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Sapienza, molto si distinse nel lazzaretto di S. Spirito durante l'epidemia colerica del 1854, sino a che, colpito a sua volta, non corse serio pericolo di vita, e ne portò conseguenze per tutta l'esistenza.

Chirurgo maggiore delle milizie pontificie (1860), sostenne con il collega C. Mazzoni il benemerito dott. F. Palasciano nell'opera di riconoscimento della neutralità dei feriti di guerra. Essa fu base della Convenzione di Ginevra, cui il Governo pontificio aderiva il 9 maggio 1868, e che segnò il punto di partenza della Croce rossa internazionale. Dopo il 1870 si ritirò a vita privata e divenne chirurgo di Pio IX.

Chirurgo del Conclave ed archiatra di Leone XIII, fu membro del Consiglio direttivo delle scuole secondarie cattoliche e docente di farmacologia e di chirurgia presso l'Università libera pontificia di palazzo Altemps, sorta dopo il 1870 in seguito a settario indirizzo rivolto al Doellinger da parte di parecchi professori della Sapienza. Chirurgo in luogo del Panunzi nell'ospedale Fatebenefratelli e chirurgo capo dell'associazione dei Cavalieri italiani di Malta per l'assistenza dei feriti di guerra, organizza le prime baracche di medicazione ed i primi treni ospedali; direttore dei servizi sanitari dei Sacri palazzi apostolici, sopraintende alla sistemazione del lazzaretto di S. Marta, voluto da Leone XIII in vista di una epidemia colerica nel 1884, ed all'erezione dell'ospedale civile di Carpineto. Membro del Consiglio di ammini-

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strazione della Banca cattolica artistico-operaia, dal 1889 diresse il dispensario di consultazione e medicazione per i poveri, primo del genere da Pio IX, istituito alle Zoccolette; tra il 1869 ed il 1872 , coadiuvando l'impulso dei duchi Salviati, creava l'ospedale infantile del Bambin Gesù, ora pontificio, ove poi a lungo, e gratuitamente, profuse le sue benefiche fatiche professionali. Più volte dagli elettori cattolici di Roma mandato al Consiglio comunale, e deputato alla Congregazione di Carità, facevasi promotore di un ospedale gilleggiante in Anzio per i bambini rachitici e scrofolosi, e da Leone XIII ottenne che il monastero di S. Cosimato in Trastevere venisse adibito a ricovero per i vecchi abbandonati. Morendo, legava all'ospedale di Orvieto la pregevole sua biblioteca scientifica insieme con l'intero e ricco suo armamentario chirurgico.

BibL.: Necrologio in L'Osservatore romano (19 febbr. 1893), e in La fedeltà. Organo settimanale del discinto esercito pontificio ( 3 marzo 1893). Cf. inoltre: A. Vigevano, La fine dell'esercito pontificio, Roma 1500, pp. 493, 710-11; A. Canezza, Gli arnispedali di Roma nella vita cittadina, nella storia e nell'arte, Roma 1923, p. 153; A. Milani, L'assistenza in Roma ai feriti di guerra e in Convenzione di Ginevra (1864), in Studiosi ed artisti italiani a SS. Pio XII nel XXV anno della consacrazione ep., Città del Vaticano 1943, pp. 171-74.
Paolo Dalla Torre
CECCARELLI, NADDO. - Pittore venese della metà del sec. xiv, del quale si hanno solo alcune opere firmate. Queste sono: una tavola con la Madonna a mezzo busto e il Bambino nella colles. Cook a Richmond, la quale nella cornice ornata di otto medaglioni con figure di santi reca l'iscrizione: «Nadd u s C. de Senis me Pinxit MCCCXLVII»; una tavoletta con il Cristo emergente dal sepolcro nella collezione Lichtenstein di Vienna, non datata, e una Madonna col Bambino nel museo di Budapest.

Grazie a queste tre opere è stato possibile attribuire al C. con certezza, fra l'altro, il Polittico a cinque scomparti con cuspidi n. 115 della pinacoteca di Siena, una Madonna nel museo Horne di Firenze e una predalla a medaglioni con la Pietà e vari Santi e stemmi dello spedale di S. M. della Scala nella collezione Platt a Englewood (Nuova Jersey). Tale complesso ci rivela un modesto e aggraziato seguace di Lippo Memmi, piuttosto rigido nel tratto ma accuratissimo e prezioso nell'esecuzione.

Bin...: F. M. Perkins, Su certe pitture di N. C., in Rassegna d'arte senese, 1909, p. 3 sgg.; G. De Nicola, Due dipinti senesi della collezione Lichtenstain, in Boll. d'arte del ministero della P. I., 1920, p. 243; R. van Marle, The developmant of the Ital. School of Painting, II, L'Aia 1924, pp. 303-309; G. H. Edgell, A History of Sienese Painting, Nuova York 1932, pp. 127 158.

Enae Carli
CECCHI, Filippo. - Fisico scolopio, n. a Ponte Buggianese (Pistoia) il 31 maggio 1822, m. a Firenze il 1⁰ maggio 1887.

Insegno fisica e matematica in Firenze per oltre quarant'anni, succedendo, alla morte del p. Antonelli, nella direzione dell'Osservatorio, al quale diede un indirizzo metereologico e anche geodinamico. L'attività geodinamica, infatti, che egli iniziò, portò l'Osservatorio di S. Giovannino a un grado eminente sugli altri osservatòri affini, non solo in Italia, ma oltralpe.

Nel campo della sismografia ebbe meriti singolari, per cui nella esposizione di Torino gli venne concessa una medaglia d'oro. In metereologia lasciò notevoli apparecchi, tra i quali il barometro e il termometro con il suo nome, e non potè terminare un meteorografo.

Bin...: G. Giovannozzi, Il p. F. C., Firenze 1887; id., Per la commemorazione di p. F. C., ivi 1906. Leodegatio Picunval

CECCHI, Gtovanni Maria. - Letterato, n. a Firenze, secondo la data più attendibile, il 15 marzo 1518. Saguendo la tradizione familiare fu notaio (15421577); ricoprì cariche onorifiche, e si occupò di mercatura in società con gli Adimari, Segni e Baldesi.

La sua fama è legata alla sua attività di commediografo.

Ammiratore di Plauto e Terenzio, cominciò con commedie profane, ma da questa stretta imitazione il C. si allontanò via via, portato dal suo temperamento di osservatore della vita contemporanea (cf. Prologo all'Assiudo, la migliore tra le sue Commedie osservate, ma anche la più licenziosa, tratta da una novella del Boccaccio), specialmente nelle farse popolari. Col passare degli anni, acuitosi in lui lo spirito di pietà religiosa, sentì rimorso per tale sua produzione, ed intese ripararvi componendo, a edificazione e ad emendamento degli ascoltatori, esclusivamente commedie di argomento sacro per conventi e pie confraternite non senza mescolanza di biblico e di fantastico. Riprese la tradizione delle sacre rappresentazioni, riducendole quasi alla forma classica, e modernizzandole con adottare l'uso del verso sciolto, come nell'Esaltazione della croce (Firenze 1586), che per molto tempo rimase l'unico suo dramma sacro pubblicato. Solo nel 1895 se ne ebbe una raccolta in cui è notevole Il figliuol prodigo, elaborato, con le consuete intrusioni plautine e qualche intemperanza realistica, sullo schema evangelico, di cui non riesce ad evocare l'intimo pathos.

Molto lodata nel C. è la vivezza del linguaggio fiorentino per il quale fu citato dalla Crusca. Da ricordare che scrufo argomenti storici (Compendio di più ritratti..., Bologna 1867) e compose alcune poesie. Morì nella sua villa di Lastra a Siena il 28 ott. 1587 e fu sepolto nella chiesa di S. Michele, da lui restaurata e dotata di un piccolo convento.

Bin...: Opere: Drammi spirituali inediti di G. M. C. notulo fiorentino del sec. XVI, con prefazione e note di R. Rocchi, 2 voll., Firenze 1895-1900. Studi: F. Rizzi, Le commedie osservate di G. M. C., Rocca S. Casciano 1904; U. Scott-Bertinelli, Sullo stile delle commedie in prosa di G. M. C., Città di Castello 1906; F. Rizzi, Delle farse e commedie morali di G. M. C., comice fiorentino del sec. XVI, Rocca S. Casciano 1907; E. Allodoli, G. M. C., Milano 1928.

Anna Cattani
CECCO d'Ascoli. - Francesco Stabili, n. ad Ascoli nel 1269, fu medico, astrologo, naturalista, poeta, presuntuoso e bizavro. Addetto alla facoltà bolognese di Medicina (1324) fu come eterodosso sospeso dall'insegnamento e multato ( 16 dic. 1324 ); riammesso e promosso alla cattedra superiore (1325), lasciò Bologna per Firenze (1326), dove fu nominato medico del duca Carlo di Calabria; ma, resosi inviso al duca, al famoso medico Dino del Garbo e alla Chiesa, fu come cultore di negromanzia e paterino processato ed arso (17 luglio 1327 ).

Scrisse in latino un Tractatus in sphaeram, il De principiis astrologiae e il De eccentricis et epicyclis; in volgare un poema interrotto al quinto libro, L'Acerba, dove in singolari rozze terzine (ABA, CBC,... ZZ) tratta delle cose naturali e delle spirituali con allegoria, oscurità, e punte polemiche, specie contro Dante, e di rado commosso per la natura e per la patria lontana.

BinL.: Opere: G. Boffito, Il «De principiis astrologiae di C. d'A. nuovamente scoperto ed illustrato, in Giorn. stor. d. lett. ital., supplem., 6 (1903), pp. 1-73; id., Il «De eccentricis et epicyclis» di C. d'A. nuovamente scoperto ed illustrato, in Bibliofilia, 7 (1905-1906), pp. 130-67: L'Acerba ridotta a miglior lezione dal prof. dott. Achille Crespi, Ascoli Piceno 1927. Vita: G. Castelli, La vita e le opere di C. d'A., Bologna 1892; G. Boffito, Perché fu condannato al fuoco l'astrologo C. d'A. in Studi e documenti di storia e diritto, 20 (1899), p. 357 sg.; A. Beccaria, I biografi di C. d'A. e le fonti per la sua storia e la sua leggenda, in Memorie d. R. Accad. d. scienza di Torino, 2ᵃ serie, 38 (1908), pp. 1-94. Studi: N. Sapegno, Il Trecento, 2² ed., Milano 1938, pp. 127-29, con la relativa bibliografia; E. Allodoli, nel cap. 4 (Opere di divulgazione culturale e religiosa) della Storia illustrata d. lett. ital. scritta da un gruppo di studiosi, Milano 1942, pp. 234-37.

Alberto Chiari
CECILIA, santa. - Martire romana, venerata il 22 nov. Ha il suo elogio in atti composti nel secc. v-vi, che presentano numerosi elementi costituenti nel complesso una vera crux per gli agiografi. Essa vi appare come una giovinetta di nobile famiglia, che fu fidanzata al nobile Valeriano. Il giorno delle nozze essa, mentre rinomava la musica, cantava nel suo cuore l'inno della parità (da questo particolare

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è stato dato a C. il vanto di protettrice dei musicisti). La prima notte di matrimonio C. dichiara allo sposo che un angelo veglia sulla sua verginità. Lo sposo vuol vedere l'angelo ed ella lo esorta a ricevere il Battesimo e lo manda per questo al 3^{°} miglio dell'Appia, dal vescovo Urbano. In seguito ad una apparizione celeste, Valeriano si battezza. In veste bianca torna da C. che è affiancata dall'angelo, il quale ha in mano due corone : una di rose è data a C.; l'altra, di gigli, è data a Valeriano. A questo punto si mescola la storia dei ss. Tiburzio, Valeriano e Massimo (gruppo venerato il 14 apr.), giacché il martire Tiburzio appare come il fratello di Valeriano. Più tardi il prefetto di Roma Turcio Almachio sacrifica dapprima gli uomini, poi fa arrestare la donna. E condannata ad essere soffocata nel calidario del bagno surriscaldato nella sua casa. Ma poiché il mezzo del martirio non aveva cagionato la morte, la si fa decapitare nello stesso luogo. Il papa Urbano ne avrebbe portato a seppellire il corpo in mezzo a quelli dei suoi colleghi vescovi, e la casa del martirio sarebbe stata consacrata come basilica in suo
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(lat. Pont. comm. di arch. sacro)
Cecilia, santa - S. C. in atteggiamento di orante.
Affresco (sec. ix) nella cripta detta di S. Cecilia.
Roma, cimitero di S. Callisto.
nome (cf. BHL, 1495; B. Momhrilius, Sanctuarium, ed. Solesmense, pp. 332-41; Martyr. Romanum, p. 539; H. Delehaye, Etudes sur le légendier Romain, Bruxelles 1936, pp. 7396, 194-220; v. anche il commentario dello stesso al Martyr. Hieronymianum, pp. 612-13).

Come fatti positivi si notano: Tiburzio, Valeriano eMassimo sono dei martiri del cimitero di Pretestato. Un Urbano era venerato anche in Pretestato (Itinerarium salisburgense; Lib. Pont.). Ma una epigrafe con oypanoc E... e la menzione dell'elenco di papa Sisto III segnalano un omonimo nel cimitero di Callisto. Si deve trattare di un vescovo estraneo, e del resto, la paleografia dell'epigrafe non ci fa risalire ad epoca antichissima. Questi rapporti di C. con personaggi del cimitero di Pretestato, hanno potuto far credere a qualche studioso che anch'essa fosse venerata in Pretestato. In realtà essa spetta al cimitero di Callisto e l'inter collegas suoi episcopus della Passio allude all'adiacenza della cripta papale. Infatti la cripta di S. C. è in vicinanza assoluta di quella dei Papi.

La spaziosa cripta ha delle memorie epigrafiche dalla fine del III sec. (ad es., iscrizione di un Settimio Frontone Pretestato Liciniano) ed ha pitture del sec. v e posteriori. Fra le più antiche vi sono quelle del lucernario (immagine della Santa - oggi quasi svanita - e tre personaggi: Poli. camo, Sebastiano e Quirino; di essi il primo è un santo sconosciuto e l'ultimo può essere il vescovo di Siscia in Pannonia, le cui reliquie furono trasferite in Catacumbus nel sec. v). Un'altra figura di s. C., che è in una parete,
spetta al sec. ix. Sembra che da questa cripta papa Pasquale I togliesse il corpo della martire (apr. 821) per trasferirlo sotto l'altare della basilica di cui si dirà. Però lo scrittore del Lib. Pont. (II, p. 36) fa confusione e parla del cimitero di Pretestato. E strano che di una martire tanto celebre non si parli nel più antico calendario della Chiesa romana (sec. Iv) e su di essa non una parola vi sia negli scritti di Damaso, Ambrogio, Girolamo, Agostino e Prudenzio.

Ma è certo che l'immagine di s. C. si trova nel sec. vi in musaici ravennati (cappella arcivescovile; S. Apollinare Nuovo) e ilLib. Pont. nella vita di papa Vigilio ( 535-55 ) parla del messo inviato da Costantinopoli, Artemio, che andò ad arrestare il Pontefice: in ecclesia sanctae Coeciliae hal. dec. erat enim dies natalis eius. Al tempo di Gregorio Magno ( 590 - 604 ) un tale Giovanni raccolse l'olio che ardeva davanti al sepolcro della Santa nel cimitero dell'Appia. Del resto fra i sottoscritti del Sinado romano del 499 c'è già il titolo di C.

Il Martirologio geronimiano parla di s. C. in note che si prestano a discussione. Quella del 22 nov. tradisce la utilizzazione della tarda Passio. Quindi il problema è questo: nion dubbio che il culto di s. C. sia già largamente affermato nel sec. vi e che si possa risalire al v. Ma fino ai primi decenni del v non se ne ha traccia. La leggenda ha un carattere gentilizio. La basilica di Trastevere è d'altra parte eretta su di una importante casa romana, un vero palazzo, che ha delle parti assai antiche, con un piccolo larario. I resti di terme private possono avere fornito lo spunto alla leggenda sul genere della sua morte.

C'è un fatto di cui occorre tener conto. Il cimitero di Callisto si trova in un'area spettante alla vetusta famiglia dei Caecilii. Quindi, come è stato proposto, poté una C. cristiana ottenere un privilegiato sepolcro nel sec. III in una cripta presso quella dei pontefici. D'altra parte, come si pensa, in Trastevere doveva esistere una casa dei Valeri in cui era la tradizione di parentela con i Caecilii.

Il ricordo della insigne cristiana dell'Appia, probabilmente donna di santi costumi (ma non martire), poté promuovere l'erezione di una importante basilica, far sorgere una venerazione alla tomba dell'Appia, stimolare i leggendari, incitati fors'anco da qualche tradizione familiare. Nella basilica di Trastevere al tempo di Clemente VIII (nei 1599) fu ritrovato il corpo depostovi da Pasquale I, intatto, si narra, con il capo rivolto a terra, mentre si sa che Pasquale I ripose il capo in arcella e più tardi lo si trova fra le reliquie della basilica dei SS. Quattro Coronati.

La basilica di S. C. non è stata ancora bene indagata nelle sue parti più antiche ed è individualale solo a partire dalla ricostruzione di Pasquale I. E poi noto che questo Papa vi fece l'importante musaico absidale. Più tardi ebbe vari adornamenti. Occorre citare per il basso medio evo il ciborio scolpito da Arnolfo (1283) e gli affreschi sulla parete

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d'ingresso (Giudizio universale) dipinti dal Cavallini. La diffusione del culto di s. C. nella Roma medievale fu grande, come attestano le diverse chiese erette in suo onore.

Bibl.: Oltre le opere citate, v. G. B. Giovenale, in Casinos catholicos, 4 (1904), p. 848 sgg .; in questo numero speciale della rivista si parla di tutti i lavori fatti in tale periodo e soprattutto della nuova critica costruita per munificenza del card. Rampolla: O. Marucchi, Iosilliques et delites de Rome, Roma 1909, pp. 438-52; H. Quentin, Cérle, in DACL. II, II, coll. 2712-38; P. Franchi de' Cavalieri, Note agiografiche, IV (Studi e Testi, 24), Roma 1912, pp. 3-38; P. Styger, Die römischen Katakomben, Berlino 1933, p. 51 sgg.; R. Krautheimer, Corpus basilicarum christianarum Romm, I, II, Città del Vaticano 1939, p. 95 sgg. Carlo Cecchelli

Iconografia. - Viene effigiata in ricchi paludamenti, coronata di rose e di gemme, con la palma del martirio; dal Rinascimento è rappresentata anche con un piccolo organo o una viola, benché la santa nulla abbia a che vedere con la musica (cf. A. De Santi, s. C. e la musica, in Civ. Catt., 1921, IV, pp. 318-33).

Tra le più antiche immagini è da ricordare quella nei mussici di S. Apollinare Nuovo di Ravenna ( 570 ) in una teoria di vergini, e quella di S. Maria Antiqua a Roma (sec. viII). In un affresco del sec. xili che è a Roma, nella chiesa a lei dedicata, la Santa è raffigurata nell'atto di apparire a Pasquale I. Famosissima la s. C. di Raffaello della pinacoteca di Bologna, con gli attributi musicali; la Santa è stata anche effigiata nell'atto di suonare (Rubens) o accompagnata da Angeli musicanti (Ant. Van Dyck). Una delle più note rappresentazioni della Santa é quella scolpita da S. Maderno nella sua chiesa romana ed ispirata dall'entusiasmo per la ricognizione della sua tomba avvenuta ad opera del card. Sfondrati sotto Clemente VIII (1599). - Vedi Tav. LXXII. Fabia Borroni

CECILIA della Natività. - Carmelitana scalza, la secolo Cecilia Sobrino y Morillas, n. nel 1570 a
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(tel. Alinari)
Cecilia, santa - Bassorilievo in marmo attribuito a Donatello. Londra, musco nazionale.

Valladolid, ove ( 17 genn. 1588) vestì l'abito carmelitano fra le Figlie di s. Teresa, ivi m. il 6 apr. 1646. Tranne gli anni 1602-12, in cui fu maestra di novizie e priora in Calahorra, visse sempre in Valladolid. Guidata dalla dottrina di s. Giovanni della Croce e favorita dai più siti carismi s'innalzò alla contemplazione mistica, di cui descrive in vari trattati gli effetti come in un itinerario dell'anima verso l'unione divina, ininterpretando, con note di esperienza personale, la sintesi della dottrina di s. Giovanni della Croce in maniera viva e attraente.

Due dei suoi trattati principali, cioè il Tratado de la transformación del alma en Dios, ed il Tratado de la unión del alma con Dios, vennero pubblicati dal p. Gerardo, carmelitano scalzo, nell'edizione delle opere di s. Giovanni della Croce, III, Toledo 1912, pp. 349-438, rispettivamente pp. 441-58. Ci ha lasciato anche dei cantici spirituali con dei commenti (che si conservano nel Carmelo di Burgos).

Bibl.: Crisògono de Jesús Sacramentado, La escuela mistica carmelitana, II, Madrid-Avila 1930, pp. 179-80; Gabriel de Ste-Marie-Madeleine, Cérle de la Nativité, in DOp. II, coll. 374375; Silverio de S. Teresa, Hist. del Carm. desc. en España... IX, Burgos 1940, pp. 894, 910. Ambrogio di Santa Teresa

CECILIANO. - Prima arcidiacono e poi vescovo di Cartagine (311); il suo nome è in rapporto con la controversia donatista, provocata dalla sua elezione dopo la morte del titolare di Cartagine, Mensurio. Buon amministratore e rigoroso in fatto di disciplina, si urtò nell'opposizione di una ricca signora di nome Lucilla da lui biasimata per le sue devozioni superstiziose e di parecchi notabili resisi colpevoli di danni contro la Chiesa. Contro la validità della sua elezione costoro opposero due ragioni: l'assenza dei vescovi della Numidia, com'era d'usanza, e l'indegnirà dei suoi consacratori. Radunato un sinodo a Cartagine (312) lo deposero eleggendo al suo posto il lettore Maggiorino. Le chiese trasmarine rimasero però in comunione con C. riconosciuto come vescovo legittimo da Costantino. Il Sinodo Romano del 313, adunatosi sotto papa Milziade per dirimere la questione, si pronunziò a favore di C. e condannò Maggiorino; alle stesse conclusioni arrivò il Sinodo di Arles del 314.

Le decisioni dei due concili non calmarono gli scismatici che si appellarono all'imperatore. Costantino credette di rimediarvi condannando i donatisti, ma esiliando anche C. a Brescia, e nominando un nuovo vescovo di Cartagine (316). Neppure questa misura portò la pace; di fronte all'opposizione donatista la commissione imperiale si pronunziò per C. che poco dopo poté rientrare nella sua sede. Nel 325 era presente al Concilio di Nicea. Morì dopo il 340.

Bibl.: Fonti: Eusebio di Cesarea, s. Ottato di Milevi, s. Agostino sono raccolti e studiati da P. Monceaux, Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne, IV, Parigi 1913, e da H. von Soden, Urkunden zur Entstehungsgeschichte des Donationus (Kleine Texte, 122), Bonn 1913; P. Batiffol, La paix constantinienne et le catholicisme, 4² ed., Parigi 1929, pp. 263-99; L. Duchesne, Le douter du donatione, in Mélanges d'archéologie et d'histoire, 10 (1890), p. 589 sgg.; Fliche-Martin-Frutaz, III (1939), p. 44 sgg. Mario Scaduto

CECILIANO, MOVIMENTO. - Organizzazione di cultori e sostenitori della musica ecclesiastica; prese il nome da s. Cecilia, comunemente invocata e venerata come patrona della musica. A Roma esistono l'Accademia di S. Cecilia e il Conservatorio di S. Cecilia, che sono due istituzioni di formazione musicale. Il m. c. ha avuto origine come reazione contro gli abusi e le profanazioni dello stile e delle esecuzioni della musica sacra, che nel sec. xix non si distingueva più da quella profana del teatro, avendo perduto completamente lo spirito della liturgia cattolica. Il canto gregoriano era o dimenticato o male eseguito,

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Cecoslovacchia - Circoscrizioni ecclesiastiche: 1) Confini di Stato; 2) Confini di regione; 3) Confini di circoscrizione ecclesiastica; 4) Ferrovie.
la musica antica polifonica aveva ceduto il posto a nuove forme di musica religiosa di carattere lirico, con largo accompagnamento di ogni strumento musicale, in stile mondano e indegno della serietà della liturgia e del tempio. La Rivoluzione Francese e il periodo napoleonico (1789-1815) diedero l'ultimo colpo alla tradizione classica distruggendo monasteri, capitoli, cappelle musicali, ed aiutando la profanazione artistica del tempio.

Nel 1783 era sorta a Londra la anglicana Caecilian Society, ma era un'accademia per diffondere il culto della musica con concerti popolari. La prima Società di S. Cecilia fu fondata a Monaco di Baviera con la scuola musicale di G. Ett (1788-1847) e di G. Aiblinger (1779-1867), che venne poi continuata a Ratisbona da C. Pioscke (1794-1861) e dal suoi collaboratori Haberl, Haller, Renner, ecc. Dalla Baviera il movimento di riforma si diffuse in Austria, in Germania, nella Svizzera, nel Belgio, soprattutto per merito di F.X. Witt (1834-88), che nel 1868 fondò a Bamberga il Cäcilien-Veretz per i paesi di lingua tedesca. Il vasto programma di riforma della musica sacra propugnato da queste società nazionali ebbe la piena approvazione della S. Sede, ma trovava molte e gravi difficoltà; tuttavia la propaganda, artistica e disciplinare, venne promossa con numerose pubblicazioni periodiche, che esumavano e illustravano l'antica musica classica, davano istruzioni e regole pratiche, promuovevano adunanze e discussioni, e diffondevano molta musica nuova inspirata alla dignità e alle esigenze del culto. In Olanda, nel Belgio, in Inghilterra, in Francia e nelle Americhe il m. c. ebbe pure un grande sviluppo, e il rifiorire dei monasteri benedettini determinò una forte ripresa degli studi e della pratica del canto gregoriano. In questo campo si distinse la scuola dei Benedettini di Solesmes (Francia), che intraprese la revisione critica di tutti i testi musicali dei libri liturgici. In Italia la riforma della musica sacra trovò difficoltà maggiori che altrove; ne fu il primo audace propugnatore il milanese Ambrogio M. Amelli (18481930; v.), dottore dell'Ambrosiana, poi monaco (1885) e abate benedettino. Egli propugnò la riforma nei congressi cattolici (1874-77); nel 1877 fondò e diresse la rivista M u sica sacra, e nello stesso anno, con pochi amici, l'Associazione italiana di S. Cecilia, che tenne il suo primo congresso a Milano nel 1880, e nel 1882 il famoso Congresso di Arezzo per il canto gregoriano. Nel 1884 usciva il primo Regolamento per la musica sacra della S. Congregazione dei Riti, che divenne la base giuridica del m. c. All'Amelli, divenuto monaco cassinese, si sostitul il gesuita Angelo De Santi (1847-1922), che dal 1909 fu presidente della risorta Associazione italiana di S. Cecilia, la quale ha per
organo ufficiale il Bollettino ceciliano. Nel 1910 promosse la istituzione in Roma di una Scuola superiore di musica sacra, ora Pontificio istituto di musica sacra, e i congressi nazionali di Milano, Torino, Bergamo, Vicenza, Roma, che diedero grande impulso alla propaganda.

Bibl.: K. Weinmann-R. Felini, Storia della musica sacra. Roma 1908; A. de Santi, L'antica Congregaz, di S. Cecilia, in Circ. Cart., 1918, iv, pp. 483-84; 1910, 1, pp. 111-19; 1921, iv, pp. 28-41, 217-20; G. B. Katschthaler, Storia della musica sacra, trad. it., 3ᵃ ed., Torino 1926, p. 185 sgg . Paolo Guerrini

CECOSLOVACCHIA. - 1. Geografia. - Lo Stato cecoslovacco nacque nell'ott. 1918 dallo smembramento della monarchia austro-ungarica, e si organizzò a repubblica unitaria, rappresentativa, formata dai seguenti paesi : la Boemia ( 52.062 kmq .) con 6.700 .000 ab., la Moravia ( 22.221 kmq .) e la Slesia ( 4.271 kmq .) con 3.300 .000 ab., già territori austriaci; la Slovacchia ( 49.006 kmq .) con 3.000 .000 ab. e la Rutenia carpatica detta anche Russia subcarpatica (Rutenia carpatica, 12.617 kmq.) con 600.000 ab., appartenenti alla Corona d'Ungheria, ed un piccolo lembo dell'Alta Slesia germanica ( 316 kmq .). Quando fu proclamata la sua indipendenza, la C. abbracciava così 140.493 kmq . con 13.600 .000 ab. che, al principio del 1938, erano saliti a 14.700 .000 , e costituiva senza dubbio, fra tutti i nuovi Stati formatisi dal crollo della duplice monarchia, quello economicamente più salvo e vitale.

La disfatta tedesca nella seconda guerra mondiale determinava, nel maggio 1945, la ricostituzione dello Stato cecoslovacco entro le frontiere del 1937; ma nel luglio dello stesso anno l'U.R.S.S., le cui truppe occupavano il paese, annettevano la Rutenia carpatica ( 12.617 kmq . con 725.000 ab .) all'Ucraina, si che la Repubblica della C. si estende oggi su 127.765 kmq . con 13.000 .000 di ab. Profondamente mutata è la composizione etnica dello Stato, in seguito alle perdite di guerra ed all'espulsione dei Tedeschi, ma non si hanno ancora cifre pienamente attendibili al riguardo.

La struttura geografica dello Stato cecoslovacco mette in evidenza il suo carattere di transizione tra i paesi fortemente industrializzati dell'Europa centrale e quelli ancora tipicamente agricoli dell'Europa orientale. La grande varietà di attitudini delle ragioni naturali e storiche che lo compongono - all'agricoltura si dedica in Boemia solo il 36 \% della popolazione,

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mentre l'industria è assai meno sviluppata, e con tutt'altro carattere (artigianato), in Moravia ed in Slesia, e la Slovacchia è addirittura un paese agricolo garantisce alla C. una certa solidità economica, come prova il fatto che, passato appena il turbine della guerra, l'equilibrio tende rapidamente a ristabilirsi e la bilancia economica si è di nuovo fatta attiva. Non è tuttavia facile prevedere quali conseguenze possano scaturire dall'inserimento dello Stato cecoslovacco nel sistema politico-economico sovietico.

Entro i nuovi confini, la C. conserva, in sostanza, la sua eccellente attrezzatura industriale, che beneficia, in un'Europa sconvolta, della eliminata concorrenza germanica. La densità della popolazione ( 105 ab. a kmq. nel 1946) è cresciuta rispetto all'anteguerra; la capitale, Praga, è divenuta una metropoli (quasi un milione di ab. alla stessa data) e 4 centri urbani superano oggi i 100.000 ab. : Brno (267) capoluogo della Moravia, Moravská Ostrava (176), Bratislava (o Presburgo, 138), già capitale dello stato slovacco indipendente, e Plzeñ in Boemia.

La popolazione è in grande maggioranza (più di due terzi) cattolica di rito latino. Le altre chiese cristiane ne raccolgono il 15 \%, gli israeliti il 2,6 \%, i senza religione il 5,2 \%. Questo cifre sono anteriori alla seconda guerra mondiale.

Brno. E. Proschwitzer, Geographie der Tschechoslowahci, Vienna-Praga 1922: H. Hassinger, Die Tschechoslowabei, Vienna 1923: B. von d. Decken, Die Wirtschaft in der Tschechoslowabei, Monaco-Lipsia 1928: F. Macherschck, Die Tschechoslowabei, Berlino 1928; L. Graux, La Tchécoslovaquie économique, Parigi 1930; C. Holland, Csechoslowabia: the Land and the People, Londra 1931: A. Fichelle, La Tchécoslovaquie, Parigi 1931: F. Weil, Tschechoslowabei, Gotha 1933.

Giuseppe Caraci
II. Storia. - La storia della C. ha il suo inizio con il 28 ott. 1918 quando i poteri civili e militari furono assunti dal "Comitato nazionale": dalla disfatta degli imperi centrali e dal crollo dell'Austria-Ungheria, era infatti sorta la Repubblica cecoslovacca. Numerosi "legionari" cecoslovacchi avevano combattuto a fianco delle truppe dell'Intesa ed il nuovo Stato si trovò cosi tra i vincitori.

Il nuovo Stato dovette vincere da principio non poche resistenze, costituite dalle grosse minoranze tedesche e magiare incluse nelle sue frontiere : anche tra la popolazione slovacca si delinearono opposizioni, in parte dovute a tendenze autonomiste, in parte a motivi politici e religiosi. Forti agitazioni sociali furono dovute alla situazione particolare del dopoguerra ed a difficoltà economiche connesse con lo smembramento dell'impero austro-ungarico. In breve, peraltro, il regime democratico si rafforzò. L'estremismo comunista si venne attenuando ed anche le importanti minoranze allogene si inserirono, almeno in parte, nella vita politica dello Stato, partecipando al governo.

Masaryk e Beneš furono gli esponenti più segnalati della vita politica cecoslovacca. Il movimento nazionale ceco era tuttavia permeato, in talune sue correnti, di tendenze anticattoliche : in questo atteggiamento confluivano tradizioni hussite, reminiscenze storiche e spunti di politica contingente. Si ebbe cosi una forte tensione fra S. Sede e governo cecoslovacco, in seguito alla partecipazione di quest'ultimo alle commemorazioni di Hus (1925).

In clima democratico, fortemente permeato di riformismo socialista e di laicismo, la C., appoggiata dall'alleanza francese e prospera economicamente per le notevoli ricchezze del paese, trascorse un lungo periodo di pace. Questa situazione si trasformò profondamente con il risorgere della potenza germanica e con la rapida ascesa del nazionalsocialismo.

Il ripiegamento graduale della politica francese in Europa orientale non fu compensato dalla nuova amicizia
cecoslovacca con l'U.R.S.S., preoccupata soprattutto dei suoi particolari problemi. Nei territori abitati da popolazione germanica cominciò, sotto la guida di K. Henlein, un'agitazione violenta per l'annessione al Grande Reich. Anche in Slovacchia l'opposizione al governo di Praga si venne facendo più aspra e più intransigente. Nell'autunno del 1938, in seguito agli accordi di Monaco ed ai loro sviluppi, la C., da Stato plurinazionale era divenuta uno Stato composto di Cèchi e di Slovacchi : la Germania occupò quasi tutti i territori abitati da Tedeschi; l'Ungheria spinse a nord le sue frontiere e il 4 apr. 1939 si annesse tutta quanta la Rutenia carpatica, Anche la Polonia si annesse un pezzo di Slesia.

La C. uscita dagli accordi di Monaco ebbe peraltro breve vita. Alcuni incidenti locali tra Cèchi e Tedeschi servirono a Hitler di pretesto per vibrare alla C. l'ultimo colpo mentre le correnti filonaziste di Slovacchia tendevano apertamente a creare uno Stato slovacco indipendente. Hitler convocò intanto il presidente della Repubblica cecoslovacca E. Hächa : il debole presidente si vide obbligato a rimettere "spontaneamente" il destino del popolo ceco nelle mani del Führer germanico. Le truppe germaniche occupavano il 15 marzo 1939 la capitale ceca. Contemporaneamente la Slovacchia, sotto la guida di Tiso, Tuka e Mach diveniva uno Stato indipendente sotto il protettorato germanico.

La resistenza cecoslovacca contro la dominazione nazista fu assai intensa; i comunisti, restati completamente passivi in un primo tempo, passarono attivamente all'azione dopo la fine dell'amicizia germano-sovietica e dopo l'attacco tedesco alla Russia. Avvicinatisi i Russi al territorio cecoslovacco, scoppiò una violenta insurrezione in Slovacchia che poté peraltro essere repressa. Sotto la dominazione nazista ebbero luogo dure persecuzioni politiche e razziali nonché feroci rappresaglie : famosa in particolare la distruzione di Lidice, con quasi tutti i suoi abitanti.

Il governo cecoslovacco espulse quasi interamente i Tedeschi e gli Ungheresi viventi nel suo territorio. Sotto l'alta direzione di Beneš si creò un governo di coalizione.
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(1ot. J. stenc)
Cecoslovacchia - Interno della chiesa di S. Giorgio (metà del sec. XI) - Praga.

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Per qualche tempo parve che, sul piano della politica estera e di quella interna, il governo cecoslovacco potesse mantenersi in certo qual modo a mezza strada fra la Russia e l'Occidente. La pressione russa si venne facendo peraltro sempre più serrata e culminò nell'intimazione alla C. di non aderire al piano Marshall. I comunisti si impadronivano gradualmente di tutte le leve principali del comando, sotto il pretesto di "difendere la democrazia". Le elezioni del 1946 avevano lasciato i comunisti in netta minoranza (essi furono addirittura battuti clamorosamente in Slovacchia). Ma nel febbr. del 1948 essi si impadronivano violentemente del potere : quest'atto di forza coincise approssimativamente con la morte tragica, in circostanze misteriose, del figlio del primo presidente della Repubblica cecoslovacca, Jan Masaryk.

Instaurato un regime totalitario, i partiti di opposizione furono soppressi e la C. entrò integralmente nel clima politico dell'Europa orientale. Contro la Chiesa si scatenò una violenta campagna antireligiosa. Già nel 1925 le onoranze decretate all'eretico Giovanni Hus avevano create difficoltà fra il governo della repubblica e la S. Sede, appianate poi nel 1928 mediante un Modus vivendi accettato dalle due parti (cf. AAS, 20 [1928], pp. 65-66). Ma ora il governo totalitario non solo violò il Modus vivendi, ma andò e va molto più avanti con la nazionalizzazione delle scuole, la soppressione della stampa cattolica, l'oppressione dell'azione cattolica genuina, organizzandone un'altra sciamatica. Contro queste e altre violazioni dei diritti della Chiesa s'è levata la voce di tutto l'episcopato, specialmente contro il non velato tentativo di provocare uno scisma religioso. L'azione cattolica sciamatica venne condannata dalla S. Sede in data 20 giugno 1949 (AAS, 4 I [1949]). La C. conta ora due sedi metropolitane (Praga e Olomouc) e 10 sedi vescovili (Budějovice, Hradec Kralové, Litoměřice, Brno, Ncosolio, Nitra, Prešov dei Ruteni, Scepusio, Cassovia, Rosnavia). Inoltre 2 amministrazioni apostoliche, quella di Tirnava e quella delle parrocchie della diocesi di Szatmár situate in Slovacchia.

Bog.: E. P. Young, Czechoslovakia, Londra 1946; F. Cavalli, Chiesa cattolica e governa comunista in C., in Civ. Catt., 1949, III, pp. 239-34; id., Tentativi comunisti di scisma religioso in C., ibid. pp. 463-28; Corrispondenza dalla C., ibid., pp. 197-211; iv, 210-24.

Wolf Giusti
III. La letteratura ceca. - I più antichi documenti letterari cèchi sono dell'epoca cristiana. Sotto il principe moravo Rastislav giunsero da Bizanzio Costantino e Metodio, i quali portarono usi orientali e la lingua slavo-ecclesiastica (dialetto bulgare della regione di Salonicco). Costantino creò in base all'alfabeto minuscolo greco il glagolitico e i discepoli di Metodio trent'anni più tardi, sulla base dell'alfabeto maiuscolo greco, il cirillico. Delle traduzioni di libri liturgici e di parti della scrittura in antico slavo si conservarono i Kyjevshé listy (dal luogo dove furono trovati), traduzione slava di libri latini di messa. I cosiddetti Pražshé zlomky, traduzione di un libro di messa greco, risalgono al sec. xi (convento di Sázava). L'origine ceca di questi documenti è indicata da certi boemismi (es. il ceco c invece del vecchio-slavo t t : noc invece di nošt). Dopo la morte di Metodio (885) i suoi discepoli furono perseguitati e si trasferirono in Croazia e Bulgaria. La liturgia slava venne scomparendo e si mantenne solo nel chiostro di Sázava. In seguito, sotto l'influsso occidentale, il latino diventa in Boemia, non solo lingua liturgica, ma anche scolastica e letteraria. In latino è scritta la Kronika di Kosmas, decano del capitolo praghese (m. nel 1125), narrazione degli avvenimenti intercorsi dalla torre di Babele al tempo dell'autore; Kosmas si ispira allo stile degli annalisti romani e inserisce, al modo di Livio, discorsi inventati. Primi tentativi d'una letteratura in ceco furono le glosse ai testi di chiesa e i canti Hospodine,
pophilui ny ("Signore, abbiate pietà di noi»), che risale, secondo lo Jakobson, al sec. xi, e Piseñ Svatováclavshá (di data più recente, rivolto al patrono della terra ceca. Una delle opere centrali del medioevo ceco è la Alexandriea. Secondo i modelli francese (Gualtiero di Châtillon) e tedesco (Ulrich von Eschenbach) un ignoto compose intorno al 1310 una Alexandreis ceca. Egli fece di Alessandro un re cristiano in lotta contro gli infedeli, dei suoi guerrieri una schiera cavalieresse nello spirito dei crociati. Un'altra cronaca di grande interesse è quella di Dalimil, che rivela un impulso patriottico contro la germanizzazione del paese tentata dagli ultimi přemyslovci.

L'elemento tedesco era penetrato nella vita pubblica e nella corte: lo stesso Venceslao II verseg giava in tedesco. L'autore della cronaca (Dalimil e un nome fittizio) vuole ammonire con esempi del passato la nobiltà del suo tempo e fa pronunziare da principi cèchi tirate patriottiche. Nonostante la propria diffidenza per i costumi forestieri egli, sull'esempio di quelle tedesche, scrisse la sua cronaca in versi. Il dramma ceco medievale sorge anch'esso dai riti della chiesa. I dialoghi dei Vangeli erano rappresentati in forma drammatica. Si sono conservati parecchi frammenti, tra cui il dramma delle tre Marie, i drammi della Passione e, nel genere profano, il Mastičháé (Il cerretano) in cui un ciurmatore offre degli unguenti e li loda con modi da fiera (parodia delle ciurmerie di certi medici, condotta forse sotto influssi francesi).

L'epoca di Carlo IV (1346-78) segnò il vertice della cultura gotica boema. Egli fondò l'università (1348), favorì le arti e la "cara lingua céca". Di questo periodo sono la composizione didattica in versi Nová rada (Nuovo consiglio) di Emil Plsǎka z Pardubic e l'anonimo contrasto Podkoni a žák (Lo scudiero e lo scolaro). L'interesse del sovrano per il passato spinse molti annalisti al lavoro e lo stesso Carlo IV scrisse in latino la sua biografia. Uno dei primi allievi dell'università praghese, Tommaso Štítný ze Štítného (1335-1405), scrisse di argomenti religiosi, non più in latino, ma in un ceco colorito di espressioni popolari, nel tentativo di volgarizzare la dottrina cristiana. La sua opera Reči besedni (Divagazioni), ad. es., ha forma di conversazione tra padre e figlio e tratta di Dio, dei segreti della fede, della redenzione, del pentimento. La più parte degli scritti di Štítný, così medievali e tipicamente scolastici, è derivata o tradotta da testi latini. Egli, con il suo calore etico e predicatorio, prepara la strada a Hus. Giovanni Hus (1369-1415) scrisse trattati teologici in latino che sono in fondo parafrasi delle teorie radicali di Wyclif, ma è più importante come scrittore in lingua ceca. Riformò l'ortografia, si interessò del canto religioso boemo, introducendolo nelle chiese e diede l'esempio della nuova lingua scritta, fondata sulla parlata viva del popolo. Dopo la morte di Hus, l'ascetico spirito dei suoi seguaci assegnò alla letteratura compiti religiosi ed educativi. Centro d'interesse diventarono la Bibbia e gli scritti e le postille moraleggianti. Gli ussiti coltivarono, sulle orme di Hus, il canto religioso. Di questa epoca è il corale Kdož jste Boži bojovnici (Voi che siete combattenti di Dio) che suole attribuirsi al condottiero Jan Žižka z Trocnova. Grande tempra di utopista riformatore fu Petr Chelčický (m. nel 1460), autore di Postila e Siet' víry pravé (Rete della vera fede). Il buon cristiano, secondo Chelčický, non combatte, nemmeno per difendersi, e respinge la scienza come

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invenzione diabolica. Chelčický vuole il ritorno alla semplicità evangelica, è contro l'unione dei poteri temporale e spirituale, proclama la non resistenza al male, condannando persino le guerre ussite. Nel suo pensiero s'é voluto vedere un preannunzio delle teorie tolesoiane. Con il suo radicalismo a sfondo rurale, Chelčický manifesta sfiducia per i mercanti ed esalta il lavoro del contadino.

Più tardi l'umanesimo riporta la Boemia sul piano europeo, fuori dall'isolamento in cui l'aveva chiusa il movimento ussita. Esempio di umanesimotipicamente boemo fu Viktorin Kornel ze Všehrd (m. nel 1520). Nell'epoca di Ferdinando I e Massimiliano II (15261576) si segnalarono Václav Hájek z Libočan (m. nel 1558), autore d'una cronaca di orientamento cattolico, piena di zone immaginarie, di avvenimenti fittizi, libro che fu una delle letture preferite dai romantici, e Jan Blahoslav (1523-71), che tradusse il Nuovo Testamento, si occupò di grammatica, e scrisse il primo libro teoretico cćco sul canto. Dell'epoca di Rodolfo II (1576-1620) va citata la Kralická Bible, traduzione di dotti, in cui fu codificata la lingua scritta in un felice equilibrio di parlata popolare e di stampi letterari. Lo storico ed editore Daniel Adam z Veleslavina (m. nel 1599) scrisse invece in uno stile latineggiante, ancora sotto l'influsso dell'umanesimo. Dopo la battaglia della Montagna Bianca (8 nov. 1620) la letteratura boema passò un periodo di crisi. In esilio visse e operò Jan Amos Komensky (1592-1670), i cui scritti possono dividersi in due gruppi : trattati di contenuto religioso (come Labyrint svĕta a ráj srdce) e opere pedagogiche. Komenský voleva unire tutte le discipline e cognizioni umane sinora disperse in un insieme organico di carattere enciclopedico, che egli chiamava pansofia. Nel tempo della guerra dei Trent'anni, Komensky̆ sognava l'armonia di tutti i popoli e la pace mondiale. Tra i sacerdoti che si proposero come fine di ricondurre la Boemia in seno alla Chiesa ve ne furono di tendenza patriottica, come il gesuita Bohuslav Balbín (m. nel 1688), benemerito della lingua ceca. Sono pure da ricordare altri sacerdoti della Compagnia di Gesù nel campo della poesia popolare religiosa (B. Bridel, F. Kadlinský), le opere omiletiche di Fabián Veselý e Leopoldo Fabricius e più tardi la nuova edizione della Bibbia, detta "Bible svahváclavská" per opera dei gesuiti M.Steyer, J. Konstanc e J. Barner. Per le classi più elevate il cèco divenne lingua morta. La "šlechta" (nobiltà) usava il tedesco e gli eruditi il tedesco o il latino; solo i contadini conservavano il proprio idioma.

Il "risveglio" ebbe inizio verso la fine del sec. xviri, quando Giuseppe II «apri le finestre dell'im-
pero "alle tendenze illuministe e riformatrici. La prima figura rilevante della rinascita cèca è Josef Dobrovský (1753-1829), filologo, patriarca degli studi slavistici, autore dell'Ausführliches Lehrgebäude der böhmischen Sprache, del Deutschböhmisches Wörterbuch, della Geschichte der böhmischen Sprache und Literatur. Egli scrisse soprattutto in tedesco e in latino e, da vero illuminista, si mostrò scettico verso il futuro della lingua boema, convinto che la cultura cèca fosse soltanto un monumento del passato, degno di indagine scientifica, ma ormai incapace di creare una letteratura di livello europeo. Perciò fu definito Mezzobotomo (Poločech) e "slavisierender Deutsche"dalla generazione romantica che riconosceva il suo capo in Josef Jungmann (17731847), il quale, con le traduzioni di Milton e di Chateaubriand pose le basi della lingua poetica e della nuova prosa cèca e compilò un vocabolario boemo-tedesco in cinque tomi.

Della prima scuola romantica si ricordano Matěj Milota Zdirad Polák, autore del poema descrittivo Vanešenost prírody
(La sublimità della natura); Jan Kollár (1793-1852) che nella composizione del poema Slávy dcera (La figlia di Slava) in sonetti si ispirò a Dante e Petrarca, fingendo un viaggio per le vecchie terre abitate dagli Slavi sino a un immaginario cielo e a un Acheronte slavo; František Ladislav Čelakovsky (1799-1862), che raccolse, seguendo il modello herderiano, canti popolari di tutti i paesi slavi in tre tomi e creò sul tipo della canzone popolare, mirabili miniature liriche in Ohlas pisni ruských (Eco di canti russi) e in Ohlas pisni českých (Eco di canti cèchi); Václav Hanka (1791-1861) che architettò, insieme con Josef Linda (m. nel 1834), un colossale falso di «manoscritti» (Rukopis Královédvorský a Zelenohorský), attribuiti ad epoche lontanissime (tempi di Samo, supposta sconfitta dei Tatari sotto Olomouc ecc.). Archeologo di grande levatura fu lo slovacco Pavel Josef Šafařík (17951861) che con le Slovanské starožitnosti fondò l'archeologia slava, preparando il terreno anche agli storici, di cui fu campione František Palacký (17981876), autore di Déjiny národu českého v Cechách i e Moravě (Storia del popolo cèco in Boemia e Moravia), in cui lo spirito dell'illuminismo si fonde con entusiasmi romantici. Tra i molti seguaci di Čelakovský, imitatori del canto popolare, si ricorda Josef Jaroslav Langer che nelle satire Bohdanecký rukopis (Manoscritto di Bohdaneč) e Den v Kocourkově (Un giorno a Kocourkov) derise il paese natio e i suoi costumi provinciali. Fra i cattolici dell'epoca del Rìsveglio sono da ricordare F. J. Vavák, F. M. Pelel, ed i sacerdoti B. M. Kulda, B. Jablonský e F. Sušil, grande esegeta biblico e raccoglitore dei canti po-

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polari moravi. Il dramma romantico vanta in Boemia i nomi di Václav Klement Klicpera (m. nel 1859) e Josef Kajetán Tyl (1808-56). Il maggicre poeta del primo quarto di secolo è Karel Hynek Mácha (18101836), che subl l'influsso di Byron e segnò col poema Máji (Maggio), ricco di suggestioni melodiche e di tensione drammatica, l'inizio della nuova poesia ceca. Primo giornalista ceco di significato nazionale fu Karel Havlíček Borovský (1821-56), il quale creò la satira politica boema nei tre poemi Křest soatého Vladimira (Battesimo di s. Vladimiro), Tyrolsbé Elegie (Elegie Tirolesi) e Král Lávra (Re Lavra). Sulla via aperta da Celakovský si mosse Karel Jaromir Erben (1811-70) nella sua Kytice (Il mazzo di fiori), raccolta di ballate che attingono alla mitologia slave e alla morale cristiana del popolo.

Prima grande scrittrice boema fu Bożena Němcová (1820-62) che, oltre a preziosi lavori folkloristici e a vari racconti, compose l'incantevole cronaca di famiglia Babičha (La nonna), serie di quadri di vita popolare e di natura. Nel 1858 una nuova generazione poetica si raccolse intorno alI'almanacco "Máj": ne facevano parte
![img-13.jpeg](img-13.jpeg)

Cecoslovacchia - Esterno della chiesa di S. Niccolò a Malá Strana. Opera di Cristoforo e Ignazio Chiliano Djentzenhofer (1703-53) - Praga.
rono Josef Svatopluk Machar (1864-1942), autore di Confiteor e Tristium Vindobona, acremente anticlericale, oscillante fra spunti nazionalistici e socialistici, e Petr Bezruč (1867), che cantò con vigore epico la miseria e i lutti della terra slesiana; in prosa Josef Holeček (1833-1929), creatore dell'epopea Nati (I nostri), Karel Matěj Čapek-Chod (1860-1927) autore di romanzi sociali, i sacerdoti cattolici V. Kosmák, J. S. Baar e S. Bouška, i primi due autori di romanzi e prose realistiche prese dalla vita dei parroci di campagna e dall'ambiente rurale, e l'ultimo anche traduttore e poeta. I principali nomi del decadentismo boemo furono quelli dei poeti Jirí Karásek ze Lvovic m. nel 1871) e Karel Hlaváček (m. nel 1898). Il simbolismo fu rappresentato dal mistico Otakar Brezina (1868-1929) e l'impressionismo da Antonin Sova, poeta del paesaggio della Boemia meridionale. Nei primi decenni del Novecento si affermarono l'iniziatore della nuova critica ceca F. X. Šalda (18671937), i poeti Viktor Dyk (1877-1931), Stanislav Kazimir Neumann (18731947), Karel Toman (1877-1946), Otakar Theer (m. nel 1917), la narratrice Bożena Beneš Třebízský (m. nel 1884), Alois Jirásek (1851-1930), Zikmund Winter (m. nel 1912). Il racconto d'argomento rurale e villereccio ebbe come rappresentanti Karel V. Rais (m. nel 1926), Karel Klostermann (m. nel 1923), Alois Mrštík (m. nel 1925). Sul principio del Novecento si afferma-
nešová (1873-1936). Dopo la prima guerra mondiale si diffusero tendenze d'avanguardia, come il "poetismo" (riecheggiante il surrealismo) rappresentato specialmente da Vitězslav Neaval e Jaroslav Seifert. Tra gli altri poeti di valore europeo affermatisi negli ultimi decenni meritano d'esser citati Jiří Wolker (1900-24), Josef Hora (m. nel 1945), František Halas, Vladimír Holan. Tra i prosatori: Jaroslav Hašek, il bizzarro autore delle avventure del "Bravo soldato Švejk", Karel Čapek (1890-1938), scrittore di romanzi utopistici, di novelle poliziesche e di impressioni di viaggio, Vladislav Vančura (18911943), che fonda i suoi romanzi sul culto della parola e risale al modello di prosa degli umanisti, infine lo scrittore cattolico di ampio respiro Jaroslav Durych (n. nel 1886). Fra i contemporanei meritano di esser nominati alcu