o F, Milano 1630. C. Tefera, Historie sagre degli uomini illustri per suositi della Congregazione dei C., Bologna 1648, Napoli 1689; Ch. A. Peschek, Geschichte der Cülestiner des Oybins, Elitau 1840; V. Zocca, Memorie artistiche istoriche dalla bolla di S. Spirito sul monte Maiella, Napoli 1838; D. Aurélien, La vie admirable de... s. Pierre Célestin, Bar-le-Duc 1873; Ch. Gérin, in Revue des questions historiques, 10 (1876), pp. 309-12; L. Lecestre, Abbayes, pricurés et couvents d'hommes en France... en 1762, Parigi 1902; R. Roussel, Histoire de l'abbaye des Célestins de Villeneuve-lès-Salssons, Suissons
## Page 734
1904; G. Ettore, Sinopsi storica dell'Ordine di Celestino V, in Celestino V ed il VI centenario della sua incoronazione, L'Aquila 1894, pp. 371-80; J. Besse, Célestins, in DThC, II, coll. 2064-68; M. Heimbucher, Die Orden und Kongregationen der katholischen Kirche, I, 3² ed., Paderborn 1933, pp. 212-14.
Le più antiche costituzioni sono inedite. Tra le edite sono: Constitutiones Coelestinarum O. S. B., Roma 1629, riprodotte da L. Holstenius-M. Brochin, Codex Regularum, IV, Augusta 1739, pp. 497-596; Constitutiones Fratrum Coelestinorum praeiv. ciae franco-gallicanae, Parigi 1670 .
Livario Oliger
CELESTINO I, PAPA, santo. - Era nativo della Campania. Fu eletto e consacrato il 10 sett. 422 , sei giorni dopo la morte di Bonifacio I ( 4 sett. 422 ). Consacrò la basilica Giulia in Trastevere e la dotò riccamente.
Sorse pure al suo tempo sull'Aventino il titolo di S. Sabina. Introdusse nel servizio divino, prima della liturgia propriamente detta (Missa fidelium), una salmodia ufficiale e regolare con la partecipazione di tutta l'assemblea, divisa in due fori alternantesi, mentre prima venivano letti soltanto brani delle Epistole e del Vangelo. La sua attività fuori di Roma si ispirò alla ferma coscienza degli specialissimi poteri della sede romana. In una lettera del 424 ca. a nove vescovi dell'Illirico riconfermò i privilegi di vicario papale concessi dai suoi precedessori al vescovo di Tescalonica sull'Illirico orientale. Così nella lettera ai vescovi delle province narbonese e viennese ( 26 giugno 428) ro provò alcune usanze contrarie alla tradizione ecclesiastica, approvando implicitamente quanto il suo predecessore aveva operato contro le mone di Patroclo, vescovo di Arles (426), che da papa Zosimo aveva ottenuto la supremazia su quelle regioni. In Africa invece incontrò la resistenza dell'episcopato a proposito di Apiario, prete di Sicca Veneria, condannato dal proprio vescovo, e che aveva trovato troppo facile ascolto a Roma e perciò fu sconfessato (428).
Nelle controversie dogmatiche di questi anni C. si trovò a trattare contro errori sulla Grazia che derivavano dal pelagianesimo già condannato.
Prospero d'Aquitania racconta (Chronicon, ad a. 404: PL 51, 595) che C. inviò nel 431 agli Scoti (Irlandesi) il loro primo vescovo nella persona di quel Palladio che qualche tempo prima aveva combattute nella Britannia le dottrine pelagiane. Queste dottrine avevano trovato favore anche nelle Gallie, specialmente nei monasteri della Provenza, sotto la forma assai mitigata, detta più tardi semipelagianismo. S. Agostino avvertito da Prospero d'Aquitania iniziò tosto la lotta contro l'errore; dopo la sua morte, Prospero ottenne da C. un documento in cui si esalta l'ortodossia e l'autorità di Agostino (Denz-U, n. 128). Al documento nei manoscritti fa seguito una raccolta di dieci decisioni intorno alla Grazia, chiamate Capitolari di Celestino (ibid., nn. 129-42); ma per quanto grande sia la loro autorità, essi sono d'origine privata.
C. intervenne anche a Costantinopoli contro Giuliano d'Eclano, il grande avversario di s. Agostino, che aveva trovato appoggio presso Nestorio, vescovo di Costantinopoli; ma colà dovevano suscitare maggior scalpore le dottrine dello stesso Nestorio, che ammetteva in Cristo due persone. Egli aveva osato mandare a Roma le sue omelie più discusse (primavera 428). Vi furono giudicate sfavorevolmente e dopo qualche indugio il Concilio Romano raccolto nell'ag. del 430 intimò a Nestorio di sconfessare l'errore entro dieci giorni dalla notificazione della sentenza e ne affidò l'esecuzione a Cirillo d'Alessandria (II ag. 490). Poteva bastare, ma l'imperatore volle che la cosa fosse giudicata in un concilio generale, che si raccolse ad Efeso nella Pentecoste del 431. I legati papali giunsero a cose fatte, però approvarono l'operato e sottoscrissero gli atti.
C. morì l'anno seguente ( 27 luglio 432), dopo 9 anni, 10 mesi e 7 giorni di pontificato. Fu sepolto presso la basilica di S. Silvestro in Priscilla sulla via Salaria con un'epigrafe di cui si possiede il contesto.
Bibl: Lib. Pont., I, pp. ccxi e 230 sg.; Jaffé-Wattenbach, pp. 55-57; L. Duchesne, Storia della Chiesa antica, III, trad. it., Roma 1911; Hefele-Leclercq, p. 260 sgg.; F. Batiffal, Le Siège apostolique, Parigí 1924, pp. 220 sgg., 230 sgg.; Fliche-Martin-Frutaz, IV, passim (cf. indice analitico). Sul cosiddetti Capitula Coelestini, cf. E. Portaldi, in DThC, II, coll. 20522061.
Ireneo Daniele
CELESTINO II, PAPA, eletto. - Teobaldo Buccapocus o Buccapecorini, di famiglia romana salita a qualche autorità sul finire del sec. xi, era cardinale prete di S. Anastasia allorché si trovò a partecipare, il 16 dic. 1124, vacando la sede per la morte di Callisto II, alla elezione del successore. Nella forte divisione degli animi accresciuta dalle minacce dei Frangipane, scartato, perché inviso a questi, il candidato della maggioranza, il card. Sasso d'Anagni, i voti si volsero su Teobaldo. E già si rivestiva l'eletto della cappa rossa e si cantava il Te Deum, allorché Roberto Frangipane irruppe nella cappella di S. Pancrazio al Laterano dove si celebrava l'elezione, e fece dai suoi fautori acclamare papa Lamberto, cardinale d'Ostia. Erano da temere lotte e violenze di partiti, ma il vecchio e già riluttante Teobaldo, che già aveva assunto il nome di C. volle evitare, con la rinuncia, lo scisma che già si delineava e che sarebbe esploso più tardi in tutta la sua violenza alla morte d'Onorio. Teobaldo moriva, verosimilmente, ancor all'inizio del pontificato del suo competitore.
Bibl.: J. M. Watterich, Pontificum Romanarum vitae, II, Lipsia 1862, p. 127 sgg.; Liber Pontificalis prout exstot ne codice ms. Dertussent. Vita Humori II, ed. J. M. March, Burcellona 1925, pp. 203-17; P. F. Palumbo, La scisma del MCXXX, Roma 1942, pp. 152-53, 156-57, 163 sgg. Pier Fausto Palumbo
CELESTINO II, PAPA. - Guido di Città di Castello, fu nominato da Onorio II cardinal diacono di S. Maria in via Lata e trasferito da Innocenzo II al titolo presbiteriale di S. Marco. Dopo aver spiegato un'intensa attività quale legato, al seguito del suo Pontefice e contro Anacleto II ed in Curia, fu chiamato a succedere, il 26 sett. 1143, appunto a Innocenzo per i brevi mesi che ancor gli restavano di esistenza. Giovane, era stato uditore di Pietro Abelardo a Parigi; pontefice, chiamò a Roma l'antico condiscepolo Roberto Pulleyn, divenuto maestro di S. Scrittura e di filosofia aristotelica, elevandolo al cardinotato. Besse la Chiesa tra i torbidi della rivoluzione popolare capeggiata da Arnaldo da Brescia e andò a morire ( 3 marzo 1144) nel chiostro fortificato del Palladio (S. Maria in Pallara), sul Palatino, dove si era svolta alcuni anni prima l'atroce scena di violenza che aveva inaugurato il pontificato di Gelasio II.
Bibl.: Per l'attività del cardinale: J. M. Brisius, Die Mitglieder des Kardinalhalsgiums v. 1130-21, Berlino 1912, p. 22 sg.; P. F. Palumbo, La scisma del MCXXX, Roma 1942 (cf. indice: s. v. Guido di S. Maria in via Lata). Sul Pontefice: J. M. Watterich, Pontificum Rom. vitae, II, Lipsia 1862, p. 276 sgg.; Hefele-Leclercq, V, pp. 760 e 795; F. Gregorovius, St. della città di Roma nel medineus, II, Roma 1901, pp. 204 sgg.; A. Corsetti, L'intervento del popolo nell'elezione di C. II (1143), Velletri 1920; A. Wilmart, in Rev. bénédictins, 35 (1923), pp. 98-102. Pier Fausto Palumbo
CELESTINO III, PAPA. - Giacinto Bobo-Ossini, n. ca. il rio6 dalla nobile famiglia romana che nel sec. xiri diede alla Chiesa di Roma illustri cardinali, studiò a Parigi, dove uno dei suoi maestri fu Abelardo, le cui dottrine Giacinto difese nel Sinodo di Sena nel 1140 accanto allo pseudo-riformatore sociale italiano Arnaldo da Brescia, le cui ardite idee Giacinto abbandonò presto. Creato, nel 1144, cardinale dal papa Celestino II, lavorò sempre per la pace tra la Chiesa e l'Impero. Nella lotta tra papa Adriano IV e l'imperatore Barbarossa, Giacinto e il card. Enrico riuscirono a mantenere la pace mediante un messag-
## Page 735
gio conciliativo all'imperatore, offeso a Besançon, inviatogli ad Augusta nel II58. Dopo la morte del papa Adriano IV nel II59, Giacinto, come uomo della pace, intercesse in favore del papa Alessandro III. Per scongiurare uno sciama accettò, in età di 85 anni, il grave peso del supremo governo della Chiesa, nel IIgI, dopo la morte del papa Clemente III.
La personalità di C. è stata oggetto di controversia nei tempi recenti fra diversi storici. Dopo le diligenti ricerche sul cardinalato di C. fatte da G. Leineweber, G. Haller si occupò dei rapporti fra il vecchio Papa e il giovanissimo imperatore Enrico VI accentuando specialmente la forza di volontà del Pontefice, la sua fermezza e prudenza nei grandi pericoli minaccianti la Chiesa di allora, perché C. aveva rifiutato le offerte blande, ma astute dell'imperatore. Particolarmente a questi giudizi di Haller contraddisse C. Wenck con profonda conoscenza delle fonti e una interpretazione oggettiva e calma. Tutto il pontificato di C. era dominato dalla tensione fra il Papa e l'Imperatore; il pontefice novantenne incontrò il trentenne imperatore (nel 1195), alla cui politica di forza poteva opporre semplicemente una resistenza passiva. Certo la persona di papa C. era oltre ogni dire venerabile e la sua autorità grandissima, quando, dopo un cardinalato di quasi

Celerstino III. C. III concede l'autonomia all'ospedale di S. Maria della Scala. Affresco di Donorzio di Barolo (1443-44) - Siena.
Numerosi e insigni testimoni ci parlano della probità incorruttibile, del sentire pacifico, della dolce eloquenza, dell'apparenza venerabile, della dottrina teologica di questo Papa. Fra questi vanno nominati Baldorico di Treviri, il quale nella sua biografia dell'arcivescovo Alberone di Montreuil (v.) glorificò il card. Giacinto, ch'egli aveva visto nel 1147 a Treviri al seguito di papa Eugenio III; Thomas Becket, arcivescovo di Canterbury; Pietro di Blois; Enrico di Clairvause. Ma la sua azione religioso-politica incontra qualche critica a causa della sua oscillazione. Nel r192 si mostrò vacillante di fronte ai partiti inglesi, perché v'era da una parte il vigoroso re Riccardo Lienheart e l'arcivescovo Walter di Rouen, e dall'altra parte il cancelliere e legato pontificio Guglielmo Longchamp. Tre anni dopo, il legato pontificio non fu ricevuto con il doveroso rispetto dal re francese Filippo Augusto II, nel suo brutto affare matrimoniale. Contro il re Alfonso di León e il re Bancho di Portogallo usò svelto le armi spirituali, ciò che per quanto riguarda la Norvegia e l'Ungheria ha già osservato Hurter nella sua opera Papa Innocenzo III. Secondo il biografo di Vita Alberto, vescovo di Liegi, avrebbe dovuto favorire a Roma un partito più numeroso che difendesse coraggiosamente la libertà della
Chiesa, contro un debole partito favoreggiante l'imperatore a cui opponeva soltanto una resistenza passiva. La notizia degli Annali di Marbach, che C. fosse stato cosciente della congiura in Apulia e Sicilia contro l'imperatore, non può essere confermata con certezza.
Tra i sette cardinali creati da C. due furono della sua famiglia dei Baboni, il cardinale diacono Nizzolo di S. Maria in Cosmedin e il cardinale diacono di S. Teodoro, suo nipote. Nel 1193 creò cardinali altri uomini insigni : Cencio, finanziere generale, il futuro papa Onorio III, maestro Pietro di Capua, e Giovanni di S. Paolo, cardinale prete di S. Prisca, che il Papa, nel Natale del 1197, all'avvicinarsi della morte voleva designare come successore, ma contro l'unanime resistenza del collegio cardinalizio che l's genn. I198 alesse il più giovane di tutti i cardinali, Lotario di Segni, papa Innocenzo III.
Bim.: Jaffé-Wattenbach, II, 577-644; J. R. Watterich, Romanorum Pontificum vitae, II, Lipsia 1882, p. 708 sgg.; J. Leineweber, Studien zur Geschichte Papst Coelestina III, Jena 1905; J. Haller, Heinrich VI. und Coelestin III., in Mitteilungen des Instituts für Österreichische Geschichtsforschung. 35 (1914), pp. 545-59; K. Wenck, Die römischen Päpste zwischen Alexander III. u. Innocenz III. u. der Designationzversuch Weihnachten 1195, in Papsttum u. Kaisertum di A. Brackmann, Monaco 1926, pp. 415-70; F. H. Seppelt, s. v. in LThK. II. col. 1008.
Lucchesio Spätling
CELESTINO
IV, PAPA. - Goffredo Castiglioni, milanese, figlio di Giovanni e di Cassandra Crivelli, sorella di Urbano III (m. nel I187). Discepolo di s. Galdino, fu canonico e cancelliere di Milano, monaco nel monastero cirstercense di Altacomba, dove scrisse la storia del regno di Scozia. Nel 1227 Gregorio IX lo creò cardinale di S. Marco, quindi divenne vescovo di Sabina. Alla morte di Gregorio IX (2I ag. 1241) i dieci cardinali presenti in Roma, sotto l'impressione delle difficoltà politiche del momento, non riuscivano a mettersi d'accordo nella scelta del successore; perché si decidessero, il popolo di Roma li chiuse nel Settizonio. Ne uscì papa il Castiglioni, ormai vecchio e infermo ( 25 ott. 1241), tanto che morì appena 17 giorni dopo (ro nov. 1241). Fu sepolto nella basilica Vaticana.
Bim.: Pophast, III(875), p. 940; K. Wenck, in Quellen und Forschungen aus ital. Archiven und Bibliotheken, 18 (1926), p. 101 sgg.
Ireneo Daniele
CELESTINO V, papa, santo. - Pietro di Morrone, n. a Isernia (Campobasso) nel 1215, m. al Castello di Fumone (Frosinone) il 19 maggio 1296. Giovane entrò nella badia benedettina di Faifoli (diocesi
## Page 736

(do P. Piroirilli, La ladia di S. Spirito, Lanciano 1566)
Celestino v - Affresco del sec. xiv nell'cremo di C. V sul monte Morrone.
di Benevento), di cui fu più tardi (1276-79) abate. Per una inclinazione, chiara in tutta la sua vita, alla solitudine, si ritirò sul monte Palleno e dopo tre anni, recatosi a Roma, fu ordinato sacerdote. Le seguenti sus dimore furono sul monte Morrone e sulla Maiella, nei pressi di Sulmona. Sulla Maiella diede origine ai monaci detti più tardi Celestini (v.). Al tempo della lunga vacanza della S. Sede dopo la morte di Nicolò IV, abitò nel romitorio di S. Onofrio sul Morrone dove ricevette l'annunzio della sua elevazione a Sommo Pontefice avvenuta a Perugia.
La scelta del povero romito dopo un travagliato periodo, dovuto principalmente alla rivalità tra i Colonna e gli Onsini, ambedue rappresentati nel S. Collegio, fu sempre un enigma per gli storici. Recenti studi hanno chiarito il retroscena: Carlo II, re di Napoli, col figlio Carlo Martello nella primavera del 1294, venne a Perugia e s'abbocd con gli undici cardinali elettori. Di li passò a Sulmona ove concesse dei privilegi ai Celestini e quasi certamente vide anche il santo romito, il quale poco dopo scrisse una lettera ai cardinali esortandoli a dare finalmente un Pastore alla Chiesa. Latino Malabranca, cardinal decano, per primo fece il nome del pio romito e gli diede il voto, altri lo seguirono, i rimanenti si decisero ad accedere. Altre circostanze e correnti spirituali (Papa Angelico) possono aver influito sull'elezione dell'inesperto romito. Questi, accettata l'elezione, si recò a L'Aquila, dove in presenza di pochi cardinali, di Carlo II e di una grande folla fu incoronato il 29 ag. 1294.
Il 18 sett. creò 12 cardinali, di cui 7 francesi e 5 italiani, tutti graditi al re Carlo, al cui figlio s. Lodovico d'Angiò, giovanissimo ancora e ostaggio per il padre in Spagna, affidò poi ( 7 o 9 ott.) l'amministrazione dell'arcidiocesi di Lione (Bull. Franc., IV, p. 332). Concesse molti privilegi ai monaci Celestini, di cui due erano tra i dodici cardinali creati a L'Aquila. Accompagnato dallo stesso re Carlo, C. si recò a Napoli, passando per Sulmona e Montecassino, dove obbligò i monaci ad abbracciare l'istituto dei Celestini,
comando abrogato, come tanti altri, dal successore Bonifacio VIII. A Napoli gli fu preparata la residenza in Castelnuovo, ma non tardò ad accorgersi di non essere all'altezza della sublime dignità; era altediano dalle brighe dei curiali, e bramava la solitudine della sua cella. Al principio dell'Avvento voleva affidare il governo della Chiesa a tre cardinali e ritirarsi in una cella appartata. Opponendosi un cardinale e tormentato da scrupoli, cominciò a pensare all'abdicazione. Consultò alcuni cardinali, tra i quali Benedetto Caetani (il futuro Bonifacio VIII), il quale dapprima lo sconsigliò, ma poi dichiarò che ciò era possibile.
C. verso il 10 dic. emanò una costituzione che un Papa può rinunziare alla sua alta dignità (v. sOMMO PONTEFICE), e il 13 dic. dinanzi ai cardinali lesse la formola dell'abdicazione propria, libera e spontanea. Aveva rimessa in vigore la rigida norma del Conclave e da esso uscì subito eletto Bonifacio VIII ( 24 dic.) il quale fece condurre verso Roma il suo predecessore. Questi però, eludendo la vigilanza dei custodi pontifici, fuggì e si nascose nelle Puglie, donde invano cercò di traversare l'Adriatico. Bonifacio VIII, temendo che malintenzionati si giovassero della grande semplicità di C., lo fece ricercare e, trovatolo a Viesti, lo fece condurre e custodire nel castello di Fumone, presso Alatri, dove visse fino alla morte. E una calunnia che Bonifacio VIII sia ricorso a macchinazioni per ottenerne la rinunzia ed accelerarne la fine. S. Pier Celestino, il cui corpo fu sepolto a Ferentino, poi nel 1327 trasportato a Collemaggio (L'Aquila), fu canonizzato da Clemente V il 5 maggio 1313. La festa si celebra il 19 maggio.
L'insolita rinunzia di C. provocò subito una letteratura sull'argomento, cui presero parte l'Olivi, Egidio di Roma e Giovanni Quidort. Sono noissimi i versi di Dante (Inf., III, 59-60), che, fin dai primi commentatori, furono ritenuti come accennanti a C. - Vedi Tav. LXXVI.
Bias.: Fonti: F. X. Seppelt, Monumenta Caelestiniana (Ouel. len und Forschungen della Società Gärtes, 19), Paderborn 1921; abbraccia l'Opus metricum del card. G. G. Stefaneschi, terminato nel 1319, le vite di s. C. di Pietro d'Ailly (c. 1408) e Maffeo Vegio (1443); il processo di canonizzazione (1306). L'Opus metricum si trova pure in Acta SS. Maii, IV, Parigi 1866, pp. 437486, e presso L. A. Muratori, Ber. It. Script., III, 1, pp. 613-68. La Vita di P. d'Ailly fu edita (rimaneggiata) da D. Faber, Parigi 1539; dal Surius, De probatis Sanctarum historis, III, Colonia 1572, pp. 337-55. Una vita dovuta ai Celestini, discepoli del Santo, esiste in tre recensioni edite negli Anni. Boll., 9 (1890), pp. 147-200; 10 (1891), pp. 385-92; 16 (1897), pp. 303-432, quest'ultima è la più genuina. Una pretesa autobiografia fu pubblicata da C. Telera, S. Petri Caelestini PP. V opuscula sumia, Napoli 1840, pp. 2525-1, viri; e in M. de la Bigne, Maxima bibliotheca veterum Patrum, XXV, Lione 1677, pp. 765-69; ma la critica moderna la respinge, come tutti gli opuscoli, Cf. S. Pierre Celestin et ses premiers biographes, in Anol. Boll., 16 (1897), pp. 365-92. Due effici liturgici ritmici: G. M. Dreves, Ann. lectu Hymnica, 28 (1818), pp. 127-34. Studi : L. Marino, Vita e miracoli di s. Pietro del Morrone già C. papo V. Milano 1630 (con molti testi inseriti); V. Spinelli, Vita di s. Pietro del Morrone, Roma 1664; P. Arnone, Pietro da Morrone anacoreto e papo, Cosenza 1681; B. Cantero, Cesni storici-diografici riguardanti s. Pier C., Napoli 1892; id., Nuovi documenti riguardanti s. P. C., ivi 1893; C. V ed il VI centenario della sua incoronazione. L'Aquila 1894 (collana di 15 studi): G. Possa, C. V e i solitari del monte Maiello, Trevono 1894; G. Celidonio, Vita di s. Pietro del Morrone, 4 fl. o fascc., Sulmona 1896 (studio critico); id., La sua autenticità degli Opuscula Caelestina, ivi 1896 (identico al fasc. iv precedente, con una piccola aggiunta); P. M. Baumgarten, Il regnato di C. V, Chieri 1896 (dall' Abruzzo Cartolico, 4 [1896], pp. 2-14); G. Crociant, Pel - Gran rifiuto di C. V, Casalbordino 1898 (con una rassegna critica sulla questione: dalla Bassegno Abruzzese, 2 [1898, ed]; F. X. Seppelt, Studien zum Pontifikat Caelestins V, (Abbandlungen zur mittleren und neueren Geschichte, 27), Berlino-Lipzig 1911; L. Oliger, Petri Iohannis Olivi De renuntiatione papae Coelestini V Quaestio et Epistolo, in Arch. Franc. hist., 11 (1918), pp. 309-73; J. Hollnsteiner, Die Autobiographie Caelestins V, in Römische Quarzelschrift, 31 (1923), pp. 29-40; A. Mercati, Il decreto e la lettera dei cardinali per l'elezione di C. V, in Boll. dell'Istituto stor. ital., 47 (1931); F. Bovthgen, Beiträge zur Geschichte Caelestins V., Halle 1934; P. Barbaini, C. V anacoreta e papa, Milano 1936 (di carattere divulgativo); P. Laurelli, Dante e C. V, Isernia 1939; J. Leclercq, La renonciation de
## Page 737
Célestin V et l'opinion théologique en France du vivant de Boniface VIII, in Revue d'histoire de l'Eglise de France, 25 (1939), pp. 183-92; S. Garciar Polou, El beato Ramón Llull y la cuestión de la renunciabilidad de la sede romana, in An esta Sacra Tarea. comtuiin, 17 (1944), pp. 67-96.
Livario Oliper
CELESTIO. - Corifeo del pelagianismo, probabilmente era nativo d'Italia. Esercitava l'avvocatura a Roma, quando verso il 405 s'incontrò con Pelagio e ne accostò le dottrine. Oratore facondo, esperto in ogni artificio dialettico, uomo energico, ardito ed intrigante, si dilettava nell'accentuare il carattere irritante delle dottrine pelagiane, come la negazione del peccato originale (si può dire che l'eresia celestiana di cui parlano i contemporanci di s. Agostino consista appunto in questa negazione), l'inutilità relativa del Battesimo, l'inconciliabilità della Grazia con la libertà umana. Prevedendo il saccheggio di Roma da parte dei Visigoti, andò a Siracusa (409) e quindi a Cartagine (410). Sperando d'esservi ordinato sacerdote, vi si fermò, mentre Pelagio passava in Palestina. Ben presto le sue dottrine attirarono l'attenzione del discorso Paolino, già segretario di s. Ambrogio, che lo denunciò ad Aurelio, vescovo di Cartagine. Questi lo fece condannare dal Concilio convocato allo scopo nel 411. C. appellò a Roma, ma partì per Efeso. Innescran 1 confermò la condanna (27 genn. 417), pur lasciando intravedere la possibilità del perdono in caso di pentimento. Nel frattempo C. era riuscito in Efeso a farsi ordinare sacerdote; ma presto a causa della sua propaganda fu espulso anche di là, come pure, poco dopo, da Costantinopoli. Allora tornò a Roma, dove il nuovo papa, Zosimo, pareva incline alla revisione della condanna. Il contegno scorretto ed intrigante di C. rovinò tutto. L'imperatore ne ordinò l'espulsione ( 30 apr. 418) e Zosimo confermò la condanna (cf. Epist. Tractoria dell'estate 418). L'esuic, protetto da amici devoti, poté sfuggire all'arresto, anzi osò ricomparire a Roma nel 423 e a Costantinopoli nel 429. D'allora si perde ogni traccia di lui. Probabilmente mori nel 43 r . Gli sono attribuiti vari scritti : Tre lettere sulla vita monastica; Il libro contro la trasmissione del peccato originale; Le definizioni ecc. Di tutte queste opere non ci rimangono che frammenti, raccolti da J. Garnier nell'edizione delle opere di Mario Mercatore (Parigi 1673), ristampata in PL 48, 497 agg.
BibL.: Bardenhewer, IV, pp. 515-16; Fliche-Martin-Frutaz, IV (1941), nn. 81-221; G. de Plinval, Pélage. Ses écrits, sa vie et sa réforme, Losanna 1943, passim. Ireneo Daniele
CELESTRI, Antonio. - Teologo italiano, n. a Palermo il 13 ott. 1649 e m. ivi il 19 marzo 1706. A 16 anni divenne religioso del Terz'ordine regolare di S. Francesco (1664); insegnò filosofia e teologia in vari conventi dell'Ordine, e fu provinciale di Roma e di Sicilia, poi procuratore generale (1683-86).
Scrisse l'opera apologetica Christiana cath. religio contra gentiles, mahumetanos, hebraeos et sectarios, 23 propositionibus demonstrata (Roma 1683), e una erudita Tabula Conciliorum generalium omnium, I vol. in-fol. (ivi 1684; 2* ed., col titolo Conciliorum omnium schema).
BibL.: A. Mongitore, Bibliotheca sicula, I. Palermo 1707, p. 29; E. d'Aloncon, s. v. in DThC, II, col. 2068; R. Luconi, Comitia gen. III Ord. Regul. S. Franc. verumque acta selecta, Roma 1944, p. 8o. Lorenzo Di Fonzo
CELIBATO. - I. C. ecclesiastico. - Principio ispiratore del c. ecclesiastico è l'idea di purezza e di continenza. Gesù la presenta come esercizio di virtù superiore (Mt. 19, 12) e s. Paolo la prende come uno dei principi direttivi che devono esser tenuti presenti nella scelta di un vescovo, sacerdote o diacono. Secondo l'Apostolo, il ministro del santuario dev'essere
"unius uxoris vir" (Tit. 1, 5-6), espressione che bisogna intendere nel senso di un interdetto portato su coloro che sono passati a nozze due o più volte prima di accedere agli Ordini sacri, e non già quasi un obbligo fatto dall'Apostolo di avere una sposa. Questa seconda interpretazione sarebbe del resto in opposizione con quanto scrive altrove lo stesso Apostolo (I Cor. 7, 7; 32-34), quando formula l'augurio di vedere gli altri come se stesso (cioè non sposato: I Cor. 7, 7), ovvero quando spiega le disposizioni favorevoli, perché un'anima si dia al servizio del Signore (I Cor. 7, 32-34).
Il precetto è quindi restrittivo, non ingiuntivo; esclude il bigamo dagli Ordini, non impone il matrimonio come condizione per accedere al sacerdozio.
Virtualmente raccomandato dalla Scritura, il c. non vi appare però come obbligatorio e tale libertà di scelta è stata la norma seguita nei primi secoli della Chiesa, nonostante l'alta considerazione in cui era tenuta la continenza. Prima infatti che il cenobitismo ne avesse fatto una istituzione, l'aristocrazia del clero cattolico aveva avuto a cuore di praticarla, come fanno fede numerose testimonianze di scrittori cristiani fra i quali Tertulliano (De exhort. costit., 13: PL 2, 930), Clemente Aless. (Stromata, III, 13: PG 8, 1189), Origene (In Lev. hom., 6: PG 12, 473), Eusebio (Demiontr. Ecang., I, 9: PG 22, 81), Sinesio di Tolernalde (Epist., 105: PG 66, 1485), s. Cirillo di Gerusalemme (Cateches., 12, 25: PG 33, 757), s. Girolamo (Adv. Vigilantium, 2: PL 23, 341), s. Epifanio (Adv. haeres., 48, 9; 59, 4: PG 41, 869, 1024).
Da questi ed altri testi che mostrano quanto larga fosse nel clero la pratica della continenza, difficilmente si può mostrare la traccia di una legge sul c. di origine apostolica, tesi sostenuta dal Bickel ed oggi comunemente abbandonata. Altre testimonianze non meno esplicite (cf. Clemente Aless., Stromata, III, 13: PG 8, 1189; Can. Hipp., 8, 55: ed. Achelis, Lipsia 1889, p. 74) mostrano che il diritto di vivere in matrimonio era riconosciuto al clero. E con il sec. iv che la disciplina del c. tende a prendere forme fisse nella legislazione conciliare, ma nel regolarla la Chiesa orientale si separa dall'Occidente.
In Oriente la Chiesa concedeva a coloro che non sentivano vocazione per il c. di usare dei loro diritti coniugali. In questo senso si pronunziarono i Concili di Ancira (314), Nicea (325), Gangra (350 ca.).
La testimonianza di Socrate mostra che una legge generale sulla continenza non esisteva neppure verso la metà del v sec. quando solo in alcune regioni, come in Macedonia, nella Tessaglia e nell'Ellade, cominciava a introdursi (Hist. eccl., V, 22 : PG 67, 637).
La consuetudine lentamente assumeva forza di legge generale e la Chiesa greca nella maniera di regolarla s'ispirava alle Costituzioni Apostoliche (I, 6, 17, Funk, Paderborn 1903, pp. 339-41) ed ai Canoni Apostolici (cf. can. 6, in Mansi, I, 51), le cui prescrizioni in materia non erano affatto rigide: proibizione del matrimonio dopo l'ordinazione, ma liccità dell'uso del matrimonio per chi fosse già sposato prima dell'ordinazione. Sotto l'influsso della legislazione di Giustiniano (Novella VI, i) queste stesse misure furono alquanto ristrette e codificate più tardi nel Concilio Trullano (692), che è l'ultima parola dell'Oriente in materia di c. ecclesiastico, tuttora in vigore. Essa si compendia per i vescovi nell'obbligo della continenza assoluta, con separazione dalla sposa tenuta a ritirarsi in un monastero per i coniugati prima dell'episcopato. Ai sacerdoti, diaconi e suddiaconi, interdizione del matrimonio dopo l'ordinazione; per i già sposati invece conservazione dei loro diritti coniugali sulla sposa, che non è lecito ripudiare, sotto pena di deposizione (can. 6, 12-13, 48, in Mansi, XI, 944-48, 965).
In Occidente la prima legge in materia è il can. 33 del Concilio di Elvira (Granada), verso il 300,
## Page 738
che obbligava gli ordinati in sacris alla continenza assoluta sotto pena di deposizione: "Placuit in totum prohibere episcopis, presbyteris et diaconibus vel omnibus clericis positis in ministerio abstinere se a coniugibus suis et generare filios; quicumque vero fecerit ab honore clericatus exterminetur" (Mansi, II, II).
Nel Concilio Romano del 386 papa Siricio promulgava una legge analoga (Jaffé-Wattenbach, I, 41), con l'intenzione di farla prevalere in tutta la Chiesa latina (Epist. ad Himerium Tarrac.: PL 56, 558-59, 562). Più tardi Innocenzo I faceva nota questa decisione a Vittricio di Rouen ed Esuperio di Tolosa (PL 56, 501, 523-24). L'Africa, la Spagna e le Gallie si orientono verso la via tracciata dai papi, come fanno fede i canoni di vari Concili: Cartagine (401); Toledo (390, 400); Torino (401).
I suddiaconi sino al v sec. non erano soggetti alla regola del c.; anzi papa Siricio sembra esentarli (PL 56, 560). Ma ai tempi dis. Leone Magno anch'essi furono astretti alla regola adottata (Ep. ad Annu. Thessul.: PL 44, 672).
Non mancarono resistenze e i dottori della Chiesa più influenti come s. Ambrogio (De offic., I, I: PL 16, 97-98), s. Agostino (De conjugis adulterius, II, 22: PL 40, 486), s. Girolamo (Adv. Vigilantium, 2: PL 33, 340) dovettero concorrere con la loro influenza in sostegno della tesi papale e contrabattere gli errori di Elpidio, Gioviniano e Vigilancio. Anche l'epigrafia rende testimonianza di resistenze individuali incontrate dal c. presso alcuni vescovi (Leclercq, Célibat, in DACL, II, coll. 2822-27).
Le regole date dai Papi e dai Concili in Occidente continuarono a reggere la disciplina del c. sino al sec. xir, anche se, in periodi di crisi, ne andò eclissata la pratica, come, ad es., in Francia nel sec. viri sotto Carlo Martello, quando i benefici ecclesiastici venivano spesso conferiti ad indegni.
L'opera indefessa di s. Bonifacio (v.) e più tardi la vita comune (vita canonica promossa dal vescovo Crodegando di Metz; v.), come pure la legislazione di Carlomagno contribuirono ad una restaurazione del c., purtroppo di non lunga durata: la decadenza delI'Impero trascinava con sé la caduta della disciplina ecclesiastica, e per tutto il sec. x sino alla seconda metà del sec. xi, nonostante voci isolate di protesta (il Concilio di Trosly del 909, Raterio di Verona, Egberto di Treviri), il male andò dilagando. Non solo Chiesa particolari, ma Roma stessa offriva lo spettacolo del concubinato e del matrimonio, che tendeva a divenire lo stato normale del clero. Una descrizione terribile della decadenza del clero fu tracciata nel Liber Gomorrhianus da s. Pier Damiani, uno dei paladini della rinascita del c. ecclesiastico. Egli assecondo energicamente l'opera dei papi riformatori della seconda metà del sec. xi, che proporzionando al male i rimedi ricondussero il clero al senso della primitiva disciplina. Soprattutto il fermo atteggiamento di s. Gregorio VII assicurò all'azione del papato un successo durevole con la lotta contro le investiture laiche, radice del male (cf. A. Fliche, La réforme grégorienne, 3 voll., Lovanio 1924-37). Il Papa, pur non dichiarando ancora nullo il matrimonio dei preti, praticamente lo considerava come tale. Il Concilio Lateranense, adunato da Callisto II (1123), fece l'ultimo passo (can. 21), confermato dal Lateranense II (1139), can. 7, e più tardi da Alessandro III nel 1180, che estendeva la legge dell'invalidità del matrimonio anche ai suddiaconi, (Decret., capp. 1-2, X, IV, 6). Da allora gli Ordini maggiori hanno costituito nella Chiesa latina impedimento dirimente il matrimonio (cf. ora cann. 132, 213, 214, 1072).
L'atteggiamento dei papi provocava tra i nemici del c. una serie di trattati e libelli (ro6o-8o), per i quali si fece
ricorso anche alle falsificazioni. Noto soprattutto il rescritto De continentia, attribuito al vescovo s. Ulrico di Augusta (m. nel 973) già ai tempi del Concilio Romano del 1079, in realtà scritto verso il ro6o, a quanto sembra, da Ulrico, vescovo di Imola (Fliche, op. cit., III, pp. i-48). Attaccho contro il c. non sono mancati neppure in seguito. Osteggiato da Jean de Meung nel Roman de la Rose (1277), fu oggetto di discussioni da parte di ecclesiastici, fautori del matrimonio, come rimedio a mali maggiori. Cosi Durando il Giovane nel Concilio di Vienna (1313), il card. Zabarella nel Concilio di Costanza (1414), e anni dopo l'imperatore Sigismondo in quello di Basilea. Per altri motivi invece fu attaccato con l'avvento della riforma protestante: Lutero dichiarava nullo il voto di castità dei religiosi e dei sacerdoti. Di fronte alla scissura protestante, alcuni cattolici erano d'opinione che, per il ritorno dell'unità, la Chiesa avrebbe potuto derogare alla legge sul c. e questa disposizione rimase anche dopo che il Concilio di Trento condannò l'errore luterano, definendo l'invalidità del matrimonio contratto dai religiosi di voti solenni e dai chierici con gli Ordini maggiori (sess. XXIV, can. 9). Gli imperatori Ferdinando I e Massimiliano II domandarono alla S. Sede una dispensa dalla legge per i paesi germanici e Pio IV pensò seriamente di accordarla. Ma con la morte del Papa e l'avvento di Pio V il progetto fu definitivamente abbandonato e le leggi tridentine furono imposte a tutta la Chiesa (cf. G. Constant, La concession d l'Allemagne de la communion sous les deux espéces, Parigi 1923, pp. 548-612, 1013-23). In tempi a noi più vicini sono noti i tentativi in campo laico contro il c. fatti dalla Rivoluzione Francese, poi dai "Veschi Cattolici", e nel dopoguerra dal gruppo di preti apostati che hanno costituito la Chiesa Nazionale Cecoslovacca (1920). Recentemente i neomodernisti germanici nel loro programma disciplinare (Der Katholizismus der Zukunft, pubblicato anonimo a Lipsia nel 1940) hanno inserito il c. come facoltativo. Insieme non bisogna perdere di vista un altro movimento contro il c.: quello letterario (cf. P. Franche, Le prêtre dans le roman frangais, Parigi 1902, pp. 80-92).
La condotta della Chiesa di fronte a questi episodi è stata ferma e perentoria. Cf. le encicliche di Gregorio XVI Minori cos (15 ag. 1832), di Pio IX Qui pluribus ( 9 sett. 1846), di Pio X Poscendi ( 7 sett. 1907), di Pio XI Ad catholici sacerdotii (20 dic. 1935).
Con decreto della S. Congregazione dei Sacramenti (27 dic. 1930) ogni candidato al sacerdozio è tenuto con giuramento ad attestare per iscritto che si astringe agli obblighi del c. ecclesiastico con piena consapevolezza.
Le ottime ragioni degli sforzi dei Papi perché il c. si affermasse non sono quelle male intraviste dal Montesquieu, quando affermava che "altrimenti la loro potenza non sarebbe mai salita cosi in alto e non sarebbe mai stata duratura, se ogni prete avesse avuto a cuore una famiglia" (Riflessioni e pensieri inediti, Torino 1943), ma quelle additate da s. Paolo (Hebr. 6, 1). Il sacerdote è costituito per gli uomini in ciò che si riferisce a Dio, al fine di offrire doni e sacrifici, e solo il c. permette il perfetto e totale compimento di tali doveri. Colui che non è sposato ha la sollecitudine delle cose del Signore e cerca di piacere a lui; colui che ha una compagna, ha anche la sollecitudine delle cose del mondo e cerca di piacere alla moglie, e cosi è diviso. Inoltre chi deve proseguire nelle anime l'opera del Redentore ha bisogno di libertà da preoccupazioni d'indole familiare che assorbirebbero gran parte della sua attività. L'individuo nel sacerdote deve scomparire di fronte ai bisogni materiali e spirituali di tutta la famiglia umana, altrimenti rischia di diventare un professionista qualsiasi. Il ministero sacerdotale, e in particolare la direzione delle coscienze, esige illimitata fiducia verso chi l'esercita e questa difficilmente l'ottiene il sacer-
## Page 739
dote che vive in compagnia di una donna che partecipa delle sue confidenze.
Le obiezioni contro il c. non provengono tanto dalla nobiltà del suo programma, quanto dalla supposta impossibilità del suo esercizio. La castità, si dice, è impossibile e la pretesa di dominare l'istinto, pura ipocrisia. Quest'errore la Chiesa l'ha condannato nel Concilio di Trento (sess. XXIV, can. 9). La custodia della castità è affare dalla Grazia e la Chiesa non ha mai preteso che la natura possa trionfare dei suoi istinti abbandonata alle sole sue forze. Se, per casi particolari, abitudini inveterate e tare ereditarie assegnano alla virtù compiti quasi sovrumani, si tratta di esseri onormali, per i quali il sacerdozio non è indicato. La tesi poi che vuol presentare la castità come nociva alle esigenze dell'igiene e causa di nevrastenia è stata nettamente esclusa da fisiologi eminenti, che hanno dimostrato la perfetta compatibilità dell'astinenza da soddisfazioni sessuali con le leggi fisiologiche e morali. Dove si dà il caso di novroni quest'effetto è prodotto solamente in tipi dall'istinto genesiaco onormale. La libellistica comune ama insistere sul fatto: la vita privata del prete non è e non è stata mai casta e in disordini nascosti egli cerca ciò che pubblicamente gli è interdetto. Ma gli scandali presenti e passati non costituiscono il passato né il presente della Chiesa. La prospettiva d'insieme è molto più luminosa e al di là delle zone d'ombra essa può mostrare la sua realtà formata di santi ed eroi.
BibL.: La bibl. ed e. è immensa; una lista ingambrante e poco critica è quella di A. de Roskovany, Celibatus et Brevianium, specialmente il vol. IV: Literatura de celibatu, Presburgo 1861. Da ritenere principalmente: P. Hinschinn, System des laubadischen Kirchenrechts, I, Berlino 1869, pp. 144165; G. Bickell, Der Cölibat, dennoch eine apostolische Anordnung, in Zeitschrift für hath. Theologie, 2 (1878), pp. 20-63; 3 (1879), pp. 792-99; F. X. Funck, Cuelibat und Priesterehe, in Kircheugeschichtliche Abhandlungen und Untersuchungen, I, Paderborn 1897, pp. 121-25; E. Vacandard, Les origines du célibat eccléiastique, in Etudes de critique et d'histoire religieuse, I. Parigi 1903, pp. 69-120 (importante); C. H. Lea, History of Sacerdotal Celibacy in the Christian Church, 2 voll., Londra 1907 (trad. it., Mendrisio 1911; acritica e settaria); HefeleLeclercq, II, pp. 1321-48; H. Thurston, Clerical Celibacy in the Anglo-saxon Church, in The Month, 3 (1909), pp. 180-94; J. Knetes, Ordination and Matrymmy in the Eastern Orthodox Church, in Journal of Theological Studies, 11 (1909), pp. 348400, 481-513; A. Villien, Le célibat cerlisiastique au point de vue dogmatique, moral et historique, in Revue pratique d'Apologétique, 11 (1911), pp. 811-30; F. X. Werna, Jus decretalium, II, Roma 1923, pp. 114-35; J. Tiscroni, L'ordre et les ordinations, Parigi 1923, pp. 241-51; E. Magnin, Célibat ecclésiastique et religieux, in Documentation catholique, 33 (1936, I), pp. 1026-38. Per le studio del soggetto sotto l'aspetto apologetico-morale cf. A. Auffroy, Le célibat des prêtres, in Etudes, 1912, iv, pp. 520, 206-26; riprodotto in DFC, IV (1917), pp. 1040-62; P. Bureau, L'indiscipline des morurs, Parigi 1921, pp. 248-330; R. Guardini, Ehe und Jungfränlichkeit, Friburgo in Br. 1926; J. Rics, Kirche und Kieslichkeit, iv1 1931 (trad. it., Milano 1939); J. M. T., Le célibat d'après une loi naturelle, Villedieu 1931 (cf. le riserve liete da G. Lacordier, Une résumé apologie du célibat ecclésiastique, in Revue epologétique, 54 [1932], pp. 685-700); W. Stockuma, Der Beruf zum Priestertum, Friburgo in Br. 1935, p. 226 sgg.; J. A. Moehler, Der sugeritlte Dienst, Saluburgo 1938; L. Seremin, Appunti di morale professionale per i medici, 3⁴ ed., Roma 1947, pp. 391-98. Articoli di dizionari: E. Vacandard, s. v. in DThC, II, II, coll. 2068-88; H. Thurston, s. v. in Cath. Euc., III, pp. 481-88; H. Leclercq, in DACL, II, coll. 2802-32; F. Cimetier, s. v. in Diet. pratique des connoisseurs religieuses, I, 1204-14; F. Vernet, s. v. in DSp, II, coll. 385-96.
Mario Scaduto
II. Il C. del laici. - Non si tratta qui di un c. scelto per motivo di una vita licenziosa più libera o di ignavia o paura di fronte alle responsabilità che porta seco il matrimonio; e neppure del c. scelto per un motivo puramente umano (per avere maggior tempo e più libertà di dedicarsi allo studio, alle scoperte scientifiche, all'azione sociale sulle masse); ma del c. liberamente e direttamente eletto per "il regno dei cieli» (Mt. 19, 12), cioè per il motivo superiore dell'amore verso Dio e dell'apostolato.
Questo c. è sempre esistito nella Chiesa fin dai primi tempi, perché fin da allora le comunità cri-
stiane offrirono spontaneamente un fertile terreno all'attuazione del consiglio evangelico portato da Gesù Cristo. Anzi questa pubblica professione di vita perfetta e generosamente votata agli interessi di Dio, diventò così frequente nelle varie Chiese, che coloro che la praticavano cominciarono a comparire in mezzo alla sociétà come una classe a parte (v. terginità). La storia, poi, ha dimostrato con un'evidenza di giorno in giorno maggiore l'aiuto molteplice ed efficace, che i laici celibi possono recare alla Chiesa e alle anime mediante l'esempio vivente e il contatto immediato di una vita perfettamente e interamente consacrata alla santificazione, attuandola nei casi in cui la vita religiosa canonica è impossibile o poco adatta, ricristianizzando intensamente le famiglie, le varie professioni, la società civile, esercitando l'apostolato in molteplici maniere e compiendo funzioni che il luogo, il tempo, le circostanze proibiscono o rendono impraticabili ai sacerdoti e ai religiosi (cf. la costit. Provida Mater Ecclesia, 2 febbr. 1947: AAS, 39 [1947], p. 114 sgg.). Per questo, per superare le difficoltà e i pericoli che si possono incontrare, per assecondare frequenti e ripetuti desideri dell'Episcopato e dei laici e nell'attuazione di questo c., la Chiesa si è mossa a riconoscere gli Istituti secolari dei laici (v.).
BibL.: A. Niedermeyer, Handbuch der speziellen Pastoralmedizin, I: Das menschl. Sexualleben, Vienna 1949, pp. 368-71, 384-86.
Celestino Tesoro
CELLA. - I. E parola che ha le più varie applicazioni. In una iscrizione cristiana di Roma si parla di una c. binara ( = vinaria) appartenente a Sesto Petronio Probo (console nel 371) e ad Anicia Faltonia Proba. In generale però è sinonimo di monumento sepolcrale, come nel noto testamento di Basilea (CIL, XIII, 5708).
Così si trova adoperato nella notissima iscrizione dell'area cristiana di Cesarea di Mauretania : cellam strusit suis cuncta sumptibus (CIL, VIII, 9585, 20958) ; viene chiamata c. aeterna in un'iscrizione cristiana di Roma oggi alla galleria Lapidaria in Vaticano (E. Dishl Inscriptions latin. Christ. veters, II, Berlino 1931, n. 3697). Più tardi invece si trova c. adoperato in altro senso, come, ad es., c. Sanctae Mariae nel monastero di Cordova e nel carme sepolcrale dell'abate Vittoriano (m. nel 560), pure in Spagna, si parla delle c. dei monaci : Iberiam Galliasve replebit cellis (G. B. De Rossi, Inscriptiones christianae, II, 1, Roma 1888, p. 294).
Enrico Josi
II. Termine che, oltre al significato religioso di chiesuola campestre, tenuta aperta al culto da uno o più monaci staccati da un priorato o da una abbazia, ha assunto per estensione anche quello di piccola azienda agraria benedettina di piano, di colle o di monte. Essa dipende generalmente da una grangia o direttamente da un monastero. Non sempre ha un priore per l'assistenza religiosa, né un economo o granitario residente. Ciò dipende dalla sua importanza e dalla sua maggiore o minore distanza dalla grangia o dal monastero. La parola c. è entrata a far parte di molti toponimi. Giovanni Donna
CELLARIUS, MARTIN : v. BORbHAUS, MARTIN.
CELLE, Giovanni delle. - Scrittore ascetico e volgarizzatore. Fiorentino, figlio di Gano, nobile di Castignano, n. ca. il 1310 e m. ca. il 1396. Prima monaco vallombrosano nel convento di S. Trinita a Firenze e abate dopo il 1346 , fu in prigione un anno per un grave trascorso; ottenne quindi di ritirarsi nell'eremo delle Celle in Vallombrosa, onde ebbe il nome, passandovi in penitenza il resto della vita.
## Page 740
Scrisse prediche e lettere in latino e in volgare (se ne conoscono 31), pubblicate in parte dal p. B. Sorio: Lettere del b. G. dalle C. (Roma 1843). Sollecito della rettitudine e dell'artodossia, entrò nella questione dei Fraticelli eretici, fu familiare di s. Caterina da Siena e si disse da lei miracolato. Le sue lettere in volgare e la traduzione che gli si attribuisce della Summa de casibus conscientiae di Bart. da S. Concordio sono testi di lingua. Altre opere sono perdute. A torto gli sono attribuiti volgarizzamenti da Cicerone e Seneca.
Bim.: A. Marenduzzo, Le lettere di G. d. C., in Rivista pugliese, 22 (1903), p. 82 sgg.: F. Tucco, L'eresia dei Fraticelli e una lettera inedita di G. d. C., in Atti Arcad. dei Lincei; Rend. cl. di sc. morali, 15 (1906), pp. 3-18 e 188-90; P. Cividali, Il busto G. d. C., in Mem. Lincei; cl. di sc. morali, 5^{°} serie, 12 (1906), pp. 334-477.
Raffaello Prati
CELLINI, Adolfo. - Esegeta, n. a Ripatransone (Ascoli Piceno) il 25 febbr. 1857, m. ivi il 10 febbr. 1920. Insegnò lettere, quindi scienze bibliche nel seminario diocesano. Per 30 anni fu canonico teologo. I suoi scritti di carattere biblico sono improntati a sana modernità di critica unita al rispetto per la tradizione. Collaborò assiduamente a La Scuola Cattolica dal 1906 alla morte.
Tra le opere si ricordano: Saggio storico-critico di esegesi biblica sulla interpretazione del sermone escatologico (Firenze 1906); Gli ultimi capi del Tetramorfo e la critica razionalistica (Roma 1906); Critica e fede nella esegesi biblica (Firenze 1906); Il primato di Pietro studiato nel divan libro degli Atti degli Apostoli (Roma 1907); Il valore del titolo Figlio di Dio nella sua attribuzione a Gesù presso gli Eicaugeli giustizi (ivi 1907); Propaodoulica biblica, seu compendium Introductionis criticae et exegeticae in S. Scriptorum (3 voll., ivi 1908-1909); Ultima crisi biblica (Monza 1914). Tra gli articoli nella Scuola Cattolica sono degni di nota: Carismi e corismatici nel cristianesimo primitivo, 16 (1919), pp. 105, 219, 300, 446, 490; S. Girolamo e la Bibbia, 17 (1919), pp. 201, 387, 472; 18 (1920), pp. 19, 193, 286.
Bim.: Necrologio ed elenco di scritti in La Scuola catt., 48 (1920, 1), pp. 252-53.
Pietro De Ambrogui
CELLINI, Benvenuto. - N. a Firenze nel 1500, fu avviato dal padre prima alla musica e poi all'oreficeria; a sedici anni fu confinato a Siena in seguito a una rissa; si recò poi a Bologna, a Pisa, a Roma (1519), dove si fermò due anni con l'intagliatore Tasso. A Roma ritornò a vivere dal 1523 al 1540 , dopo che altre risse e ferimenti lo obbligarono a lasciare nuovamente Firenze. Protesto da Clemente VII e da Paolo III, ottenne molti e delicati incarichi, tra i quali quello di maestro delle stampe nella zecca pontificia. Nel 1540 (dopo la prigionia in Castel Sant'Angelo) si recò a Parigi, dove fu onorato da Francesco I, il quale mise a sua disposizione il bel castello di PetitNesle. Cinque anni dopo era di nuovo a Firenze (1545), ben accolto dal duca Cosimo; però le amarezze, subite per le malignità del Bandinelli dopo la famosa fusione del Perseo, lo spinsero ad appartarsi; ma poi nel 1563 sposò Piera de' Parigi, dalla quale ebbe diversi figli. M. il 13 febbr. 1571 e fu sepolto nella chiesa dell'Annunziata.
All'età di 38 anni scrisse la propria Vita (edita per la prima volta nel 1728 dal medico e filosofo Antonio Cocchi), dettandola, mentre era in bottega, a un suo garzone quattordicenne: in essa, seguendo l'esempio di Raffaello da Montelupo e di Baccio Bandinelli che si erano proposti di non raccontare se non la "pura verità ", il C. narrò l'origine della sua famiglia, i suoi primi studi e i suoi primi lavori, gli episodi del soggiorno a Roma con la difesa di Castel Sant'Angelo nel 1527, quelli della dimora in Francia, il lungo tempo trascorso in Firenze, le fatiche e le ansie provate per la fusione del Perseo, l'invito del re di Francia per eselpire il sepolcro di Enrico II; e tutto ciò in una prosa facile e disinvolta, efficace e popolare, sebbene talvolta troppo arrischiata quanto alla moralità. Al Varchi, richiesto di correggere quel testo estemporaneo, parve bene non

(da S. Harlow, it C., Parigi 805)
Cellini, Benvenuto - Autografo della prima pagina della Vita. Firenze, bibl. Mediceo-barenziana, cod. Isur. med. pal. 234.
metterci le mani, e fu gran caso : perché nella spontaneità e agilità quasi tempestosa di quella prosa non di rado sgrammaticata sta l'autoritratto fedele dell'artista, spesso spregiudicato e superstizioso, tenero e sincero, spaccone e "scapigliato ". Del C. si ha anche un Trattato sull' orificeria e un Trattato sulla scultura (Firenze 1568), altre alcune Rime (v. l'ed. a cura di A. Mabellini, Torino 1891) e Discorsi e ricordi intorno all'arte (Firenze 1837).
Fu tra i maggiori scultori del suo tempo, certo il maggiore degli orafi. Delle sue sculture in bronzo si ricordano il Perseo della Loggia dei Lanzi a Firenze, il cui bozzetto in cera e la prima traduzione in bronzo sono al Bargello, un busto di Cosimo I nello st