in Trastevere.

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(fot. Alinari)
MUSAICO VOTIVO RAFFIGURANTE LA VERGINE CON S. PAOLO, S. PIETRO E BERTOLDO STEFANESCHI INGINOCCHIATO - Roma, basilica di S. Maria in Trastevere.

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(fot. Alisari)
In alto: S. CECILIA IN TRONO CON STORIE DELLA SUA VITA. Dipinto del cosiddetto Maestro della S. Cecilia (sec. xiv) - Firenze, gallafia degli Uffizi. In basso: S. CECILIA di S. Maderno (1599) - Roma, basilica di S. Cecilia in Trastevere.

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fine del sec. x, il termine miles equivale a guerriero a cavallo legato da giuramento al suo signore. In Francia però, ove il feudo di diritto franco è trasmissibile solo e per intero al primogenito, si ha una categoria sempre più numerosa di cadetti, non legati ad alcun signore perché non proprietari, in tal modo posti fuori dei ranghi della vita feudale vera e propria, ai quali si concede solo quanto basti ad equipaggiare sé e un cavallo.

Questi cavalieri per tutto il sec. x appaiono dalle fonti e dalle canzoni di gesta come elementi particolarmente turbolenti e desiderosi di avventura: per opera loro l'anaerchia feudale sembra toccare il suo culmine. Ma già al principio del sec. xi la Chiesa inizia la sua provvida azione per frenarli, ammansirli, volgere ad azioni pietose e generose tante esuberanti e disordinate energie; e anche lo Stato, che torna a consolidarsi e a riacquistare vigore e autorità, appoggia l'opera della Chiesa. D'altra parte in questi cavalieri, miseri e irrequieti, sono comuni bisogni e anche comuni aspirazioni; e da ciò la possibilità di creare un vincolo spirituale comune e un comune ordinamento sulla base di un'associazione fra eguali: eguali innanzitutto nel coraggio, nel comune sprezzo del pericolo, e poi, dietro l'azione della Chiesa, in una serie d'obblighi morali sempre più elevati, quali la tutela delle chiese, delle vedove, degli orfani, di quanti non trovano difesa e protezione nel regime esistente. Così, come acutamente sostenne il Pivano, la c. può affermarsi come istituto con caratteristiche sue proprie, nato nel mondo feudale, ma non propriamente feudale esso stesso; ché la c. è aperta a tutti i nobili, e ogni cavaliere può fare un altro cavaliere; ed essa riempie di sé, dell'opera propria e delle sue gesta il periodo che va dall'inizio delle Crociate alla fine del sec. xir; e dà vita a tutta una letteratura cavalleresca, in versi e in prosa, e diffonde i suoi ideali e le sue costumanze in tutta l'Europa romano-germanica e le fa prevalere nel mondo feudale, creando veramente un'unica c. Ché in Germania il nucleo maggiore di questa sembra debba ad un certo momento ricercarsi, come vuole il Delbrück, soprattutto nei ministerioles, ossia nella nuova categoria di guerrieri che lo Stato aveva creato accanto ai liberi feudatari, prendendoli fra i liberi e non liberi, e nobilitandoli con il dare loro terre sufficienti al mantenimento proprio e del cavallo, con relativo corredo: milites per eccellenza, posti alle dirette dipendenze del re o di duchi e conti, o anche disseminati in piccole corti, alla maniera feudale. E in tutta Italia, ove predomina il feudo longobardo, con carattere patrimoniale e quindi divisibile fra tutti i figlioli, la c. s'identifica nella mirtade di piccoli feudatari, che tanta parte hanno nella formazione dei nostri Comuni.

Cadetti della nobiltà, ministeriali, militi, finiscono con il sentirsi accomunati in un unico grande ideale; e il motivo religioso accompagna i nuovi cavalieri nelle Crociate, nella lotta per l'espansione tedesca verso il Baltico, nella riconquista della Spagna, nella stessa lotta che i Comuni in Italia sostengono in difesa delle loro autonomie contro gl'imperatori tedeschi. La c. è aperta a tutti, e in Italia specialmente i nuovi ricchi sono elevati facilmente alla dignità cavalleresca: il che non toglie che la c. comunale sappia gareggiare bravamente con quella germanica. Ma tutte queste lotte permettono ai cavalieri non solo d'acquistare gloria, ma pure terre e feudi e titoli nobiliari, così da consolidare anche economicamente e politicamente la loro posizione. E allora, dall'inizio del sec. xiri in poi, la c. tende non solo a fondersi sempre più con la nobiltà feudale vera e propria (tanto più che anche in Francia il feudo franco diviene meno rigido e anche i cadetti ottengono una parte, per quanto minore, del feudo, con corrispondente dipendenza feudale), ma pure a rinserrarsi in una casta, riducendo o sopprimendo del tutto l'accettazione di non nobili fra le sue file; non solo, ma tende a divenire un'aristocrazia
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(da F. Galot, f. M. Michon, P. Angoulcgnt, L'art du livre en France des origines à nos jours, Parigi 2011, p. 14; Cavallerfa - Chroniques de France - (1493). Parigi, biblioteca de l'Arsenal.
entro l'aristocrazia. Ma proprio ora il suo fiorire vien meno: con la morte di Luigi IX in Francia, con la fine degli Svevi in Germania. Essa sembra farsi più rigida e austera, respingendo elementi borghesi disadatti; ma in questo modo non accoglie più neppure molti elementi non nobili, ma moralmente degnissimi e fisicamente idonei; e vien meno quella nobile gara fra uguali attraverso la quale potevano elevarsi veramente i più degni. Il potere monarchico tende sempre più a imbrigliarla e a farne uno strumento a suo diretto servizio; e i sovrani creano ordini cavallereschi, accentuando in essi soprattutto i doveri di lealismo e di fedele sudditanza, accanto alle virtù guerriere e cristiane. In Italia più che mai, ove la c. aveva avuto radici meno salde e profonde, essa si sciupa in un formalismo sempre più vuoto quanto maggiormente pomposo, e continua al contrario ad accogliere elementi disadatti, sebbene sorgano pur sempre dal tronco feudale e cavatieresco quelle vigorose compagnie di ventura che verso la fine del sec. xiv libereranno l'Italia dalla piaga delle compagnie oltremontane. Ma sono in realtà ovunque venuti meno i grandi ideali in nome dei quali e anche, in parte almeno, a vantaggio dei quali essa aveva dapprima combattuto e trionfato. - Vedi Tav. LXIX.

Bibl.: Da vedersi specialmente: L. A. Muratori, Antiquitatcs Italicos Medii Arvi, II, Milano 1733, dissertaz. XXVI; IV, ivi 1741, dissertaz. LIII; L. Gautier, La Chevalerie, Parigi 1892; C. Cantù, Storia universale, V, 10* ed., Torino 1887, pp. 393-416; G. Salvemini, La dignità cavalleresca nel Comune di Firenze, Firenze 1896; Guilhiermoz, Essai sur l'origine de la noblesse en France ou moyen âge, Parigi 1902; S. Pivano, Lineamenti storici e giuridici della c. medioevale, Torino 1902; H. Delbrück, Geschichte der

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Kriegskunst, III, Berlino 1923; A. Abram, Chivalry, in The Cambridge Medieval History, VI, Cambridge 1929, p. 799 sgg.

Piero Pieri
II. L'educazione cavalleresca. - Ha una sua grande e particolare importanza nella storia della pedagogia per le molteplici finalità, a cui tendeva ("la mia anima a Dio, la mia vita al re, il mio cuore alla dama, l'amore per me") e per il conseguente sviluppo di elementi della vita spirituale, che contribuivano a plasmare una personalità libera e pure disciplinata, avventurosa e pure fedele.

La situazione, infatti, della c. di fronte allo Stato e alla Chiesa richiedeva un'educazione speciale, e il cavaliere doveva prima di tutto imparare a vincere se stesso, a superare le sue inclinazioni e i suoi capricci per rendersi atto a difendere, poi, e a far trionfare la verità e il diritto. Virtù principali, quindi, la moderazione e il dominio di sé; a cui seguivano: l'amore verso Dio, l'amore delicato e rispettoso verso la dama, l'amore imperterrito delle armi e del rischio, un alto sentimento dell'onore e del dovere, la fedeltà alla parola data, la veracità, la piacevolezza, pur sostenuta e distaccata, del conversare e delle maniere, la dolcezza e la misericordia. Esteriormente : decoro, dignità, nobiltà; in una parola: cortesia.

Fin ai 7 anni il futuro cavaliere restava sotto la cura della madre e delle gentildonne, che gli istillavano i primi principi dell'educazione cristiana; i giochi avevano la maggior parte del tempo. A 7 anni, il fanciullo diventava paggio, e generalmente passava alla corte d'un principe o del castellano, dei quali era onore e orgoglio mostrare agli ospiti un numeroso gruppo di paggi e dove la sua occupazione principale era di imparare a servire la sua signora o castellana, e anche il suo signore, accompagnandolo alla caccia o nei viaggi. L'istruzione religiosa non era trascurata, ma affidata al cappellano. Il resto del tempo passava nell'esercitarsi ad acquistare le sette "probitates" del cavaliere: nuoto, equitazione, lancio della freccia, duello o scherma, caccia, gioco degli scacchi, arte del rimare. Nelle lunghe sere invernali, il paggio poteva ascoltare il cappellano narrargli i fatti del Vecchio e del Nuovo Testamento e le leggende dei santi; o talora udire il cantore, che soppravvenuto nel castello, dilettava, sonando la viola e accompagnandola al racconto delle imprese dei cavalieri antichi.

A 14 anni il paggio o "domicellus" ( = donzello) passava scudiero, ricevendo dal sacerdote, ai piedi dell'altare, la spada e la sciarpa, ch'egli cingeva, dopo averle benedette; mentre gli assistenti, promettendo in nome suo amore e lealtà, gli stringevano ai piedi gli speroni d'argento. Da quel momento le armi diventavano la sua l'occupazione principale; e l'ufficio consisteva nell'accompagnare il proprio signore in guerra, portandogli le armi, o alla caccia, prendendovi parte attiva.

A 21 anno ca., lo scudiero era armato cavaliere. Già prima però era partito a compiere qualche impresa, un anello al braccio o alla gamba in segno di voto. Il cerimoniale era imponente e ricco di simboli. La sera della vigilia il candidato prende un bagno, poi riceve e indossa una cotta nera (simbolo della morte), una tunica bianca (simbolo della purezza) e un manto vermiglio (simbolo del sangue che deve essere pronto a versare per la fede); poi, digiuno, passa alla cappella e vi fa la veglia d'armi; al mattino, dopo la Confessione, la Messa, la Comunione e la benedizione della spada, ascolta in ginocchio la lettura dei doveri che gli spetteranno. Quindi i padrizi gl'infilano una camiciola e su questa la cotta di maglia, gli cingono i gambali di ferro e la spada. Poi viene il giuramento solenne di mantenersi prode e fedele. Da ultimo il suo signore, percuotendolo tre volte di piatto con la spada, dice: "In nome di Dio, di s. Michele e di nostra Signora, ti faccio cavaliere».

Nella pratica, come in tutte le cose umane, non tutti i cavalieri si mostrarono fedeli al loro ideale; né la istitu-
zione si mostrò sempre pari alla nobiltà e all'altezza del suo compito; lo provano in parte le ironie della novellistica e dell'epopea eroicomica; tuttavia resta sempre vero che la c. rappresentò un contributo efficace al risorgere della giustizia e della gentilezza in tempo di facili e comuni prepotenze e sopraffazioni.

BibL.: Oltre alle opere citate sopra, cf. K. Schmidt, Die Geschichte der Pädagogik in weltgeschichtl. Entwichtung, II, Cöthen 1861, pp. 230-62; C. Cantu, Storia universale, V, 10* ed., Torino 1887, pp. 393-416; e nota B. no. 790-98; Jean de Meung, L'art de chevalerie, Parigi 1897; F. W. Cornish, Chivalry, Londra 1901.

Celestino Testore

## CAVALLERIZZO MAGGIORE DI SUA SAN-

TITÀ. - Appartiene alla famiglia pontificia, come il secondo dei camerieri segreti di spada e cappa partecipanti. La sua carica cessa con la morte del Pontefice. Il prior. stabuli viene già ricordato nel 590 . Il titolo attuale risale a Benedetto XII. Il c. m. presiedeva alle scuderie palatine, sue dipendenze e pertinenze, di concerto ed alle dipendenze di mons. maggiordomo, avendo parte, per disposizione dei sommi pontefici Leone XII e Gregorio XVI (1832) nell'amministrazione del S. Palazzo. Egli dirigeva la scuderia per mezzo di un sopraintendente.

Al c. m. spettava l'aprire ed il chiudere lo sportello della carrozza e della portantina del S. Padre, come il presentargli il cavallo in occasione delle cavalcate. Ora questa carica, alla quale non corrisponde alcuna funzione, è un titolo onorifico.

BibL.: G. Moroni, s. v. in Dic. di erudizione storico-ecclesiastica, XI, Venezia 1841, pp. 24-30.

Guelielmo Felici
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(Art. Felici)

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CAVALLI, Vitale: v. vitale cavalli da bologNA.

CAVALLINI, Francesco. - Scultore, n. secondo alcuni a Carrara, secondo altri nel Canton Ticino, attivo a Roma nella seconda metà del sec. xvir; nel 1684 fu eletto accademico di S. Luca.

Fu con ogni probabilità allievo del Raggi, ma si distingue da lui per una maggiore nervosità del modellato. Le sue opere principali sono due caratteristici monumenti Bolognetti nella chiesa del Gesù e Maria, due rilievi con le ss. Maddalena e Caterina in S. Maria dell'Umiltà, i due busti Cibo in S. Maria del Popolo e le statue in travertino della facciata di S. Marcello al Corso; fu anche abile stuccatore.

Bibl.: F. Noack, e.v. in Thieme-Becker, VI, p. 222; U. Donati, Artisti ticinesi a Roma, Bellinzona 1942, p. 512 (con bibl.).

Guglielmo Matthiae

CAVALLINI, Pietro. - Pittore e musaicista della famiglia dei Cerroni, n. a Roma fra il 1240 e il 1250 , m. ivi vecchissimo, forse centenario. Nel 1273 firmava un atto notarile nell'archivio di S. Maria Maggiore: «Petrus dictus Cavallinus de Cerronibus». Nel 1291 lavorava a musaico la fascia sottostante il semicatino absidale nella basilica di S. Maria in Trastevere; qualche tempo dopo, verosimilmente nel 1293, in collaborazione di aiuti ricopriva di pitture l'interno della chiesa di S. Cecilia in Trastevere. Nel 1308 era a Napoli ove più tardi, ma prima del 1320, veniva impiegato nella decorazione della chiesa di S. Maria Donna Regina. Tornato a Roma, lavorò per incarico del pontefice Giovanni XXII (1316-34) alcune figure a musaico nella facciata dell'antica basilica ostiense, poi trasferite in parte nell'interno sulla parete dell'arco trionfale verso il presbiterio.

Oltre queste opere che ancora esistono, il Ghiberti, e sulla sua scia il Vasari, ne ricordano altre andate perdute, fra le quali soprattutto la decorazione del presbiterio della chiesa dell'Aracoeli e quella ad affresco delle pareti della basilica di S. Paolo; quest'ultima, eseguita tra il 1270 e il 1280 , fu distrutta per la ricostruzione della basilica dopo l'incendio del 1823. Della decorazione di S. Paolo rimangono tuttavia alcuni disegni tracciati intorno al 1640 da Antonio Eclissi, oggi conservati nel cod. lat. barberiniano della biblioteca Vaticana n. 4406 e che possono interessarci perché se non altro mostrano gli schemi iconografici usati in quell'opera dal C.

Da c. a. un ventennio quindi il C. già operava in Roma quando, per commissione di Bertoldo Stefaneschi, nel 1291, lavorò a musaico la fascia sottostante il semicarino absidale di S. Maria in Trastevere, ove in sette ri-
quadri raffigurò scene della vita della Vergine e la Vergine in gloria tra i ss. Pietro e Paolo con lo Stefaneschi in ginocchio. Gli schemi iconografici usati da C., qui come nelle altre opere, sono ancora quelli della tradizione bizantina, sebbene egli talvolta li interpreti cercando di rendere con maggiore "credibilità "il rapporto, alteratosi nel corso dei secoli, tra scenario e figure.

Tuttavia il tono della sua rappresentazione è sempre sulico ed ha valore di una vera e propria celebrazione. Anche i tipi sono quelli tradizionali sebbene il maestro tenda ad eliminare
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Cavallini, Pietro - Cristo nell'affresco del Giudizio universale.
C. Cecilia in Trastevere.

dalle sue [immagini quanto in esse possa apparire di convenzione manieristica. Le forme delle immagini cavalliniane dànno un senso di consistenza e di morbidezza insieme. Il colore infatti in C. sostanzia la forma che è tondeggiante nei passaggi dei piani graduati a mezzo di ininterrotte variazioni di tono.

Gli stessi caratteri stilistici appaiono a S. Cecilia in Trastevere, ove sulla parete di controfacciata è superstite di tutta la decorazione della chiesa la fsona superiore della scena del Giudizio universale, cioè il Cristo tra gli Apostoli, alcune immagini angeliche e gruppi di eletti e reprobi. Tuttavia a S. Cecilia il C. dipinge direttamente su muro con tecnica più libera che non sia il musaico dai convenzionalismi di tradizione orientale. Ciò gli consente, specie nel campo cromatico, più che innovazioni, perfezionamenti di notevolissimo rilievo. Le forme sembrano realmente plasmate in una ricca pasta densa di umori che si rivela alla luce già viva di toni propri. Anche i tipi delle immagini s'affrancano sempre più da quelli consacrati dalla tradizione ma, più che diversi, anche per alcuni facili raffronti con l'antica ritrattistica romana, appaiono come animati da un nuovo spirito. Gli apostoli di S. Cecilia, imponenti, statuari, solenni, appartengono ad una nuova generazione di immagini che qui per la prima volta si rivela. Il Cristo giudice che siede in mezzo a loro ha il volto illuminato da una luce di spiritualità altissima derivante da una perfetta pace interiore che fa di questa immagine cosa nuova. A Napoli, dove visse almeno una decina d'anni, il C. dette probabilmente l'idea di tutta la decorazione della chiesa di S. Maria Donna Regina, ma alla sua mano appartengono solo quelle coppie di apostoli, santi e profeti che entro otto riquadri, quattro per parte, appaiono verso il presbiterio ai lati delle finestre; il resto è opera di seguaci e continuatori che operarono anche dopo che il C. s'era allontanato dalla città.

Queste immagini cavalliniane di Napoli, dipinte oltre venti anni dopo quelle di S. Cecilia, quando il maestro doveva essere intorno ai 70 anni, mostrano un ulteriore sviluppo delle forme e della umana spiritualità del maestro, certo determinate da approfondimenti e nuove esperienze realizzate da lui, più che per la conoscenza ch'egli certo ebbe a Roma delle opere di Giotto, dall'influsso su lui

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Cavallini, Pietro - Due profeti. Affresco nella chiesa di S. Maria Donna Regina - Napoli.
esercitato dalla grande personalità di Arnolfo che il C. conobbe e con il quale forse ebbe dimestichezza negli anni in cui erano insieme intenti a lavorare nelle chiese di S. Cecilia e S. Paolo. Ciò senza dire che sia il C. medesimo quel Socio Petro della iscrizione arnolfiana del ciborio di S. Paolo.

Quanto rimane dei musaici dell'antica facciata di S . Paolo, posteriori ai lavori di Napoli, non consente un giudizio. Il Vasari assegna al C. anche un'opera di scultura: il grande crocifisso ligneo della cappella del Sacramento a S. Paolo. L'attribuzione vasariana, che per lungo tempo era stata del tutto trascurata, merita invece ogni considerazione. Quella scultura è certamente il capolavoro della plastica romana agli inizi del sec. xiv ed è opera di un maestro la cui cultura e la cui esperienza non differiscono da quelle proprie del C. in quegli anni.

Oltre i tre grandi cicli pittorici di cui sopra s'è detto, vengono assegnate al maestro altre opere; fra tutte le più vicine a lui sono la decorazione dell'abside della chiesa romana di S. Giorgio in Velabro e la lunetta della tomba del card. d'Acqusaparta nella chiesa dell'Aracoeli, ma anche in queste pitture non è forse possibile riconoscere che la mano di fedeli seguaci, alcuni del quali, quasi sempre di scarso valore, ripeterono come stanca eco le forme del maestro fin oltre la metà del ' 300 nel Lazio, in Campania e anche in Umbria ove, specie a Perugia, all'inizio del secolo, si trovano parecchie opere di intonazione cavalliniana.

Temperamento austero, meditativo, religioso, come Cimabue (v.), come Duccio (v.), il C. appartiene alla generazione che precede quella di Giotto. Nutrito della cultura che era propria dei pittori aulici e bizantineggianti romani, fu sempre incline ad approfondire ogni atteggiamento tradizionale per risolverlo in una propria esperienza. Ciò lo portò attraverso le
cognizioni dell'arte neoellenistica orientale, di cui allora erano frequenti gli esemplari in Italia, a risalire fino alle fonti del classicismo antico.

Con il progredire degli anni l'intonazione del linguaggio artistico cavalliniano va gradualmente mutandosi non solo come perfezionamento di mezzi espressivi, ma anche come superamento di quelle idee e di quei "sentimenti medievali" che apparivano nelle sue prime opere. Negli affreschi di S. Maria Donna Regina a Napoli i suoi personaggi esprimono essenzialmente il mondo della fantasia altamente poetica del maestro, e lo esprimono con accordi cosi diretti ed immediati da darci un senso di appagamento quale è proprio dell'arte classica. - Vedi Tavv. LXX-LXXI.

Bod.: F. Hermonin, Gli affreschi di P. C. in S. Cecilia in Trastevere (Galerie Nazionali Italiane, 5), Roma 1902, p. 61 sgg.; id., s. v. in Thieme-Becker, VI, p. 224 (con bibli. prec.); S. Lothrop, P. C., in Memoires of the American Academy in Rome, II, Bergamo 1918, p. 77; E. Lavagnino, P. C., in Rivista Roma, 3 (1925, viI, viII, IX), pp. 303-13, 357-48, 570-81; A. Bundocesanu, P. C. e la pittura romana del Dossento e Trecento, in Ephemeris Dacoromana, 3 (1925), pp. 259-406; P. Toezca, Storia dell'arte, Torino 1927, p. 981 sgg.; L. Colani, Nota sugli esordi di Giotto, in Critica d'arte, 3 (1937), p. 124 sgg.; id., I Primitivi, I. Novara 1941, pp. xxxviI-xxixi; E. Lavagnino, Il Crucifisso della basilica di S. Paolo, in Rivista del R. Istituto di arch. e st. dell'arte, 8 (1941), pp. 217-27; O. Morisani, Pittura del Trecento in Napoli, Napoli 1946, p. 26 sgg. Emilio Lavagnino

CAVALLINO, BERNADO. - Pittore, n. a Napoli il ro dic. 1622, m. ivi nel genn. 1654. Tali dati, non deducibili da documenti ma verosimili, sono comunicati dal De Dominici primo biografo del C.; unica sua opera firmata e datata (1645) è la S. Cecilia della raccolta di P. Wenner a Napoli.

Il C., iniziato all'arte da Andrea Vaccaro, studioso diretto delle opere lasciate a Napoli dal Caravaggio e di quelle di Battistello Caracciolo, presto fu attratto nell'orl'orbita di Artemisia Gentileschi e Massimo Stanzione.
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Cavallino, Bernardo - S. Cecilia - Napoli, museo nazionale.

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Rielaboratore degli schemi chiaroscurali di origine caravaggesca, che rimangono alla base della sua cultura pittorica, il C. non esitò a trarre ammaestramenti da quanti potessero dargliene e non senza comprensione studiò dipinti di Tiziano, del Rubens (secondo il De Dominici), del Saraceni (De Rinaldis). Così che al suo apparire sulla scena della pittura napoletana del 'boo il C. sembrerebbe veramente riassumere gli ammaestramenti di tutti, e avanzare nell'arte sua soprattutto meditando esperienze altrui, ove egli non si rivelasse subito dotato quant'aliri mai di una sua squisita grazia trasfiguratrice, di un gusto raffinatissimo per il colore e soprattutto di una pronta immaginazione pittorica che si rivela anche nella sua felicità di narratore, qualità per le quali eccelle veramente sui suoi contemporanei.

Tra le opere di lui si rammentano, a Napoli, l'Immacolata in s. Giovanni delle Monache, La negazione e la liberazione di s. Pietro nella chiesa dei Gerolamini, numerosi dipinti nella pinacoteca del museo Nazionale, nel museo Filangieri e in varie raccolte private. Altri suoi dipinti sono a Roma nella galleria nazionale d'arte antica, a Firenze agli Uffizi, nella pinacoteca di Lovere, nel museo di Brunswick e nella galleria del castello di Schleissheim presso Monaco di Baviera, ecc.

Bibl.: B. De Dominici, Le vite dei pirari scrittori e archtetti napoletani, III, 2^{°} ed., Napoli 1840; A. De Rinaldis, B. C. (Biblioteca d'arte illustrata), Roma 1921; S. Ortolani, Casalliniana, in L'Arte, 25 (1922), pp. 190-99; A. De Rinaldis, s. v. in Enc. Ital., IX (1931), p. 547 (con bibl. prec.), Emilio Lavagnino

CAVALLO - S. Paolo rivolgendosi ai Corinti li invita ad agire in modo da raggiungere la meta, cioè il cielo come nello stadio dove molti corrono e uno solo raggiunge il premio: «sic currite ut comprehendatis» (I Cor. 9, 24).

Il c. rappresenta quindi il fedele nella corsa della vita; in un epitaffio di Tharros è graffito un c. che al posto del marchio del proprietario ha impresso il monogramma di Cristo (G. B. De Rossi, Del c. simbolico sull'iscrizione di Tharros, in Bull. di archeol. crist., 2^{text {a }} serie, 4 [1873], pp. 135-39 e tav. XI, 2); in una iscrizione di Treviri si vede la croce monogrammatica con le lettere A e Ω tra due c. (E. Le Blant, Recueil des inscriptions chrétiennes de la Gaule, Parigi 1866, tav. XXXI, n. 188). Di un defunto si dice nella sua iscrizione che egli «cucurrit opere maxime», cioè aveva corso nella via delle buone opere. Il c. è rappresentato pure nel rovescio di lampade in terracotta; esemplari con c. portanti impresso un marchio crocigero sono stati trovati a Cartagine e a Siracusa. Talvolta però il c. indica soltanto il mestiere esercitato dal defunto, come nella nota iscrizione di Domitilla in cui il defunto Costante guida i suoi due c. che si chiamano Barbare e Germano.

Bibl.: E. Leclercq, Cheval, in DACL. III, coll. 1286-1305. Enrico Josi
CAVALLOTTI, Felice. - Scrittore, politico, oratore, n. a Milano il 6 nov. 1842, m. a Roma il 6 marzo 1898. Prese parte alla seconda spedizione garibaldina in Sicilia, fu combattente a Milazzo, al Volturno, a Vezza. Temperamento romantico - «l'ultimo dei romantici» lo definì il Carducci - aspirò ad essere, con la sua aria tribunizia e victorhughiana, soldato, uomo politico, giornalista, drammaturgo, poeta, erudito.

Si vedano, in proposito, i suoi drammi storici : I pezzenti, Alcibiade, i Mezzenti. Astioso spesso nella sua incredulità, dal tedesco tradusse la Vita di Gesù dello Strauss (1865). Come deputato fu avversario della destra parlamentare, si trasformò poi anche in avversario della sinistra, infiecendo per tutta la vita con polemiche e scritti contro la persona e la politica di Francesco Crispi. Alle polemiche seguirono spesso i duelli : ne sostenne trentatré; nell'ultimo, con il deputato Ferruccio Macola, incontrò la morte. La sua lirica si riallaccia alla scapigliatura milanese (molto popolare fu la Marcia di Leonida, per i caduti di Mentana); il suo teatro non si allontana per i temi, gli ambienti e i contrasti, dal «dramma lacrimoso» dell'Ottocento; grande successo ebbe il Cantico dei Cantici, in un atto, rappresentato nel 1881, in cui il testo della S. Scrittura compie l'opera
di «galeroto» tra l'amore di Antonio, alla vigilia del sacerdosio, e la cugina Pia. «L'azione non si tiene insieme se non per la voglia che ha l'autore di far dispetto ai preti» (B. Croce). L'edizione completa delle opere è in 10 voll. (Milano 1893-96).

Bibl.: P. Bardazzi, F. C. nella vita, nella politica, nell'arte, Milano-Palermo 1898; B. Croce, La letteratura della nuova Italia, II, Bari 1943, pp. 173-84. Giovanni Fallani
CAVALLUCCI, Antonio. - Pittore, n. a Sermoneta (Roma) il 21 ag. 1752, m. a Roma il 18 nov. 1795. Fu scolaro di Stefano Pozzi e di Gaetano Lapiz, ma presto inclinò verso la maniera del Menga e del Batoni.

Alcuni ritratti sono la parte migliore della sua produzione, come quello, bellissimo, di S. Giuseppe Labre alla galleria Corsini di Roma. Lavorò ad affresco nel castello dei Caetani a Sermoneta e per loro esegui anche ritratti e miniature. Di lui si citano ancora: Scene della vita di s. Pietro e degli apostoli (sovrafinestre nella sagrestia dei Canonici e in quella dei Beneficiati in S. Pietro in Vaticano); S. Elia e Il Purgatorio(in S. Martino ai Monti, Roma); Vestizione di s. Bona (Fisa, Duomo); Presentazione di Maria al Tempio (Spoleto, Duomo); Sogno di s. Giuseppe ( 1788 , Subiaco, chiesa parrocchiale).

Bibl.: F. Noack, s. v. in Thieme-Becker, VI, pp. 223226; N. Zucchelli, Per una tela di A. C. nel duomo di Pisa, Pisa 1917; U. Ojetti, L. Dami, N. Tarchiani, La pittura italiana del Seicento e del Settecento alla mostra di Palazzo Pitti a Firenze, Milano-Roma 1924, p. 51; H. Voss, Die Malerei des Barock in Rom, Berlino 1924, pp. 664-65; F. Hermann, Catalogo della R. Galleria d'Arte antica, Bologna 1924, p. 62. Amalia Mezzetti

CAVANIS, Anton'Angelo e Marcantonio. Saccrdoti, n. in Venezia il primo il 16 genn. 1772, il secondo il 19 maggio 1774 dal conte Giovanni e da una Pasqualigo Basadonna, dai quali ebbero un'educazione famigliare e spiccatamente religiosa e furono avviati alle magistrature della repubblica. Antonio Angelo divenne presto segretario della cancelleria ducale e Marco Antonio notaio straordinario; ma mentre il primo, alla morte del padre (1793), si fece sacerdote, il secondo continuò nel suo impiego, facendosi sacerdote solo nel 1806. Negli ultimi anni della repubblica radunarono in casa propria un cenacolo di sacerdoti e chierici, con i quali discutevano di filosofia e di apologetica, e si diedero ad insegnare la dottrina cristiana nella loro chiesa parrocchiale. Dalla pratica con i giovani e dalla esperienza dei loro bisogni religiosi, Marco Antonio ebbe l'idea di istituire per loro una Congregazione mariana. Insieme con il fratello, egli, non ancora sacerdote, ne radunò buon numero in una vecchia cappella annessa alla chiesa di S. Agnese e li conducevano, nei giorni festivi, in un grande orto : nel palazzo Da Mosto, presso quell'orto, essi istituirono poi a poco a poco le Scuole della Carità per ragazzi poveri e le tirarono su, in mezzo a mille difficoltà, sino a farne scuole regolari del corso elementare e ginnasiale, per ambo i sessi in due rami distinti. In seguito per provvedere alle scuole i dirigenti ed i maestri, fondarono anche la Congregazionedei Sacerdoti e delle Maestre delle scuole di Carità. Le varie fondazioni fecero gran bene in Venezia ed ebbero anche qualche diffusione nel Veneto in tempi recenti. Morirono, Marco Antonio a Venezia l'ir ott. 1833, Antonio Angelo, cieco, il 12 marzo 1858. A loro sopravvissero le opere. E in corso il processo di beatificazione.

BibL.: G. Della Santa, Cenni storici sui C. segretari della Rep. veneta, Venezia 1902; G. Chierighin, I revv. fratelli Antonangelo e Marcantonio nob. conti C., fondatori dell'istituto delle Scuole di Carità in Venezia, ivi 1902 (cf. Nuovo Arch. Veneto, nuovo serie, I [1902], pp. 249-51); Fr. S. Zanon, I sorvi di Dio p. Anton'Angelo e p. Marcantonio conti C. Storia documentata della loro vita, 2 voll., Venezia 1925 (la migliore biografia); B. Galletto, I conti C., Roma 1939.

Luigi Berra

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CAVAZZI, GIOVANNI ANTONIO, da MONTECUcCOLI. - N. il 13 ott. 1621 , entrò fra i Minori Cappuccini dell'antica provincia di Bologna nel 1639 . Fu uno dei più intraprendenti e indefessi missionari del Congo (1654-67); flaccato dalle fatiche, ritornò in patria; ma Propaganda lo pregò di riprendere il lavoro come prefetto della missione (1670). Ridotto agli estremi, sbarcò a Genova, ove m. il 21 genn. 1680.

A cura di p. Fortunato Alamandini da Bologna usci in quella città nel 1687 la sua ampia Istorica descrizione dei tre regni