volume-03

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, istorico, fisico del Regno di Napoli, I, Napoli 1795, p. 132; G. Guerrieri, Sui vescovi della chiesa metropolitana di B., ivi 1846; Cappelletti, XXI, pp. 113-22; Lenzoni, I, pp. 305-10; G. Gez, L'Italia meridionale e l'impero bizantino, Firenze 1917, pp. 180, 341; L.-H. Cottineau, Répertoire topobibliographique des abbayes et priouvés, I, Mâcon 1939, vol. 504; A. De Leo, Codice diplomatico brindisina, I, Trasti 1940.

Noemi Crostarosa Scipioni
Arte. - Mentre nell'agro brindisino i basiliani scavavano cripte e le affrescavano, l'Ordine benedettino costruiva nel ro8o la chiesa di S. Benedetto.

Forse più antico è il tempio rotondo di S. Giovanni al Sepolcro, ora adibito a museo civico. Del sec. xim è la chiesa del Crocifisso, con facciata monocuspidale adorna di archetti e grande rosone con archivolte; nell'interno sono due sculture lignee: il Crocifisso, che la leggenda narra sia stato portato da Gerusalemme da un gentiluomo veneziano, e una Madonna col Bambino. Di grande interesse architettonico è la chiesa della Trinità che sovrasta la cripta di S. Lucia; questa, divisa in tre navatelle da colonnine con capitelli a foglie d'acento, è adorna di affreschi del sec. xir fra i quali notevole un s. Nicola benedicente. Del 1322 è la chiesa di S. Paolo ad una navata con interno barocco. Ai primi del ' 300 Filippo d'Angiò e sua moglie Caterina di Costantinopoli fondarono la chiesa di S. Maria del Casale. La facciata monocuspidale, spartita da tonde lesene e decorata in alto da archetti, ha una ricca decorazione bicriona a disegni geometrici che è elemento caratteristico dei monumenti medievali brindisini. Lungo le fiancate, ricorrono fiacce orizzontali di carparo chiaro e grigio. All'interno poi, a croce latina, v'è una sola navata con transetto ed abside rettangolare; un recente ripristino (1926) ha riaperto le monofore ogivali e i portali minori murati nel rifacimento barocco del sec. xviri. Gli affreschi furono messi in luce nel 1911. Nella parete di controfacciata v'è rappresentato il giudizio universale. E una pittura ancora bizantineggiante del sec. xiv firmata da un Rinaldo da Taranto. Nel 1619 il duca Massimiliano di Baviera fece costruire sull'area della casa natale si s. Lorenzo da Brindisi, la chiesa di S. Maria degli Angeli di un sobrio barocco anche nell'interno. L'antica Cattedrale, di cui restano alcuni frammenti e due epigrafi che ricordano il fondatore vescovo Bailardo e Ruggero II, fu ricostruita con il campanile sulla fine del '70o. Vi si conserva un bellissimo coro cinquecentesco intagliato in noce e il paliotto dell'altare maggiore, sbalzato in argento, del 1704. - Vedi Tav. VIII.

Bibl.: A. Della Monaca, Memoria historica dell'antichissima e fedelissima città di B., Lecce 1674, passim; G. Tarantini, Di un antico tempiotto recentemente trovato in B., ivi 1872; Ch. Diehl, L'art byzantin dans l'Italie méridionale, Parigi 1894, pp. 44-64; D. Bacci, Cattedrale brindisina, Brindisi 1924; Ed. Grazia, s. v. in Enc. Ital., VII, pp. 861-63. Maria Luceri

BRINKMANN, Johannes Bernhard. - Vescovo, n. il 4 febbr. 1813 ad Everswinkel presso Münster, m. il 13 apr. 1889 a Münster. Ordinato sacerdote nel 1839, svolse il ministero pastorale a Beckum e nelle carceri di Münster. Vicario generale nel 1857 , fu promosso il 27 giugno 1870 vescovo di Münster. Durante il «Kulturkampf» il B. fu condannato dalle autorità statali per la sua strenua resistenza alle e leggi di maggio », e fu costretto per la sua "sistematica opposizione» ad abbandonare la diocesi. Rifugiatosi a Strae. beek, in Olanda, ritornò in diocesi nel genn. 1884, dopo essere stato graziato dalle autorità prussiane.

Bibl.: W. Cramer, 7. B., Bischof von Münster, Münster in W. 1874; J. Schürmann, 7. B. B., Bischof von Münster im Kulturkampf, 10* ed., ivi 1922. Silvio Furlani

BRIOSCHI, Pietro Adamo. - Missionario, del Pontificio Istituto delle Missioni Estere di Milano, arcivescovo di Cartagena (Colombia). N. a Tradate (Milano) il 7 apr. 1860 , m. nel nov. 1943. Entrò, studente di teologia, nell'Istituto delle Missioni Estere di Milano, donde partì ( 1882 ), ancor suddiacono, come segretario di mons. Eugenio Biffi (v.) vescovo di Cartagena. Coadiuvò il suo vescovo con fedeltà è intelligenza, e alla morte di lui ( 1896 ) fu eletto vicario capitolare e due anni dopo vescovo. Continuò l'egera di ricostruzione del suo predecessore, con la predicazione, i sinodi, la stampa, le opere di culto, l'attività educativa, nella quale chiamò a coadiuvarlo diversi ordini religiosi.

Oltre alle numerose lettere pastorali, scrisse opuscoli apologetici e libri, tra cui ricordiamo: La vita di s. Pietro Claver e Un apostolo di due continenti (mons. Biffi). Lottò contro la massoneria, che, nel 1910, lo costrinse ad esulare, ma ritornò ben presto al suo campo di lavoro. Curò l'evangelizzazione degl'Indi, per i quali provocò, nel 1924, l'erezione della prefettura apostolica di Sinù, ora s. Jorge. Nel 1932 dall'arcidiocesi fece staccare la diocesi suffraganea di Barranquilla. Per il suo zelo, nel 1901 venne promosso arcivescovo e nel 1917 assistente al Soglio pontificio. Anche il governo italiano riconobbe i suoi meriti, nominandolo (1933) grand' ufficiale della Corona d' Italia.

Bibl.: J. Pagani, In memoria di mons. A. B., Milano 1944. Raffaele Trotta

BRIOSCO, Andrea: v. RICCIO, ANDREA.
BRIOSCO, Benedetto. - Architetto e scultore lombardo del sec. xv, scolaro dell'Amadeo, lavorò specialmente a Milano; della sua attività in quel Duomo resta soltanto una statua rappresentante s. Agnese, del 1491. Nello stesso anno passò alla certosa di Pavia; qui pose mano a qualche statua (fra cui quella della Vergine, per il mausoleo di Gian Galeazzo Visconti) e nel 1497 ai rilievi decorativi della facciata. Nel 1499 sostituì il suo maestro nella decorazione del portale, incarico che eseguì con uno stile garbato ed elegante. Alla fine della sua vita si modernizzò sotto l'influenza della scuola vinciana, come appare da alcuni bassorilievi.

Bibl.: F. Malaguzzi Valeri, s. v. in Thieme-Becker, V. pp. 23-94; L. Beltrami, Il « compare mio maestro Benedetto scultore» di Leonardo, in Miscellanea Vinciana, Milano 1923, p. 20; S. Vigezzi, La scultura lombarda nel Cinquecento, ivi 1929, p. 19 sgg. quad Fabia Borroni

BRISBANE, ARCIDIOCESI di. - La circoscrizione, eretta a diocesi suffraganea di Sydney (Australia) il 12 apr. 1859 fu elevata il 10 maggio 1887 al grado di metropolitana. Nel 1929 se ne staccò la diocesi di Toowoomba, modificando i confini con quella di Rockhampton.

Superfice del territorio, comprendente una parte dello Stato di Queensland (dai confini della Nuova Galles del sud fino al 25^{°} di lat. merid., e ad ovest fino ai Great Divi-

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ding Range, Main R. e Auburn R.) : kmq. 48.270. La popolazione totale secondo il computo approssimativo del 1938 , era di 430.000 ab. Secondo i dati dell'Australasian Catholic Directory del 1948 (pp. 313-27), i cattolici sono 121.000 e gli altri quasi tutti protestanti. Si contano 191 sacerdoti, 85 fratelli (Maristi e Christ. Brothers), 949 suore di 17 diverse congregazioni; 85 parrocchie e 171 chiese provviste di varie opere e di parecchie scuole tra elementari e medie, che educano 16.929 alunni; 5 ospedali, 2 orfanotrofie e 7 istituzioni di carità. Organo diocesano è il Catholic Leader.

La comunità cattolica si impone per l'organizzazione scolastica e caritativa, frutto di diuturni sacrifici di ogni specie. Il seminario regionale, aperto nel 1939, assicura più larghe conquiste in un prossimo avvenire.

Bib.: R. De Martinis, Tot Pontif. de Prop. Fide, VI, i. Roma 1894, p. 302; Lronis XIII Acta, VII (1887), pp. 96-97; AAS, 21 (1929), pp. 468-71; MC, Roma 1946, p. 26.

Giuseppe Monticone
BRISSELOT (Bryselot, Bbiselotus, Brisselotto, Briselotto), Jean. - Carmelitano delle Fiandre, n. a Valenciennes, ove vestì l'abito religioso; laureatosi in teologia a Parigi (1522), fu poi professore alla Sorbonne, e priore del convento di Valenciennes. Nominato vescovo titolare di Beiruth e ausiliare di Cambrai (4 apr. 1505), amministrò questa diocesi fino al 1517 , anno in cui divenne confessore di Carlo V e fu nominato arcivescovo di Oristano (Sardegna), sede che non raggiunse mai. Ammirato per la sua vasta erudizione, era chiamato da Erasmo «unum e luminaribus Ecclesiae». Dimessosi da arcivescovo ( 16 apr. 1520), m. nell'abbazia di Hautmont, l'ir sett. 1520. Lasciò una ventina d'opere manoscritte, tra cui una in Psalmos pocnitentiales.

Bib.: P. Feret, La faculté de théologie de Paris et ses Docteurs... Espayee moderne, II, Parigi 1901, pp. 364-65; U. Berlière, Les éedques ausiliaires de Cambrai et Tournai, Bruges 1903, pp. 83-89; Monumenta hist. Carmelitana, Lérins 1907, p. 412; L. Jadin, s. v. in DHG, X, col. 761. Ambrogio di Santa Teresa

BRISSON, Louis-Alexandre. - Sacerdote francese, n. a Plancy (Aube) nel 1817, m. ivi il 2 febbr. 1908. Sotto l'impulso della visitandina madre Maria de Sales Chappuis (m. nel 1875), fondò nel 1868 la Congregazione delle Oblate di s. Francesco di Sales, e nel 1871 una Congregazione di sacerdoti, gli Oblati di s. Francesco di Sales (detti di Troyes, per distinguerli dagli Oblati di s. Francesco di Annecy, istituiti nel 1833 dall'abate Mernier). Li vide, durante il suo generalato, svilupparsi in Francia, Austria, Germania, Inghilterra, e fondare missioni nelle due Americhe e in Africa. Lasciò una Vie de la vén. mère Marie de Sales Chappuis, Tours 1891 (2a ed.). I suoi insegnamenti sulla vita interiore e sull'apostolato, nello spirito di s. Francesco di Sales, ci sono noti dai suoi discepoli.

Bib.: P. Dufour, Le T. R. P. L. B., fondateur des Oblates et des Oblats de St François de Sales, Parigi 1937; id., s. v. in D8p, I, coll. 1962-66. Edmondo Lamalle

BRISTOW, Richard. - Teologo inglese, n. a Worcester nel 1538, m. a Harrow-on-the-Hill il 18 ott. 1581. Studiò a Oxford, dove brillò per il suo ingegno, soprattutto in occasione di una pubblica disputa dinanzi alla regina Elisabetta, sostenuta insieme al b. Edmondo Campion (v.), suo condiscepolo. Nominato professore nel collegio di Exeter nel 1567, vi insegnò due anni appena, costretto a fuggire per l'accanimento degli avversari della fede cattolica. A Lovanio gli si aprì un nuovo campo di lavoro, chiamato da W. Allen (v.), poi cardinale, ad organizzare il seminario inglese di Douai, di cui fu il primo sacerdote nel 1573. L'insegnamento ed una intensa attività scientifica lo condussero presto alla tomba.

Scrisse moltissimo, soprattutto opere di polemica contro Guglielmo Fufke. Meritano ricordo : A Briefe Treatise of diverse plaine und sure wayes to finde out the truthe in this doubtful and dangerous time of Heresie (Anversa 1574), ripubblicato poi in 3^{mathrm{a}} ed. nel 1641 (a Douai?) con titolo abbreviato: Notices inducing to the Catholike Faith; Tabula in Summam Theologicam s. Thomae Aquinatis, s. 1. 1579; Defense of the Bull of Pope Pius V; A Reply to Will. Fulke in Defense of M. D. Allens Scrole of Articles, and Book of Purgatoire (Lovanio 1580). Attese pure ad annotare la prima edizione inglese del Nuovo Testamento voluta da W. Allen e stampata a Rouen nel 1582.

BibL.: Hurter, III, col. 162; T. Cooper, s. v. in Dict. of National Biography, II, pp. 1264-66; J. Gillow, Bibl. Dict. of English Catholics, I, 302-303; G. Albion, s. v. in DHG, X, coll. 763-64.

Cosimo Petino
BRITANNIA, evangelizzazione della. - La parte meridionale (a sud del 55^{°} parallelo) dell'odierna Inghilterra e Scozia, cominciò ad essere chiamata B. quando vi si insediarono i Bretoni.
I. I BRETONI. - Erano celti, dall'alta statura, dagli occhi chiari e dai capelli rossicci, e appartenevano a quel ramo della stirpe ariana che, dalle valli del Danubio, dell'Elba e del Reno, nell'ultimo millennio prima di Cristo, era venuto a stabilirsi nella Gallia detta celtica, donde aveva spinto propaggini nell'Italia superiore, nella Spagna e nelle grandi isole del Mare del Nord. In queste i Celti vennero in due ondate : la prima dei Gaoli e Goideli vi giunse tra il 2 e il iv sec. prima di Cristo. Fu sospinta verso nord nella Scozia (Caledonia) e nell'Irlanda (Hibernia) dalla seconda ondata, quella dei Bretoni (forse da brython= tatuaggio), che tra il iv e il ir sec. a. Cristo si stabilirono nella parte meridionale dell'isola britannica. Imparentati con i Celti della Gallia, i Bretoni li aiutarono nella lotta contro i Romani. Giulio Cesare ne prese pretesto per invadere l'isola e conquistarne la parte meridionale ( 55 a. C.). L'occupazione fu assicurata ed estesa dagli imperatori di casa Giulia e Flavia. Adriano eresse a protezione della B. romana, contro gli assalti dei Caledoni della B. barbara, il celebre vallo. Antonino ne aggiunse un altro più a nord. La B. romana fu divisa sotto Diocleziano in quattro province. Teodosio ne aggiunse una quinta. Roma riuscì a unificare, pacificare e conciliare al suo governo quei popoli fieri e bellicosi: ma non poté assimilarli. Se per la loro natura seria e meditativa e grazie all'opera civilizzatrice di Roma, i Bretoni offrirono presa alla predicazione cristiana, opposero però ostacolo col loro rigido particolarismo razzistico, che li frastagliava in clan autonomi e ostili e nella religione naturalistica, sostenuta dalla potente organizzazione dei Druidi.
II. Origini cristiane. - Non sappiamo quando e come il cristianesimo sia entrato nella B. Non meritano neanche attenzione le voci raccolte da Eusebio, Teodoreto ed altri antichi scrittori ecclesiastici di una venuta nell'isola di s. Paolo o di s. Pietro, di Simone Zelote, s. Giacomo, Aristobolo e s. Giovanni. Più favore trovò la leggenda della predicazione di Giuseppe d'Avinates, che vi avrebbe portato alcune gocce del sangue di Cristo, leggenda da cui in seguito si sviluppò l'altra del santo Graal (sanguis realis). Qualcuno credette di poter sostenere la presenza del cristianesimo nella B. già nel primo secolo per il fatto che Pomponia Grecina, sposa del proconsole Plauto, capo delle legioni romane stanziate nell'isola, e Claudia, sposa del senatore Pudente, nata in B., erano probabilmente cristiane. Quand'anche la cosa fosse certa, non se ne potrebbe arguire altro che la presenza di qualche cristiano fra i Romani che occupavano e

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governavano l'isola; ma non ancora fra i Bretoni. Beda (Hist. eccl., I, 4) attinge dal Lib. Pontif. (I, p. CII) la notizia che un re bretone di nome Lucio, verso la fine del sec. II, chiese missionari al papa Eleuterio ( 175 -89). Leggenda anche questa, perché non c'era allora nella B. romana alcun re indipendente e, se vi fosse stato, non avrebbe avuto il nome romano di Lucio. In ogni modo, verso la fine di quel secolo, il cristianesimo aveva già messo piede nell'isola. I primi missionari erano venuti dalla Gallia. Erano forse cristiani sottrattisi alla persecuzione del 177. Tertulliano (Adv. Iudaeos, 8) annovera la B. tra i paesi che, inaccessibili ai Romani, pure erano stati sottomessi a Cristo. Probabilmente il retore africano si lascia trasportare dal solito entusiasmo. Non pare invece che si debba dire lo stesso di Origene che, meno di cinquant'anni dopo, per ben tre volte, nei suoi scritti, allude all'evangelizzazione della B. (Hemil. IV in Ezech.: PG 13, 695; Hemil. VI in Lucam: ibid., 1813 sg.; Commentarior. Series, in Mt.: ibid., 1655). Verso la fine del sec. III esistevano già diverse comunità cristiane. Lo si desume dal martirio di s. Albano (v.) a Verulamio e di Aronne e Giulio a Caerleon (Legionum Urbe) e dalla presenza al Concilio di Arles (314) dei tre vescovi bretoni Restituto di Londra, Eborio di York e Adelfio di Lincoln e inoltre d'un sacerdote e del diacono Arminio, forse in rappresentanza di una quarta chiesa, di modo che, a quel Concilio, sarebbero stati presenti i rappresentanti delle quattro province della B. romana.
III. Aspetto dell'antica chiesa bretone. - Le quattro Chiese rappresentate ad Arles costituivano l'intera gerarchia bretone e questa dipendeva unicamente dal vescovo di York ovvero erano le metropoli di quattro province ecclesiastiche, in cui erano raggruppate numerose sedi vescovili? Le fonti scarseggiano e non si può dire nulla di sicuro. Nel Concilio di Rimini del 359 i vescovi bretoni, come quelli della Gallia, rifiutarono, ad eccezione di tre, i sussidi offerti dall'imperatore Costanzo (Sulpicio Severo, Chronicon, II, 41). F. Cabrol (L'Angleterre chrétienne, p. 26) arguisce la presenza, in quel Concilio, di almeno 8 o 10 vescovi bretoni. La supposizione non è del tutto sicura; invece è certo che l'antica Chiesa bretone sentì vivamente l'unità cattolica: il suo episcopato condannò nel Concilio di Arles il donatismo; sottoscrisse a Sardica (343) la riabilitazione di Atanasio; respinse nel 347 la formula di Simzio e, dopo qualche esitazione, finì per accettare la fede nicena e nel 363 con una lettera ad Atanasio aderì definitivamente all' ε_{μ} ω ω σ{ }^{σ} σ{ }^{°}. In tutte le polemiche del sec. Iv l'episcopato d'oltre Manica seguì le evoluzioni di quello gallico. E innegabile l'influsso della Chiesa gallicana su quella bretone sia nel campo dottrinale come in quello liturgico. Verso la fine del sec. Iv Vittricio di Rouen, amico di s. Martino di Tours, fu pregato dai vescovi bretoni di dirimere alcune controversie sorte tra loro. Nel secolo seguente s. Germano d'Auxerre visitò due volte l'isola (429-3I e 447) per combattervi l'eresia del bretone Pelagio, sostenuta dai due vescovi Severino e Fastidio. Vano lo sforzo di provare l'origine orientale della Chiesa bretone e la sua originaria indipendenza da Roma. Testimonianza prefragabili garantiscono lo stretto legame con la sede romana: l'uso della Vetus latina e, dopo il sec. vi, della Volgata; l'accettazione del ciclo pasquale romano (314); l'ordinazione del vescovo Palladio da parte di Celestino I (431); l'accettazione della dottrina romana nelle grandi controversie del sec. Iv, ecc. Altra cosa è ammettere il ca-
rattere romano dell'antica Chiesa bretone ed altra dire che essa, fino al 410 , fu costituita soltanto da elementi romani. Stanno a dimostrare la diffusione del cristianesimo tra la popolazione celta propriamente detta: 1) i nomi dei pochi martiri e vescovi bretoni che conosciamo; 2) il fatto che le 130 iscrizioni cristiane conservateci (però posteriori al sec. IV), sono state trovate un po' dovunque e non soltanto là dove era più sentito l'influsso romano; 3) l'esistenza di numerose chiese (cf. Gilda, De excidio et conquestu Britanniae, 24: PL 69, 346), ecc. Lo Zimmer (The Celtic Church, 1902, p. 57 sgg .) provò che verso il 400 la maggioranza dei Bretoni era cristiana. Altrimenti faticheremmo a capire come quella Chiesa non sia sparita con il cessare dell'amministrazione romana (410).

Bibl.: F. Cabrol; L'Angleterre chrétienne avant les Normands, 10* ed., Parigi 1909, pp. 1-22; H. Leclercq, Bretagne (Grande), in DACL, II, coll. 1158-1229; L. Gougaud, Les chrétientés celtiques, Parigi 1911; J. Chevalier, L'Eglise celtique in Angleterre, in DAG, III, coll. 149-98; L. Gougaud, Christianity in Celtic Lands, Londra 1932, rifusione dell'opera francese; G. Sheldon, The Transition from Romain Britain to Christian England, 768-864, Londra 1932; Fliche, Martin-Frutz, II, pp. 130131; III, pp. 473-74; IV, pp. 379-82. Ireneo Daniele

BRITISH MUSEUM. - A Londra accanto al "Victoria and Albert Museum", che contiene una grande collezione di oggetti paleocristiani, stoffe copte (catalogo del Kendwick), avori (catalogo del Longhurst) e vetri, con un reparto speciale per i calchi, il B. M. racchiude una meravigliosa collezione d'arte dalla tarda classicità all'alto medioevo. Il B. M. fu fondato dal Parlamento britannico nell'anno 1753 e l'edificio attuale fu costruito fra il 1823 e il 1852 da Roberto e Sydney Smirke.

Nel 1893 gli oggetti paleocristiani e del primo medioevo furono disposti in sale speciali, tra le grandi collezioni per la storia delle religioni. Ma i mussici dell'Africa, gli avori, le gemme e i vetri restano dispersi in altre sale, ad es.: le monete e i piombi nel gabinetto numismatico, la collezione dei vetri e avori nella sala medievale, l'orificeria nella sala degli ori, le antichità patrie nel reparto romano britannico, le stele e le stoffe copte nelle sale egiziane e le miniature, come il Genesi di Cotton, fra i manoscritti.

Il reparto cristiano si compone di tre collezioni : oggetti paleocristiani, bizantini e posteriori al 1553; fra questi, molte opere provenienti dall'Abissinia, dall'Egitto e dalla Russia. L'ordinamento e il catalogo sono in gran parte merito di O. M. Dalton.

La collezione non ebbe mai lo scopo di documentare lo sviluppo dell'arte cristiana antica, ma contiene pezzi di altissimo valore, come il tesoro dell'Esquilino, quello di Cipro e quello di Lampsaco. Anche nella collezione degli avori si trovano capolavori di fama mondiale, come l'arcangelo Michele, la pisside di s. Menna dalla collezione Nesbit (1879) e la cassetta con la crocefissione della collezione Maskell. Altri avori e oggetti minori provengono oltre che dalla suddetta collezione ( 1856 ) anche da quella Slade e Hawkins. Anelli e gemme di alta qualità si comprarono con la collezione di Hamilton, nel 1863 con quella di Castellani e nel 1897 con quella di Francks; vetri e specialmente fondi d'oro nel 1854 con la collezione Bunsen e Disch e nel 1863 con quella di Matarozzi. Altri oggetti, come lampade in bronzo, policandile, lampade ed ampulle in ceramica, in gran parte si devono ad acquisti più recenti. Il catalogo di O. M. Dalton segna accuratamente la provenienza di tutti questi pezzi. Scarsi sono invece il materiale di scultura e i frammenti architettonici.

Nel luglio 1939, nella parte orientale della Gran Bretagna, presso l'estuario del Deben a Sutton Hoo, si scoprì sotto uno dei tumuli un imponente tesoro artistico nell'interno d'una grande nave a remi, tesoro donato dalla proprietaria del terreno alla nazione britannica. Riaperta la galleria del B. M. nel 1946, il materiale di

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questo tesoro viene ivi esposto a mano a mano che esce dal restauro. Si tratta dal tesoro più imponente per numero e per valore, comprendendo un portastendardo, un disco in argento col sigillo dell'imperatore Anastasio I (491-518), corni potori, un grande bacino in argento con testa classica, piatti in argento, cuochiai in argento dei quali due con le scritte saul e paul, un elmo, una spada, una fittina da cintura e una grande chiusura di borsa in oro, smalti e filigrane, 37 monete d'oro merovin. giche, ecc. il tutto appartenente, con molta probabilità, al re Aetelhere morto tra il 655-56, ricordato da Beda (Hist. eecl., III, 24: PL 95, 156).

Bib.: O. M. Dalton, Catalogue of Early Christian and Byzantine Antiquities, Londra 1901; id., A Guide to the Early Christian and Byzantine Antiquities, ivi 1903; id., The B. M. Quarterly, I, ivi 1926-27; H. Leclercq, s. v. in DÁCL, II, col. 2304; anno., The Sutton Hoo ship-burial. A provisional guide, Londra 1947.

Wilhelm Fritz Volbach
BRITO, BERNARDO de. - Monaco cistercense portoghese, al secolo Balthazar de Brito de Andrade, vissuto tra il 1561 e il 1617; fu poeta, storico, erudito. Le sue opere principali sono la Monarquía lusitana e la Chrónica de Cister; la prima si estende dalle origini del mondo al 1098, presunto anno di donazione della contea di Portogallo al conte D. Enrico (interrotta quindi proprio laddove dovrebbe iniziarsi), e l'altra è rimasta pure interrotta alla prima parte, che va dalla fondazione dell'Ordine di s. Benedetto alla vita di s. Giuliana (secc. vi-xiII). Più che per valore storico, tuttavia, le due opere sono apprezzabili come modelli di stile e documento di cultura, poiché la Monarquía è una ampollosa esaltazione della stirpe lusitana, infarcita di falsi e invenzioni d'ogni genere, e la Chrónica (in cui ha pure largo posto la storia nazionale) abbonda di visioni e miracoli frutto della fantasia del B. e del suo smodato desiderio di magnificare il proprio Ordine.

Un'edizione della Monarquía lusitana fu pubblicata ad Alcobaça-Lisbona fra il 1597 e il 1609 (la 2² ed. nel 1690) e più recentemente a cura del p. Joaquim de Foyos (Lisbona 1806-1809); la raccolta poetica intitolata Sybzia de Lisardo apparve a Lisbona nel 1597; la Chrónica de Cister, nel 1602. Varie opere del B. sono tuttora inedite.

BibL.: J. Fr. da Silva, Diccion. bibliographico portugues, I, Lisbona 1838, pp. 372-74. Ruggero M. Ruggieri

BRITTAIN, Thomas Lewis. - Predicatore e scrittore domenicano inglese, n. presso Chester nel 1744 e m. ad Hartbury C. (Gloucester) il 3 maggio 1827. Convertitosi a 16 anni dal protestantesimo, studiò in Riccardia e poi a Lovanio. Entrò tra i Domenicani a Bornhem (1767), dove fu poi anche professore e reggente degli studi. Nel 1790 ottenne il magistero in teologia. Fu priore prima a Gloucester e poi a Londra, infine provinciale dal 1814 al 1818.

Predicatore, apologista e professore « in humanioribus» presso la gioventù inglese, scrisse: Rudiments of English Grammar (Londra 1790, una grammatica che fece epoca); Principles of the Cristian Religion and Catholic Faith Investigated (ivi 1790); The divinity of Jesus Christ and Beaulies of His Gospels (ivi 1822); Collection of Poems Occasionally Written (Cheltemham 1822).

BibL.: I. T. Mc. Nicolas, s. v. in The Cath. Enc., II, p. 793; R. Palmer, Acta Capitulorum Provincialium Anglior Ord. Proed., 1730-1916, Londra 1918, passim. Alfonso D'Amato

BRITTO, IGNACIO de. - Barnabita indoportoghese, missionario, n. a Rangoon (Birmania) nel 1765. Avviato alla fede dal p. Sangermano (v.) entrò tra i Barnabiti. Lavorò al servizio della chiesa parrocchiale dell'Assunta, a Rangoon; diresse il locale istituto per le fanciulle pericolanti e s'adoperò per la riedificazione delle chiese distrutte dalle guerre anglo-birmane. Con
la sua attività e cultura contribuì assai alla difesa della fede cattolica contro i protestanti battisti. Morì a Rangoon il 21 giugno 1832, ultimo barnabita della missione di Ava e Pegú.

Notevole la sua operosità letteraria, rimasta tutta manoscritta: una Grammatica birmana per gli italiani, un Dizionario italiano-birmano-pali, un volume di Prediche in lingua birmana, una Farmacologia birmana con nomenclatura italiana e latina, un libro di medicina in birmano, e una raccolta di Inni e canti religiosi in portoghese e latino.

BibL.: V. Sanacemano, Relazione del Regno birmano, Roma 1833, appendice, pp. 9-10, 17; L. Gallo, Storia del Cristianesimo nell'Impero birmano, III, Milano 1862, pp. 138-72; O. Premoli, Storia dei Barnabiti, III, Roma 1922, pp. 351-93, 409-11; Streit, Bibl., VIII, p. 732; G. Boffito, Biblioteca degli Scrittori barnabiti, I, Firenze 1933, p. 343; L. Levati, Menzingio dei Barnabiti, VI, Genova 1934, pp. 166-68.

Virginio M. Colciago
BRITTO, JOIO de, santo: v. GIOVANNI DE BRITTO, sANTO.

BRÍTTONE, santo. - Vescovo di Treviri dal 373 al 386; nel 374 prendeva parte al Concilio di Valenza. Intervenne al Concilio romano del 382 in qualità di primate, di fatto anche se non di diritto, di tutte le chiese della Gallia. Ciò spiega come mai nella lettera dei Padri al Concilio ecumenico di Costantinopoli ( 381-82 ) il suo nome figuri subito dopo quelli di papa Damaso e s. Ambrogio di Milano. Però, ritornato in patria, non si corò di esercitare il suo ufficio di primate. Accolse il profugo Itacio vescovo di Ossobona, perseguitato dai priscillianisti. Ottenne dall'usurpatore Massimo che questi fossero processati e condannati (386). Morì nel 386 ed è festeggiato come santo nella diocesi di Treviri il 5 maggio.

BibL.: Fliche-Martin-Frutae, III, pp. 303, 473, 476. Ireneo Daniele

## BRIXEN: v. BRESSANONE.

BRIZIO (Briccio, Briccius, Bricius, Brissius), santo. Vescovo di Tours dal 397 al 444. Discepolo di s. Martino, dapprima poco corrispose alle cure del Santo, in appresso però meritò di essere chiamato a succedergli. Scacciato dalla diocesi in seguito ad accuse, il Concilio di Torino (398) lo giustificò pienamente, sicché poco dopo poté ritornare alla sua sede che tenne con onore per 47 anni. Fu sepolto nella basilica da lui costruita sulla tomba di s. Martino. La sua festa ricorre già nel Martyrologium Hieronymianum al 13 nov.

BibL.: Sulpicio Severo, Dialog., III, 15 (PL XX. col. 220); Gregorio di Tours, Historia Francorum, II, 1; X, 31; L. Duchesne, Fautes épiscopaux de l'ancienne Gaule, II, 2* ed., Parigi 1910, p. 303; Martyr, Romanum, p. 520. Giuseppe Sanità

BRJANČANINOV, IGNATIJ. - Asceta e mistico russo, n. nel 1807, m. nel 1867. Di famiglia aristocratica, fu prima ingegnere militare, in seguito si fece monaco e divenne abate in un convento presso Pietroburgo; successivamente fu vescovo dissidente di Kostroma e del Caucaso. Natura profondamente mistica, si rese assai noto nella Russia del tempo per i suoi scritti di carattere ascetico. Tra essi menzioniamo in modo particolare i Saggi ascetici, usciti a Pietroburgo in 4 voll. tra il 1865 ed il 1867.

Wolf Giusti
BRNO (BrünN), diOCESI di. - Capitale della Moravia (Cecoslovacchia), superfice 10.370 mathrm{kmq} ., ab. I. 259.613 , dei quali I.I13.189 cattolici; comprende 449 parrocchie con 1044 chiese, 786 sacerdoti diocesani e 160 regolari. La diocesi si estende nella parte sud-occidentale della Moravia. Le sue principali città sono: B., capoluogo della Moravia, Jihlava, Trebic e Znojmo. In questo territorio la fede cattolica fu diffusa nel sec. Ie dai ss.

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![img-18.jpeg](img-18.jpeg)

Beno - Cattedrale dei SS. Pietro e Paolo, restaurata nel 1748 e 1908.

Cirillo e Metodio (v.). Nei tumulti ussiti questa parte della Moravia rimase cattolica; passò però in gran parte al luteranesimo sotto i primi Asburgo; nel periodo della Controriforma ritornò alla fede cattolica. B. già prepositura fino dal 1296 fu elevata a sede vescovile da Pio VI, dietro richiesta della imperatrice Maria Teresa il 5 dic. 1777 per divisione dell'arcivescovado di Olomouc.

Tra i suoli vescovi i più eminenti sono stati Matteo Fr. Conte Chorinský (1777-86), il card. Francesco Sal. Bauer (1882-1904) e Giuseppe Kupka (1926-41). Tra i sacerdoti si sono distinti come scienziati e patrioti i canonici Francesco Sušil, professore di S. Scrittura, e Giuseppe Pospisil, professore di filosofia. Oltre al Capitolo cattedrale di B. esiste la collegiata di Mikulov, fondata nel 1625. B. ha buone tradizioni di studi. Si ricordano: la biblioteca universitaria (ca. un mezzo milione di volumi) e quella dell'Istituto teologico; inoltre vi sono la biblioteca civica, la biblioteca del convento agostiniano, l'archivio della chiesa di S. Giacomo, fondato nel sec. xiv, con preziosi manoscritti e documenti storici. Nei pressi di B. si trova la grande e ricca biblioteca benedettina di Rajhrad (Raigern), primo monastero in Moravia, fondato nel 1048. Tra gli istituti di cultura possono ricordarsi l'Istituto teologico; l'Università Massryk; il politecnico; l'importante società culturale Matice Moravska e la scuola superiore di cultura religiosa, un ginnasio e liceo vescovile. Monasteri si trovano a B. e in altri luoghi della diocesi : agostiniano a B., benedettino a Rajhrad, premostratense a Nova Rise ed altri di diversi ordini religiosi maschili.

I più ragguardevoli monumenti in stile romanico della diocesi sono la chiesa di S. Procopio a Trebic e la chiesa
conventuale delle cistercensi Porta coeli a Predklasteri. Delle chiese di B. le più importanti sono la cattedrale di S. Pietro e Paolo, gotica, distrutta nel 1645 , restaurata nel 1748 e 1908; S. Giacomo, gotica del Trecento; S. Tomaso, gotica del Trecento, rifatta in stile barocco nel Seicento; la chiesa conventuale agostiniana, gotica del Trecento. La chiesa di S. Maria a Krtiny presso B., in stile barocco, ha la più ampia e monumentale cupola dell'Europa centrale.

Bibl.: B. Bretholz. Geschichte der Stadt Brünn bis rart. Brno 1911: F. Sušm. Dejepis Brna, 2² ed., ivi 1928: J. Tanors. Dom o Brne, ivi 1934. Giuseppe Hrbata

BROGA, Paul-Pierre. - Chirurgo, naturalista e antropologo francese, n. a Ste-Foy-la-Grande il 28 giugno 1824, m. a Parigi il 9 luglio 1880 . Fondò nel 1859 la Societé d'Anthropologie e nel 1876 l'Ecole d'Anthropologie. Evoluzionista, agnostico. Resta di lui una vigorosa lezione del 1870 "sul trasformismo" in cui dimostra che la cosiddetta teoria dell'evoluzione organica è essenzialmente una interpretazione filosofica che l'agnosticismo è costretto a dare dell'origine dei viventi, e non una dottrina cui si arriva per induzione.

1 Bibl.: P. Broca. Revue des cours scientifiques. 34 (1870), p. 230 e sg.; id., Mémoires d'Anthropologie, III, Parigi 1877, p. 141 sgg.

BROCADELLI, LuCIA, beata : v. LuCIA DA NARNI, beata.

BROCARDI GIURIDICI. - Si ritiene da alcuni che l'espressione brocardus sia derivata per corruzione della parola burcardus, termine con il quale si sarebbe denominato traslativamente il Decretum di Burcardo di Worms, altrimenti detto Collectanea canonum o Liber decretorum.

Il fine del genere letterario giuridico dei b. fu quello di concretare in massime i principi generali del diritto e di offrire insieme il destro e la tela di una elaborazione logica del diritto.

I principi generali che si ricavano originariamente, come argomenti, dai singoli testi e che si annotavano (argumentum, nota, notabilia) in margine a questi, vennero successivamente estratti e corredati dai testi in appoggio e riavvicinati ai principi generali contrari, anch'essi presentati col corredo dei testi a loro sostegno. Regolarmente si stabilirono legami logici (sovente con le distinctiones) dei principi opposti e se ne inducevano le ragioni di conciliazione (solutiones contrariorum). In tal modo si pervenne a un sistema logico di principi generali che costituì la base della dialettica giuridica del tempo. Esempio tipico elaborato di questo complesso genere di letteratura giuridica nel campo civilistico è offerto sulla fine del sec. xir dal glossatore Pillio da Medicina col titolo di Libello disputatorio. Egli chiama pure Brocarda l'intera raccolta delle quaestiones, e quaestio la singola parte di essa. Ma egli usa ivi il termine brocarda non già nel senso tecnico di genere letterario dei generalia, ma nel senso più largo della discussione pro e contra; della quale dà la seguente descrizione chiarificatrice: «Brocardica materia dicitur quae est contrariarum opinionum rationibus involuta».

Simile a quella del Pillio e di poco posteriore, la raccolta dovuta al glossatore Ottone, provvista delle soluzioni da Azone, e che comunemente va sotto il nome di quest'ultimo col titolo di Brocardica domini Azonis.

Quanto al campo canonistico, inteso il genere dei brocarda nel senso fissato dal Pillio, apparirebbe conveniente considerare la stessa Concordia discordantium canonum scritta da Graziano (v.) a metà del xir sec. come l'attuazione distesa del genere dei b., dove i dicta Gratiani costituirebbero le solutiones dei contraria.

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Non sarebbe invece materia di veri b. (contrariamente all'opinione del Van Hove) quanto si contiene nell'Opusculum de distinctionibus in canonum interpretatione adhibendis ad usum magistrorum, advocatorum et indicum, compilata da Petrus Blesensis in Francia verso il 1180 ; poiché quest'opera non risolve completamente il genere dei brocarda tui senso sopradititto. Il Kuttner esclude che di veri b. canonici si possa parlare per l'epoca dei decretisti. Le prime raccolte di b. canonici sarebbero da attribuirsi ai decretalisti. Di due di esse è pervenuto a noi il testo. Una prima è rappresentata dai Generalia di Richardus de Lacy (Anglicus) elaborata sulla compilatio I^{°}, verso il 1198 . Seguono i Brocarda di Damasus, scritti tra il 1210 e il 1215 sulle tre prime compilationes delle decretali e rielaborati da Bartolomaeus Brisiensis nel 1234, con aggiunte di nuove allegazioni di testi, restando fermo il numero delle 127 regole fissate da Damaso. La stessa opera fu successivamente rielaborata dopo le decretali gregoriane.

Bibl.: E. Gessener, Die Fustinianische Kodifikation und die Glossatoren, in Atti del Congr. Internaz. di dir. rom., I, Pavia 1954, pp. 423-30; S. Kuttner, Repertorium der Kanonistik (11201735), Prodromus corporis glossarum, I, Città del Vaticano 1937, pp. 239, 416-22.

Antonio Rota
BROCARTS (Brogardus), Nivolas. - Teologo carmelitano, n. a Sittard il 21 ag. 1687, m. a Worms il 29 sett. 1760. Insegnò filosofia e teologia nelle scuole del suo Ordine e nell'abbazia di S. Martino presso Treviri. Ebbe diversi incarichi fino a quello di commissario generale per la sua provincia. Trattò argomenti teologici e morali, prendendo viva parte alle questioni che si agitavano intorno al Quesnel.

Gli si dichiarò apertamente contrario, attaccandolo nell'opera: Dissertatio polemica de primatu, iurisdictione, infallibilitate et superioritate tam inter quam extra Cancilium Generale Romani Pontificis (Treviri 1719). Vi si esaminano esplicitamente le proposizioni di Quesnel cadute sotto la censura di Roma. Scrisse inoltre: De Bulla "Usigenitus" et nullitate appellationis ad futurum Cancilium generale (ivi 1719); Theologia moralis fundamentalis (Colonia 1735); Alphabetum morale (ivi 1739); Professio fidei catholicae (Francoforte 1758).

BibL.: Hurter, IV, coll. 1049-50; C. de Villiers, Bibliotheca Cormelitana, I, Roma 1927, coll. 25-26.

Cosimo Petino
BROCCATO : v. STOFFE.
BROCKHMAND, Jesper Rasmusseen. - Caposcuola della teologia luterana in Danimarca, dal 1620 egli è stato professore a Copenaghen e dal 1638 vescovo di Seeland.

Il più audace contributo teologico egli l'ha dato con quel suo Systema universae theologiae (1638) con il quale egli ha in gran parte rivoluzionato la tradizionale concezione luterana della Giustificazione asserendo che causa unica della medesima è il vincolo intercedente tra Cristo e l'anima, vincolo che si attua nell'Unione mistica.

Scrisse inoltre un'opera di controversia in tre parti : Controversiarum sacrarum (1626-28), di cui la terza: 'Aggóntáıc pontificatus è una particolareggiata confutazione delle ragioni addotte da s. R. Bellarmino contro Lutero; e la Epitome systematis theologiae (1649).

Bibl.: F. Nielsen, in Realencyklop, fár protest, Theologie und Kirche, III, 3e ed. (1897), pp. 412-13; O. Rilschl, Dogmenge schichte des Prof., IV, 1928, p. 212 sgg . Piero Chiminelli

BRODA (Bred), Andreas. - Teologo. Si ignora il luogo e la data di nascita, m. a Lipsia nel 1427. Compì i suoi studi nell'Università di Praga, dove si laureò in teologia nel 1388 , divenendone poi vice cancelliere.

Fu chiamato dall'arcivescovo a far parte della commissione di studiosi incaricati di esprimere il loro giudizio sulla dottrina di Wyclif. Così pure attaccò Hus, anzi par-
tecipò in qualità di testimonio nel processo fatto all'eresiarca dal Concilio di Costanza. Contro Giacomo di Misa che sosteneva necessaria per i laici la Comunione sotto ambedue le specie, scrisse: Contra communionem plebis sub utrapue specie (Praga 1415). Ci rimangono inoltre di lui: Tractatus de corpore Christi contra Wicleff (ivi 1411); Contra obiectus Hussitarum; De origine Hussitarum; Sermo Sinodalis (ivi 1413) e una lettera a Hus del 1414.

Bibl.: E. Winter, s. v. in LPbK, II, coll. 568-69 (con bibl.); J. Ostrowski, s. v. in DHG, X, coll. 803-804 (con bibl.).

Cosimo Petino
BROEDERLAM, Melchior. - Pittore fiammingoborgognone, n. a Ypres; se ne hanno documenti dal 1381 al 1409. Fu uno dei principali artisti alla corte dei duchi di Borgogna, dove, nel 1385, diventò « valet de chambre » di Filippo l'Ardito. Sviluppatosi sotto l'influsso dei miniaturisti parigini e borgognoni, nonché della pittura italiana e fiamminga, preparò in certo modo l'arte dei van Eyck (v.).

Molte opere, anche della sua attività, ritrattistica, sono perdute; rimongono però i famosi dipinti per l'altare della Certosa di Champmol (museo di Digione; le sculture sono di Jacques de Baerze). L'altare è databile fra il 1392 e il 1399 e le sue pitture rappresentano l'Annunziazione, la Visitazione, la Presentazione al Tempio, la Paga in Egitto. Esse sono uno dei più preziosi documenti del tardo gotico, già pieno di piccoli temi naturalistici; e sono quindi fini esempi della "stile internazionale-cortese», che anche per merito del B. si estese alla pittura italiana del principio del '400. Nella collezione Mayer van den Berg ad Anversa si trovano due tavole (Nascita di Cristo e Adorazione del Bambino) che sono della cerchia del B. e furono, senza sufficienti argomenti, assegnate all'altare di Champmol. Anche l'attribuzione di un disegno nel museo di Basilea non è sicura. - Vedi Tav. IX.

Bibl.: A. Michiels, Histoire de la peinture flamande, II, Parigi 1866, pp. 32-52; H. Bouchot, Les primitifs français, ivi 1904, p. 138 sgg.; P. Durrieu, s. v. in Thieme-Becker, V. p. 48; P. Toescs, La pittura e la miniatura nella Lombardia, Milano 1912, p. 456; H. Fierens-Govaert, Histoire de la peinture flamande, Parigi 1927, p. 28 sg.; A. Weese, Shulptur und Malerei in Frankreich im 13. u. 16. Jahrhundert, Wildpark-Potsdam 1927, p. 92 sg.; P. A. Lemnione, Die eotische Malerei Frankreichs, FirenzeBerlino 1931, p. 46 sg.; P. Wescher, in Old Master Drawings (disegno di Basilea), 12 (1937), p. 6.; Ch. Sterling, La peinture française, Parigi 1938, passim; L. Rèsa, La peinture française, ivi 1939, passim.

Bernardo Dezenhart
BROËT, PaScase. - Uno dei nove primi compagni di s. Ignazio di Loiola, n. a Bertrancourt presso Amiens in Francia, nel 1500, m. di peste a Parigi il 14 sett. 1562. Già sacerdote e laureato a Parigi in filosofia e teologia fu guadagnato nel 1535 dal b. Pietro Fabro al piccolo gruppo già riunito dal Loiola. Chiamato in Italia, vi fu riformatore di monasteri femminili (a Siena e Reggio) e di parecchie città o diocesi (Faenza, Meldola, Bologna).

Nel 1541, Paolo III lo mandò suo nunzio presso i cattolici d'Irlanda insieme con il p. Alfonso Salmerone (cf. E. Hogan, Ibernia Ignatiana, Dublino 1880, pp. 4-9; le istruzioni pontifice e le relazioni del B. nelle Epist. P. Broëti). Interrotta la missione da complicazioni politiche il B. andò a fondare il collegio di Ferrara, prima di essere il primo provinciale della provincia d'Italia (o «Provincia Tusciae» 1551-52). Primo provinciale di Francia (dal giugno 1552 alla morte), diresse la fondazione dei primi collegi di Parigi, Billom, Pamiers, Tournon, la lotta per l'ammissione dell'Ordine in Francia, contro l'opposizione dei parlamenti. Le lettere del B. sono pubblicate nei Monumenta Historica Societatis Iesu, Epistolae pp. Pascuali Broeti, Claudii Iaji, Ioannes Codurii et Simonis Rodericii (Madrid 1903), pp. 1-254.

Bibl.: A. M. Bonucci, Istoria della vita e preziosa morte del ven. servo di Dio p. P. B., Roma 1713; G. Boero, Vita del s. di Dio p. P. B., uno dei primi compagni di s. Ignazio di Loiola, Firenze 1877 (trad. in francese e spagnolo); J. M. Post, Mémoires pour servir à l'histoire du P. B. et des origines de la Compagnie de Jésus en France, Le Puy 1883.

Edmondo Lamalle

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BROGGIO, Giulio e Ottaviano. - Architetti. Giulio, n. a Milano, si trasferì ben presto in Boemia di cui divenne (1673) cittadino, m. a Litomérice nel 1718. A Litomérice costruì il duomo ( 1670-8 mathrm{r} ), la cappella di S. Rocco (1675), le chiese di Cizkovice, di Dlazkovice (1675) e di Palle (1688-92), la chiesa di S. Adalberto e la residenza vescovile con gli edifici annessi (1689-1701).

Ottaviano, suo figlio, n. nel 1688 a Litomérice, m. ivi nel 1742. Costruì le chiese di Marenice (1699), S. Venceslao nella città natia (1714-16) dove già (1704) aveva cretto la chiesa dei Gesuiti e restaurato la chiesa cittadina (1709) e di Roudnice (1728-34).

Lo stile dei B. è rappresentativo del particolare gusto che nei paesi dell'Europa orientale risolve le acquisite forme rinascimentali nella scenografica e postosa vivacità del barocco italiano, più schiettamente sentito che non gli apporti classicheggianti del secolo precedente.

Bial.: B. Bischoff, a. v. in Thieme-Becker, V, p. 31. Miroslav Stumpf
BROGLIE, Auguste-Théodore-Paul de. - Apologista e filosofo francese, n. ad Auteuil il 18 giugno 1834, m. per assassinio a Parigi l'ri maggio 1895. Rimasto orfano della madre a quattro anni fu affidato alle cure della zia, baronessa Augusta de Staël la quale, benché protestante, diede al nipote un'educazione ispirata al cattolicesimo più ortodosso. Nel 1867 troncò la carriera delle armi per seguire la vocazione al sacerdozio. Ordinato sacerdote il 18 ott. 1870 , dedicò il suo primo apostolato ai sobborghi di Parigi, iniziando insieme quei corsi di apologetica, fra le classi medie e studentesche, che gli attirarono l'attenzione di mons. d'Hulst dal quale, nel 1879 , venne chiamato alla cattedra di apologetica all'Istituto Cattolico di Parigi che tenne fino al giorno dalla tragica morte avvenuta per mano di un'alienata, che egli aveva di frequente beneficato. La vasta opera del de B. abbruccia gran parte dei problemi dell'apologetica e delle materie affini (filosofia, storia delle religioni, biblica) e si è venuta svolgendo secondo l'intenso ritmo dei suoi corsi accademici, delle sue conferenze e della sua attività oratoria. La sua apologia è diretta contro il positivismo scientista, che teneva legato tutta la cultura della seconda metà dell' '800; positivismo filosofico, etnologico, storico. Al positivismo filosofico è dedicata la penetrante analisi dei problemi gnoseologici, che occupa i due tomi di Le Positivisme et la science expérimentale (1880-81). Quest'opera apre la sua attività di scrittore e mette le basi della sua opera apologetica.

Movendo l'attacco direttamente ai principi, il de B. comzeta punto per punto, senza amarezza ma con signorile fermezza, l'agnosticismo metafisico professato dai positivisti nei riguardi delle sostanze e delle cause, ne smaschera gli assunti gratuiti e le deficenze di metodo, pur mettendo in vista gli aspetti buoni ed utilizzabili che esso presenta anche in seno alla filosofia tradizionale. Ispirandosi allo stesso Helmholtz, egli non teme di difendere la percezione immediata delle sostanze e delle cause, tanto nell'esperienza interna quanto, sia pure con alcune cautele, nell'esterna. Tale percezione, immediata come atto, si presenta nel suo svolgersi effettuale come un processo d'interpretazione, come una traduzione immediata di certi * segni * sensibili che noi sentiamo nei nostri organi. Si hanno perciò nella percezione tre momenti: 1) la percezione dei *segni * sensibili nell'impressione fatta dallo stimolo sull'organo del senso; 2) l'interpretazione dei * segni * sensibili o percezione dei corpi, per cui c'è il * vedere * e il * toccare *; 3) la decomposizione della nozione grezza ottenuta dai sensi, la distinzione delle qualità e dei fenomeni, cioè la descrizione dell'oggetto * visto * e * toccato *. Momenti distinti ma che si susseguono con
la massima rapidità ( mathrm{I}, mathbf{1 6 7 - 1 6 9} ). Il processo interiore dell'organizzazione percettiva è attribuito dal de B. alla «induzione incosciente n, la quale consiste nel connettere un "segno * a quell'oggetto che nelle esperienze precedenti si è mostrato ad esso unito, cosi che, all'apparire del * segno n, la mente, per movimento spontaneo, pensa ed apprende l'oggetto. La «induzione incosciente» va accuratamente distinta dall'induzione scientifica: mentre questa tende alla formulazione di leggi generali, quella le precede nel chiarire nella coscienza le prime nozioni ed i primi principi, senza dei quali il pensiero di qualsiasi genere, anche quello scientifico, non può fare alcun passo. E nello stesso interesse della scienza dunque mettere al sicuro le prime persuasioni della ragione, a meno che il positivismo non voglia condannarsi ad un volontario suicidio.

Inadeguato nelle sue pretese teoriche, il positivismo non lo è meno sul piano della vita vissuta; tale la tesi dell'opera matura La réaction contre le positivisme (1894), nella quale è denunciata anche la vacuità del cosiddetto "neocristianesimo" estetico di E. Renan.

La scienza, si deve ormai convenire dopo tante esperienze sociali, non è in grado di fornire all'uomo i principi necessari per governare se stesso. Essa lascia, sia l'individuo come lo società, abbandonati e senza guida al captuccio delle volontà altrui e alle tirannide delle passioni. C'è invece nelle anime una profonda sofferenza, una penosa angoscia, un'inquietudine sorda che sussiste, malgrado tutti gli sforzi che si fanno per scuoterla, la quale esige lo sbocco di un ritorno verso gli ideali dimenticati, verso una fede, ovvero accettazione di un principio superiore, che non si riduca alla scienza. L'itinerario per rigodaggiare i valori perduti avviene in due tappe : 1) affermazione del teismo filosofico che la ragione può dimostrare con argomenti conclusivi ; 2) passaggio alla religione cristiana rivelata, passaggio obbligatorio, sia per assicurarsi la nozione del vero Dio e degli ultimi destini, tanto difficile per la massa degli uomini, sia anche perché l'esistenza della Chiesa cattolica pone ad ogni uomo il problema di mettersi in quella Chiesa che custodisce nell'integrità originaria la dottrina evangelica: ogni uomo è tenuto percio a porsi la questione della verità dei fatti evangelici ed a cavarne le immediate e logiche conseguenze (p. 227). E ciò che il de B. chiamava la "trascendenza del cristianesimo».

Della trascendenza del cristianesimo il de B. aveva intrapreso una prima riprova positiva in Problèmes et conclusions de l'histoire des religions (1885), ove, pur sapendo riconoscere con serena lealtà i pregi delle altre religioni e le sorveglianze parziali che ciascuna presenta con la cristiana, mette fuori di ogni contestazione la superiorità di questa per la saldezza dei suoi fondamenti razionali e storici, per la elevatezza delle sue dottrine e la purezza della sua morale. Una seconda riprova il de B. trovò nelle scienze bibliche. In L'idée de Dieu dans l'ancien et dans le Nouveau Testament (1892), prese in esame alcuni fatti più importanti della storia d'Israele (l'esodo dall'Egitto sotto la guida di Mosè, la promulgazione della legge che afferma il principio dogmatico del monoteismo...) e si accinse a dimostrare