o autore delle avventure del "Bravo soldato Švejk", Karel Čapek (1890-1938), scrittore di romanzi utopistici, di novelle poliziesche e di impressioni di viaggio, Vladislav Vančura (18911943), che fonda i suoi romanzi sul culto della parola e risale al modello di prosa degli umanisti, infine lo scrittore cattolico di ampio respiro Jaroslav Durych (n. nel 1886). Fra i contemporanei meritano di esser nominati alcuni rappresentanti della corrente cattolica: nel campo della poesia: Josef Zahradniček, Jakub Deml, Jan Delaulil, Jan Lazecký, Václav Benc̆, Albert Vyskočil; nel campo della prosa Karel: Sulc, Jan Čep.
Bibl.: V. le raccolte dell'Europa Orientale (a partire dal 1921) e della Ríe. di letterature slave (a partire dal 1926). J. V. Navák-A. Navák, Přehladné dějiny české literatury, 3⁴ ed., 1922 : Pallas-Zelinka, Obravové dějiny literatury české, 1926: Váša-Greger, Katechismus dějin české literatury, 1927; L. Salvini, Il corallo di s. Vencesina. La poesia religiosa preso gli Sliest, I. Brescia 1942; A. Navák, Ceské pšenostivst i psal'í perspektivy, 3⁴ ed., 1947; J. B. Čapek, Profil cesbé poezie a prozy od roku 1918, 1947; id., Zafent ducha a slova, 1948.
Angelo Maria Ripollino
IV. La letteratura slovacca. - La letteratura slovacca è recente, in quanto una vera e propria
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lingua letteraria ha inizio soltanto con A. Bernolák (1762-1813), sacerdote cattolico. Il Bernolák fissava le regole fondamentali dell'ortografia slovacca in uno studio intitolato Linguae slavicae per regnum Hungariae usitatae compendiosa simul et facilis ortographia (1787). Bernolák fondò a Trnava (1795) un'associazione letteraria Erudita societas slovacca, intorno alla quale si raggruppò tutto il mondo culturale e spirituale cattolico. Il distacco della lingua letteraria slovacca da quella ceca significava il distacco della grande maggioranza della popolazione, costituita dai cattolici. Una volontà decisa di avvicinamento al popolo stava al fondo di questa affermazione di autonomia linguistica e nazionale. Il primo poeta slovacco Jan Hollý (v.; 1783-1849), fu un sacerdote: fu anche un buon traduttore dell'Eneide e scrisse poemi permeati di idee panslave.
All'origine della secessione linguistica slovacca si delineò pure la volontà di difendersi dai tentativi governativi di magiarizzazione, l'intenzione di affermare una coscienza "slovacca", di fronte ad una concezione "cecoslovacca", ritenuta come astratta e non corrispondente alla realtà storica, morale e linguistica.
Caratteristico esponente del «risorgimento» letterario slovacco può considerarsi L'udevit Štúr (18151856). La lingua da lui usata si scosta da quella di Bernolák. Con la sua poesia si affermano parecchie ispirazioni tratte dai canti popolari; a questo accento di romanticismo a sfondo prevalentemente folkloristico, fa da contrappeso un altro romanticismo a sfondo storico-politico: comincia insomma, con Štúr e con i suoi discepoli, la penetrazione in Slovacchia delle idee "slavofile" russe: il mondo slavo in genere e la Russia in particolare vengono contrapposti all'Oc-

Cecoslovacchia - L'Evangeliario dell'incoronazione. Iniziale minista con s. Venceslao (ca. 1083). Praga, biblioteca dell'Universita.
cidente; nel mondo slavo si vogliono vedere giovanile freschezza creativa, profondità religiosa, spirito pacifico e democratico; sulle orme di Herder, si predice al mondo slavo un prossimo radioso avvenire, l'Occidente, invece, appare a questi entusiastici "slavi", attraverso sbrigative schematizzazioni romantiche di origine russo-scismatica, come più o meno irreparabilmente caduto nell'edonismo e nel materialismo. Anche di fronte alla occidentale ed "europea "Praga, si cerca di sottolinèare un accento di più marcato autocronismo slavo. Tra i discepoli e seguaci dello Stúr merita di esser ricordato in particolare Samo Chalupka (1812-83). Notevole poeta seppe esser talvolta l'irrequieto Janko Král' (1822-76), esponente di tendenze patriottiche e rivoluzionarie tipicamente ottocentesche e caratteristico anche per certi spunti "avanguardistici" della sua lirica, che apparvero, in certo qual modo, "preimpressionistici". Grande fama ottenne Jan Botto (1829-1881) autore di un poemetto intitolato Snor' fánolikova (La morte di fánolík). Nella esaltazione di Jánoklk (brigante romanticamente idealizzato), il Botto ha saputo fondere felicemente svariati spunti di poesia popolare. Andrea Sládkovič (pseudonimo di Brazatoria, 1820-72), pur riconnettendosi a qualche tendenza dello Stúr, ha sentito con vigore ed originalità il paesaggio e le tradizioni popolari slovacche, superando i limiti del folklorismo e di un'arte provinciale. Svetozar Hurban Vajansky (1847-1916), figura interessante e talvolta paradossale di uomo politico e di scrittore, sottolinea invece, riprendendoli e in certo qual modo modernizzandoli, gli spunti slavofili dello Štúr : entusiastico, ammiratore della Russia zarista, non risparmiava i suoi strali a Praga democratica e borghese. Nei suoi racconti di vita slovacca non mancano spunti vigorosi. Merita di essere particolarmente ricordato, fra i cattolici, il movimento letterario e culturale facente capo a F. R. Osvald (v.), il quale si riconnette in certo qual modo a Bernolák. Particolare importanza nella moderna letteratura slovacca hanno tuttavia due scrittori : Pavel Ország Hviezdoslav (1849-1921) e Martin Kukučín (1860-1928). Il primo possedeva a suo attivo un largo orizzonte di cultura occidentale ed era inoltre un appassionato cultore di Dante. Tra i suoi scritti si ricordano un robusto e vivace lavoro epico-lirico: Hájnikova žena (La moglie del guardaboschi), nonché i suoi canti religiosi. Martino Kukučín (pseudonimo di Matteo Bencúr) è il più notevole dei romanzieri e novellieri slovacchi : i suoi romanzi rispecchiano, con sensibilità europea, caratteristici aspetti di vita slovacca. Un suo impegnativo romanzo è ispirato alla vita dalmata.
Una notevole attività culturale (letteraria, artistica, linguistica, folkloristica) è stata svolta per parecchi decenni dalla Matica Slovenská, il principale centro del risveglio nazionale slovacco, con sede a Turčiansky Svāty Martin. La Matica Slovenská prese particolare sviluppo dopo la formazione dello stato cecoslovacco (1918). Particolare importanza, nel campo della cultura cattolica, ha esercitato l'associazione di S. Adalberto (Spolok Svätého Vojtecha), fondato nel 1870.
Nel periodo fra le due guerre mondiali ha acquistato notevole fama Milo Urban, nato nel 1904, autore di un lavoro di ampio respiro, Živý bic (La frusta vivente), narrazione della vita di un villaggio slovacco durante la prima guerra mondiale. Già dopo il 1918 cominciò a delinearsi in parte della letteratura slovacca una tendenza marxista. Ai «padri» sla-
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vofili, corrispondevano i "figli» ammiratori della nuova Russia comunista. Tra questi scrittori, va ricordato Laco Novomesky, nella cui poesia si riflettono anche echi del surrealismo francese. Altri scrittori degni di attenzione sono Krasko, Rázus, Roy, Jesensky Tajovsky, Hronský. Nel campo cattolico si ricordano I. Somolicky, T. Milkin, A. Radlinsky; in epoca recentissima J. Silan, I. Hllina, R. Dilong. La vita culturale slovacca continuava nelle sue correnti principali, a svilupparsi in un clima di valori religiosi intensamente sentiti, conscio della tradizione.
La fine della seconda guerra mondiale doveva avere peraltro forti ripercussioni anche nella vita letteraria e culturale della Slovacchia. La corrente marxista, pur restando in minoranza, si venne rafforzando, riuscendo ad occupare subito importanti posizioni direttive nel campo scolastico, culturale e giornalistico. Tale posizione di predominio, si è venuta ancora rafforzando negli ultimi tempi, in seguito agli avvenimenti politici, che hanno inserito la C. nell'orbita sovietica. In seguito alla pressione comunista, che ha finito per spegnere tutte le tendenze letterarie indipendenti, numerosi letterati cèchi e slovacchi hanno dovuto abbandonare la patria. Tra questi ultimi si ricordano il già citato Hronský, il quale, nella sua permanenza in Italia, si è artisticamente ispirato all'ambiente romano, F. Hrušovškỳ, M. Šprinc, K. Strmeñ, S. Mečiar. Negli Stati Uniti vedono la luce svariate pubblicazioni letteraric slovacche.
Bibs.: J. Vlček, Dejiny literatury slovanskej (Storiahilla lett. slovace), Turč. Sv. Martin 1923; L. Rizner, Bibl. prisomnielva slov. (Bibl. della lett.slov.), ivi 1929; A. Mráz, Dejiny Slovenshei Literatúry, Bratislava 1948.
Wolf Giusti
V. Arte. - Memoria delle più antiche manifestazioni artistiche nel territorio della Repubblica cecoslovacca si hanno col cristianesimo. Tuttavia della prima missione latina, proveniente dall'Occidente, come anche della missione dei ss. Cirillo e Metodio, arrivata dal Levante nell'863, non rimangono monumenti artistici ma solo accenni letterari di chiese costruite probabilmente di legno. Sembra che la prima chiesa in muratura sia stata eretta (tra il 926 e il 929) dal principe s. Venceslao: una chiesa rotonda, relativamente grande, con quattro absidi. Questo edificio, un importante monumento d'architettura carolingia, rappresentò per il paese, non solo quale chiesa della residenza del santo principe, ma anche quale luogo di riposo delle sue spoglie, e infine, dopo il 973, quale cattedrale del vescovo di Praga, il prototipo della chiesa cristiana. Infatti nel periodo seguente furono erette su quel modello, le chiese dei signori feudali, e più tardi anche quelle dei villaggi. Verso la fine del sec. x, con la fondazione del monastero di S. Giorgio, sorge a Praga la prima chiesa a tre navate, con tribune. Lo sviluppo ulteriore dell'architettura romanica arricchì il territorio boemo oltre che di chiese a sistema centrale, di chiese a una o a tre navate, spesso d'estensione considerevole.
Anche in Slovacchia sorse nel sec. xir un numero assai considerevole di chiese ove sono impressi i caratteri dell'età romanica. L'arte romanica vi dominò ancora durante il secolo seguente.
Verso la metà del sec. xiri giunsero nel territorio i pionieri dell'architettura gotica, i monaci cistercensi. E le forme gotiche dopo il 1300 vennero comunemente usate sia nelle chiese rette dagli Ordini mendicanti, sia nelle altre che si venivano costruendo nelle città. In Boemia l'apogeo del gotico è rappresentato dalla costruzione della cattedrale di S. Vito

Cecoslovacchia - Madonna in trono con arcticescovo donatore (ca. 1350) - Berlino, museo di Stato.
a Praga. Carlo IV affidò questa impresa nel 1344 all'architetto francese Mattia d'Arras e, morto questi, nel 1352 a Pietro Parler, il quale portò nel suo edificio lo stile flamboyant. Questo stile raggiunge il suo culmine nella chiesa di S. Barbara a Kutná Hora, e venne usato sino alla metà del Cinquecento; anzi ancora alla fine di quel secolo sorgono degli edifici in tardo stile gotico. In Slovacchia trionfa l'architettura gotica nella chiesa di S. Elisabetta a Košice (sec. xv).
La scultura, le cui più antiche manifestazioni in Boemia risalgono al sec. xir, ivi raggiunse un notevolissimo livello nella seconda metà del sec. xiv, soprattutto per opera dei maestri che lavoravano presso la cattedrale di Praga. Sono opera loro la statua di S. Venceslao, le tombe dei re di Boemia e i busti nel triforium della Cattedrale.
Anche i più antichi esemplari di pittura appaiono in Boemia nel sec. xir; nel sec. xiv penetrano nel territorio influssi italiani e francesi che gli artisti
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A sinistra: ABSIDE DELLA CATTEDRALE DI S. VITO CON LA CORONA DI CAPPELLE. Opera di Mattia d'Arras (1344-52), le parti alte del presbiterio sono di Pietro Parié ( 1356 -85), la grande torre del sec. xv - Praga. A destra: CHIESA DI S. BARBARA. La parte superiore e il coro (fine del sec. xv) - Kutná Hora.
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(par conscio sui mit. 2. Ingodert,

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(fot. Exit)

(fot. Alixari)
In alto: PANORAMA. In basso: CATTEDRALE, fondata nel II3I e terminata nel II48.
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(ist. Alisarî)
MAUSOLEO DI CELESTINO V, opera di Girolamo da Vicenza (1517) - Aquila, chiesa di S. Maria di Collemaggio.
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elaborano secondo un gusto locale documentato da pitture su tavola, tra le quali particolarmente notevoli quelle del Maestro di Vyšší Brod (metà del sec. xiv) e di Třeboň (ca. il 1380), e da pitture murali a Karlštejn (ca. il 1365) e nel monastero di Emaus a Praga. Tuttavia fin dagli inizi del sec. xi si assiste in territorio boemo allo sviluppo della miniatura. Eccellenti documenti sono l'Evangeliario dell'incoronazione di re Vratislav del 1085 e il Salterio del monastero d'Ostrov del sec. xir. Particolarmente notevoli sono anche il Passionale della badessa Kunhuta (ca. il 1320), gli splendidi manoscritti del vescovo Giovanni di Streda, quelli dell'arcivescovo Ernesto di Pardubice (metà del sec. xiv) e i manoscritti di re Venceslao IV (inizio del sec.xv).
Al tempo del re Carlo IV, durante la seconda metà del sec. xiv, le arti ebbero in Bocmia larghissimo sviluppo; esso, tuttavia, nel 1420 fu bruscamente interrotto dalle guerre ussitiche, durante le quali si giunse a frequenti esplosioni di vero iconoclastia.
Ritornata la pace, segui un periodo di rifioritura del tardo stile gotico finché agli inizi del sec. xvir apparvero le prime manifestazioni dello stile barocco. Il merito della sua diffusione straordinaria spetta soprattutto agli architetti italiani che lavorarono nella regione, quali quelli appartenenti alle famiglie dei Luraghi e degli Orsi, e agli architetti dell'Ordine dei Gesuiti. Essenzialmente per opera loro, dopo la battaglia della Montagna Bianca (nel 1620), sorsero le nuove chiese e i nuovi collegi. Fra gli artisti particolarmente significativi di quel periodo è da ricordare l'architetto romanizzato, Gianbattista Mathey ( 1630-95 ). Alla fioritura dell'architettura sacra nel periodo barocco contribuirono soprattutto anche Cristoforo Dienzenhofer (v.; m. nel 1725) e suo figlio Chiliano Ignazio (v.; 1690-1751), il quale però dopo un primo periodo nel quale si riconnette al Guarini adottò forme borrominiane. Una curiosa interpretazione delle forme gotiche è offerta da Giovanni Santini ( 1667-1723 ). Nella folla d'eccellenti scultori del periodo barocco è da notare Ferdinando Massimiano Brokoff (1688-1731) e Mattia Bernardo Braun ( 1684-1738 ). Tra i pittori si rammentano in Bocmia Karel Skréta, formatosi in Italia (1610-74), Pietro Brandl (1668-1735), e il freschista Venceslao Lorenzo Rainer (1689-1743), in Moravia Giovanni Giorgio Etgens (1693-1754), e Giuseppe Giovanni Wintchalter (1743-1807).
In Slovacchia lavora frattanto una serie di maestri, tra cui lo scultore Giorgio Raffaele Donner (v.), la cui attività si svolge ivi tra il 1728-39.
La scuola nazarena trovò il suo rappresentante più cospicuo nel pittore F. Tkadlík (1786-1840) ed ebbe un certo influsso sull'opera dello scultore Václav Levý (1820-70), formatosi a Roma. Il più grande pittore boemo del secolo passato, Giuseppe Mánes (1820-71) contribuì alla decorazione delle chiese, e il più celebre scultore di quest'epoca Giuseppe Venceslao Myslbek (1844-1922), modellò il gruppo monumentale di s. Venceslao nella piazza maggiore di Praga, un Crocifisso, di squisito realismo, e la magnifica figura inginocchiata del card. Schwarzenberg.
Francesco Kyse1a (1881-1941) cominciò a suo tempo le vetrate istoriate della cattedrale di Praga proseguite poi da Max Švabinsky che è fra i più noti artisti cocoslovacchi viventi (n. nel 1873). Nelle arti decorative fu fecondo J. Fantan, nella pittura sacra Felix Jenawein (1857-1905). Tra gli architetti moderni acquistò nome nel campo dell'arte sacra
Camillo Hilbert (1869-1932); da ultimo Giuseppe Gočár (1880-1945), ispiratosi al costruttivismo moderno, progettò la chiesa di S. Venceslao a Praga. Il nome dello scultore Ignazio Weirich (1856-1916) è ben noto anche a Roma.
Ihal.: Ceskoslovenská vlastivoda, parte 8'. Umení výtvarné v Ceskoslovensku. Praga 1935: Děepis výtvarného uméni v Cechách, ivi 1931: Osmero hach o Praze, ivi 1948: Soupis pamatek historických a uméšcchych v Království českém od praveho do XIX. I-XLVIII, ivi 1902 seg.: Poklady odroduilto uméni, ivi 1903: J. Cibulka, Věrtavova rotunda sv. Vita, Sváta vdélavský zbarnik, I, ivi 1934; id., Kostel sv. Titi na hrodě prečchém, ivi 1937: H. G. Franz, Die Kirchenbauten des Christoph Dienstzenhofer, Brno-Monaco-Vienna 1942; id., Studien zur Barockarchirebtur in Bohmen und in Mähren, ivi 1943. H. W. Hegemann, Die deutsche Baukunst Bohmeun, Monaco 1943: K. Chyril, Uméni v Praze za Rudolfu II, Praga 1904: A. Kutal, Gntiché sochařství v Cecháh a na Morave, ivi s. a : J. Kver, Italské vlicy na pozdad románskou hrušsi malbu v Cechách, ivi 1927; D. Libal, Gntiché architektuun v Cechách a na Morave, ivi 1949: A. Matěš̌ek, Děepis uméni, ivi 1922-36; id., Le passionnire de l'absesesse Cuneppade, ivi 1922; id., Cechá gotiché malbu (1330-1430), ivi 1938; id., Děšny uméni v obrysech, ivi 1946: V. Mencl, Stredovchá archirektúra na Slovensku, I, Praga-Prešov 1937: J. Opitz, Sochařství v Cechách za doby Lucemburku, I, Praga 1933; J. J. Morper, Jean Baptiste Mather, Monaco 1927; J. Pešina, Poudné gotiché deshové malštstti v Cechách, Praga 1949: A. Pudlého, Pracuítná mista království cechém, I-VII, ivi 1011: S. Oldrich, Prachák Kostely, ivi 1936; V. V. Švark, Sochaři prečchému baroku, ivi 1933: V. Volavka, Sochařství XIX. stol., ivi s. a.: id., Cechá malba XIX. stol., ivi 1942.
Josef Cibulka
VI. Ordinamento scolastico. - La scuola negli anni 1918-38 era divisa in ceca, slovacca, tedesca, ungherese, polacca e rutena. Le idee di Comenius (v.) non stavano alla base della educazione nella loro integrità in quanto l'educazione religiosa, pietra angolare del sistema di Comenius, veniva ridotta ad una materia secondaria e non obbligatoria. Sorgeva così una lacuna che si è pensato di colmare con l'insegnamento della "dottrina del vivere civile», che si proponeva di formare moralmente e politicamente lo scolaro dei primi tre gradi di scuola. Mancava un testo unico per questo insegnamento ed è stata concessa ampia libertà nella scelta del materiale da insegnare. Lo studio della psicologia sperimentale veniva fomentato e fu creato un "Istituto del lavoro umano", che aveva il compito d'indagare sull'efficacia dei metodi di selezione nelle scuole medie. La scuola media doveva selezionare la futura classe dirigente, formando pure il carattere. Per vedere con più chiarezza il carattere dello scolaro furono costituiti degli accampamenti della durata di 3 giorni a Praga e Brno, dove lo scolaro veniva esaminato da tutti i lati. Si tentò di stabilire le indicazioni pure con le prove psico-tecniche. Praga ospitava una Università ucraina per gli Ucraini in esilio. Mukačevo, Užhorod e Malý Berezný erano i centri della Chiesa uniax, che si proponevano l'educazione degli intellettuali e del clero, che un giorno avrebbero dovuto essere i promotori della rinascita della gente ucraina in Russia e Polonia. La scuola non doveva perdere il suo contatto con la famiglia e perciò furono istituiti i "comitati studeteschi " ed i "consigli dei genitori"; per non perdere contatto con il mondo del lavoro manuale, quest'ultimo è diventato una materia d'insegnamento principale nei primi due gradi di scuola. La scuola negli anni 1945-49 ha abbandonato l'indirizzo precedente per diventare sempre di più, politicamente, una scuola di parte. La dottrina comunista ha preso sempre più piede. Si è attuata la popolarizzazione dell'educazione, la lingua russa è stata introdotta in tutti i gradi di scuola, si prevede un totale rinnovamento dei testi scolastici, in ristampa dei testi antichi è provvisoria. Particolare cura si è data all'insegnamento prescolastico, che è stato diviso nei nidi d'infanzia dalle 6 settimane ai 3 anni e nella scuola materna dai 3 anni ai 7 anni; la frequenza obbligatoria della scuola è stata protratta fino ai 15 anni (v. boemia; slovacchia). - Vedi Tavv. LXXIIILXXIV.
Miroslav Stumpf
CECROPIO. - Semiariano, vescovo prima di Laodicea, quindi trasferito a Nicomedia dall'imperatore Costanzo nel 351. Giudicato severamente da s. Atanasio per avere assicurato la propria elevazione mediante complotti e calunnie contro gli ortodossi,
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C., nell'anno stesso in cui fu insediato a Nicomedia, prese parte al Sinodo di Sirmio e alla deposizione di Fotino. Fu uno dei destinatari della lettera in cui Giorgio di Laodicea faceva presente il danno cui era esposta la fede in Antiochia in seguito al riconoscimento di Aezio e dei suoi discepoli da parte del patriarca Eudossio, e domandava misure energiche per deporli. Una deputazione fu allora inviata all'imperatore Costanzo che annullò la sua precedente decisione in favore di Eudossio, e incaricò C. d'istruire un'istruttoria contro Aezio e compagni.
Il vescovo di Nicomedia morì poco dopo nel terremoto che distrusse la città ( 358 ).
BibL.: Susomeno, Hist. ecclesiastica, IV, 13, 16, 24; s. Atanasio, Epist. ad episcopos Aegypti, contra Arianae: PG 25, 553; L. S. de Tillemont, Mémoires pour servir à l'hist. ecclés., VI, Venezia 1732, pp. 269, 351, 358, 436, 440. Mario Scaduto
CEDAR (ebr. Qēdhār = «abbronzato» dal sole). Secondo figlio di Ismaele (Gen. 25, 13), da cui si denominò la tribù araba che ne derivò e la regione da essa abitata.
I Cedareni sono nominati insieme ai Nabatei (Gen. 25, 13; I Par. 1, 29; Is. 60, 7). Nei libri profetici i bēnēQēdhār sono i rappresentanti principali dei nomadi arabi abitanti il deserto a est del Giordano. Erano un popolo di pastori con le tende nere, simili a quelle degli attuali beduini, fabbricate con i peli delle capre o dei cammelli (Cant. 1, 4 [ebr. 5]). Avevano anche dei villaggi (Is. 42, 11). Le greggi crano la loro ricchezza (Is. 60,7; Ier. 49.28; E z .27,21 ). Celebri arcieri (Is. 21, 16 sg.) e razziatori crudeli (Ps. 119 [120], 5), sono ricordati insieme con i Nabatei dai monumenti cuneiformi (Qidri e Qadri) e da Plinio (Nat. Hist., V, 65).
La regione da essi abitata (assir. māt-Qidri) era ad est del Giordano (Ier. 2, 10) tra Galaad ed il deserto; più determinatamente occupava l'attuale territorio della grande tribù dei Šerārāt, tra il Wādi Sirbān ed el-Feğer a nordovest di Teima.
BibL.: A. Legendre, C., in DB, II, coll. 356-60; F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, I, Parigi 1933, p. 296; A. Condamin, Le livre de Jérémie, 3ᵉ ed., ivl 1936, pp. 324 sg., 328.
Francesco Spadafora
CEDRO. - Albero maestoso, dal legno pregiato, nominato in molti passi biblici, generalmente con la designazione locale "del Libano", ove cresceva in grande abbondanza. La denominazione è passata anche nel linguaggio scientifico; cedrus libanotica o pinus cedrus Libani o cedrus Libani.
Ora, però, solo miseri resti sopravvivono nel Libano. Il legno prezioso del c. fu largamente adibito da Salomone nelle sue molteplici sontuose costruzioni (I Rej. 5, 6; 7, 2, ecc.) e così pure dai ricchi Ebrei nei loro palazzi (Is. 9, 10). Si usava anche per costruire navi ( E z .27,5 ) od idoli (Is. 44, 14). Considerato come simbolo di vita e di purità legale per la sua incorruttibilità, era anche usato nelle cerimonie liturgiche (Leo. 14, 4.49; Num. 19, 6).
Letterariamente la metafora "c. del Libano" significa potenza, bellezza o superbia inconsiderata (Zach. 11, 1; Ez. 31, 3; 17, 3.22; Am. 2, 9). Con riferimento al c. del Libano si augura il prevalere dei giusti (Ps. 91, 13) o si condanna l'orgoglio degli iniqui (Ps. 28, 5; 36, 35). Lo sposo nel Cant. 5, 15 e perfino la sapienza divina (Eccli. 24, 17) vengono descritti con l'immagine del c.
Angelo Penna
CEDRON. - Torrente o valle (ebr. Nahal Qidhrān, in greco δ ze left(α α ρ ρ ° ς ~ τ τ̂ ν mathrm{K} ε δ ρ ω̂ νright.; opp. δ mathrm{K} ε δ ρ ω̂ ν ). Nasce dal monte Scopus a nord-est di Gerusalemme ca. a 760 m . sul mare e scorre ad est della città assumendo tra questa ed il Monte degli Ulivi il nome moderno di Wâdi Sittî Marjam ("Vallone della Madonna Maria»). Dopo essersi congiunto con il Wâdi er-Rabâbî (valle di Ennon, Gehenna) a sud-est della città, prosegue con il nome di Wâdi en-Nâr verso
il Mar Morto, scavandosi un letto profondo nel deserto.
Il C. è ricco di ricordi storici. David, piangendo per la ribellione di Acsalom, lo attraversò scalzo e a capo coperto in segno di lutto (II Sam. 15, 23-30). Cristo, raffigurato da David, lo passò all'inizio della passione per recarsi al Gethsemani (Ie. 18,1). Tradizioni ebraiche, cristiane e musulmane, interpretando a torto un passo dal profeta Gioele (4, 2.12) che parla della valle del "Giudizio di Dio", detto in ebraico Tihātāphat, hanno localizzato questa valle ad est di Gerusalemme. Qui si trovano molti sepolcri (il cimitero musulmano sul versante ovest l'ebraico sul versante est, tra cui la cosiddetta tomba di Absalom, di Giacomo e di Zaccaria.
BibL.: A. Legendre, Cédron, in DB, II, coll. 380-86; H. Vincent e F.-M. Abel, Jérusalem, I, Pariei 1912, p. 68 sgg.; G. Perrella, I Luoghi Santi, Piacenza 1936, pp. 61-68.
Pietro De Ambrogo
CEFA: v. PIETRO, santo, apostolo.
CEFALONIA. - Città e capolongo dell'isola omonima nell'arcipelago delle Jonie. Fin dal sec. iv fu sede di un vescovato, che venne ristabilito quale diocesi latina nel sec. xili; dal pontefice Onorio III, nel 1222, venne unita a quella di Zante. Dal 3 giugno 1919, la diocesi di Zante e C., venne unita all'arcivescovado di Corfù (v. corfù, zante e cefalonia, diocesi di), il cui prelato portò d'allora il titolo di arcivescovo di Corfù, Zante e C.
BibL.: S. Congregazione Orientale, Statistiche e cenni storici..., Città del Vaticano 1932; G. Hofmann, La Chiesa cattolica in Grecia (1600-1830), in Orient. christ. period., 2 (1936), pp. 168 174: Annuario Pontificia, 1949.
Mariano Baffi
CEFALÙ, diOCESI di. - In Sicilia, provincia di Palermo, suffraganca di Palermo. La sua giurisdizione oggi si estende su 22 comuni della provincia di Palermo e comprende 184 chiese, 36 parrocchie, 142 sacerdoti diocesani, 38 sacerdoti regolari, 130 mila ab. (1948).
Di istituzione bizantina, il vescovato di C. rimonta al sec. viII; lo si trova infatti sulle liste ufficiali bizantine, come facente parte dell'eparchia di Sicilia con Siracusa come metropoli, alle dipendenze del patriarca di Costantinopoli (cf. G. Parthey, Hieracies Synocednus et notitiae graecae episcopatuum, Berlino 1866, p. 178) e si dà come motivo che il Papa è soggetto ai barbari, cioè ai Franchi. Ma con l'invasione musulmana, la Chiesa nel sec. Ix fu distrutta e la gerarchia dispersa. La diocesi fu nuovamente riorganizzata dopo la conquista normanna ai tempi di Ruggero II e fu una conseguenza dell'accordo tra il re di Sicilia e Anacleto II. Messina era elevata a metropoli il 14 sett. 1131 con due suffraganee, Lipari e C., erette il giorno stesso (Jaffé-Wattenbach, 8422-23). La nuova diocesi, alla quale Ruggero II prepose il monaco Jocelmo, benedettino di S. Maria di Bagnara, fu presto dotata di privilegi ed esenzioni e nel 1145 al vescovo era concessa la piena autorità di vescovo feudale sulla città di C. Scomparso Anacleto la S. Sede non volle riconoscere la nuova riorganizzazione delle Chiese siciliane fatta da Ruggero, negando quindi l'investitura ai vescovi tra i quali Jocelmo. I dissidi scomparvero con l'avvento di Alessandro III, che concesse a Guglielmo II l'elevazione di Messina ad arcivescovato con C. come suffraganea (Jaffé-Wattenbach, 11.897).
La nomina dei vescovi di C. divenne un diritto di patronato regio. I possedimenti e privilegi della diocesi, accresciuti da Enrico VI e l'imperatrice Costanza, furono misconosciuti da Federico II che nel 1123 esiliava il vescovo Arduino.
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Durante la lotta tra Angioini ed Aragonesi per il possesso della Sicilia, i vescovi di C. parteggiarono spesso per questi ultimi incorrendo nella disapprovazione dei papi. Cosi il vescovo Giovanni (1275-84), succeduto al francese Pietro Taurs, era scomunicato da Martino IV, per avere incoronato Pietro d'Aragona, re di Sicilia ( 1^{°} ag. 1283), e quattro anni dopo la stessa sorte toccava al successore Giunta, cappellano di re Pietro; per aver partecipato all'incoronazione del figlio Giacomo, Onorio IV lo privava del vescovado (cf. Régistres d'Honorius IV, ed. Prou, Parigi 1886, p. 561) e Bonifacio VIII lo biasimava per aver continuato a dipartarsi da vescovo. Durante questo periodo di lotte angioino-aragonesi i vescovi non furono riconosciuti dalla S. Sede, sino all'elg. zione del francescano Biagio Galgano (1342-51) che fu il primo vescovo canonicamente istituito dopo Giunta. Uomini in generale devoti alla corona, tuttavia i vescovi di C. furono qualche volta compromessi in litigi di natura politica, come capitò al francescano Roberto Campolo, che prese parte alla ribellione di Francesco Ventimiglia (1337) contro Pietro II, e Guglielmo Salomone, che si schierò con tutta la diocesi a favore di Antonio Ventimiglia contro il re Martino nel 1396. Degni di essere ricordati ancora: il domenicano Antonio Ponticorona (14231445) già inquisitore della fede sotto Bonifacio IX, e deputato di Alfonso d'Aragona al Concilio di Costanza nel 1424; il messinese Giovanni Gatto (14721484) celcbrato per la sua scienza, amico del Bessarione e adibito, da Ferdinando II, in negozi diplomatici presso la corte papale; il card. Raimondo de Vich (1518-25) e il successore Francesco d'Aragona, nipote di Alfonso II, creato cardinale da Giulio III nel 1550; il messinese Antonio Faraone ( 156 r -68), noto per l'attività riformatrice e la santa vita; parimenti Francesco Gonzaga dei duchi di Mantova, che eresse il seminario diocesano, primo del genere in Sicilia, zelante per la riforma ed uomo austero. In tempi più recenti: Domenico Valguarnera (1732-51), Gioacchino Castello (1735-88) e il teatino Francesco Vanni (1789-1803).
Abbate e monasteri. - Nell'ambito della diocesi un tempo prosperarono i priorati di S. Maria de Latina presso Polizzi, di S. Stefano a Mistretta; l'abbazia di S. Maria di Montemaggiore, fondata nel 1487, donde nacque la città omonima, S. Maria di Sparto, S. Maria di Pedali, S. Lucia di Pertineo, e l'abbazia premostratense di S. Giorgio di Gratteri. Celebre soprattutto il priorato di S. Maria di Gibilmanna, fondato nel 1228 dal vescovo Arduino e posto sotto la regola dei Canonici Regolari di S. Agostino, passato nel 1584 ai Cappuccini, che vi risiedono tuttora custodi del popolare santuario della Madonna di Gibilmanna.
Monumenti. - Il monumento più antico di C. è il cosiddetto tempio di Diana (ix-viII sec. a. C.), e, poi, le mura dette pelasgiche (sec. v-iv a. C.). Ma C. possiede uno dei monumenti più rappresentativi dell'arte normanna, il Duomo, la cui costruzione iniziata nel 1131 da Ruggero II fu terminata nel 1148. La facciata è di Giovanni Panettera (1240) chiusa da due colossali torri laterali a quattro piani, di cui l'ultimo termina a piramide. La facciata preceduta da un atrio a tre archi, rifatto da Ambrogio da Como (sec. xv), è decorata da due ordini di archi su colonnine. L'interno è una grandiosa crocera latina a tre navate e tre absidi, divise da 16 colonne, con capitelli, in parte romani e in parte bizantini, sorreggenti
slanciati archiacuti. I musaici dell'abside centrale e del presbiterio sono tra i più antichi e più puri nell'esecuzione che possegga la Sicilia. Al di sotto del colossale busto del Cristo Pantocrator, che occupa la conca dell'abside, si trovano la Madonna fiancheggiata da quattro arcangeli, e, in due ordini sottostanti, ancora le figure degli Apostoli mentre sulle mura laterali sono allineati in quattro ordini paralleli figure di santi, guerrieri e profeti, vescovi e diaconi. Adiacente al Duomo sta il chiostro, ad archi sostenuti da colonne binate con capitelli figurati. - Vedi Tav. LXXV.
Bibl.: Per la storia della diocesi: B. de Pessaflumine, De origine ecclesiae Cephalocritanae, eiusque urbis et dioecesis descriptio, Venezia 1642; e, soprattutto, R. Pirri, Sicilia sacra, 3² ed., II, Palermo 1733, pp. 707-840; per il periodo più recente, of gli articoli dell'areid. Maggio Gallina, Serie cronologica dei vescovi di C., dalla fine del sec. XVII al 1900, in Sicilia sacra, III, ivi 1901; IV, ivi 1902: inoltre: Costituzioni del Capitolo della cattedrale di C., ivi 1914; Annuario delle diacesi e del siero d'Italia, Roma 1924. Per la storia della città, specialmente per il periodo medievale, cf. V. Augia, Dell'origine e antichità di C., Palermo 1896; M. Amari, La guerra del tesoro siciliano, II, Milano 1886, p. 187 sgg.; E. Caspar, Roger II, and the Gründung der normannisch-sicilischen Monarchie, Innsbruck 1904; G. Gianfuruna - L. Gennardi, I capitoli delle città demaniali di Sicilia, Palermo 1918, p. 237 sgg.; C. A. Garuff, Commento e catasto della popolazione seriale, in Arch. itur. siciliana, 1928, pp. 67 sgg.; 93, 101 sgg.; M. Amari, Storia dei musulmani in Sicilia, 2² ed., I, Catania 1933, pp. 463-64. Per la parte monumentale: G. Pietraganulli, C., Palermo 1888; E. Bertaux, L'art dans l'Italie méridionale, Parigi 1904, passim; Ch. Diehl, Monnet d'art byzantin, ivi 1910, passimi; G. U. Arata, L'architettura arabo-normanna, Milano 1914, passim; G. Samonà, Il duomo di C., Roma 1939; Cottineau, I, col. 1281; II, col. 2312.
CEILA (ebr. Qè̀ llāh; Kiilti nelle lettere di elAmarna). - Città fortificata nel bassopiano di Giuda (Ios. 15, 44; I Pas. 4, 19), strenuamente difesa da

(Iol. E101)
Cefalù - Facciata del Duomo (1131-48).
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David contro i Filistei (I Sam. 23, 1-8). Dopo la cattività di Babilonia i cittadini di C., divisi in due gruppi, collaborarono alla ricostruzione di Gerusalemme (Neh. 3, 17).
L'indicazione topografica di Eusebio (Onomasticon, 114, 15), "Kŋ λ ἀ a est d'Eleutheropolis, a otto miglia sulla via di Hebron" corrisponde precisa a Hirhet Qilah, 12 km . est di Bejt Gibrin, dove sono i resti di mura di cinta, rovine di case e molti sepolcri tagliati nella roccia.
Bib.: F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, II, Parigi 1938, p. 416.
Donato Baldi
CEILLIER, Reml. - Benedettino della Congregazione lorenese di St-Vanne e St-Hidulphe, n. a Bar-le-Duc il 14 maggio 1688, m. nel monastero di Flavigny, il 26 maggio 1761, insigne patrologo. Dopo i suoi studi nel collegio dei Gesuiti della sua città natale, si fece benedettino nel monastero del MoyenMoutier nei Voggi, all'età di 16 anni. Vi restò fino al 1718 , quando divenne priore di St-Jacques de Neufchâteau; nel 1724 passò nel priorato di Flavigny-surMoselle, di cui fu priore dal 1733 fino alla morte.
Compose la sua prima opera, quando insegnava teologia ai confratelli di Moyen-Moutier dal 1710 al 1716, e la pubblicò nel 1718 sotto il titolo: Apologie de la morale des Pères contre les injustes accusations du sieur fean Barbeyrac, professeur au droit et en histoire à Lausanne (Parigi 1718). Il successo di questo primo scritto, che attestava una conoscenza seria della storia ecclesiastica e della teologia, fu spinto ad incominciare una vasta pubblicazione, di cui il primo volume, apparso nel 1729, portava il seguente titolo, rivelatore di tutto il piano: Storia generale degli autori sacri ed ecclesiastici, che contiene la loro vita, il catalogo, la critica, il giudizio, la cronologia, l'analisi e l'emmerazione delle diverse edizioni delle loro opere; ciò che esse contengono di più interessante sul dogma, sulla morale e sulla disciplina della Chiesa; la storia dei concili sia generali che particolari e gli atti scelti dei martiri. Sotto il nome di autori sacri, bisogna intendere gli scrittori ispirati della Bibbia. Dal 1729 al 1763, 23 romi in 4^{°} si succedettero e condussero l'impresa fino alla metà del sec. xili, l'ultimo autore studiato essendo Guglielmo d'Alvernia. Il papa Benedetto XIV onorò con due brevi laudativi (1751 e 1753) questa opera colossale, che d. C. poté proseguire grazie alla collaborazione dei suoi confratelli e anche grazie ai lavori similari anteriori come la Nouvelle bibliothèque des auteurs ecclésiastiques d'Ellies D'upin e i Mémoires del Tillemont. L'opera è restata incompleta. Un Indice generale, in 2 voll., preparato da Rondet e Drouet, apparve a Parigi nel 1782. Il dotto benedettino è stato accusato di tendenze gianseniste. Queste accuse, forse, non sono prive di ogni fondamento; ma il giansenismo di d. C. è molto poco visibile, e pare che Benedetto XIV non se ne sia accorto.
Bibs.: L'ultima e la migliore edizione della Storia generale de. gli autori sacri ed ecclesiastici, è quella dall'abate Bauson in 17 romi in 4^{°}, oltre i due volumi di indici, Parigi 1858-69. Sull'autore e la sua opera v. l'abate A. Bougner, Etude biograpl, et critique sur R. C., Bar-le-Duc 1891 (estratto dei Mémoires de la Société des lettres, scienza et arts de Bar-le-Duc, 2^{°} serie, X) e l'articolo dello stesso, in DThC, II, II, coll. 2049-51. In questo ultimo articolo bisogna segnalare due errori di date: C. è morto nel 1761 non nel 1763; il primo volume dell'edizione Bauson è del 1858, non del 1860 .
Martino Jugie
CELEBES, ISOLE: v. MANADO, VICARIATO APOSTOLICO di.
CELEBRET. - Certificato rilasciato dalla competente autorità ecclesiastica, attestante che un sacerdote può celebrare la Messa. Vi è scritto il nome del titolare, la data, il limite di tempo, il timbro diocesano o dell'istituto con la firma dell'Ordinario se il sacerdote è secolare, o del superiore se è religioso. Per un sacerdote di rito orientale basta un attestato della S. Congregazione Orientale.
Due sono i casi in cui il parroco o il rettore di una chiesa può autorizzare un sacerdote di passaggio a dire la Messa
senza il c.: 1) quando il sacerdote gli è noto come di indubbia probità; 2) trattandosi d'un sacerdote sconosciuto, può permettere la celebrazione una o due volte soltanto, purché esso indossi l'abito ecclesiastico, non percepisca onorario, e firmi un apposito registro, indicando il suo ufficio e la diocesi a cui appartiene (can. 804).
Ramsoldio Sousin
CELESIA, Michelangelo. - Benedettino, cardinale, n. a Palermo il 13 genn. 1814, m. ivi il 15 apr. 1904. Priore del monastero della Maddalena in Messina (1846) e di S. Benedetto di Militello (1847), fu nominato ( 1850 ) abate generale della Congregazione cassinese e insieme Ordinario dell'abbazia di Montecassino.
Negli otto anni di governo vi svolse un'attività notevolissima. Il 2 marzo 1860 fu nominato vescovo di Patti e consacrato il 15 apr. Giunto nel luglio a Palermo, il 17 sett., avendo rifiutato di prestare giuramento, fu costretto a rimanersene a disposizione delle autorità civili; nel febbr. nel 1862, invitato dalle stesse a partire per Livorno, riuscì a raggiungere Roma. Pio IX lo nominò assistente al soglio e si servì di lui per importanti incarichi. E di questo periodo l'opera La spirito del cattolicesimo, rivolto al clero di Patti. Quando, con decreto del 22 nov. 1866, il ministro Ricasoli concesse l'amnistia a tutti coloro che erano lontani dalle loro sedi per ragioni politiche, il C. ritornò alla sua diocesi. Il 27 ott. 1871 fu trasferito all'arcivescovo di Palermo, e nel 1884 Leone XIII lo creò cardinale. Il 17 ag. 1877 aveva ottenuto l'erezione del collegio teologico nel seminario; nel 1880 inaugurò la chiesa dei SS. Pietro e Paolo e introdusse il pio istituto delle Figlie di S. Anna.
Bibl.: Opere: Opere pastorali edite ed inedite del card. M. C. arcivescovo di Palermo, 9 voll., Palermo 1887-89, curate da G., Ferriano e completate da M. Cascavilla. Studi : P. G. Orlando, Il card. M. C. arcivescovo di Palermo, festeggiato nel suo ritorno da Roma, ivi 1885: M. Cascavilla, Sulla vita e gli scritti del card. M. C. Cenni storici, ivi 1890: necrologio in L'Osservatore romano del 19 apr. 1904.
Gabriella de Stefano
CELESIA, Paolo. - Biologo e pensatore, n. 2 Genova il 3 apr. 1876, m. a Roma il 12 giugno 1916. Laureatosi in scienze naturali, fondò e diresse per cinque anni (1899-1903) la Rivista di scienze biologiche, con indirizzo postiviato. Una crisi spirituale lo ricondusse nel 1902 alla fede, nella quale era stato educato, di cui volle conoscere il fondamento razionale con lo studio approfondito di s. Tommaso e dei più noti esponenti del pensiero cattolico.
Il C. fu un finalista convinto e poiché il più forte oppositore delle cause finali nell'architettoze dell'universo fu Kant, la sua più grande preoccupazione fu quella di confutarne le conclusioni, dopo averne a fondo esaminato la dottrina. Tradusse nel 1913 l'opera di E. Kant del 1763: Der einzig mögliche Beweisgrund zu einer Demonstration des Daseins Gottes, prima traduzione italiana, rimasta inedita fino al 1923; mentre, dal 1910 al 1914, in varie osservazioni e note alla critica kantiana del giudizio teleologico, combatteva quanto nel kantismo è contrario alle posizioni fondamentali dello spiritualismo cristiano.
E poiché la vera difficoltà della prova teleologica consiste, non già nella credibilità dei fini soprannaturali che giustificano la realtà obbiettiva dei fini naturali, ma nel dimostrarne la giustezza caso per caso, specialmente di fronte all'esistenza della imperfezione e del male, il C. affronta il problema e lo risolve affermando la subordinazione dell'elemento inferiore a quello superiore, del non vivente al vivente, del vegetale all'animale, dell'animale all'uomo, dell'uomo carnale all'uomo spirituale, il quale solo nella beatitudine eterna raggiungere compiutamente il suo fine. Questo argomento è trattata dal C. nel volume Dalla natura e Dio, attraverso il sacrificio, risultante da varie note composte tra il 1906 e il 1918. Per lui il sacrificio è la norma generale della vita cosmica e la natura appare come un caos se non la irradia la legge del sacrificio.
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L'ultimo volume di argomento filosofico è diretto a dimostrare Dio come fonte della legge morale e perció come distributore supremo dei premi e delle pene agli uomini, a seconda del loro comportamento morale, imputabile ad essi in quanto sono forniti di libero arbitrio. Nessuna delle obiezioni più note e più efficaci contro il libero arbitrio viene trascurata; la prescienza di Dio, i vari casi di inflazione psichica, il determinismo scientifico, la Grazia soprannaturale.
Il C. ha lasciato migliaia di cartelle inedite. Questo materiale, affidato per il coordinamento e la pubblicazione al prof. F. Raffaele per la serie filosofica e a N. Turchi per la serie scientifica, fu pubblicato in Roma. Alla serie filosofica appartengono: Studi biologici (1923) già dal C. stesso editi in riviste scientifiche; Appunti di cosmografia e astromomia (1927) a cura di F. Porro; Nuovi studi biologici (2 voll., 1932-33). Alla serie filosofica appartengono: La teologia, concetto e valore (1923); Biologia e Jundismo (1924); Saggi di filosofia jluolistica (2 voll., 1925-27); Dalla natura a Dio, attraverso il sacrificio (1927); Studi kantiani (1923), quinto della serie ma primo come data di pubblicazione; Appunti per una storia delle cause finali nella filosofia moderna (1926); Libertà e determinismo (1930).
Bisc.: G. Palimanti, P. C., notizia premessa al primo volume della serie scientifica, Roma 1923, pp. 7-12; F. Porro, P. C., biografia premessa al primo volume della serie filosofica, Roma 1923, pp. xv-ix; A. Tilgher, P. C. o la visione sacrificale del mondo, in Filosofi e moralisti del Novecento, 3^{°} ed., Roma 1944, pp. 267-72. Nicola Turchi
CELESIRIA (Kvû̀x Σ_{text {upla }}= «Siria cava»). Nome dato dai Greci, dopo la conquista di Alessandro Magno, alla regione compresa tra il Libano e l'Antilibano. Attualmente è chiamata dagli arabi el-Zoqd' («la valle»). In Gissuè (11, 17; 12,7) si parla d'una valle o pianura del Libano (Biq'ath hal-Lêbhânôn), che sembra corrispondere alla C. intesa in senso stretto. Nella zona di Ba'albek, ca. 1176 m . sul mare, hanno origine i fiumi Nahr el-'Asi (Orente) e Nahr el-Lițani (Leonte), che percorrono la C. rispettivamente verso nord-est e verso sud-ovest.
Questa regione fu oggetto di aspre contese fra i Sel leucidi di Siria e i Tolomei d'Egitto. Quando Antioco III, per appianare le discordie, concesse la figlia Cleopatra in moglie al re d'Egitto Tolomeo V Epifane, gli Egiriani pretesero che quella portasse in dote la C. e le regioni vicine (Giudea, Samaria, Fenicia). Da quando i Tolomei divennero padroni della maggior parte della Siria (192 a. C.), il nome di C. fu esteso anche a quelle regioni meridionali. Però nei libri dei Materiali la C. sembra sempre distinta dalla Fenicia (I Mach. 10, 69; II Mach. 3, 5-8; 4, 4; 8, 8; 10, 11).
Dopo la conquista romana ( 64 a. C.), la Fenicia e la Samaria furono separate dalla C., alla quale appartenevano ancora l'Imeno, la Traconitide, la Damascena e la Decapoli.
Biel.: A. Leperdre, Caelestrie, in DB. II, coll. 820-22; G. Ricciotti, Storia d'Iscuole, II, 2^{°} ed., Torino 1938, nn. 37-43; F. Schülerin, Caelestrien, in LThK, II, coll. 1010-11.
Pietro De Ambroqui
CELESTE. - Il nome Caelestis indica, nella religione romana, la dea principale di Cartagine che, evocata dalla città nemica, pare abbia trovato un culto a Roma sin da quei tempi. Il suo tempio stava forse sul Campidoglio. Colonizzata Cartagine, i Romani ne restaurarono il culto sul luogo, ma solo sotto Elagabalo la sua immagine venne nuovamente rimossa e trasferita sul Palatino.
In origine la dea non è altro che Tanit, la cui importanza, nella religione punica, prevale su quella del suo paredro, Ba'al Hiumnon. Data la grande antichità del tempio cartaginese, si può pensare ad influssi fenici che spiegherebbero i molti tratti comuni tra Tanit e Astarte. Dea della fecondità e tuttavia verginale e celeste (lunare), essa a Roma veniva identificata soprattutto con Glunone, ma anche con altre dee (Diana, Venere, Fortuna). Nelle province romane il suo culto è rappresentato unicamente da dediche di militari africani.
Bull.: F. Cumont, s. v. in Psuly-Wissowa, III, i, col. 1247 sgg.: G. Wissowa, Religion und Kultur der Röner, 2^{°} ed., Monaco 1912, p. 373 sgg.: S. Gsell, Histoire ancienne de l'Afrique du Nord, IV, Parigi 1924, pp. 261-63, 274, 275, 315, 318, 422. Angelo Brelle
CELESTINI, ORDINE dei. - Fondato da s. Pier Celestino (papa Celestino V) verso il 1240, nella solitudine del monte Maiella. Urbano IV, il 1^{°} giugno 1263, diede la Regola di s. Benedetto al novello istituto, che venne a formare la Congregazione dei C. (chiamati in un primo tempo frati di Pietro Morrone) dell'Ordine benedettino, confermata da Gregorio X il 22 marzo 1274.
Osservavano la Regola di s. Benedetto nel suo rigore con statuti particolari, di cui si ha un primo abbozzo, insieme ai privilegi, nella bolla Etsi cunctos di Celestino V (L'Aquila, 27 sett. 1294). Si concesse ai monaci anche la facoltà di confessare e di predicare, ciò che li ravvicinava agli ordini mendicanti. A capo dell'Ordine stava l'abate di S. Spirito presso Salmone, eletto per un triennio dal Capitolo generale. Gli abati uscenti erano chiamati coabbates. Tutti gli altri monasteri erano retti da priori fino al 1616, quando Paolo V distinse i monasteri in abbazie (con almeno 12 monaci ed inservienti) e in priorati (con 6 monaci e inservienti). L'abito era una tonaca bianca e cappuccio nero e, per il coro, la cocolla nera. Lo stemma dell'Ordine era una croce sulla cui zata inferiore era una S , qualche volta, specialmente in Francia, affiancata da due fiordalisi. Al tempo del suo massimo fiore l'Ordine contava ca. 150 monasteri, di cui la maggior parte (quasi un centinaio) in Italia. Nella Francia, dove l'Ordine fu introdotto da Filippo IV il Bello (1300), raggiunse una certa floridezza con 21 monasteri, ma l'autorità dell'abate generale vi fu soppiantata dal provinciale introdotto verso la fine dello scisma d'Occidente. Sorsero molte controversie tra i due rami, specialmente perch- i Francesi erano riusciti ad occupare i monasteri di S. Benedetto a Norcia e di S. Maria di Collemaggio a L'Aquila.
Nel 1368 l'Ordine fu introdotto da Carlo IV in Boemia a Oybin, donde scianò a Königstein. In Inghilterra vi era una cosa, come in Spagna (Barcellona) e nel Belgio (Haverlés presso Lovanio). Non mancarono uomini illustri per dottrina ed anche per santitù.
La soppressione cominciò in Francia per opera della Commissione dei Regolari. Vi esistevano allora (1768) 19 case con 165 religiosi. Clemente XIV cerch invano di salvarli con una riforma ( 1^{°} marzo 1773). Pio VI, tra il 1776 e il 1789 , li soppresse in Francia. Nessun monastero sopravvisse alla Rivoluzione Francese. Nel regno di Napoli i C. in gran parte furono privati delle rendite nel 1798 e soppressi dal governo nel 1807, nel resto d'Italia furono nel 1810 soppressi da Napoleone né si riebbero più. Ebbero però ancora tre vescovi: F. M. Cipriani di Veroli (1814-43); F. S. Durini dei Marsi (1818-23), poi d'Aversa (1823-44); L. Zannini di Veroli (18541857), m. ca. il 1861.
Un tentativo di far rivivere in Francia i C., per opera di d. Giovanni Aurélien, autorizzato dalla Congregazione dei Vescovi e Regolari con un rescritto del 9 marzo 1872, fallì. Dai C. bisogna ben distinguere i «Poveri eremiti di papa Celestino», spirituali francescani autorizzati da Celestino V nel 1294 e soppressi da Bonifacio VIII nel 1302.
Bisc.: Non esiste in stampa una storia generale dei C. Molto materiale inedito si trova negli archivi e nelle biblioteche d'Italia e di Francia. Altro si trova nelle vite di s. Celestino V, p. es., L. Marino. Vita e miracoli di s. Pietro del Murrone già Celestino F, Milano 1630. C. Tefera, Historie sagre degli uomini illustri per suositi della Congregazione dei C., Bologna 1648, Napoli 1689; Ch. A. Peschek, Geschichte der Cülestiner des Oybins, Elitau 1840; V. Zocca, Memorie artistiche istoriche dalla bolla di S. Spirito sul monte Maiella, Napoli 1838; D. Aurélien, La vie admirable de... s. Pierre Célestin, Bar-le-Duc 1873; Ch. Gérin, in Revue des questions historiques, 10 (1876), pp. 309-12; L. Lecestre, Abbayes, pricurés et couvents d'hommes en France... en