volume-04

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C. Cipolla, III (Fonti per la storia d'Italia, 43 bis), Milano 1920; G. De Stefani, G. Bartolomeo e Antonio D. S., Verona 1884; H. Spangerberg, Cangraude I D. S., 2 voll., Berlino 1892-95; C. Cipolla, Compendio della storia politica di Verona, Verona 1900, pp. 171-283; id., La storia scaligera secondo i documenti degli archivi, Venezia 1904; id., Storia scaligera uegli archivi di Siena, in Archicio storico italiano, 35 (1905), pp. 52-64; L. Simanni, La formazione della signoria scaligera, in Atti e Memorie dell'Accademia di agricoltura, scienze e lettere di Verona, 103 (1926), pp. 117-66; id., La crisi decisiva della signoria scaligera, in Archivio veneto-tridentino, 9 (1926), pp. 332-59; id., Verona, Roma 1929, pp. 101-56 e 162-63; F. Ercole, Comuni e Signori nel Veneto (Scaligeri, Cominesi e Carraresi), in Dal Comune al Principato, Firenze 1929, pp. 25-118; W. Hagemann, Die Entstehung der Signorie D. S., Berlino 1937; E. De Marco, Crepuscolo degli Scaligeri, in Archivio veneto, 69 (1939), pp. 1-120.

Ireneo Daniele
DELLA SOMAGLIA, Giulio Maria. - Cardinale, n. a Piacenza il 29 luglio 1744, m. a Roma il 30 marzo 1830. Della nobile famiglia Capece Anguillara dei conti D.S., nel 1774 fu segretario della Congregazione delle Indulgenze e S. Reliquie, poi, nel 1784, segretario di quella dei S. Riti. Creato cardinale il 1^{°} giugno 1795, dopo l'occupazione francese di Roma fu tenuto prigioniero e in seguito allontanato dalla città. Partecipò al Conclave di Venezia nel 1800, dopo il quale Pio VII lo inviava come legato presso il governo di Roma. Chiamato a Parigi per ordine di Napoleone rifiutò di assistere al secondo matrimonio dell'imperatore ed andò in esilio, prima a Mazieres nel 1810, e quindi a Charleville.

Ristabilito il governo pontificio a Roma nel 1814, fu nominato segretario della Congregazione del S. Uffizio e vescovo di Frascati. Assente il Papa governò la città e la provincia dal 22 marzo al 7 giugno 1815 in qualità

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di presidente della giunta di Stato. Già commendatario di S. Lorenzo in Damaso, divenne il 29 maggio 1820, quale decano, vescovo di Ostia e Velletri. Sotto Leone XII, fu segretario di Stato dal 1823 al 1828.

Bist.: Cappelletti, I, pp. 483, 528, 646; A. F. Artaud, Storia dei sommi romani pontefici, III, Torino 1852, pp. 287-836 e passim; F. Cristofori, Storia dei cardinali di S.R.C. dal sec. V all'anno del Signore MDCCCLXXXVIII, Roma 1888, p. 434; I. Rinieri, La diplomazia pontifcica nel sec. XIX, II, ivi 1902, p. 197; III, i, Torino 1906, p. 88; III, it, ivi 1906, pp. 69, 346; J. Schmidlin, Histoire des pages de l'époque contemporaine, vers. franc., I, Lione 1038 (v. indice). Emma Santovito

DELLA TORRE, ANTONIO, beato. - Medico di alta fama e di grande santità, n. a Milano nel 1424, addottorato all'Università di Padova. Si ispirò alla convinzione che non si potesse guarire il corpo senza prima guarire l'anima.

Trascurando l'alta fama raggiunta come medico, vestì l'abito agostiniano; divenuto priore della casa, umilmente volle sfuggire alla stima crescente e ottenne dai superiori ripetuti cambiamenti di sede (Foligno, S. Giacomo di Galizia). Trasferitosi ad Aquila nel 1470, durante la violenta epidemia di peste, quantunque già zoppicante per una grave infermità che gli aveva reso una gamba più corta, instancabilmente, con l'abilità nelle cure, la carità nel comporre gravi dissidi tra cittadini, lo zelo nell'amministrare Sacramenti, mostrò a qual livello fosse giunta la sua personalità intellettuale e morale. Coltivò l'esercizio della medicina fino alla morte, avvenuta a L'Aquila il 24 luglio 1494. La tradizione gli attribuisce numerosi miracoli in vita e in morte. La sua festa figura nei Propri diocesani di L'Aquila (24 luglio) e Foligno (27 luglio) e in quello degli Eremitani di S. Agostino ( 24 luglio).

Bist.: Acta SS. Iulii, V. Anversa 1727, pp. 823-25; A. Pazzini, I santi nella storia della medicina, Roma 1937, pp. 421 427.

Giuseppe de Ninno
DELLA TORRE, DISMA. - Giornalista, n. a Genova il 12 sett. 1820 dalla nobile casa dei conti di Lavagna, m. ivi il 17 nov. 1891. Iniziò gli studi nel seminario di Genova e li terminò presso i pp. Somaschi di S. Maria in Aqúiro a Roma. Vi fu ordinato sacerdote intorno al 1848 . Tornato a Genova officiò nella chiesa della Maddalena e poi divenne primicerio dell'arciconfraternita della Trinità dei pellegrini presso l'ospedale del Pammatone.

Nel 1860 fondò il settimanale La Liguria e nel 1862 il quotidiano La Specola. In lotta contro il liberalismo imperante, propugnava il più rigido pensiero cattolico, peccando talvolta di conservatorismo. Profuse in quei periodici, oltre che la sua cultura e la sua opera, anche il vistoso suo patrimonio, fino a ridursi quasi in povertà. Negli ultimi anni di sua vita fu rettore della piccola parrocchia rurale delle Nasche presso Genova. Ireneo Daniele

DELLA TORRE, LElio. - Dotto rabbino, n. a Cuneo l'ri genn. 1805, m. a Padova il 9 luglio 1871. Insegnò dal 1823 al 1829 nel collegio Co-lonna-Finzi di Torino, e poi, fino alla morte, nella scuola rabbinica di Padova.

Pubblicò una lunga serie di brevi studi su argomenti vari, dall'esegesi biblica alla storia ebraica contemporanea. In particolare trattò questioni talmudiche, materia ordinaria del suo insegnamento a Padova. Compose anche operette di carattere religioso-ascetico ed alcune poesie ebraiche. Questi numerosi scritti furono raccolti dai suoi figli (Scritti sparsi, 2 voll., Padova 1908). Come traduttore, il D. T. pubblicò versioni italiane dei Salmi (Vienna 1845), delle preghiere rituali di rito aßenazita (ivi 1846 ; Livorno 1903), di trattati talmudici e di alcuni brani biblici. Aveva iniziato anche un commento ai Salmi; ma di esso apparve solo il primo fascicolo (Padova 1854).

Bist.: Biografia in Scritti sparsi, I, Padova 1908, pp. 3-37; elenco bibliografico in Rivista di studi orientali, 5 (1913), pp. 175-78.

Angelo Penna
DELLA VALLE, FAMIGLIA. - Illustre casato romano, il cui più antico personaggio fu un Rustico fatto cardinale da Onorio II nel 1219.
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(Inf. Biblioteca Vaticana)
Della Valle, famiglia - Manoscritto autografo di alcuni sonetti di Pietro D. V. (spirati ai suoi viaggi in Oriente Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 10383, f. 47 (sec. XVII).

La famiglia ebbe le sue case prima presso il foro Traiano e di li passò nel sec. XV nella via Papale (ora corso Vittorio Emanuele), dove il primitivo palazzo distrutto dai lanzichenecchi di Carlo V nel sacco di Roma (1527) fu riedificato nella forma attuale da Lorenzo Lotti, detto il Lorenzetto.

Le persone più insigni di questa famiglia sono: Andrea, cardinale, n. a Roma il 30 dic. 1463 , ivi m. il 3 ag. 1534. Dopo aver viaggiato in Europa e in Persia, tornò a Roma nel 1495 e fu vescovo di Crotone (2 dic. 1496) poi di Mileto ( 1508 ) e in tale qualità partecipò al 3^{°} Concilio Lateranense (1512). Da Leone X fu nominato reggente della Cancelleria apostolica e poi cardinale del titolo di S. Agnese in Agone (I luglio 1517). Ebbe in commenda varie abbazie e numerosi vescovati anche contemporaneamente. Clemente VII gli affidò la legazione di Napoli (1523). Durante il sacco di Roma del 1527, benché parteggiasse, secondo la tradizione della famiglia, per i Colonna e gli imperiali, ebbe saccheggiato il palazzo e dovette pagare una forte somma per riscattarsi.

Nel 1532 riesaminò con il card. A. del Monte per incarico di Clemente VII la controversia sorta tra gli Osservanti e gli Eremiti francescani (Cappuccini) (cf. Wadding, Annales, XVI, II, p. 335). Nell'age, del 1533 ebbe le sedi di Albano e Palestrina. Fu uomo * di grande senno e prudenza * conoscitore e raccoglitore di antichità.

Bist.: G. Moroni, Dizionario di sradia, storica est., LXXXVIII, Venezia 1898, p. 50 e passim (v. indice); L. Passerini, Sigillo del card. A. D. V., in Periodico di nominatios e sfrogistica, 5 (1873), pp. 265-70 e estratto; Pastor, IV, i e n. v. indice; E. Rodocanachi, Rome au temps de Tales II et de Léon X. Parigi 1912, v. indice.

Renato Orsai Azeondo
Pietro, viaggiatore, n. a Roma l'ri apr. 1586, m. ivi, il 21 apr. 1652. Dopo gli esercizi letterari e artistici della giovinezza lasciò la sua città, e tra brevi fughe oltremare, stette a Napoli fino al 1614, dove conobbe M. Schipano, cui dedicò le 54 lettere intorno ai suoi viaggi, ricche di preziose informazioni e utilizzate dai geografi e altri viaggiatori.

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L'8 giugno del 1614 iniziò da Venezia il lungo itinerario : dopo una sosta a Zante e fra i luoghi che credette le rovine di Troia, approdò a Costantinopoli; di qui ad Alessandria e al Cairo. Sall sul Sinai e da Suce si portò a Gerusalemme (Pasqua del 1616). Osservando e annotando continuò il pellegrinaggio verso Damasco, Aleppo, Bagdad e la Persia, toccando quivi varie città. Il 1621 era a Perscboli e primo ne descrisse le iscrizioni cuneiformi. Si diresse nell'India, un po' costeggiandola, fino a Calcutta e un po' internandovisi, fino al Gugenot. Altre soste in Arabia e infine ritornò a Roma il 28 marzo del 1626, ricevuto con grandi onori da Urbano VIII.

Il D. V., fra l'altro, copiò le iscrizioni della moschea di at-Tajjibah (Sirio); acquistò molti manoscritti che lasciò alla biblioteca Vaticana, ov'è conservata la sua epistola (risdinh) apologetica della religione cattolica in persiano; tradusse in latino un catechismo sl'ita e in persiano il trattato dell'ex-gesuita C. Borri sul sistema di Tycho Brolhè. - Vedi tav. LXXXIX.

Bibl.: Opere: P. D. V., Viaggi... descritti in 54 lettere ai famigliari, 4 voll., Roma 1650-58: se ne ebbero varie ristampe e traduzioni in parecchie lingue. La migliore e più adoperata ed. it. è quella in 3 voll., Torino-Bricbion 1843. I. Ciampi, P. D. V., in Nuovo antologia, 2^{2} serie, 17 (1879), pp. 221-42. 442-83, 523-66; 18 (1879), pp. 91-127, 463-92 ripubblicate con aggiunto e incurazioni. Roma 1880; G. Pennesi, P. D. V. e i suoi viaggi in Turchia, Persia, e India, in Boll. d. R. Soc. Geogr. It., 3 (1890), pp. 950-72, 1063-1101; P. D. V., Viaggio in Levante, a cura di L. Bianconi, Firenze 1942; G. Furlani, P. D. V. sui Tezidi, in Oriente moderno, 24 (1942), pp. 17-26. L'Elenon dei manuscritri persiani della biblioteca Vaticana di E. Rossi (Studi e Testi, 136), Città del Vaticano 1948, contiene interessanti notizie sui manoscritti di P. D. V. Alessandro Bausani

DELLA VALLE, Federico. - Poeta tragico, n. ad Asti nel 1565 ca., m. nel 1628 o 1629 , rimesso in luce dal Croce, che ne ha ristampato le tragedie, accompagnandole con un saggio critico.

Fu scrittore e poeta ammirato alla corte dei Savoia. Nel 1627 pronunciò a Milano l'orazione funebre per la morte di Filippo III di Spagna e diede alle stampe le tragedie Todith ed Esther, alle quali seguì nel 1628 la Reina di Scotia, dedicata a Urbano VIII. Nel 1629 il nipote Federico Parona curava la pubblicazione della tragicommedia Abidonda di Frigia. Le due prime tragedie sono dedicate "all'altissima Reina de' cieli" di cui le protagoniste sono prefigurazioni. Il D. V. è, dei poeti del Teso, il più dotato di umanità e di pensosità morale. Egli «sente il dramma umano, con strasio, con pietà, con gentilezza, con ammirazione per le prove di virtù in tutte le sue forme" (B. Croce).

BibL.: Opere: P. D. V., Tragedia a cura di C. Filosa, Bari 1939. Studi : B. Croce, Le tragedie di F. D. V. di Asti, in Nuovi saggi di letteratura italiana del Seicento, (vi 1931, p. 46 sgg.: C. Filosa, Contributo allo studio della bibliografia di F. D. V., in Giorn. stor. lett. it., 112 (1938), pp. 161-210; A. Momigliano, Storia della letteratura italiana, Milano 1947, pp. 280-89.

Dante Franczai
DELLA VIGNA, Pietro: v. mer della vigna.
DEL LUNGO, Isidoro. - Letterato, n. a Montevarchi il 20 dic. 1841, m. a Firenze il 4 maggio 1927. Alunno degli Scolopi, maestro tra i più venerati, riconosceva «essere moralmente deboli le scuole di uno Stato in lotta con la Chiesa" (lettera del 15 genn. 1873 a Cesare Guasti), per cui auspicava una conclusione fra i due poteri. Ricercatore tenace, valutò epoche e personaggi non trascurando i criteri etici.

Presidente della Crusca, collaborò assiduamente alla quinta edizione del Vocabolario. La sua abilità di erudito è legato soprattutto al Trecento toscano: Dante nei tempi di Dante (Bologna 1888); Dal secolo e dal poema di Dante (ivi 1898); La donna fiorentina del buon tempo antico (Firenze 1906); I Bianchi e i Meri (Milano 1921). Con La Cronica del Compagni (Firenze 1879-87) e Storia esterna della Cronica (2 voll., Milano 1917-18), volle dimostrare contro Scheffert-Boichord e altri studiosi, la paternità diniana della Cronica. Contribuì efficacemente all'edizione nazionale delle opere di Galileo e promosse le letture dantesche in Orsanmichele. I suoi tre volumi sul Poliziano (Prose volgari inedite e poesie latine [Fi-
renze 1867]); Florentia: Uomini e cose del Quattrocento (ivi 1897); Le Selve e la Strega (ivi 1925), sono fondamentali, anche se sorpassati per la critica dei testi. Sobrio e preciso il suo commento alla Commedia (ivi 1926).

Bibl.: A. Gigli e C. Mazzi, L'opera letteraria e civile di I. D. L., Firenze 1922; G. Mazzoni, I. D. L., in Nuova antologia, 62 (1947), p. 263 sgg.; V. Cian, I. D. L., in Giorn. stor. lett. it., 89 (1927), pp. 396-98; M. Barbi, I. D. L., in Studi danteschi, 12 (1927), pp. 195-97; G. Lipparini, I. D. L., in Convivium, 12 (1940), pp. 217-29; E. Allodoli, I. D. L., studioso dell' Umanesimo, in La rinascita, 4 (1941), p. 77 sgg.; id., I. D. L., in Nuova antologia, 76 (1941), pp. 421-23.

Enzo Navarra
DELMARE, Paolo Marcello. - Teologo, n. a Genova nel 1734 da famiglia israelita, m. il 17 febbr. 1824. Battezzato nel 1733, ordinato sacerdote nel 1758 a Roma, ove attese a opere di ministero. Occupò (1783) la cattedra di teologia a Siena, e dal 1789 a Pisa quella di S. Scrittura.

Nella controversia, allora agitata, sulla liceità ed estensione della comunicazione in sacris tra gli Armeni uniti e quelli dissidenti, s'adoperò per non far estendere tale comunicazione oltre la comunanza del calendario liturgico, difendendo, a tal fine, la censura dell'Università di Siena contro la sentenza contraria, nella sua pubblicazione: Principes théologiques pour servir de préservatif contre les erreurs de l'Examen (Siena 1786). Ligio al giansenismo, favorì e difese l'edizione del Catechismo universale di Gourlin, 3 voll., Genova 1779 (all'Indice il 20 genn. 1783). Molto più si compromise con la pubblicazione delle Prestaciones de locis theologiae Senis habitae, s. n. t., messe all'Indice il 9 dic. 1793 e condannate dal S. Uffizio il 5 marzo 1793. Nel 1817, però, fece piena ritrattazione dei suoi errori.

Bibl.: G. de l'ère, s. v. in Nouv. biogr. géner., XIII, col. 483; E. Mangenot, s. v. in DThC, IV, col. 26 r. Vito Zollini

DEL MEDIGO, Elia. - Filosofo e talmudista, n. in Candia (per cui è spesso chiamato Helias Cretensis) ca. il 1460 , m. ivi ca. il 1493. Ebbe, insieme ad una formazione strettamente ebraica, larga cultura classica. Frequentò diverse città d'Italia, come Padova e Firenze, dove insegnò filosofia.

Ebbe fra i suoi discepoli Pico della Mirandola (v.), con il quale rimase legato in stretta amicizia. Nelle sue numerose pubblicazioni aderì alla più genuina tradizione giudaica, polemizzando con i caraiti e i cabalisti. In filosofia seguì Maimonide ed Averroè. L'opera sua principale è un'apologia della religione giudaica, scritta in ebraico, Bèhlouth had-dith ("Esame della religione"). Con i suoi scritti in latino contribuì efficacemente a far conoscere ai cristiani il pensiero filosofico del giudaismo medievale.

Bibl.: U. Cassuto, Gli Ebrei in Firenze nell'età del Rinascimento, Firenze 1918, pp. 283-92. Angelo Penna
DEL MEDIGO, Giuseppe Salomone. - Astronomo, matematico e filosofo ebreo, n. in Candia (Creta) il 16 giugno 1591, m. a Praga il 16 ott. 1655. Esercitò la professione di medico e, all'occasione, quella di rabbino. Studiò all'Università di Padova, avendo per maestro anche Galileo Galilei. Tornato in patria ca. il 1673 , iniziò presto un continuo pellegrinaggio nei paesi dell'Asia occidentale e in gran parte dell'Europa, specialmente settentrionale, riscuotendo contemporaneamente onore e disprezzo presso i suoi correligionari.

Spirito inquieto, oscillò spesso fra posizioni antitetiche: ora, infatti, appare libero pensatore, ora credente ortodosso, ora freddo critico, ora fervente mistico. Per paura di essere dichiarato eretico, sovente occulto il suo vero pensiero; ma in genere inclinò in religione verso la setta dei caraiti e simpatizzò per la Cabala. Pare che molte delle opere, menzionate nei tre scritti principali giunti fino a noi, non le abbia composte mai. Di lui si ha: 1) uno scritto di cultura generale, intitolato 'Elim, ove si risolvono 70 dubbi su argomenti diversi; 2) TV/abindih Hokmah; 3) una lettera al curiata Serab ben Nāthān. Angelo Penna

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DEL MUSCIO, Gian Gaetano. - Scolopio, matematico, n. a Foggia il 5 febbr. 1746, m. a Napoli, arcivescovo di Manfredonia, il 25 dic. 1808. Tra i più insigni matematici napoletani del sec. xvili, fu il primo che nel pubblico insegnamento introdusse le lezioni del calcolo infinitesimale.

Fu lettore di matematica della nascente Università di Malta, donde, tornato in patria, insegnò per molti anni nel collegio militare della Nunziatella di Napoli, nel collegio Ferdinandiano, e finalmente nella stessa Università di Napoli, ove ottenne per concorso la cattedra di fisica.

Innumerevoli gli allievi da lui formati nelle tre cattedre suaccennate; nella Nunziatella, poi, era il primo del collegio tra i professori, e godette sempre la stima dei cadetti militari. Ancora dopo 70 anni si lodavano in quel collegio le cosiddette formulette del p. D. M., con le quali non esisteva problema di balistica che non fosse risolto presto. Nel 1792 fu fatto vescovo di Cerignola e S. Severo e nell'esame consueto davanti al papa Pio VI confutò con le matematiche l'opera del Kraig, ciò che destò le meraviglie di tutti i presenti, e più di tutti del Papa, il quale alzatosi così disse: "E chi avrebbe detto che nella stessa sala, in cui una volta fu condannato chi con le matematiche fu creduto di aver offeso la fede, ora con la scienza medesima se ne dovesse confermare la stabilità?".

Da Cerignola passò più tardi a Manfredonia; gli anni del suo episcopato furono però turbati dalle vicende dei tempi.

BibL.: Di lui vivente si parlò e si scrisse in accadernic e pubblicazioni tedesche. Cf. Zusätze zu den neuesten Reisebeschreibungen von Italien... di J. Bernoulli, 3 voll., Lipsia 1777-82; A. de Mari, Elogio storico del p. G. G. D. M. delle Scuole Pie, Foggia 1874; T. Viñas, Scriptores Scholarum Pinnum, III, in. Roma 1911, p. 224; L. Picanyol, Inssegus di storia e bibliografia scolopica, II, ivi 1937, p. 38.

Leodegario Picanyol

## DE LOCIS SANCTORUM MARTYRUM :

## v. itinerari.

DELP, Alfred. - Gesuita, n. il 15 sett. 1907 a Mannheim, m. il 2 febbr. 1945 a Berlino. Convertitosi alla fede cattolica, entrò nel 1926 nella Compagnia di Gesù e divenne nel 1939 collaboratore di Stimmen der Zeit, occupandosi soprattutto di argomenti di carattere sociale.

Avverso al regime nazionalsocialista, si trovò nel 1942 in contatto con Helmuth von Moltke, intorno al quale gravitava l'opposizione del cosiddetto circolo di Kreisau. Arrestato dopo l'attentato del 20 luglio 1944 contro Hitler, fu condannato a morte nel genn. del 1945 e giustiziato qualche settimana dopo. I suoi articoli in Stimmen der Zeit, le sue prediche ed il suo diario furono pubblicati dal padre Bolkovac (Christ und Gegenwart, 3 voll., Francoforte sul Meno 1949).

BinL.: R. Pschol, Deutscher Widerstand, Erlenbach-Zurigo 1947, passim.

Silvio Furlani
DEL PAS, ÂNGEL, venerabile. - Frate minore spagnolo, teologo, esegera, predicatore e scrittore ascetico, n. a Porpignano (Catalogna) nel 1540, m. a Roma il 23 ag. 1596. Predicò in molte città d'Italia, specialmente a Genova con il Panigarola. La sua causa di beatificazione è stata introdotta il 7 giugno 1625 .

Lasciò 30 opere, tra le quali notevoli i commenti In Symbolum (2 voll., Roma 1596-1614), In Marci Evangelium (ivi 1623) e In Lucae Evangelium (ivi 1625), oltre diversi opuscoli ascetici fra cui: Breve trattato del conoscere et amare Iddio (ivi 1596).

BinL.: Wadding, Scriptores, pp. 20-21; Sbaralea, I. p. 46; F. S. Melchiorri da Carreto, Annales Minorum, XXIII, 2^{°} ed., Firenze 1934, pp. 265-73; Hurter, III, coll. 246-47.

Felicissimo Tinicella
DELPINO, Federico. - Botanico, n. a Chiavari il 7 dic. 1833, m. a Napoli il 14 maggio 1905. A Firenze lavorò nel museo botanico e fu nominato professore all'istituto forestale di Vallombrosa. In
seguito occupò le cattedre di Genova, Bologna e Napoli. Ebbe una concezione antidarvinista e antimaterialista. Si occupò della fecondazione delle piante e può considerarsi il fondatore della biologia vegetale.

BinL.: F. Morini, in Rend. Arc. scienze di Bologna, nuova serie, 9 (1904-1905), pp. 113-45 con bibl. completa delle opere. Enrico Urbani

DEL RICCO, Gaetano. - Scolopio, matematico, n. a Firenze il 3 giugno 1756 , m. ivi il 4 febbr. 1818. Studiò le matematiche sotto p. Canovai, con cui si unì più tardi per i lavori matematici che resero celebre il loro nome in tutta Italia e anche fuori. Creato primo direttore dell'Osservatorio Ximeniano di Firenze, ne migliorò subito le condizioni, curandone altresi l'ampliamento.

L'attività del D. R. fu più di studioso che di scienziata; curò la ripubblicazione di parecchie opere scientifiche, come le celebri Tavole del Gardiner e il Corso di matematiche del Marie, riordinato ed arricchito non solo di molte aggiunte, ma di trattati interamente nuovi. Casalizzato dal Canovai, iniziò opere astronomiche quando ebbe come allievo e assistente il giovane scolopio Giovanni Inghirami. Intuito l'ingegno di questo suo alunno lo preparò seriamente per averlo a successore, mandandolo a Milano, perché studiasse sotto gli astronomi lombardi Oriani e De Cesaris. Altre incombenze di vario genere possvano sul D. R., specie come superiore provinciale di Toscana nei tempi napoleonici, le quali tutte assolse da par suo, essendo stato un modello di perfetto scolopio.

BinL.: A. Choccucci, Commentario della vita e delle opere del p. Panopilio Pozzati S. P., Firenze 1858, pp. 227-239; T. Viñas, Scriptores Scholarum Piarum, III, Roma 1911, p. 122; S. Ferrighi, L'osservatorio Ximeniano di Firenze, Brescia 1952, pp. 29-36.

Leodegario Picanyol
DELRIO, Martin Antonio. - Gesuita, csegeta e teologo, n. ad Anversa il 17 maggio 1551, m. a Lovanio il 19 ott. 1608.

Di straordinaria erudizione e cultura, pubblicò, appena ventenne, i suoi Commentari su C. Claudiano (Anversa 1571), cui seguirono quelli su C.I. Solino (ivi 1572) e L.A. Seneca (ivi 1576) e una Miscellanea scriptorum ad universum ius civile (Parigi 1580). Lo stesso anno entrò nella Compagnia di Gesù, nella quale insegnò filosofia a Douai, teologia ed esegesi a Liegi, Lovanio, Graz, Salamanca, pubblicando commentari sul Cantico dei Cantici (Ingolstadt 1604), le Lamentazioni di Geremia (Lione 1608), il Genesi (ivi 1608) e altri lavori letterari.

Ma l'opera sua più importante è Disquisitionum magicarum libri VI (3 voll., Lovanio 1599), molto lette e seguite (se ne fecero 20 edizioni fino al 1755). Qui, se egli apporta una grande erudizione, alla quale attinsero abbondantemente gli scrittori posteriori di demonologia e di magia, non dimostra però il necessario spirito critico; accoglie molti fatti, senza vagliarne né l'autenticità né la veridicità, conducendo così a giudizi errati, che si dimostrarono fatali nei tristi e deplorevoli processi contro le streghe e in generale contro l'arte della magia.

BinL.: Sommervogel, II, coll. 1894-1905; Hurter, III, coll. 489-94; B. Dahr, Stellung der Tesuizco bei den deutscben Hexenprozessen, Friburgo in Br. 1900; id., Geschichte der Jesuiten in den Ländern deutscher Zunge, I, ivi 1907, pp. 747-51; II, n. ivi 1913, pp. 508-11.

DELTA DEL NILO, vicariato apostolico del : v. egitto.

DE LUCA, Giovanni Battista. - Giurista, n. a Venosa il 1614, m. a Roma il 5 febbr. 1683. Studiò giurisprudenza a Salerno e a Napoli dove conseguì la laurea a 21 anni ed esercitò a lungo l'avvocatura finché passò a Roma nel 1645 . Fattosi ecclesiastico, fu uditore, e segretario dei memoriali, ed il 1^{°} sett. 168: fu creato cardinale da Innocenzo XI.

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La sua opera principale è il Theatrum veritatis et instituto, sive decisivi discursus per materias seu titulos distincti, etc., in 21 tomi compresi i supplementi (Roma 1669-73 e Venezia 1734): specie di repertorio contenente in ordine di materia le allegazioni forensi e i discorsi fatti da lui nell'esercizio dell'avvocatura. Ad ogni libro è apposta alla fine un'esposizione dottrinale.

Una riduzione di quest'opera in lingua italiana fu fatta dallo stesso D. L. successivamente, sotto il titolo Il dottor volgare ovvero il compendio di tutta la legge civile, canonica, feudale e municipale nelle cose più ricevute nella pratica, ecc., in 15 II. (Roma 1673). Famoso è pure il suo Discorso dello stile legale, nel quale propugna tra l'altro l'uso della lingua italiana nei giudizi.

II D. L. è la figura più rappresentativa della giurisprudenza pratica del sec. xvir. Egli parte da una giusta importanza da attribuire agli usi ed alle leggi particolari dei popoli di fronte al diritto comune, affermando che l'autorità delle leggi civili nasce dal consenso e dall'uso dei popoli. Egli critica altresi il malvezzo di dare autorità alle dottrine giuridiche in base al numero aritmetico degli aderenti, sostenendo che invece non si deve considerare il numero, ma la qualità dei dottori e quella dei loro fondamenti e ragioni.

Gli si debbono pure attribuire gli Instituta civilia, opera istituzionale ad imitazione della giustinianea, uscita postuma a cura del Crescindieni e che analogamente al Dottor vulgare contiene richiami di riferimento all'opera più vasta del Theatrum.

II D. L. rivela una mente aperta ed uno spirito brillante non alieno talora dall'ironia caustica ed il senso di una veduta ampia e moderna dei problemi giuridici. Le sue opere si distinguono per la loro grande informazione canonistica, e d'altra parte la stessa applicazione del diritto civile vien trattata con quello spirito di equità canonica che aveva la sua particolare efficacia e la sua naturale sede nei tribunali dello Stato della Chiesa, soprattutto in quello della Rota Romana.

Biel.: G. Rapolla, Del card. D. L. giureconsulto venosino, Portici 1899; Hurter, IV, coll. 579-81. Antonio Rota

DELUIL MARTINY, Marie de Jésus. - Religiosa, fondatrice delle Figlie del Cuore di Gesù (v.), n. a Marsiglia il 28 maggio 1841, ed ivi m., il 27 febbr. 1884, uccisa da un giardiniere della Casa da lei fondata. Educata dalle Suore della Visitazione, procurò la diffusione della "Guardia d'Onore" al S. Cuore. Animata da un profondo spirito di riparazione delle offese datte al S. Cuore, molto lavorò e soffri per questo suo alto ideale. E in corso la sua causa di beatificazione.

Biel.: Pensées de la servante de Dieu mire Marie de Jésus, Roma 1918; L. Leplace, La madre M. d. G. D. M., trad. it., Milano 1925; R. Gorrigou-Lagrange, La vita interiore della madre M. di G. D. M., ivi 1939.

Silverio Mattei
DE MAGISTRIS, Simone. - Erudito ecclesiastico, n. a Serra di Scopamene (Corsica) il 28 febbr. 1728, m. a Roma il 6 ott. 1802. Venuto giovanissimo a Roma, entrò nella Congregazione dell'Oratorio e si applicò con ardore allo studio delle antichità ecclesiastiche e delle lingue orientali, acquistandovi grande perizia e reputazione. Fu caro ai papi Clemente XIV e Pio VI, dai quali ebbe importanti incarichi di ricerche storiche e letteraric. Nel 1791 fu nominato vescovo titolare di Cirene e l'anno appresso venne preposto alla direzione della tipografia di Propaganda. Nelle sue pubblicazioni, tutte anonime, con una stupenda erudizione non va dai pari il giudizio critico.

Scritti : Osservazioni sopra d'un libro intitolato : "Dell'origine e del commercio della moneta e dell'istituzione delle zecche in Italia" [del conte Gian Rinaldo Carli] in quanto appartiene alla Zecca pontificia (Roma 1752); P. Iosephi Bianchini elogium historicum (ivi 1764); Daniel secundum Septuaginta ex Tetraplis Origenis nunc primum
editus e singulari Chisiano codice (ivi 1772); Acta martyrum ad Ostia Tiberina sub Claudio Gothico nunc primum graece prodeunt ex ms. codice R. bibliothecae Taurinensis (ivi 1795); S. Dionysii Alexandrini episcopi, cognomenta Magni, opera quae supersunt omnia (ivi 1796); Gli Atti di cinque martiri nella Corea (ivi 1801).

Alberto Vaccari
DEMAGOGIA. - La d., secondo il senso etimologico arte di guidare il popolo, non ha avuto sempre il significato peggiorativo, che oggi le si attribuisce. Nell'antica Grecia era demagogo o l'oratore eloquente o l'uomo di Stato, che sapeva esercitare la propria influenza sul popolo e se ne costituiva il capo, come, ad es., Pericle. La d. ottiene una valutazione del tutto negativa presso Aristotele, secondo il quale la degenerazione della democrazia in oligarchia e tirannia deve attribuirsi all'azione dei demagoghi, che stanno anche all'origine delle rivoluzioni. Eccitando le passioni del popolo contro i ricchi, sollevano l'odio e il disprezzo per il governo, o sfruttando il favore delle masse, gli interessi delle quali simulano di difendere, tendono a stabilire la propria tirannia.

Il senso peggiorativo, attribuito da Aristotele alla d., rimane oggi l'unico in cui la parola viene intesa. Essa indica o l'azione degli agitatori del popolo, che, soffiando sul fuoco delle sue passioni, mirano a sollevarlo contro le istituzioni esistenti, o le forme corrotte di democrazia, nelle quali alla libertà si sostituisce la dittatura e la tirannia popolare, o la politica fiacca e arrendevole, che cede ai movimenti di piazza e tende ad accontentare le pretensioni non sempre giuste delle masse agitate, con scapito degli interessi più generali della collettività.

La d. non deve essere confusa con la democrazia, sebbene i regimi democratici vadano facilmente soggetti alla corruzione demagogica, particolarmente presso i popoli non sufficientemente maturi, per rispettare le regole dell'ordinate competizioni politiche. Nelle varie epoche della storia parecchi sono stati i demagoghi, che hanno lasciato traccia della loro opera. Animati sovente da fanatismo ideologico e da ideali intensamente vissuti sebbene non sempre adeguati alla realtà, hanno tirato dietro di loro le masse, esercitando un influsso straordinario sul loro animo, come, ad es., Cola di Rienzo sulla plebe romana. La d. è diventata invece un metodo per le moderne correnti del socialismo e del comunismo, le quali se ne servono come mezzo, per scardinare le istituzioni borghesi e condurre il proletariato alla dittatura sulla vita pubblica.

Biel.: W. A. Dunning, A history of political theories, Nuova York 1910, passim; P. Janet, Histoire de la science politique dans ses rapports avec la morale, Parigi 1925, passim.

Antonio Messineo
DE MAISTRE, JOSEPH : v. MAISTRE, JOSEPH de.
DE MANDATO, Pio. - Gesuita, n. a Napoli l'1 dic. 1850, m. a Roma l'1 1 apr. 1914. Consacrò gran parte della sua attività alla lotta contro i protestanti, i quali, dopo il 1870 , tentavano un'azione di propaganda nel centro stesso del cattolicesimo.

Pubblicò un manuale di filosofia: Institutiones philosophicae (Roma 1894 ; 4ª e 5ª edd. [ivi 1929], curate da C. Boyer); Il Protestantesimo, la sua origine, le sue basi (ivi 1902); Il cattolico premunito contro gli attacchi dei protestanti (ivi 1904); Dissertazioni filosofiche (ivi 1907), ecc.

Biel.: L'Università Gregoriana del collegio Romano, Roma 1925, n. 123.

Carlo Boyer
DEMANTIUS, Christoph. - Musicista, n. a Reichenberg in Boemia il 15 dic. 1567, m. a Freiberg in Sassonia il 20 apr. 1643.

Cantore, compositore, teorico; scrisse molta musica fra cui un Te Deum a 6 voci; Trias precum vespertinarum; magnificat, salmi, ecc., a 6 voci; Corona harmonica, mottetti a 6 voci; Triades Sionine; introiti e messe a 5 e 8 voci; ecc. Pubblicò nel 1592 e 1607 due opere teoriche sulla forma e l'arte musicale.

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Bibl.: R. Kade, C. D., in Vierteliahresschrift für Musikwissenschaft, 6 (Lipsia 1892), p. 469 sge.; F. Moissl, C. D., Reichenberg 1906.

Anna Maria Gomili
DE MARCHI, Emilio. - Romanziere, n. a Milano il 31 luglio 1851, m. ivi, il 6 febbr. 1901. Fu segretario dell'Accademia scientifico-letteraria della sua città, consigliere comunale di parte moderata, membro del consiglio degli orfanotrofi e dei luoghi pii.

Datosi al giornalismo (fu tra i fondatori della Vita nuova), creò il romanzo italiano d'appendice. Per opporsi alla propaganda estremista pubblicò, dopo il 1898 , La buona parola, collana di lettura popolari. Nei romanzi (Il cappello del prete [1888]; Demetrio Pianelli [1890]; Arabella [1892]; Giacomo l'idealista [1897]; Col fuoco non si scherza [1901]), pur movendosi nella tradizione del Manzoni, ascoltò le suggestioni del verismo francese e fogazzariano e si rivelo garbato e preciso narratore. L'Età preziosa (1887), raccolta di ammonimenti ai giovani dai quattordici ai venti anni, costituisce un manuale di educazione tra i più agili ed efficaci. Scrisse anche novelle e una commedia e tradusse in versi le favole del La Fontaine. La sua visione cattolica non raggiunse la serenità manzoniana: "saggio consigliere quando parlava come educatore, i suoi libri d'arte concludono con lo strazio e con l'angoscia disperata. La sua intuizione della vita, quale si riflette nella sua arte, fu dolorosa" (B. Croce).

Bibl.: F. Meda, E. D. M., Roma 1902; B. Croce, La letteratura della nuova Italia, III, Bari 1912, pp. 125-62; A. Sacheli Grisoni, La vita e l'arte di E. D. M., Genova 1925; N. Sammartano, E. D. M., Palermo 1926 (con bibl.); A. Pompeati, E. D. M., in Rivista d'Italia, 29 (1926), pp. 367-89; C. Linati, Un romanziere lombardo: E. D. M., in Nuova antologia, 61 (int. 1926), pp. 434-60; G. Bertacchi, Commemorazione di E. D. M., Milano 1927; A. Posante, Due manzoniani: Nievo e D. M., Trieste 1930, pp. 133-240; V. Branca, E. D. M., Brescia 1946. Enzo Navarra

DE MARIA, Michele. - Gesuita, n. a Cervinara (Avellino) l'8 febbr. 1836, m. a Roma il 16 febbr. 1913. Fu professore di filosofia all'Università Gregoriana in Roma (1880-98) quando rifioriva il tomismo per l'opera incitatrice e protettrice di Leone XIII. Dal 1898 al 1913 fu Prefetto degli studi nella stessa Università. Il suo tomismo fu fervido, pur indulgendo a qualche interpretazione personale.

Opera principale: Philosophia peripatetico-scholastica ex fontibus Aristotelis et s. Thomae Aquinatis expressa..., 3 voll. (a* ed., Roma 1898), con breve elogiativo di Leone XIII. Il D. M. curò inoltre l'edizione di varie opere di s. Tommaso, particolarmente S. Thomae Aquinatis... opuscula philosophica et theologica... Accedunt quaestiones quodlibetales... (Città di Castello 1886).

Bibl.: A. Michelitsch, Illustrierte Geschichte der Philosophie, II, Graz 1933, p. 762.

Amato Masnovo
DEMAS. - Discepolo di s. Paolo, ricordato in II Tim. 4, ro con una nota poco lusinghiera: «D. mi ha abbandonato per amore del secolo presente, e se n'è andato a Tessalonica». Il nome ( Δ η μ \tilde{α} ς ) può essere un'abbreviazione di Δ η μ \dot{η} τ ε ι ς. Dal tono non eccessivamente duro usato da Paolo sembra potersi arguire che D. non sia un apostata. Si tratta, ad ogni modo, di una vittima della paura, o piuttosto della preoccupazione per interessi temporali. In questa seconda ipotesi, il «secolo presente» ( 6 \sqrt{v} v alúv) deve significare il mondo del commercio e della ricchezza. D. lo ha amato al punto da abbandonare Paolo prigioniero quando la sentenza, sfavorevole all'Apostolo, si poteva presentire imminente. Forse andò a Tessalonica o perché oriundo di questa città o perché vi aveva interessi commerciali. D. era stato al fianco di Paolo anche durante la prima prigionia romana : è ricordato in Col. 4, 14, a paragone di Luca, in maniera molto asciutta, con il solo nome. In Philem. 24, 3006, egli riceve, in gruppo con Marco, Aristarco e Luca, il titolo di cooperatore ( σ v κ ρ γ δ ς ).
J. Chapman ha pensato che D. debba identificarsi con quel Demetrio che è ricordato con onore in III Io. 12; mentre per V. Bartlet sarebbe l'argentiere di Eleso, convertito (cf. J. Chaîne, Les épiltres catholiques, Parigi 1939, pp. 239, 258). Nel primo caso si dovrebbe supporre un generoso ritorno di D. alla vita apostolica, contrariamente all'opinione di Epifanio (Eber., LI, 6: PG 41, 897), che novera D. tra gli eretici. Negli Atti di Paolo e di Tecla, 1. 4. 12. 14 (ed. L. Vouaux, Parigi 1913, pp. 146, 152, 172; 172) è presentato, con Ermogene, come ipocrita e geloso di Paolo.

Bibl.: E. Levesque, s. v. in DB. II, col. 1358; R. M. Berd. s. v. in Dict. of the Bible, I, p. 589; W. Lock, The Pastoral Epistles, in The International Critical Commentary, Londra 1914, p. 117; P. C. Spice, Les épiltres pastorales, Parigi 1947, p. 391.

Tradorico da Castel San Pietro
DE MATTHIAS, Maria, venerabile. - Religiosa, fondatrice delle Adoratrici del Preziosissimo Sangue, n. a Vallecorsa (Frosinone) il 4 febbr. 1805, m. a Roma il zo ag. 1866. Il provvidenziale incontro con il b. Gaspare del Buldo fa decese a dare un nuovo indirizzo alla sua vocazione religiosa, dedicandosi alla formazione spirituale e all'istruzione della gioventù. Soffri pazientemente incomprensioni e lotte per il suo istituto, che prima di morire poté vedere riconosciuto dalla S. Sede. Ne è imminente la beatificazione.

Bibl.: M. E. Pietromacchi, Vita della ven. M. D. M., Isola Liri 1947.

Silvizio Menci
DEMENZA. - Perdita più o meno rapida e completa del patrimonio ideativo già costituito, in età giovanile o più spesso dopo il pieno sviluppo della maturità, per alterazioni funzionali o per lesioni anatomiche delle zone psichiche della corteccia cerebrale. La facoltà di controllo delle emozioni e i poteri più elevati dell'intelligenza (logica, critica) sono particolarmente colpiti; il blocco funzionale o la distruzione a focolai delle zone di localizzazione di determinate categorie d'immagini sensoriali o psicomotorie contribuisce al manifestarsi e aggrava il difetto mentale. La d. si differenzia dalla frenastenia in cui il disturbo dell'intelligenza è legato a mancato o insufficente sviluppo dei centri nervosi.

Nei riguardi delle cause : d. senile (legata a processi involutivi propri dell'età), d. encefalo-malacica (da rammollimento e distruzione degli elementi nervosi centrali, per emorragie o ostrazioni di vasi cerebrali), d. sifilitica (da lesioni sifilitiche della circolazione cerebrale, simili a quelle dell'arterio-sclerosi cerebrale, o da distruzione degli elementi corticali operata dagli spirocheti, come nella d. paralitica), d. schizofrenica (v. schizofrenici), d. epilettica, ecc. Il quadro clinico della d. è di solito progressivo e irreparabile.

Bibl.: U. Cerbett, Lezioni di clinica delle malattie nervose e mentali, Roma 1946, pp. 176-78.
D. paralitica progressiva (paralisi progressiva, periencefalite cronica). - Malattia nervosa e più particolarmente mentale, causata dalla localizzazione dello spirochete della sifilide nella corteccia cerebrale; colpisce per lo più uomini fino allora validi e perfettamente sani di mente, in media età ( 30-50 anni), che in giovinezza contrassero la sifilide curandola imperfettamente o non curandola per nulla. Il decorso, pur attraverso soste fatalmente progressive, nel 40 \% dei casi, anche se ben curati, conduce alla morte in pochi anni ( 1-5 ) dopo aver causato una completa dissoluzione dell'intelligenza e del carattere, una piena rovina di tutto l'organismo fisico.

La malattia si inizia con un progressivo e lento indebolimento dell'intelligenza, da principio tale da poter essere attribuito a semplice forma neurastenica (apatia, contegno inoperoso); in seguito si svolge nel quadro d'una d. sempre più manifesta, con la scomparsa graduale delle tracce mnemoniche,

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dapprima le più recenti, infine le più remote e personali (paese di nascita, stato civile, numero dei figli, professione, ecc.). Assai importanti i disturbi della sfera affettiva (indifferenza a quanto avviene nell'ambiente e alla propria grave decadenza fisica che procede parallelamente a quella intellettuale). Ingannevoli periodi di sosta possono far pensare a guarigione; ma il male fatalmente riprende il suo corso fino alle ultime conseguenze.

Ad intervalli può presentarsi una caratteristica esaltazione psichica a tipo euforico per cui l'infermo, a dispetto della realtà, è convinto di ottime esuberanti condizioni fisiche e intellettuali, assume aspetto sorridente, divien loquace, turbolento; in combinazione con lo stato demenziale, si sviluppano nell'infermo vere forme di delirio a tipo megalomane; altre volte, particolarmente nei primi tempi della malattia in condizioni mentali ancor buone, malati intelligenti, a conoscenza del loro stato, possono cadere in tale tristezza da essere spinti al suicidio.

Caratteristici del quadro morboso, i sintomi legati alle lesioni delle zone corticali motrici, cioè i particolari disturbi della parola e della scrittura. Il primo, la disartrio, a malattie avanzate, rende il linguaggio completamente incomprensibile per le modificazioni profonde, trasposizioni, mutilazioni di sillabe nelle parole. I disturbi della scrittura (disgrafia) rivelano insieme il disordine motorio paralitico e le alterazioni mentali dell'infermo; appaiono in essa irregolarità del segno grafico con lettere irregolari tremolanti incerte, a volte ridotte a semplici sgorbi, mentre il contenuto ideologico dello scritto divien vuoto, puerile, senza significato, denunziante chiaramente lo stato demenziale dell'infermo.

Accanto ai sintomi mentali, nella d. paralitica progressiva prendono parte i sintomi nervosi : alterazioni dei riflessi pupillari e tendinei, andatura incerta spastica (atassia), alterazioni gravi della sensibilità fino a completa perdita di questa, disturbi a carico della vescica, in alcuni casi lesioni dei nervi cerebrali con paralisi degli occhi, della lingua, ecc., particolarmente nei casi in cui intervengono anche lesioni del midollo (tabo-paralisi).

Per valutare la gravità sociale della malattia, basta considerare la percentuale ( 3-5 \% ) degli individui che, avendo contratta la sifilide, ammalano di d. paralitica progressiva e, nei ricoverati in manicomio, il rapporto (ca. 10 \% ) degli infermi di d. paralitica progressiva alla totalità dei malati di mente.

La cura antiluetica, associata alla provocazione artificiale di accessi febbrili, ottenuti inoculando il plasmodio della malaria (malarioterapia), può condurre a guarigione il 25-30 \% dei malati, a discreto miglioramento un'eguale percentuale d'infermi.

Bint.: U. Cerletti, Riassunto delle lezioni di clinica delle malutie nervose e mentali, Roma 1946, pp. 248-74.

Giuseppe de Ninno
DE MERODE, Saverio: v. merode, Saverio de.
DEMETER, IONaz Anton. - Arcivescovo di Friburgo, n. ad Augusta il 1^{°} ag. 1773, m. a Friburgo in Br. il 21 marzo 1842. Parroco a Lautlingen, a Rastatt ed a Sasbach, ebbe soprattutto a cuore la educazione della gioventù.

Membro del Capitolo del duomo di Friburgo, redasse nel 1833 per l'arcivescovo B. Boll la replica al breve papale del 4 ott. 1833 , in cui Gregorio XVI lamentava le desolate condizioni della diocesi di Friburgo. Alla morte del Boll (1836), il D. fu uno dei candidati governativi alla dignità arcivescovile, dopo la disapprovazione del-
l'elezione dei vicari da parte dell'autorità civile. Come arcivescovo si dimostrò debole di fronte agli abusi dello Stato, soprattutto nella questione dei matrimoni misti.

Boll.: H. Brück, Die oberrheinische Kirchenprozise von ibrer Gründung bis zur Gegenwart, Magonza 1868, passim; E. Göller, s. v. in LThK, III, coll. 199-200, con bibl. Silvio Furlani

DEMETRA. - Dea greca. Per Omero ed Esiodo è la dea dei contadini, dei campi e delle messi; suo dono è il pane, le sono sacri i lavori campestri. Esiodo la dice figlia di Crono e Rea. Ambedue i poeti ricordano il suo amore per Iasione, da cui ebbe Plutone (la ricchezza), e i rapporti con Zeus, padre di Persefone. Nel culto D. è strettamente collegata con la figlia, spesso sono indicate con l'appellativo ale due dee ", ale venerande", ecc. Base del culto è il ratto di Persefone, tema fondamentale dell'unno omerico a D. : Ade, invaghito di Persefone, la rapi; D. afflitta vagò per il mondo alla sua ricerca. Giunta a Eleusi, prese l'aspetto di una vecchia e divenne nutrice di Demofonte, figlio del re, ma sorpresa dalla madre mentre lo teneva sul fuoco per conferirgli l'immortalità, le si rivelò comandandole di istituire in suo onore dei riti che le avrebbe rivelato. Intanto Ade promise di rimandare Persefone alla madre per una parte dell'anno e D. rese la fertilità alla terra divenuta deserta.

Questo mito, che è il centro del culto eleusino, è per alcuni studiosi preellenico, per altri in esso si riunirebbero tre miti, due preellenici ed uno greco. Si tratta di supposizioni, perché non è certo che il fabbricato miceneo al disotto del Telexeteto di Eleusi fosse già allora adibito al culto. Numerose città in Arcadia ricercavano leggende relative alle peregrinazioni di D. Specialmente in Arcadia si avevano molti e strani culti di D. : a Thelpusa figlio di D. sarebbe stato un cavallo; a Figalia il simulacro della dea aveva testa equina e il mantello di Despoins (Persefone), aveva figure animalesche in parte e in parte umane.

Bint.: G. Giannelli, s. v. in Enc. Ital., XII, (1931), pp. 382 383; O. Kern, Demeter, in Pauly-Wissowa, IV, col. 2713 sgg.; E. Cisceri, Culti e miti nella storia dell'antica Sicilia, Palermo 1911, p. 187 sgg.; M. Nilsson, Griechische Feste, Lipsia 1906, p. 301 sgg.; id., Geschichte der griechischen Religion, I, Monaco 1941, p. 433 sgg.

Luisa Banti
DEMETRIADE. - Vergine romana e discepola di s. Girolamo, figlia del console e senatore Olibrio, della famiglia dei Probi, e di Giuliana, della famiglia Anicia, n. tra la fine del sec. Iv e l'inizio del sec. v. Rifugiatasi in Cartagine, durante l'invasione dell'impero da parte dei Goti, s'accattivò l'ammirazione e la benevolenza di tutti per la sua bellezza e le rare virtù morali. Era sul punto di abbracciare lo stato matrimoniale quando, avendo ascoltato un discorso di s. Agostino sui pregi della verginità, decise di consacrarsi interamente a Dio. Allora s. Girolamo, dietro invito della madre e della nonna Proba, le indirizzò una lettera, onde confermarla nella via intrapresa e prevenirla dei pericoli che avrebbero messo a dura prova il suo proposito.

Oltre Agostino e Girolamo, anche il papa Innocenzo I e · Pelagin, non ancora aperto sostenitore delle sue idee eterodosse, le indirizzarono vari scritti. Ben presto l'esempio di D. fu seguito da molti dei suoi congiunti e dei suoi servi, cosicché la sua casa si mutò in un monastero domestico. Con il mutare degli eventi fece ritorno a Roma, perseverando sempre nel proposito ascetico e beneficando tutti. Sotto il pontificato di s. Leone (440-61) edificò a sue spese la basilica di S. Stefano sulla via Latina. E questa l'ultima notizia certa che abbiamo di D.

Boll.: S. Girolamo, Ep. CXXX: PL. 22, coll. 1107-24; C. Baronin, Annales, x. 1393; G. Grütenscher, Hieronymus, Lipsia 1901, passim; F. Cavallera, S. Jérôme, I, Lovanio 1922, p. 322; H. Grisot, Roma alla fine del mondo antico, I, 3^{°} ed., Roma 1943, p. 378.

Emanuello Romanelli

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DEMETRIANO, santo. - Vescovo di Antiochia, padre di Domno, il quale più tardi occupò la stessa sede. D. fu eletto vescovo nel 253 e nel 256 fu fatto prigioniero e deportato in Persia da Sapore I, il quale stabili questi cristiani in città apposite. D. resse la comunità dei suoi fedeli a Bendosapore, dove m . dopo qualche tempo. La sua festa è il ro nov.

Bibl.: Acta SS. Novembris, IV, Bruxelles 1925, pp. 384-91. Ignazio Ortiz de Urbina

DEMETRIANO, santo. - Vescovo di Citro (Cipro), n. ca. l'830, m. fra il 910 ed il 915 . Sposato a 15 anni, dopo tre mesi rimase vedovo della moglie, che mori vergine. D. si ritirò allora nel monastero di S. Antonio, vicino a Citro, dove rifulse per santità e miracoli. Il vescovo Eustazio lo chiamò vicino a sé, lo fece sacerdote e poi lo nominò economo della diocesi. Ma dopo alcuni anni D. ritornò nel cenobio e fu scelto come archimandrita del monastero. Più tardi fu chiamato a reggere per 25 anni la diocesi di Citro. Già anziano, ebbe a soffrire l'incursione degli Arabi, i quali lo deportarono insieme ad altri cattolici a Bagdad. Egli però rinfacciò al califfo la violazione dei trattati ed ottenne dopo pochi giorni di essere riportato in patria, dove fu anche sepolto. La sua festa è il 6 nov.

Bibl.: Acta SS. Novembris, III, Bruselles 1901, pp. 298308 . Ignazio Ortiz de Urbina

DEMETRIO. - Nome di due personaggi del Nuovo Testamento.
I. Orefice di Efeso, che suscitò il tumulto contro s. Paolo (Act. 19, 23-40).
2. Cristiano di Efeso, vivamente raccomandato da s. Giovanni nella sua lettera a Gaio (III Io. 12). Alcuni lo identificarono con il precedente orefice convertito.

BibL.: E. Jacquier, Les Actes des Apôtres, 2^{°} ed., Parigi 1926, pp. 380-93; P. De Ambroggi, Le epistolle cottoliche (La S. Bibbia di S. Garofalo), 2^{°} ed., Torino 1949, p. 288 sg.

Francesco Spadafora
DEMETRIO. - Cronografo alessandrino, giudeo ellenista, del tempo di Tolomeo IV (222-205 a. C.). Scrisse una cronografia da Mosè al suo tempo, dal titolo Dei re [che regnarono] in Giudea (Clemente Alessandrino, Stromata, I, 21 : PG 8, 878), basata su complicate combinazioni che sfruttano accenni della Bibbia. E tra le fonti di Giuseppe Flavio, specialmente per le Antichità giudalche.

Fissa, p. es., la data di nascita per ciascun figlio di Giacobbe. Oltre a questo, altri tre frammenti di D. sono stati conservati da Eusebio, Praeparatio evangelica, IX, 21 : storia di Giacobbe, dalla sua andata in Mesopotamia fino alla sua morte; 29, 1-3: genealogia di Sephora, moglie di Mosè, da Abramo e Cetura; 29, 15: sto