uola pneumatica nel suo sistema. Il pneüma perchicòe viene secondo questi formato dal contenuto delle carotidi nei plessi corioidei dei ventricoli. Pur ripetendo le idee ippocratiche sulla funzione del muco, Galeno vede nel c. un organo insensibile, avente un movimento coordinato alla respirazione, il cui scopo è di portare il pneüma dai ventricoli nei nervi. Le idee galeniche hanno dominato anche in questo campo il pensiero medico, per un millennio e mezzo.
Il medico bizantino Poseidonios, nella seconda metà del sec. IV, fu il primo il quale, negando l'origine demoniaca delle malattie mentali, avanzò l'ipotesi della localizzazione di alcune funzioni cerebrali. Egli situò la fantasia nel lobo anteriore, la ragione nei ventricoli centrali, la memoria nella parti occipitali; ne derivava la convinzione che nevrosi e psicosi fossero dovute a disturbi di queste parti.
La medicina araba, rappresentata da Avicenna (9801037), rispecchia i pensieri del mondo greco e considera le alterazioni psichiche quali discresie del c. Dalla loro localizzazione e intensità dipende l'intensità e la forma della psicosi. La bile nera e gialla nonchè il muco putrido vengono considerati la causa di melanconia, mania e demenza. In quanto alla localizzazione, i disturbi del lobo anteriore causano allucinazioni, quelli delle parti centrali la perdita dell'ingegno, mentre le lesioni occipitali la perdita della memoria.
La «Scuola salernitana», principale rappresentante del pensiero medico del medioevo, classifica gli organi in membra animalis, fra le quali domina il c., membra spiritualia, dominate dal cuore, e membra nutritiva dal fegato. La medicina speculativa del medioevo ha contribuito ben poco al progresso delle conoscenze scientifiche, e solo i grandi anatomici del Rinascimento riuscirono a dare una descrizione del c. superiore a quella fornita da Galeno. Il bolognese Costanzo Varolio (1543-73) descrisse, nel 1572, con particolare accuratezza, la base del c. (ponx Varolii). Il professore di Leida, Franciscus Sylvius (de la Boë) (1614-72), scoprì la vera struttura dei ventricoli (opnacductus Sykcii) e lo svizzero Johann Wepfer contestò la formazione di spiriti animali in essi. Egli, nel 1658, dimostrò finalmente che Ippocrate aveva torto e che il muco non poteva scendere dal cervello per entrare nella cavità nasale. L'inglese Thomas Willis (1622-75) diede una descrizione esatta dei vasi cerebrali (circolusax arteriosus Willisiil) e del corpus striatum nel suo Cerebri anatome (1664).
Nel Settecento contribuirono alla conoscenza del c. il francese Vicqu d'Azyr (1748-94; fasciculus Vicqu d'Azyri), ed il tedesco Samuel Thomas Sommering (1755-1830) col suo libro De basi encephali (substantia nigra Sömmering!).
Una vivace discussione sulle funzioni del c., che interessò anche il grande pubblico, fu scatenata da Francesco Giuseppe Gall. Egli si acquistò meriti indiscutibili determinando il decurso dei fascicoli nervosi che entrano nel cervello e descrivendo la decussatio piramidum. Nelle sue conferenze, cominciate nel 1786, avanzò la teoria che 27 fecolti mentali siano localizzate in modo riconoscibile sulla superfice del c., come l'amore per i figli, l'istinto carnivoro, l'amicizia, la furbizia, la saggezza, lo spirito metafisico, il talento poetico, ecc. Questa teoria, sotto il nome di frenologia, fu contestata dalla scienza ufficiale, ed è merito di Marie-Jean-Pierre Flourens (1794-1867) l'aver gettato le basi di concetti più esatti. Egli, scoprendo il centro respiratorio (point vital) aprì la strada per la ricerca dei centri vegetativi nel sistema nervoso centrale. Fra gli scienziati dell'Ottocento, Luigi Rolando col suo Saggio sopra la vera ptruttura del c. dell'uomo e degli animali
(Sassari 1809), Jules-Bernard Luys e Louis-Pierre Gratiolet con la anatomia paragonata del c. dell'uomo e delle scimmie, aprirono la strada ad una conoscenza più profonda, la strada che, attraverso scoperte istologiche e fisiologiche, portò al quadro odierno, segnato dai nomi di Golgi, Martinotti, Baillarger, Gennin, Bechterew, Monakow, Meynert, Edinger, Flechsig, Burdach, Gowers, Deiters, Purkinye ed altri.
BibL.: Oltre ai comuni trattati di antropologia e fisiologia sono da tenere presenti le seguenti opere specifiche molte delle quali hanno ampi riferimenti bibliografici: G. Chisrugi, La forma del c. umano e le variazioni correlative del cracio e della superfice cerebrale e studio critico sulla genesi delle circoscoluzioni cerebrali, Siena 1886; G. Retzius, Das Menschengehira, Stoccolma 1896; Papillault, Les sillons du lobe frontal et leurs homologies, in Rev. d'anthropol., 1903, p. 177 sg.; S. Sergi, Le variazioni dei solchi cerebrali e la loro origine segmentale nell'Hylobates, in Ricerche labor. anatomia normale R. Unicerstia di Roma, 1904; id., Sulle variazioni dei solchi del lobo frontale negli Hominidae, in Riv. di antropol., 18 (1913), p. 211 sgg.; id., Cerebra Hererica, in Denkschriften d. med. naturwiss. Gesellech., 14 (1910), p. 1 sgg.; L. Bianchi, La meccanica del c., Torino 1920; G. Penna, Sulla morfologia dei solchi cerebrali dell'uomo. Osservazioni su c. di indigeni del Camerum, in Riv. di antropologia, 26 (1924), p. 19 sgg.; C. Ennromo, La citosechitettonica della corteccia cerebrale umana, Bologna 1928; A. J. Van Bork-Velikamp, Recherches sur 88 cerveaux de Chinois, in L'antropologie, 43 (1923), p. 303 sgg.; Kappers, Ariena, Huber, Crosby, The Comparative Anatomy of the nervous system of vertebrates including man, Nueva York 1936; G. Levi, Variabilità nella struttura dei tessuti e degli organi e sua si. gnificato, in Scritti in onore del prof. Angelo Ciconi, Torino 1936; L. Castaldi, Studi su encefali di Basuto. Nota 1: Encefalometria, in Scritti biologici, 11 (1936); M. F. Canella, Orientamenti della moderna biologia, Bologna 1936; E. Encina, Acerca de la variabilidad citompitectural de la corteza del tóbulb frontal del cerebro umano, Lima 1939; L. Bianchi, Osservazioni sulla variabilitá della concentrazione cellulare nella corteccia cerebrale umana, in Monitore zool. ital., 33 (1942), p. 34 sgg.; L. Castaldi, Confronti encefalometrici, in Arch. ital. anat. embriol., 47 (1942), p. 95 sgg.; S. Sergi, Sulla morfologia cerebrale del secondo paleontropo di Saccaponture, in Riv. di Antropologia, 34 (1943), p. 331 sgg.; G. Chisrugi, L. Castaldi, G. Barbensi, Il peso dell'encefalo e delle sue principali parti negli Italiani, in Mem. della Acc. d'Italia, 14 (1943), p. 227 sgg.; N. Bercari, Neurologia comparata, Firenze 1943; A. Sacchetti, I problemi della variabilità dei caratteri, Roma 1942; id., La valutazione relativa del peso encefalico, in Riv. di antropologia, 35 (1947), pp. 84-152. Alfredo Sacchetti
CERVERI, Bartolomeo, beato. - Domenicano, martire, n. a Savigliano nel 1420 , m. a Cervere il 21 apr. 1466. Studiò a Torino, ottenendo nello stesso giorno i gradi di licenziato, di dottore e di aggregato al collegio dei dottori dell'Università. Professore a Torino, indi priore a Savigliano, e inquisitore degli eretici, nell'esercizio di questa carica pose tanto zelo, che si attirò un odio accanito da parte degli avversari; finché cinque di essi, assalitolo mentre si avviava a Cervere, dove l'aveva chiamato la sua missione, lo trafissero di spada. Prima di partire aveva predetta la sua morte. Pio IX ne approvò il culto nel 1853.
Bibl.: Acta SS. Aprilis, II, Parigi 1865, pp. 951-52; Le b. Barthélemy de Cervera, in Année dominicaine, Avril, it. Lione 1883, pp. 569-74; T. Bertaglia, Vita e storia del b. B. di Cervere, Fossano 1903. Celestino Testore
CERVERI (Caere). - Nella Tuscia suburbicaria, attraversata da una fitta rete stradale, fiorirono numerose le comunità crisitane ed ebbero una origine abbastanza antica come rivelano le abbondanti memorie.
Le origini cristiane della città di Caere che appartiene a questa regione sono tuttavia impigliate con i difficili problemi agiografici di tutta la vasta zona suburbicaria. Nel sec. III non vi furono martiri nella chiesa di Caere, come invece pretende una leggenda che ne ha creato un gruppo artificioso: i ss. Massimo, Seconda e compagni (BHL, 5857 d). Così pure nel sec. IV la cattedra episcopale di Caere non risulta ancora costituita come tenterebbero far credere un fantastico racconto intorno all'antipapa Felice ( 355-58 ) ed una certa tradizione locale che lo ritiene fondatore di essa (Lib. Pont., I, pp. LXXIV-LXXV, cxx-cxxv).
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Cervo - Due c. che si dissetano ad una vasca. Musaco del sec. v - Ravenna, mausoleo di Galla Placidia.
I vescovi vi si succedono dal 499 , quando è ricordato un Adeodato fino al pontificato di Leone IX (1049-54) nel tempo in cui Cuere fu assorbita dalla chiesa di Porto.
Bibl.: L. Duchesne, Le sedi episcopali nell'antico ducato di Roma, in Arch. della R. Soc. romana di storia patria, 13 (1892), p. 485 ; G. Tomassetti, La campagna romana, II, Roma 1910. pp. 515-34: Lanzoni, pp. 510-16. Serafino Prete
CERVIA, diocesi di. - Nella Romagna, suffraganea di Ravenna fondata verso il 500 . Primo vescovo conosciuto di C. è s. Geronzio che sottoscrisse gli atti del Sinodo celebrato in Roma da papa Simmaco (501). Ma non merita fede ciò che narra di lui la leggenda di s. Geronzio. Altro titolare di C. di cui si ha notizia è Severo che nel 591 appare come visitatore di Rimini e nel 592 di Ravenna. Noto pure il vescovo Giovanni inviato da papa Niccolò I nell'862 con Radoaldo in Francia per esaminare la causa matrimoniale dell'imperatore Lotario con Teutberta. Sebbene nel privilegio spurio di Gregorio Magno (Jaffé-Wattenbach, 1883) C. sia annoverata tra le suffraganee di Ravenna, sembra che sin dai primi tempi sia stata immediatamente soggetta alla S. Sede. Nel 948 il papa Agapito II permetteva che fosse avulsa dal patriarcato romano e sottomessa a Ravenna.
Nelle lotte tra la Chiesa e l'impero C. seguil l'impero; poi, associata o in contrasto con Ravenna, prese parte per tutto il sec. xiri alle lotte dei comuni romagnoli e fu soggetta ai Ravennati. Giovanni Ursarola che resse la diocesi sin dal 1232 cercò di scuotere la loro tirannia e il giogo dell'arcivescovo di Ravenna, appellandosi a Gregorio IX che prendeva le sue parti. Per un decennio sotto il dominio veneziano (1243-53), quindi dei Forlivesi (1270-90) e dei Polentani, passò infine ai Malatesta di Rimini (1348) che la cedettero a Venezia nel 1463 . Nel sec. xv la sua storia si fonde con quella dello Stato pontificio. Gregorio XV, elevando Bologna a sede arcivescovile, le annetteva C. come suffraganea; ma sotto Paolo V questa ritornava sotto
la giurisdizione di Ravenna. Il suo territorio assai piccolo comprende, oltre C., Massa Fiscaglia, Fiscaglia, Migliora, Migliarino, Santa Margherita, Alberlungo, Madelana e Rovereto. Dal 1907 il suo titolo è stato unito a quello dell'arcivescovo di Ravenna, che è anche vescovo di C.
Bibl.: Ughelli, II, pp. 467-81; Cappelloti, II, pp. 557-78; Lanzoni, pp. 712-14; F. Forlivesi, C.. Cenni storici, Bologna 1889: G. B. Bazli, Contributo agli studi di bibliografia storica romagnola, in Atti e Memorir della R. Depoteresene di storia patria per le Romague, 13 (1895), pp. 91-92; G. Zattoni, La cronatassi dei vescovi di C., Ravenna 1903; P. Kehr, Italia Pontificia, V: Aemilia, Berlino 1911, pp. 113-15. Mario Scaduto
CERVO. - L'immagine biblica di Ps. 41, sicut cervus desiderat ad fontes aquarum è stata tradotta nell'antica arte cristiana dalla rappresentazione dei cervi che si dissetano alla sorgente, quale simbolo delle anime che corrono alla fonte della vita.
E un soggetto per lo più scelto nei battisteri (Salona, Sens), ma si trova anche in pitture cimiteriali (Wilpert, Pitture, tavv. CL., 3; CCLXIX), in sarcofagi cristiani (Wilpert, Sarcofagi, v. indice); nella capsella argentea africana rinvenuta in 'Ajn Bejdá' ed ora nel museo Sacro della biblioteca Vaticana e perfino in una meduglia. C. furono posti anche nei battisteri e dal loro muso scendeva l'acqua nella vasca; sono ricordati nel Lib. Pont., i sette c. argentei del battistero Lateranense, il c. d'argento nel battistero del titolo di Vestina. A Cartagine si trova il c. in lampade cristiane di terra cotta e in un sigillo di piombo.
Bibl.: H. Leclercq, s. v. in DACL. II, coll. 3301-3307. Enrico Josi
CESALPINO, Andrea. - Filosofo e naturalista, n. ad Arezzo nel 1519, m. a Roma il 23 febbr. 1603. Insegnò medicina all'Ateneo pisano, diresse l'orto botanico di Padova e dal 1592 ebbe cattedra alla Sapienza, chiamatovi da Clemente VIII che lo volle pure suo archiatra. Ingegno versatile esordì, come Cardano e Pomponazzi, nella medicina, ma ne superò,
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(fol. Alinari)

(fol. Exit)
In alto: CONVENTO E CHIESA DELLA MADONNA DEL MONTE (sec. xvi). In basso: PARTICOLARE DELLA ROCCA (sec. xvi).
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(fol. Fides)
In alto: CONGRESSO MARIANO. I neo Cavalieri pontifici salgono la tribuna per ricevere le insegne dall'arcivescovo di Colombo (8 luglio 1948). In basso: PROCESSIONE BUDDHISTA del "dente di Buddha, nelle vie di Colombo.
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com'cssi, i limiti interessandosi e scrivendo pure di filosofia, botanica e mineralogia. Come filosofo C. è soggetto di valutazioni non soltanto discordi ma contraddittorie : chi lo asscrisce quasi panteista e precursore di Spinoza, chi aristotelico-antiscolastico, chi averroista, chi neoplatonico. Un dato di fatto può stabilirsi, l'influsso cioè del Pomponazzi che spiega certe sue posizioni ambigue, particolarmente nel problema dell'immortalità personale. In genere si deve badare a non sopravvalutare l'importanza filosofica di C. il cui sistema è piuttosto celettico e non sempre coerente. Indiscussi invece i suoi meriti di botanico.
Per primo nel De plantis (Venezia 1571) studia la pianta nel complesso delle sue parti, cercando di precisarne le origini, le funzioni, le finalità; classifica i vegetali scegliendo come criterio principale gli organi di fruttificazione. Anche in fisiologia la posizione di C. è di pioniere; nel suo Quaestinum peripateticarum libri V (ivi 1571) descrive la grande circolazione, chiamando per la prima volta con il nome di circolazione il moto continuo del sangue dalle vene al cuore destro, da questo al polmone, dal polmone al cuore sinistro e dal cuore sinistro alle arterie. C. espone le prove sperimentali di questa sua scoperta nell'opera Quaestinum medicalium libri II (ivi 1593). Anticipò cosil la dimostrazione di Harvey (1628), anche se pare sia stato a sua volta preceduto da Serveto (m. nel 1553).
Altre opere di C.: Daemnum incerigutio peripatetica (Firenze 1560); De metallis libri III (Roma 1596); Praxis medica (Treviso 1606), ecc.
Ibid.: F. Iivis, Die Engel- und Dämmmulehre des A. Caesalpines, in Philos. Jahrb., 25 (1912), p. 237 sgg.; U. Viviani, Vita e opere di A. C., Arczzo 1922; C. Singer, The discovery of the circulation of the blood, Londra 1922; G. P. Arcieri, La circolazione del sangue, scoperta da A. C. d'Arezzo, Milano 1939.
Felicissimo Tinivella
CESARE, Caio Giulio (C. Iulius C. f. C. n. Caesar). - N. il 13 luglio 102 a. C., m. il 15 marzo 44 a. C. Console nel 59, conquistatore della Gallia dal 58 al 51 , in lotta civile contro Pompeo (49-45)

(Jot. Aisnars)
Cesare, Giulio - Testa marmorea ritenuta ritratio contemporaneo di G. C. - Pisa, campestatio.
durante la quale vinse nelle campagne di Spagna (49-45), Balcani (48, battaglia di Farsalo), Egitto (48-47) durante la quale si svolgono i fatti narrati più sotto, che interessano la storia giudaica, Asia Minore (47), Africa (46); padrone assoluto di Roma dal 45 alla morte. Egli ebbe per programma di adeguare la sistemazione dello Stato, troppo egoisticamente romana e italica, ai nuovi confini che raggiungevano ormai tutte le sponde del Mediterraneo. Detto programma ebbe per capisaldi il miglioramento delle condizioni sociali del popolo, la riduzione del Senato a semplice organo consultivo, la parificazione delle province all'Italia, favorendo in quelle d'Occidente, più barbare, la cultura latina ma rispettando in Oriente la nazionalità greca e la cultura ellenistica. Riformò e unificò il calendario (v.) per il più armonico svolgimento della vita religiosa e civile, costitui saldamente l'esercito a presidio del nuovo assetto politico-sociale, preparando così la via alla definitiva sistemazione attuata da Augusto.
I rapporti con la storia d'Israele hanno inizio quando, dopo Farsalo, l'idumeo Antipatro, consigliere di Ircano II, già partigiano di Pompeo aderì al partito di C., e per mostrare a fatti la sua amicizia inviò in soccorso di C., assediato in Alessandria, 3000 soldati ebrei e combatté personalmente al forzamento di Pelusio; procurò pure a C. l'amicizia di capi tribù arabi e siri, nonché i soccorsi della colonia ebrata di Leontopoli, cosi che C. poté sconfiggere il re d'Egitto Tolomeo Dioniso.
Il dittatore vittorioso si mostrò riconoscente agli Ebrei. Ad Antipatro conferi la cittadinanza romana e l'ufficio di procuratore (èstipente) della Giudea, nonostante i diritti accampati da Antigono, figlio di Aristobulo dai pompeiani ucciso per la causa di C. Ad Ircano, che governava di nome, conferi la dignità ereditaria di sommo sacerdote, il titolo di etnarca ed alcuni diritti finanziari. Agli Ebrei permise di ricostruire le mura di Gerusalemme distrutte da Pompeo, ampliò il territorio nazionale, includendovi Joppe ed alcune città della Galilea già passate alla Fenicia ed alla Siria, vietò che le truppe romane ponessero i quartieri d'inverno in tale territorio. Dispensò gl'Israeliti dal tributo degli anni sabatici e dalle requisizioni militari e concesse anche agli Ebrei della diaspora (v.) di vivere secondo le loro consuetudini, di raccogliere collette per i sacrifici, ed altri privilegi. Nessuno tra i popoli soggetti a Roma ebbe tanto dolore per la tragica morte di C. quanto Israele.
Ibid.: Flavio Giuseppe, Antig. Ind., XIV, 8-10; G. Felten, Storia dei tempi del Nuovo Testamento (trad. it.), I, Torino 1913, pp. 127-31; U. Silvagni, G. C., ivi 1930; A. Bailly, Jules César, 14* ed., Parigi 1932; G. Costa, G. C. C., Roma 1934; G. Ricciotti, Storia d'Israele, II, Torino 1934, nn. 319-20; P. Ducati, L'Italia antica (Storia d'Italia illustrata, I), Milano 1936, pp. 635 724 e 740 sg.
Pietro De Ambroggi
CESAREA di CAPPADOCIA: v. CAPPADOCIA.
CESAREA di Filippo. - Città alle falde meridionali del monte Hermon, ove al tempo di Giosuè sorgeva Bs'al Gādh. Anticamente la città e la regione si chiamavano Paneas (nome che sopravvive nell'odierno Banyās), in onore del dio Pan al quale era dedicata la grotta donde sgorgava la sorgente orientale del Giordano. In onore di Augusto, Erode il Grande vi edificò un tempio, e suo figlio Erode Filippo, tetrarca dell'Iturea e della Traconitide, ampliò ed abbellì la città chiamandola C. Per distinguerla dalla omonima città marittima della Palestina, essa venne detta C.Paneas, oppure C. d. F.: con questo nome è ricordata nei Vangeli. Erode Agrippa II le diede il nome di Neronias, che fu presto dimenticato.
Nelle vicinanze di questa città Pietro pronunciò la professione di fede, ricambiata dalla promessa del primato : "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa"
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(Mt. 16, 13-20). Non pare che Gesù sia entrato in questa città pagana. Un'antica leggenda cristiana riferita da Eusebio (Historia ecel., VII, 18) fissa presso C. la guarigione della emorroissa (Mt. 9, 20 e paralleli), alla quale, più tardi, fu attribuito il nome di Veronica.
Rimangono tracce dell'antica Pancas e del tempio costruito da Erode. Nella grotta vi sono iscrizioni e nicchie votive. Dal sec. Iv fu sede d'una diocesi suffraganea di Tim, rinnovata per breve tempo con il rito latino durante le Crociate. Fu riconquistata definitivamente da Nör ed-din nel 1165 . Attualmente è diocesi titolare latina. Nel 1886 vi fu eretta un vescovato melkita con 30 tra chiese e parrocchie, 27 ro cattolici su 50.000 ab.
BibL.: E. Le Camus. Césarée de Philippe, in DB. II, coll. 450-56; A. E. Mader, Cóserea Paulus od. Cóserea Philippi, in LThK, II, col. 776; G. Perrella, I Luaghi Santi, Piacenza 1936. pp. 176-81.
Pietro De Ambroazi
CESAREA MARITTIMA. - Città di Palestina edificata dal 25 al 12 a. C. da Erode Magno, che la dedicò a Cesare Augusto. Ivi, a 38 km . a sud del Carmelo, sorgeva prima la Torre di Stratone. Erode dedicò il porto ad Augusto chiamandolo Sobastos, costrui un tempio in onore dell'imperatore e della dea Roma, un anfiteatro ed altri edifici pagani, di cui restano imponenti rovine Quando la Giudea passò sotto il dominio diretto di Roma, C. divenne sede dei procuratori che si stabilirono nel palazzo di Erode (Act. 23, 35).
Il cristiamesimo vi entrò assai presto. Là risiedeva il diacono Filippo con a figlio profetesse (Act. 8, 40; 21, 18). S. Pietro vi battezzò Cornelio, centurione della coorte italica (Act. 10), primo incircosciso che entrava nella Chiesa. Re Erode Agrippa I, che vi si fece orgogliosamente proclamare dio, vi subí una morte ignominosa (Act. 12, 19-22; cf. Fl. Giuseppe, Antiq. Ind., XIX, 8, 2). S. Paolo, che vi era passato per recarsi da Gerusalemme a Tarso, vi approdò di ritorno dal secondo e dal terzo viaggio apostolico e, dopo essere stato arrestato a Gerusalemme, vi fu trattenuto per due anni prigioniero (dal 58 al 60), sotto i procuratori Felice e Festo: qui appellò a Cesare e, dopo essersi difeso anche dinanzi ad Agrippa II e Berenice, s'imbarcò per Roma (Act. 9, 30; 18, 22; 21, 8; 23, 23-27, 2).
Fictro De Ambrozai
Fu perciò sede episcopale fin dai tempi antichissimi. Nel 195 vi si tenne un sinodo che stabili la Pasqua doversi celebrare di domenica. Verso il 232 Origene, esiliato da Alessandria, vi trasferì la sua celebre scuola, dove studiarono molti discepoli fra i quali s. Gregorio il Taumaturgo. Si può quindi parlare anche di una scuola di C. che restò sempre fedele alla memoria di Origene. Verso la fine del sec. III vi insegnò il vescovo s. Panfilo, discepolo a sua volta di Pierio di Alessandria. Discepolo e successore di Panfilo fu Eusebio, lo storico, di tendenze favorevoli agli ariani.
Di tendenze ariane più accentuate fu il vescovo Acacio, capo del partito degli «Omei». La tradizione scientifica non si spense a C. Il vescovo Gelasio pubblicò i suoi scritti storici, ora perduti, nella seconda metà del sec. Iv, e ad essi attinse, a quanto sembra, Rufino. La ricca biblioteca con l'annesso archivio dovette andar perduta nel sec. vir con l'invasione musulmana e da quel momento la città condivise la sorte delle altre in Palestina. Quando, sul finire del sec. xi, C. fu conquistata dai Crociati, divenne sede di una metropoli latina dipendente dal patriarcato latino di Gerusalemme. Conquistata da Saladino, fu ripresa dai Crociati il 7 sett. 1101, fortificata da s. Luigi IX di Francia, distrutta da Bibarg nel 1265. C. oggi è sede di un vescovo melkita.
BibL.: The Survey of Western Palestine. Memoir, II. Londra 1882, pp. 13-39; B. Altuner, Patrologia, Torino 1940, p. 125 con bibl. Ignazio Ortiz de Urbina - Pietro de Ambrogai
CESAREA MAURITANIA: v. CHERCHEL.
CESAREO, Giovanni Alfredo. - Poeta e critico, n. a Messina il 14 genn. 1861, m. a Palermo il 6 maggio 1937. Dopo una tempestosa giovinezza, dal 1898 per 37 anni insegnò letteratura italiana nell'Università di Palermo. Ineffabili dolori, che egli considerava come espiazione delle sue colpe, lo avviarono gradualmente alla conversione religiosa.
Indulgente dopprimo alle mode letterarie del suo tempo (Poesie, Bologna 1912), si rivelò poeta originale in tre voll., I canti di Pan (ivi 1920), I poemi dell'ombra (ivi 1923), Callogni con Dio (ivi 1928), che sono la storia di un'anima turbata dal mistero, strazista dal dissidio tra spirito e senso, purificata dal dolore e dall'ansia religiosa (cf. la lirica In Galileo).
Tra i suoi molti volumi di critica e storia letteraria sono specialmente degni di nota: Le origini della poesia lirica e la poesia siciliana sotto gli Scevi (Milano 1924), La vita e l'arte di G. Meli (Palermo 1924), Studi e ricerche sulla letteratura italiana (ivi 1929). Meditò sempre sull'arte con penetrazione di filosofo ed esperienza d'artista, e con il Saggio su l'arte creatrice (Bologna 1919) pervenne a una concezione idealistica dell'arte: da lui stesso, per altro, superata negli ultimi scritti critici, nei quali, ad es., il poema di Dante è considerato non soltanto come creazione, ma come rivelazione, non soltanto come prodotto del genio umano, ma come effetto della Grazia.
Bibl.: G. Natali, G. A. C., Catania 1947 (con bibl. delle opere e della critica); id., La conversione di C., in L'Osservatore romano, 8 giugno 1947; G. Lo Curzio, La poesia di G. A. C., Palermo 1947; E. Santini, G. A. C., ivi 1947; I. Calandrino, A. G. C., Mezara 1948; Anon., G. A. C. nel primo decennale della morte, Palermo 1948.
Giulio Natali
CESAREO, TAGLIO. - E l'estrazione del feto e degli annessi attraverso la parete uterina. Il nome sembra derivare dalla descrizione che Plinio Secondo, nella sua storia naturale, ha fatto della nascita di Scipione Africano: "a caeso matris utero".
Certamente pratica antichissima, fu eseguito, fin quasi ai nostri giorni, o su donna agonizzante come ultimo tentativo di salvezza del feto, o nella decisione di sacrificare piuttosto la vita materna a vantaggio della fetale. Questo perché, data la tecnica primitiva (si lasciava generalmente in cavità addominale l'utero non saturato provocando cosi emorragia ed infezione) e la mancanza o l'insufficienza di asepsi ed antisepsi, era operazione di grandissimo rischio per la donna. Solo nel 1876 Edoardo Porro riusci a migliorare grandemente la propnosi materna del t. c.; ciò sia per l'affermarsi dell'antisepsi in chirurgia, sia, soprattutto, per la sua tecnica operatoria : egli, estratto il feto dall'utero messo allo scoperto dopo incisione della parete addominale, amputava l'utero stesso e le ovais, diminuendo cosi enormemente il pericolo dell'emorragia e dell'infezione. Ma se la mortalità materna scendeva cosi al 15-20 \%, rimaneva sempre una operazione troppo mutilante per la donna. Dopo soli 6 anni Kehren e Sönger attuarono il t. c. "conservatore" con cui si lasciava alla donna, con l'utero saturato, la possibilità di ulteriori gravidanze. Da allora successivi perfezionamenti di questa operazione fondamentale dell'ostetricia moderna hanno fatto si che la mortalità materna e fetale sono scese a percentuali irrisorie, e la cicatrice della ferita uterina non pregiudice quasi affatto le gravidanze successive, ed anai oggi si offre la possibilità all'ostetrico di eseguire su pazienti già cesarizzate ulteriori ripetuti t. c. Casi di donne operate fino a 3-4 volte sono ormai frequenti.
Le indicazioni assolute al t. c. sono tutte quelle condizioni cliniche in cui il parto non può avvenire per le vie naturali. P. es. la viziatura pelvica di un grado notevole, cioè la ristrettezza del bacino materno in uno o più dei suoi diametri, di tale grado da impedire al feto il passaggio attraverso il bacino stesso; i tumori che occludono la parte bassa della pelvi materna, ecc. Ma la minima mortalità, e soprattutto il fatto di non pregiudicare col t. c. le ulte-
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riori gravidanze, hanno esteso enormemente il campo delle indicazioni all'atto operativo, ed oggi lo si esegue anche per condizioni cliniche in cui fino a pochi anni or sono si ricorreva ad altri interventi che mettevano a maggiore rischio la vita della madre e del feto o pregiudicavano successivi parti, o addirittura mettevano l'estetrico nel dubbio di sacrificare il feto per tentare la salvezza della madre, p. es., con operazioni embriotomiche. Lo si esegue percio nella placenta previa centrale, nella sclerosi del collo uterino, in caso di macrosomia fetale, in caso di presentazione di spalla, in viaiature pelviche di grado non eccessivo ecc.
Il t. c. demolitore lo si esegue oggidi solo in rare, particolari condizioni; in questi casi l'esigenza prima di salvare le due vite materna e fetale fa passare in sottordine la preoccupazione di conservare alla donna la funzionalita uterina. Il t. c. post-mortem, cioè dopo la morte materna, si esegue oggidi nei rarissimi casi in cui è concesso farlo: infatti il feto può sopravvivere di qualche minuto alla madre; aperto allora rapidamente l'addome e l'utero, si cercherà di estrarre il feto ancora vivo e si suturerà quindi con pochi punti l'addome della donna. E rara la riuscita ed in genere si avrà quando la madre muore non per malattie prolungate, danneggianti percio anche il figlio, ma per morte improvvisa, accidentale.
Fmanuele Lauricella
Il. T. C. e la morale cattolica. - 1. Se la madre è viva, il t. c. è lecito, quando concorrono le seguenti condizioni: a) che il parto non possa altrimenti avvenire e quindi non si possa in altro modo ovviare alla morte della madre o del figlio; b) che il feto sia viabile; possa cioè in qualsivoglia modo vivere fuori del seno materno; c) che si possa prudentemente sperare di salvare la madre; il che si nestri giorni, posto il grande progresso della chirurgia, costituisce la maggioranza dei casi; d) che l'operazione sia, naturalmente, compita da un chirurgo perito. Il t. c. diventerebbe obbligatorio, qualora risultasse l'unica via per riuscire a battezzare il feto; ma in pratica ciò non consterà quasi mai, potendo il feto essere validamente battezzato nello stesso seno materno.
2. Se la madre è morta, la si deve cesarizzare quanto prima, sia per salvare il feto, se è possibile, sia almeno per battezzarlo. L'obbligo, che è grave, incombe al chirurgo e al medico, e, in loro mancanza, a chi fosse capace di praticare l'operazione. Al sacerdote non è lecito, per il pericolo di scandalo, che facilmente ne potrebbe provenire (Decr. del S. Uffizio, 15 febbr. 1780; 13 dic. 1899, in ASS, 32 [1899], p. 501 sg .); deve però adoperarsi perché l'operazione sia compiuta al più presto da persona perita. L'obbligo di praticare il t. c. cessa, qualora si abbia la certezza morale della morte del feto; si fa invece sempre più grave, quanti più mesi esso conta di vita, massime nei casi di morte molto rapida o repentina della madre.
Bibl.: C. Gonnari, Se e come sin lecito e doveroso procurare il parto cesareo di una danna gravida dopo la morte, in Il monitore ecclesiastico, 11 (1899-1900), pp. 482-84; G. Aertnye C. A. Damen, Theol. moralis, II, 14* ed., Torino 1944, n. 36; F. M. Cappello, Tractatus can.-moralis de Sacramentis, I, 4* ed., 1942, n. 137; E. Gonicot - I. Salsmana, Institut. theol. moralis, II, 16* ed., Bruxelles 1948, n. 145.
Celestino Testore
CESARI, Antonio. - Scrittore, n. a Verona nel 1760. Fu prete della locale Congregazione dell'Oratorio. Si dedicò intensamente agli studi sacri, ma più ancora a quelli letterari.
Pubblicò varie traduzioni: dal greco due elegie di Callimaco e l'Apologetico di s. Gregorio Nazianzeno; dal latino le Odi e alcune Satire di Orazio, le Commedie di Terenzio, il primo libro Delle vergini di s. Ambrogio, e collaborò, insieme all'abate Giuseppe Forlanetto, all'Appendix ad totius latinitatis Lexicon Egidii Porcellini (Padova 1816). La sua traduzione dell'Imitazione di Cristo (Verona 1785) - è veramente da collocare tra i testi di lingua italiana " (F. Flora). Nell'insegnamento dell'italiano e del latino trascorse trent'anni fino al 1807 , rivolgendo infine gran parte delle sue fatiche alla nuova edizione del Vocabolario della Crusca con le Giunte veronesi. Ricercando il canone dello scrittore perfetto formulo i principi per un risorgimento del bello scrivere: la sua dottrina del "purismo " è nella Dissertazione sulla stato presente della lingua italiana e nel dialogo Le Grazie; e affermò che la lingua del Trecento «basta a poter dire elegantemente tutte le cose ". Testimoni del suo lungo amore all'antica lingua sono l'edizione della Vita dei SS. Padri, della Vita del b. Colombini, dei Fioretti, l'acuta analisi del linguaggio dantesco nelle Bellezze della Commedia di Dante. Coi suoi scritti originali (Novella, Rime piacevoli, Rime gravi), il C. confermò largamente la sua teoria sul valore assoluto dell'aureo Trecento. Le sue notevolissime opere a carattere religioso: Lexioni storico-morali, Vita di Gesù Cristo e la sua religione, Fatti degli Apostoli, Fiore di storia ecclesiastica ci dànno del C. e della sua operosità letteraria quell'idea che il Giordani definì nella famosa epigrafe: "Cogli scritti e colla vita mantenne gloriosamente la fede di Cristo e la lingua d'Italia».
L'attività umanistica non impedì al C. di attendere agli obblighi della vita religiosa, anzi egli può considerarsi il restauratore dell'Oratorio di Verona dopo l'interruzione napoleonica. Morì a Ravenna nel 1828, e gli fu eretto il sepolcro nella chiesa di S. Romualdo di Classe (dettò l'iscrizione l'abate Celestino Cavedoni); chiusa al culto la chiesa, il sepolcro fu poi trasferito nella chiesa metropolitana della stessa città.
Bibl.: Opere: Lettere di A. C., con la vita e la bibl. delle opere raccolte dal Manuzzi, Firenze 1845 (incompleta). Le opere minori del C..n cura di G. Guidetti, furono pubblicate in 13 voll. a Reggio Emilia, Studi: G. Guidetti, A. C., Reggio Emilia 1903; id., A. C. giudicato ed morato dagli italiani e sue relazioni con i contemporanei, ivi 1903; V. Fontana, A. C., le sue opere, la sua vita, le sue amicizie, Verona 1928; Quarance ad A. C. nel primo centenario della morte, ivi 1929; F. Flora, Storia della lett. ital., III, ivi 1940. pp. 110-15. Giovanni Fallani
CESARI, Giuseppe, detto il Cavalier d'Arpino. Pittore, n. ad Arpino (Frosinone) nel 1560 , m. a Roma nel 1640 . Servi in Roma ben dieci pontefici; fu anche a Napoli ( 1589 -91) per la decorazione della cupola e della sagrestia di S. Martino, e alla corte di Enrico IV di Francia in compagnia del card. Aldobrandini. Fedelmente ligio a modi cinquecenteschi in un ambiente nel quale si preparava il trionfo del barocco, fu già ai suoi tempi ritenuto un superato non solo dai caravaggeschi ma perfino dai Carracci.
La sua opera più considerevole è certamente la decorazione della sala dei Conservatori in Campidoglio, ma numerose sono le sue opere nelle chiese romane, tra le quali S. Cesareo (disegno per il musaico absidale), S. Giovanni in Laterano (affresco dell' Ascensione), S. Prassede (affreschi nella vòlta della terza cappella della nave sinistra), e poi S. Maria Maggiore, S. Maria in Via, S. Luigi dei Francesi e la basilica di S. Pietro per la quale diede i disegni dei musaici con papi e vescovi nei 16 costoloni della cupola. Altre opere in chiese ed in gallerie private e pubbliche di molte città italiane e straniere.
Bibl.: G. Sobotka, s. v. in Thieme-Becker, VI, p. 309; H. Voss, Die Malerei der Spätrenaissance in Rom und Florenz, II, Berlino 1920, p. 378 sgg.; A. Quadrini, Il C. d'A., Isola del Liri 1940.
Gilberto Ronci
CESARIANO, Cesare. - Architetto, pittore, scrittore d'arte, n. a Milano nel 1483 , m. ivi il 30 marzo 1543. Si formò su Leonardo e sul Bramante.
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Lavorò per 4 anni ( 1503 -1507) a Reggio. Nel 1508 affrescò a Parma la sacrestia della chiesa di S. Giovanni Evangelista.
Fu quindi a Roma e a Ferrara ove condusse, nell'Ateneo, studi filosofici e matematici. Nel 1513 lo si trova a Milano in qualità di ingegnere ducale di Massimiliano Sforza e intento a dipingere per la fabbrica del Duomo. Pure nel 1513 presentò il modello per l'atrio della chiesa di S. Marco presso S. Celso. Studiò Vitruvio e nel 1521 pubblicò un Commento di Vitruvio stesso; nel 1527 costruì il castello di porta Giovia e nel 1533 venne nominato architetto della città di Milano.
Bibl.: V. De Pagave, Vita di C. C., Milano 1878; A. Venturi, Artisti reggiani, Modena 1883; P. D'Ancona s. v. in Enc. Ital., IX (1031), pp. 880-81. Luiss Marzoli Feslikeman
CESARINI, Alessandro. - Cardinale, n. a Roma in anno incerto, m. ivi il 13 febbr. 1542. Leone X, di cui godeva la stima e l'amicizia, lo elevò alla sacra porpora nel 1517 mentre era protonotario apostolico, ed ebbe il titolo diaconale dei SS. Sergio e B.1cco, cambiato poi ( 1523 ) con quello di S. Maria in Via Lata. Nel 1522 fu inviato a Saragozza presso il nuovo papa Adriano VI, insieme con i cardd. Colonna ed Orsini, per affrettarne la venuta a Roma e per altre trattative del S. Collegio (v. le istruzioni date ai legati in Papiers d'état du card. de Granvelle publiés sous la direction de m. Ch. Weiss, I, Parigi 1841, pp. 241 250).
Durante il sacco di Roma del 1527 , benché di parte imperiale e benché avesse pagato una grossa somma per riscattarlo, ebbe depredato il palazzo a S. Eustachio. Fu uno dei quattro cardinali che accompagnarono Clemente VII a Bologna (1529) per l'incoronazione dell'imperatore Carlo V. Quando questi vi tornò nel 1532, il C. gli fu inviato incontro insieme con il card. Grimani. Di nuovo fu mandato incontro a Carlo V con il card. Piccolomini nel dic. 1535, a trattare, fra altre questioni, quella, assai spinosa, della successione del ducato di Milano per la morte di Francesco Sforza, della convocazione di un concilio, e della condanna di Enrico VIII d'Inghilterra. Fu ancora legato volante tra Francesco I e Carlo V poco prima che fosse segnata tra essi la tregua di Nizza (giugno 1538). Fece parte fin dal 1534 della commissione cardinalizia creata da Paolo III per la riforma della Chiesa.
BibL.: N. Ratti, Della famiglia Sforza, II, Roma [1794], pp. 259, 282, nn. 36 e 37; St. Elissa, Concilium Tridentinum, IV, Acta, I, Friburgo in Br. 1904, pp. cservit, t. 451; Eubel, III, p. 18, n. 33 e passim; Pastor, IV-V, v. indici.
Renata Orszi Ausenda
CESARINI, Giuliano. - Cardinale, n. nel 1398, fece i suoi studi a Perugia, insegnò diritto canonico a Padova (dove ebbe scolari Nicolò di Cusa e Domenico Capranica). Fu dal card. Branda presentato a papa Martino V, che apprezzatone le alte doti di sentire e di dottrina, lo creò cardinale il 24 maggio 1426 (la nomina fu però pubblicata solo nel 1430). Lo stesso Martino V lo nominò il 1^{°} genn. 1431 legato della Sede Apostolica per la direzione della Crociata contro gli hussiti, e dopo un mese lo designò per presiedere il Concilio di Basilea.
E noto come il Concilio fosse convocato per il luglio del 1431 e come papa Eugenio IV ne intimasse lo scioglimento nel dic. dello stesso anno, sospettando tra l'altro che a Basilea si seguissero le piste filo-conciliari e anti-papali di quello di Costanza: la misura del Papa fu effettivamente troppo precipitosa e ingiustificata; lo stesso C., il 13 genn. 1432, in una sincera e fervida lettera supplicò il Papa di ritirare la bolla: l'atto del Papa non avrebbe profilato l'idea di un clero sempre incorreggibile? diceva tra l'altro il C.; e il Papa ritirò la bolla. Cinque anni dopo, la situazione politica (l'imperatore Sigismondo appoggiava il Concilio contro il Papa) e le mene dei Basileesi resero la situazione estremamente delicata per il C., il quale, dopo un inutile tentativo

(da Filtrano, De architectura, ed. Como 180). Cesariano, Cesare - Pagina del commento al De architectura di Vitruvio.
di conciliazione e l'ordine del Papa di trasportare il Concilio a Ferrara, lasciò Basilea. Nella nuova sede di Ferrara e nella successiva di Firenze il C. lavorò con estrema energia e con grande autorità all'atto di unione con i Greci. La fortunosa vita del C. si concluse con la direzione della Crociata contro i Turchi, che egli vinse il 3 nov. 1443 a Nisch; per la poca separata degli Ungheresi con i Turchi a Szegedin (luglio 1444), il C. si trovò in una situazione difficile, tanto che i Turchi riuscirono a sconfiggere i cristiani a Varna ( 10 nov. 1444); il C. fu ucciso nella fuga dopo il disastro militare. Uomo d'azione e fine umanista egli è tra le figure più belle del suo tempo, così come ce lo descrive Vespasiano da Bisticci.
BibL.: Pastor, I, passim e bibl. ivi citata; P. Becker, G. C., Kallmünz. 1935: G. Hafmann, Ein Brief des Kard. Julian C. an Cosimo von Medici, in Orientalia christiana periodica, 5 (1939), pp. 233-35. Massimo Petrocchi
CESARIO, santo. - Murtire di Terracina in Campania. Secondo la Passio, scritta tra il sec. v e il vi da un autore che nulla sapeva della vita del martire, C., africano d'origine, sarebbe stato diacono di Terracina ed avrebbe soffirto il martirio sotto Nerone con i compigai Giuliano, Felice ed Eusebio. Di tutto questo racconto si deve ritenere soltanto il nome del murtire C., il luogo ed il giorno del suo martirio al 1^{°} nov., data che verrà accettata non soltanto nei martirologi, ma anche nei sacramentari romani, come il gelasiano e il gregoriano.
Nel Martirologio geronimiano, C. è ricordato anche al 21 apr.; si tratta probabilmente della dedicazione dell'oratorio di S. C., eretto entro il palazzo imperiale del Palatino, accanto al quale sorse poi un monastero greco.
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BibL.: Martyr. Hieronymianum, pp. 201, 582; Martyr. Romanum, p. 489; Acta SS. Novembris, I, Bruxelles 1887, pp. 84130; J. P. Kirsch, Der streltsinnische christliche Fochialender im Altertum (Liturgiegeschichtliche Quellen, 7-8), Münster in V. 1924, p. 208; Lansoni, pp. 148-51; id., A proposito della passione di s. C. di Terrarion, in Riv. di arch. crist., 1 (1924), pp. 146-48; H. Grinot, Roma alla fine del mondo antico, nuova ed., Roma 1930 (introduzione di A. Bartoli, pp. 201-221); H. Dolebaye, Les oricines du culte des martyrs, 2^{°} ed., Bruxelles 1933, p. 308; M. Armellini, Le chiese di Roma, ed. C. Cecchelli, II, Roma 1942, pp. 1274-76 (v. indice).
A. Pietro Frutza
CESARIO di Arles, santo. - Arcivescovo di Arles, n. verso il 470-71 nella regione di Chalon-sur-Saône, m. il 27 ag. 542 . Della sua vita si sa che a venti anni divenne monaco a Lerino, dove studiò gli scritti di s. Agostino e di Fausto di Riez, approfittando inoltre dell'insegnamento retorico di Giuliano Pomerio. Ordinato sacerdote da un suo parente, il vescovo Aeonio, dirigeva un monastero su una delle isole del Rodano, presso Arles. Diventato vescovo come successore di Aeonio, venne nei sos a conflitto con il re visigoto Alarico II e, nel 513 , anche con Teodorico di Ravenna. Nella lotta contro Avito di Vienne ottenne da papa Simmaco per Arles il diritto di primazia delle Chiese della Gallia e della Spagna. I Sinodi da lui convocati nel 506 a Agde, nel 524 ad Arles, nel 527 a Carpentras, nel 529 a Orange e nel 533 a Marsiglia, ebbero grande importanza, in prima linea quello di Orange, dove fu condannato il semipelagianesimo ed approvato un apostolico moderno, che fu accertato da papa Bonifacio II. Nella vecchiaia si ritirò sempre più dalla attività pubblica, occupandosi del convento di monache diretto dalla sorella Cesaria. Festa il 27 agosto.
Scrisse una Regula ad virgines ed un'altra Ad monachos (fonti sono la lettera di s. Agostino Ad sanctimoniales e la cosiddetta regola di Macario). Di massima importanza furono le sue omelie, che si ispirano a Origene, Fulgenzio di Ruspe, Fausto di Riez. Il pastore celante, che si occupò anche della cura dei contadini finora trascurati, fu più grande in lui che il teologo, di cui l'importanza fu sopravvalutata nel sec. xiv. Le sue opere (PL. 67) furono, dopo lunghi anni di preparazione, pubblicate dal benedettino G. Morin; il vol. I, parte 1^{text {a }} e 2^{text {a }}, dell'Opera omnia s. Caesarii contiene i Sermones sen Admonitiones di C. (Maredsous 1937). Nel vol. II (ivi 1942) sono stati pubblicati le Epistole di C. o dirette a C., i Cancilia a Caesario habita, le Regole monastiche, gli Opuscula theologica, il Testamento di C. e, nell'appendice, la Vita s. C. ab eius familiaribus scripta. La collezione degli Opuscula contiene un Opusculum de gratia, un Libellus de mysterio s. Trinitatis, un Breviarium adversus haereticos (v. G. Morin, in Rev. d'hist. eccles., 35 (1939), pp. 35-57) ed una Expositio in Apocalypsim (v. G. Morin, in Rev. bénéd., 45 (1933), pp. 43-61). L'attribuzione a C. di alcuni di questi opuscoli o di alcune omelie resta dubbiosa. Il Testamento è invece autentico. La vita di s. Cesario è un'opera di prim'ordine per la storia ecclesiastica in Gallia. Il Morin è riuscito, in seguito agli studi della svedese S. Cavallin (Studien zur Vita Caesarii, Lund 1934, e Eine neue Handschrift der Vita Caesaril, ivi 1936) a correggere l'edizione anteriore di Krusch nei MGH, Scriptores rer. meroeing., III, pp. 433-501. L'influenza di C. su la vita della Chiesa medievale fu grande : cf. H. v. Schubert, Geschichte der christlichen Kirche im Frühmittelalter (T'ubinga 1921, p. 36 sg.), F. Hautlappe, Über die altdeutschen Baichten und ihre Beziehungen zu Caesarius v. A. (Münster 1917), A. C. Lawson, in Rev. bénéd., 50 (1938), p. 28 sg.
BibL.: Acta SS. Augusti, VI, Parigi 1868, pp. 30-83; C. Fr. Arnold, Cäsurins v. Arelate, Lipsia 1894; A. Malnory, S. Césaire, évêque d'Arles, Parigi 1894; P. Lejay, Le rôle théologique de Césaire, in Revue d'histoire et de littér. rel., 10 (1905), p. 145 sgg.; id., s. v. in DThC, II, coll. 2168-85; M. Schanz, C. Hosius, G. Krüger, Geschichte der römischen Literatur, IV, it. Monaco 1920, pp. 536-64; M. Viller - K. Bahner, Aizone und Mystik in der Väterzeit, Friburgo 1939, pp. 194-196; G. Bardy, s. v. in DSp, II, coll. 420-29; A. Varcari, Carosirii curae de lectione S. Scripturae, in Verbum Domini, 23 (1943), p. 193 sg.
Sulla tomba di C. v. F. Benoit, in Bull. monumentla, 94 (1935) p. 137 sg.; sulle reliquie v. id in Cahiers archéol., 1945, p. 51 sg. P. Courcelle, Histoire littéraire des grandes incasions germaniques, Parigi 1948, p. 173 sgg.
Erik Peterson
CESARIO di Heisterbach. - Cistercense tedesco, n. a Colonia verso il 1180, m. intorno al 1240. Dapprima maestro dei movizi, fu poi priore del monastero detto "Valle di S. Pietro", volgarmente Heisterbach, ov'era entrato nel 1199. Fu anche priore per breve tempo dell'abbazia di Villers (diocesi di Namur, Belgio), sotto un certo abate Carlo. Si distinse per pietà e per dottrina.
Celebri sono le sue cronache edificanti : Dialogus miraculorum, finito nel 1222 (ed. J. Strange, Colonia 1851; 2^{°} ed. 1922); Libri VIII miraculorum (tre rimasti, editi da A. Meister, Friburgo i. Br. 1901). C. vi narra per i suoi confratelli la vita, i miracoli e gli esempi dei santi, specialmente dell'Ordine cistercense; opere presiose, malgrado la credula ingenuità. Scrisse inoltre: Vita s. Engelbert (ed. Acta SS. Novembris, III, Bruxelles 1910, p. 632 sg.), Vita s. Elizabeth (ed. A. Huyskens, Colonia 1908), la Cronaca dei vescovi di Colonia dal 1167 al 1238 (in MGH, Scriptores, XXIV, p. 345 sgg .), molti sermoni su temi vari con esposizione di testi biblici (ed. A. Coppenstein, Colonia 1615). Un commento in 9 libri all'Ecclesietico e molte opere di edificazione sono rimaste inedite.
Nel 1897 l'Associazione storica locale (non cattolica) gli innalzò un monumento in Heisterbach per onorare colui che con i suoi scritti aveva elevato la cultura, specialmente nei paesi renani.
BibL.: Traduzione delle opere: E. Scott. e C. Swinton Bland, con introduzione di G. G. Coulton, 2 voll., Londra 1929. H. Harder, Die sittlichen Begriffe im - Dialogus miraculorum des Cäsurius von H., Hallu 1916; J. Siegel, Die älteste Sammlune kirchlicher Fustenpredspten, in Bonner Zeitschrift, 1930, pp. 132-39.
CESARIO di Nazianzo, santo. - Vissuto in Cappadocia nel sec. iv, fratello di s. Gregorio, il minore della famiglia, n. in Arianzo nel 330; dal 361 al 368 fu medico presso la corte di Costantinopoli sotto Costanzo, Giuliano l'Apostata e Valente. Nel 368 si salvò miracolosamente dal terremoto di Nicea, e solo allora si decise a ricevere il battesimo e a rinunciare al mondo. Morì poco dopo. Non sono però suoi i Dialogi quatmor attribuitigli in PG 38, 851-1190.
BibL.: Acta SS. Februarii, III, Parigi 1863, pp. 301-307; Bardenhower, III, p. 174. Francesco Saverio Pericoli-Ridolfin
CESARIO di San Bonaventura. - Missionario carmelitano, al secolo Giovanni figlio dell'illustre orientalista Pietro Bertius. N. il 16 marzo 1615 a Leida (Olanda) da genitori protestanti, m. il 27 ott. 1662 Fattosi cattolico, abbracciò l'Ordine dei Carmelitani scalzi a Parigi il 18 luglio 1632 e fu iniziatore delle missioni carmelitane in Olanda, ove fondò (1648) una stazione a L'Aia. Dopo aver condotto alla fede cattolica molti eretici ed apostati, venne richiamato (1657) a Parigi. Fu quindi nominato priore del convento di Malta ove morì.
Oltre varie relazioni sulla missione in Olanda tuttora manoscritte pubbliche: 1) Tractatus de S.mo Eucharistiae Sacramento contro i protestanti; 2) Breve compendium doctrinae christianae (Bruxelles 1650).
BibL.: Etudes Carm., 1913, pp. 276-91; 1014, pp. 51-74. 203-24; Ambrosius a S. Teresio, Nomenclator Miss. C. D., Roma 1944, pp. 82-83.
Ambrogio di Santa Teresa
CESARIO da Spira. - Francescano, discepolo di s. Francesco d'Assisi, n. a Spira (Germania) nella seconda metà del sec. xit, m. in Assisi (?) sotto il generalato di fra' Elia (1232-39). Studiò teologia a Parigi, ed era suddiacono e predicatore, quando coi Crociati andò in Siria, dove frate Elia, primo ministro provinciale di quella provincia (1217-20) lo ricevette all'Ordine. Venuto colà anche s. Francesco, con questi venne in Italia (1220), dove per volere del Santo
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ornò la regola II con passi di S. Scrittura. Nel 1221 il Santo lo mise a capo della missione francescana in Germania, di cui fu il primo ministro provinciale. Ritornò ad Assisi nel 1223 ed assistette alla morte del Santo (1226). Sotto il generalato di franz Elia, come narra Angelo Clareno (v.) scrivendo ca. il 1323, C., zelante della purità della regola, sarebbe stato imprigionato e sarebbe morto per il maltrattamento di un fratello laico suo carceriere. Ma dalla fonte essendo tardiva e sospetta, non si può farepieno affidamento.
BibL.: Giordano de Giano, Chronica, in Analecto frangiscano, I, Quaracchi 1883, pp. 4-11; Wadding, Annales, III, pp. 21-24; G. Golubovich, Biblioteca bisbibliografica della Terra Santa, I, ivi 1906, pp. 109, 117-19 (col testo italiano del Clareno).
Livario Oliger
CESARISMO (CESAROPAPISMO). - E una tendenza p