pregò di riprendere il lavoro come prefetto della missione (1670). Ridotto agli estremi, sbarcò a Genova, ove m. il 21 genn. 1680.
A cura di p. Fortunato Alamandini da Bologna usci in quella città nel 1687 la sua ampia Istorica descrizione dei tre regni Congo, Matamba et Angola..., di prima importanza per la storia, geografia ed etnografia di quelle regioni ( 2^{°} ed. Milano 1690, 3^{°} ed. Tivoli 1931). Nella biblioteca pubblica di Evora (Portogallo), no. 116, 2-1, conservasi un'opera inedita: Vite dei Min. Cappuccini morti nelle missioni d'Ethiopia [Africa Occid. Congo] dall'anno 1643 sino all'anno 1677.
BibL.: P. Paladini, Giannantonio C. missionario al Congo, Modena 1940; Felice da Mareto, Missionari Capp. della provincia parmesse, 2^{°} ed., ivi 1942, pp. 30-31; Clemente da Terzorio, Le missioni del Min. Cappuccini, X, Roma 1938, pp. 427. 473-90, 507-10, 531-33; Collectanea franc., 13 (1943), pp. 176-77, Torino da Milano
CAVAZZONI. - Di questa famiglia si ricordano due personaggi: Marco Antonio, detto anche Antonio da Bologna, fu allievo e cantore della celebre scuola di canto che A. Willaert teneva in S. Marco a Venezia, molto stimato dal maestro che lo ricorda nel suo testamento. Girolamo (n. intorno al 1500 , m. nel 1560), detto d'Urbino, figlio del precedente e con lui al servigio del card. Bembo, di cui era figlioccio. E una delle più interessanti figure di organisti-compositori del sec. xvi, insigne anche nella didattica come maestro d'organo dell'illustre organaro bresciano Costanzo Antegnati.
E autore di una pregevole raccolta di pezzi organistici intitolata Intavolatura d'organo, cioè Ricercari, Canzoni, Hismi, Magnificat (2 voll., Venezia 1542 e 1543), opcra da cui sono stati estratti vari pezzi per essere pubblicati in raccolte moderne: da L. Torchi nel vol. III della sua Arte musicale in Italia (Milano 1897) e da G. Benvenuti nei Classici della musica italiana dell'Istituto di Milano, quad. 23-24.
Luisa Cervelli
CAVE, William. - N. a Pickwell nel Leicestershire nel 1637, m. a Windsor nel 1713. Ministro anglicano. Educato a Cambridge nel Collegio di S. Giovanni, vicario e rettore di molte parrocchie, cappellano di Carlo II, canonico di Windsor. Teologo, storico e critico ecclesiastico di vasta erudizione, soprattutto per i suoi tempi, ma privo di senso critico e spesso parziale nei giudizi, come rilevarono i suoi avversari, fra i quali fu Jean le Clerc. Fra le opere più importanti sono: Primitive christianity (Londra 1672), la Chiesa primitiva nei suoi rapporti con il paganesimo; Tabulae ecclesiasticae (ivi 1674), catalogo degli scrittori ecclesiastici antichi; Apostolici (ivi 1677), storia di personaggi dei primi tre secoli della Chiesa, e Scriptorum Ecclesiasticorum Historia Litteraria (ivi 1688-98), di cui esiste un'edizione postuma (Oxford 1740-43) con numerose aggiunte dell'autore stesso. Per spirito protestante e antiromano tutte le opere del C. sono all'Indice (decr. 11 nov. 1693).
BibL.: C. Constantin, in DThC, II, coll. 2044-45.
CAVEDONI, Giacomo. - Pittore, n. a Sassuolo nel 1577, m. a Bologna nel 1660. Seppe ingegnosamente fondere coi principi carracceschi della sua educazione artistica gli influssi subiti a Venezia nel 1603; aiutato in questo da un vivo senso del colore, che gli permise, talvolta, di raggiungere mirabili effetti cromatici.
Le sue opere migliori sono, infatti, quelle dove predominano i caratteri veneti quali il S. Paolo, la Natività, l'Adorazione dei Magi (1612-13), la Vergine e s. Alò (16211622), il Miracolo della Cena, considerato il suo capolavoro, tutte conservate a Bologna. A Modena rimangono nella Galleria un'opera giovanile carraccesca, il S. Stefano, e in S. Pietro il Battesimo di Cristo.
BibL.: B. Bricio, s. v. in "Tinone-Becker, VI, p. 233; G. Zucchini, Un affresco ignorato del C., in L'Archiginnatio, 9 (1916), p. 257 Maria Donati
CAVEDONI, Venanzio Celestino. - Sacerdote, n. a Levizzano (Modena) il 17 maggio 1795, m. a Modena il 26 nov. 1865 . Il Mezzofanti lo iniziò allo studio delle antiche monete. Ma la sua attività scientifica non si limitò a questo campo; il De Rossi lo chiamò «il Nestore» degli antiquari italiani (Roma sotterr., I, Roma 1864, p. 80). Dei suoi scritti 293 riguardano la numismatica, 153 questioni di epigrafia, 356 materie sacre e 160 questioni archeologiche varie. Le sue recensioni, in numerose riviste scientifiche, contengono assai spesso osservazioni critiche ed originali.
Fra gli scritti numismatici vanno ricordati: I libri santi dell'uno e dell'altro Testamento illustrati e difesi co' riscontri delle medaglie antiche (Modena 1857) e Ricerche critiche intorno alle medaglie di Costantino Magno e de' suoi figlioli insignite de' tipi e simboli cristiani, che apparve negli Opuscoli religiosi del 1858. Le Memorie di religione pubblicarono parecchi suoi lavori: ad es., la Dichiarazione dell'iscrizione sepolcrale di s. Decenzio martire il cui sacro corpo trasportato da Roma fu deposto nella chiesa plebannle di Vignola (1838); L'éra dei martiri o sia di Diocleziano illustrata con il riscontro delle antiche iscrizioni greche dell'Egitto (1848); il Ragguaglio storicoarcheologico di due antichi cimiteri cristiani della città di Chiusi (1853-54); i Cenni cronologici intorno alla data precisa delle principali apologie e dei rescritti imperiali di Trojano e di Adriano riguardanti i cristiani (1855). Infine notevoli le Ricerche critiche intorno all'origine e ragione della forma odierna del sacro pallio ecclesiastico (Modena 1856) e l'illustrazione di un Mommento sepolcrale cristiano del terzo o quarto secolo scoperto di recente in Modena, negli Atti e Memorie della R. Deputazione di storia patria per le province modenesi e parmensi (1863).
BibL.: J. de Witte, Notice sur C. C., Parigi 1866; A. Cappelli, C. C., in Arch. stor. ital., 3² serie, 3 (1868); H. Leclercq, s. v. in DACL, II, II, coll. 2703-10; G. Ferretto, Note storico-bibliografiche di archeologia cristiana, Città del Vaticano 1942, pp. 205-306.
Giuseppe Bovini
CAVELLUS (Mac-Caugwell), Ugo. - Francescano scotista irlandese, n. a Down nel 1571, m. il 22 sett. 1626. Compiuti gli studi superiori all'Università di Salamanca, insegnò teologia nel Collegio irlandese di Lovanio e nel convento di Araccoli di Roma. Urbano VIII lo preconizzò arcivescovo di Armagh e primate di Irlanda.
Collaborò col Wadding all'edizione delle opere di Giovanni Duns Scoto, recandovi il prezioso contributo delle annotazioni e dei numerosi "scholia». Sua opera principale è : Scoti commentarium in IV libros sententiarum (Anversa 1620).
BibL.: A. Bertoni, Le bienh. fean Duns Scot. Levanto 1927, pp. 497-98; F. Casolini, Luca Wadding, Milano 1936, p. 51. Emanuele Chistini
CAVENAGHI, Luigi. - Pittore, n. a Caravaggio nel 1844, m. a Milano il 31 marzo 1918. Allievo all'Accademia di Brera, mostrò negli affreschi che svolse nel Santuario della natia Caravaggio, a Milano, a Gallarate, a Monza, il facile gusto dell'epoca, pur lasciando intendere ingegno e abilità tecnica.
Si orientò poi allo studio delle pitture antiche, e quale restauratore mostrò appassionata acutezza. Si devono a lui i restauri degli affreschi del Francia e del Costa nella chiesa di S. Cecilia in Bologna; del Luini nella villa Pel-
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lucca; del Bramante nella casa Panigarola, poi trasferiti a Brera; del Ceuncolo di Leonardo; del trittico di Antonello nel Museo di Messina; dell' Annunciazione dello stesso nel Museo di Siracusa, e di altri capolavori.
Bun.: C. Ricci, s. v. in Enc. Ital., IX (1931), p. 361; C. Brandi, Mostra dei dipinti di Antonello da Messina, Roma 1942, pp. 4-12. Giovanni Carandente
CAVOUR, CAMILlo Benso, conte di. - Statista, n. a Torino il io ag. 1810, m. ivi il 6 giugno 1861. Furono suoi genitori il marchese Michele, vicario di polizia a Torino, uomo d'ancien régime, devoto del trono e dell'altare; e Adele de Sellon, una ginevrina convertita dal calvinismo, assai colta e pia. Fanciullo fu ammesso tra i paggi di Carlo Alberto, e poiché la sua condizione di cadetto non gli consentiva di formarsi una famiglia propria, abbraccio senza vocazione, come tanti altri della sua condizione, la carriera militare; se ne licenzio il 12 nov. 1831 con il grado di sottotenente del genio. Dopo alcuni anni consumati nella vita oziosa e mondana, nel 1835 si applicò con ardente passione al progresso agricolo nelle proprietà patrimoniali di Grinzano, sua residenza abituale, spaziando dalla specula. zione privata a problemi di interesse generale economico e sociale.
La sua religiosità, foggiata sulle tradizioni familiari, di un rigido formalismo, ebbe vibrazioni di entusiasmo sotto l'impressione del La Mennais della prima maniera; vacillò poi sotto l'influenza del Constant e del Guizot, o per dir meglio della mentalità juste milieu, e prese forma di un razionalismo religioso a tendenze evangeliche. Su queste evoluzioni della coscienza religiosa del C. ebbero peso certamente i soggiorni in Svizzera presso la famiglia de Sellon, il fascino della mistica tante Cécile, del pastore Alessandro Vinet, del diletto cugino de La Rive. Egli asseri di aver sentito ridestarsi, in questi ambienti protestanti, quasi per improvviso impulso di natura, un rinnovato senso di religiosità, un più alto concetto del cristianesimo, che ora considera come la forma religiosa più adeguata à l'état actuel de l'humanité : cioè come una sublime forma di religiosità, suscettibile di ulteriore perfezionamento, sotto il soffio di quell'indefinito progresso, nel quale egli, come lo zio de Sellon, nutre una fede inconcussa. Auspicava una grande riforma cattolica, come le grande mystère du siècle. Concetti e sentimenti che avranno nuovo rincalzo a Parigi, a contatto dei maggiori esponenti del movimento cattolico liberale francese, Ozanam, l'abbé Coeur, ecc. Però, secondo il Ruffini, il C. non si riebbe mai dalla crisi che lo portò, poco più che diciottenne, ad un crudo razionalismo, e, nonostante i vari ondeggiamenti, mai riconquistò il pieno possesso nella fede degli avi. Lo Jemolo, e più crudamente ancora il Cappa, riconoscono che le replicate sue professioni di cattolicesimo, e le stesse disposizioni da lui prese nel 1855 affinché non gli fossero negati in punto di morte gli estremi conforti della religione, non vanno intesi come una schietta professione di sentimenti ortodossi, ma piuttosto come atteggiamenti suggeriti da motivi di ordine pratico. " Gli storici, dice lo Jemolo, non ci dicono mai se andasse a Messa e si accostasse ai Sacramenti : ci è noto solo l'episodio dei conforti religiosi in punto di morte». La Chiesa lo interessava come "istituzione storica, organizzazione viva ed operante", e ciò "lo spingeva a guardare alla storia ed al diritto della Chiesa, ad esaminare con attenzione gli istituti, a sceverare quelli che gli sembrassero suscettibili di nuovi benéfici frutti e quelli che gli apparissero rami secchi» (A. C. Jemolo, op. cit., pp. 134 sgg., 504, 554).
Il 5 dic. 1847, quando diede principio al giornale Il Risorgimento, organo del partito liberale moderato, che in un primo momento, fino cioè al tramonto del neoguelfismo, riscosse le simpatie di buona parte del clero costituzionale e riformista, il C. si guardò bene di assumere pose giacobine in materie religiose; tuttavia

(ftst. Alluari)
Cavour, Camillo Benso, conte di - Ritratto.
prese fin d'allora a propugnare talune idee, che non solo quella frazione del clero, ma neppure taluni dei suoi amici migliori, quali Sclopis, Thaon di Revel, Balbo, si sentivano di condividere. Quando fu proclamato lo Statuto, sostenne la libertà di culto nel senso di una "perfetta eguaglianza" fra la religione cattolica, dichiarata religione dello Stato, e gli altri culti semplicemente tollerati. Del resto C. non si occupò che di rado nel giornale di questioni religiose, riservando a sé le materie economiche. Quelle erano lasciate in pieno dominio di Pier Carlo Boggio, il quale prese di buon'ora a propugnarvi la tesi della separazione dei due poteri: ciò che difficilmente avrebbe potuto fare, se non fosse stato un interprete fedele della sua mente. Nei suoi atteggiamenti pratici si dimostra piuttosto deferente al clero, sorge in difesa delle prerogative di esso, nonché di sacre istituzioni, spezza perfino, in nome della libertà e dell'umanità, una lancia in difesa dei Gesuiti perseguitati, e se attacca l'arcivescovo Fransoni, lo fa con moderazione e con misura. Nel 1831 insorge, in nome della libertà di insegnamento, contro un progetto di legge in cui, per tutelare l'insegnamento teologico dell'università, si voleva interdire quello dei seminari. Nel 1853 appoggia perfino l'esenzione dei chierici dal servizio militare : e ciò per ragioni sociali, cioè affinché alle classi meno abbienti rimanesse più facilmente accessibile la carriera ecclesiastica.
Ma quando si viene a questioni di principi, ci si trova subito di fronte ad una mentalità nettamente laica. Non esitava a dire che qualora decisioni unilaterali da parte dello Stato potessero giovare alla soluzione d'una controversia fra i due poteri, non v'era difficoltà che lo Stato legiferasse; giacché, secondo lui, l'autorità che decide è sempre quella dello Stato. Nel 1850 sostenne le leggi Siccardi, contro l'opposizione dei moderati, e può dirsi che a lui principalmente si deve il loro trionfo. Anzi fu appunto il discorso del 7 marzo 1850 in difesa delle leggi siccardiane il suo primo grande successo parlamentare, che lo portò alla direzione del partito
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liberale e lo mise sulla via che si concluse nel febbr. 1852 nel famoso "connubio" con il Rattazzi, e con il distacco definitivo dai cattolici moderati.
Entrato il 20 apr. 1851 a far parte del ministero d'Azeglio con il portafoglio dell'Agricoltura, poi anche della Marina e della Finanza, ebbe solo rare occasioni d'intervenire in cose ecclesiastiche; ma la sua politica, se pur con maggior circospezione, non deviò dalle direttive sopra esposte. Il 4 nov. 1852 è incaricato di formare il nuovo gabinetto, e da quel momento finché durerà in vita, egli, tranne qualche crisi momentanea, resterà a capo del governo, arbitro quasi assoluto delle sorti dello Stato. L'astro della sua fortuna che ascende rapidamente, tiene legata a sé l'attenzione, non pure del Piemonte e d'Italia, ma dell'Europa intera. E in tutti la sensazione che quel piccolo uomo irrequieto, non lascerà all'Europa dormire sonni tranquilli, finché non vedrà realizzati i suoi ideali.
La politica ecclesiastica del C. prosegui sulla via già tracciata dal suo predecessore, con quella maggiore risolutezza ed energia che c'era da attendersi da un uomo di quella tempra. Vittorio Emanuele II, che aveva con profondo rammarico veduto la mala piega che aveva presa sotto il governo d'Azeglio, ed amava conservare con Roma quegli amichevoli rapporti che erano tradizionali in casa Savoia, prima d'affidare il mandato al C. volle manifestare anche a lui, come invano aveva fatto col d'Azeglio, i suoi propositi, cioè di «entrare in negoziati con la corte di Roma per risolvere d'intesa con la medesima le questioni pendenti e prima di tutto quella del matrimonio civile». Procurò anche un colloquio fra lui e mons. Charvaz sui modi pratici di raggiungere lo scopo. Egli si ricuso, e non si piegò ad accogliere il mandato, se non con piena libertà di azione. Tuttavia, senza promettere di ritirare la legge sul matrimonio civile, consentì a non farne questione di Gabinetto; così fa lasciò cadere con un solo voto di maggioranza. Ma quanto agli accordi con la S. Sede manifestò subito le sue intenzioni, richiamando da Roma il rappresentante, conte de Sambuy, e lasciando tacitamente cadere le pratiche da lui iniziate per una amichevole sistemazione degli affari. La pacifica convivenza con Roma non era affatto nei disegni lungimiranti del conte : e finché fu lui al potere, nessuna delle tante questioni che dal ' 48 in poi aspettavano una soluzione, fu riportata sul tappeto. Di un nuovo concordato (essendo l'antico, dopo tante violazioni, divenuto lettera morta), unico modo per dare ai rapporti fra le due corti un avviamento normale durevole, non volle sentir parlare. E se la politica aggressiva del ministero precedente ebbe un raddolcinante, si continuò tuttavia senza tregua la guerra a colpi di spillo, né mancò qualche grossa battaglia, come quella per la legge di soppressione e incameramento dei beni degli Ordini religiosi, che Pio IX condannò nell'allocuzione Cum saepe del 26 luglio 1855. Fra i pochi istituti che si salvarono dal generale naufragio furono le Visitandine, fondate da s. Francesco di Sales: Philippine de Sales, avola paterna del C., era figlia d'un fratello del Santo: ed egli teneva assai a si nobile discendenza. Dice con ragione lo Jemolo che la politica ecclesiastica del C., 'quale risulta dalla citata legge dei conventi, 29 maggio 1855 , è tutt'altro che una rigorosa attuazione di separatismo. Essa "poggia sui concetti che lo Stato valuta quali enti ecclesiastici siano inutili, e li sopprime, quali sufficentemente utili per
poter essere conservati, quali meritevoli di protezione»: consiste, cioè, in una vera e propria intrusione dei poteri civili nell'àmbito proprio dell'autorità spirituale, cioè in una nuova forma di giuscepinismo (op. cit., pp. 167-68). Non è il solo caso che riveli l'incorrenza dei criteri adottati in questa materia. Nonostante le sue replicate dichiarazioni di volere libertà per tutti, di vedere con piacere il clero partecipare alle nuove forme di vita costituzionale, di aborrire da ogni persecuzione anticlericale, pure allorquando nel 1857 le elezioni politiche diedero, con l'appoggio del clero, risultati assai favorevoli al partito conservatore, il partito di cui era a capo invalidò la massima parte di quelle nomine; ed egli sostenne alla Camera una proposta di inchiesta sui pretesi abusi del clero, e in un discorso fatto il 30 dic., si scagliò contro quei presunti abusi, come se non fosse un dovere dei pastori ammonire i fedeli ad opporsi ai partiti e ai candidati che propugnano dottrine contrarie alle legge divina. Questo ondeggiamento del pensiero covouriano si deve al fatto che egli, per quanto uomo di alto e sottile intelletto e di saldi principi, più che teorico, era un pratico, un realizzatore. Di tutto quel fiero dissidio fra Stato e Chiesa che costituisce la nota caratteristica del suo ministero, non era l'aspetto dottrinale, ma quello pratico che l'interessava, per dar vita all'unità nazionale.
Dai più giovani anni il C. vagheggiò di vedere un giorno ricomposta la penisola in unità politica. In realtà, fino a Plombières, l'ideale patriottico del C. era assai più modesto e ancora di marca prettamente piemontese : si limitava cioè all'espansione e ingrandimento del regno sardo a spese dell'Austria e dei ducati. La partecipazione del Piemonte alla guerra di Crimea (1855) aprì un più largo spiraglio alle sue speranze, ma l'esita del Congresso di Parigi del 1856 lo lasciò alquanto deluso. Il famoso incontro del luglio 1858 con Napoleone a Plombières gli fece concepire disegni di una sconfinata arditezza. In quei colloqui fu convenuto che la dominazione e l'influenza dell'Austria dovevano essere eliminate totalmente dall'Italia. Doveva essere costituito un grande Stato sabaudo che assorbiva, con il LombardoVeneto, anche le Legazioni e i ducati. Il restante della penisola sarebbe ricostituito in tre principati: l'Italia centrale, che abbracciava la Toscana, l'Umbria e le Marche; lo Stato del Papa ridotto a Roma e ad un piccolo hinterland; e il regno di Napoli, conservato intatto (diceva l'imperatore) in omaggio alla Russia, che ci teneva. Il C. vide subito che i piani incongruenti sognati da Napoleone gli aprivano la strada a ben altre attuazioni. All'ultimo momento Napoleone III, davanti all'allarme della diplomazia europea e all'impopolarità della guerra in Francia, avrebbe voluto ripiegare, o almeno rinviarne sine die l'esecuzione, ma il C. minacciò le più catastrofiche conseguenze e lo costrinse a mantenere la parola.
L'esito della guerra franco-sarda contro l'Austria (1859), che si conchiuse con la pace di Villafranca, non permise che l'attuazione parziale di quei disegni, e lasciò grandemente deluse le aspirazioni del C., il quale, dare le dimissioni, si ritirò a Leri, in preda a simulato farore. Perugia, che con gli sluti inviati da Firenze, s'era ribellata al Papa, venne subito sottomessa; le Legazioni, che la testarda retinazione dell'Austria aveva lasciate completamente sguernite, caddero facilmente in mano agli insorti. Il trattato di Villafranca e il Congresso di Zurigo stabilirono la restaurazione dei principi italiani negli antichi possessi, ma con la clausola che a ciò non si dovesse far uso della forza; il che rendeva quella condizione affatto inefficente, e faceva sì che le Legazioni dovessero considerarsi come definitivamente perdute. Infatti, in seguito a suffragio popolare, insieme con la Toscana, Parma e Modena vennero annesse al Piemonte nel marzo 1860.
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Le nubi che turbarono le buone relazioni del C. con Napoleone III (con Vittorio Emanuele non ci fu mai buon sangue, soprattutto nel 1859, a causa degli ostacoli creati da lui alle nozze con la contessa di Mirafiori) si dissiparono presto. Nel gonn. del 1860 egli riprese le redini del potere per espresso desiderio dell'imperatore, e non tardarono a maturare di nuovo grandi avvenimenti. Non è fuor di proposito accennare qui ai rapporti del C. con la massoneria italiana risorta nel 1859 a Torino, della quale fu nominato "grande oriente" il suo collaboratore più fido, Costantino Nigra. Mentre il re macchinava, d'accordo con Garibaldi, l'impresa dei Mille e la caduta del trono di Napoli, il C. con l'opera dei comitati della società nazionale andava minando il terreno nel territorio rimasto al Papa, tra il perenne pericolo di sommosse e la minaccia di una invasione. Con il pretesto di ristabilire l'ordine, l'11 sett. il generale Fanti invadeva con 15 divisioni piemontesi le Marche e l'Umbria, e il 18 sett. costringeva il piccolo esercito pontificio comandato dal Lamoricière a capitolare. Napoleone III che, mentre il dramma volgeva al suo epilogo, s'era reso irreperibile, a fatti compiuti riappare sulla scena, reduce da una crociera nel Mediterraneo, lancia al re e al suo ministro i fulmini del suo adegno, e promette soccorsi che arrivano sempre troppo tardi. Intanto, nonostante le più ampie assicurazioni date da Napoleone a Pio IX, fra gli intimi del C. si diceva, anche a chi non lo voleva udire, che egli era stato messo a giorno di tutto, e che ai due inviati da Torino, Farini e Cialdini, aveva espresso il suo benestare, con la frase famosa: Bonac chance, mais faites vite! Ora, vedutosi scoperto, in flagrante crimine di mendacio, l'imperatore montó sulle furic, dichiarò che alle sue parole era stato dato un senso che non avevano, e incominciò da quel momento un periodo di tensione, che non cesserà che con la morte del C. Ciò che più di tutto gli scottava era veder cadere in frantumi tutto quel cervellotico piano di riorganizzazione d'Italia da lui concepito. Il che non impedí che i paesi occupati venissero annessi al Piemonte, che Vittorio Emanuele fosse designato re d'Italia (17 marzo 1861), e Roma proclamata capitale (27 marzo).
Ora si affaccia in tutta la sua gravità il problema della "questione romana". L'anormale situazione in cui si veniva a trovare il capo della Chiesa, ridotto a un territorio minuscolo, con insufficienti risorse, privo di forze militari, stretto all'intorno da un potere ostile, e perciò non sufficientemente garantito nel libero esercizio del suo ministero, esigeva provvedimenti urgenti. Vennero infatti proposti e ventilati dalla Spagna, dall'Austria, e anche dalla Francia vari progetti di un modus vivendi. Tra Napoleone e il C. si discusse a lungo sull'arduo problema senza raggiungere un punto d'intesa : da parte della Francia non tardò a farsi strada uno schema di compromesso, il quale in sostanza giunse in porto con la convenzione del sett. 1864, ma che al C. non era punto gradito. Per il C. la "questione romana" era e doveva rimanere questione italiana e soprattutto questione di libertà; essa doveva risolversi senza che la potenze cattoliche se ne immischiassero, e avrebbe avuto, certo, la soluzione migliore il giorno in cui Roma fosse riunita all'Italia.
In un primo momento porse volentieri orecchio ad idee e suggerimenti conciliativi del dott. Diomede Pantalzoni e dell'ex-geouita Carlo Passaglia, versatissimo non solo in teologia, ma anche in materia di diritto pubblico ecclesiastico. Questi formolarono un piano di conciliazione che, senza urtare con la dottrina cattolica e con la giurisprudenza canonica, si avvicinava il più possibile alla formula cavouriana: "libera Chiesa in libero Stato", formola notoriamente coniata del Montalembert, e dal C. ripresa e interpretata in senso esattamente opposto a quello dell'inventore. Lusingavano ad un tempo C. nella speranza che con le loro alte conoscenze
a Roma e con l'autorità che il Passaglia godeva nel ceto ecclesiastico, non sarebbe stato molto difficile creare intorno ad esso una forte corrente favorevole. Il C. ne fu soddisfatto (Quest. ram., I, Bologna 1930, pp. 93, 105), invitò a Torino il Passaglia, la cosa fu discussa fra loro sotto tutti gli aspetti. Le idee ivi concertate sono riassunte in un foglio che spedi il Passaglia al conte sulla fine del genn. 1861 (ap. cit., p. 239). In compenso della «simeno passiva acquiescenza" del Papa all'annessione di Roma, lo Stato doveva assumersi solenni impegni di garantire la dignità, la libertà, il decoro e l'indipendenza del capo della Chiesa: gli riconosceva prerogative ed onori sovrani, compresa l'insindacabilità e la rappresentanza diplomatica attiva e passiva; provvedeva al decoro e al sostenlamento della corte e del S. Collegio; riconosceva al Papa e ai vescovi diritto di proprietà e libera disposizione dei ben- ecclesiastici; considerava abolita ogni restrizione della giurisdizione ecclesiastica, derivante da concordati o da altri titoli, in particolare sulla elezione dei vescovi.
Il C. si gloriava di voler inaugurare un nuovo metodo nelle relazioni tra lo Stato e la Chiesa fondato sopra un regime di assoluta libertà, quale non si era mai veduto nei secoli passati, tale da chiudere per sempre l'epoca delle competizioni giurisdizionalistiche. E ciò non senza intenzione di mettere in imbarazzo Napoleone, che teneva moltissimo agli articoli organici ancora vigenti in Francia. Senonché, mentre tanto si parlava di libertà, la politica del governo andava prendendo una tinta sempre più vessatoria e anticlericale. Si abolivano i concordati di Lombardia e di Napoli, si mantenevano in vigore vecchie prerogative regaliatiche esistenti nelle Due Sicilie, si estendevano le leggi eversive a tutta l'Italia, si incarceravano preti, vescovi e perfino cardinali.

Cavour, Camillo Benso di - Lettera autografa di C. C. a Massimo d'Azeglio (febbr. 1846) - Roma, archivio dell'Istituto per la storia del Risorgimento.
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La S. Sede né incoraggiò, né si oppose alla missione del Passaglia, ma gli ordinò di mantenere sulla cosa un rigoroso segreto, temendo che venisse sfruttata a suo danno. Come infatti avvenne; poiché non appena il Passaglia fu a Torino, i giornali incominciarono a parlare di trattative di conciliazione incorso. Sicché una nota del foglio ufficiale di Roma venne a smentire le infondate dicerie, e insieme a tagliar corto alla iniziativa, in cui si vedeva cosi poca buona fede. Da prove schiaccianti risulta che il C. al tempo stesso che andava iniziando queste pratiche, non rifuggiva dal tessere intrighi per corrompere con danaro il card. Antonelli e altri prelati influenti. Le istruzioni poi che egli mandò ai due negoziatori a Roma e i relativi schemi di capitoli (op. cit., pp. 253, 260, 275) appaiono concepiti in uno spirito tutto diverso da quello delle basi combinate con il Passaglia, benché il C. dicesse d'esser rimasto con lui "d'accordo su tutti i punti». Si assoggettano i chierici alla legge comune senza alcun riguardo al privilegium fori; si nega la personalità civile alle corporazioni e istituti religiosi; si esige che le nomine vescovili avvengano secondo un sistema elettivo da combinarsi fra i due poteri, riservandosi il governo in taluni casi il diritto di voto, nonché il diritto di intervenire nelle prime nomine; si provvede autonomamente alla dotazione dei vescovati, dei capitoli e delle chiese curate; si riducono i vescovati da ca. 260 al numero di 80 ; si vincolano i beni beneficiari in guisa da non poter essere accresciuti senza il placet dell'autorità civile, ecc. Se a tutto ciò si aggiunga la condizione imposta al Papa (do ut des) di rinunciare al potere temporale, in modo da non lasciar dubbio "sulla realtà ed efficacia di fatto della rinuncia ", si potrà giudicare qual valore ideale a possa dare alla formola cavouriana: "libera Chiesa in libero Stato». Con essa non si fa che affermare la mentalità di Marco Minghetti, il quale, partendo dal principio che solo allo Stato spetti, in senso vero ed esclusivo, il potere legislativo e coattivo, e che ogni altra potestà che vige nell'àmbito dello Stato va subordinata a questo, implicitamente esclude la tesi dei due poteri e delle due libertà, e mette la società religiosa, come ogni altra società, sotto il controllo e l'autorità dello Stato; al quale, infatti, pur incompetente nel campo spirituale, compete il diritto di riconoscere la personalità giuridica della Chiesa e quindi di sottoporre a controllo l'attività.
Caduta la prova di accordi intrapresa dal C., prima ancora che le trattative avessero principio, tornò in campo il modus vivendi ideato da Napoleone III, avente per base un'intesa diretta fra Parigi e Torino, in virtù della quale il governo del re doveva obbligarsi a garantire l'integrità del piccolo territorio rimasto al Pontefice, lasciando impregiudicati i diritti che la S. Sede reclamava sugli altri territori annessi; e si obbligava inoltre a prendere a suo carico una quota parte del debito pubblico del governo papale in proporzione dei territori annessi. Alla S. Sede, rimanendo estranea agli accordi, non restava che prenderne atto, se lo voleva, quando le venissero comunicati. Dopo di che la Francia rileverebbe le sue truppe da Roma e accorderebbe il suo riconoscimento al Regno d'Italia. Può benimmanginarsi quanto dovesse riuscire ostica al C. una tal convenzione; ma si dovette piegare alla volontà dell'imperatore. Tutto già era pronto, e non mancava che la firma delle alte parti, quando giunse fulminea la morte del grande statista.
E rimasto fin qui avvolto nel mistero se il C. sia morto in grembo alla Chiesa cattolica. Fu allora annunziato ufficialmente che era spirato munito dei Sacramenti : di che Pio IX si rallegrò e, come annunziava La Civiltà Cattolica, non lasciò di fare pii suffragi per lui. In molte chiese, in Italia e all'estero, erano stati celebrati uffizi funebri, quando apparve sui giornali una dichiarazione del marchese Gustavo, fratello di Camillo, con cui si smentiva la voce della ritrattazione del conte prima di morire. Parecchi vescovi e nunzi si rivelzsero allora a Roma chiedendo istruzioni; e da Roma fu domandato all'autorità ecclesiastica di Torino come erano veramente passate le cose. Ma il p. Giacomo da Poirino, il quale, come precedentemente convenuto, era stato chiamato ad assistere il C. negli ultimi momenti, si chiuse in un misterioso silenzio. Sospettandosi che ciò avvenisse per tema di rappresaglie, fu chiamato a Roma e interrogato personalmente da Pio IX. Il frate, con il vano pretesto che trattavasi di segreto sacramentale, nulla volle dire, limitandosi a dichiarare che, quanto a sé, aveva fatto tutto il suo dovere. Tutto ciò che fu allora detto e pubblicato sui giornali di costrizioni e di minacce alle quali il p. Giacomo sarebbe stato sottoposto per strappargli il segreto, è pure invenzione. Ora si propende a credere che il p. Giacomo fosse stato chiamato al capezzale del morente quando questi era in preda al delirio, e che il suo ministero fu semplicemente pro forma, per pura convenzione politica.
BibL.: Fonti: L. Chiala, Lettere edite ed inedite di C. C., 6 voll. e indice. Torino 1882-87: Discorsi parlamentari, in voll. e indici, ivi 1863-72 a cura di R. Biffoli, Roma 1885; H. Bastgen, Die Römische Frage, 3 voll., Friburgo in Br. 1917-19: Gli scritti del c. di C. pubblicati da D. Zanichelli, 2 voll., Bologna 1922: Discorsi parlamentari, nuova ed. a cura di A. Omodco e L. Russo, Firenze 1922 sgg., in corso: Commissione editrice, Carteggio C.-Nigro, 4 voll., Bologna 1926-29; La "questione romana" negli anni 1860-61: Carteggio C. "Pantolomi, Passaglia, Vimercati, 2 voll., ivi 1929; C. e l'Inghilterra: Carteggio C.-V. Emanonale-d'Austria, 2 voll., ivi 1933; Carteggio C.-Salvator, ivi 1936. Ricordi: G. Massari, Il c. di C., Torino 1873; M. Castelli Il c. di C., ripubblicato da L. Chiala, ivi 1886; D. Berti, Diario inedito di C., con note autobiografiche, Roma 1888; W. De la Rive, Il c. di C. Racconti e memorie, con prefazione di E. Visconti Venezia, Torino 1911. Biografia: F. Ruffini, Le Gioviezza del c. di C., 2 voll., Torino 1912; P. Mater, C. et l'unité italienne, 3 voll., Parigi 1922-26; D. Zanichelli, C., Firenze 1926; M. Paléologue, Un grand'éditice: C., Parigi 1926; A. Cappa, C., Bari 1932; F. Ruffini, Ultimi studi sul c. di C., ivi 1936. Canni: M. Rosi, s. v. in Diz. del Rit. nac., II, pp. 623-46; W. Maturi, s. v. in Diz. di politica, I, pp. 426-34; H. Bastgen, s. v. in Staatslexikon, I, pp. 1199-1202; F. Lemmi, s. v. in Enc. Ital., IX, pp. 561-85. Studi particolari: A. C. Jemolo, La questione della proprietà ecclesiastica nel regno di Sardegna, Torino 1911; S. Tessitore, C. e le corporazioni religiose, ivi 1911; A. C. Jemolo, Il «partito cattolico» piemontese nel 1835 e la legge sarda oppressiva delle comunità religiose, Casale 1919; A. Omodco, Il c. di C. e la questione romana, in La nuova Italia, i (1930), fascc. ott.-dic; P. Pirri, I problemi religiosi nei discorsi politici di C. C., in La Civiltà Cattolica, 1935, I, pp. 589-98; F. Romano [E. Martini], C. e il protestantesimo, in Rassegna romana, 6 (1935), pp. 49-50; S. Jacini, La crisi religiosa del Risorgimento: la politica ecclesiastica da Villefranca a porta Pia, Bari 1938 (liberale moderato a tendenza apologistica); A. Omodco, L'opera politica del c. di C. (1848-57), 2 voll., Firenze 1941 (conoscitore profondo della materia, ma imbevuto d'acce untiideticolismo); F. Pirri, Pio IX e Vittorio Emanuele II, La Iricizzazione, Roma 1944. Chiesa e Stato, "questione romana"; A. Piola, La Quistione romana nella storia e nel diritto da C. al Trattato lateranense, Padova 1931; G. Mollat, La question romaine de Pie VI à Pie IX, Parigi 1932; L. Salvatorelli, Il pensiero politico italiano dal 1700 al 1870, Torino 1948; S. Lener, Chiesa e Stato oggi in Italia: i precedenti, in La Civiltà Cattolica, 1946, iv, pp. 91-104; V. Del Giudice, La questione romana e i rapporti fra Stato e Chiesa fino alla conciliazione, Roma 1948; A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, Torino 1948 (bene informato, a tesi laicissa); S. Lener, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, in La Civiltà Cattolica. 1949, I, pp. 295-309 (essme critico dell'opera dello Jemolo). Libera Chiesa in libero Stato: G. Pa-
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delletti, "Libero Chieso, ecc. n genesi della Joronda cavouriana, in Nuova ontologia, 29 (1875), p. 566 ; G. Giacometti, Die Genesi van C.s Formel, Aarau 1919; A. C. Jemolo, op. cit. Rapporti con la massoneria: P. Buscalione, C. e la massoneria, in Rassegna contemporanea, 8 (1914), pp. 213-43; A. Luzio, Le massoneria e il Risorgimento italiano, I, Bologna 1925, pp. 265-87; P. Pirri, C. C., Custochio Nigra e il rinascimento della massoneria italiana, in Civ. Catt., 1926, II, pp. 309-24. Morte: M. Mazziotti, Il c. di C. e il suo confessore, Bologna 1916. Scarseggia sull' argomento una buona letteratura cattolica.
Pietro Pieri
CAVOUR, Gustavo Benso, marchese di. - N. il 27 genn. 1806 a Torino, m. ivi il 26 febbr. 1864. Fratello maggiore di Camillo C., ereditò dal padre per diritto di primogenitura il titolo marchionale. Dotato di ottima memoria e di vasta cultura, era naturalmente portato verso gli ordinamenti liberali; ma, pur avversando l'assolutismo, era proclive a misure di carattere riformistico, anziché a provvedimenti radicali.
Legato di vera amicizia col fratello, ne ammirava le doti di mente, e lo csortava a dedicarsi all'ufficio di scrittore. Perduta in giovanissima età, a 27 anni, la moglie, si ingollì negli studi, soprattutto filosofici, e fece la conoscenza del Rosmini nel 1836 , che amò e frequentò intimamente. Del roseninissimo il C. si fece entusiasmato divulgatore in Piemonte, nella Svizzera e nella Francia. Pubblicò nella Bibliothèque universelle de Genève una serie di tre articoli, introduttivi allo studio delle dottrine del filosofo di Rovereto (Des ouvrages philosophiques de M. l'abbé Rosmini, nuova serie, 11, 14, 15 [1837-38]). Tre anni dopo, ampliò questa esposizione, e ne risultò un volumetto dal titolo Fragments philosophiques. Questa sua ammirazione per il Rosmini lo rese anche protagonista di una sassi vivace controversia con il Gioberti. Avendo rinvenuto, durante un suo soggiorno a Parigi, nel giornale cattolico Univers un articolo contrario alle dottrine roseniniane, ed a favore delle giobertiane, il marchese Gustavo replicò sullo stesso foglio in modo espro; né limitò la polemica al campo meramente scientifico, ma fece sul conto del Gioberti apprezzamenti di carattere personale, non corrispondenti a verità, i quali ferirono profondamente il Gioberti. Il C. continuò la sua attività di scrittore negli anni successivi, dando alle stampe un saggio filosofico sulle idee comuniste (Des idées communistes et des moyens d'en combattre le développement, in Bi bliothèque universelle, 4^{°} serie, I [1846], pp. 5-59), ed altri scritti. Fu anche collaboratore dell'Armonio della religione con la civilta.
Fu deputato alla quarta legislatura del Parlamento subalpino (1852-53) e conservò il mandato pure con le elezioni successive, fino alla morte. Assai stimato dai colleghi per lo zelo nei lavori dall'assemblea, intervenne varie volte con efficacia nei dibattiti della Camera.
Nella discussione sul progetto di legge sul matrimonio civile, presentato dal guardasigilli Boncompagni, il C. dichiarò di non essere contrario alla legge stessa e di ammettere la necessità di separare la legislazione canonica dalla civile, ma di non poter approvare certi emendamenti proposti dalla Sinistra che potevano determinare nei credenti degli scrupoli di coscienza. "Cattolico sincero, egli disse in quell'occasione, io credo che il cattolicismo non ha poi nulla a temere da una vera legge di libertà. Sinceramente amante della libertà costituzionale, io stimo che non potrà mai dirsi una legge veramente liberale quella che offende nelle minime cose una coscienza anche scrupolosa " (tornata del primo luglio 1852). Coerente a questo atteggiamento fu pure il discorso che il marchese pronunciò il 9 ed il 10 genn. 1855 in sede di discussione del progetto di legge sulla soppressione delle comunità religiose. Dopo aver affermato che le disposizioni del progetto gli sembravano contrarie «ai principi di giustizia e di rettitudine», passò a definire il liberalismo dei sostenitori della legge stessa : "Per molti non è già liberale colui che, amando la libertà per sé e per gli altri, la vuole decisamente per tutti; agli occhi di costoro, ad essere liberale, è necessario avere almeno una congrua dote di pretofobia, bisogna nutrire un astio più o meno inorpellato contro quei pacifici sodalizi,
nei quali l'uomo posto al riparo dal giuoco terribile delle passioni, quanto meno non reca danno a nessuno, e ben sovente trova ancor modo di rendere ai suoi simili splendidi e ben grandi servizi \%. E votò contro la legge presentata dal ministero presieduto dal fratello. Fu all'opposizione pure durante il dibattito sul trattato d'alleanza concluso con la Francia e l'Inghilterra per la guerra di Crimea.
BibL.: D. Berti, Il conte di C. avanti il 1848 , Roma 1886, pp. 32-40; E. Salmi, La controversia di Vincenzo Gioberti con il roseniniano G. B. di C., in Boll. storico-bibliografico subalpino, 15 (1910), pp. 331-53; L. C. Ballca, Briciole cavauriene. Camillo Cavour e le dispute fra V. Gioberti e i roseniniani, ibid., 15 (1910), pp. 354-72; A. Colombo, Nuovi documenti sulla controversia roseniniana tra V. Gioberti e G. B. di C., in Rasc. stor. del Risorg., 5 (1918), pp. 373-94; G. Balsamo-Crivelli, Nuovi documenti sulla polemica di V. Gioberti con G. B. di C., in Il Risorg. ital., 18 (1925), pp. 283-312; G. Manacorda, s. v. in Diz. Ris. Naz., II, p. 646. Per il testo del discorso sul matrimonio civile cf. Atti del Parlamento subalpino, reazione del 1831, V, Firenze 1868, p. 1378 sgg. (il C. in sede parlarcentsre si limitò ad un breve intervento, esponendo invece le sue idee più ampiamente nello scritto Del matrimonio in relazione col diritto pubblico dei popoli liberi, pubblicato in Il cimento, 1 [1832], pp. 591-603). Il discorso contro la soppressione di comunità religiose si trova negli Atti del parlamento subalpino, reazione del 1832-34, VI, Firenze 1870, p. 2389 sgg.
Silvio Furlani
CAXIAS, diocesi di. - Nel Brasile; Stato di Rio Grande do Sul. Eretta l'8 sett. 1934, per smembramento della arcidiocesi di Porto Alegre, di cui è suffraganea.
Si trova in una regione colonizzata da emigranti italiani, ed è il più grande centro vinicolo del Brasile; abbraccia una superfice di kmq. 12.416, con una popolazione di 220.000 ab. dei quali 216.000 cattolici, distribuiti in 41 parrocchie. Il clero secolare è costituito da 53 sacerdoti diocesani e 60 regolari (Francescani, Cappuccini, Scalabriniani, Passionisti, Giuseppini). Le Suore missionarie di S. Carlo, le Suore di S. Giuseppe e quelle del Cuore di Maria di N. S. dell'Apparizione e le Pallottine dirigono complessivamente 15 collegi femminili, 6 ospedali, un orfanotrofio, una scuole parrocchiale e un noviziato. Titolare della cattedrale e della diocesi : s. Teresa. I seminaristi diocesani fanno i loro studi nel seminario centrale di S. Leopoldo.
BibL.: AAS, 28 (1935), p. 359; J. B. Lehmann, O Brasil Católico, 1917, Juiz de Fórs 1947, pp. 103-108.
Maurilio Cesar de Lima
CAXIAS DEL MARAGNANO, diocesi di. Nello Stato di Maranhão (Brasile), suffraganea di S. Luigi del Maragnano, si estende nella regione orientale dello Stato, calda, però molto fertile in cotone, riso, caucciù, palma carnauba e anche bestiame.
Ha ca. 92.538 kmq . 350.000 ab., 17 parrocchie, 11 sacerdoti diocesani e religiosi lozzariati (1948). Titolare della Cattedrale è la Madonna della Salute, della diocesi l'Immacolata Concezione e S. Giuseppe. C. è città dal 1836 e conta 25.000 ab. La città, che prima si chiamava Aldeias Altas, fu saccheggiata durante la sanguinosa insurrezione dei balaios ( 1838-41 ). La sua importanza attuale si deve alla posizione centrale tra il porto di S. Luiz e l'interno degli Stati di Maranhão e di Piauí.
Fu perciò eretta in sede episcopale della diocesi, essendo stato smembrato il suo territorio dall'arcidiocesi di S. Luigi il 22 luglio 1939.
BibL.: R. Galanti, Historia do Brasil, IV, S. Paulo 1913, p. 339; AAS, 32 (1940), p. 109; J. B. Lehmann, O Brasil Católico 1947, Juiz de Fórs 1947, pp. 109-113. Maurilio Cesar de Lima
CAYENNA, vicariato apostolico di: v. Guyana francese, vicariato apostolico di.
CAYES (LES), diOCESi di: v. les cAYes, diocesi di.
CAYET, Pierre-Victor-Palma. - Teologo francese, n. da modesta famiglia cattolica a Montrichard (Tucenna) nel 1525, m. a Parigi il 16 marzo 1610. Studente passò al calvinismo e, formatosi nelle università tedesche, tornò in Francia pastore calvinista a Montreuil-Bonnin. Precettore di Enrico di Navarra (1562) e predicatore a Pau di Caterina di Borbone
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(1584), segui Enrico IV a Parigi e alla sua corte conobbe il card. Du Perron, che molto influì sulla sua conversione, avvenuta il 9 nov. 1595. Per questa, se si ebbe le congratulazioni di Clemente VIII, molte molestie ebbe pure a soffrire dai suoi antichi correligionari, che l'accusarono di malcostume e di magia. Professore di lingue orientali nel collegio reale di Navarra (1596), fu ordinato sacerdote nel 1600.
Delle molte pubblicazioni meritano particolare ricordo: Copie d'une lettre de maitre P. V. C., contenant les causes et les raisons de sa conversion à l'église catholique (Parigi 1595, 1596); Le vray orthodoxe de la foy catholique du sacrement de l'autel (ivi 1596); Vraye intelligence salutaire du sacrifice de la Messe (ivi 1597). E all'Indice l'opera: Chronologie septennaire (ivi 1598-1604), censurata anche dalla Sorbona perché fra gli altri errori vi sosteneva che l'autorità del papa non è superiore a quella dei vescovi (decr. 18 nov. 1605).
BibL.: L.P.T., Discours funèbre sur la mort de C., Parigi 16ro; A. Kobler, s.v. in Kirchenlec., II, coll. 2080-81; Hurter, III, coll. 112-14; E. Mangenot, s.v. in DThC. II, coll. 2046-48; J. Grisar, s.v. in LThK, II, col. 800.
Vito Zollini
## CAYMAN, ISOLE : v. GIAMAICA.
CAYRON, Pierre-Jean. - Gesuita francese, n. a Rodez il 17 genn. 1672, entrato nel noviziato di Tolosa il 1687 , m. in grande fama di santità a Tolosa il 31 genn. 1754. Dopo quattordici anni d'insegnamento delle lettere e della filosofia, passò tutta la sua vita a Tolosa, maestro dei novizi e rettore del noviziato (1713-29 e 1733-37), rettore del collegio (1729-33), preposito della casa professa (17371744), poi padre spirituale e qualche tempo istruttore dei padri nel terzo anno di probazione. Si distinse per umiltà e mortificazione e godette fama di insigne taumaturgo. Promosse efficacemente il culto di s. Francesco Régis e la sua canonizzazione (1737). I processi per la sua beatificazione sono stati consegnati alla S. Congregazione dei Riti.
BibL.: J. Sérane, Vie du p. P.-J. C., 1767, modernizzata dal p. Coudere, Parigi 1904; E. Bouniol, Le serviteur de Dieu P.-J. C., Tolosa 1886; J. Dissard, Un thaumaturge toulousain. Le p. C. S. J., 1672-1754, Tolosa 1934.
Edmondo Lamalle
G. G. G. : v. EnTE dello spettacolo.
GEADDA (CHAD) abate, santo. - Originario forse della Nortumbria. E incerto l'anno di nascita; m. secondo Beda, che è la miglior fonte per la sua vita, nel 672. Fu educato a Lindisfarne e divenne abate di Lastingham. Essendo la sede di York temporaneamente vacante per l'assenza del titolare s. Vilfrido, che si era recato nelle Gallie e tardava a tornare, fu dal suo re invitato ad occupare la sede, ciò che egli fece, meritandosi per questo il richiamo di s. Teodoro vescovo di Canterbury che lo invitò a cedere il luogo al titolare che era ritornato in sede. C. ritornò al suo monastero donde s. Teodoro lo trasse nel 669 per affidargli la sede vescovile di Lichfieldt nel regno di Mercia. Le sue reliquie, al tempo della riforma protestante, furono salvate dai cattolici ed era si trovano nella cattedrale di Birmingham a lui dedicata. La sua festa cade il 2 marzo.
Bibl.: Martyr. Romanon, p. 83.
CEADWALLA (CaEdWALla), re del WESSEx. Guerriero di razza britannica, capo dei Britanni del Galles, la cui vita rappresenta uno dei momenti della lotta fra i possessori antichi del suolo britannico e gli usurpatori anglosassoni organizzatori nell'eptarchia. Egli volle riconquistare i domini che il suo bisavolo aveva perduti nel 519 in seguito all'invasione anglosassone. Cominciò con l'occupare il confinante regno di Essex di cui uccise il re; il suo valore fece
si che alla morte del re del Wessex Centvino egli fosse riconosciuto sovrano anche di questa contrada (686). Amico di s. Vilfrido, pur essendo ancora pagano, beneficò chiese e monasteri del paese, finché in seguito ad un voto, rinunziò al regno e venne in Roma per venerare la Cattedra di S. Pietro. Ricevuto il Battesimo la notte di Pasqua del 688 morì dopo pochi giorni indossando ancora la veste bianca del neofito e fu sepolto nel portico della vecchia basilica di S. Pietro, come attesta s. Beda, che lesse la lapide dettata dal papa Sergio I. Se ne trova il testo in G. B. De Rossi, Inscriptiones chr. urbis Romae, II, 1, Roma 1888 , pp. 288-89.
BibL.: H. Leclercq, s. v. in DACL, II, II, coll. 2710-12.
CEARÀ, diOCESI di: v. fortaleza (CEARÀ), diocesi di.
CEBA, Ansaldo. - Poeta, n. a Genova nel 1565, m. ivi nel 1623. Allievo dei Gesuiti e, poi, dello Speroni all'Università di Padova, coltivò la poetica, la filosofia morale e la lingua greca. Fu membro della patria Accademia degli Addormentati. Da giovane cantò l'amore, ma, dopo la menacezione di una sua amante, si diede ad argomenti religiosi ed eroici, con intenti didascalici.
Mediocre nella lirica, in cui imitò il Petrarca e Bonsard, nella tragedia, nel poema (Purio Camillo, Ester, Lazzaro il mendico), introdusse inopportune scene realistiche anche nelle opere di argomento sacro e fu di meriti essai inferiori alle intenzioni. Dotte le sue chiose ai Caratteri di Teofrasto da lui tradotti.
Bibl.: G. B. Spotorno, Elogi di liguri illustri, II, Genova 1846, p. 65 199.; P. Restagno, Di un letterato genovese del ser. XVII e le sue opere, Sarnpierderena 1906; E. Zanette, Su A. C., in Convivium, 4 (1932), pp. 94-123; D. Bianchi, Chiabrero e C. poeti giudarici, Pavia 1941.
CEBU, diOCESI di: v. NONE di GESÙ (CEBU), diocesi del.
## CECA, CHIESA NAZIONALE: v. BOEMI, FRATELLI.
CECCARELLI, Alessandro. - Archiatra pontificio e chirurgo maggiore dell'esercito papale, n. a Castiglione in Teverina, presso Orvieto, l'1 marzo 1830, m. a Roma il 19 febbr. 1893. Dopo i suoi studi alla Sapienza, molto si distinse nel lazzaretto di S. Spirito durante l'epidemia colerica del 1854, sino a che, colpito a sua volta, non corse serio pericolo di vita, e ne portò conseguenze per tutta l'esistenza.
Chirurgo maggiore delle milizie pontificie (1860), sostenne con il collega C. Mazzoni il benemerito d