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oghi della Renania.

Del tutto recente è lo studio e l'ottenimento di altri impasti ad alte temperature per particolari esigenze industriali, tecniche, sanitarie; il che ha aperto nuovi campi ad un più approfondito studio tecnologico e scientifico della produzione.

Interessante la disputa che, partendo da più o meno solide basi etimologiche, ha diviso e divide ilcampo degli studiosi circa lo sviluppo da dare al contenuto della parola c. e quindi intorno alla sua definizione.

Ad ogni modo è possibile raggruppare la c. in c. a impasto poroso e a impasto compatto. A impasto poroso sono la terracotta, la faenza e la terraglia tenera; a impasto compatto la terraglia forte, il grès, la porcellana. Eccone le definizioni.

Terracotta: a impasto marmoso, più o meno corretto; dà prodotti fortemente colorati dall'ossido di ferro e porosi, generalmente senza rivestimento.

Faenza: impasto a base di argilla: dà prodotti porosi, più o meno colorati, con rivestimento silico-piombifero trasparente (marzacotto, cristallina, o vetrina) applicato al pezzo già cotto. Tale varietà si dice maiolica, quando sia rivestita da un involucro opaco, generalmente bianco a base di ossido di stagno (smalto stannifero). Se il rivestimento è dato da una velatura di terra bianca (terra di Vicenza, terra di Siena) che si dice ingobbio,
da applicarsi sul crudo, si ottiene una varietà inferiore (faenza ingobbiata, bianchetto) che, dipinta, si ricopre con cristallina in unica cottura.

Terraglia : impasto a base di argilla, caolino, quarzo e feldspato; dà prodotti bianchi, sonori, opachi, con rivestimento silico-piombifero (vernice), più o meno duri (terraglia tenera, terraglia forte, secondo le proporzioni degli ingredienti e il grado di cottura).

Grès: impasto a base di argilla e di feldspato; dà prodotti bruni o grigiastri, più o meno vetrificati, opachi, sonori, duri (quelli a coperta alcalina ottenuta con cloruro di sodio si chiamano di grès salato). Una varietà a pasta chiara serve anche a sconi artistici.

Porcellana: impasto a base di caolino, quarzo e feld-spato; dà prodotti a pasta bianca, omogenea, sonora, dura, impermeabile, più o meno translocida, a coperta feld-spatica (quelli senza rivestimento si dicono alla francese biscuit).

Sono poi prodotti di c. vari : i refrattari, la steatite, il blinker, la porcellana dentaria, gli abrasivi ecc. Vedi Tavv. LXXX-LXXXI.

BibL.: A. Brougniart, Traité des arts céramiques ou des pateries, 2^{°} ed., Parigi 1854; J. Marryat, A history of Pottery and Porcelain medienol and modern, 3^{°} ed., Londra 1868; E. S. Auscher e C. Quillard, Les industries céramiques, Parigi 1901; G. Ballardini, s. v. in Enc. Ital., IX (1931), pp. 763-771.

Gaetano Ballardini
GERANO (IL) : v. CRESPI, GIOVAN BATtista.
CERBONI, Tommaso. - Teologo domenicano, n. a Lucca il 25 marzo 1723, m. a Roma il 12 marzo 1795. Religioso a Perugia nel 1739, compì gli studi a Viterbo, a Roma e a Lucca. Insegnò prima greco a Firenze, nello Studio di S. Maria Novella, poi filosofia e teologia morale a Todi; indi a Roma filosofia ( 1758-63 ) e teologia ( 1763-85 ) nel Collegio de Propaganda Fide. Nel 1770 fu nominato maestro in teologia, nel 1787 teologo casanatese, e l'anno seguente (1788) procuratore generale dell'Ordine.

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yü S. NamiYy Aftis, Cattis Art in payes and cteration Times, Londra 1964-123. A timistre: STELE DI ABERLEMNO (sec. x), cimitura, Yerfarabire. A destra: CUSTODIA DELLA CAMPANA DI S. PATRIZIO (1991-1125) - Dublino, museo della R. Accademia d'Irlanda.

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(ft. Jaderzo)
PIATTO ISPANO-MORESCO CON L'"AGNUS DEI" (fine del sec. xv) - Ravenna, museu.

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(De. Tirtuolo and Albert Museum)
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A sinistra: LO SPASIMO DI SICILIA di Raffaello, riprodotto nella targa dopinta su minolica dal maestro F. R. di Fuenza (1525) - Londra, Virturia and Albert Museum. A destra: VASO DIPINTO A GROTTESCHI, da Diomede Durante (sec. xv1) - Roma, museo di palazzo Venecia.

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(a) CANDELARRO PASQUALE, scelpito da Niccolò d'Angelo a Pietro Vassalletto (sec. xit) - Roma, basilica di S. Paolo fuori le murs. b) CANDELARRO PASQUALE con decorazioni magive (sec. xit) - Palermo, duomo. c) CANDELARRO PASQUALE in bronzo di Andrea Brisano (sec. xvi) - Padova, basilica di S. Antonio. d) CANDELARRO PASQUALE compiuto nei 1385 utilizzando nove statue di Virtù eseguite da Tine di Camsino (sec. xiv) per il monumento di Filippo, principe di Taranto - Napoli, chiesa di S. Domenico Maggiore.

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Religioso esemplare e studioso indefesso, tra le molte sue occupazioni scolastiche e il ministero assiduo trovò il tempo di scrivere: Theologiae moralis libri tres (2 voll., Roma 1767-68); De theologia revelata (2 voll., ivi 1768); De iure et legum disciplinu (4 voll., ivi 1776-78); Institutiones theologicae ad usum scholarum auctore et magistro divo Thoma Aquinate ( 6 voll., ivi 1797, postumo).

Bibl.: C. Lucchesini, Storia letteraria del ducato luechese, in Memorie e documenti per servire allo storia del ducato di Lucca, Lucca 1831, p. 329; I. Taurisano, I Domenicani a Lucca, ivi 1914, pp. 136, 138-40; id., Hierarchia Ord. Proedicatorum, Roma 1916, p. 106.

Alfonso D'Amato
GERDONE. - Le più antiche notizie su C. si trovano in s. Ireneo. C., venuto sotto Igino a Roma, avrebbe insegnato che il Dio predicato dalla Legge e dai profeti non sarebbe il Padre di Gesù; quello sarebbe conoscibile, questo no, il primo giusto, il secondo buono (Adv. haer., I, 27, 1).

Questo testo è sospetto perché attribuisce a C. proprio le dottrine principali di Marcione, ed è poco verosimile che Marcione fosse semplice plagiatore. Forse la fonte di Ireneo avrebbe fatto un falso sincronismo fra la lista dei vescovi di Roma e l'apparizione dei singoli eretici, come, ad es., nel Chronicon di Michele il Siro (ed. I. B. Chabet, I, Parigi 1900; p. 178 sgg .) in seguito ad una confusione del cronografo le dottrine dello gnostico Marco (Eusebio, Hist. eccl., IV, 11, 5) sono attribuite a C. In Ireneo (op. cit., III, 4,3) si legge che C. avrebbe diffuso le sue idee clandestinamente a Roma e dopo essersi confessato sarebbe stato convinto un'altra volta ed escluso dalla comunità cristiana. Epifanio (Punur., 41, 1; ed. K. Holl, 190, 11) e Filastrio (Haer., 44) sanno che C. era venuto dalla Siria a Roma (fonte: Ippolito ?). Epifanio attribuisce a C. dottrine docetiche e lo pseudo-Tertulliano (Adv. omnes haeres., 6), persino il canone neo-testamentario di Marcione. Inte-
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(tot. W'kitz, Capri)
Ceramica - Cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre. Pormensto a mattonelle maiolicate della chiesa di S. Michele di Anacapri. Autore Leonardo Chiaiese (1761) su disegno del Solimena - Capri.
![img-11.jpeg](img-11.jpeg)
(Int. Fiorentini)
Ceramica - Contadinello con gallina e cane. Porcellana bianca (metà del sec. xviri) - Venezia.
ressante è l'affermazione di Agapio (Mahbug) nella Storia universale (PO 7, 511): C. diceva che parecchie divinità si radunarono e crearono il mondo, e negava la risurrezione. Questa notizia attribuisce a C. le idee cosmologiche e antropologiche che nella tradizione (v. specialmente Eznik) sono date come di Marcione; affermazione forse non sbagliata, perché le idee speculative sul ruolo della Hyle nella creazione sembrano accennare a una mentalità differente dalle sue altre idee.

Bibl.: A. v. Harnack, Marcion. Das Evangelium vom fremden Gott, 2² ed., Lipsia 1924 (note aggiuntive, Credo und Marcion, p. 31 sgg .); v. anche p. 98. Il testo d'Agapio è sfuggito all'attenzione di Harnack.

Erik Peterson
CEREALE. - Vescovo africano di Castellum Rippense, prese parte alla discussione religiosa del 484 di Cartagine fra vescovi ariani e cattolici. Interrogato dal vescovo ariano Massimino se potesse provare la tesi cattolica con testi scritturali, compose in forma di dialogo il Libellus contra Maximinum arianum in cui ribatte le venti tesi di Massimino con copiose citazioni bibliche: PL 58, 757-68.

Bibl.: Morieca. III (1932), pp. 743 e 749.
Antonio Ferrua
CEREALIA. - Feste in onore di Cerere, celebrate il 19 apr.

Non si sa come si svolgessero nel primitivo culto indigeno, al quale potrebbe appartenere il rito sacro-magico del lancio nel Circo massimo di volpi con fiaccole appese alla coda, diretto ad intensificare il calore del sole sullo spirito del grano incorporato nelle volpi (Ovid., Fast., VI, 681-82). Ma nel racconto di Ovidio la festa è già assorbita dai giuochi del Circo celebrati in questa giornata, e che si riconnettono all'assimilazione di Cerere con Demetra. I ludi Ceriales, ricordati la prima volta da Livio (XXX, 39, 8) nel 202 a. C., ma certamente più antichi, erano in connessione con il tempio di Cerere, Libero e Libera e venivano preparati dagli edili plebei che colà avevano sede fin dal 449 a. C.

Bibl.: Hunziker, s. v. in Ch. Daremberg et E. Saglio,

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Dirt, d. antio. gr. et rom., I, II, pp. 1020-21; G. Wissowa, Cerialia, in Pauly-Wissowa, III, II, coll. 1980-81.

## CERENZIA: v. CARIATI.

CERERE. - Divinità romana della vegetazione cereale, affine a Tellure; alla quale trovasi unita sia nelle feriae sementicae, celebrate in genn. alla fine della semina, che nel sacrificio della porca praecidanea, al principio del raccolto (Catone, De Agr., 134). Aveva un suo proprio sacerdote, il flamen cerialis.

Oltre che a Roma e nel Lazio, C. il cui etimo è incerto sebbene non sia da respingere quello già supposto dagli antichi da "creare", era venerata anche in paesi dell'Italia centrale. Durante una carestia, scoppiata nei primi anni della repubblica, i Libri sibillini suggerirono di invocare la triade greca, Demeter, Dionysos e Kore, alla quale il dittatore Aulo Postumio votò nel 496 a. C., secondo la cronologia tradizionale abbassata dagli storici, un tempio sulle pendici del colle aventino che guardavano i carcere del Ceres (H. Jordan-C. Hülsen, Topogr. der Stadt Rom, I, III, Berlino 1907, p. 117), o, meno probabilmente, presso la Statio Annonae. La nuova triade, entrata forse dalla Magna Grecia, venne subito latinizzata coi nomi, rispettivamente, di C., Libero e Libera, fra i quali C. prese il posto d'onore. Dall'inizio del sec. v a. C. l'aedes Cereriv fu in relazione con gli edili plebei, che pare ripetano il nome dal tempio, come dimostrerebbe la denominazione Aediles plebei Ceriales, introdotta da Cesare.

Biol.: L. Peller, Römische Mythologie, II, Berlino 1883, p. I sgg.: U. Pestalozza, I caratteri indigeni di C., Milano 1897; G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, 2² ed., Monaco 1912, pp. 191 sgg.; N. Turchi, La religione di Roma antica, Bologna 1939, p. 86.

Alberto Galieti
CERESETO, Giambattista. - N. a Gvada (Alessandria) il 15 giugno 1816 ; scolopio il 15 apr. 1833 ; m. nella città natale il 14 maggio 1858 . Scrittore ed educatore, non può essere negletto dalla storia delle lettere italiane per l'apporto da lui recato all'avanzamento della cultura con le sue opere.

Da notarsi la Storia della poesia in Italia, il Ragionamento nell'epopea in Italia, premesso alla traduzione della "Messiede" di Klopstock, alla quale attese per un intero decennio e, infine, il Viaggetto antunnale dei concittori del Collegio nazionale di Genova, opera che rappresenta, a giudizio del De Sanctis, il primo tentativo del genere in Italia.

Bipl.: F. Gilardini, Notizie sulla vita e sugli scritti di G. B. C. (premesse alle sue opere); P. Vannucci, Uno scolopio nella critica desonctissima, in La voce del Calananzio, Roma 1947, n. 1-2. Leodegario Picanyol

CERESETO, Giovanni Giacinto. - Biblista, n. a Genova nel 1840, m. ivi il 28 dic. 1920. Dal 1873 al 1892 insegnò nel seminario di Chiavari S. Scrittura ed altre materie. Nel 1892 entrò nell'oratorio di Genova. Nel 1903 fu tra i primi nominati consultori della Pontificia Commissione biblica (v.).

Di vastissima cultura, scrisse molto, in una forma però più polemica e prolissa che scientifica; d'indirizzo fu conservatore, ma con tendenza alquanto rigorista. Le principali opere sono: Istituzioni bibliche ( 6 voll., Chiavari 1890-1900); Stoppani e la cosmologia mosaica (ivi 1893); Leone XIII e gli studi biblici (Genova 1902); Ipotesi del p. Hummelauer sul Deuteronomio (ivi 1904); Autenticità del Vangelo di s. Matteo (Roma 1911); Autenticità delle epistole pastorali di s. Paolo (Genova 1911); Introductio gener. in sacros utriusque Test. libros, I, parte { }² (ivi 1913); Storicità dei primi tre capitoli della Genesi (ivi 1914).

Gaetano M. Perrella
CERETEI (ebr. Körèthi). - Truppe mercenarie, elencate spesso nella Bibbia assieme ai Peretei. Poiché il paese d'origine dei Filistei (v.), loro parenti, era Caphtor, comunemente identificato con Creta (v.), i C. pare fossero i «Cretesi», come intesero i Settanta traducendo nei libri profetici (Ex. 25, 16; Soph. 2, 5) C.
con Kpŋ̂̀es. Il nome Pèlèthi (Peretei), più che trasformazione dei Pélisti (Filistei), pare sia il titolo di un particolare gruppo familiare di Creta. Trapiantatisi nel mezzo della Palestina, denominato appunto in I Sam. 30, 14 vaeghebb dei C.», 30: la scarsa fertilità del territorio e la loro indole bellicosa si dedicarono al servizio militare, al soldo del re David. A lui fedeli fin nelle più gravi crisi politiche, costituirono la guardia personale anche dei suoi successori. Faustino Salvoni

CERETTI, Giovanni Domenico - N. ad Alice Vercellese il 15 febbr. 1793, m. a Torino il 29 dic. 1855 e sepolto nella cattedrale di S. Giovanni. Professò tra gli Oblati di Maria Vergine il 19 marzo 1835. Consacrato in Roma vescovo di Antinopoli il 31 luglio 1842 , fu il primo vicario apostolico della missione nell'Ava e Pegn (Bironania), affidata ai medesimi Oblati.

Diede un forte impulso alle opere missionarie, ma dovette presto ( 26 dic. 1845 ) lasciare la missione per ragioni di salute. Si ritirò prima a Roma (1846) poi a Torino (1850), disimpegnandovi le funzioni episcopali dell'arcivescovo esiliato, mons. Fransoni. Nei brevi anni in cui sopravvisse si guadagnò anche fama di forte polemista cattolico coi suoi volumi: Della vova e falsa libertà; Libertà d'istruzione ed educazione della gioventù; Libervi della Chiesa, tutti e tre pubblicati anonimi a Torino nel 1850.

Bipl.: L. Gallo, Storia del cristianesimo nell'impero birmano, III, Milano 1862, pp. 130, 173-74; T. Chiuso, Storia della Chiesa in Piemonte dal 1757 ai nostri giorni, IV, Torino 1896, p. 23; T. Potti, Cento anni di apostolato degli Oblati di M. V., Roma 1926, p. 23.

Tommaso Piatti
CERI di Gubbio: v. Gubbio.
CERIANI, Antonio Maria. - Paleografo e orientalista milanese, n. a Uboldo (Milano) il 2 maggio 1828, m. a Milano il 2 marzo 1907. Di umile famiglia, studiò nei seminari milanesi e fu ordinato sacerdote il 5 giugno 1852 . Autodidatta di ferrea memoria e di volontà tenace, quando nel 1855 , dopo qualche anno d'insegnamento di materie letterarie, fu nominato custode del catalogo della biblioteca Ambrosiana, si era già formata una cultura filologica vasta e profonda, che andò allargando durante l'ufficio di «dottore» della medesima biblioteca (dal 15 maggio 1857). Il 25 genn. 1870 fu eletto prefetto della biblioteca, carica che tenne fino alla morte.

Fu socio di parecchi istituti scientifici italiani e stranieri, forse più nato all'estero che in Italia, nella cerchia degli studiosi delle antichità cristiane ed orientali. Di vita austera e studiosa, in cinquant'anni di permanenza all'Ambrosiana raramente si allontanò dal suo posto per qualche viaggio di studio. Eccelse nella paleografia greca e latina e nella letteratura siriaca, specie di carattere biblico; si rese benemerito degli studi liturgici mediante l'edizione critica del Messale ambrosiano (Milano 1902). Le maggiori sue pubblicazioni sono contenute nella collezione in 6 tomi : Monumenta sacra et profana, ex codd. praesertim bibliothecae Ambrosianae (Milano 1861-74), in cui si contiene l'edizione fototipica dei codici ambrosiani della Siro-Pĕsittá e Siro-Esaplare (cf. voll. VI e VII). Fu il primo ad individuare già nel 1886 la recensione dei Settanta detta di Luciano, a pubblicare l'Apocalisse di Baruch siriaca, l'Assumptio Mosis, i Paralipomeni di Geremia. Scoprì il I. III della storia del Concilio di Nicea di Gelasio (Uzichano (cf. Monumento sacro et profana, I).

Bipl.: L'elenco completo delle opere e i particolari biografici si trovano nei due fascicoli commemorativi pubblicati dalla biblioteca Ambrosiana, Milano 1908 e 1909, e nella Miscellanea Ceriani, ivi 1910.

Enrico Galbisti
CERIGNOLA, diOCESI di: v. ASCOLI SATRIANO, diOCESI di.

CERIMONIA. - Nel senso liturgico la c. è un gesto, un'azione, un movimento o un complesso di essi, istituito dalla competente autorità, per accompa-

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gnare la preghiera o l'esercizio pubblico del culto divino. L'insieme e l'ordine delle varie c. è ciò che costituisce un rito (v.). L'etimologia della parola risulta incerta.

L'origine delle c. è fondata nella stessa natura umana, poiché i gesti che accompagnano la parola manifestano naturalmente i sentimenti e i movimenti dell'animo. Non vi è infatti religione, che non abbia tutto un corredo di riti e di c. Questa intima connessione tra religione e c., la si trova ampiamente illustrata nel Vecchio Testamento: i quattro ultimi libri del Pentateuco, specialmente il Levitico, espongono le diverse pratiche rituali del popolo ebrnico. Nella religione cristiana le c. sono antiche quanto il cristianesimo. Gesù stesso ne è l'iniziatore; e quindi gli Apostoli, e poi la Chiesa hanno costituito il primo nucleo del rituale liturgico, che completato, modificato, amplifico con l'andare dei secoli, costituisce oggi il cerimoniale della Chiesa che concorre si mirabilmente a farne apprezzare e venerare dai fedeli la santità e la dignità.

Per le origini delle varie c. basterà accennare alle diverse cause che ne determinarono l'inizio o fa scomparsi; perché alle volte solo cosi ci si può rendere ragione di esse. Come cause storiche si ricorderanno l'influsso della religione mosaica sul culto cristiano; l'assunzione da parte della Chiesa di alcuni riti pagani, trasformati e santificati; ed infine il fatto che molte c. e riti sono comuni a tutte le religioni, essendo di loro natura atti ad esprimere i sensi intimi dell'anima umana.

Il fine inteso dalla Chiesa nelle sacre c. è primieramente di rendere degno il culto tributato a Dio con lo splendore dei sacri riti, e attrarre gli uomini alle cose celesti sollevandone lo spirito, favorendone la pietà. Si rende cosi sensibile l'azione intrinseca e spirituale del sacrificio della Messa, e dei Sacramenti, per mezzo delle c. e dei riti, facilmente percepibili nel loro significato reale. Ma oltre questo senso morale, un altro mistico senso possiamo e dobbiamo trovare in molte c. L'interpretazione simbolica dei riti, come non è da trascurare, cosi non deve essere spinta all'eccesso. Purtroppo non mancarono abusi e, durante tutto il medioevo fino al sec. xvir, l'interpretazione mistica fu estesa oltre ogni convenienza e ragione.

Bibl.: Desloge, Etudes sur la signification des choses liturgiques, Parigi 1906; G. B. Menghini, Elementa iuris liturgici, Roma 1907.

CERIMONIALE: v. LITURGIA.
CERIMONIALE DEI VESCOVI. - E il complesso di regole e direttive sacre che disciplinano la preparazione e gli atteggiamenti, movimenti e gesti da osservarsi nella celebrazione solenne della Messa e dell'Ufficio corale presente il vescovo, e il comportarsi di questi nelle manifestazioni della sua personalità.

Posto il germe iniziale da Cristo stesso nell'istituzione dei Sacramenti, e dato il primo sviluppo dagli Apostoli,
la Chiesa nel corso dei secoli ha modificato e precisato questo insieme di cerimonie che circondano gli atti essenziali del culto. Tali cerimonie, tramandate in principio oralmente, vennero poi inserite qua e là nei libri liturgici in forme generali. Ciò che ha dato origine a una grande varietà di elementi secondari, che venivano regolati diversamente dall'autorità dei singoli vescovi. Sicché, quando si sentì la necessità di codificare tutte le cerimonie, sorsero vari cerimoniali e specialmente a partire dal sec. XI ogni chiesa e ogni monastero aveva i propri Costumari o Ordinari (Ordines) o Rituali (Rituales libri o Libri agendarum).

Qualche codice di cerimonie forse fu noto a s. Girolamo, il quale (Ep., 56, ad Heliod.) attesta del prete Nepoziano: , Con attenzione si occupava nelle funzioni della Chiesa, affinché le minime non meno che le maggiori cerimonie e prescrizioni venissero eseguite secondo l'ordine disposto e stabilito dai maggiori s. Anche s. Agostino pare abbia conosciuto qualche cerimoniale, poiché lamenta la scarsezza delle prescrizioni cerimoniali relative a certe pratiche liturgiche (Ep., 55, ad Iannar.).

Ma i documenti più antichi di cui si ha conoscenza, vanno sotto il nome di Ordines Romani (v.). Un Ordines sui quali si è formato il c. dei v. sono precisamente quelli col numero da I a VI e XI, XII, XV (numerazione del Mabillon); mentre gli altri riguardano il pontificale e il cerimoniale romano. Altri Ordines di Chiese particolari sono stati pubblicati da L. Duchesne e U. Chevalier per la Francia, da M. Gerbert per la Germania, da M. Ferotin per la Spagna. Per l'Italia notiamo l'Ordo Beraldi, che mostra i costumi di Milano al sec. xir, pubblicato nel 1894 da M. Magistretti; e l'Ordo officiorum ecclesiae Lateranensis, anteriore al 1145 , edito da L. Fischer. Però buon numero di essi non ebbero alcuna influenza sulla formazione del c. dei v.

Dato il grande numero di Ordines (alcuni dei quali sono anche intitolati Caeremoniale Romanum, come l'Ordo XIII redatto a Lione nel 1274), si sentì a Roma la necessità di riunire in un'unica raccolta le prescrizioni da osservarsi nella sacra liturgia. Perciò A. Patrizi, detto Piccolomini, cerimoniere pontificio, sulla base di detri Ordines e degli usi romani contemporanei, compilò un Caeremoniale Romanum, Libri II da servire alla Cappella papale e lo dedicò ad Innocenzo VIII nel 1488. Nella seconda parte fu aiutato dal Burcardo, il quale poi scrisse una diligentissima e pedantesca cronaca delle cerimonie del Vaticano (Libri caeremoniales). La compilazione del Patrizi rimase inedita fino al 1516 , quando Cr. Marcelle, fatto alcune mutazioni, lo pubblicò e dedicò a Leone X senza presentarsi come autore. Contro il Marcello, il Grassi, allora cerimoniere pontificio, fece un'acre requisitoria, non tanto per le variazioni e la supposta appropriazione, quanto per la divulgazione delle cerimonie pontifice, il che per lui significava esporla al disprezzo. Tuttavia il libro ebbe molte edizioni. Un trattato di cerimonie pontifice, fu pure composto dallo stesso Grassi, ma per le idee dell'autore rimase inedito fino alla pubblicazione fatta dal Martène.

Intanto nelle varie Chiese, per la mancanza di un testo ufficiale, si introdussero non pochi abusi,

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ad eliminare i quali il Concilio di Trento ordinò la compilazione di un unico c. dei v. Pio IV ne aveva incaricato il perugino Fulvio della Cornia, e Sisto V nel 1588 istituì la Congregazione dei Riti dandole tra l'altro l'incombenza della revisione del pontificale, del c. del v. e del rituale. Il c. dei v., compilato da dotti prelati tra cui L. Torres poi cardinale, ed estratto dal cerimoniale romano del Patrizi e da quelli del Burcardo e del Grassi, fu pubblicato nel 1600 da Clemente VIII, reso ufficiale e obbligatorio per tutte le chiese specialmente cattedrali e collegate.

Nel 1650 Innocenzo X, constatandone i molti errori tipografici, ordinò una nuova edizione, ristampata sotto Clemente XI. Benedetto XIII nel 1727 lo corresse ancora togliendo le mende tipografiche (dovute, come dice la bella, non tanto all'imperizia del tipografi, quanto alla colpa e negligenza di altri), illustrando le norme oscure e ambigue, togliendo le inusitate, conciliando le contrarie e aggiungendo ai propri luoghi le omesse. Nel 1741 Benedetto XIV volle dare un'edizione più corretta, curando in particolare la musica e il canto, e aggiungendo tutto il I. III per togliere non poche controversie sorte tra i vescovi circa gli onori e le precedenze. L'ultima edizione tipica, data da Leone XIII, è del 1886.

Il c. del v. è diviso in 3 libri. Nel I si tratta dei doveri del vescovo alla sua elevazione e al suo ingresso in diocesi, dei doveri degli ufficiali della cattedrale, degli ornamenti pontificali, dell'assistenza privata del prelato al coro ed alla Messa senza canto. Nel II si espongono le cerimonie per la Messa e Ufficio pontificali e solenni in presenza o no del vescovo; in più le particolarità fisse ad alcuni giorni dell'anno liturgico. Nel III si specificano i segni di rispetto e gli onori che i vescovi e le autorità civili devono rendersi a vicenda.

BibL.: J. Mahlfinn, Museum Italicum: PL. 78, 831-1406; F. A. Zaccaria, Bibliotheca ritualis, Roma 1776; G. Catalani, Caer. Episc. commentarium, Parigi 1860; M. Andrieu, Les Ordines romains du haut moyen âge, I. Les manuscrits, Lovanio 1913; II, Les textes (Ordines I-XIII), ivi 1948.

Faustino Mostardi
CERIMONIALE, SACRA CONGREGAZIONE DEL: v. CONGREGAZIONI PONTIFICE.

CERIMONIERI PONTIFICI: v. FAMIGLIA PONTIFICIA.

CERINTO.- Gnostico; secondo Ireneo (Adv. haer., I, 21; ed. W. Harvey, p. 211; ed. A. Stieren, I, 26, p. 253) C. insegnava che il mondo è stato creato da una potenza inferiore che non conosceva il Dio più alto.

Gesù generato da Giuseppe e Maria era un uomo come gli altri, solo più giusto e sapiente. Nel Battesimo è disceso su lui il Cristo sotto la forma della colomba e da questo momento Gesù comincia a predicare il Padre ignoto ed a fare miracoli. Alla fine Gesù e Cristo si separano di nuovo: il primo soffre, il secondo sale al cielo e rimane impassibile. Nella lista degli eretici presso Ireneo, C. figura fra Carpocrate e gli ebioniti. Con Carpocrate insegna la distinzione fra il Dio più alto e la potenza che ha creato il mondo, con gli ebioniti afferma la natura umana di Gesù. C., che secondo Ireneo insegnava in Asia Minore, deve essere rappresentante di una antica gnosi giudeo-cristiana. La gnosi è legata al Battesimo in cui discende lo Spirito Santo, identificato con il Cristo. Il rapporto fra il Cristo ed il Padre ignoto non diventa chiaro nella narrazione di Ireneo, ma il contrasto fra il sommo Dio e la potenza che ha creato il mondo ha come presupposto una polemica contro l'idea giudaica di un Dio creatore del mondo. Secondo lo pseudoTertulliano (Adv. omnes haereses, 3), questo creatore del mondo è un angelo, come pure gli angeli hanno data anche la legge. La discesa del Cristo nel Battesimo presuppone il suo passaggio per il mondo degli angeli e l'ascesa al cielo succede probabilmente quando, nel momento della morte, il corpo ed il Pneûma-Cristo si separano. Secondo Ireneo, Gesù per C. avrebbe soffrito e sarebbe risorto; Ippolito che segue generalmente Ireneo, ha ( mathrm{X}, 2 mathrm{I}, 3; ed. Wendland, p. 281, 15) omessa la menzione della Risurrezione di Gesù. La notizia della Risurrezione di Gesù è sospetta,
perché presuppone una valutazione troppo positiva del corpo di Gesù. Secondo Epifanio (Panar., 28, 6, 1; ed. K. Holl [CB, XXV] p. 318, 4), C. avrebbe negata la Risurrezione di Gesù, aspettandola per il giorno della risurrezione generale. Per la tradizione cristiana C. è diventato o l'avversario di Giovanni, che secondo Ireneo (op. cit., III, 11, 7; ed. W. Harvey, p. 40; ed. A. Stieren, II, 1, p. 462), avrebbe polemizzato nel suo Vangelo contro C., o l'avversario di Paolo come esponente di quei giudeo-cristiani che furono combattuti dall'apostolo delle genti (Epifanio, Panar., 28, 2, 3; 28, 3, 4). La teoria di Epifanio è insostenibile perché l'avversario del Dio giudaico (Ireneo) non poteva essere nello stesso tempo il difensore della legge contro Paolo. Epifanio presuppone una identificazione di C. con Ebion, che del resto sta anche alla base della affermazione di Caio secondo la quale C., un millenariato giudeo-cristiano, sarebbe l'autore del Vangelo e dell' Apocalisse di Giovanni. Anche il titolo di pseudopostolo dato a C. nella cosiddetta Epistola degli Apostoli viene da questa falsa identificazione di C. con gli avversari di s. Paolo. Secondo Ireneo (op. cit., III, 3, 4; ed. Harvey, p. 13; ed. Stieren, p. 434), C. era contemporaneo di Giovanni il "discepolo del Signore" (incontro nel bagno di Efeso), ma il suo errore sarebbe stato già, "multo prius", insegnato dai nicolioli (Ireneo, op. cit., III, 11, 7; ed. Harvey, p. 40). Se Ippolito, Filastrio, lo pseudoTertulliano fanno di C. un "successore" di Carpocrate, commettono un errore. C. era un eretico dell'epoca apostolica.

BibL.: T. Zahn, Geschichte des neutestamentlichen Kanon, I, Lipsia 1888, pp. 220-62: II, ivi 1892, pp. 973-91; C. Schmidt, Gespräche Jesu mit seinen Jüngern noch der Auferstehung (Texte und Untersuchungen, 3ᵉ serie, 13), Lipsia 1919, pp. 195 sgg., 203 sgg.; G. Bardy, Cérinthe, in Revue biblique, 30 (1921), p. 344 sgg.

CERIOLI, Costanza, venerabile. - In religione suor Paola Elisabetta. N. a Soncino (Cremona), il 16 genn. 1816, m. a Comonte di Seriate (Bergamo) il 24 dic. 1865 , fondò l'istituto delle Suore della S. Famiglia (v.), per invogliare al lavoro della terra, contro le attrattive industriali, le orfane e gli orfani dei contadini. A Comonte, nella casa maritale, dopo aver perduto l'unico figlio e il marito, che tanto l'aveva fatta soffrire per la diversità di età e il carattere, aprì nel 1856 il primo ricovero per orfane, vestendo l'abito religioso con alcune compagne. Nel 1863, a Villacampagna di Soncino, iniziò l'opera maschile, posta sotto la direzione di una Congregazione di religiosi intitolata ugualmente alla Sacra Famiglia. La sua opera, ispirata da saggezza materna e da esperienza rurale, fu lodata da Pio IX. L'eroicità delle sue virtù è stata proclamata con il decreto del 2 luglio 1939.

BibL.: G. Boni, Suor Paola Elisabetta, al secolo mib. C. C. ved. Buscechi Tassis, Bergamo 1934; E. Federici, Suor Paola Elisabetta C. vedova Buscechi-Tassis, Comonte di Seriate 1948. Rosa Alba Squadrilli

CERLOGNE, Jean-Baptiste. - Poeta dialettale valdostano, n. a St-Nicolas il 6 marzo 1826, m. ivi il 4 ott. 1910. Fu spazzacamino e sguattero a Marsiglia (1837-45), cuoco al seminario maggiore di Aosta (1851-55), valoroso combattente a Goito, S. Lucia, Valeggio, Novara (1847-50), studente e seminarista (1856-64), sacerdote ( 22 dic. 1864). Data la sua instabilità esercitò il ministero pastorale in diversissime località dentro e fuori la diocesi di Aosta. Carattere gioviale, fu oltremodo caritatevole e amante della povertà.

La sua formazione letteraria e teologica era modesta, ma aveva un temperamento d'artista ed era un autentico poeta. La sua lingua fu il dialetto della Valle, d'origine franco-provenzale, di cui per primo fisso, sebbene con metodo empirico, ma con fine intuizione e diuturna fatica, la grafia, ne compilò la grammatica e il vocabolario.

La sua arte fine e bonaria seppe cogliere con rara perizia i più svariati stati d'animo e ritrarre gustose e gioconde scene familiari e pastorali. I suoi più bei canti sono: La marenda a Tiesallet (La marenda a Chésallet) del 1853;

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La bataille di vutse a Vertazan (La lotta di mucche a Vertozan) del 1858; La pastorala (Pastorale) del 1861; La tsemiu de fer (La strada ferrata) del 1886. I suoi scritti in francese (prosa e poesia) non sono letterariamente degni di nota.

Opere: si citano solo le principali : Poésies en dialecte Voldótain (Aosta 1890); Petite grammaire du dialecte val-
dótain (Barbania 1893); Les étapes de la vie (2 voll., Aosta 1902, 1904: autobiografia); Dictionnaire du patois valdótain (ivi 1907 ; preceduto dalla 2ᵃ ed. della Petite grammaire); Le patois valdótain. Son origine littéraire et sa graphie (ivi 1909). I manoscritti del C. si conservano nel municipio nativo di St. Nicolas.

Bibl.: F. Ravelli, Un poeta valdostano. L'abate 7.-B. C., in Rivista di letteratura dialettale, I (1903-1904, viI-viII), pp. 335-68; C. Chablos, 7.-B. C. et sa poésie, in Augusta Proetoria, 5 (1923), pp. 137-45; M. Lale-Démoz, C. Sa vie, son oeuvre, Aosta 1936.

A. Pictes Trutes
CERNÁUTI (Czernowitz). - Menzionata la prima volta nel 1408, come modesto borgo situato sul Prut, nella Galizia meridionale (Polonia). Quando, nel 1775, questo territorio fu annesso all'Austria, C. fu dichiarata capitale della Bucovina. Da questo momento incomincia lo sviluppo di C. L'unico vescovo di rito romeno ortodosso del territorio bucovino, con sede a Rádáuti (Radautz) si trasferì nella nuova capitale; la grandiosa Cattedrale fu costruita nel 1864 e l'episcopio nel 1875 . Nel 1873 la sede fu elevata a metropoli per tutti i romeni ortodossi dell'Austria. Nel 1875 fu eretta l'Università. Nel 1918 la Bucovina passò sotto la Romania e C. divenne capoluogo di dipartimento. Nel 1928 contava 120.000 ab. Dopo la seconda guerra mondiale fu annessa alla Repubblica sovietica della Moldavia (Ucraina).

Bibl.: A. Fortescue, The Orthodox Eastern Church, Londra 1907, p. 323 sE.; R. Klandl, Geschichte von Czernowitz von den ältesten Zeiten bis zur Gegenwart, Czernowitz 1908.

Giuseppe Löw
CERNE, LIBRO di. - E una raccolta di preghiere ad uso privato, che appartenne un tempo all'abbazia di C., presso Dorsetshire in Inghilterra, e conservata ora nell'Università di Cambridge. Il manoscritto consta di tre parti, di cui la seconda, scritta sotto Aedeivald, vescovo di Lichfield dall'818 all'830, e la più interessante perché contiene le orazioni, il cui archetipo può risalire al sec. vir. Il contenuto di questo libro serve in particolar modo per la storia della devozione privata.

Bibl.: Il testo è stato pubblicato da A. B. Kuypers, The Prayer Book of Aedeivald the bishop commonly called the Book of C., Cambridge 1902, e annotato da E. Bishop; F. Cabrol, Le Book of C. et les liturgies celtiques, in Revue des questions liturqiques, 46 (1904), p. 210 sge.; id., s. v. in DACL. II, II, coll. 3308-3309.

Silverio Mattei
CERNYŠEVSKIJ, Nikolaj Gavrilović. Rivoluzionario russo, noto come letterato, pubblicista ed economista, n. a Saratov nel 1828 , ivi m. nel 1889. Collaborò alle principali riviste russe del suo tempo: Otečestvennye Zapiski (Annali patrii) e Sovremennik (Il contemporaneo). Accusato di aver organizzato dei disordini di carattere politico-sociale, venne condannato a quattordici anni di lavori forzati : la pena venne successivamente ridotta alla metà.

Notevole fama gli procurò il romanzo Cito delat'? (Che fare?), prolisso e privo di valore artistico, ma grandemente apprezzato dalla gioventù rivoluzionaria, in quanto si appoggiava alle dottrine materialistiche ed approvava l'amore libero. Il C., insieme al Dobroijubov ed al Pisarev, fu deciso seguace di una estetica a sfondo utilitaristico e di una letteratura strettamente connessa ai «problemi vivi», cioè alle questioni sociali. Significativi sono i suoi Saggi di economia politica nei quali, non a torto, furono rilevati spunti concomitanti col pensiero marxista. Lenin considerò il C., sotto vari riguardi, un precursore della Rivoluzione bolscevica: e tale fu, senza dubbio, per alcuni suoi prin-
cipi riguardanti la lotta di classe e per l'intransigente e polemico atteggiamento antireligioso.

Bibl.: J. M. Steklov, N. G. C. ; ego dżun'i dejatel'nost' (C.; la sua vita e la sua attività). Pietroburgo 1909: B. Jakovenko, Filosofi rusti, Roma 1927, passim; W. Giusti, Due secoli di pensiero politico russo, Firenze 1943, pp. 119-33. Wolf Giusti

CEROFERARIO. - E colui che nelle funzioni solenni porta il cero acceso sul candelabro. Anticamente, in segno di speciale onore, i c. precedevano le dignità dell'impero romano, poi i solenni cortei papali e dei vescovi in genere allorché si recavano in chiesa per la solenne celebrazione della Messa. Uguale significato avevano i sette accoliti che, insieme al suddiacono turiferario, con torce accese precedevano il papa nel corteo verso l'altare nei solenni pontificali stazionali.

Da Innocenzo III si sa che i c. ordinari eran due: solo nelle grandi solennità sette : «Praeferuntur duo luminaria cum incenso... in maioribus autem solemnitatibus septem candelabra coram Pontifice deferuntur» (De Sacro Altaris Mysterio, I, 8). L'Ordo Romama, del sec. xiv, non parla già più per lo stesso corteo papale che di due candelabri. Giunti all'altare i c. si ponevano ai lati o dietro l'altare e sorreggevano i candelabri, oppure li ponevano in terra. Attualmente due c. con candelabri sono prescritti nella Messa e nei Vespri solenni in terzo, nonché nelle processioni ai lati della croce parrocchiale. Sono anche richieste almeno due candele accese che accompagnino il S.mo Sacramento.

Bibl.: C. Callewaert, De Missalis Romani liturgia, parte 1*, Bruges 1937, p. 42 sge.; A. Moretti, De sacris functionibus, Torino 1938; L. Mullien, Liturgie de chaque jour. Messe et office, Parigi 1944, p. 72 sge.; G. Brinktrine, La Santa Messa, trad. it., Roma 1943, p. 36 sge.

Silverio Mattei
CERO PASQUALE. - E un c. di grandi dimensioni, artisticamente decorato, benedetto nel Sabato Santo, e posto sopra un candelabro (di frequente artistico, detto candelabro pasquale) dal lato del Vangelo dell'altare maggiore fino alla festa dell'Ascensione. Serve inoltre nel rito della benedizione del fonte battesimale nella vigilia di Pasqua e di Pentecoste. Il c. p. deve essere acceso nelle Messe solenni e nei Vespri del tempo pasquale; si spegne dopo il Vangelo della Messa solenne dell'Ascensione.

Origine e storia del c. p. - La derivazione del c. p. dall'uso quotidiano della sinagoga di accendere sul calar della notte una lucerna con una formola di benedizione, oppure da quello analogo vigente nella basilica dell'Anastasis di Gerusalemme e descritto dalla pellegrina Eteria (ca. 383-88 ), o, comunque, dall'accensione del lume all'inizio del primitivo ufficio liturgico serale (lucernare), non è provata.

L'uso del c. p. fa parte e deriva direttamente dalla solenne illuminazione delle chiese nella vigilia di Pasqua, chiamata da s. Agostino la «mater omnium vigiliarum» (Sermo 219), come si rileva dal testo dello stesso Exultet (v.), che le ultime indagini attribuiscono a s. Ambrogio. Da Eusebio si sa che Costantino fece illuminare non solo la chiesa, ma tutta la città in questa vigilia (De vita Constantini, IV, 22) e s. Agostino descrive commosso l'effetto grandioso dell'illuminazione vigiliare della Pasqua. Le necessità utilitarie della liturgia, vale a dire la necessità di disporre, nel presbiterio, di una luce che durasse tutta la notte, sondaosero all'uso di un c. di grandezza straordinaria, posto nel mezzo del coro, che, sin dal sec. IV, fu oggetto di una particolare benedizione incorniciata da un poetico elogio della sua materia e del suo simbolismo. Di questa Lous cerci (Carmen cerci, Praeconium paschale) si hanno testimonianze in s. Girolamo (lettera al diacono Presidio di Piacenza, 384) e in s. Agostino (De civitate Dei, XV, 22) che si dice autore d'un simile elogio. Dal che si può concludere che l'uso particolare del c. p., verso la fine del sec. IV, era largamente diffuso in Italia, e forse in Africa. Lo si trova poi in Spagna e nelle Gallie.

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Non è facile però delinearne la storia concreta, poiché gli usi e i riti variarono a seconda delle Chiese. Ci basti seguire il c. p. attraverso l'uso romano. Il Lib. Pont. (I, p. 225) attribuisce al papa Zosimo un constitutum secondo cui egli avrebbe dato facoltà di benedire il c. p. alle Chiese suburbicarie, il che fa pensare che a Roma l'uso di benedire il c. non fosse introdotto. Infatti l'Ordo Romanus attribuito dal p. Silva-Tarouca a Giovanni "archicantor" della basilica Vaticana (680) non parla del c. p. ma semplicemente di a cerei a da benedire, identici forse alle due torce ricordate dagli Ordines, detti di St-Amand e di Einsiedeln (sec. Ix). Anche in questi due Ordines non si fa parola del c. p., ma solo di due torce (faculae), che, come attesto l'Ordo di St-Amand, in ogni tempo dell'anno seguono sempre e dappertutto il papa nelle sue funzioni. Esse vengono portate da due suddiaconi regionali, i quali, nel Sabato Santo, escono col papa dalla sacrestia, si pongono, durante le lezioni, presso il pulpito, scendono poi al fonte, ove, a suo tempo, le immergono nell'acqua battesimale, seguono quindi il papa nel consignatorio e nella Messa.

L'Ordo Romanus
I (nn. 32 e 39, parte ritoccata nel sec. Ix), parla del fuoco da riporre nel Giovedi Santo per conservarlo in una lucerna fino
![img-12.jpeg](img-12.jpeg)
(do M. Axtro. The Emitet Eells of Santa (tale, Friorcton Uniccrita BSE, (on, XIV) Cero pasquals - Benedizione del fonte battesimale con immersione del c. (a descendat virtus Spiritus tui a). Rotalo dell'Exultet di Bari (sec. XI), la miniatura si trova in senso opposto alla scrittura ner essere veduta dal popolo - Bari, archivio della Cattedrale.
al Sabato Santo (al tempo di papa Zaccaria erano tre lampade). Nel Sabato Santo poi, si accende subito il gran c. p. da questa lucerna, lo si porta in processione in chiesa, ma senza canto, e lo si pone davanti all'altare sopra un gran candelabro. Segue la Praefatio, cioè il preconio pasquale, ed allora dal grande c. p. si accendono le due torce, che accompagnano poi il papa nei vari riti. L'appendice (n. 9) ripete la cosa in forma più concisa, ma come portatori delle due torce, pone due notari. I sacramentari della stessa epoca (sec. Ix) ci informano che il c. p. veniva benedetto con la preghiera Veniat, attualmente in uso per la benedizione dei cinque grani d'incenso. Ma il testo stesso si rivela ancor oggi, nonostante alcuni infelici adattamenti, come destinato a benedire il grande c. acceso (incensum - acceso) e che, terminata la funzione, veniva ridotto in pezzi e distribuito ai presenti quale segno di benedizione. Quando la parola incensum nel linguaggio ecclesiastico divenne d'uso esclusivo per l'incenso in senso stretto, la formola Veniat, servì nell'alto medioevo per benedirne i cinque grani.

Intanto invalse l'uso di accendere, fuori della chiesa, un gran fuoco, suscitato da una pietra, con cui poi si accendeva il c. p. Infatti, nell'Ordo XII di Cancio camerario ( 1888 , poi Onorio III), sappiamo che si metteva il nuovo fuoco in cima ad una lunga canna, portandolo processionalmente, cantando tre volte Lumen Christi, al c. p. che veniva subito acceso e posto sul suo candelabro. Nell'Ordo XIV del card. Gaetano Stefaneschi (1311) appare la prima volta l'harundo, alta 31 / 2 cubiti, con la triplex candela.

Il cosiddetto Pontificale romano del sec. XII contiene pure il rito degli Ordines Romani XII e XIV, ma con una particolarità : il diacono, prima di cantare il preconio pasquale, incide nel c. una croce, le lettere alfa e
omega, e l'anno. Era questo, a quanto pare, un uso particolare della basilica Lateranense, come si ricava dall'Ordo del card. priore Bernardo (prima del 1176). In altre chiese, specialmente in Francia, si incideva l'elenco delle feste dell'anno. A Roma invece, al dire del ven. Beda, si soleva incidere il calendario festivo su un gran c. che rimaneva poi esposto durante tutto l'anno, in occasione del S. Natale. Le dimensioni del c. p. sono sempre state notevoli: l'Exultet lo chiama "columna", ma nel medioevo erano talvolta cosi enormi che lo si doveva accendere dal soffitto.

Il c. p., sebbene originato da necessità pratiche, ebbe subito anche una sua interpretazione simbolica, come risulta dai testi più antichi del preconio pasquale: fu paragonato a Cristo risorto, a Cristo luce, messo a confronto con la colonna di fuoco che guidò il popolo di Israele attraverso il mar Rosso, immagine del Battesimo e della liberazione del popolo eletto cristiano. Sul simbolismo del c. p. si veda Amalario (De eccl. officiis, I, 18: Pl. 103, 1033 ; ed. J. M. Hanssens [StudieTesti, 139], Città del Vaticano 1948, pp. 111 113), Giovanni Beleth e Guglielmo Durando.

L'uso di infiggere nel c. p. i cinque grani d'incenso è di origine medievale; sono ricordati nel Sacramentario di Ratoldo (sec. x) e al tempo del Micrologo (dopo il ro86) il loro uso era già comune.

Giovanni Beleth, nel suo Divinorum officiorum explicatio (capp. 105-109), posteriore al 1165 , accenna all'inserzione, nel c. p., dei cinque grani d'incenso, ma non parla della loro benedizione; accenna invece alla benedizione oltre che del c. p. di due altri ceri minori, per simboleggiare i due testamenti. Guglielmo Durando (m. nel 1296), che nel suo notissimo Rationale divinarum officiorum (VI, 80) riassume tutta la dottrina liturgica e simbolistica del medioevo, non conosce ancora la benedizione dei grani d'incenso, simboli degli aromi usati dalle pie donne e delle cinque piaghe del Signore. Vedi Tav. LXXXII.

Bibs.: Ordines romani: PL 78, 937 sgg., ed. critica di M. Andrieu, II: Les textes, Lovanio 1948; Ordines di St-Amand e di Einsiedeln e Exultet, in L. Duchesne, Origines du culte chrétien, Parigi 1904, pp. 227-60, 461-80, 230-33; Ordo Romanus dell'archicantor Giovanni, ed. C. Silva-Tarouca, in Mem. Pont. Accad. rom. di arch., I (1923), pp. 139-219. La ricostruzione del Pontificale del sec. XII si trova in M. Andrieu. Le Pontifical romain au moyen âge, I (Studi e Testi, 86), Città del Vaticano 1938; Ad. Franz, Die kirchlichen Benediktionen im Mittelolter, I, Friburgo in Br. 1909, pp. 319-23; W. Rötser, Des hl. Augustinus Schriften als liturgiegeschichtliche Quellen, Monaco 1930, p. 14 sgg.; B. Capella, Le rite des cinq grains d'encens, in Questions liturgiques et paroissiales, 1932, p. 8 sgg.; id., L'«Exultet» pascal, oeuvre de s. Ambraise (Studi e Testi, 121), Città del Vaticano 1947, p. 219 sgg.; M. Righenti, Manuale di storia liturgica, II, Milano 1946, p. 166 sgg. Giuseppe Löw

CEROPLASTICA: v. scultura.
CERQUEIRA, Luiz. - Gesuita portoghese, vescovo nel Giappone, n. nel 155 I ad Alvito, m. il 15 febbr. 1614. Insegnò prima a Coimbra filosofia (1581-86) e teologia (1586-88) e dopo il 1588 teologia

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ad Evora. Copie manoscritte delle sue lezioni si conservano nelle biblioteche pubbliche di Lisbona, Evora e Braga. Designato da Filippo II come coadiutore e futuro successore del vescovo del Giappone Pietro Martines (m. il 18 febbr. 1598) e consacrato nel 1594, arrivò a Nagasaki il 5 ag. 1598. Ebbe da riparare le rovine accumulate dalla persecuzione cruenta del 1596-97 e si occupò molto per formarsi, nonostante le difficoltà e la sua estrema penuria, un principio di clero indigeno: e tuttavia in quattordici anni poté ordinare solo tredici giapponesi. M. a Nagasaki poco dopo lo scoppio della grande persecuzione ordinata da Yeyasu.

Rimangono di lui molte lettere, di cui parecchie ( 1601 1613) sono pubblicate (cf. Streit). Una sua Relazione della gloriata morte patita da sei christiani giapponesi per la fede di Christo, Roma 1607, ebbe molte edizioni ( 1604 in portoghese, 1606 in spagnolo, 1607 in tedesco, francese, e tre volte in italiano, 1609 in fiammingo...). D'interesse bibliografico e missionologico molto più grande è il Manuale ad Sacramenta Ecclesiae ministranda, stampato a Nagasaki nel 1605; d'un manuale di casi di coscienza, che fece stampare in giapponese per i suoi preti indigeni, non si è potuto finora ritrovare nessuna copia.

Bibl.: Sommervogel, II, coll. 1000-1002; IX, col. 25; Streit, Bibl., V, pp. 365-66 e passim; A. Franen, Imagem da virtude... en o noviciado de Evora, Lisbona 1714, pp. 461-77; D. Barzdi, Il Giappone, III, Torino 1825, pp. 378-82 e passim; E. Satow, The fernis mission prest in Japau, s. 1, 1888, pp. 47-50; A. Brou, Une page de l'histoire des mission, Le clergé japonais au XVIIc siecle, in Etudes, 170 (1922), pp. 58-79; V. Ribeiro, Bispos partugueus e Ternitas no Japau. Cartas de D. L. C., Lisbona 1936; J. Lautes, Kirishitan Bunbo. A manual of books and documents on the early Christian mission in Japau, Tokyo 1940, pp. 43-46, 57 - 58 .

Edmondo Lamallo
![img-13.jpeg](img-13.jpeg)
(da M. Avera, The Exultet Rolls of South Italy, Princeton University 1906, (an. UXX)
Ceno pasquale - Diacona sull'ambone che si accinge a cantare l'Exultet e accensione del c. Rotolo dell'Exultet di Benevento (sec. xit) - Roma, biblioteca Casanatense, 724 B 13.

CERRETO SANNITA, DIOCESI di: v. TELESE, DIOCESI di.

CERRETTI, Bonaventura. - Cardinale, n. a Bardano di Orvieto il 17 giugno 1872, m. a Roma l'8 maggio 1933. Ordinato sacerdote nel 1895 , entrò nel 1902 alla segreteria di Stato; nel febbr. del 1904 parti per il Messico come segretario di quelle delegazione; di là passò a Washington in qualità di uditore (19061914). Primo delegato apostolico in Australasia ed arcivescovo titolare di Corinto nel 1914, divenne nel 1917 segretario per gli Affari ecclesiastici straordinari.

Fu in missione speciale a Parigi durante la conferenza per la pace (maggio-giugno 1919) per la difesa degli interessi della Chiesa cattolica nei riguardi delle missioni nelle ex colonie tedesche, minacciate dagli artt. 122 e 438 del trattato di Versailles (G. Michr, Quellen zur Geschichte des Papsttums und des römischen Katholizismus, Tubinga 1934). Una nota delJBalfour al C., ai primi di giugno, assicurava benevola interpretazione di quelle pericolose stipulazioni. In questa circostanza avvenne l'incontro ( 1^{°} giugno 1919) all'hôtel Ritz del C. con il primo ministro italiano Vittorio Emanuele Orlando, e fu discusso per incarico della S. Sede un progetto di soluzione della questione romana. Le trattative furono interrotte dalla caduta del ministero Orlando ( 19 giugno).

Nell'ag. del 1921 il C. entrava come nunzio in Francia, ove ebbe grande parte nell'assestare l'esistenza legale della Chiesa francese ed i rapporti di quel governo con la S. Sede. Creato cardinale di S. Cecilia il 14 dic. 1925, fu anche arciprete di S.Maria Maggiore (1930) e vescovo di Velletri (1933).

Bibl.: J. Schmidlin, Papstgeschichte der neuesten Zeit, III, Monaco 1936, passim, v. indice e note bibliografiche; [G. De Luca], Il card. B. C., Roma 1939, dove a pp. 223-30 è il diario del C. del giugno 1919; V. E. Orlando, I miei rapporti di