definitiva rovina. La sua era una concezione di governo idealista e senza patteggiamenti, basata sulla moralità e il lealismo, che i sovrani e i loro ministri, costretti a continui compromessi con la realtà creata dalla rivoluzione, non potevano seguire. A volta a volta lo scrittore appariva il più ultra dei legittimisti o il più avanzato nelle tendenze liberali. La sua penna e la sua oratoria combattevano via via i governi di Luigi XVIII e di Carlo X e facevano tremare la monarchia. Il potere in mani pure; la Carta a gente onesta : tale il suo programma, che, idealmente, voleva conciliare l'assolutismo con la libertà (La Monarchia selon la Charte, 1816). Ebbe, nonostante ciò, incarichi ed onori: ambasciatore in Svezia (dove non si recò), a Berlino, a Londra, a Roma; Pari e ministro di stato; rappresentante della Francia al Congresso di Verona; ministro degli Esteri. Ispirò e condusse politicamente la guerra di Spagna; influí sul conclave che elesse Pio VIII; rivelando nella sua azione di governo concrete e positive qualità di statista e di diplomatico e una prescienza infallibile dei nuovi tempi. Caduta la monarchia legittima, si dichiarò solidale con essa e oppositore dell'Orléans. Il 7 ag. 1830 alla camera dei Pari pronunciò un veemente discorso per affermare la propria fedeltà ai Borboni, che "per la terza e ultima volta si incamminavano verso l'esilio". Rinunciò a dignità e cariche, rinunciando anche in tal modo, per fedeltà di spirito alla monarchia che aveva tanto combattuto, alle sue uniche risorse.
Torna alla sua fatica di scrittore. Con le Aventures du dernier Abencérage (1826) e il Voyage en Amérique, stampato lo stesso anno, ha messo fine alle opere narrative e fantastiche. Ora scrive le Etudes historiques e pubblica De la Restauration et de la Monarchie élective, a cui seguirono negli ultimi tempi un Mémoire sur la captivité de M.me la duchesse de Berry, una traduzione del Lest Paradise, un Essai sur la littérature anglaise, delle Considérations sur le génie des hommes, des temps et des révolutions. Il 16 luglio 1841 scrive le ultime righe dei Mémoires d'outre-tombe e, nel 1844, la Vie de Rancé.
Vecchio e malato, ma sempre lucidissimo di spirito, assiste i suoi antichi sovrani, esiliati, di consiglio e di giudizio, specialmente nella spinosa faccenda della duchessa di Berry; li visita a Praga e, nel nor. 1843, rende omaggio a Londra «al suo re» diventato maggiorenne. Il 9 febbr. 1847 gli muore la moglie con la quale nei tardi anni s'era dedicato all'opera dell'Infirmerie per l'assistenza ai sacerdoti perseguitati dalla rivoluzione. La sera del 24 febbr. 1848 apprese la caduta di Luigi Filippo. Morì da quel cristiano che, nonostante le molte mancanze e le ripetute infedeltà, sempre volle affermarsi ed essere. Fu sepolto su una roccia della costa bretone in faccia all'Atlantico.
A F.-R. de C. si deve quel rinnovamento del sentire umano che, opponendosi ai morti schemi della retorica classicistica, sta all'origine della letteratura moderna. Genio di ricchezza strabocchevole, ebbe natura malinconica, fantasia senza limiti, spirito d'indipendenza, orgoglio di razza, vanità e volubilità di sentimento, coscienza del proprio valore, un certo gusto del gesto e della posa; eppure, in fondo a tutte le prove e le esperienze d'una vita colma e agitatissima, trovò sempre la noia e si sentì solo nonostante le amicizie e la devozione di cui fu sempre circondato. Il suo René ne fissa in tratti poetici la natura. La malattia morale di cui il racconto è un documento, fu chiamata in seguito le mal du siècle: sovrabbondanza di vita e, insieme, languore segreto; sfrenata immaginazione e noia di tutto. Sarebbe però errato insistere su una identità troppo aderente fra il
personaggio e il suo autore, il quale ebbe fortissimo fastidio (quando i René si moltiplicarono nei decenni successivi), dell'influenza esercitata e mostrò per proprio conto, con la vita attivissima, il prodigioso studio e la fedeltà alla causa cattolica, il forte dominio imposto con la volontà alle tendenze morbose della sua natura.
Il concetto del bello ideale, di origine classicistica, che fu canone della sua opera di scrittore, si mutò in principio nuovo e fecondo di poesia per l'applicazione che egli ne fece ai sentimenti di grandi cuori, a caratteri eminenti, ad azioni magnanime ricollocati nel quadro del sentire cristiano e della storia cristiana, dal classicismo quasi ignorati. La delicatezza morale, l'eroismo delle virtù difficili, la passione dei cuori in cui splende la fede, entrarono con lui, regalmente, come motivi e fonte di poesia, nella letteratura, e, con essi, quel sentimento della natura a cui già il Settecento s'era volto con diletto.
Quando, dopo la domanda postasi nell'Essai sur les révolutions - rifatto, negli anni di poi, con altro spirito egli capi che soltanto la vecchia religione rispondeva alle ansie del suo cuore e del suo intelletto, si propose di ricondurre gli animi alla fede con la seduzione della sua bellezza e la prova dell'opera di civiltà da essa ispirata e promossa. Velle dimostrare che la religione cristiana è, di tutte, la più umana, la più poetica, la più favorevole alla libertà, alle arti, alle lettere: che ad essa il mondo deve tutto, dall'agricoltura alle scienze astratte, dagli espiai di carità ai grandi templi. Il Génie è l'apologia di un poeta, che si rivolge prevalentemente ai cuori dopo che le menti erano state traviate dagli eccessi inumani e sacrileghi di una ragione deificata come uno spietato idolo. Non bisogna esigere da un'opera del genere un costante rigore dimostrativo e un'argomentazione in ogni tesi convincente, che non sono nella sua natura; tuttavia basterebbe, anche sotto questo aspetto, a darle validità l'assunto fortissimo dello scrittore che mostra, nell'analisi delle grandi opere letterarie, quanta finezza morale il cristianesimo ha introdotto nelle anime. Il Génie conclude la vecchia disputa degli antichi e dei moderni in favore di questi ultimi con la rivelazione della ricchezza poetica della religione e la ri scoperta della natura.
Les Martyrs dovevano con l'esempio confermare la tesi del Génie, dimostrando come il meraviglioso cristiano possa gareggiare con il meraviglioso paganeggiante e dare anzi più risalto di verità ai caratteri e alle passioni. L'epopea in prosa, per troppa aderenza agli schemi strutturali classicistici e la figurazione esterna dell'intervento soprannaturale nei fatti degli uomini e nei sentimenti dei cuori, ha tradito in parte le intenzioni : più plastica che analitica, più storica che psicologica, esaurita quasi per intero nella magia evocatrice e descrittiva a cui non sono pari di evidenza i moti delle anime e il conflitto dei sentimenti. Tuttavia, Eudore, Cymodocée, Démodocus, Velléda, Hôbrelès son tra le figure più belle e alte della letteratura di tutti i tempi, e i quadri incomparabili che si succedono nel poema, l'evocazione del passato, dei luoghi, dei riti, dei costumi, delle persecuzioni e degli eroismi cristiani del sec. III, fa bellezza della prosa e la proibità dei documenti fanno dei Martyrs un'opera poetica che sta all'altezza della Gerusalemme liberata, del Paradiso perduto, di Atholie.
Tre racconti, Les Matchez, Atala, René, destinati dapprima a far parte del Génie, poi pubblicati a sé, si collocano nel quadro di natura delle regioni (in parte selvagge) del Nuovo Mondo che il poeta visitò: e lo scenario lussureggiante fa da sfondo al "male romantico" di René. Anima appassionata e folle fantasia, egli è fuggito in esilio dopo la rivelazione sconvolgente di una tenerezza quasi incestuosa, ma invano cerca oblio e consolazione nell'amore malinconico e tragico di Céluta e nella rievocazione del destino doloroso di Atala: muore ucciso da un rivale.
I Mémoires d'outre-tombe, opere tra le più esaltanti dell'ingegno umano, sono il monumento postumo che lo C. si eresse. Un'epoca storica di straordinari rivolgimenti e uno dei suoi eminenti attori vi sono evocati in una delle più belle prose che mai siano state scritte. Anche come valore storico e documentario i Mémoires sono un'opera di primo ordine, nonostante la tendenza alla prosa spesso palese nell'autore, le trasposizioni abbellitrici della memoria
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poetica e le reali e volontarie deformazioni della realtà che in certi fatti si riscontrano. L'opera è divisa in quattro parti : dalla nascita al ritorno dall'esilio ( 1800 ); la carriera letteraria (fino al 1814 ); la carriera politica (fino al 1850 ); gli ultimi anni. Fu, per volere dell'autore, e come il titolo indica, pubblicata dopo la morte di lui.
Bibl.: Opere: Oeuvres complètes (con introd. di C.-A. de Sainte-Beuve), 12 voll., Parigi 1861; Mémoires d'autre-tombs, 12 voll., ivi 1849 (piu volte ristampati fino all'ed. curata da E. Bire, 6 voll., ivi 1899-1900); Correspondance générale (a cura di L. Thomati, ivi 1913 sgg. Studi S. Marie, Hist. de la vie et des ouvrages de M. d. C., ivi 1832; Z. Collombert, C., sa vie et ses écrits, Lann: 1831; C.-A. de Sainte-Beuve, C. et son groupe littéraire sous l'empire, 2 voll., Parigi 1861; 2^{°} ed. riv., ivi 1878 (cf. id., Couvcrics du Lundi, 3^{°} ed., ivi s. d. : I, pp. 432432 ; II, pp. 143-62 e 239-63; X, pp. 74-90; id., Première lundis, III, 3^{°} ed., ivi s. d., pp. 197-204; id., Nouveaux lundis, III, 2^{°} ed., ivi 1801, pp. 1-33); C. Benoit, C., sa vie et ses autres, ivi 1864; E. Faguet, C., in XIX- siècle, ivi 1887, pp. 1-71; E. Bird, Les dernières années de C., ivi 1902; A. Cassagne, La vie politique de C., ivi 1911; J. Lemaître, C., ivi 1912; M. Levallant, Splendeurs et misères de M. de C., ivi 1922; V. Giraud, Le christianisme de C., 2 voll., ivi 1923 sgg.; M. Rouff, La vie de C., ivi 1929; K. Dobner, Zeit und Exigheit bei C., Gineves 1931; Alb. Calmet, Lucile de C., Parigi 1933; A. Maurois, C., ivi 1938 (trad. it. di I. Montanelli, Milano 1946); L. Martin-Chauffier, C. ou l'obsession de la pareté, Parigi 1946. Cf. inoltre i seguenti studi: D. Niaord, preface, alle Lectures des Mémoires de M. de C., Recueil d'articles publéés sur les Mémoires avec des fragments originaux, ivi 1834; A.-F. Villemain, La Tribune moderne. Première partie. M. de C., sa vie, ses écrits, son influence littéraire et politique sur son temps, ivi 1838; C. Lenormand, Esquisse d'un maître. Souvenirs d'enfance et de jeunesse de C., ivi 1874; F.-A.-M. de Louvure, C., ivi 1892; G. Paillès, Études critiques avec documents inidits, C., sa femme et ses amis, Bordeaux 1896 (di lui anche molti altri studi sullo C.); A. Meurel, Étoni sur C., avec une bibliographie, Parigi 1898; G. Bertrin, La sincérité religieuse de C., ivi 1900; J. Bedier, Etudes critiques (in ultimo, un saggio su C. dal titolo: C. en Amérique: Vérite et fictions), ivi 1903; C. Maurras, Trois idées politiques. C., Michelet, SainteBeuve, ivi 1904; id., Nouvelles études sur C., ivi 1912; L. Séché, Muses romantiques. Hortense Allars de Méritens dans ses rapports avec C., Béranger, Lamennais, Sainte-Beuve, G. Laud, etc., ivi 1908; A. Beaumier, Figures d'autrefois (in ultimo: Les costumes de M. de C.), ivi 1917; P. Moreau, C., l'homme et la vie, le génie et les livres, ivi 1927. Nella bibl. italiana lo studio principale resta quello di G. Rebizzani, Lanciano 1910.
Francesco Casnati
CHATELAIN, Emile-Louis-Marie. - Paleografo e bibliotecario francese n. a Montrouge il 26 nov. 1831, m. a Parigi il 26 nov. 1933. Bibliotecario nel 1881 nella biblioteca della Sorbona, fu nominato Conservatore aggiunto nel 1888 e quindi Conservatore nel 1904, succedendo a J. de Chantepie; in tale carica rimase fino al 1925. L'Ecole des hautes études lo ebbe anche prezioso collaboratore per parecchi anni.
L'opera vasta e multiforme dello C. è racchiusa in più di 350 opere ed articoli che testimoniano presso il mondo scientifico quanto debbano a lui la paleografia, la lessicografia e la filologia latina, la critica dei testi e la scienza dei manoscritti e delle biblioteche. Basti ricordare la monumentale Paléographie des classiques latins, alla cui compilazione e pubblicazione attese dal 1884 al 1900 (Parigi, con 210 tavole); il Chartularium Universitatis Parisiensis (4 voll., ivi 1889-97) in collaborazione con il p. Desnilla; l'Unciallo scriptura (ivi 1901-1902); il grande numero di articoli apparsi di volta in volta nella Revue de philologie e nella Revue des bibliothèques da lui stesso fondata.
Bibl.: C. Beaulieux, E. C., in Revue des bibliothèques, 4344 (1923-34), pp. 229-26.
Niccolò Del Re
CHATHAM : v. bATHURST nel canada.
CHÂTILLON de COLIGNY, Odet de. - Cardinale, n. a Châtillon nel 1523 da una delle prime famiglie di Francia, m. a Canterbury nel 1568. A undici anni fu creato cardinale, con il titolo del SS. Sergio e Bacco, da Clemente VII a Marsiglia. Nel 1534 fu nominato vescovo di Beauvais, e poi arcivescovo di Tolosa nel 1535 sotto Paolo III. Partecipò ai conclavi di Paolo III e di Giulio III nel 1550, all'assemblea di Poissy nel 1561. Passò poi al calvinismo e si dette ai
mestiere delle armi, sicché Pio IV nel Concistoro segreto del marzo 1563 lo dichiarò eretico. Per tutta risposta lo C., ripresa la porpora che aveva deposto, sposò Isabella de Hauteville ("Madame la cardinale") con la quale già conviveva. Al che il Papa rispose nel sett. del 1563 pubblicando la sua deposizione. Esiliato si rifugiò in Inghilterra, presso la regina Elisabetta.
Bibl.: L. Marlet, Le cardinal de C. (1317-71), Parigi 1883: Correspondance d'O. de C., card. de C., raccolta e pubblicata da L. Marlet, parte I*, ivi 1883; W. Koch, Coligny, Odet, in LTbK, II, col. 1012.
Luigi Michelini Tocei
CHAUCER, Geoffrey. - Poeta inglese, n. verso il 1340 , m. probabilmente nel 1400 . Fu a servizio della corte, come soldato nella guerra dei Cento Anni, durante la quale venne fatto prigioniero; come diplomatico si recò più volte in Francia e in Italia; come collettore di dazi e di dogane, e infine come sovrintendente ai lavori di riparazione dei palazzi reali, dei parchi e delle rive del Tamigi. Tale attività pratica lo mise a contatto, da una parte con la nobiltà del regno, dall'altra con la borghesia cittadina e campagnola che egli saprà outabilmente ritrarre nelle sue opere. Né le tante occupazioni lo distraevano tuttavia dallo studio; egli si compiace di citare i libri che legge e di darne lunghi sunti.
Il suo primo poema originale, The Boke of the Duchesse, venne scritto in occasione della morte di poete (quella descritta dal Boccaccio) di Bianca di Lancaster, la prima moglie del suo protettore, Giovanni di Gand, zio di Riccardo II e padre del futuro usurpatore del regno, Enrico IV. Nella forma allora comune della visione, il C. fa narrare le lodi della moglie dal vedovo sposo desolato. Sono rintracciabili in questi versi gli influssi della poesia francese. Un passo della The Hous of Fame (scritta forse in occasione del fidanzamento di Riccardo con Anna di Boemia) rivela invece la lettura di Dante che il C. veniva facendo. Il poeta narra, in forma ancora di sogno, il suo volo fra gli artigli di un'aquila alla casa della Fama e dei rumori, dove gli è dato di assistere ai giudizi capricciosi della dea, e dove si appresta a contemplare altre visioni che gli si promettono interessanti, quando il poema si arresta incompleto. Dante è ancora il modello di alcuni versi del Parlement of Foules (dove pare si celerbrino le nozze di Riccardo con Anna), che descrive il giorno di S. Valentino ( 14 febbr.), quando tutti gli uccelli si adunano intorno alla Natura, per scegliersi ciascuno (o propria compagna. In questo poema sono anche rintracciabili traduzioni letterali di alcune ottave dalla Teseide del Boccaccio, un autore che il C., pur senza nominarlo mai, tiene fra i suoi preferiti. Egli nomina invece Dante "il grande poeta d'Italia", che "tutto se descrivere, punto per punto", e il Petrarca, "la cui retorica soave illuminò di poesia Italia tutta ". L'argomento della Teseide (il duello di Palemone ed Arcita per la mano della bella Emilia) verrà rinarrato poi dal cavaliere nei Canterbury Tales. Ma la presenza del Boccaccio è più viva nei 3 canti del lungo poema dal titolo: Troilus and Criseyde (la fonte del dramma di Shakespeare dallo stesso titolo), che riprende e allarga la storia del Filostrato, con notevoli variazioni etiche ed estetiche.
Il prologo della Legende of Good Women, di ispirazione ovidiana, ritorna alla finzione del sogno, e presenta il poeta redarguito dal dio d'amore per aver usato sparlare dell'amore, sia nel Troilo e Criseide sia traducendo il Roman de la Rose. L'opera non fu terminata, forse perché il poeta sentiva urgente l'ispirazione ad iniziare il suo capolavoro, i Canterbury Tales, al quale si dedicò dal 1586-87 fino alla morte. Ad un gruppo di pellegrini, raccolti presso la taverna del Tabarro a Southwark per recarsi in pellegrinaggio alla tomba del martire s. Tommaso Becket nella cattedrale di Canterbury, l'oste propone che ciascuno narri due novelle nell'andata e due nel ritorno. Solo 24 sono i racconti completi. Notevoli i prologhi, tra l'una e l'altra novella, dove si comple-
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tano i caratteri dei narratori e degli ascoltatori (già mirabilmente ritratti nel prologo generale), con le diverse reazioni e con i commenti a quanto è stato detto o a quanto si intende dire. Le fonti delle novelle sono le solite alle quali attinsero tutti i novellieri medievali, e i racconti sono vicende d'amore, scherzi intelligenti o crudeli, terribili vendette, devozioni di spose, eroismi di vergini, coraggio di amanti. Le novelle di carattere religioso sono narrate dalla priora (la pia leggenda dello scolaretto cantore, trucidato dagli ebrei per la sua devozione alla S.ma Vergine) e dalla seconda monaca (la leggenda di s. Cecilia). Nella figura del parroco di campagna il C. delinea un modello di povertà evangelica e di zelo per le anime. Nulla si dice dell'esteriore comportamento del parroco, che viene invece presentato soltanto nella sua anima. Egli era "ricco d'opere e di santi pensieri ", "per le decime non si infuriava", "non correva a Londra a S. Paolo, a precacciarsi per le anime un canonicato", insegnava "discreto e benigno" e traeva "il popolo al cielo con garbo".
Il problema religioso non si impose al C. nei suoi aspetti teologici speculativi, ma in quelli che toccano gli uomini nei momenti di pathos particolare (come il problema della provvidenza), o quando la speciale relazione di un suo personaggio alla vita religiosa richiamerà con maggiore insistenza l'attenzione sul suo carattere, come è il caso appunto con il parroco di campagna e con la priora. Donde la presentazione prevalentemente etica della religione nella poesia del C.
BibL.: Opere: W. W. Skeat, The Complete Works of G. C., 7 voll., Oxford 1894-97; F. N. Robinson, The Complete Works of G. C., ivi [1932] (con amplia bibl.). Studi: G. K. Chesterton, C. A Study, Londra 1932; I. L. Lowes, G. C., ivi 1934; M. Pezz, C. e i grandi trecentisti italiani, in Machiavelli in Inghilterra ed altri saggi, Roma 1942, pp. 13-82; A. Castelli, G. C., Brescia 1946 (con scelta bibl.).
Alberto Castelli
CHAUDON, Louis-Mayeul. - Benedettino, storico e filosofo, n. a Valensoles (Basses-Alpes) il 20 maggio 1737, m. a Mézin il 28 maggio 1817.
Le sue opere principali sono: Nouveau dictious, historique (4 voll., Avignone 1766; 2^{text {a }} ed., 30 voll., Parigi 1841 sgg.); Dict. hist. des auteurs ecclésiast. (4 voll., Lione 1767); Eléments de l'hist. ecclés. (2 voll., Caen 1786). Combatté gli enciclopedisti, e specialmente Voltaire nel Dictionn. antiphilosophique (2 voll., Parigi 1767-69).
BibL.: I. Lamoureux, s. v. in Nouvelle biogr. génés., IX, p. 126; G. Allemang, s. v. in LThK, II, col. 848.
Benedetto Gioia
CHAUMONOT, Pierre-Marie-Joseph. - Gesuita, missionario tra i Pellerossa canadesi, n. presso Châtillon-sur-Seine il 9 ag. 1611, m. a Québec il 21 febbr. 1693. Fuggito di casa, in cerca di avventura, fu, dopo molto pellegrinare, accolto nelle Compagnie di Gesù a Roma (1632), donde ripartí nel 1639 per il Canadà. Quivi si occupò per 54 anni della conversione degli Uroni, degli Algonchini e degli Irochesi; assisté al meraviglioso fiorire e alla rovina della missione del popolo urone, accompagnandone poi i superstiti nelle loro mutevoli dimore. Nell'isola d'Orléans fondò con essi un villaggio, che ricordava un po' le riduzioni del Paraguay (1651); a Côte-St-Michel, presso Québec, eresse la prima chiesa in muratura, dedicandola a N. Signora de Foy (1668); trasportatosi più addentro nella foresta, edificò il santuario di N. Signora di Loreto (1673), in tutto simile alla Santa Casa di Loreto, che divenne presto celebre mèta di pellegrinaggi. Dal suo popolo e dai suoi compagni missionari fu venerato come una delle più nobili figure della Chiesa canadese.
Oltre a parecchie lettere e relazioni sulla sua azione, lasciò una specie di autobiografia, pubblicata più tardi: La vie du p. 7.-M. C., écrite par lui-même sur l'ordre de son supérieur, l'an 1688 (ed. M. G. Shea, Nuova York 1858); Suite de la vie... par un p. de la C. de 7., avec
la manière d'oraison du ven. Père, écrite par lui-même (id., ivi 1858), riprodotte più esattamente in A. Carayon, Documents inédits concernants la C. d. 7., XIII (Portiere 1869, pp. 1-197).
BibL.: Sommervogel, II, coll. 1099-1101; C. de Rochemanteix, Les Jésuites dans la Nouvelle-France au XVIIe siècle, II, Parigi 1896, pp. 1-129; L. Koch, Jesuiten-Lexikon, Paderborn 1934, coll. 319-21. Celestino Testore
CHAUTARD, Jean-Baptiste-Gustave. - Abate cistercense della stretta osservanza (Trappisti), n. a Briançon il 12 marzo 1858, m. a Sept-Fonds (diocesi di Moulins) il 29 sett. 1935. A 19 anni entrò nel monastero di Aiguebelle che più tardi salvò dalla rovina. Uomo pratico e grande organizzatore, riacquistò l'archicenobio di Cîteaux, casamadre e culla della riforma cistercense. Difese energicamente il suo Ordine contro le mene della politica antireligiosa del suo tempo, e con la sua oratoria convinse Clemenceau in favore degli Ordini contemplativi. Nel 1897 fu eletto abate di Chambarand e nel 1899 abate di Sept-Fonds. Dal 1914 al 1917 aprì le porte del suo monastero ai profughi della guerra e visitò il fronte per consolare tutti i suoi figli nelle trincee, o feriti negli ospedali. Dal capitolo generale del suo Ordine ebbe l'incarico di visitare le abbuzie cistercensi in Terra Santa, Cina, Giappone e Stati Uniti.
Fu gran paladino della devozione alla Madonna. Conoscitore profondo del cuore umano, la sua parola e la sua direzione spirituale erano ricercate da un numero grande di anime, specialmente sacerdotali, per le quali scrisse Prêtre et apôtre e L'âme de tout apostolat, libro che ebbe larga ripercussione. Il suo libro L'esprit de simplicité è un vibrante appello a seguire l'esempio dei primi padri. Suo motto era: "Vivamus et moriamur in simplicitate nostra".
BibL.: D. Mondrone, Un uomo e un libre, in Civ. Catt., 1940, 1, pp. 286-97; M. Godchroy, s. v. in DSp, II (1945), coll. 818-19; Dom 7.-B. C., Sept-Fonds 1938: trad. ital., Milano 1939.
Alfonso Barbiero
CHAVES, Pedro de. - Abate benedettino. Se ne ignora l'origine, se francese o portoghese. Entrò nel 1534 nell'abbazia di Monserrato, dove fu dapprima accolto come laico, ma le sue eccezionali capacità lo fecero salire poi al grado di monaco di coro e di sacerdote.
Come scrittore ascetico ci è noto dall'opera mistica Conversión de la Magdalena (Barcellona 1549), di cui pochi anni dopo la pubblicazione fu edita anche una traduzione italiana, (Napoli 1561). E più conosciuto però per l'attività svolta come riformatore del monachesimo in Portogallo, ove si recò nel 1558 dietro richiesa dell'abate di S. Tirao de Riba d'Ave, insieme con altri due monaci di Monserrato, Placido de Villabodos e Giovanni Chanon. Con il loro aiuto poté introdurre la riforma della Congregazione spagnola di S. Benedetto di Valladolid in diversi monasteri e fondare così la Congregazione benedettina portoghese, di cui egli stesso fu il primo abate generale. La nuova Congregazione fu approvata dal papa Pio V nel 1566.
Bibl.: A. Albareda, in Analecta Montserratensia, 7 (1938), p. 34 e 272; id., Historia de Montserrat, Monserrato 1948, p. 267; F. Schmitz, Histoire de l'Ordre de S. Benoît, III, Marcdsous 1948, p. 241.
Ambrogio Mancone
CHEFFONTAINES (lat. a Capite Fontium), Cimistopne de. - Teologo francescano, n. ca. il 1532 a St-Pol-Léon (Bretagna), m. a Roma nel 1595. Minore osservante dalla prima giovinezza, si consacrò alla predicazione, combattendo i calvinisti. Nel 1571, eletto generale dell'Ordine, divenne, al cesser di quel l'ufficio, vescovo ausiliare del card. de Pellevé, arcivescovo di Sens.
Scrisse in francese e tradusse in latino le opere seguenti : Fidei maiorum defensio, qua haereticorum suscel i nostri stratagemata deteguntur (Anversa 1575); De li-
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bero arbitrio et meritis bonorum operum (ivi 1575); Defensionis fidei maiorum l. II, in quo veritas corporis Christi in Eucharistiae sacramento plusquam 350 rationibus probetur (Roma 1576, più completo Colonia 1587); Defensio perpetuae virginitatis B. V. ne s. Joseph (Lione 1578), e altre minori. Tutte furono messe all'Indice "donec expurgentur". Le sue singulari opinioni l'avevano reso sospetto: chiamato a Roma nel 1586, fu rinchiuso nel carcere del S. Uffizio. L'esito del suo processo non è ben conosciuto. Furono invece condannate in modo assoluto e inserite nell'appendice all'Indice Tridentinus le tre opere: Novae illustrationes christianae fidei contra impios etc. (Parigi 1583); Varii tractatus et disputationes de necessaria correctione theologiae scholasticae (ivi 1586); De missae Christi ordine et ritu (ivi 1586), perché vi si insegnava che quando Gesù disse: "Hoc est corpus meum " la consacrazione era già avvenuta per il gesto esterno della benedizione (benedixit). Alla stessa maniera tali parole, nel canone della Messa, hanno valore narrativo, sebbene siano necessarie, dato l'ordine espresso di ripeterle. La vera forma consacratoria è data dalle parole dell'epiclesi. Nella Messa latina l'epiclesi si trova nel Quatu ablutionem che predece il racconto della Cena, nella Messa greca è una delle preghiere che segue la narrazione (v. epiclesi).
Tale dottrina era stata chiaramente formulata nell'altro lavoro: De la vertu des paroles par lequelles se fait la consécration (Parigi 1585). Recentemente tutte le opere di C. sono state espunte dall'Indice.
Biol.: R. Simon, Fides Ecclesiae orientalis, Parigi 1671, pp. 166-73; P. Le Brun, Explication de la Messe, V, Liegi 1777, pp. 229-41; P. Polman, L'élement historique dans la controverse religione du XVI { }ᵉ siècle, Gembloux 1932, pp. 330, 371, 449; Hurter, III, coll. 61-62 e Additio, p. x; E. d'Alençon, a. v. in DTNC, II, coll. 2352-53; S. Salaville, Epiclèse eucharistique, ibid, V, coll. 273-74.
Antonio Fisberti
CHEFNEUX, Mathieu. - Erudito agostiniano, n. a Liegi nei primi anni del sec. xvir, m. ca. il 1670. Fu superiore nel patrio convento degli Agostiniani, oratore fecondo, umile e in tal modo sprezzante dei gradi accademici che non volle mai esserne insignito. Si segnalò per la sua erudizione biblica e storica, della quale si valse per difendere la Chiesa contro i protestanti e per incitare all'eroismo cristiano.
Tra i suoi scritti merita di essere ricordata la voluminosa opera: Speculum chronographicum Ecclesiae catholicae ab origine mundi ad nos usque (3 voll., Liegi 1662 1670).
Biol.: J. Lanteri, Postrema saec. sex religionis Augustinianae, III, Roma 1860, pp. 175-76; C. Hutter, in Revista Agustiniana, 5 (1883), p. 578; Hurter, IV. col. 180. Davide Falcioni
CHEFOO, diocesi di. - Si trova nella provincia civile dello Shantung (Cina). La missione fu eretta in vicariato apostolico il 27 febbr. 1894 per divisione del vicariato apostolico dello Shantung settentrionale e fu affidata ai frati Minori; nel giugno 1931 cedette più di due terzi del suo territorio per l'erezione delle prefetture apostoliche di Iduhsien (v.) e di Weihaiwei (v.); l'ri apr. 1946 fu elevata a diocesi suffraganea di Tsinan.
Negli attuali confini C. misura 15.000 kmq. di superfice. La popolazione totale, al 30 giugno 1947, era di ca. 3.000 .000 di ab., di cui cattolici 12.700 . Oltre al vescovo vi erano 18 sacerdoti esteri e 17 cinesi; le Francescane missionarie di Maria erano 96, di cui 47 cinesi. La guerra ha distrutto molte opere di carità.
Biol.: GM, p. 191; MC, p. 74 sgg.; Annuaire de l'Eglise catholique en Chine, 1948, Sciangni 1948, passim. Adamo Pucci
CHEIKHO, Luigi. - Celebre arabista, gesuita. N. a Mardin in Turchia il 4 febbr. 1859, entrato nella Compagnia di Gesù nel 1874 e m. a Beirut il 7 dic. 1927.
Nel 1882 egli cominciò la pubblicazione dei Fiori della letteratura, brani scelti di scritti arabi in sei volumi, di cui alcuni videro ben 30 edizioni. Questa collezione fu adottata anche da molte scuole musulmane. Creò la bi-
blioteca orientale a Beirut, di cui fu per lunghi anni direttore, e che da lui venne arricchita di ben 3000 manoscritti arabi. Nel 1898 cominciò la pubblicazione della rivista araba al-Madrip. Nel 1902 diventò cancelliere della facoltà orientale dell'Università di S. Giuseppe a Beirut. La sua attività fu consacrata anzitutto a mettere in rilievo l'importanza della letteratura araba cristiana, principalmente di quella poetica.
Opere principali : Le christianisme et la littérature chrétienne en Arabie avant l'Islam (2 voll., Beirut 1912-23); Vingt traités théologiques d'autres arabes chrétiens, IX-XIII { }ᵉ siècles (ivi 1920, in arabo).
Guglielmo De Vries
CHELINI, Domenico. - Matematico scolopio, n. a Gragnano (Lucca) il 18 ott. 1802, m. a Roma il 16 nov. 1873. Insegnò matematica nel collegio Nazareno dal 1831 al 1851; quindi sino al 1864 meccanica e idraulica nella Università di Bologna, dove fu amato ed ammirato da tutti. Destituito per non aver prestato giuramento, fu chiamato a Roma dove insegnò all'Università dal 1867 al 1870, quando venne dimesso per la stessa ragione. Il C. si ritirò sebbene dopo fosse dispensato dal giurare. Insegnò all'Università Vaticana, sinché non fu chiusa; quindi privatamente.
Scrisse memorie di geometria analitica, perfezionandone i metodi, avvicinandosi al calcolo geometrico e al calcolo baricentrico; nella teoria delle superfici semplificò vari teoremi di Gauss. Scrisse un trattato, Elementi di meccanica razionale (Bologna 1860), che contiene un'esposizione della dinamica. L'indomani della sua morte, papa Leone XIII, in un'udienza, espresse il suo rammarico per la scomparsa del C. chiamandolo "gran luminare della scienza e del clero ", scolopio quanto dotto e amato da tutti, altrettanto umile e sconosciuto a se medesimo. Nella Sapienza a Roma gli venne eretto un busto marmoreo, per sottoscrizione dei matematici d'Italia, con a capo Luigi Cremona.
Biol.: A. Leonetti, Pubbliche testimonianze alla memoria del p. D. C., Bologna 1880; E. Beltrami, Della vita e delle opere di D. C., in Collectanea mathematica in memoriam Dominici C., Milano 1888 (con bibl. completa dei suoi 53 lavori).
Leodegario Picanvol
CHELMNO, diocesi di : v. culma, diocesi di.
CHELODI, Giovanni. - Canonista, n. a Cavalese il 1^{°} giugno 1882 , m. a Trento il 31 maggio 1922. Ordinato sacerdote nel 1905, ebbe occasione di far risplendere il suo spirito polemico nel giornale II Trentino di cui assunse la condirezione con l'on. Alcide De Gasperi. In seguito studiò a Vienna, e alla Università Gregoriana di Roma, dove si laureò in diritto canonico. Tornato in patria, fu cancelliere della Curia arcivescovile, e poi professore di diritto nel seminario Maggiore, fino alla prematura sua morte.
Scrisse (ottime e molto apprezzate): Ius de personis (Trento 1922; 5^{text {a }} ed. a cura di P. Ciprotti, Vicenza-Trento 1942); Ius poenale (Trento 1921; 5^{text {a }} ed. a cura di P. Ciprotti, Vicenza-Trento 1943); Ius matrimoniale (ivi 1923; 5^{text {a }} ed. a cura di P. Ciprotti, Vicenza 1947). Alberto Scola
CHEMNITZ, Martin. - Teologo protestante tedesco, uno dei maggiori rappresentanti della dottrina luterana, donde il soprannome di alter Martinus (Lutherus). N. a Treuenbrietzen nella marca di Brandeburgo il 9 nov. 1522, m. a Brunswick l'8 apr. 1596. Da giovane ( 1539-46 ) studiò soprattutto matematica, astronomia e lingue classiche. Nominato bibliotecario a Königsberg (1550) dal duca Alberto di Prussia, si dedicò allo studio dei Padri e della teologia dommatica. In seguito fu predicatore (1554) e sopraintendente (titolo equivalente a quello di vescovo) a Brunswick (1567), fino alla morte.
Ch. si affermò specialmente come dommatico con una lunga serie di pubblicazioni, che lo pongono in
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primo piano tra i teologi protestanti del sec. xvi. Nell'opera Examen Concilii Tridentini quadripartitum (Francoforte 1363-73), impugna i decreti del Concilio di Trento. Altre opere principali sue: Fundamento sanac doctrinae de vera et substantiali praesentia, exhibitione et sumptione corporis et sanguinis Domini in coena (Lipsia 1561); Theologiae Jesuitarum brevis ac nervosa descriptio; Laxi theologici, in quibus Philippi Melanchthonis loci communes rerum theologicarum perspicue explicantur (Francoforte 1591). Il suo nome è pure associato al Corpus doctrinae Protenicum e alla Formula concordiae. Benché discepolo e amico di Melantone, sostenne la dottrina luterana intorno alla Cena, ripudiando e combattendo la corrente criptoculvinista e il Corpus doctrinae Philippicum. Cercò tuttavia di mitigare la dottrina dell'ubiquità, attribuendo alla natura umana di Cristo un'onnipresenza soltanto relativa (multivalipraesentia), dipendente cioè dalla libera volontà dell'Uomo-Dio, il quale può ed è realmente presente ubicumque, quandocumque et quomodocumque vult s.
BibL.: H. Hachfeld, M. C. nach seinem Leben und Werben. Lipsia 1867; J. M. Häusle, s. v. in Kirchenlexikon, III, coll. 118118; R. Mumm, Die Polemih des M. C. gegen das Konzil von Trient. Lipsia 1903; G. Wolf, Quellenkunde der deutschen Reformationsgeschichte, I, Gotha 1913, p. 3 sgg.; O. Ritschyl, Dogmengeschichte des Protestantismus, IV, Gottinga 1927, passim.
Emanuele Chlettini
CHEMOTASSI : v. TROPISMO.
CHEMOTROPISMO : v. TROPISMO.
CHENGCHOW, diocesi di. - Si trova nella provincia civile del Honan (Cina); eretta in prefettura apostolica il 15 maggio 1906 con il nome di prefettura apostolica del Honan occidentale e con un territorio doppio di quello presente. Fu affidata alla Pia società di S. Francesco Saverio per le missioni estere di Parma, i cui padri lavoravano ivi fin dal 1904. Il 2 maggio 1911 fu elevata a vicariato apostolico, il 3 dic. 1924 ebbe il nome di vicariato apostolico di C.; l'1 1 apr. 1946, con l'istituzione della gerarchia episcopale in Cina, C. divenne diocesi suffraganea di Kaifeng. Il 25 maggio 1929 fu diviso l'ampio territorio e fu eretta la missione di Loyang.
Così ridotta C. misura 18.000 kmq. di superfice. La popolazione, al 30 giugno 1947, era di ca. 4.000 .000 , di cui 20.176 cattolici, distribuiti in 15 stazioni primarie e 132 secondarie. Vi erano 16 missionari italiani e 13 sacerdoti cinesi; 4 religiosi laici esteri, 88 suore, di cui 72 indigene. Ha subito molti danni dalla guerra.
BibL.: GM, p. 191; MC, p. 75 sgg.; G. B. Tragella, Italia missionaria, Roma-Milano 1939, p. 193 sgg.; Annuaire de l'Eglise catholique en Chine, 1948, Sciangai 1948, passim.
Adamo Pucci
CHENGTING, diocesi di. - Soppressa la diocesi di Pechino nel 1856, con breve del 3 maggio di quel medesimo anno furono istituiti, nella provincia civile del Hopeh, detta allora Celi o Chihli, tre vicariati apostolici : quello che ebbe il suo capoluogo a C. si chiamò vicariato apostolico del Celi occidentale e continuò ad avere questa denominazione fino al 3 dic. 1924, quando prese nome dalla città di residenza dell'Ordinario. Fin da allora fu affidato alla Congregazione della missione : i Lazzaristi. Nel 1924 fu eretta la prefettura apostolica di Lihsien, oggi diocesi di Ankwo (v.), che prese parte del suo territorio da C.; nel 1929 fu eretta per divisione di C. la prefettura apostolica di Shunteh. L'1 1 apr. 1946 C. fu elevata a diocesi suffraganea di Pechino.
Attualmente C. misura ca. 18.000 kmq. di superfice. La popolazione totale, al 30 giugno 1947, era di ca. 4.000 .000 ab., di cui cattolici 52.000 . Oltre al vescovo, lazzarista cinese, vi erano 53 sacerdoti esteri, in gran parte olandesi, e 16 sacerdoti indigeni; i religiosi laici erano 35 di cui I cinese; le religiose: 7 estere e 121 in-
dígene. Nel territorio della diocesi di C., dal 1928, è stata fondata una trappa dal titolo di Nostra Signora della Allegrezza: il suo personale è compreso in quello qui sopra riferito.
La missione di C. ha molto sofferto durante il conflitto tra Cina e Giappone.
BibL.: GM, p. 191; MC, pp.76-77; Annuaire de l'Eglise catholique en Chine, 1948, Sciangai 1948, passim.
Adamo Pucci
CHENGTU, diocesi di. - La provincia civile dello Szechwan, nella Cina occidentale, staccata dalla diocesi di Nanchino, venne eretta in vicariato apostolico il 15 ott. 1696 e affidata alla Società per le missioni estere di Parigi.
Il 2 apr. 1856 la missione fu divisa in due vicariati: quello dello Szechwan nord-occidentale e quello dello Szechwan sud-orientale. Il primo continuò ad avere il capoluogo a C. e il 3 dic. 1924 prese nome da questa città; il 2 ag. 1929 diede origine, per divisione, al vicariato apostolico di Shunking (v.); l'1 1 apr. 1946 fu elevato a diocesi suffraganea di Chungking.
Negli attuali confini C. misura kmq. 86.000 di superfice. La popolazione, al 30 giugno 1947, era di ca. 16 milioni, di cui cattolici 38.894 e catecumeni 1469 . Vi erano 31 missionari esteri e 48 cinesi; 50 suore cinesi e 21 estere. Si contavano 7 orfanotrofi, 4 ospedali e 5 ambulatori medici.
BibL.: GM, p. 191 sgg.; MC, p. 77 sgg.; Annuaire de l'Eglise catholique en Chine, 1948, Sciangai 1948, passim.
Adamo Pucci
CHERCHEL. - In Algeria. E l'antica Cesarea nella Mauretania, fondata dai Cartaginesi che la chiamarono Iol (divinità fenicia). Il re Giuba II la chiamò Caesarea dal suo protettore Augusto; dal tempo di Caligola fu sede del governatore della provincia romana della Mauretania Cesariense.
I vescovi di C. noti sono Fortunato, presente al concilio di Arles nel 314; Clemente (371-72), Deuterio intervenuto a Cartagine nel 411, quindi Emerito, Apocorio (484) e Crescente. C. aveva ancora il suo vescovo all'inizio del sec. viII. Oggi è vescovato titolare.
Fra i martiri di C. il più noto è s. Fabio vessillifero, molto probabilmente dell'ultima persecuzione dioclesianca, martirizzato a C., ma sepolto a Cartenna (BHL, 2818; P. Franchi de' Cavalieri, S. Fabio vessillifero, in Note agiografiche, 8 [Studi e Testi, 65], Città del Vaticano 1935, pp. 101-13). Il Martirologio geronimiano ricorda al 23 genn. s. Severiano e sua moglie Aquila igni combustorum; da alcuni è stato voluto identificare con il M. A. I. Severiano della nota iscrizione, ma né il De Rossi (CIL, VIII, 9585, p. 818) né H. Delehaye (Les origines du culte des martyrs, 2⁶ ed., Bruxelles 1933, p. 391) accettano tale proposta. Alla data dell'1 1 luglio sempre il Martirologio geronimiano ricorda in C. di Mauretania una martire Marciana di cui si conserva la Passio (BHL, 5256, 5259). S. Arcadio è noto dalla Passio (BHL, 659) e da un sermone in suo onore di s. Zenone di Verona (BHL, 658). Lo stesso documento indica al 21 maggio nella provincia di Mauretania il diacono Timoteo, mentre il compagno Poliuto sarebbe di Cesarea nella Cappadocia.
Degli edifici di culto in C. non si conoscono avanzi monumentali. S. Agostino parlò nel 418 in ecclesia maiori, donde si ricava che in quell'anno C. aveva più di una chiesa.
Aree sepolcrali cristiane furono trovate al di fuori della città. La più notevole è quella rinvenuta a ca. 500 m . ad ovest; si tratta d'un'area di m . 30 times 15 recinta da muro; aveva nel centro un'edi-
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Portale NORD DELla CattedRaLe (sec. xili).
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A sinistra: CHERUBINO. Mussico nell'aria della basilica di S. Marco (sec. xit) - Venezia. A destra in alto: CHERUBINO TETRAMORFO. Mussico del sec. xit - Monresie, duomo. In basso: CHERUBINI DI CUI UNO TETRAMORFO. Miniatura dell'Emilist di Bari (metà del sec. xI).
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(da R. Hnbeacasser, L. C., Lipria (913)
Cherubin, L, ugi - Ritratto con firma autografa. Incisione contemporanea.
cola con due absidi, tutta occupata da tombe sovrapposte l'una sull'altra, fino a sei. Vi si rinvennero due iscrizioni notissime. La prima (E. Diehl, Inscriptiones latinae christ. veteres, I, Berlino 1925, n. 1583) ricorda l'area at sepulcra e la cella fatta a proprie spese da Marco Antonio Giulio Severiano e donata a tutta la comunità (cunctis fratribus). Il De Rossi ritenne l'epigrafe precostantiniana (Bull. arch. crist., 1^{text {a }} serie, 2 [1864], p. 28), il che è escluso dalla presenza delle due lettere apocalittiche α e ω. La seconda iscrizione ricorda quattro defunti sepolti in accubitorio hoc, appartenente al presbitero Victor qui hunc locum cunctis fratribus fecit (E. Diehl, op. cit., 1179). Le due epigrafi sono ora nel museo di Algeri. Nella stessa zona fu trovata una cappella (m. 12,08 times 8,40 ) divisa da pilastri in due navate e con stanze contigue.
Ad est della città presso l'anfiteatro si rinvenne un'altra cappella pure absidata tutta occupata da sepolcri. Da questa zona provengono due sarcofagi cristiani, l'uno con l'ancora e l'altro con il Buon Pastore e l'iscrizione con la rara indicazione del tempo vissuto dopo il Battesimo (CIL, VIII, 9592). Al museo del Louvre a Parigi sono stati trasportati un frammento di sarcofago con Eva e il serpente e un coperchio di sarcofago con i tre fanciulli ebrei nella fornace (Wilpert, Sarcofagi, III, tav. 288, 12, 13, p. 42). Nel 1926 nel cortile tra il municipio e il museo un sarcofago in pietra aveva inciso sulla fronte un T, simbolo della croce. Nel museo di C. si conservano alcuni cippi cristiani certo anteriori a Costantino; uno porta l'iscrizione Amanda (CIL, 21421); un secondo ha incisi il Buon Pastore, l'ancora e la colomba; un terzo l'ancora, l'albero e la colomba. Iscrizioni più tarde sono quelle in CIL, VIII, 9590, 9591, 9593, in musaico, 9594 e 9595 ora nel museo d'Algeri.
Bibl.: P. Gauckler, Musée de C., Parigi 1895 con supplemento di M. Durry, ivi 1924; S. Gsell, Les monuments antiques
de l'Algérie, II, ivi 1901, pp. 191, 398; M. Vieraciski, Catalogue du musée de C., Algeri 1902; S. Gsell, s. v. in DACL, III, i, coll. 1269-81; H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, 2^{mathrm{a}} ed., Bruxelles 1933. p. 391.
Enrico Josi
CHEREM : v. HEREM.
CHÉROT, HENRI. - Gesuita, n. a Sens il 4 febbr. 1856, m. a Montana (Svizzera) il 25 giugno 1906. Entrato nella Compagnia nel 1875 , si laureò in lettere, specializzandosi nella storia e nella bibliografia del sec. xvir francese, che illustrò con numerosi articoli comparsi in Etudes di Parigi, nella Revue Bourdaloue e nel Bulletin du bibliophile.
Fra le opere più importanti si citano: Etude sur la vie et les oeuvres du p. Le Moyne (Chartres 1887); St Louis de Gonzague étudiant (Parigi 1891); Bourdaloue, sa correspondance et ses correspondants (ivi 1899); Iconographie de Bourdaloue (3 voll., ivi 1900-1903); Les seize bienheureuses carnelites de Campiègue ( 2^{mathrm{a}} ed., ivi 1907).
Bibl.: E. Griselle, Le r. p. H. C. S. I., Essai bibliographique, in Bulletin du bibliophile, 1906, pp. 329-42, 444-63 e 485-513 (con una bibl. di 329 nn .). Edmondo Lamalle
CHERUBINI, Luigi. - Musicista, n. a Firenze il 14 sett. 1760 , m. a Parigi il 15 marzo 1842. Fu alunno di suo padre, poi dei maestri fiorentini Felici, Bizzarri e Castrucci. Ma si formò alla scuola del Sarti a Bologna. Nel 1784 si recò in Inghilterra che abbandonò per Parigi, dove aveva conosciuto il Viotti. Nonostante i suoi meriti e i suoi trionfi, Napoleone lo trascurava, perciò se ne andò a Vienna nel 1805 , dove fece rappresentare la Fianischa che ebbe il lusinghiero giudizio di Haydn e di Beethoven.
La produzione musicale del C. è molto vasta : ca. 20 opere, 10 messe, sinfonie, cantate, quartetti, opere teoriche e il Corso di contrappunto e fuga. Egli stesso curò il catalogo delle proprie composizioni. Nel 1822 fu nominato direttore del conservatorio di Parigi che tenne fino alla morte.

(da E. Börken, Musik des Jahrh. bis zur Moderne, Potsdam 1919-21) Cherubini, Lugi - Autografo dalla partitura dell'opera Wasserträger - Berlino, biblioteca Nazionale.
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L'arte del C. è classica, aristocratica, severa; non indulge all'effetto; mira piuttosto all'espressione che è sempre potente; per questo motivo alcune pagine delle sue opere richiamano Mozart e Beethoven. Come compositore di musica sacra ha una grande importanza. Si ammira anche oggi la solida costruzione della sua Messa in re minore e il suo celebre Requiem, cosi magnifleato dal Berlioz.
BibL.: Fra le varie biografie del C. cf. quelle di B. Gamurei, Firenze 1869; R. Hohenemser, Lipsia 1913, e L. Ichemann, Berlino 1925.
Francesco Coradini
CHERUBINO (ebr. plur. hērâbhím). - Spirito e ministro invisibile di Dio, esecutore delle sue volontà, di cui manifesta inoltre la presenza e la potenza, e con la "gloria" del quale si trova in relazione particolare. Il nome, senza spiegazione in ebraico, si fa derivare dal babilonese hârâb, colui che prega, benedice, intercede (v. babilonesi). I c. dapprima compaiono in Gen. 3, 23-24, alla porta del Paradiso terrestre, per impedire ai progenitori, con una spada fiammeggiante, l'accesso all'albero della vita (cf. Ez. 28, 14. 16). La loro raffigurazione era l'unica consentita agli Ebrei.
Mosè, per ordine di Dio, ne pose due in oro battuto faccia a faccia sull'area, alle due estremità del propiziatorio, che essi esprimano con le ali spiegate, simboleggiando la presenza invisibile di Jahweh. Di li, dal luogo "tra i c. n, Dio dava i suoi oracoli (Ex. 25, 18-22; 37, 7-9; Num. 7, 89) ed era persio chiamato "Colui che siede sopra i c." (I Sam. 4, 4; II Sam. 6, 2; Is. 37, 16; Ps. 80, 2; 99, 1). Quando si manifesta nella tempesta "viaggia sui c." (Ps. 18, 11). Furono introdotti nel tempio di Salomone: due, in piedi alle due estremità dell'arca, la ricoprivano con le loro ali inferiori, mentre le superiori giungevano fino a toccare le opposte pareti. Erano alti dieci cubiti, con ali della lunghezza di cinque cubiti ognuna, scolpiti in olivo e ricoperti d'oro (I Reg. 6, 23-28; II Por. 3, 10-13).
Altri c. erano intessuti sulla tenda che nascondeva il Santo dei Santi (II Por. 3, 14) e scolpiti in bassorilievo sulle pareti interne del Tempio, alternativamente con palme e fiori sbocciati (I Reg. 6, 29; Ez. 41, 18-20. 25).
Il prototipo di tali rappresentazioni si può forse vedere nei geni egiziani, raffigurati ai due lati del naos degli dèi, sui sarcofagi, che circondavano con ali spiegate per proteggerli. La figura, invece, che ce ne dà Ezechiele (1, 5-14; 10, 5. 12. 20. 21), è influenzata dalle raffigurazioni miste scolpite nell'ambiente assiro, fenicio ed hittita. In essi l'arte ha voluto riunire le più alte potenze della natura e della vita.
BibL.: J. Nikol, Die Lehre des A. T. über die Cherubim und Seraphim. Münster 1890: P. Dhorme-L. H. Vincent, Les cherubins, in Revue biblique, 32 (1926), pp. 328-38, 481-95. Giorgio Castellino

Cherubino - Teste di c. nell'Assunzione del Perugino ( 2² metà sec. xv) - Firenze, galleria degli Uffizi.
C. nell'arte cristiana. - Nella complessa e non sempre chiara iconografia delle schiere angeliche quale appare nell'arte bizantina dell'alto medioevo e in quella che da essa deriva è possibile forse chiarire alcuni punti che si riferiscono ai c., i quali sono in genere raffigurati a monocromato o con tinte che tendono al monocromato azzurro o azzurro verdastro, come d'altronde i serafini al rosso. Tuttavia le varietà delle rappresentazioni sono molteplici e mentre nei tempi più antichi prevale il tipo tetramorfo a quattro ali, quale è descritto da Ezechiele (1, i sg.) (colonne di S. Marco), già verso la metà dell'viti sec. (Roma, S. Maria Antiqua) appare un tipo a sei ali con testa umana simile in tutto ai serafini; né sicurezza maggiore ci dànno, per una distinzione, altre differenze che talora sembrano potersi determinare, quale quella del capo che i c. dovrebbero sempre lasciar vedere e i serafini quasi nascondere fra le ali, e delle ruote alate su cui spesso poggiano i piedi dei c. (Exultet di Bari, metà ca. sec. xi; Monreale, duomo, sec. xit). Unica chiara distinzione dovrebbe essere dunque quella di un prevalere del colore azzurro. Ma anch'essa non è determinante poiché non è raro (musaici del duomo di Cefalù, sec. xit), che un musaicista o un pittore dipinga c. con volti rossi ed ali policrome e debba poi chiarire la sua rappresentazione indicando con una scritta che quelli da lui raffigurati sono proprio c.
Tuttavia è in Toscana, nel xiv sec., che, almeno per il colore, si viene determinando una netta differenziazione. Era già accennata nei musaici del xili sec. che rivestono la cupola del battistero fiorentino, ma sembra chiarirsi a Siena ove i Lorenzetti distinguono nettamente l'azzurro dei c. dal rosso dei serafini e dal giallo dei troni. Cosi in un dipinto di Ambrogio Lorenzetti della Pinacoteca senese, nella crocifissione assegnata a Barna nella Pinacoteca vaticana e in alcuni dipinti di Bernardo Daddi.
Ma durante il xv sec. nel progredire tipico della età, verso una rappresentazione sempre più naturalistica delle sacre scene, sembra amarrirsi il senso di quelle distinzioni.
Si vedranno allora testine di putti, affondate tra morbide ali variopinte, distribuirsi secondo un ordine puramente estetico nelle composizioni e inserirsi perfino quali motivi decorativi negli elementi architettonici; esse allora acquisteranno ai nostri occhi un interesse nuovo e susciteranno un'ammirazione diversa, quella soprattutto per la intensa affettuosità umana della loro espressione (Della Robbia, Desiderio da Settignano, Perugino, Pintur