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 ricordi intorno all'arte (Firenze 1837).

Fu tra i maggiori scultori del suo tempo, certo il maggiore degli orafi. Delle sue sculture in bronzo si ricordano il Perseo della Loggia dei Lanzi a Firenze, il cui bozzetto in cera e la prima traduzione in bronzo sono al Bargello, un busto di Cosimo I nello stesso museo, una Ninfa a Fontainebleau, un Cristo in marmo all'Escuriale.

Unica sua sicura opera di oreficeria rimastaci è la saliera da lui preparata per Francesco I, oggi nel Kunsthistorisches Museum di Vienna. - Vedi Tav. LXXVII.

Bim.: Tra le migliori edizioni moderne della Vita, altre l'edizione crit. di G. Bacci (Firenze 1901), vanno segnalate quelle a cura di P. Carli (ivi 1925), di P. d'Ancona (Milano 1927), di E. Carrara (Torino 1927). Cf. inoltre S. J. A. Churchill, Bibliografia celliniana, in Bibliofilia, 19 (1907), pp. 262-69; M. H. Bernath e G. F. Hill, s. v. in Thieme-Backer, VI (1912), p. 276; F. Quarenghi, La psiche di B. C., Bergamo 1913; C. Happeler, Appunti sulla lingua del C., Trento 1921; G. Toffanin, Il Cinquecento, Milano 1928, p. 632 sgg.; E. Carrara, Moninismo letterario in B. C., Roma 1929; G. Bellonci, La sintassi di B., in Pagine e idee, ivi 1929 (v. indice); R. Eggenschwylcr, Saggio sulla stile di B. C., Veverlli 1940; L. Borgese, C. e le sue tre vite (introd. alla Vita per cura di C. Cordié, I, Milano 1944).

Antonio Altamura
CELLOT, Louis. - Gesuita francese, n. a Parigi nel 1588 , m. ivi il 20 ott. 1658 . Novizio nel 1605 , insegnò lettere e S. Scrittura, fu rettore a Rouen e a La Flèche, e provinciale di Francia (1654-58).

Ebbe un successo notevole con le sue tragedie e altre opere letterarie: Opera poetica (Parigi 1630); Panegyrici et orationes (ivi 1641, varie ristampe e molte edizioni parziali). Fece poi rumore per le sua controversie teologiche. Intervenne nella lotta fra clero secolare e regolare

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con la grande opera De hierarchia et hierarchis (Rouen 1641), diretta contro Petrus Aurelius (cioè Saint-Cyran) e Hallier. Condannato dall'Assemblea del clero per alcune proposizioni nuove o strane, scampò alla condanna della Sorbona con una ritratazione: Propositiones aliqua ex libro De hierarchia (Parigi 1641), che tentò poi di attenuare nel suo Horarum subsecivorum liber singularis (ivi 1648). Il De hierarchia fu messo all'Indice nel 1642 - donec corrigatur (la documentazione manoscritta della causa sta nella biblioteca Vaticana, fondo Barberini XXXIX, 54). La stessa sorte toccò assai più tardi, nel 1732, a causa di alcune appendici, alla sua vigorosa Historia Gorteschulei praedestinationis (ivi 1655).

Bim.: H. Reusch, Der Index der verbatenen Bücher, II, Bonn 1885, pp. 388-89; Sommervogel, II, coll. 948-52; H. Chérot, s. v. in DThC, II, coll. 2089-90. Edmondo Lamalle

CELLULA. - E così chiamata in biologia la più piccola unità vitale, capace di vita autonoma e di riproduzione dei metozoi e dei metafiti, animali e piante pluricellulari. Sono considerati monocellulari molti organismi microscopici costituiti da una masserella indivisa di materia vivente, i Protisti (Protozoi e Protofiti), ma in realtà tali organismi hanno una organizzazione molto più complessa di quella di una c. Le c. sono masserelle di protoplasma (v.) di grandezza per lo più microscopica (da pochi micron, o millesimi di millimetro, a un centinaio) e di forma elementare sferica, subsferica o poliedrica, provviste di una membrana limitante esterna (membrana primaria), che può essere più o meno spessa ed evidente sino a ridursi a una pellicola di tensione superficiale, di un nucleo, per lo più sferico, nell'interno, e di organelli. Alle volte (c. vegetali, c. uovo), la c. è avvolta da un guscio o membrana secondaria (cellulosa delle c. vegetali e membrana pellucida dell'uovo). Il protoplasma che circonda il nucleo è detto citoplasma e quello del nucleo carioplasma.

La c. è stata scoperta nel 1665 da Hooke nel sughero e vista in animali e piante da Lecuwenoek (1632-1723); Malpighi nel 1675 considera le c., che chiama utricoli, come i costituenti fondamentali delle piante.

Nel 1831 Brown considera il nucleo un costituente fondamentale delle c.; Mohl nel 1850 osserva la divisione cellulare.

La struttura del nucleo ha assunto grande importanza da quando si vide il compito che gli spetta nei fenomeni ereditari specie ad opera di suoi costituenti : i cromosomi (v.). Questi corpicciuoli, per lo più a forma di bastoncelli diritti o ripiegati a V si osservano assai bene nel nucleo nel momento in cui la c. è in attività di divisione. Non si osservano nel nucleo a
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Cellula - C. indifferenziata vegetale (1) e animale (2): m. membrana di cellulosa; c. cloroplasti; c. vacuoli; n. nucleo; d. stratioplasma (sost. di riserva dell'uovo); ri. citoplasma; co. condrioma; c e. centrosoma (in rapporto con l'apparato della sfera); m. nucleoli.
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(propr. Enc. Catt.)
Cellula - Alcuni tipi di c. differenziate. 1. oocita (cellula uovo): 2. amebocita (leucocita); 3. epitelio cubico; 4. epitelio pavimentoso; 5. eritrocita; 6. cellula nervosa; 7. spermatozoo; 8. cellula connettivale; 9. cellule muscolari.
riposo, sebbene si voglia considerare presente il filamento assiale o cromonema, essendo questa una condizione, per alcuni molto importante, per spiegare la trasmissione dei caratteri ereditari. Il numero dei cromosomi è costante in tutte le c. degli individui di una determinata specie animale o vegetale, in assetto semplice (spliside) o raddoppiato (dipleide).

Da un punto di vista puramente strutturale nel nucleo a riposo si vedono zolle di cromatina immerse nel succo nucleare. Chimicamente la cromatina è formata da nucleoproteidi e da acido ribo- e desossiribonucleinico (o timonucleinico). Nel citoplasma si trovano altri organelli e strutture: il condrioma, formato da granuli o filamenti costituiti da fosfolipoproteidi, che ha grande importanza in molte manifestazioni delle cellule tra cui la elaborazione dei secreti e la formazione di strutture differenziative; l'ergastoplasma, la parte più densa del citoplasma considerata da alcuni autori quale citoplasma superiore (Garnier); l'apparato della sfera, di forma raggiata, che durante la divisione cellulare si divide in due parti che si portano ai poli. Il reticolo o apparato di Golgi, il lacunoma, i paranuclei, ecc. rappresentano altre formazioni di grande importanza per l'estrinsecazione dei fenomeni vitali della cellula. Particolare importanza ha la struttura della membrana cellulare primaria perché, pur avendo gli attributi fisici delle membrane fisiche, ha delle proprietà speciali, che non ci resta che definire vitali, quale è il potere di scelta che nessuna membrana fisica possiede.

Da un punto di vista chimico il citoplasma fondamentale è un complesso di protidi e lipidi (lecitine e steroli) imbibiti d'acqua e contenenti sali minerali.

Tutte le c., per il fatto d'essere viventi, hanno delle proprietà fondamentali caratteristiche. Esse sono: l'assimilazione, cioè la capacità di trasformare sostanze eterogene in sostanze simili alla propria costituzione,

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di fabbricare cioè nuova sostanza vivente propria; la disassimilazione, cioè la proprietà di scindere i composti organici sintetizzati e di liberare energia, la riproduzione, cioè l'attitudine a dividersi in due cellule figlie dopo un periodo di accrescimento : l'ec citabilità, cioè la capacità di percepire degli stimoli del mondo esterno (sensibilità) e di reagire in vario modo (reattività) con movimenti, secrezioni, produzione di luce, colore, ecc. Con la divisione del lavoro le singole funzioni si esaltano in vari gruppi cellulari che si modificano in modo specifico, ovvero si differenziano; si vengono cosi a costituire i vari tessuti. E compito della istologia lo studio dei tessuti. Col differenziamento istologico le c. vengono ad assumere la forma e la struttura più adatta al lavoro specifico perdendo l'aspetto subsferico e poligonale degli elementi indifferenziati embrionali.

Tra le c. differenziate meritono di essere ricordati: globuli rossi del sangue, di forma idrodinamica, atti a correre nel torrente circolatorio che, per aumentare la superfice per gli scambi gassosi nei mammiferi, assumono la forma di dischetti biconcovi e perdono il nucleo per poter contenere una maggior quantita di pigmento respiratorio, l'emoglobina; le cellule nervose, che producono delle propaggini anche lunghissime atte a raggiungere, attraverso i vari tessuti, gli organi sensoriali periferici o recettori, o gli organi reattivi o effettori, quali i muscoli e le ghiandole; le fibre muscolari lisce, allungatissime nel senso della contrazione, nel cui citoplasma si differenziano miofibrille contrattili. Spesso per il raggiungimento di unità funzionali, l'individualità delle c. viene perduta per la fusione di varie c. in sincizi polinucleati: tali sono, ad ex., le fibre muscolari striate dei muscoli scheletrici e del cuore, molti elementi connettivali, ecc. Con l'acquisizione del differenziamento specifico le c. perdono la proprietà di riprodursi e sono pertanto destinate più o meno presto ad essere usurate dal lavoro e distruggersi, come nel caso delle c. epidermiche (desquamazione) e dei globuli del sangue. Occorre pertanto che in questi tessuti permangano delle riserve giovani cosi da sostituire le cellule che via via musiono: tale è lo strato germinativo per l'epidermide e il midollo osseo per le c. del sangue. Questi tessuti hanno lo stesso significato dei tessuti cambiali dei vegetali.

Ma non tutti i tessuti dell'organismo hanno una usura fisiologica cosi intensa. A questi tessuti labili (secondo la classificazione di Bizzozzero) fanno riscontro i tessuti ad elementi stabili ed i tessuti ad elementi perenni. Nei primi la riproduzione continua sino alla fine dell'accrescimento corporeo e poi si arresta (ad es., nel fegato); nei secondi la capacità riproduttiva si arresta nelle prime fasi dello sviluppo embrionale e le medesime c. accompagnano l'organismo per tutta la vita. Tipico tessuto ad elementi perenni è il tessuto nervoso, il tessuto in cui il differenziamento si esplica nel massimo grado cosi che singole c. nervose con struttura specifica assumono una specifica funzione di significato fisiologico caratteristico. Le c. nervose delle forme superiori e soprattutto dell'uomo sono depositarie delle più elevate manifestazioni psichiche e ben si comprende come le condizioni di educazione e di memoria si possono conciliare solo con la condizione perenne di queste c. E noto d'altro canto come la distruzione di particolari territori nervosi, annullino certe particolari attività mentre le altre funzioni nervose rimangono indenni; e se le c. nervose sono distrutte, le funzioni ad esse legate non possono essere più ripristinate.

Bull.: A. Pensa, Istologia, Milano 1925; A. Branca e J. Verne, Précis d'Itologie, Parigi 1934; F. Pardi, Istologia, Pisa 1935; G. Levi, Trattato di Istologia, 4^{°} ed., Torino 1947.

Alberto Stefanelli
CELLULARE, TEORIA. - Con la scoperta della cellula, si maturò l'idea della costituzione cellulare di
tutti gli animali e le piante. Però solo nel 1838 Schleiden per i vegetali e nel 1839 Schwann per gli animali formulano questa concezione che fu definita teoria o dottrina cellulare, e cioè : i metozoi e i metalli si debbono considerare costituiti da una colonia di organizzazioni semplici, le cellule, e la vita dell'insieme è data dalla somma delle vite elementari. I protozoi e i protofiti rappresentano organizzazioni formate da una sola cellula. Nel 1850 Milne-Edwars introduce il concetto di divisione del lavoro per cui le cellule dei vari tessuti si specializzano per un determinato lavoro assumendo la forma più adatta per il suo compimento (differenziamento istologico). Con la scoperta della divisione cellulare, fatta nel 1850 dai Mahl nelle alghe filamentose e quindi confermata da Naegeli nelle piante superiori e di Vogt, Kolliker, Remak, ecc. negli animali, si intui che la colonia aveva origine per divisione successiva di una cellula iniziale capostipite quale è l'uovo. Il Virchow, grande patologo tedesco, formula il noto aforisma: "Omnis cellula a cellula" e considera le malattie quali alterazioni cellulari che si manifesterebbero durante le divisioni.

La teoria c. cosi come è stata formulata, trova in Haeckel un fervido sostenitore poiché essa si accordava assai bene alla idea evolutiva trasformista collegando sullo stesso piano costitutivo il protosso e l'uomo.

La concezione coloniale delle forme superiori venne però ben presto criticata da grandi menti della biologia quali furono Wolfango Goethe e poi il Driesch. Infatti la vita dell'insieme che costituisce una individualità superiore è qualche cosa di più della somma delle vite dei componenti elementari. Vi è una vita di ordine superiore che non è costruita dalle parti ma che anzi si sovrappone ad esse, le domina e le regola. Il De Bary, tra i botanici, disse che non sono le cellule che fanno gli alberi, ma gli alberi che fanno le cellule, significando appunto il dominio dell'unità superiore sulle attività delle singole cellule che la compongono. Ma la teoria c., verso la fine dell'800, venne aggredita anche sul piano puramente strutturale. Si cominciarono innanzi tutto a criticare i vari organelli cellulari considerandoli artefatti dalla tecnica istologica e cosi si dimostrò che la struttura del citoplasma (granulare, filare, alveolare) assumava i vari aspetti e seconda del fissativo usato (Hardy e Fischer, 1899). Infine venne attaccata l'unità stessa delle cellule arrivando però a degli eccessi. Così il Rhode, allinizia di questo secolo, fu una istologia senza parlare mai di cellule. I plasmodesmi (ponti protoplasmatici tra cellula e cellula), i tessuti plasmodiali (in cui si ha divisione del nucleo senza divisione del citoplasma) i tessuti sinciziali (formati dalle fusioni di cellule in masse protoplasmatiche non suddivise), i tessuti in cui prevalgono le parti intercellulari (quali i connettivi), sono stati considerati quali documenti contro la dottrina cellulare.

Vengono inoltre descritti organismi non suddivisi in cellule, come alcune alghe (Caulerpa), e organismi acellulari vengono prodotti sperimentalmente, quali le larve di Caetopterus di Lillie.

Così i protozoi vengono considerati non una sola cellula ma una organizzazione ben più complessa non cellulare. Altre condizioni acellulari di viventi, quali i batteri e i virus, vengono a limitare il concetto universale di questa dottrina. Questo punto di vista estremista contro la t. c. è però oggi da considerarsi superato dalla evidenza di altri fatti.

Se non vi è più dubbio che esiste una vita superiore che è di gran lunga più che la somma delle vite delle cellule e che non è da queste formata ma che queste domina e governa, non vi è dubbio altresi che le cellule che compongono l'organismo hanno una loro vita indipendente che si manifesta soprattutto se cessano i rapporti con l'unità superiore.

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Prime dimostrazioni in proposito si possono considerare quelle date nel 1897 dal Tirelli che studiò la sopravvivenza dei tessuti nel cadavere. Dopo la morte dell'insieme, dopo l'estinzione della vita superiore, le varie cellule continuano a vivere per un certo tempo e in varia misura a seconda dei tessuti. Finiscono per morire anch'esse perché la cessazione delle funzioni organiche collettive non permette più gli scambi al livello delle singole cellule necessari per la loro vita.

Ma ancor più dimostrativo è il metodo della cultura dei tessuti che consiste nell'isolare da un organismo un frammento di tessuto in vitro e di coltivarlo, nutrendolo, e lavandolo per asportarne i prodotti del ricambio. Questo metodo, perfezionato dal Carrel, ha permesso di mantenere in vita ed in continua riproduzione le cellule di embrione di pollo per circa vent'anni, cioè per un tempo ben più lungo di quello che avrebbero vissuto se fossero rimaste a far parte del pollo stesso. E l'estinzione del ceppo dipese da cause puramente accidentali. Cosi si son potute coltivare cellule ancor vive prelevate da un cadavere e farle moltiplicare attivamente.

Si è visto così che l'attività proliferativa delle cellule è assai maggiore in coltura, isolate dall'organismo superiore, che nell'organismo stesso. Questo a conferma dell'azione regolatrice della individualità superiore sulla attività dei singoli elementi. Teoricamente la vita delle cellule è indefinita: è il loro reciproco legame nel soma della individualità superiore che condanna le cellule a morire con esso. La t. c. non è quindi morta, ma deve essere modificata nella sua impostazione.

Bisogna emmettere che esistono organismi con organizzazione non cellulare, quali i batteri, i virus e qualche altra forma inferiore (alghe azzurre). I protozoi, benché abbiano una organizzazione cellulare, sono qualche cosa di più di una cellula e ciò in relazione alla loro vita indipendente. I metazoi e i metafiti sono multicellulari in quanto sorgono dalla divisione successiva di una cellula iniziale (uovo e oosfera). Nei primi stadi embrionali si può forse parlare di una vera colonia di cellule ma, inoltrandosi lo sviluppo, si stabilisce una individualità superiore che domina la riproduzione e l'attività dei componenti. Con lo sviluppo le varie cellule, per la divisione del lavoro, si differenziano nei diversi tessuti. In questo processo le cellule possono anche perdere la loro individualità anatomica e unirsi in masse più estese, come, ad es., nelle fibre muscolari striate, se la funzionalità lo richiede, o produrre strutture extracellulari che, alla fine, vengono ad avere una preponderanza sulle cellule stesse, come nei connettivi, ma sono formazioni sempre dipendenti dalla condizione cellulare.

L'organismo pluricellulare non è quindi una colonia di cellule ma piuttosto una associazione. Si può concludere col Cotronei (a p. 9 dell'op. cit. in bibl.): «L'organismo vivente è dunque una associazione di elementi dotati di relativa autonomia che costituiscono una entità di ordine superiore che domina e dirige la vita dei singoli elementi. Questa dipendenza della vita dei singoli elementi dalla vita dell'organismo, possiamo ritenere sia tanto più elevata quanto più elevato è il grado di organizzazione».

Bib.: E. B. Wilson, The cell in development and heredity, Nuova York 1928; G. Cotronei, Biologia e Zoologia Generale, Roma 1938; G. Levi, Trattato di Istologia, Torino 1947.

Alberto Stefanelli
CELSIUS, Olof (Olaus). - Botanico ed exegeta luterano svedese, n. nel 1670 e m. il 24 giugno 1746. Conosceva l'arabo, del quale si servì per determinare i nomi ebraici delle piante. Per lo stesso scopo il re Carlo XI nel 1696 lo fece a sue spese viaggiare per i paesi principali d'Europa; visitò Germania, Olanda, Italia e Austria. Ritornato in Svezia ( 1698 ), insegnò
greco, lingue orientali e teologia nell'Università di Uppsala; fu uno dei primi maestri di Linné, che diede il nome di C. ad una pianta (Celsia).

Delle sue cognizioni di storia naturale si servì per spiegare la S. Scrittura. Pubblicò prima dissertazioni, che poi riunì nell'opera sua principale: Hierobotanicon (Uppsala 1745 e 1747, Amsterdam 1748). Altre sue opere: De lingua Notii Testamenti originali (Uppsala 1707); De spendrio iudaico (Stoccolma 1709); De versionibus Bibliorum Sueco-Gothicis (ivi 1717); De lotione manuum Iudaeis usitatis (Uppsala 1717); De titulis Psalmorum (Stoccolma 1718); De legibus Hebraeorum bellicis (Uppsala 1722); De templo Samaritanorum in Garizim (ivi 1722).

Bib.: A. Regnier, s.v. in DB, II, coll. 398-99.
Arduino Kleinhans
CELSO, santo, martire: v. nazario e celso, santi, martiri.

CELSO. - Filosofo del sec. in autore di scritti contro il cristianesimo. La persona, l'opera, il pensiero di C. ci son noti solamente dalla confutazione che ne fece Origene (v.) nel Contra Celsum. Filosofo platonico, fu da taluni identificato, pare a torto, con l'omonimo seguace della scuola epicurea, autore del fiere adryor ("Contro i maghi"), amico di Luciano. Scrisse un'opera contro i cristiani, probabilmente in due libri (Origene, op. cit., IV, 36), l' 'A λ η vartheta η̃ ς Aó γ ° ς ("La vera dottrina»). Quest'opera ci fu conservata nella citata confutazione di Origene, secondo il Neumann almeno per 9/10, di cui ca. 3 / 4 nel testo letterale; il Glöckner pensa che solo all'inizio della confutazione Origene non abbia riprodotto integralmente il testo, mentre in tutto il resto non avrebbe omesso che delle ripetizioni e dei particolari insignificanti. Fu composta probabilmente in Egitto fra il 178-80.

E il primo scritto di ampio respiro della polemica anticristiana, in cui i vari motivi già noti sono sistemati, sviluppati e accresciuti con materiali nuovi. C. attacca il cristianesimo armato d'una buona conoscenza delle correnti filosofiche del tempo, attingendo volentieri, oltre che al platonismo, alla dottrina epicurea. Conosce pure la Bibbia, vari apocrifi, la primitiva letteratura apologetica. E al corrente delle condizioni dei cristiani, delle dottrine ortodosse ed eretiche, specialmente gnostiche. Taccia i cristiani d'ignoranza, d'oscurantismo, di fanatismo; considera il Vecchio Testamento come un tessuto di favole antropomorfiche, Gesù un ciarlatano impotente a salvarsi, abbondonato dai suoi discepoli; ritiene assurdo l'incarnazione; nega il valore dei miracoli e delle profezie; rinfaccia ai cristiani le loro divisioni; rifiuta la Risurrezione; afferma che Cristo lesse Platone, da cui molto desunsero i cristiani; conclude invitando i cristiani a riprendere posto nella vita sociale per far fronte unico coi pagani contro il pericolo barbarico.

Non priva d'interesse in se stessa per l'acume e la vivacità polemica, l'opera è importante, soprattutto storicamente, come documento della mentalità pagana di fronte al cristianesimo. Infiul particolarmente sulla polemica anticristiana del neoplatonismo; Ierocle vi si ispirò, anche nel titolo, nei λ ó γ o 1 oı λ α λ η̂ vartheta ε ι ς. Certi atteggiamenti di C. perdurano anche nel razionalismo moderno.

BibL.: Opere: in Origene: PG 2, 641-1632; P. Kötschau. in Die griech. christl. Schriftsteller der ersten drei Zahrh., I-II, Berlino 1899. Ricostruzione di Th. Keim, Celsus' Wahres Wort, Zurigo 1873; O. Glöckner (Lietzmann, Kleine Texte, 121), Bonn 1924, Studi: G. Bareille, s. v. in DThC, II, coll. 2090-2120; E. Buonsiuti, Una polemica religiosa al III sec. in Riv. storico-critica delle scienze teol., 3 (1906), pp. 832-50; J. Gefleken, Zwei griechische Apologeten, Lipsis e Berlino 1907, pp. 236-87; O. Glöckner, C. 'A λ η vartheta η ς A ἠ σ ς, Münster 1923; id., Die Gottes- und Weltanschauung des C., in Philologus, 82 (1927), pp. 320-52. A. Miura-Stange, Celsus und Origeneu, Giessen 1926; P. de Labriolle, La réaction palenne, Parigi 1934, p. 109 sg.; R. Bader, Der 'A λ η vartheta η ς A ἐ ρ ι ς des Keltas (Tablinger Beiträg. zur Altertumswissenschaft), Stoccarda-Berlino 1940; A. Wifszende Die wahre Lehre des Keltas, Lund 1942; O. Cataudella, C. e gli apologeti cristiani, in Nuovo Didashalelon, Catania 1947.

Michelle Pellegrino

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CELSO. - Scrittore cristiano il quale tradusse dal greco fedelmente il dialogo di Aristone di Pella e lo dedicò ad un vescovo Vigilio con una lunga accompagnatoria. Non pare che questo Vigilio sia il vescovo di Tapso (v.) della fine del sec. v. dato l'interesse di C. per la polemica antigiudaica e la terminologia cristologica arcaica. Allora la menzione di una forte persecuzione dovrebbe riferirsi a quella di Valeriano o Massimiano e lo scritto sarebbe da attribuirsi al sec. III.

La versione del dialogo è andata perduta ma la lunga dedica si conserva tra gli apocrifi di s. Cipriano (cd. Hartel, in CSEL, III, III, pp. 119-32).

Bin.: Schatz-Krüger, III (1922), p. 381; Moricca, I, p. 338 .

Antonio Ferrua
CELSUS (celsi), Angelo. - Nobile romano, n. nel 1600 , m. il 6 nov. 1671. Dottore a in utroque iure », fu nominato uditore della S. Romana Rota nel 1643 e cardinale nel 1664. Ricoprì varie cariche, tra cui la prefettura della S. Congregazione del Concilio. Lasciò una raccolta di Decisiones S. Rotae Romanae (Roma 1673).

Agatangelo da Langasco
CELTES (Celtis), Conrad. - Umanista (il suo vero cognome era Pickel), n. a Wipfeld, presso Würzburg, il 1^{°} febbr. 1459, m. a Vienna il 3 febbr. 1508. Fu uno dei massimi propagatori dell'umanesimo paganeggiante nei paesi tedeschi. Fece grandi viaggi, specialmente in Italia (1486), Polonia, Ungheria; nel 1487 ebbe il titolo di poeta laureatus; fondò società letterarie umanisti che(Sodalitas rhenana, Hungarorum, Danubiana), fu professore a Ingolstadt (1492), e fu chiamato dall'imperatore Massimiliano a Vienna (1497). Suo merito è di aver dato un po-
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(Int. Bildearchiv d. G. Kationalskizitskait)
Celtes, Conrad - Sepolcro - Vienna, chiesa di S. Stefano.
tente impulso agli studi classici, e di storia universale e locale (da ricordare la prima pubblicazione delle commedie di Hroswitha da Gandersheim, 1501).

Opere: Ars versificandi, Lipsia 1486; Libri amarum, Norimberga 1502; Odoe, Vienna 1513; ecc.

Bin.: E. Klüpfel, De vita et scripsis C. C., Friburgo in Br. 1827; J. W. Nagl-J. Zeidler, Deutsch-Osterr. Literaturgeschichte, I, Vienna 1899, p. 441 529.; G. Bauch, Die Rezeption des Humanismus in Wien, ivi roa3; A. Wernunghoff, C. C. und sein Buch über Nioridore, ivi 1921; E. Tomck, Kirchenarch. Osterreichs, II, Innsbruck-Vienna 1948, passim. Giuseppe Low

CELTI. - Con tale nome le fonti greche indicano un gruppo di popoli della famiglia ariceuropea, che, stanziati probabilmente fin dal neolitico, in una regione delimitata all'incirca dal mare del Nord e dalle Alpi, dal Reno e dal Danubio, iniziarono nell'età del bronzo la diaspora che li condusse a occupare quei territori nei quali sono rintracciabili in età storica.

Somalano: I. Preistoria. - II. Religione. - III. Evangelizzazione. - IV. Liturizia. - V. Arte.

1. Preistoria. - I C. si rendono apprezzabili in epoca relativamente tarda, quando cioè entrano in contatto con l'Europa culta del bacino del Mediterraneo. Ma allorché Ecates (vi sec. a. C.) fa di loro la prima menzione, s'era già svolto un lunghissimo periodo di storia celtica, precisamente quello contrassegnato dalle grandi migrazioni, periodo che, non senza disparità di vedute da parte degli studiosi, può essere ricostruita in base ai reperti paletnologici e archeologici. Dai quali si può stabilire con sufficente sicurezza che i C. si stanziarono nei primi secoli dell'età del bronzo ( 1800-800 a. C. ca.) nella Francia nord-orientale e orientale (forse anche con qualche puntata nell'arcipelago britannico), per occupare poi l'intera Francia (Gallia, secondo la generica denominazione dei latini), la Britannia e l'Irlanda, la penisola iberica fino alle pendici meridionali del Portogallo, e l'Italia settentrionale (Gallia cisalpina: fra le Alpi, I pendii settentrionali dell'Appennino e l'Adige). Il travaglio celtico non può dirsi concluso con queste prese di dimora, ché anche in età storica i C. non cessarono di agitarsi, soprattutto a scopo di rapina: sacco di Roma nel 390 a. C., saccheggio di Delfi nel 278 a. C., seguito questo dal passaggio in Asia Minore, dove vennero costituite le tre tetrarchie di Galazia (v.), che si mantennero indipendenti fino al 25 a. C. Alla mancanza di una letteratura celtica, s'aggiunge, a rendere ancor più problematica la ricerca su questi popoli, il fatto che i C. da un lato furono portati ad assimilarsi alle popolazioni autoctone dei territori nei quali si riversavano formando popolazioni ibride (C.-Traci, C.Sciti, Celtiberi, ecc.) e che, dall'altro, entrarono ben presto nella sfera d'espansione romana, dalla quale civiltà finirono per essere totalmente assorbiti. Oggi solo la Scozia, l'Irlanda e l'isola di Man sono celtiche.

Per le notizie dei C. in età storica v. britanNia, GALAZIA, GALLIA, IRLANDA.

BinL.: G. Dottin, Manuel pour servir à l'étude de l'antiquité celtique, 2^{°} ed., Parigi 1912; H. Hubert, Les Celtes et l'exportion celtique jusqu'à l'époque de La Tène, ivi 1932; J. Pokorny, Zur Urgeschichte der Kelten und Illyrier, Halle 1938.
II. Religione. - Le fonti per la conoscenza della religione dei C. sono paletnologiche, letterarie e archeologiche. Fra le prime, riguardanti le popolazioni autoctone dei paesi nei quali i C. si stanziarono in successive ondate, e le seconde (divisibili in due gruppi : uno rappresentato da scrittori dell'età ro-mano-imperiale, Cesare, Diodoro Siculo, Strabone, ecc., l'altro rappresentato dagli evangelizzatori del primo medioevo, s. Gregorio di Tours, s. Patrizio,

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ecc.) corre un lasso di parecchi secoli, per cui è difficilissimo conoscere le origini delle credenze religiose celtiche e tracciarne lo sviluppo. Per di più le fonti letteraric rappresentano piuttosto la «interpretatio romana" e la «interpretatio christiana" della religiosità celtica, sì che, sotto molti riguardi, le conoscenze sono ipotetiche.

I reperti paletnologici sono rappresentati da costruzioni megalitiche, menhir, cromlech e dolmen (monumenti sepolcrali della più recente età litica), indici di una religiosità evoluta (culto dei morti, credenza nell'immorta-
lità dell'anima, ecc.) che non mancò di esercitare notevole influsso sulla formazione della civiltà celtica, tanto che da taluno si è creduto che i druidi (v.), i principali sacerdoti dei C., traggano la loro origine dalle culture pre-celtiche.

Le principali divinità secondo Cesare erano Mercurio (il dio supremo, barbato, accompagnato da una parufra, Rosmerta), Apollo, con prerogative di salvatore e di risanatore (come tale portava l'appellativo di Bormo o Borvo) e una compagna (Damona o Bormona), Marte, dio guerricro, associato a una dea, Giove, che nei monumenti figurativi ha una ruota (il tuono?) e una doppia spirale (il fulmine?), ed è rappresentato a cavallo, vincitore d'un gigante, Minerva, il cui appellativo, Belisama, la connette con il sole, e Dis Pater, considerato il pro-
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genitore dei Galli.

Oltre a queste, portanti nome romano e distinguibili per mezzo degli attributi e degli appellativi, le fonti letterarie e, soprattutto l'epigrafia testimoniano di divinità dal nome celtico. Tra esse Eaus, Taranis (connesso con il tuono?), forse un dio del cielo, Teutates, appellativo più che nome proprio (da touta, tōta, * teuta = tribù : dunque il dio della tribù), Ogmios, di difficile interpretazione, per quanto già in Luciano assimilato a Ercole, e Epona, una dea dei cavalli. Particolare culto dovevano avere le divinità femminili se si considera il grande numero di nomi di dee che l'epigrafia ha tramandato (ca. 400): fra esse le Matres o Matronae (divinità agricole) e ninfe protettrici di fonti e di fiumi. Questo quadro di religiosità naturalistica si completa con il culto degli alberi, quello di animali, come il cinghiale, il cavallo, il toro ecc.

I templi, in origine e fino alla conquista romana, erano sconosciuti, e il culto, del quale si conosce soltanto un gruppo di feste della fecondità (precisamente a) tramandato da fonti irlandesi, si praticava presso alberi o fonti consacrate.

Il patrimonio di credenze escatologiche (un al di là raggiungibile con viaggio marino, luogo di delizie in tutto terrene), e la fede nell'immortalità dell'anima erano impartito dai più importanti dei due gruppi sacerdotali, il druidico, mentre ignote rimangono le prerogative dei guttuatri.

Bibl.: Fonti: A. Holder, Altschlischer Sprachschatz, 3 voll., Lipsia 1896-1912: A. Blanchet, Traité des monnaies gauloises, Parigi 1902; E. Espérandieu, Recueil général des bas-reliefs, statues et bustes de la Gaule romaine, 11 voll., ivi 1907-33; R. I. Best, Bibliography of Irish Philology, 2 voll., Dublino 1913-42; W. Krause, Religion der Kelten (Bilderatlas zur Religionsgeschichte, 17), Lipsia 1933; I. Zwicker, Fontes historiae religionis celticae, Berlino 1934. Letteratura: H. Hubert, Les Celtes depuis l'époque du La Tène et la civilisation celtique, Parigi 1932, pp. 273-300; M. L. Sjoestedt, Dieux et héros des Celtes, ivi 1940; A. Grenier, Les Gaulois, ivi 1943, pp. 332-373; T. H. O'Rehilly, Early Irish History and Mythology, Dublino 1946; R. Petrazzoni, Divinità del poganesimo degli antichi popoli europei, Roma 1946, pp. 2248; J. Vendryca e altri, Les religions des Celtes... (Mana, 3), Parigi 1948, pp. 239-320; V. Pisani, La religione degli antichi C., in P. Tacchi Venturi, Storia delle religioni, II, 3 vd., Torino 1949, pp. 101 128. Mario Camozzini III. EvangelizZAZIONE. - v.: BnITANNIA; GALAZIA; GALLIA; IRLANDA. IV. Liturgia. -

Con tal nome, usato per primo dal Mabillon, viene indicato il rito già in uso fra le popolazioni delle isole britanniche e della Bretagna Armorica. I vari centri liturgici di queste isole si svilupparono separatamente; e i monaci celti, famosi viaggiatori, lungi dall'idea di comporre una nuova liturgia, si limitarono a prendere da quelle esistenti quanto loro conveniva, armonizzando i singoli elementi e dando loro spesso un carattere personale.

1. I testi. - I principali documenti di questa tradizione liturgica sono: a) il Messale di Stace (ora nella biblioteca dell'Università di Dublino), raccolta scritta per uso di qualche chiesa monastica. Contiene l'ordinario della Messa con il Canone, tre messe speciali, l'ordine del Battesimo, della Comunione e dell'Unzione depl'infermi, il tutto seguito da un trattato in irlandese sulle cerimonie della Messa. Sebbene non sia facile assegnare una data al manoscritto, è certo che esso è anteriore al sec. ix. b) l'Antifonorio di Bangor, proveniente dall'abbazia di Bangor (Irlanda), ove fu scritto alla fine del sec. vir, e trasmigrato più tardi a Bobbio. Contrariamente al titolo, vi si trovano anche inni, orazioni, parti di salterio, cantici e benedizioni, per cui sembra sia un estratto di vari libri liturgici fatto ad uso dell'abate. Trovasi ora nella biblioteca Ambrosiana di Milano. c) i Frammenti di Armagh (nella biblioteca del Trinity College di Dublino), celebre manoscritto copiato da Ferdomnash nell'807 o 808, ove fra importanti brani liturgici compare l'Hanc igitur del Canone della Messa con l'aggiunta diesque nostros di Gregorio Magno. d) il Maritologico di Oengus, redatto in versi irlandesi al principio del sec. ix importante per la conoscenza delle feste e del culto dei santi nei paesi celtici. A questo elenco si devono aggiungere vari salteri, rituali, innari, penitenziali, trattati, ed un certo numero di frammenti di minore importanza. Non

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devono trascurarsi i libri di devozione privati, e primo e) il Libro di Cerne (nella biblioteca dell'Università di Cambridge), scritto nel sec. ix e proveniente dall'abbazia di Cerne, ove l'influsso delle preghiere liturgiche è assai marcato, si da cogliere un'idea esatta della pietà celtica. Un posto speciale occupa f ) il famoso Messale di Bobbio (ora nella biblioteca Nazionale di Parigi). Checché si voglia pensare della sua origine e della sua supposta provenienza irlandese, vi compaiono elementi irlandesi in gran numero, o meglio una combinazione di elementi romani, gallicani, visigoti, redatta in
stile celtico. Mabillon l'ha designato con il nome di Sacramentario gallicano ed a questa opinioneritorna in sostanza, dopo ripetuti ondeggiamenti e ipotesi di liturgisti, il Wilmart, che per ultimo ha dedicato al manoscritto uno studio profondo ed esauriente (The Bobbio Missal. Notes and Studies [Henry Bradshaw: Society, 61], Londra 1924).
2. Le origini. E oltremodo difficile, con materiale così incompleto, ricostruire un quadro esatto della liturgia celta, e più ancora rendersi conto delle sue origini. I frammenti posseduti sono in realtà poco originali, ritrovandevisi tracce della liturgia romana, gallicana, mozarabica, milanese,
e, in certo senso,
persino di quelle orientali. In confronto, il nucleo strettamente celtico si riduce ad alcune formole di benedizione o di esorcismo, a varie litanie, a delle apologie e confessioni, e a numerosi inni.

La fisionomia propria degli usi liturgici irlandesi ha spinto alcuni teologi anglicani a ritrovare la loro origine nelle liturgie orientali, e più precisamente ad Efeso negli immediati discepoli di s. Giovanni, facendo così della liturgia celta una liturgia efesina in opposizione alla petrina. Ma questa tesi è ormai abbandonata. A parte il fatto che le relazioni fra le isole britanniche e l'Oriente sono per la maggior parte leggendarie, è impossibile conoscere quale sia stata la vera liturgia di Efeso. In ogni caso le formole e i riti celti nel loro insieme sono più istini che orientali. L'opinione che presenta i cristiani celti come dei separatisti, in opposizione a Roma, o per lo meno, sotto il punto di vista dottrinale, indipendenti da ogni influenza dell'Urbe, è contraddetta dal carattere della liturgia celta, sì penetrata di elementi romani. Sta il fatto invece che le relazioni delle isole britanniche con il mondo cristiano del continente furono più frequenti di quanto ordinariamente si creda. Nel sec. IV-v s. Vittricio di Rouen e s. Germano d'Auxerre soggiornarono lungamente in Britannia; e presso quest'ultimo s'iniziò alla vita e alla coltura ecclesiastica l'apostolo dell'Irlanda, s. Patrizio. Fu forse papa Celestino I che inviò in Irlanda
il suo primo vescovo nella persona di Palladio (431), Il bretone s. Niniano, prima di evangelizzare i Pitti. ricevé la sua formazione a Roma, ed ebbe pure contatti con s. Martino di Tours. Anche Faustino di Riez, bretone di origine, mantenne frequenti relazioni con la sua patria. L'influenza di questi personaggi nello sviluppo delle usanze liturgiche nelle isole britanniche, non fu certo secondaria. Attraverso questa rete di corrispondenze e di viaggi, elementi liturgici trasmi-
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(du DAUL, II, col. 911-12)
Celti - Messale di Bobbio d'urigine gallicana con influssi irlandesi. Orazioni per la vigilia di Pasqua e Exultet, attribuite a s. Agostino. Parigi, biblioteca Nazionale, mes. lat. 13246, ff. 109²-100.
ni dopo la sua morte (46I) vedono lentamente disgregarsi la compattezza dell'edificio liturgico e crearsi una serie di cellule separate, con particolarità cultuali spesso considerevoli. E interessante seguire nel Catalogus sanctorum Hiberniae secundum diversa tempora, compilato nel sec. vir, questo processo di sbildamento. Soltanto a partire dalla metà del sec. vir, quando l'Irlanda del sud adottò la Pasqua romana, la liturgia celta assorbì nuovamente elementi romani. L'Antifasario di Bangor, della fine del sec. vir, è ancora puramente gallicano. Sembra dunque essere stata la Gallia ad esercitare un forte influsso sulla formazione dei riti irlandesi. Difficile invece spiegare la presenza di elementi mozarabici nella liturgia celta. Le opinioni sinora pronunciate non hanno risolto il problema e si appoggiano su ipotetiche trasmigrazioni di C. cristiani dall'Irlanda nella Galizia spagnola.
3. La Messa. - E soprattutto nel rito della Messa che si trova l'influsso delle liturgie continentali. a) La preparazione della Messa secondo il Messale di Stowe comprende una confessione dei peccati, una lunga litania ove sono ricordati tutti i santi nazionali, e un'apologia sacerdotis, cioè una formula in cui il celebrante dichiara la propria indegnità prima di accostarsi all'altare. La preparazione delle Oblate sembra avesse luogo, a somiglianza del rito gallicano, prima dell'ingresso del sacerdote, e comportava alcune preghiere con speciale ricordo delle singole persone della S.ma Trinità. Questo riferimento alla Trinità è messo

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(ft. Jliuari)
BUSTO BRONZEO DI COSIMO I DE' MEDICI - Firenze, museo Nazionale.

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MINIATURA DI SCUOLA IRLANDESE. Frammenti di codice del sec. viII-18, inseriti nell'Esposizione del Credo del Cavalca (ms. del sec. xv). A sinistra: Ascensione di Cristo, l'Angelo e gli Apostoli (Act. 1,11). A destra: Cristo con croce circondato da eletti - Torino, biblioteca Nazionale G. IV, xn.

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in frequente rilievo durante la celebrazione eucaristica, ed è una caratteristica delle liturgie celte. Il resto seguiva da vicino l'ordine romano. Dopo il canto dell'Alleluia all'Epistola, aveva luogo una solenne litania, la cosiddetta Depresaria v. Martini, di schietta intonazione orientale, il cui testo, tradotto dal greco, compare anche in altre liturgie occidentali. Speciale importanza aveva la formola di consacrazione. Il celebrante s'inchinava tre volte alle parole accepti Iesus ponere, mentre il popolo giaceva prostrato. Tale preghiera veniva chiamata periculum ovata e nessuno doveva turbarne il silenzio. Il penitenziale di Commean stabilisce una penitenza di cinquanta colpi al sacerdote che s'inceppasse nel pronunciarla. In margine ad alcuni messali era scritta addirittura l'avvertenza: periculum. La Comunione era circondata da riti e da canti che le donavano una grande solennità. Fra questi ultimi deve collocarsi il famoso inno "quando commonicarent sacerdotes» Sancti venite, Christi corpus sumite, conservato nell' Antifonterio di Bangor, di una ispirazione cosi clevata da far rimpiangere la perdita di altre composizioni del genere. I testi del "postcommunio" sono presi dai libri romani, mentre il congedo veniva annunciato con queste parole: Missa acta est. In pace.
4. I Sacramenti. Lo stesso carattere di composizione presentano i riti battesimali. L'unico ordo Boptiemi conservato integro è quello di Stowe. Comprende un gran numero di preghiere, derivate sia da documenti gallicani e milanesi, sia da documenti romani, e combinate nella maniera più strana. Accanto a cerimonie e preci per il Battesimo degli adulti, compaiono formole "ad catechizandos infantes" ed altre destinate persino al Battesimo degli infermi. Anche la benedizione dell'acqua presenta un musaico non meno curioso. La formola della rinuncia è ripetuta due volte alla distanza di poche righe, confusa e intercalata con una professione di fede, che è anticipazione di quella che poi precederà immediatamente il lavacro battesimale. Il testo di quest'ultima è simile al gelasiano, ma le interrogazioni invece che dal celebrante sono rivolte dal diacono. Nessun accenno alla formola trinitaria del Battesimo, che veniva conferito a scelta per immersione o per aspersione. Il rito si chiudeva con una triplice unzione con il crisma, la consegna della veste candida fatta dal diacono e la lavanda dei piedi ai neofiti, cerimonia sconosciuta nella Chiesa romana, ma tolta dall'antica liturgia gallicana.
5. L'Ufficio divino. - Era chiamato, nel suo insieme cursus psalmerum, o semplicemente cursus, e veniva diversamente regolato da usanze locali. Regnava sull'argomento una grande libertà, e la principale fonte d'informazione sono le regole monastiche. Le ore canoniche, distinte più o meno con i nomi odierni, rispondevano al tradizionale nu-
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(da cd, di G. F. W'urace, parte 20, II. Bradshaw Sancto, Londra 2465) Celti - Messale di Stowe. Cundach del messale, ossia custodia in legno di quercia e lamiera d'argento. Opera eseguita tra il 1079 e il 1105.
teca Vaticana (ms. lat. 3323), contengono le Messe della Circoncisione e della vigilia dell'Epifania. La Pentecoste, l'Epifania e la Pasqua erano considerate feste battesimali, e in quest'ultima i fedeli erano obbligati a soddisfare il precetto pasquale accostandosi alla Comunione. Il rito del nuovo fuoco del Sabato Santo, ignoto agli antichi libri liturgici greci, gallicani e romani, trovò benevola accoglienza in Irlanda già alla metà del sec. viII. E noto che le Chiese celte si ostinarono a lungo a seguire un computo pasquale diverso da quello della Chiesa romana, conservando appunto l'antico ciclo di 84 anni. S. Colombano vi rimase fedele anche quando si stabili a Luxeuil, venendo cosi a trovarsi spesso in disaccordo con le Chiese locali. Solo lentamente e attraverso contrasti e lotte, i C. finirono per adottare il costume universale, in guisa che alla fine del sec. viII l'unità nella celebrazione della Pasqua può dirsi raggiunta. Alla Pasqua si permetteva un periodo quaresimale molto austero, mentre negli ambienti monastici il digiuno era quasi continuo. Anche presso i semplici fedeli l'osservanza del digiuno nel mercoledì e venerdí, di origini cosi venerande, si mantenne tenacemente.
7. Il tramonto. - L'autonomia liturgica delle varie Chiese impedisce di seguire il graduale abbandono delle singole particolarità rituali e il passaggio definitivo alle forme romane. Già ai tempi di Lodo-

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vico il Pio (817) la Bretagna Armorica aveva accettato il rito dell'Urbe; la Scozia vi si adattò probabilmente nel sec. xi, grazie allo zelo della regina s. Margherita. In Irlanda si dovette attendere ancora un secolo, quando la liturgia romana vi fu introdotta da s. Malachia (m. nel 1148) arcivescovo di Armagh e amico di s. Bernardo. Dopo la conquista dell'isola, compiuta dagli Inglesi, il Sinodo di Cashel (1172) impose senza altro a tutte le Chiese d'Irlanda il rito anglo-romano. DIRL. Fondamentali gli articoli di H. Jenner, Celtic rite, in Cath. Enc., III, pp. 492-504; e di L. Gougaud, Celtiques (liturgies), in DACL, II, coll. 2969-3022, ambedue con ricca bibliografia. Da ricordare ancora: F. E. Warren, Liturgy and Ritual of the Celtic Church, Oxford 1881; J. Dowden, The Celtic Church of Scotland, Londra 1894, pp. 208-49; F. Cabrol, Les origines liturgiques, Parigi 1906, pp. 223-38; W. Stokes, Ireland and the Celtic Church, Londra 1907; L. Gougaud, Les chrétientis celtiques, Parigi 1911; L. Duchesne, Les origines du culte chrétien, 3^{°} ed., ivi 1925; L. Gougaud, Les liturgies celtiques, in R. Aigrain, Liturgia, ivi 1931, pp. 822-27. I principali testi e fonti liturgiche sopra citati sono editi nella collezione della Henry Bradshaw Society, 4 (Londra 1893): 10 (ivi 1895 : The Antiphonary of Bangor, facsimile e testo ed. da F. E. Warren); 13 e 14 (ivi 1898: The Irish liber Hymnorum, testo e versione ed. da J. H. Bernard e R. Atkinson); 29 (ivi 1905: The Martyrrology of Oregon the Culdse, ed. da W. Stokes); 31 e 32 (ivi 1906 e 1915: The Stowe Missal, ed. G. F. Warner, facsimile e testo); 23, 38, 61 (ivi 1917, 1920, 1924: The Bobbio Missal, ed. da E. A. Lowe, facsimile, testo, note di A. Wilmart, E. A. Lowe, H. A. Wilson); 45 e 56 (ivi 1914, 1921: The Leafric Collectur, ed. da E. S. Dewick e W. H. Frere). Arnaldo Roberti
V. ARTE dei C. - L'arte cristiana celtica d'Irlanda ha caratteristiche ben definite fino al sec. xir, cominciando dall'altra parte a manifestarsi nel vir. In questo lasso di tempo colpisce una spiccata caratteristica: la grande fedeltà ai canoni ed ai motivi artistici dell'arte pagana anteriore, specialmente quella del periodo preistorico dell'età del bronzo comunemente denominato : arte di La Tène (da una stazione svizzera metodicamente scavata e che ha fornito per così dire il metro per giudicare i tipi sparsi altrove). Si sa adesso che sotto il nome di C. deve individuarsi non una razza, ma un popolo di varia origine che ha derivato da fonti ario-europee una lingua comune. Sembra che la prima fase di sviluppo della nazione celta debba stare nella Germania sud-occidentale. Poi trasmigrò nelle isole di Gran Bretagna e di Irlanda e nella Bretagna (del territorio francese) dove oggi ne esistono i relitti più puri. L'arte di La Tène va all'incirca dal 500 a. C. fino alla conquista romana, ed anzi agli inizi dell'èra cristiana ed oltre. Ma bisogna tener pure conto delle tendenze artistiche dei Goidel, o Gaeli celtici, i quali, discendendo la vallata del Reno, fra il 2000 e il 1700 a. C. passarono in Inghilterra, sostituendo i loro tumuli (roundbarrows) alle tombe rettangolari degli autoctoni neolitici. E ad essi che si devono importanti costruzioni megalitiche.

È necessaria questa premessa per capire gli orientamenti dell'arte celtica cristiana: costruzioni in pietre abilmente connesse e (in diversi esempi) non cementate; decorazione su pietra che risente degli schemi preistorici, solo mescolandovi qualche elemento esteriore. Di fatto, non bisogna figurarci questa gente nordica come del tutto isolata (quantunque ben presto sul finire del sec. v e nel vi vi fosse per l'Irlanda lo sbarramento costituito dal dilagare degli invasori sassoni). Una straordinaria sorpresa si ebbe quando sul fianco della croce in pietra di Fahan in Donegal (Henry, tav. 14) si trovò scritto il «Gloria Patri», in greco nella formola prescritta dal Concilio di Toledo del 633. Evidentemente esistevano continui rapporti con la Spagna e con la Gallia. Anche l'iconografia risente d'influssi continentali e delle zone orientali, tuttavia trasformati in una stilizzazione particolare che risente della tradizione celtica convogliatrice a sua volta d'influssi germanici ed asiatici. Chi legga poi la mirabolante produzione letteraria gaelica (che è una
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(da ed. di G. F. Warner, parte 20, II. Bradshaw Society, Londra 1906) Celri-Messale di Stowe. Confessione dei peccati : - Peccavimus Dhe, peccavimus parus peccatis nostris...». Palengraficamente il Messale appartiene al sece, 10-2 - Dublino. Accademia reale D. II, 3. I. 12 .
grande base della letteratura medievale; si ricordino i noti cicli epici di re Arturo ecc.), e chi tenga conto di tutto quel mondo d'incanti che ancor oggi fa presa nel contado irlandese ed anche, in minor parte, nel bretone, non si meraviglierà del profondo misticismo e del senso d'acano che traspare anche da un modesto monumento. L'Irlanda ebbe per questo uno sviluppato monachesimo. Tra le costruzioni monastiche è da ricordare il gruppo di celle delle Skelling Michael, sulla costa occidentale. E una posizione ideale per un asceterio. Le piccole costruzioni elevate in un paesaggio roccioso investito dalla piena oceanica, sono in pietre rozzamente squadrate e non cementate. Se non vi fosse la croce sulla cella più grande, si giurerebbe di stare in una fortezza del periodo pagano, come quelle di Dun Bec, o di Steigue Fort. Con un'abitazione preistorica può