la forma di pena latae sententiae), si esige una imputabilità particolarmente grave e la consumazione del delitto (cann. 2242 S 1,2229 S 2,2228 ); ammonendo altresi il Codice di applicarla con moderazione e circospezione (can. 2241 § 2). Norma questa già dettata dal Concilio di Trento onde toglier l'abuso che s'era introdotto con la frequentissima inflizione della scomunica; consistendo infatti la c. nella privazione di beni spirituali, essa costituisce un potente mezzo per indurre il censurato alla resipiscenza ma, verificandosene l'abuso, non può che portare la disgregazione sociale e quindi la rovina delle anime si temere, aut lexibus ex robus incutiatur magis contemni, quam formidari et perniciem patius parere quam salutem (sess. XXIII, cap. 3, de Ref.).
E poi necessario che il delitto sia stato commesso con specifica contumacia, la quale, dal verbo contemnere, consiste nel contemptus censurae, cioè nella volontà criminosa che rifiuta di ritrarsi dal delitto e di sottoporsi alla riparazione degli effetti da esso prodotti.
Principio fondamentale del diritto penale è che nessuna pena può infliggersi quando non consti in modo certo del delitto commesso (can. 2233 § i); ma quando trattasi di c., tale presupposto non è sufficente, prescrivendo tassativamente la legge reus reprehendatur ac maneatur ut a contumacia recedat... dato, si prudenti eiusdem indicis vel superioris arbitrio casus id ferat, congruo ad resipiscentiam tempore (can. 2233 § 2). Tale forma di ammonizione è prescritta essenzialmente quando trattasi di infliggere la c. ferendae sententiae; ma per incorrere la c. latae sententiae non è richiesta siffatta espressa ammonizione ed è sufficente la trasgressione della legge o del precetto comminante una pena latae sententiae. In altre parole: la c. poiché è pena medicinale data ad frangendam contumaciam, questa deve essere rilevata dopo l'ammonizione, la quale può verificarsi in due forme distinte : ammonizione da parte del giudice o del superiore, se trattasi delle c. ferendae sententiae, e in tal caso la contumacia sarà formule; ammonizione contenuta nella legge o precetto, se trattasi delle c. latae sententiae, e in tal caso la contumacia potrà dirsi interpretativa, perché la legge stessa o il precetto comminante la pena contengono le ammonizioni (lex interpellat pro homine).
Né sarebbe richiesta la monitio quando, incorsa la pena medicinale latae sententiae, onde conseguire tutti gli effetti in fòro esterno (can. 2232 § i) si trattasse di addivenire alla sentenza declaratoria (v. SENTENZA) salva, ben s'intende, la citazione del reo affinché possa difendersi, a meno che il delitto non sia notorio (v. delitto; can. 1747 n. 1).
La c. diventa esecutiva e produce gli effetti penali dal momento che si incorre o che è inflitta. Perciò il CIC alla c. già irrogata non può altro rimedio concedere che l'appello o il ricorso senza effetto sospensivo (can. 2243 § i), lasciando la possibilità del ricorso anche in sospensivo (ma limitatamente alle materie nelle quali tale ricorso è consentito dalla legge) quando la c. sia stata soltanto comminata e non ancora irrogata (can. 2243 § 2).
E poi da considerare che la c., come ogni pena, importa un vincolo giuridico tra il soggetto e la società, e per tanto tale vincolo può moltiplicarsi quante volte venga a verificarsi la violazione della legge (tot poenae quot delicta:
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can. 2224), tenuto pure conto che il soggetto puo essere privato anche dello stesso bene per diversi titoli, e per conseguenza, non solo può verificarsi il caso che lo stesso soggetto sia colpito da c. di diverso genere, ma ancora che lo stesso soggetto sia colpito da più c. dello stesso genere (can. 2244). Premesso che le c. sono: la scomunica (v.), l'interdetto (v.) e la sospensione (v.; can. 2255 S I), e che la prima è sempre c. mentre le altre due possono essere sia c. che pene vendicative (can. 2255 § 2), deve osservarsi che le comuni distinzioni della pena (v.) in genere valgono anche per le c.
Propria delle c. è invece la distinzione tra c. riservate e c. non riservate (v. assoluzione; riserva).
3. Assoluzione. - Riguardo alla cessazione delle c., principio fondamentale è che, costituitosi con la c. il rapporto primitivo tra l'autorità della Chiesa e il censurato, esso non può modificarsi se non mediante l'assoluzione (cann. 2241 S i e 2248 S i). Si fa al riguardo un'unica eccezione che si verifica se la c. fosse inflitta sotto condizione risolutiva, nel qual caso l'assoluzione sarebbe implicita. Essendo però la pena un vincolo di foro esterno, l'assoluzione dalla c. differisce essenzialmente dall'assoluzione del peccato (v. assoluzione): questa riconcilia l'uomo davanti a Dio e non può aver efficacia se non vi concorrano tutte le disposizioni del soggetto relative all'animi dolor de peccato commissa, all'accusa e alla formazione del sacramento della Penitenza; quella invece toglie il vincolo giuridico tra il delinquente e la società attuatosi con l'applicazione della pena, e può aver tutta la sua efficacia anche se non vi fossero le disposizioni del soggetto, o contro la volontà di lui. E poiché più vincoli di pena, come s'è visto, possono cumularsi nello stesso soggetto, e ciascun vincolo rimane a sé ed indipendente, cosi questi può essere assolto da una o più c., rimanendo le altre (can. 2249 S I); al contrario l'assoluzione dei peccati (trattandosi dei peccati mortali) non potendo aver luogo che con l'infusione della Grazia santificante, o ha effetto universale per tutti i peccati, o non ha effetto neppure per particolari peccati confessati e dei quali il soggetto fosse pentito. Altro poi è la potestas absolvend i a cennoris, altro la potestas absolvend i a peccatis: quella è giurisdizione di foro esterno, questa è giurisdizione di foro interno sacramentale. Nell'assoluzione delle c., quindi, l'estensione della remissione dipende dalla volontà dell'assolvente: chi, irretito da più c., chiede l'assoluzione, deve indicarne e specificarne la qualità ed il numero, giacché l'assoluzione vale solo per i casi espressi. Per disposizione però della legge, se l'assoluzione fosse generale, quantunque la petizione fosse stata particolare, sarebbe ugualmente efficace per tutte le c. taciute in buona fede, ad eccezione delle c. specialissime modo riservate alla S. Sede (can. 2249 S 2 ).
Essendo la c. un vincolo di foro esterno, l'assoluzione necessaria alla sua cassazione è quella data in foro esterno; la quale però esercita la sua efficacia anche in foro interno (can. 2251). Quando, invece, l'assoluzione è data in fôro interno, allora bisogna distinguere vari casi : a) se la c. incorsa fosse stata assolutamente occulta, l'assolto in foro interno puo ritenersi come sciolto dalla pena anche in foro esterno; b) se la c. incorsa fosse stata notoria e pubblica, il delinquente, assolto in foro interno, deve dipartarsi come censurato negli atti esterni per non cagionare scandalo; c) in entrambi i casi l'autorità di foro esterno può esigere l'osservanza esteriore della censura; tranne il caso che l'assoluzione in foro interno sia provata o legittimamente presunta (ibid.).
Condizione ordinariamente richiesta per l'assoluzione, a tenore del can. 2242 sgg., è il recesso dalla contumacia (delicti poenitentia, scandali reparatio, partis laesae satisfactio). Coerentemente alle nozioni della pena, più sopra accennate, deve dirsi che, chi receda dalla contumacia ha certo diritto d'essere assolto (can. 2284 S 2 ) dopo il favorevole giudizio dell'assolvente (can. 2242 S 3 ); ma anche in mancanza di tale recesso, l'assoluzione, pur essendo generalmente priva di giusta causa, tuttavia sarebbe ugual-
mente produttiva di effetti giuridici in quanto la c. è vincolo giuridico totalmente dipendente dalla giurisdizione ecclesiastica.
Ora, per accennare sommariamente alle facoltà del soggetto attivo dell'assoluzione, occorre prendere in esame le tre situazioni di fatto nelle quali può venirsi a trovare il censurato cioè: a) il caso ordinario; b) il pericolo di morte; c) il caso urgente.
a) In caso ordinario (can. 2253) : dalla c. latae sententiae non riservata può assolvere in foro interno sacramentale qualsiasi confessione; in foro estrasacramentale chiunque abbia giurisdizione di foro esterno; dalla c. ab homine, solo può assolvere chi inflisse la c., il di lui superiore e successore (can. 2245 S 2 ), i quali possono fossi soli) assolvere il reo anche fuori dal suo domicilio o quasi-domicilio; se la c. latae sententiae è riservata a lore, solo può assolvere chi costituì la c. o colui a cui è riservata, i di loro successori, superiori e delegati (cf. anche cann. 239 S i n. I, 401, e v. RISERVA).
b) In pericolo di morte (v.). - A norma del can. 882, chiunque sia sacerdote, ancorché non avente facoltà per ricevere le confessioni, può assolvere da qualunque c. in qualsivoglia modo o forma questa fosse riservata. Il censurato, però, che in pericolo di morte sia stato assolto da c. ab homine o a ture specialissimo modo Sedi Apostolicae reservata da sacerdote non munito di relative regolari facoltà, ma con la sola giurisdizione ex iure in forza del can. cit., è tenuto a ricorrere, se riacquisti la salute, nel termine di un mese, a chi aveva inflitto la c. (se ab homine), alla S. Penitenzieria, o al vescovo o a chi fosse munito di facoltà (se riservata specialissimo modo) ed a stare alle loro disposizioni. Tale obbligo di ricorrere se, con grave negligenza, non venisse adempito (ma l'impossibilità fisica o morale è causa scusante), implica la reincidenza nella stessa c. già assolta, nel senso che la negligenza darebbe luogo ad un nuovo delitto colpito dalla medesima pena (can. 2252). Come è chiaro, il censurato in caso rimarrebbe assolto da ogni altra c. che non fosse ab homine o a ture specialissimo modo Sanctae Sedi reservata.
Giacomo Violardo
c) In caso urgente (v.). - Il can. 2254 precisa esistere il caso urgente, e conseguentemente dà a tutti i confessori facoltà di assolvere dalle c. riservate, quando le limitazioni imposte dalle c. non possono essere mantenute senza pericolo di grave scandalo o infamia, oppure quando sia duro per il penitente rimanere in stato di peccato grave per il tempo necessario a che il Superiore competente provveda (can. 2254 S i). Il che può verificarsi anche se si tratti di caso riservato absque censura.
La clausola (si durum sit) si deve intendere, com'è evidente, in senso soggettivo, perché oggettivamente è sempre gravoso, anche per un minimo spazio di tempo, rimanere in stato di peccato grave. Da ciò segue che il confessore non solo puo, ma deve credere al penitente che affermi tornare a lui grave rimanere a lungo nel suo peccato; che se il penitente nulla dice o non mostra gran desiderio di essere assolto, può il confessore eccitare in lui questo desiderio e cosi assolverlo (cf. A. Arregui, Sum. theol. mor., 14^{mathrm{a}} ed., Bilbao 1927, n. 614).
Sebbene l'assoluzione impartita dal confessore venga esercitata in foro interno sacramentale, è valida anche per il foro esterno, salvo i diritti del Superiore ad esigere in foro esterno l'osservanza della pena, se la sua assoluzione non può essere né provata, né presunta (can. 2251).
Sono prescritte inoltre alcune condizioni secondo le quali l'assoluzione deve essere data. E da ingiungere cioè al penitente l'obbligo di ricorrere entro un mese (sotto pena di ricadere nella c.) almeno per lettera o a mezzo del
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confessore, se ciò può essere fatto senza grave incomodo, e senza menzionare il nome, alla S. Penitenzieria o al vescovo o ad altro Superiore munito di facoltà, e di stare alle loro ingiunzioni (can. 2254 S i).
L'obbligo del ricorso è sub poena reincidentiae. Però a norma del can. 2218 \& 2 tutte quelle circostanze che scusano da grave imputabilità, scusano ugualmente dalla poena reincidentiae, anche in foro esterno, purché si possano provare. Niente vieta che, ricevuta l'assoluzione e pendente il ricorso, il censurato il quale accusi il suo delitto con c. ad un altro confessore munito di facoltà di assolvere dai casi riservati, riceva da costui l'assoluzione e le ingiunzioni del caso, senza poi essere più tenuto alle prescrizioni che potrebbero provenire dal Superiore a cui è stato fatto il ricorso (can. 2254 S 2 ).
Può accadere, e non infrequentemente, che il ricorso sia impossibile. L'impossibilità (trattasi sempre d'impossibilità morale) può essere o da parte del confessore o da parte del penitente. In questi casi lo stesso confessore può concedere l'assoluzione, senza l'onere del ricorso, solo imponendo una congrua soddisfazione, che dovrà essere adempiuta entro il tempo determinato dal confessore, anche qui sub poena reincidentiae. Unica eccezione è il caso del can. 2367, cioè del sacerdote colpito da scomunica riservato specialissimo modo S. Sedi per abusiva assoluzione del complice. In questo caso infatti, trattandosi di sacerdote che sa e può scrivere da se, non esiste l'impossibilità morale di un ricorso, almeno per lettera, alla S. Penitenzieria (can. 2254 § 5).
Se però quest'impossibilità realmente esistesse, non si può escludere, dicono i moralisti, neppure questo caso dal generale beneficio.
BibL.: Wernz-Vidal, VII, pp. 227-75; F. M. Cappello, Troctatus cammino-moralis de centuris, Torino-Roma 1933; I. Chelodi-P. Ciprotil, Ius cammicum de delictis et poenis, 2^{°} ed., Vicenza-Trento 1943, pp. 38-47; E. Gènicot-F. Salmans, Institutiones theologiae moralis, 16^{°} ed., II, Bruxelles 1946, pp. 521 533.
Pietro Palazzini
CENTOGELLE. - Una esistenza effimera visse codesta sede episcopale che i documenti attestano del sec. v.
L. Duchesne opina che i vescovi di C. (Subaugusta) non fossero che quelli di Labicum al XV miglio colà residenti in quel tempo, poiché le fonti tacciono contemporaneamente i nomi dei vescovi di quest'ultima; al contrario F. Lanzoni e più di recente T. Ashby e G. Lugli, con ragioni che sembrano più persuasive, ritengono che si tratti propriamente dei vescovi del luogo, dei quali sono certi Crispiano nel 465 , Pietro nel 487 , Massimiano nel 499 e Giocondo nel 502. Al IV miglio ca. della via Labicana, presso l'odierno scroporlo di C., si era formata nel sec. iv una città imperiale, specie di quartiere militare e campo trincerato a difesa della capitale, che fu chiamata Subaugusta. L'esistenza nella zona della villa e del mausoleo imperiali (Tor Pignattara) spiegano l'origine della sede episcopale che però fu di assai breve durata, perché cessò ai primi del sec. vi. Oggi non restano che rovine imponenti.
BibL.: L. Duchesne, Le sedi episcopali nell'antico ducato di Roma, in Arch. della R. Soc. romana di storia patria, 15 (1892), p. 497; G. Tomassetti, La campagna romana antica medievale e moderna, III, Roma 1913, pp. 388, 391, 394, 412; Lanzoni, pp. 120-26; T. Ashby-G. Lugli, La villa dei Flavi cristiani ad duas laures e il suburbano imperiale ad oriente di Roma, in Atti della Pont. Arcad, romana di archeol., 3² serie: Memorie, 2 (1928), pp. 158-59.
Serafino Prete
GENTONI POETICI. - Il c. è un componimento poetico risultante di versi e parti di versi di qualche poeta ben noto, cuciti insieme cosi da esprimere un contenuto nuovo.
Fra quelli di argomento cristiano, il più conosciuto è il Cento Vergilianus della matrona romana Proba (v.), composto probabilmente verso il 360 . Esso ci narra con passi ed emistichi vergilliani tutta la vita di Gesù e la storia sacra fino al diluvio. Evidentemente un'impresa simile non poteva aver successo. L'autrice è obbligata a tacere i nomi
propri e ad esprimersi spesso in modo vago e approssimativo, nel vano sforzo di dare alla sua materia una veste innaturale. S. Gerolamo (Ep., 53, 7) riprovò tali tentativi come puerili e ciarlataneschi, e il Decretum Gelasiamem relegò il c. fra gli apocrifi. Altri c. virgiliani, probabilmente posteriori, sono: i Pomponii versus in gratiam Domini, o Tityrus, 152 esametri desunti dalla 1ᵃ egloga di Virgilio, forse introduzione a un c. sull'Eneide fatto dal medesimo autore; il De Verbi Incarnatione, in III esametri; il De Ecclesia, in 110 esametri, che vuol essere una predica sulla redenzione, entrambi d'autore ignoto. Ve ne furono anche nel medioevo. S. Gerolamo (loc. cit.) fa anche menzione di c. cristiani omerici, di cui non sappiamo altro. Fra i c. greci posteriori si ricordano quelli omerici di Elia Eudossia (m. nel 460), e la tragedia Christus patiens attribuita a s. Gregorio Nazianzeno, composta con versi di Euripide, Eschilo e Licofrone nel sec. xir. Di c. minori in brevi componimenti ve ne sono moltissimi e quasi tutti i poeti della decadenza si baloccarono in simili produzioni.
BibL.: Testi: C. Schenkl, in Psikae christiani minores, I: CSEL 16 (1888), p. 511 sec. (Proba e gli altri). Studi: F. Ermini, Il C. di Proba e la poesia centomiana latina, Roma 1909; SchanzKrüger, IV, i, pp. 219-21; Bardenbever, III, pp. 261-63; Moricea, III, II, pp. 842-61.
Michele Pellegrino
GENTRO CATTOLICO CINEMATOGRAFICO: v. ESTE DELLO SPETTACOLO.
GENTRO CATTOLICO TEDESCO. - Nella storia parlamentare e politica tedesca il nome di C. C. T. apparve per la prima volta nel 1859 , quando deputati cattolici della Dieta prussiana costituirono una frazione propria, alla quale imposero, tenuto conto della posizione dei seggi che occupavano in aula, appunto il nome di C. C. T. Politicamente questo gruppo si identificava, anche nelle persone, con la frazione cattolica della dieta esistente fin dal 1852, che si oppose ai decreti del ministro Raumer, lesivi delle libertà personali e di culto sanciti dalla costituzione. Il programma del C. prussiano si sintetizzava nel 1861 nei seguenti punti : visione grandetedesca dell'unità nazionale, con la condanna del particolarismo prussiano di una "piccola Germania"; libertà di tutte le confessioni, e non solo di quella cattolica, di fronte all'ingerenza statale; la più ampia autonomia possibile in ogni campo della vita sociale. Il C. C. T. pertanto, fin dalle origini, non fu un partito confessionale nel senso stretto della parola, e, se lo fu in seguito per alquanto tempo, ciò è dovuto non tanto alla rigida impostazione di un suo programma politico, ma al Kulturkampf scatenato da Bismarck dopo il 1870.
Infatti durante il cosiddetto "conflitto costituzionale" (1862-66) i deputati della frazione non costituirono un blocco omogeneo : alcuni votarono contro il governo, altri invece concessero la fiducia a Bismarck. A ciò si aggiunga che questo C. non costituiva ancora un partito nel vero senso della parola. Privo di qualsiasi apparato organizzativo e di una stampa che ne fosse il portavoce ed il tramite con il corpo elettorale, le elezioni successive ne suggellarono la temporanea scomparsa. La pubblicazione del Sillabo (1864), l'economia della Prussia e del protestantesimo in Germania dopo la sconfitta dell'Austria a Sadowa (1866), la definizione dell'infallibilità pontificia (1870) ebbero profonde ripercussioni sulla politica interna prussiana. La condanna del liberalismo, pronunciata nel Sillabo, fece si che i cattolici fossero guardati con sospetto ed accusati di oscurantismo ed ultramontanismo. D'altra parte, costituita la confederazione della Germania del nord sotto guida prussiana, i cattolici si trovarono in minoranza di fronte ai protestanti. Essi furono pertanto costretti dalla necessità delle cose a rinsaldare i vincoli per la tutela dei loro diritti. Né la tensione accennava a diminuire. Il dogma dell'infallibilità pontificia, presentato dai circoli anticattolici come un ritorno al Dictatus papae di Gregorio VII ed all'Unam sanctam di Bonifacio VIII, surriscaldò l'atmosfera, già estremamente
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arroventata. Questo complesso di circostanze determinò la formazione del C.C.T. vero e proprio, di quel partito che per oltre mezzo secolo dovere essere uno dei protagonisti della politica interna tedesca. La sua data di nascita si può fissare all' 11 giugno 1870 , con una lettera di Peter Reichensperger, uno dei più influenti membri del C. prussiano del 1852 in poi, apparva sulla Kölnische Volkszeitung. Redatto in forma di manifesto, questa lettera è un appello ai cattolici a scegliersi nelle imminenti elezioni i rappresentanti adatti a difendere la libertà di vivere cristianamente, insidiata e minacciata dall'autorità statale. Il 28 ott. 1870 apparve il primo programma politico del C.C.T. detto di Soest, dalla città della Germania occidentale in cui fu redatto. Constava di nove punti : 1) assoluta libertà della Chiesa; 2) effettiva parità dei culti riconosciuti; 3) opposizione a qualsiasi tentativo di profanare il matrimonio; 4) scuole confessionali; 5) Stato federale, con ampio riconoscimento dell'autonomia dei singoli Lünder; 6) decentramento amministrativo; 7) rigoroso controllo delle spese, delle tasse, dei tributi, e loro equa distribuzione fra i contribuenti; 8) superamento del divario esistente tra il capitale ed il lavoro mediante l'impostazione delle questioni sociali su una base strettamente legale. Le elezioni alla camera dei deputati prussiana, svolte nel 1870, assicurano ai C.C.T. 48 mandati. I successivi comizi del primo Reichstag tedesco, dopo la proclamazione dell'impero nel genn. 1871, designarono 63 rappresentanti del C. Fu appunto in una riunione del gruppo, nel dic. 1870, che August Reichensperger e Savigny proposero per il nuovo partito il nome di C.C.T., che fu accolto. I suoi primi capi furono Windthorst e Mallinckrodt. Nel Reichstag il C. prese immediatamente posizione a favore della libertà della S. Sede e di quella dei cattolici tedeschi. Nel corso del dibattito sulla risposta al discorso della corona, il C. propose che nell'indirizzo fosse inserita la richiesta di un intervento diplomatico in favore della S. Sede (l'occupazione di Roma da parte del regno d'Italia era avvenuta alcuni mesi prima), ma la richiesta fu respinta con 243 voti contro 63 . Più gravido di conseguenze fu l'atteggiamento negativo assunto dai partiti non cattolici durante la discussione della nuova costituzione dell'impero tedesco. I rappresentanti del C. avvertirono infatti nel progetto della costituzione l'assenza di qualsiasi garanzia per la libertà della Chiesa cattolica. Inutilmente essi lottarono per il riconoscimento dei loro diritti. La coolizione dei partiti avversi riportò di nuovo la maggioranza. Da allora in poi le misure anticattoliche si successero una dopo l'altra. Ebbe così inizio il cosiddetto Kulturkampf, che per vari anni turbò profondamente il patriottismo e la fede religiosa dei cattolici tedeschi. Dopo il 1880 il cancelliere Bismarck, che era stato il massimo responsabile della campagna anticattolica, dovette riconoscere l'inutilità della lotta iniziata, e le leggi anticattoliche cessarono. Il Kulturkampf d'altra parte aveva rafforzato il C., e molti cattolici che prima non avevano votato per questo partito, avvertita la minaccia, gli diedero i propri suffragi. In tal modo la maggioranza conservatrice e liberale si sfaldò, ed in parlamento il C. divenne l'arbitro della situazione, e funse da ago, capace di far traboccare i piatti della bilancia nell'uno o nell'altro senso. Tale situazione permise al C.C.T. di opporsi ad una politica anticattolica da parte del governo e del parlamento, ma non gli diede alcuna possibilità di ottenere vantaggi positivi : la sua fu insomma, in complesso, una politica statica, che gli dava molta libertà di manovra. impedendogli però lo svolgimento di una funzione legislativa sui propri punti programmatici. Dall'esaurimento del Kulturkampf fino alla prima guerra mondiale l'azione politica del C. conservò la suddette caratteristiche. Scoppiata la guerra nel 1914, anche il C. votò i crediti richiesti, e rinunciò ad ogni forma d'opposizione per la durata del conflitto. Solo nel 1917, con la mozione della pace presentata dal deputato centrista Erzberger, mozione che ebbe anche i suffragi dei socialdemocratici e dei liberali, il C. ritornò in primo piano. Dopo la Rivoluzione del nov. 1918 il C., pur rimanendo fedele alla piattaforma cattolica del suo programma, procedette ad una riorganizzazione interna che portò alla direzione del partito l'ala sinistra ed i rappresentanti dei sindacati. Tatticamente esso
si schierò con gli altri partiti di destra per impedire una maggioranza socialista. Nelle elezioni del genn. 1919 il C., ivi compresi i mandati del partito popolare bavarese, movimento dei cattolici della Baviera, ebbe all'Assemblea Costituente una rappresentanza di 91 deputati, e cosi poté opporsi ad una forma di repubblica sociale, vagheggiata dai partiti estremi. Durante gli anni della repubblica di Weimer il C. continuò ad essere gran parte nella vita politica e parlamentare tedesca, e varie volte suoi rappresentanti ricoprirono l'importante carica del cancelliereo (Fehrenbach, giugno 1920-maggio 1921; Wirth, maggio 1921-nov. 1922; Marx, nov. 1923-dic. 1924 e maggio 1926 maggio 1928; Brüning, marzo 1930-maggio 1932).
Dopo l'avvento al potere di Hitler (genn. 1933), il C. C. T., sotto la guida di mons. Kaas e di Brüning, concesse i pieni poteri ai nazionalsocialisti, ingannato dalla promessa che non sarebbero stati lesi i diritti fondamentali dei cittadini. Alcuni mesi dopo, il 5 luglio, il C. C. T. si accolse, finché la catastrofe tedesca nel 1945 ne permise di nuovo la ricostituzione. Se ne fecero premetori il dott. Hamacher e Johannes Brockmann. Il rinato C. C. T. mancava però di una salda base elettorale, perché questa era stata assorbita dalla nuova Unione cristiana-democratica. Alla fine del 1948 una delle figure più eminenti del C. C. T., Karl Spiecker, ex-collaboratore del cancelliere Wirth, propose pertanto la fusione del partito con l'Unione cristiana-democratica, ma il suo consiglio non fu seguito.
Bibl.: H. Donner, Die katholische Fraktion in Preuzen 1832-38, Lipsia 1909; H. Wenderl, Die Fraktion des Zentrums im preussischen Altgondolterbehaus 1839-67, ivi 1916; F. Rachfeld, Zentrum, in P. Herre, Politischer Handworterbuch, II, ivi 1923, pp. 1011-16; J. Wirth, Le centre allemand dans la nouvelle Europe, in L'Esprit international, i (1927), p. 147 sgg.; K. Bachem, Vorgeschichte, Geschichte und Politik der deutschen Zentrenspartel. Zugleich ein Beitrag zur Geschichte der katholischen Bewegung, sowie zur allgemeinen Geschichte des neueren und neuesten Deutschland 1819-1912, Colonia 1927. Una raccolta di programmi e di manifesti elettorali del C. trovasi in F. Salomon, Die deutschen Parteiprogramme, Lipsia-Berlino 1907 sgg., passim.
CENTRO ITALIANO FEMMINILE (C.I.F.). E un fedarazione di forze femminili cristianamente ispirate per un'azione costruttiva e concorde in tutti i settori della vita civile e sociale (art. 1^{°} dello Statuto), istituita il 5 nov. 1944.
Le donne di sentire cristiano, già in gran parte organizzate in associazioni religiose, o di apostolato, hanno sentito il dovere di esercitare una più attiva influenza anche nel campo civico e sociale, coordinando la loro azione in un grande organismo federativo dei singoli enti già in atto di cui i più importanti sono l'Unione Donne, la Gioventù femminile di azione cattolica; le Dame di S. Vincenzo, i Terz'ordini femminili.
Il campo di azione del C. I. F. è vasto. L'educazione civile e politica della donna; l'assistenza all'infanzia bisognosa, uno dei problemi più delicati lasciati dietro di sé dal conflitto mondiale; l'apertura di scuole per il popolo, di asili, di odonie montane e marine. L'organizzazione è retta da un consiglio composto dalle rappresentanti degli enti federati, e da un comitato direttivo con una presidente elettiva. L'ortodossia è garantita da un consulente ecclesiastico. L'organizzazione ha in sede provinciale e comunale gli stessi organi che in sede nazionale con funzioni proporzionate e sotto l'alta direzione centrale.
Il C. I. F. pubblica un suo periodico d'informazioni ufficiali : il Bollettino del C.I.F. Per gli statuti del C.I.F. cf. : L'Assistente ecclesiastico, 18 (1948), p. 35, n. 68 sgg.
Luigi Cardini
CENTRO SPORTIVO ITALIANO (C.S.I.). E un'opera voluta dalla Direzione generale dell'A.C.I. e promossa dalla Gioventù italiana d'azione cattolica, con lo * scopo di disciplinare, coordinare e sviluppare le attività sportive ed escursionistiche, guardando ad esse con spirito cristiano x.
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IL C. S. I. ha avuto un precedente nella Federazione delle associazioni sportive italiane (F.A.S.C.I.) la quale, nata sul finire del 1906, visse prosperosa fino al 1927 quando fu soppressa dal regime fascista, che volle monopolizzare anche questo settore dell'attività dei cittadini. Il C. S. I., istituito a Roma il 1^{°} marzo 1944, ha un Consiglio direttivo centrale, ed un Assistente ecclesiastico. Alla base stanno le Unioni sportive, a carattere parrocchiale, oppure, sorte in seno ad altre organizzazioni cattoliche, come oratori, collegi, istituti. Le Unioni sportive si aggregano al C. S. I. tramite l'ufficio sportivo diocesano, ne ricevono tessere e pubblicazioni. Il C. S. I. ha delle particolari convenzioni col Comitato olimpionico italiano (C.O.N.I.) e con le varie Federazioni sportive nazionali. Il C. S. I. pubblica: Stadium, mensile d'informazioni sportive.
Bib.: Gli opuscoli divulgativi pubblicati a Roma: Che cos'è il C. S. I.; Nasce l'Unione Sportiva; Statuto e regolamento; la collezione dei numeri di Stadium.
Luigi Cardini
CENTULA, ABBAZIA di: v. SAINT-RiQUOIS
CENTURATORI DI MAGDEBURGO. Questo nome è desunto dal titolo dell'opera Ecclesiastica historia secundum singulas centurias per aliquot studiosos et pios viros in urbe Magdebargica. Difatti è la prima storia generale della Chiesa compilato dai protestanti, distribuita in periodi di certo anni o Centurie, scritta, almeno in gran parte, nella città di Magdeburgo ed alla quale collaborarono uomini studiosi come Flacio Illirico (v.) direttore e anima di tutta l'opera, Giovanni Wigand, Matteo Judex, Basilio Faber, Andrea Corvino, Tommaso Holthuter, ecc. Detti «uomini pii» sono profondamente anticattolici; basti dire che uno di essi, il Judex, esortava le autorità politiche a servirsi della spada "per estirpare i papisti, assassini feroci, carnefici delle anime». Flacio concepì il disegno di quell'opera fino dal 1553 e il lavoro fu diligentemente organizzato, raccogliendo molto materiale e affidandolo a cinque direttori, che avevano sotto di sé parecchi collaboratori; tutto, però, era sotto l'alta direzione del Flacio che non ebbe riguardo ai mezzi, fossero leciti o illeciti.
Ogni Centuria contiene 16 parti : 1) Sguardo generale. 2) Diffusione della Chiesa. 3) Persecuzioni o pace della Chiesa. 4) Dottrina della Chiesa. 5) Eresie. 6) Culto e cerimonie. 7) Governo. 8) Scismi e lotte interne. 9) Concili. 10) Uomini illustri. 11) Eretici e capi-sètte. 12) Martiri. 13) Miracoli. 14) Condizione politica degli Ebrei. 15) Religioni non-cristiane. 16) Mutazioni politiche. Alle spese relative contribuirono i re di Svevia e di Danimarca, i duchi di Sassonia, i principi di Anhalt, le città di Augusta, Norimberga, ecc.
Le prime tre Centurie furono stampate a Basilea nel 1559; le altre, fino alla 13ᵃ, nella stessa città tra il 1560 e il 1574, e in quest'ultimo anno si stampò la 13ᵃ non potuta finire dal Flacio che morì l'anno seguente. Giovanni Wigand scrisse le Centurie 14, 15 e 16, ma rimasero inedite nella biblioteca di Wolfenbüttel. Ci furono bensi autori, come I. I. Hauke, I. I. Sember, che tentarono di proseguir l'opera o di farne un'altra edizione, ma con poco esito per la disistima nella quale essa era caduta. Questa disistima si dovette in parte alle critiche fattene da eminenti autori cattolici, quali s. Pietro Canisio, il cardinale Baronio con i suoi Annales ecclesiastici e i Bollandisti con la loro opera monumentale; in parte all'indole delle stesse Centurie. Se alcuni ne ammirano il piano grandioso che gli autori si proponevano di sviluppare o il preteso metodo scientifico di raccogliere e compulsare documenti di ogni sorta, altri ne condannano i grandi e fatali difetti. Tra questi è da porsi lo scopo delle Centurie, le quali dovevano essere «una specie di corso dell'abbondanza dal quale dovevano uscire le prove evidenti di tutti gli inganni e reati di truffe e di frodi della Chiesa». La critica seria ed imparziale respinge una storia cosi unilaterale. Solamente i protestanti meno eruditi o più fanatici, ancora
trovano in quest'opera un arsenale ricchissimo di accuse, ormai però superate, contro la Chiesa cattolica e le ripetono come se non fossero mai state confutate. Si rimane dolorosamente colpiti a leggere per esempio che s. Bonifacio fu l'apostolo della menzogna, che s. Gregorio VII fu il più abboninevole mostro della terra, che Alessandro III ristabilì il culto di Baal, ecc. Aggiungasi il tono polemico di tutto l'opera che è di una estrema virulenza antipapale; i fatti e documenti sono aggruppati con spirito partigiano; le storie, le leggende e le favole vi sono ammassate alla rinfusa; solta agli occhi di ognuno la mancanza di calma, di equanimità e di ponderazione necessarie in un'opera seria di storia. Non è quindi da meravigliarsi che scrittori protestanti seri ed eruditi abbiano ormai scartato quest'opera.
Bibs.: O. Braunsberger, Canisii epistolae et octa, 8 voll., Friburgo in Br. 1896-1923; J. Janssen, Geschichte des deutschen Volkes seit dem Ausgang des Mittelalters. V. Friburgo in Br. 1886, pp. 311-34; P. Tacchi Venturi, Storia d. C. d. G. in Italia, I. I. Roma 1930, pp. 132-37; C. Capasso, a. v. in Enc. N., IX (1931), p. 733 (con bibliografia); E. Fueter, Storia della storiografia moderna, I, vers. n., Napoli 1944, p. 299 seg. Camillo Crivelli
CENTURIONE, VITTORIA. - In religione Paola Maria di Gesù, carmelitana scalza, figlia dei nobili Stefano C. e Vicentina Lomellini di Genova, n. il 6 ott 1586 a Napoli; si fece carmelitana scalza a Genova il 2 meggio 1601 ; m. in concetto di santità a Vienna il 15 genn. 1646. Ammastrate con rivelazioni nelle più alte virtú, ebbe grande sete di sofferenze e raggiunse l'unione mistica. Fondò i monesteri di Carmelitane scalze di Vienna (1629) e di Graz (1643) in Austria.
Bibs.: Alessio M. della Passione, Vita della ven. m. Paolo M. di Gesù, Roma 1669: Anon., Capia delle gratie ricreute dal Sigmare Iddio, dalla nostra ven. m. Paolo.... con alcuni suoi scritti spirituali, e disegni mistici, e poesie (ms. Arch. gen.).
Ambrogio di Santa Teresa
CEOLFRIDO, santo. - Abate dei due monasteri inglesi di S. Pietro a Wearmouth e di S. Paolo a Jarrow, nel Northumberland; n. nel 642 in quella regione da famiglia dell'alta nobiltà anglosassone. A 18 anni entrò nel monastero di Gilling (Yorkshire), donde passò a Ripon, dietro invito di Wilfrido, che, dopo dieci anni di studi, lo ordinò sacerdote. A Ripon, pur disimpegnancio l'umile ufficio di panettiere, fu eletto maestro dei novizi, quando, nel 674, da s. Benedetto Biscop (v.), fu richiesto per la fondazione di Wearmouth, ove funse da priore durante l'assenza dall'abate. Nel 678 accompagnò s. Benedetto a Roma, donde i due riportarono gran copia di codici, conducendo seco, con l'assenso di papa Agatone, anche l'abate Giovanni (v.), arcicantore di s. Pietro. Nel 682 s. Benedetto gli affidò la fondazione di Jarrow, e alla morte di lui (690) C. gli successe come abate dei due monasteri gemelli, ai quali per oltre 25 anni, come dice Beda, "sollerti regimine praefuit" (PL 94, 725).
Settuagenario e dolente di non poter assolvere più ai suoi doveri di comunità, decise di chiudere i suoi giorni a Roma e nell'estate del 716, dopo tre mesi di viaggio, con largo seguito, raggiunse Langres, ove si ammalò e mori, il 25 sett. di quell'anno. Ivi sepolto «in monasterio Geminorum», le sue reliquie furono poi trasportate a Jarrow e, al tempo delle scorrerie danesi, a Glastonburg (cf. Guglielmo di Malmesbury, De Reg., I, 3).
Esercitò il suo zelo nel condurre gli Irlandesi e gli Scozzesi all'osservanza della disciplina della Chiesa romana circa la celebrazione della Pasqua e la tonsura (cf. Beda, Hist. eccl. Gentis Angl., V, 21 : PL 95, 271-80).
Con particolare compiacenza Beda rivela che C. fece trascorrere tre esemplari della Bibbia intere ( « tres pandectes » ) secondo la versione di s. Girolamo portata seco
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da Roma (678), dei quali, due fece porre nelle chiese del duplice monastero, il terzo prese con sè come dono alla Confessione di S. Pietro (PL 94, 725).
Questo terzo esemplare, eseguito a Jarrow (o a Wearmouth) tra il sec. VII e l'viIt sotto la guida dello stesso Beda, è il celebre Codex Amiatinus, uno dei più preziosi e antichi codici della Volgata. Esso deriva, quasi certamente, dalla biblioteca di Cassiodoro. Morto C. in viaggio, il suo voto fu sciolto dai discepoli. Il codice, che nel primo foglio, dal fondo purpureo, reca l'epigramma dedicatorio con il nome di "Ceolfridus abbas ", passò poi al monastero longobardo del Salvatore sul monte Amiata (donde il nome). Per le soppressioni conventuali del granduca Pietro Leopoldo di Toscana (1785), la Bibbia Amiatina si conserva nella biblioteca Laurenziana di Firenze.
L'identificazione del codice Amiatino con l'esemplare di C. si deve a G. B. De Rossi, che seppe reintegrare l'epigramma della dedica guastato dall'abate Pietro per sostituire, a quello di C., il proprio nome. Assai stimato per il suo testo, il codice fu nel 1586 temporaneamente trasportato a Roma a disposizione dei correttori della Volgata.
Bim.: Fonti: Beda, Historia erel. Gentis Anglorum, IV, 18 [16], e V, 21; id., Historia abbatum, II; la Historia abbatum auctore anonymo, panegirico di C., dovuto forse allo stesso Beda: ed. critica di C. Plummer, Ven. Bedae opera historica, 2 coll., Oxford 1896 (cf. indici). Studi: Acta SS. Septembrti, V, Anversa 1760, pp. 123-37; J. Raine e C. Hole, Colfrid, in W. Smith, A Dictionary of Christian Biography, I, Londra 1877, pp. 470441; G. B. De Rossi, Commentatio de historia, origine, indicibus Seriuii et Bibliothecae Sedis Apostolicae, I, Roma 1886, pp. LxxivLxxvi; id., La Bibbia offerta da C. abbata al sepolcro di S. Pietro, in Omaggio giubilare della biblioteca Vaticana a Leone XIII, Roma 1888; P. Batiffol, Amiatinus (Codex), in DB, I, coll. 480483; H. Leclercq, Colfrid, in DACL, II, coll. 3260-67; F. G. Browne, The ven. Bede, Londra 1919, pp. 128-34; H. Quentin, Mémoire sur l'établissemente du texte de la Volgate, Roma 1922, pp. 428 -52.
Igino Cecchetti
CEPARI, Virgilio. - Gesuita, agiografo e scrittore ascetico, n. a Panicale al Trasimeno nel 1563 o '64, m. a Roma il 14 marzo 1631. Professore di teologia a Parma e a Padova, rettore a Firenze e a Roma, si occupò a lungo dell'argomento delle beatificazioni e canonizzazioni (fu promotore, infatti, delle cause di s. Roberto Bellarmino, s. Luigi Gonzaga, s. Giovanni Berchmans, s. Maria M. de' Pazzi, di cui fu anche direttore spirituale) e cooperò alla istituzione delle Vergini di Gesù fondata dalle tre nipoti di s. Luigi.
Scrisse: Vita del S. Luigi Gonzaga, primagenito di D. Ferrante Gonzaga, Prencipe dell'Imperio, Marchese di Castiglione (Roma 1606); Esercizio della presenza di Dio (Milano e Roma 1621), tanto stimato da s. R. Bellarmino, che l'aveva tra mani nelle ultime ore della sua vita; Regole Comuni delle Vergini di Gesù nel Collegio di Castiglione (Bologna 1622); Ristretto della vita del b. Francesca Borgia, che fu duca di Gandia... (Roma 1624); Vita di G. Berchmans, Fiammingo... (ivi 1627); Vita di s. Francesca Romana (ivi 1641); Vita della serafica vergine suor Maria M. de' Pazzi, Fiorentina (ivi 1669); scrisse pure Directorium canonizationis Sanctorum, rimasto manoscritto, lodato e usato per la composizione della sua opera da Benedetto XIV.
Bim.: Sommervogel, II, coll. 957-65; A. Patrignani, Menologio, I, Venezia 1730, Marzo, pp. 101-102; E. de Guilhermy, Mémologie de la C. d. F., Assistance d'Italie, I, Parigi 1893, pp. 324326; P. Pinti s. v. in DSp. II, coll. 418-19. Celestino Testore
CEPEDA, Félix Alejandro. - N. a La Serena (Cile) il 19 nov. 1854, m. a Madrid il 29 genn. 1930. Dopo aver insegnato nei seminari come sacerdote, a Santiago, nel 1888, entrò tra i Figli dell'Immacolato Cuore di Maria e fu subito destinato a Segovia in Spagna. Nel '95 superiore provinciale di Catalogna, rinunziò all'ufficio nel 1902 partendo per il Messico, dove, valido predicatore e organizzatore, ridivenne superiore provinciale. Durante la guerra mondiale si rifugiò negli Stati Uniti, aprendo nuove case. Ritornato al
Messico fu, nel 1918, chiamato a Madrid e, nel 1920, nominato consultore generale della Congregazione. Nel 1920 ritornò in America e nel 1923 partì per l'Africa. Fu giornalista ed efficace scrittore.
Bim.: Anales de la Congreg. de los Missioneros Hijos del Im. Corazón de Maria, XXVII, Madrid 1931, pp. 32-48.
CERACCHI, Giuseppe. - Scultore, n. a Roma il 4 luglio 1751, m. a Parigi il 30 genn. 1802. Allievo a Roma di Tommaso Righi, dopo un soggiorno a Firenze trascorse la maggior parte della sua vita a Milano; di là intraprese viaggi frequenti: in Inghilterra (1773), in Olanda, in Austria e in America (1791). Fu ghigliottinato per aver partecipato ad un complotto contro Napoleone. Ritrattista valente, ha scolpito molti busti di personaggi insigni, tra i quali quelli di Pio VII, di Washington e di Napoleone.
Bim.: C. Gradara, G. C. scultore romano, in Roma, 2 (1924), p. 459 sge.
Gilberto Ronci
CERAMICA. - Voce generica, con cui si designa ogni prodotto ottenuto mediante il successivo impiego dei due processi tecnici : 1) manipolazione di terre più o meno plastiche unite eventualmente con altri ingredienti, allo scopo di foggiare a mano o a macchina oggetti di utilità o di abbellimento; 2) cotture di tali manufatti previo loro esalecamento, a temperatura conveniente in apposito forno. La c. insegna l'esecuzione di tali processi, differenti nella natura (e nel nome specifico) delle varietà rispondenti ai diversi manufatti ottenibili (terracotto, fzenza, maiolica, terraglia, grcs, porcellana, refrattari, ecc.) a seconda dei materiali impiegati e delle tecniche relative seguite (temperatura di cottura da 850^{°} a 1410^{°} ca., secondo il tipo).
Gli inizi della c. sono certi nel neolitico, in dipendenza, originariamente, delle tecniche plectogeniche primitive. Infatti, un canestro di vimini ricoperto internamente con un impasto terroso rammollito con acqua, dopo la sua separazione da tale involucro dovuta alla naturale contrazione dell'argilla, ha dato origine a un recipiente a se stante, che, dapprima rassodato al sole e poi, in una fase più evoluta, al fuoco, è divenuto, nelle successive sue trasformazioni di ordine pratico ed estetico, strumento e indice, insieme, del progresso dell'incivilimento.
In tal modo è nato anche, con la forma originariamente ovoidale del vaso, l'ornamento "impresso" egualmente distribuito sulla superfice esteriore dell'oggetto; ornamento poi, che con il successivo impiego di terre più depurate e di pigmenti coloranti, e con il ritorno più o meno intenso di schemi ornamentali, venne sostituito dalla decorazione vascolare dipinta.
La indistruttibilità dell'argilla cotta anche per l'azione dissolvitrice degli agenti del sottosuolo, rende il manufatto testimone, sovente unico, dei modi di vita delle età più remote, mentre la stratificazione naturale del gettito dei rottami, costituisce insostituibili punti di riferimento cronologici. Se nello stile geometrico e nelle primitive schematizzazioni dell'ornamento taluno può intuire anche espressioni a contenuto cosmologico, gli elementi floreali e zoomorfi introdotti nella decorazione dipinta sui manufatti dell'età del bronzo, attestano gli inizi della esplorazione estetica della natura. Il mondo clamicobabilonese, il mondo faraonico, il mondo egeo si presentano con particolari manifestazioni, nelle quali, la intervenuta invenzione della ruota del vasaio rende comune il perfezionamento delle forme rotonde, mentre la contemporanea applicazione del forno (già attuata nel II millennio a. C.) rende possibile l'uni-
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(por cortesía del prof. G. Bellardini)
Ceramica - Anfora attica a figure nere (sec. vi a. C.).
formità della cottura e consente in seguito l'attuazione di particolari tecniche cromatiche basate sulle variazioni introdotte nella atmosfera della camera del fuoco (ossidante, neutra, riducente). Del tornio del vasaio varie e significative sono le menzioni negli antichi scrittori : dal celebre passo di Omero intorno alla "ruota", ai ripetuti richiami biblici ad ammonimento morale; e via via nella letteratura classica il richiamo a quest'arte, che veramente crea dall'informe la forma, assume valori icastici, satirici e, in genere, di vita vissuta.
L'avere appreso a dare alla superfice del vaso un involucro non permeabile ai liquidi rappresenta una nuova fase nel progresso tecnico ed aggiunge alla praticità dell'uso quotidiano un elemento fondamentale per il godimento estetico: il colore. E si può subito affermare, a mo' di esempio, che la XVIII dinastia egiziana, produttrice di vetri colorati a rivestimento delle proprie c., ha dato saggi di una ricchezza cromatica e di una delicatezza di tinte difficilmente superate: tecnica che si manterrà nei millenni e tornerà a risplendere nelle botteghe ellenistiche, per essere poi trasmessa, nelle condizioni convenienti ai nuovi tempi, ai vasai dell'Egitto musulmano e quindi del mondo moderno. I vasai musulmani, diffondendo l'impiego del lustro metallico (impropriamente da taluno chiamato "riflesso"), ne han tratto effetti di superiore vaghezza.
I vasai greci, accentuarono, nelle due successive loro tecniche di ornamento vascolare a "figure nere" e a "figure rosse", la linearità di un segno impec-
cabile, oltre che nell'ornamento decorativo ed animale, nella rappresentazione della figura umana, sicché nelle botteghe dei secc. v e iv a. C. essi resero tale figura il centro focale della decorazione, dimostrando una ineguagliabile perizia artistica. Il mondo romano preferì una c. solida a patina "corallina", delicatamente decorata nei capi più belli secondo il gusto alessandrino con applicazioni in rilievo ("terra sigillata"). In questo genere fra il sec. I avanti e quello I dopo Cristo sono caratteristici i "vasi arstiti", benché tale tecnica ben presto diffusa nella provincia, specialmente in Gallia, vi soppianti poi il modello importato. Le correnti bizantine vengono a destare intorno alle terre dell'occidente mediterraneo una forma di produzione sia ad ornato graffito sia ad austera dicromia dipinta in purpureo scuro e verde, provveduta di un rivestimento vetroso a base di piombo, superstite di più antiche officine, mentre l'impiego dello smalto stannifero, esso pure di ben lontana origine orientale, si verrà da noi, come nella Spagna moresca, consolidando sempre più nell'uso con i primi secoli successivi al Mille. Tanto che alla fine del Quattrocento, e ancor più nel Cinquecento diverrà la base delle squisite policromie dipinte dagli artefici italiani della Rinascenza, ispirate alle fantasie, alle "storie" mitologiche e sacre, alle composizioni degli xilografi e calcografi italiani e tedeschi e dei pittori, specie della scuola raffaellesca.
Tale smalto, nelle botteghe robbiane, diverrà il prezioso fondamento del bianco e turchino di quelle squisite composizioni sacre, e nelle botteghe dei boccalai e vasai specie romagnoli, toscani, marchigiani e umbri, sarà poi il primo dei modi di predominio dell'arte italiana nelle vaserie dell'Europa occidentale e media. Non farà meraviglia pertanto se con il finire del Cinquecento in Francia e, dopo la Francia, in tutti gli idiomi civili, la parola fatence, con il ricordo della città romagnola di Faenza, già centro di una corrente sempre rinnovantesi di elementi decorativi sulla "maiolica", e luogo di origine di maestri attivi e intraprendenti, venga a designare una varietà della produzione ceramica, che da noi più comunemente si dice maiolica (v.) dal nome di Maiorca, isola delle Balearí, già attivo emporio delle importazioni in Italia delle ceramiche a lustro del Levante spagnolo.
L'Estremo Oriente, con l'impiego di terre feldspatiche, che richiedono alte temperature, anticipa su ogni altra regione la produzione delle paste dure e quindi della porcellana. L'Occidente se ne innamora al punto che gli stessi alchimisti si applicano a trovarne il segreto, fino a che in Italia, prima e specie a Firenze, dopo i primi tentativi non riusciti altrove, sotto il patronato di Francesco de' Medici (1575-85) se ne produce una varietà "tenera" (non caolinica) detta appunto "porcellana dei Medici", di cui restano rari campioni.
L'alchimista tedesco G. F. Böttger, infine, fra il 1709 e il 1710 , utilizzando il caolino sassone, produce i primi campioni di porcellana dura europea fondandosene a Meissen la prima officina tosto imitata, nonostante i divieti ed i rigori. E Venezia ebbe già nel 1720 la fabbrica dei Vezzi; mentre nel 1735 a Doccia fu fondata la manifattura Ginori, che ancora lavora a gloria d'Italia, e quindi nel 1743 veniva istituita quella reale di Capodimonte (Napoli) e via via nel contempo e poi in tutta Europa (v. PORCELLANA).
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(da C. Hani, B. U., distano D22)
Ceramica - Piastrelle a a cuenca e a lustro metallico con le imprese dei Nasridi di Granada (sec. XIV).
Sul finire del sec. xvili lo spirito pratico dei Britanni, perfezionando impasti bianchi facilmente plastici ed atti, pur nella preminente destinazione ad usi domestici, a ricevere decorazioni dipinte e a rilievo, introduce la terraglia, facendone un campo di intenso commercio universale, diffuso poi in ogni altro paese, in modo sempre più crescente ed anche rimunerativo. I Tedeschi a Colonia, fino dal 1540 ca . operavano grès artistici; lavorazione che si praticò poi in altri luoghi della Renania.
Del tutto recente è lo studio e l'ottenimento di altri impasti ad alte temperature per particolari esigenze industriali, tecniche, sanitarie; il che ha aperto nuovi campi ad un più approfondito studio tecnologico e scientifico della produzione.
Interessante la disputa che, partendo da più o meno solide basi