re (1930) e vescovo di Velletri (1933).
Bibl.: J. Schmidlin, Papstgeschichte der neuesten Zeit, III, Monaco 1936, passim, v. indice e note bibliografiche; [G. De Luca], Il card. B. C., Roma 1939, dove a pp. 223-30 è il diario del C. del giugno 1919; V. E. Orlando, I miei rapporti di governo con la S. Sede, 2² ed., Milano 1942, pp. 117-44 e in appendice, pp. 173-79.
CERRI, Urbano. - Romano, nominato segretario della Congregazione de Propaganda Fide da Clemente X nel 1675, m. nel 1679, lasciando una relazione inedita sullo Stato della religione cattolica in tutto il mondo 1677, la quale fu per la prima volta pubblicata in versione inglese a Londra nel 1715 da sir Richard Steele. La versione dice che la relazione fu scritta "per uso del papa Innocenzo XI" e contiene anche una lettera dedicatoria dello Steele al papa Clemente XI circa lo stato della religione in Gran Bretagna e altri particolari sulle condizioni di quei tempi.
Bibl.: G. Moroni, s. v. in Diz. di erud. storico-eccl., XVI, p. 258; Streit, Bibl., I, nn. 802 e 807. Carlo Corva
CERTANI, Giovanni Filippo. - Scrittore ascetico oratoriano, n. a Bologna nel 1646 da nobile famiglia fiorentina, m. il 23 nov. 1717. Parente di Francesco C., confondatore della Congregazione dell'Oratorio di Firenze, dopo l'ordinazione sacerdotale passò alla medesima Congregazione in Bologna. Dedicatosi particolarmente alla redenzione delle peccatrici, istituì il convento di S. Maria Egiziaca, quindi, su invito del card. Tanara, legato di Urbino, si recò a Pesaro a ricostituire quell'oratorio, allora decaduto.
Sue opere principali: L'uomo di orazione (Bologna 1686); Le Costituzioni di S. M. Egiziaca (ivi 1702); Ritiramento spirituale di un giorno per ciascun mese (tradotto dal francese; più volte ristampato); Epitalamio dell'anima sposa di Gesù Cristo, cioè pratiche per ben disporsi alla S. Comunione; La maniera di ben predicare (più ristampe); Riti della Messa privata (postumo, dedicato al card. Lambertini, Bologna 1737 e 1750 ).
Bibl.: C. A. de Rosa di Villarosa, Memorie degli scrittori filippini, I, Napoli 1837, pp. 78-90. Carlo Gasbarri
CERTEZZA. - Da tornare, vagliare, discernere, c. è, in senso proprio, lo stato mentale di ferma adesione
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ad una proposizione. S. Tommaso: «certitudo proprie dicitur firmitas adhaesionis virtutis cognoscitivae ad suum cognoscibile»; «certitudo nihil aliud est quam determinatio intellectus ad unum" (In III Sent., dist. 26, II, 4; ibid., dist. 23, II, 2, sol. III).
La c. ammette varie distinzioni in rapporto specialmente alla diversità degli oggetti di conoscenza e delle condizioni che la fondano.
E comune dopo Leibniz (Nunc. est., IV, 6, 13) la divisione della c. in metafisica, fisica e morale, che il Balmes chiama rispettivamente assoluta, naturale, ordinaria. E c. metafisica quella fondata sulla necessità assoluta delle leggi essenziali della realtà (il tutto è maggiore della parte) ; c. fisica quella fondata sulla stabilità e costanza delle leggi naturali (domani sorgerà il sole); c. morale quella fondata sulla validità ordinaria delle leggi pratiche della vita (la guerra fa gli uomini peggiori); è però evidente che in quest'ultimo caso non si può parlare di c. in senso proprio, mancando un fondamento oggettivo universalmente valido, sufficiente a determinare con sicurezza il pensiero. L'espressione "c. morale" ha inoltre diversi altri significati. Talora è presa come sinonimo di

Certosini - Panorama della certosa del Galluzzo, fondata nel 1341 - Firenze.
(fol. Alinari)
massima probabilità; spesso designa la c. pratica riguardo la moralità di una determinata azione, c. non necessariamente legata, come nel caso della legge dubbia, all'evidenza teoretica. Con l'espressione "c. etica" oggi frequentemente si intende affermare la particolare condizione che riveste la percezione dei valori morali, attribuita non tanto a un'evidenza d'ordine concettuale, quanto piuttosto all'intuizione o al sentimento morale.
Come appare dalla sua nozione, la c. è una modalità soggettiva della conoscenza, tuttavia si suole anche parlare di c. oggettiva contrapposta a soggettiva, per distinguere la legittima c. fondata sul vero dallo stato puramente psicologico di sicura persuasione che accompagna talora l'errore. Si distingue infine la c. spontanea, propria della ragione nel suo esercizio naturale e prescientifico, dalla c. riflessa, frutto di una presa di coscienza esplicita da parte del pensiero delle proprie affermazioni e dei motivi che le fondano. Praticamente però questa distinzione non è così netta come può sembrare, essendo una riflessione iniziale sempre presente là dove si conosce esplicitamente l'impossibilità dell'opposto, come è il caso frequente della c. spontanea.
Le ragioni che determinano nello spirito la c., intesa questa nel senso proprio sopra indicato, sono e debbono essere oggettive, inerenti cioè all'oggetto del giudizio : in tanto il pensiero può fermarsi con assoluta sicurezza in un oggetto di conoscenza, in quanto questo gli si manifesta nella luce della sua verità, ossia necessità interiore.
Uno stato di persuasione puramente soggettiva può certo nascere da varie e molteplici cause, sia interne che esterne, non escluso il desiderio, la passione, e una qualunque consonanza psicologica, ma la piena e consapevole c. è sempre, in ultima analisi, determinata dall'evidenza
dell'essere che si apre nella sua intelligibilità al pensiero: evidenza concreta d'intuizione per rapporto a fatti e situazioni di coscienza, e evidenza logica di connessione di concetti per riguardo ai giudizi d'ordine ideale. Con questo, pur rigettando la posizione fideistica e volontaristica (Reid, Jacobi, Jouffroy, Goblot, ecc.) che rimanda nel campo dell'istinto e della volontà le determinanti della c., non si esclude che essa possa sovente maturare su un complesso di disposizioni e coefficienti psicologici in cui, oltre all'intelletto, hanno la loro parte la volontà e il cuore. Ciò vale specialmente - per non parlare della c. estetica essenzialmente alogica e quindi del sentimento - per le verità di fede (v.) dove è possibile soltanto un' evidenza, extrinseca, basata sulla c. della rivelazione e della infallibilità divina. Oggi però, fuori della terminologia scolastica, si designa per lo più la persuasione di fede semplicemente col termine fede o credenza (v.), riservando il nome di c. alla persuasione d'ordine intellettivo derivato dall'intelligenza.
A più riprese nella storia del pensiero si è fatta questione se l'uomo possa davvero raggiungere la c. Non si tratta evidentemente della c. spontanea, fatto universale di immediata esperienza, bensì della c. riflessa, assolutamente valida in sede filosofica e in linea di diritto. L'istanza scettica (v. scetticismo) si fa forte della perenne e, a quanto pare, insuperabile crisi della verità nella mente umana. Ma la risposta in senso positivo non ammette dubbi, quando solo il pensiero rientri in se stesso e prenda coscienza dei valori assoluti di cui si trova in possesso : nella varia e ricca esperienza di sé il pensiero tiene in mano le più salde c. superiori e refrattarie ad ogni dubbio. In queste prime c. di fatto afferrate nell'autocoscienza e che si traducono immediatamente in c. di principio, c'è il fondamento più sicuro per un'affermazione in senso generale della c. nel campo della filosofia e della vita (v. conOSCENZA; CRITERIO; EVIDENZA).
BibL.: A. Garnier, Traité des facultés de l'âme, III, Parigi 1880, pp. 101-10; E. Milhaud, Essai sur les conditions et les limites de la certitude logique, ivi 1894: J. Volker, Die Quellen der menschlichen Gewissheit, Monaco 1906; A. Forges, La crisi della c., trad. it. di C. Boni e L. Cappelli, Siena 1911; B. Variaco, Linee di filosofia critica, Roma 1923, p. 109 sgg.; J. de Tonquédoc, La critique de la connaissance, Parigi 1929, pp. 441-49; P. Gény, Critica, 3ᵉ ed., Roma 1932, pp. 39-169; J. H. Newman, Filosofia della religione, trad. it. a cura di F. Tartaglia, Modena 1943, pp. 762-98; A. Rosmini, Logica, I (ed. nazionale, XXIII), Milano 1943, pp. 152-57.
Ugo Viglino
## CERTOSA: v. GRANDE CHARTREUSE.
CERTOSINI. - Ordine religioso fondato da s. Brunone nel 1084 a Chartreuse (Certosa), luogo deserto nella diocesi di Grenoble, dove furono costruiti un oratorio dedicato alla S.ma Vergine, e alcune capanne attorno alla cappella, vicino ad una fontana.
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Quel piccolo romitorio, disposto per gli esercizi della vita solitaria, fu il modello di tutte le certose d'Europa. In esso da principio ogni religioso ebbe una capanna per sé : ma cresciuti poi di numero, furono costretti per qualche tempo a stare due per cella, finché non se ne costruirono delle nuove. Il vescovo di Grenoble volle essere il procuratore di quegli eremiti ed esplicò grande attività per costruire loro un monastero. Nel marzo 1085 consacrò l'umile cappelletta di Nostra Signora de Casalibus, cosi chiamata per ricordare la memoria delle capanne dei primi religiosi. Brunone ed i suoi compagni vivevano nel lavoro e nella assidua preghiera e penitenza, e mantenevano un gregge il cui frutto serviva al loro sostentamento. Nel rogo Urbano II chiamò a Roma come suo consigliere Brunone e nel rogr gli permise di fondare una nuova certosa a La Torre in Calabria. Da allora ad oggi l'Europa ha viste sorgere 282 certose, di cui 53 in Italia. Tra le più celebri meritano di essere ricordate quelle di Calabria (rogr), Trisulti (1204), Genova (1297), Napoli (1327), Bologna (1334), Lucca (1338), Firenze (1342), Pisa (1367), Roma (1370), Capri (1371), Pavia (1396).
S. Brunone non scrisse per i suoi discepoli una regola; ed essi si conformarono senz'altro agli esempi da lui lasciati. Fu il quarto priore di Certosa, Guigo, che nel 1127 raccolse tutte le consuetudini praticate fino ad allora, sollecitato a ciò dai religiosi che bramavano seguire fedelmente le osservanze primitive. Il papa Innocenzo II le approvò verso la fine del 1133. I Capitoli generali dei C., per spiegare e completare le consuetudini di Guigo, emanarono, nel corso dei secoli, delle ordinazioni che non sono altro che usanze, perché, secondo il principio fondamentale della legislazione certosina, una prescrizione non ha forza di legge se non dopo essere stata messa in pratica. Cosi si ebbero le Additiones di Basilio nel 1259, i Nova
statuta di Rainaldi nel 1368, la Nova collectio di Carasse nel 1581. Innocenzo XI il 29 marzo 1688 e Pio XI l'8 luglio 1924 approvarono gli statuti dell'Ordine certosino in forma specifica.
L'osservanza primitiva non si è illanguidita dopo otto secoli, e l'Ordine non ha avuto mai bisogno di riforma, si da giustificare in pieno il detto: Cartaria numquam reformata, quia numquam deformata. Il c. mena vita cenobitica e solitaria, trascorrendo il tempo libero dal divino officio in cella, dove vive solo, in una dimora distinta e completamente separata da quella degli altri confratelli e dove prende i suoi pasti, tranne i giorni in cui vi è refettorio comune. Essa si compone di un corridoio, di una stanzetta chiamata Ave Maria (perchć il religioso entrando deve salutare la "Regina del deserto"), di una stanza dove prega, studia e riposa, di un laboratorio con tornio, di una legnala e di un orticello o giardinetto. Un orario indica e prescrive al c. le varie occupazioni: leggere, scrivere, salmodiare, pregare, contemplare, lavorare. Il c. non resta però in cella. Ogni giorno feriale ne esce tre volte (sei nelle domeniche ed in altri giorni di festa), per soddisfare in coro all'ufficio divino: ne esce altresi per le ricreazioni e passeggiate, e per qualche altro esercizio di regola. In chiesa egli si reca per cantare (alle 23) con note semplici e gravi Mattutino e Lodi, poi al mattino la Messa conventuale e la sera il Vespro. In certi giorni di festa si cantano in Coro tutte le Ore canoniche, eccetto Compieta. Per coltivare poi lo spirito di comunità e favorire l'aprirsi degli animi con la fraterna carità, in certosa si prendono i pasti nel refettorio tutte le domeniche ed altri giorni festivi, però sempre in silenzio. In questi giorni è permessa in comune, dopo Nona, una cordiale ricreazione. Una volta per settimana poi i C. compiono fuori della clausura una passeggiata di ca. tre ore.
Ogni monastero è autonomo, ma dipende dal Capitolo generale, il quale mantiene ferma e costante nell'Ordine l'osservanza della regola. Esso di raduna ogni due anni nella Grande Certosa e si compone del padre generale e di otto membri scelti fra i priori e rettori delle certose e

Certosini - Chiostro della certosa di S. Maria degli Angeli, costruito nel 1563, oggi sede del Museo delle Terme - Roma.
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dei vicari delle monache. Il rev. Padre, che è il generale dell'Ordine, gode, da un Capitolo all'altro, di tutti i poteri di esso, e poichè non può uscire dai limiti del suo deserto, il Capitolo generale nomina i visitatori per compiere, in determinate epoche, la visita canonica alle singole case.
I C. cercarono sempre di far silenzio sulla vita dei membri dell'Ordine; pur tuttavia molti sono stati elevati agli onori degli altari, alcuni subirono il martirio nei vari paesi d'Europa. Un certo numero di cardinali, vescovi e legati pontifici lo hanno illustrato. Nello studio i C. trovarono un alimento alla loro pietà e contemplazione, e non pochi furono gli scrittori di teologia, liturgia, storia. Alcuni si distinsero nell'agricoltura, nella meccanica, nella pittura, nella tipografia. Attualmente l'Ordine conta ca. 600 membri.
Biel.: B. Trumby, Storie critico-cronologico-diplomatica del patriarca s. Brunone e del suo Ordine cartusiano, 10 voll., Napoli 1773-79; C. Le Couteulx, Amoiles Ordinis Cartusiensis, 8 voll., Montreuil 1883-91; L. Le Vasseur, Ephemerides Ordinis Cartusiensis, 4 voll., ivi 1890 sgg.; L. Doreau, Les ephémérides de l'Ordre des Chartreux, 4 voll., ivi 1897; N. Molin, Historia Cartusiana ab origine Ordinii, 3 voll., Tournai 1003; C. Bohic, Chronica Ordinis Cartusiensis, 2 voll., ivi 1911; Anon., La vita contemplativa e la sua missione apostolica, ivi 1912; Anon., Missions de l'Ordre des Chartreux, 4 voll., ivi 1913; L. Lucaccini, I C. e la certosa di Montevideo, Firenze 1935.
Gregorio Kappeller
Le monache Certosine. - Non derivano da s. Brunone, ma risalgono al 1145 , quando la b. Germellie, del monastero di St-André-de-Ramières (Orange), che seguiva la regola di s. Cesario, domando al certosino b. Giovanni di Spagna di dare a lei e alle sue monache le regole di S. Brunone.
Le c. non ebbero mai molta espansione, e oggi ancora non contano che + monasteri. Sono consacrate dal vescovo diocesano ; governate da una priora e una sottopriora, assistite da un vicario e da un coadiutore, certosini; vestono come i monaci, con inoltre velo, soggolo, manto bianco; leggono l'Epistola, e, ornate di stola, il Vangelo. Fra quelle che raggiunsero l'onore dell'altare, si possono ricordare la b. Beatrice di Oranceu, la b. Margherita di Oingt (m. ca. 1310), s. Rosellina di Villanova (m. 1329), Francesca M. Briois, martire della Rivoluzione Francese (1794).
Bibl.: M. Heimbucher, Die Orden u. Kongregationen der hath. Kirche, I, 3² ed., Paderborn 1934, pp. 390-91. Celestino Testore
CERULARIO : v. MICHELE, patriarca di Costantinopoli.
CERVANTES SAAVEDRA, Miguel de. - Scrittore spagnolo, n. nel 1547 (forse il 29 sett.) ad Alcalá de Henares, m. a Madrid il 23 apr. 1616. E probabile che il futuro autore del Quijote abbia studiato a Siviglia con i Gesuiti ( 1564 -65) ed a Salamanca fra il 1582 e il 1584, poi a Madrid nella scuola di Juan López de Hoyos. In Italia, ove giunse al seguito del card. Acquaviva, lo affascinò la «libre vida» e in particolare s'impose alla sua ammirazione Roma «s eflora del mundo» e, nella Roma cattolica, "la autoridad del colegio de los cardinales, la majestad del sumo pontífice, el concurso y variedad de gentes y naciones»: e il miraggio di Roma splenderà ancora nel suo ultimo sogno romantico, le avventure di Persiles e Segismunda. Uomo d'azione e di cultura, lo si trova nel 1571 eroico combattente alla battaglia di Lepanto, ove un colpo d'archibugio gli porta via la mano sinistra; lo si ritrova, dopo un soggiorno a Messina, a Corfù, all'assedio di Navarino e nell'impresa di Tunisi (1573). Di guarnigione, l'anno seguente, a Napoli e Palermo, durante il viaggio di ritorno in Spagna è fatto prigioniero dei Saraceni e trasportato ad Algeri, ove per ben cinque anni dovrà imparare a «tener paciencia en las adversidades», fino a che frate Juan Gil potrà completare la somma offerta dalla famiglia del C. e raggiungere i 500 scudi richiesti dai pirati
per il riscatto (sett. 1580). Ma in Spagna lo attendono ristrettezze e amarezze : ricopre successivamente modesti impieghi, e il matrimonio con Catalina de Salazar y Palacios ( 1584 ) finisce con l'aggiunger nuove delusioni alla sua vita travagliata. Nominato commis. sario per l'incetta di viveri destinati all'«Armada invencible» ed alle navi in rotta per le Indie, perde il posto in seguito al disastro di quella: nuove tristi esperienze, anni oscuri di travaglio e di miserie si vanno susseguenda, fino a venir coinvolto con i suoi in un processo per omicidio. Nel 1607 è a Madrid ove, pur essendo già pubblicato il suo capolavoro, resterà confuso fra la massa, oggetto più di satire che di elogi : Lope giungerà, infatti, ad affermare non esservi poeta così cattivo come C. e «tan necio que alabe a don Quijote». Il 23 apr. 1616 si chiude la sua faticosa giornata terrena : pochi giorni prima, "puesto ya el pie en el estribo", scriveva la dedica del suo libro al conte di Lemos.
Desolata ed eroica, la vita del C. coincide con i primi tempi della decadenza della Spagna ed appare sintesi di quel duplice mondo, picaresco ed eroico, tra i cui estremi oscillava ormai la vita nazionale. Poeta di scarse virtù, come egli stesso lamenta (e me desvelo-por parecer que tengo de poeta-la gracia que no quiso darme el cielo v), imitatore soprattutto di Garciluso, l'opera sua lirica si rivela ineguale e solo di rado illuminata da felici momenti (il «Canto de Caliope n nella Galatea, ispirato a Gil Polo, alcune composizioni inserite nelle novelle, la dignitosa e nobile epistola a Matteo Vásquez, qualche smento ed in particolare quello ispirato dalle esequie di Filippo II, due canzoni di tono herreriano all'« Invencible Armada» ecc.) : il suo maggior poema è il Viaje del Parnono (1614), ispirato all'omonima opera di Cesare Caporali, in cui il motivo del fantastico viaggio consente la critica mordace dei poeti contemporanei ed un soffio di emozione è solo portato da affioranti ricordi autobiografici.
Drammaturgo, ci ha lasciato, oltre otto intermezzi, dieci commedie che sembra abbia composto in due periodi distinti, e cioè ca. il 1590 e, con minor successo, nel decennio anteriore alla pubblicazione delle Novelas (1613), ché infatti nel 1615 pubblicava 8 commedie e 8 intermezzi, di cui è però impossibile fissare una precisa cronologia : al primo periodo appartengono, invece, la Numancia e il Trato de Argel (oltre commedie andate perdute), in cui rivela scarso interesse per la struttura drammatica e, invece, spiccata preoccupazione psicologica e fervida passione. Solo più tardi tenterà imitare Lope, sperando di raggiungere con l'accumulo di episodi e di personaggi ciò che questi raggiungeva col talento drammatico e con l'esperta tecnico teatrale. Disparati gli argomenti, che vanno da quelli della "comedia de santos" (El rufiáu dichoso) a quelli "de cautivos" (La gran Sultana), a motivi pioareschi (Pedro de Urdemalar), ecc.; migliori fra tutte: Las bellas de Argel, dramma intensamente patetico, e il Pedro de Urdemalas, ricco di poesia e di situazioni svariatissime; ma da tutte è evidente che il C. finemente intui l'essenza della futura commedia nazionale, e ciò sia per la conoscenza che vi dimostra della società da cui quella si esprime, sia per l'aver presentito forme e concezioni di Lope e Calderón. Negli intermezzi (otto ne ha lasciati), il C. è insuperabile, né potrà esser raggiunto neppure da Quiñones de Benavente o da Ramón de la Cruz: in essi il realismo dei passo del grande Lope de Rueda (cosi egli stesso lo proclama), che aveva conosciuto nella prima giovinezza a Valladolid e a Madrid, è trattato in temi attinti ad ogni fonte, al Rinascimento italiano, alla vita della hampa, al più suggestivo folklore, realizzando quadri di ambiente che son quasi acqueforti di straordinaria precisione e penetrante psicologia, ove si stagliano non tipi popolari, ma caratteri e addirittura decise individualità, sottolineare da arguti tocchi satirici.
Galatea, la prima opera pubblicata dal C. (1584), è un romanzo pastorale di scarso interesse nell'azione, ma di grande valore quale documento dell'estetica dell'autore : pur mancando di quello sfondo e di quegli elementi
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tipici che abbelliscono le creazioni di Montemayor e di Gil Polo, orientata sui principi di filosofia neoplatonica dei dialoghi di Leone Ebreo, mista di prosa e di versi (migliore quella di questi), presenta talora pagine nitide e smaglianti : e l'elemento pastorale, tuttavia (per Galatea il C. nutrirà sempre una particolare tenerezza), penetrerà, e non scarsamente, anche nello stesso maggior romanzo in episodi come quella di Morcella e Grisostomo. Le dodici Fieselle esemplari (pubblicate nel 1613), il cui titolo già tradisce la volontà di rendere omaggio al Concilio di Trento (dice infatti il prodogo "no hay ninguna de quien ne se pueda sacar algun ejemplo provechoso", benché solo in alcune e occasionalmente l'intento didattico-morale traspaia), pur affiorandovi sempre la morale naturalistica dell'autore, accolgono varie influenze e tendenze, intensamente realistiche le une, idealistiche le altre, di origine talora tipicamente spagnola, talora ispirate invece alla Rinascenza italiana. Non profondo ma narrato con grande arte, sobrio ed eleganti, agili ed armoniose, diverranno modello della narrazione breve del sec. xvili; e attraverso le avventure della Gitmilla, il colorito appassionato e sentimentale del Celoso estremello, o l'umorismo del Colopio de los perros e del Licenciado Vidriera, che par riassumere l'essenza della esperienza morale dell'autore, o i quadri della vita della lompo quale appare in Rinconete y Coriudilla, offrono scene di intensa forza plastica e di alta bellezza.
Nel 1603 veniva pubblicato il Don Quijote, successivamente ristampato più volte e subito tradotto in inglese nel 1612, in francese due anni più tardi, in italiano nel 1622; romanzo che, scaturito da originali motivi di critica letteraria (i-poner en aborrecimiento de los hombres las fingidos y disparadas historias de los libros de caballerías ") ha acquistato, nel progressivo svolgimento, significato di simbolo. Sintesi dei più vari modelli della letteratura narrativa contemporanea (romanzo pastorale, novella italiana, romanzo cavalleresco), i vari motivi si intrecciano intorno alle avventure del cavaliere e del suo scudiere e dànno all'opera un senso di vita prodigioso, restato impareggiabile nella storia di ogni letteratura. Don Chisciotte, la cui prima salida è tutta una satira contro i romanzj cavallereschi, fin dalle prime parole è presentato in tutte la sua umanità : condotto alla pazzia dalle eccessive letture di quei libri, rimane sempre un uomo, colui che in una calda giornata di luglio s'incammina per la campagna di Montiel mentre vicino a lui misura il passo Sancio Panza, anima popolona, ma anch'essa di umanissima e pur primitiva psicologia, guazzabuglio di egoismo e di bontà, di ammirazione per il suo signore, di sentizismo e di fede. Intorno ai due ercenti si delinea il paesaggio visto con fedeli occhi e balza un mondo molteplice di personaggi. Non immobili simboli, l'uno dell'ideale, l'altro del pratico buon senso, Don Chisciotte e Sancio nella lunga fraterna consuetudine si avvicineranno spiritualmente l'uno all'altro, si che l'uno sul declinare della vita riacquisterà ragione e buon senso e l'altro si sollocerà a poco a poco verso un mondo superiore. Create all'incrocio di due secoli, da un artista che ha visto la gloria di Lepanto sommergersi nella tragedia dell'Armade e nell'anta dello sbarco inglese a Cadice, l'opera è dolorosa parodia di quell'eroismo e di quel senso di giustizia che va crollando di fronte alla frode bassa e meschina della picaresca vita quotidiana, in cui ideale e realtà non riescono ad armonizzarsi. I due eroi sono simboli l'uno e l'altro dello spirito del tempo, l'uno incarnando la falsa strada che conduce al delirio dell'illusione, l'altro quella che porta al materialismo, unbedue rovinose per il popolo spagnolo. Ma la necessità di additare una luce di salvezza in tanta desolazione, è motivo dello stupendo sdoppiamento della personalità di Don Chisciotte, in cui l'ingusribile pazzia è temperata da un prudente spirito cavalleresco, si parì che l'ignorante egoismo di Sancio si illumina di schietto buon senso. Uscito in campo a difesa del suo ideale umanitario, l'autore stesso definisce le qualità del vero cavaliere: "casto en los pensamientos, honesto en las palabras, liberal en las obras, valiente en los hechos, sufrido en los trabajos, caritativo en los menesterosos, y finalmente mantenedor de la verdad, aunque le cueste la vida el defenderla». Animato dello stesso spirito eroico di un s. Ignazio o di una s. Teresa (l'acuto accostamento è
di L. Pfandl), il C. sopporta per il suo ideale persecuzioni e scherni, incapace di arrendersi ai continui disinganni se non all'ora della morte, in cui deve finalmente riconoscere la tragica vanità della sua azione.
Tutti i motivi letterari del sec. xvr, narrativi e critici, si contengono nell'opera, che tuttavia ha, in pari tempo, dei punti di contatto con la letteratura del sec. xvir, principalmente per quel senso di contrasto da cui scaturisce tutto il lavoro, e che ricompone in una soluzione umoristica il gran dissidio fra il piano ideale e quello umano.
La pubblicazione (1614) di una continuazione apocrifo dovuta al «licenciado Alonso Fernandez de Avellaneda * precedette di un solo anno quella della seconda parte del romanzo, superiore forse alla prima poiché un'umanissima emozione, quasi un superamento degli stessi personaggi, va lentamente accentuandosi fino alla morte dell'eroe.
Ma il dramma del C., che s'identifica con il suo eroe, come apertamente egli stesso afferma (v para mi solo nació don Quijote y yo para él : él supo obrar y yo escribir : solos los dos somos para en uno "), trova degno finale nell'opera Los trabajos de Perales y Segismunda (1617), estrema sintesi ove tutto le aspirazioni dell'autore, sogni e romantiche imprese della gioventù, fantasia e sentimento, trionfano in magnifiche avventure, che si svolgono su sfondo sempre mutevole, dai misteriosi passi del nord alla terre assolate di Spagna e d'Italia, e sono narrate con lo stile più ricco e colorito, più elegante e terso. Sembra che in quest'opera, di cui si sono formulati i più vari e contrastanti giudizi, il C. abbia voluto veramente sognare (come è stato detto con felice espressione) il suo ultimo sogno romantico.
Bim.: Testi : fra le tante edizioni complete delle opere cervantine vanno segnalate almeno, per l'età più recente, quelle curate da J. E. Durzenbusch, 12 voll., Madrid 1863; quella di R. Schevill e A. Bonilla y San Martin, 14 voll., ivi 1914 e sgg.; di F. Rodríguez Marín, 8 voll., ivi 1911-13; di A. Hämel, 2 voll., Halle 1924 sgg.; oltre innumeri edizioni di singole opere a cura di N. Alonso Cortés, L. Pfandl, L. Sorrento, A. Kressner, ecc. Nel campo ricchissimo della bibliografia cervantina non si può omettere di ricordare la Bibliografia critica de las obras de C. di L. Ins, 3 voll., Madrid 1899-1904; la Bibliografia critica de ediciones del Quijote impresas desde 1605 hasta 1917 di J. S. Benages e J. S. Fonbuena, Barcellona 1917; o, almeno, la importantissima opera di J. D. M. Ford, C. A tentativa bibliography of his works and of biographical and critical material concerning him, Cambridge 1931. Letteratura: nel campo non meno ricco e vario della critica cervantina, è necessario segnalare almeno: A. Morel-Fatio, Le don Quirbotte envisagé comme peinture de la société..., in Etudes sur l'Espagne, I, Parigi 1895, p. 297 sgg.; J. Apraiz, Estudio histórico-critico sobre las novelas ejemplares de C., Madrid 1901; F. A. de Icaza, Las novelas ejemplares de C., ivi 1901; F. Rodríguez Marín, El Loayza de "El celoso extremeño", Bériglia 1901; M. de Unamuno, Vida de don Quijote y Soncho, Madrid 1903; J. Cejador y Frauca, La lengua de C., ivi 1902; E. Mele, La novella "El celoso extremeño " de C., in Nueva Astol., 1906, v, pp. 479-90; R. Schevill, Studies in C., I, Persiles y Segismundo, in Mod. Phil., 4 (1906), pp. 677-704; P. Savi-Lopez, C., Napoli 1913; M. A. Buchanan, C. and the books of chivalry, in Mod. Long. Notes, 29 (1914), pp. 240-43; A. Speziale, Il C. e le imitazioni della novellistica italiana, Messina 1914; A. Cotarelo y Valjedor, El teatro de C., Madrid 1915; A. Bonilla y San Martin, C. y su obra, ivi 1916; R. Schevill, C., Nuova York 1919; C. de Lollis, C. reazionario, Roma 1924; A. Castro, El pensamiento de C., Madrid 1925; R. de Maestu, Don Quijote, don Juan y la Celestina, ivi 1926; R. Flaccomio, La fortuna del Don Quijote in Italia nel secc. XVII e XVIII, Palermo 1928; J. Brisbermann, Don Quijote und Faust. Die Helden und die Werke, Berlino 1929; E. J. Crooks, The influence of C. in France in the XVIth Century, Parigi 1931; M. de Monndau, La que España debe a un libro, Barcellona 1931; F. Hazard, Don Quirbotte de C., étude et analyse, Parigi 1931; A. Castro, C., ivi 1931; S. E. Trachman, C. women of literary tradition, Nuova York 1932; B. Sanvisenti, Ariosto, C., Manzoni, in Canviovium, 4 (1932), pp. 641-74; R. Schevill, The education and culture of C., in Hispanic Review, 1 (1933), p. 24 sgg.; L. Pfandl, Historia de la literatura nacional española en la edad de oro (trad. sp. di J. Ruhsé Balaguet), Barcellona 1933, passim e emolalmente pp. 921-29; J. Cassou, C., Parigi 1936; B. Frank, Una vita più interessante di un romanzo (trad. it. di L. Mazzucchetti, Milano 1936; A. Suarès, Trois grands vivants, C., Tolstoi, Baudelaire, Parigi 1937; M. Casella, C.: il Chisciotte (Pubbl. dell'Università di Firenze, Facoltà di lettere e film., 3* serie, 7, I-II), Firenze 1938; M. Romero Navarro, Interpretación pictórica del Quijote por Dord, Madrid 1946; J. Babejon, C., Parigi 1947.
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GERVELLO. - L'encefalo (dal gr. ε_{γ} γ κ ε ́ varphi α λ 0 ς ) costituisce il centro più importante di tutto il sistema nervoso ed ha sede nella cavità del cranio, mentre il midollo spinale occupa il canale vertebrale. In esso vi sono centri primari che hanno diretti rapporti con la periferia (ad es., per la trasmissione degli impulsi sensitivi) unitamente a centri di correlazione, di coordinazione e di associazione che sono particolarmente sviluppati nell'uomo.
Nel suo insieme la forma del c. è paragonabile ad un ovoide orientato in senso anteroposteriore, ma essa varia naturalmente con il variare delle forme della cavità cranica che la racchiude. Nei dolicocefali (v. cranio), il c. è relativamente più stretto e lungo, nei brachicefali è relativamente più largo e corto.
Il volume del c. è particolarmente elevato nell'uomo nei confronti di tutti i mammiferi. Si può dire che si tratta di una delle principali caratteristiche della organizzazione fisica umana. Per il peso si può ripetere la stessa cosa, sia pure tenendo presenti al riguardo le forti variazioni di razza e quelle individuali. Secondo i valori assoluti il peso del c. è nella donna inferiore a quello dell'uomo (nella donna, per Broca, si ha un valore di 995 gr., nell'uomo un valoie di 1157 gr., ma altri autori hanno ottenuto anche valori più alti; sui dati raccolti da Chiarugi per un gruppo di 663 maschi italiani si ha 1133 gr., per un gruppo di 428 femmine italiane si ha 1016 gr .). Si è tentata inoltre anche una valutazione relativa del peso cerebrale o encefalico (considerato nel suo complesso) per la serie completa dei mammiferi, allo scopo di vedere se si poteva individuare una legge di comportamento generale del suddetto peso rispetto alla massa corporea dell'animale o anche al suo peso totale. Era nota infatti l'enorme variabilità del peso assoluto dell'encefalo nella serie dei mammiferi, ma una semplice scorsa ai valori singoli, ordinati secondo il peso crescente dell'encefalo, aveva fatto notare come essi si trovassero ordinati anche, nell'insieme, secondo la grandezza crescente della massa corporea. Tale dipendenza
reciproca delle due misure ponderali aveva evidentemente anche un significato fisiologico, ma fin dalle più antiche ricerche si metteva giustamente in evidenza che il peso corporeo è solo uno dei tanti fattori di variabilità ponderale dell'encefalo e in particolare del c. Da ciò l'idea di tentare una valutazione statistica del rapporto naturalmente esistente fra i due pesi.
Usando un grafico ortogonale, in cui figuri, con le ascisse, il peso corporeo, e con le ordinate il peso encefalico, si ha un andamento di valori (se si opera su logarithm) interpolabile con una retta ascendente, dai valori bassi agli alti, per la massa dei mammiferi ed anche per diversi uccelli (A. Sacchetti). Nel grafico annesso figurano anche le rette implicite nei procedimenti usati in precedenza da Cuvier e Lapicque, ma che sono state smentite dai fatti come rapporto interspecifico. Interessante è la posizione dell'uomo (con i punti 1 e 2 ) molto elevata nel senso di prevalenza del peso encefalico. Questa posizione si è potuta valutare con un coefficente interspecifico la cui misura dà una idea relativa appunto del peso encefalico, con la conseguente possibilità di confronti fra le diverse specie. Altri rapporti si sono messi in evidenza fra le due medesime misure ponderali nell'ambito comparativo non solo di specie, ma di razze o altre entità sistematiche, sempre considerandole come popolazioni di individui. Questo principio metodologico di ricerca rientra nell'indirizzo del moderni studi demogencici, ossia di genetica delle popolazioni (v. HOMETRIA).
Circa i rapporti fra psicologia e sviluppo massivo del c. si deve dire che questi sussistono come uno dei tanti fattori della diversa evoluzione encefalica dell'animale o dell'uomo e hanno inoltre una portata diversa in funzione delle differenze strutturali e morfologiche delle singole porzioni cerebrali. Comunque esiste un certo rapporto fra peso encefalico e lo sviluppo della intelligenza anche nella comparazione limitata all'uomo. Negli idioti, per esempio, il peso del c. è insolitamente basso, negli uomini di genio invece

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è molto spesso superiore alla media della popolazione di appartenenza (l'encefalo di Cuvier pesava 1861 gr., quello di Byron 1805 , quello di Schiller 1580). Questo rapporto non è però assolutamente costante per i tanti fattori biologici che vi interferiscono e su molti dei quali le nostre conoscenze scientifiche sono ancora inadeguate.
Nel c. si distinguono in particolare due emisferi (destro e sinistro) congiunti fra loro nella parte mediana da una lamina orizzontale di sostanza bianca detta corpo calloso. Ciascun emisfero presenta due estremita (una frontale o anteriore ed una occipitale o posteriore) e tre facce, una interna verso l'altro emisfero, una esterna verso la parete cranica, una inferiore verso la base del cranio. La superfice degli emisferi, detta corteccia cerebrale (cortec), o pallium, o mantello, in molti animali è liscia: da cui il loro nome di lissencefali (R. Owen). Nell'uomo viceversa, come negli animali superiori o girencefali, presenta numerose sporgenze e solcature, le prime dette circonvoluzioni o pieghe separate fra loro dalle scissure o solite.
La presenza di queste pieghe indica uno sviluppo considerevole della sostanza grigia che costituisce la corteccia in rapporto al volume del c. Vi sono scissure che limitano nelle singole facce cerebrali interi labi e sono le più profonde ed interessanti per le comparazioni fletiche. Fra esse si ricordano la scissura di Silvio e quella di Rolando. Il lobo frontale è appunto situato anteriormente alla scissura di Rolando ed ha così dei limiti molto precisi. Vi sono poi un lobo parietale, uno occipitale ed uno temporale. Su questi singoli lobi una letteratura enorme, di studiosi anatomici ed antropologi, tratta delle varie circonvoluzioni e del loro significato filetico, di variazione razziale o fisiologica. Interessante in proposito è anche il lobo dell'iumla coperto dalle labbra della scissura di Silvio.
La struttura generale della corteccia è caratterizzata da strati dove si alternano fibre e cellule nervose di vario tipo. Le cellule nervose però costituiscono l'elemento essenziale della sostanza grigia per uno spessore medio di ca. mm. 2,5 o anche oltre. Si differenziano in genere sei diversi strati sovrapposti secondo la classificazione oggi accettata (Economo, Brodmann, Cajal, ecc.), dove prevalgono fra le altre, cellule piramidali, o fusiformi, o granu-
lari; le prime due categorie facenti parte prevalentemente di vie di proiezione; l'ultima, che collega elementi di maggior mole e che è provvista di nevriti più corti, esercita in prevalenza funzioni associative, soprattutto nel 4^{°} strato. A tale differenziazione cellulare corrisponde una profonda differenziazione di fibre nervose egualmente stratificate (Ellint Smith e O. Vogt), cosi come un aspetto diverso fra le aree dei lobi singoli. Le aree che si distinguono morfologicamente e a cui corrisponde un diverso significato di localizzazione funzionale si possono classificare in aree di proiezione (motorie con la quasi assenza di veri granuli), aree sensoriali (con enorme ricchezza di granuli), aree di associazione (con minore sviluppo di entrambi i tipi di cellule). A ciò si è giunti dopo una infinita serie di ricerche sperimentali, osservazioni cliniche e a-natomo-patologiche. E pur vero, dal punto di vista fisiologico, che oggi la nozione del tutto (nel caso specifico il c. come unico centro psichico) resta fondamentale in biologia quanto in psicologia; è necessario però negare, alla luce dei fatti, che a tutti gli atti psichici, anche elementari, partecipi il c. in tutta la sua complessa struttura. Le localizzazioni funzionali restano, pertanto, un fatto scientificamente accertato.
Fra i centri di proiezione, ad es., vanno notate la sfera tattile, intorno alla scissura di Rolando, quella sifattoria sulla faccia interna, quella visiva sul lobo occipitale, quella acustica sulla prima circonvoluzione temporale. Fisiologicamente importante nel lobo frontale (che è soprattutto sviluppato nell'uomo) è la circonvoluzione inferiore della faccia laterale (circonvoluzione di Broca) la quale possiede ai movimenti necessari al linguaggio articolato. Centri correlati simili si trovano però anche nella circonvoluzione temporale superiore. Tra le fibre contenute nella sostanza bianca degli emisferi si studiano particolarmente gli elementi di differenziazione secondo l'origine delle medesime, la loro terminazione e il loro significato anatomico. Vi sono, secondo Meynert, fibre di tre tipi: di associazione, destinate ad unire due punti della corteccia nello stesso emisfero, commetmroli, che mettono in rapporto fra loro i due emisferi, di proiezione, che congiungono infine la sostanza grigia della corteccia sia con i nuclei centrali della base, sia con le formazioni del nevrasse ad essi sottostanti. Così si identificano le cosiddette vie che sinteticamente possono

(da A. Sarrbetti)
Cerello - Distribuzione delle singole specie in funzione del peso encefalico (ing E) e del peso corporeo (log P). In un'area tratteggiata sono riportati i valori relativi a pochi casi di vertebrati a sangue freddo e invertebrati. Le frecce convergenti verso il centro della distribuzione (operata in massima parte su dati di mammiferi) rappresentano l'andamento della funzione interpolatrice degli stessi dati. A parte, in alto a sinistra del grafico, sono riportate tre frecce secondo l'andamento rispettivo implicito nel metodo di Cuvier, nella funzione interspecifica nostra e nel sistema di Lapicque. 1: Homo sapiens L. 2. 4. Homo sapiens L. 3. Senia agyrus L. 4. Hylobates syndactylus Desm. 5. 5. Hylobates leuciscus Kuhl 5. 6. Semnopithecus maurus Desm. 7. 7. Macacus cynomolgus L. 8. 8. Midas rosalis L. 9. 9. Nycticebus tardigradus L. 10. Elephas indicus L. 11. Equus caballus L. 12. Equus asinus L. 13. Tapirus americanus L. 14. Canra hircus L. 15. Oryx beiss Rüpp. 16. Cephalophus Maxwelli H. Sm. 17. Camelopardalis giraffa Schreb. 18. Tragulus javanicus Pal. 19. 20. Hippopotamus amphibius L. 21. Calacrius auratus L. 22. Lycton pictus Temm. 23. 24. Canis familiaris lappon 24. Canis familiaris Bernh. 25. Canis familiaris Bernh. 26 Canis familiaris Leonh. 27. Viverra civetta Schreb. 28. 29. Paradoxurus mananga Gray 29. Felis leo L. 30. Felis concolor L. 31. Felis domestica Gm. 32 Lepus cuniculus L. 33 (ferus) 34. Lepus cuniculus L. 3 (ferus) 34. Hydrochoerus caprhura Eral. 35. L. 35. L. 37. Mus musculus L. 36. Mus musculus L. 38. L. 39. Sciurus bicolor Sparrm. 34. Sciurus vulgaris L. 35. L. 40. Sciurus vulgaris L. 41. Merimocophaga tobara L. 42. Manis javanica Desm. 43. Pteropus edulis Geoffr. 44. Vespertilio montius Schreb. 45. 46. Vespertilio montius Leod. 47. 48. Rhinolophus ferrum equinum Schreb. 49. 47. Tupaia javanica Hursf. 50. 49. Erinaceus europaeus L. 51. 49. Sorex vulgaris L. 50. Talpa europaea L. 51. Didelphys marsupialis L. 52. 53. Thylacinus cynocephalus 54. Macropus 54. Dasyurus maculatus 55. Aquila chrysaetos 56. Buteo vulgaris 57. Falco tinnunculus e F. cenchris 58. Cygnus olor e C. gilvus 59. Anas leachas 60. Anas querquedula 61. Pavo cristatus 62. Phasianus colchinus 63. Minus polyglottus 64. Luscinis rubicola 65. Palcornis docilis 66. Chrysotis amazonicus 67. Alligator missispicnis 68. Rana catesbiana 69. Cyprinus carpio 70. Cyprinus vulgaris 71. Anguilla vulgaris 72. Octopus vulgaris 73. Homarus vulgaris.
ai movimenti necessari al linguaggio articolato. Centri correlati simili si trovano però anche nella circonvoluzione temporale superiore e nella circonvoluzione temporale inferiore. Tra le fibre contenute nella sostanza bianca degli emisferi si studiano particolarmente gli elementi di differenziazione secondo l'origine delle medesime, la loro terminazione e il loro significato anatomico. Vi sono, secondo Meynert, fibre di tre tipi: di associazione, destinate ad unire due punti della corteccia nello stesso emisfero, commetmroli, che mettono in rapporto fra loro i due emisferi, di proiezione, che congiungono infine la sostanza grigia della corteccia sia con i nuclei centrali della base, sia con le formazioni del nevrasse ad essi sottostanti. Così si identificano le cosiddette vie che sinteticamente possono
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Cervello = Struttura della corteccia cerebrale (secondo Brodmann e Vogt da Economia); a sinistra i sei strati colludati (citoarchitettonica); a destra i sei piani corrispondenti di fibre (mieloarchitettonica).
distinguersi in via ascendente o sensitiva e via discendente o motrice. Il significato funzionale delle due espressioni è implicito ed evidente.
Le differenziazioni razziali del c. umano, oltre a riguardare in particolare il peso ed il volume, sono anche di natura morfologica macroscopica o microscopica (citoarchitettoniche e mieloarchitettoniche). La sua forma generale varia, ad es., con le differenti forme craniche delle razze. Secondo Chiarugi nei gruppi umani brachicefali i solchi che decorrono in senso anteroposteriore sarebbero più profondi che nei dolicocefali. Gli indici e le misure di singole porzioni encefaliche sarebbero anche diversi. La scissura di Silvio sarebbe diversamente inclinata cosi come sembra per gli uomini fossili del paleolitico. Altre differenze notevoli riguardano il lobo dell'insula, secondo gli studi specifici di S. Sergi, nella comparazione particolare con Hylobates syndactylus.
Le conoscenze particolari sui resti degli uomini più antichi si basano sulla cubatura della cavità cranica e sul calco dell'endocranio. Su quest'ultimo sono indirettamente basate le conoscenze circa la morfologia delle pieghe che hanno-lasciato impronte. Sono naturalmente osservazioni imprecise e incomplete le cui conclusioni vanno accolte con riserva (per il volume endocranico v. palelantropoLogia). Circa la solcatura, colpisce per i neandertaliani la loro semplicità generica e l'aspetto grossolano delle circonvoluzioni. Particolare attenzione va attribuita al piede della terza circonvoluzione frontale che è sicuramente presente nei neandertaliani, come ha dimostrato S. Sergi per il cranio di Saccopastore. Nel calco del cranio di Pilt-
down (paleolitico inferiore) il Keith trova una disposizione semplice e primitiva delle parti, ma non tanto semplice e cosi primitiva da porre il c. di Piltdown in una classe distinta da quella del c. umano moderno.
Si conchiude con S. Sergi : si può ritenere che l'encefalo dei neandertaliani, mentre per il volume e la morfologia generale del neopallio possiede le caratteristiche degli ominidi viventi, si discosta da questi per un insieme di caratteri primitivi, intermediari, fra quelli dell'uomo e degli antropomorfi. Alcuni caratteri di differenziazione sembra che rappresentino, anzi, un'evoluzione meno avanzata "a cui doveva corrispondere una più scarsa attività psichica". Questa affermazione è però molto incerta, tanto più che mancano dati conclusivi sulla morfologia encefalica degli uomini ancora più antichi come il pitecantropo.
Scendendo alle differenze di variabilità individuale, per i viventi, fra le singole porzioni del c. si può dire quanto segue: otto zone si sono individuate (A. Sacchetti) con una solcatura più stabile e senza eccezione sono le più antiche; quelle che spesso nell'uomo hanno subito una riduzione relativa rispetto all'accrescimento di aree circostanti più instabili da individuo a individuo o al sorgere di nuove aree e quindi di una nuova solcatura e girificazione. Cosi è per l'area olfattoria, la temporale superiore, la striata, la limbica. Tutte le neoformazioni si mostrano instabili, più variabili, sono in fondo quelle che tendono ancora ad una differente sistemazione individuale, quelle che rappresentano nell'uomo un perfezionamento ulteriore non solo morfologico ma anche fisiologico, psicologico (sono le aree associative), quelle che dànno all'uomo la cosiddetta personalità non solo per le dirette formazioni cerebrali ma, soprattutto, per l'interesse che suscitano, per le condizioni psicologiche della sfera associativa più elevata (basterebbe citare alcune aree frontali e la parietale inferiore).
Tutti i dati confermano: a) la maggiore variabilità delle aree e delle parti più complesse dal punto di vista funzionale; b) la maggiore variabilità degli strati cellulari che presiedono alle funzioni caratteristiche delle aree; c) la maggiore variabilità delle zone che appaiono tardi nello sviluppo individuale e nel corso della eventuale filogenesi, che sono tipicamente umane per il loro particolare sviluppo nell'uomo.
Dove sono più facili le omologie con gli antropomorfi e le scimmie, dove assistiamo alla riduzione relativa delle parti nell'uomo (ad es., seguendo i coefficienti planimetrici di Tilney), dove si trova una relativa minore complessità e tipicità funzionale e dove i processi formativi avvengono presto nello sviluppo ontogenetico, vi è in genere una minore variabilità.
Precedenti storici. - Negli scritti medici che, collezionati sotto il nome di Ippocrate ( 468-377 a. C.), formano la base della medicina antica, si trovano due concetti diversi sulla funzione del c. In contraddizione con la credenza omerica, la quale considerava il diaframma sede delle funzioni spirituali, secondo Ippocrate "è per il c. che diventiamo pazzi, che ci prende il delirio, che ci assalgono paura e dolore..."; "Sappiamo che piacere e gioia da una parte e dolori e dispiaceri da un'altra si riferiscono al c. n. D'altro canto gli scritti sugli umori cardinali considerano il c. il luogo ove si prepara il muco, l'umore freddo ed umido (l'umore dell'inverno e della vecchiaia). Il muco, scendendo dalla testa come "catarro" o "reumatismo", è la causa delle polmoniti, pleuriti, tisi, asciti e diarree; mentre la bile è responsabile per il calore della febbre, il muco causa il tremito. Apoplessia e paraplegia sono dovute al muco, che attura i vasi.
I seguaci di Platone nella medicina, i cosiddetti dogmatici, considerano il midollo quale legame fra corpo e anima. Essi vedono nel c., perfetto per la sua forma sferica, non solo il luogo dove si prepara il seme ma anche la sede della ragione e dell'anima, mentre le parti mortali dell'anima, quali sentimenti e desideri, vengono collocati nel petto e nell'addome.
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La scuola di Alessandria, rappresentata da Herophilos ( 300 a. C.), vede nel c., e particolarmente nei suoi ventricoli, la sede dell'anima. A Erofilo si deve una descrizione anatomica assai esatta del c.; e parti, come il calamus scriptorius e torculor, portano ancora il suo nome.
Galeno (131-200 d. C.), medico dell'imperatore Adriano, riconosce le correlazioni fra fattori psichici e fisici e professa le dottrina che le funzioni psichiche siano l'espressione del concerto degli umori. Egli colloca nel c. la facoltà di trarre conclusioni ( ψ cup χ ἠ λ cup γ cup τ cup λ ἠ ) mentre la vita emotiva risiede nel cuore, i desideri nel fegato. Galeno, il quale si è anche dedicato all'anatomia del c., ha introdotto le idee della scuola pneumatica nel suo sistema. Il pneüma perchicòe viene secondo questi formato dal contenuto delle carotidi nei plessi corioidei dei ventricoli. Pur ripetendo le idee ippocratiche sulla funzione del muco, Galeno vede nel c. un organo insensibile, avente un movimento coordinato alla respirazione, il cui scopo è d