dempimento di un obbligo imposto da una norma di legge o da un legittimo comando dell'autorità; e) l'aver agito con il consenso della persona che viene lesa dal d., purché il fatto sia tale che non sia più lecito se è compiuto con il consenso di tale persona.
V. Azioni nascenti dal d. - Dal d. (sia consumato, sia semplicemente tentato) nascono due specie di azioni (v.): l'azione penale e l'azione civile.
L'azione penale, che però nel CIC è più spesso chiamata azione criminale, è quell'azione giudiziaria, che nella Chiesa spetta al promotore di giustizia (v.; nello Stato spetta al pubblico ministero), ed è diretta ad ottenere dal giudice la condanna dei colpevoli ad una pena ferendae sententiae, o la dichiarazione che essi sono incorsi in qualche pena latae sententiae (can. 2210 § i, n. i).
L'azione civile o contenziosa spetta invece a coloro che sono stati danneggiati dal d., ed è diretta ad ottenere che i colpevoli del d. siano condannati a risarcire i danni cagionati (can. 2210 § i, n. 2); tutti coloro che hanno concorso nel d. sono infatti obbligati a risarcire tali danni, e l'obbligazione è solidale tra l'autore del d. e i complici principali, mentre i complici secondari possono anche esser condannati a risarcire solo una parte del danno (can. 2211).
Qualora il promotore di giustizia promuova l'azione penale, coloro che sono stati danneggiati dal d. possono esercitare l'azione civile nello stesso processo penale, in modo che lo stesso giudice con unica sentenza pronuncerà su entrambe le azioni (can. 2210 § 2).
Le due azioni, sebbene nascano entrambe dal d., hanno peraltro vita in gran parte indipendente, data la loro diversa natura. Soprattutto la estinzione di esse si produce per cause diverse. Così, mentre l'azione penale si estingue con la morte del reo, l'azione civile può essere esercitata anche contro gli eredi di lui, trasmettendosi a questi l'obbligo che quello aveva di risarcire il danno.
La prescrizione (v.) estingue l'una e l'altra azione in tempi diversi.
La rinuncia, da parte del danneggiato, al risarcimento del danno, impedisce di iniziare o proseguire l'azione civile, ma non ha di per sé alcun effetto sull'azione penale, che è irrinunciabile.
Viceversa il rimprovero giudiziale (v.) estingue l'azione penale, ma non impedisce al danneggiato di promuovere o proseguire l'azione civile. E lo stesso deve dirsi del caso in cui l'autorità competente condoni la pena (cf. can. 1702) o in cui il giudice, valendosi della discrezionalità attribuitagli dalla legge, ritenga di doversi astenere dall'infliggere al colpevole una pena ferendae sententiae o dal dichiarare che egli è incorso in una pena latae sententiae (cf. can. 2223).
Tanto meno poi influiscono sulla sorte dell'azione civile quegli atti con cui non si estingue l'azione penale, né se ne muta il corso, ma soltanto si estingue la pena già inflitta o dichiarata: tali sono l'assoluzione da una censura, la dispensa da una pena vendicativa, la sospensione condizionale della pena (can. 2288), ecc.
VI. I singoli d. - Nei codici penali degli Stati le norme che prevedono le pene per i singoli d. sono generalmente raggruppate secondo il bene o interesse tutelato dalle norme stesse, ossia secondo il bene o interesse leso o posto in pericolo dsi d.
Il CIC nella parte 3^{°} del l. V (cann. 2314 2414), segue una classificazione basata in gran parte su tale criterio, da cui peraltro si allontana talvolta.
Non potendo qui enumerare le singole figure delituose (per molte delle quali vi sono voci separate), diamo l'elenco dei vari titoli della parte 3^{°}, per mostrare il sistema seguito dal CIC nell'enumerazione dei d.; per ciascun titolo indichiamo qualche esempio dei d. più notevoli in esso compresi : i) d. contro la fede e l'unità della Chiesa (cresia, apostasia, scisma, edizione, lettura o detenzione di libri proibiti, violazione delle norme sui matrimoni misti); 2) d. contro la religione (bestemmia, spergiuro, superstizione, sacrilegio, falsificazione di reliquie, commercio di indulgenze, violazione di chiesa, di cimitero, di tomba, o di cadavere); 3) d. contro le autorità, le persone o le cose ecclesiastiche (violazione del privilegio del foro o del privilegio del canone, o della classura, usurpazione di beni ecclesiastici; v. anche aUrtarità ecclesiastiche, delitti contro le); 4) d. contro la vita, la libertà, la proprietà, la buona fama, i buoni costumi (aborto, duello, ratto, omicidio, riduzione in schiavitù, usura, rapina, lesione grave, ingiuria e diffamazione, bigamia, bestialità, sodomia, stupro, lenocinio, adulterio, concubinato, incesto); 5) d. di falso (falsificazione di documenti, calunnia); 6) d. commessi nell'amministrare o nel ricevere Sacramenti (sollecitazione, violazione del sigillo sacramentale, celebrazione di matrimonio misto senza dispensa); 7) d. contro gli obblighi propri dello stato ecclesiastico o religioso (mancato uso dell'abito ecclesiastico e della tonsura, esercizio del commercio da parte di un chierico, violazione del voto di castità o dell'obbligo del celibato, trasgressione degli obblighi propri dei parroci); 8) d. commessi nel conferimento, assunzione o dimissione degli uffici ecclesiastici (sinoniz. usurpazione di ufficio); 9) abuso della potestà o di ufficio ecclesiastico (abuso generico, falsificazione dei registri diocesani o parrocchiali).
Si dà anche, a titolo di esempio, l'elenco dei titoli del 1. II del Codice penale italiano, che tra i codici penali è uno dei più perfetti anche per quanto riguarda la classificazione nei d.: i) d. contro la personalità dello Stato; 2) d. contro la pubblica amministrazione; 3) d. contro l'amministrazione della giustizia; 4) d. contro il sentimento religioso e contro la pietà dei defunti; 5) d. contro l'ordine pubblico; 6) d. contro l'incolumità pubblica; 7) d. contro la fede pubblica; 8) d. contro l'economia pubblica, l'industria e il commercio; 9) d. contro la magritità pubblica e il buon costume; io) d. contro la integrità e la sanità della stirpe; 11) d. contro la famiglia; 12) d. contro la persona; 13) d. contro il patrimonio.
Rin., F. Roberti, De delictis et poenis, I. t. Roma s. d.: Wernz-Widal, VII, pp. 1-168; V. Manzini, Trattato di diritto penale italiano, I-II, Torino 1933; I. Chelodi-P. Ciprom. Im canonicum de delictis et poenis, 3^{°} ed., Vicenza-Treoto 1943, pp. 1-20; P. Ciprotti, Observaciones al texto del C. I. C., 2^{°} ed., Salamanca 1950, pp. 127-53, e passim, pp. 136207.
Pio Ciproni
DELITZSCH, Franz Julius. - Esegeta ed ebraista luterano, n. a Lipsia il 23 febbr. 1813, m. ivi il 4 marzo 1890. Nonostante la sua povertà poté studiare teologia e lingua orientali, divenendone poi docente a Rostock, a Erlangen e dal 1867 a Lipsia.
Moltissimi ed assai apprezzati per profondità di idee e per cognizioni linguistiche rabbiniche i suoi commenti ai libri protocanonici del Vecchio Testamento e ad alcuni del Nuovo. Negli ultimi suoi studi (Neuer Commentar über die Genesis, 1887; Messianische Weissagungen in geschichtlicher Folge, 1890), abbandonando il tono conservatore delle opere precedenti, fece notevoli concessioni alla critica razionalistica. Per un cinquantennio ca. attese alla retroversione in lingua ebraica del Nuovo Testamento, che fu data alle stampe la prima volta nel
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1877 e che vide nel 1901 le sua 12^{2} edizione (Die Bücher des Neuen Bundes aus dem Griechischen in's Hebräische übersetzt). Pubblicò pure il testo ebraico di parecchi libri biblici (Genesi, 1869; Isnio, 1872; Profeti minori, 1878; Salmi, 1880; Proverbi, 1880; Ezechiele, 1884; Cronache, 1888, Geremio, 1890), con la collaborazione di S. Baer. I suoi studi l'indusscro pure ad interessarsi degli Ebrei, di cui zelò molto la conversione, fondando un istituto apposito, l'Institutum Judaicum "Delitschianum" di Lipsia, ed una rivista specializzata, la Saat auf Heffumg.
BibL.: G. Guidetti, Pro Iudices, Torino 1884, p. 360 sg.; F. Vigouroux, s. v. in DB, II, col. 1341 sg., dove si trova un elenco completo delle sue opere: H. Gunkel, s. v. in Die Religion in Gesch. und Gegenu., I, col. 1822.
Faustino Salvani
DELITZSCH, FriedRICH. - Assiriologo, n. a Erlangen il 3 sett. 1850 , m. il 23 dic. 1922 a Berlino. Ivi, a coronamento di una brillante carriera di docente all'Università di Lipsia prima e di Breslavia dopo, tenne per un ventennio la cattedra di assiriologia.
Dal padre Franz Julius ereditò il gusto per le lingue semitiche, ch'egli rivolse specialmente allo studio dei testi cunoformi di recente scoperti, divenendo in tale campo maestro indiscusso, si da far compiere passi giganteschi alla decifrazione dei testi sumeri ed assiri. Il suo Assy. risches Handtwürterbuch (Lipsia 1896) rimase per lungo tempo classico assieme alla sua Assyriache Grammatik (Berlino 1899) ed al suo Sumerisches Glasser (ivi 1914). Fondò pure l'Assyriologische Bibliothek (25 voll., Lipsia 18811920), vera miniera di testi assiriologici e Beiträge zur Assyriologie ( 10 voll., ivi 1889-1914).
La meritata fama del D. si offuscò allorché, invadendo il campo esegetico, pretese collocare la Bibbia al di sotto dei documenti assiriologici, scoronandola dalla sua ispirazione. La conferenza dal titolo Babel und Bibel (Lipsia 1902; vers. it. Torino 1905), ch'egli tenne alla presenza di Guglielmo II il 13 genn. 1902 e ripeté poco dopo alla corte per ordine dello stesso imperatore, segnò l'inizio di una lunga controversia e di innumerevoli monografie sui rapporti tra la letteratura babilonese-assira e quella biblica. La vasta risonanza della conferenza del D. appare dall'aver raggiunto nel 1921 il suo 23^{°} migliaio. L'inglorioso culmine di questo sconfinamento pseudoscientifico furono Die grosse Teilschung (2 voll., Stoccarda 1920-21) e Kritische Betrachtungen zum Alten Testament (ivi 1921), in cui, con leggerezza ed incredulità somma, il D. qualifica il Vecchio Testamento come un'enorme frode.
BibL.: L. First, s. v. in DBs, II, col. 351 sg.; J. Theiss. s. v. in LThK, III, col. 196 sg.; H. Gunkel, s. v. in Die Religion in Geschichte und Gegensart, I, col. 1822 sg.; N. Schneider, Magus Franz Delitschiana coram magistrra ecclesiositer et tribunali scientiae, in Verbum Domini, I (1921), pp. 152-57, 244-47, 273-79, 345-47, 374-78; 2 (1922), pp. 149-53, 177-81.
Faustino Salvani
DELLA CASA, GIOVANNI. - N. in Mugello il 28 giugno del 1503, m. a Montepulciano il 14 nov. 1556. Fu seppellito nella chiesa di S. Andrea della Valle. Dopo vario peregrinare per ragioni di studio, si diede senza particolare vocazione alla vita ecclesiastica, e dal 1533, per alcuni anni, stabilì il suo soggiorno a Roma. Qui scrisse dei "capitoli» in terza rima non sempre castigati, nel 1544 fu nominato chierico della Camera Apostolica, e lo stesso anno poi eletto arcivescovo della diocesi di Benevento che amministrò però sempre da lontano. Più tardi Paolo III lo mandò a Venezia in qualità di nunzio apostolico. Il periodo veneziano del D. C. è ricco di attività politica e letteraria. Anche se non portò a felice compimento i vari incarichi affilistigli dal Pontefice si deve tuttavia a lui l'introduzione nello Stato veneto dei tribunali dell'Inquisizione istituiti allo scopo di reprimere ogni movimento eretico. Il D. C. in questa sua mansione mostrò tatto ed energia. Tra gli altri è celebre il processo da lui promosso contro Pier Paolo Vergerio, il giovane vescovo
di Capodistria, che, condannato, riuscì a fuggire scagliando contro il D. C. un libello pieno di gravi e feroci accuse.
Nel suo Tractatus de officiis inter potentiores et tenuiores amicos il D. C. ragiona intorno ai rapporti tra superiori e inferiori : questi debbono saper trattare con quelli, riverirli, servirli, protestare e non accordarsi con i superiori è cosa grave e disdicevole, invece " riverirli e onorarli sarebbe più utile, nonché più onesto ", dove il significato di quest'ultimo aggettivo è da intendersi piuttosto nel senso della opportunità della convenienza e della compostezza che della moralità. Sollecito della educazione dei suoi nepeti il D. C. non mancò di dar loro ammaestramenti e precetti, che restano, peraltro, tutti estranei alla coscienza, mirando più ad apparire che ad essere. L'opera a cui il D. C. deve la sua fama è quella intitolata Galateo. Specchio di una società raffinata e colta, tutta buone maniere e tatto, anche se moralmente scettica e superficiale, il Galateo rispecchia la buona cortesia e il buon comportamento, il vivere riguardoso ed elegante. Il Galateo fu scritto su suggerimento di Galeazzo (da cui il suo nome) Florimonte, vescovo di Sessa, e in esso l'autore vuole insegnare al nipote Annibale Rucellai ad "essere costumato e piacevole e di belle maniere", in modo che nella comunanza e nei rapporti col mondo mai si dispiaccia agli altri. "In tutte le azioni dee il ben costumato curare la leggiadria e la convenevolezza"; i vizi sono cosa sconcia e "perciò da fuggirsi". Non si può dire che nel Galateo, come rappresentazione di una società pulita ed elegante, tutta al di fuori, come dice il De Sanctis, sia assente ogni visione morale della vita; ma tuttavia non si può dire nemmeno che la condotta morale sia sentita come una profonda esigenza della coscienza. Dopo la morte di Paolo III (1549) il D. C. lasciò la vita pubblica e si ritirò a vita privata, vivendo parte a Roma, parte a Venezia e in una sua villa a Narvese sul Montello. Qui scrisse la vita del card. Bembo, quella del Contarini, l'invettiva contro il Vergerio, alcune delle sue liriche latine in lode della sorella del re di Francia, per la morte di Orazio Farnese e il carme Ad Germanos nel quale si scusa dei suoi trascorsi nonché dei suoi versi giovanili «non castissimi». Dopo il brevissimo pontificato di Marcello II, eletto papa Paolo IV, il D. C. fece ritorno a Roma anche nella speranza forse di potere ottenere finalmente l'ambito cappello cardinalizio, ma tale nomina non venne mai. Forse i non "castissimi» versi giovanili lo impedirono; fu però nominato Segretario di Stato.
BibL.: Opere: Prose scelte a cura di S. Ferrari, Firenze 1900; Il Galateo, con introd. e commento di C. Steiner, Milano [1910]. Un'ed. accurata del Galateo, delle Rime, del Trattato degli uffici comuni e delle Lettere è quella fatta da G. Precazlini (I classici Rizzoli), Milano 1937. Studi: G. Biadego, Galeazzo Florimonte e il Galateo di mons. D. C., in Atti del r. Istituto veneto, 60 (1901); L. Campana, Mons. G. D. C. e i suoi tempi, in Studi storici, Pisa 1907, pp. 3-84; A. De Rienzo, Mons. G. d. C. arcivescovo di Benevento, in Atti della Società storica dei Sanstio, I (1922), pp. 129-44; G. Tinivella, La cortesia come moralità nel Galateo di G. D. C., in Annuario v. liceo Manzoni, Milano 1928; id., Il Galateo di mons. G. D. C. e il suo significato filosofico-dedagopico nell'età del Rinascimento, con la riproduzione del testo, Milano 1931; B. Croce, La lirica del Cinquemeto, in Critica, 18 (1930), pp. 410-17.
Nino Sammartano
DELLA GERDA (Cerdano), ANTONIO. - Teologo e cardinale dell'Ordine della S.ma Trinità, n. e S. Margherita di Majorca nel 1390, m. a Roma il 12 sett. 1459. Essendo procuratore generale a Roma
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fu da Niccolò V creato cardinale ( 1448 ) e arcivescovo di Messina; l'anno seguente fu trasferito alla chiesa vescovile di Lerida. Per la grande cultura filosofica e teologica, per l'abilità nel disbrigo degli affari e per la sua pietà godette molta stima presso i papi che lo conobbero. Fu legato nella marca d'Ancona e nunzio a Napoli e a Firenze. Delle sue opere sono ricordati specialmente Commentaria in quattuor libros Sententiarum e De conscientia.
BibL.: L. Cardella, Memorie dei cardinali, III, Roma 1703. p. 108; Antonio de l'Asunción, Envitores trinitarios de España y Portugal, I, Roma 1894, pp. 146-49; Pastor, I, pp. 413. 651. 769. 839. 871; II, pp. 11, 192-93. Danilo Catorzi
DELLA CHIESA, BERNARDINO. - Francescano, vescovo di Pechino, n. a Venezia l'8 maggio 1644, m. in Lintsing il 21 dic. 1721. Consacrato vescovo titolare di Argos ( 1680 ), venne inviato in Cina.
Suo mandato speciale era quello di pacificare il vescovo Francesco Pallu coi suoi missionari, da costui sospesi "a divinis "e quindi inabilitati all'apostolato. Nonostante le proteste del Pallu, Bernardino levò ai 23 padri missionari la sospensione inflitta, appellandosi a Roma. La questione sarebbe stata finita nell'anno stesso, se il Pallu, morendo, non avesse creato suo vicario apostolico Gregorio Lopez, che i missionari francesi si ostinavano a non voler riconoscere. Il D. C. compose pacificamente anche questa lite con la divisione territoriale della regione. Al Lopez assegnò per sede Nanchino e come segretario il p. Giovanni-Francesco Nicolai, più tardi fatto vescovo, ritenendo per sé le province di Tze-Kiang, Hukwang, Szechidan e Kwei-chow, e scegliendosi come socio visitatore il p. Basilio da Gemona, in seguito vicario apostolico nello Shensi. Questioni assai più fastidiose gli vennero suscitate per parte del re del Portogallo. Pietro II, per il diritto di patronato che questi vantava in quelle missioni : per cui fu da lui nominato vescovo di Nanchino ( 1692 ) e quindi, prima ancora che gli giungessero le bolle da Roma, trasferito alla sede di Pechino. Vi pervenne nel 1700, ma non poté stabilirvi la sua dimora, perché non gradito ai missionari di Ordine e nazione diversi, anzi neppure ai suoi stessi confratelli dello Shantung, sotto pretesto d'essere esenti dalla giurisdizione vescovile. Andò quindi ad abitare nella città di Lin-tsin-chow, in casa privata, lontano ca. 500 km . dalla sua sede episcopale, nella quale tuttavia penetrava di quando in quando di nascosto per amministrare la S . Cresima. Sempre benefico, ma pur sempre perseguitato e calumniato, finì di vivere come un solitario. Fu sepolto nel campo di un cristiano dal suo fedele amico p. Carlo Orazio da Castorano.
BibL.: Pietro-Antonio da Venezia, Giardino serafico, I, Venezia 1710, p. 150 sg.; Marcellino da Civezza, Saggio di bibliografia, Pisto 1879, p. 102; G. Ricci, Biografia di B. D. C., ms. nell'Archivio generale O.F.M.: id., La Missione francescana dell'Human meridionale, Bologna 1923, p. 16 sg.; id., Hierarchia Franciscana in Sinis, Wuchanc 1929, pp. 41-48; A. Van den Wynpsert, Sinica Franciscana, III, Quaracchi 1936, p. 589 ; id., Mgr Fr. Pallu et mgr Bernardin D. C., in Architnum Franciscanum historicum, 31 (1938), pp. 17-47; I. Beschin-I. Palazzolo, Martyrologium Franciscanum, Vicenza 1938, pp. 492-93; A. Chiappini, Orbis Seraphicus, II, parte 2*: De missionibus O. F. M., Quaracchi 1945, p. 387 sg.
Aniceto Chiappini
DELLA GATTA, BARTOLOMEO (PIER Di AntoNIO Dei). - Monaco camaldolese, pittore, miniatore e architetto, n. nel 1448 a Firenze, m. ad Arezzo nel 1502 o 1503. Entrato giovane nel convento degli Angeli, nel 1470 era ad Arezzo in quello di S. Maria in Gradi. Nel 1487 fu priore e quindi abate dei conventi di S. Clemente e S. Maria in Gradi. Da giovane si applicò alla miniatura come dimostra un coralo da lui dipinto nel convento di monte Oliveto Maggiore.
Ad Arezzo conobbe l'arte di Piero della Francesca ed ebbe modo di avvicinare Luca Signorelli e Pietro Perugino che nel 1479 segul a Loreto. Nello stesso anno dipinse due tavole raffiguranti s. Rocco ora nel museo Aretino.

DELla Gatta, Bartolomeo - La Vergine Assunta - Cortona. Chiesa di S. Domenico.
Fu quindi a Roma ove collaborò con il Perugino nell'affresco della Sistina raffigurante la Consegna delle chiave, e aiutò il Signorelli nella scena della Promulgazione della legge e la Morte di Mosè. A Roma il pittore conobbe anche l'arte di Melozzo da Forli le cui forme sono riflesso nell' Assunta dipinta per S. Domenico di Cortona. Quindi a Castiglion Fiorentino dipinse per la chiesa di S. Francesco la scena del Santo che riceve le stimmate allogatagli nel 1487.
Oltre queste opere il D.G. dipinse in Arezzo per la chiesa di S. Bernardo l'Apparizione di s. Bernardo e, entro due tondi, l'Amnunciazione, e un s. Girolamo penitente, frammento degli affreschi della cappella Gazzari, ora nella sagrestia del Duomo arctino, e a Castiglion Fiorentino la Madonna in trono fra quattro Santi per la collegiata e un S. Michele Arcangelo nella sagrestia della collegiata stessa. Oltre gli influssi del Signorelli, del Perugino, di Melozzo, il maestro, facilmente influenzabile, inclinò talvolta anche alle forme del Pollaiolo e dello stesso Borticelli, cercando di fondere i portati della cultura più propriamente fiorentina con quella che derivara dal grande ceppo di Piero della Francesca, suo fondamento iniziale.
BibL.: G. Vasari, La vita di F. B. D. G., con commento di A. Del Vita, Firenze 1912; Venturi, VII, II, pp. 414-39; B. C. K., s. v. in Thieme-Becker, XIII, pp. 243-46; M. Salmi, Catalogo della nostra delle opere di B. D. G. e della sua scuola, Arezzo 1930; A. Del Vita, s. v. in Enc. Ital., XII (1931), pp. 348-47.
Emilio Lavagnino
DELLA GENGA SERMATTEI, GABRIELE. Cardinale, n. ad Assisi il 4 dic. 1801, m. a Roma il ro febbr. 1861. Nipote di Leone XII, fu ordinato
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sacerdote il 26 sett. 1830. Creato arcivescovo di Ferrara, fu mandato a Vienna in qualità di legato straordinario per assistere ai funerali dell'imperatore Francesco I. L'1 I luglio 1836 fatto cardinale, ebbe la legazione della provincia di Ferrara dalla quale passò a quella di Urbino e Pesaro.
Nel 1847 fu chiamato da Pio IX a Roma come presidente della Congregazione di Revisione. Cercò sempre di far rispettare l'ordine e la disciplina e, pur evitando gli eccessi della reazione, fu assai energico verso i liberali per cui, durante la Repubblica romana nel 1848 , fu costretto a fuggire a Spoleto. Di qui raggiunse il Papa a Gaeta, e fu poi a Napoli ospite nel convento dei Domenicani. Occupata Roma dai Francesi fece parte del cosiddetto triumvirato rosso, commissione cardinalizia di Stato incaricata di tenere il governo della città fino al ritorno del Papa.
BibL.: Cappelletti, IV, p. 206; G. Della Genga, Brevi memorie del card. G. D. G., Civitacastellana 1861; F. Cristofori, Storia dei cardinali di S. R. C. dal sec. V all'anno del Signore MDCCCLXXXVII, Roma 1888, p. 187; G. Minozzi, s. v. in Diz. del Rit. naz., II, p. 891.
Emma Santovito
DELLA GRECA. - Due architetti di questo nome operarono in Roma nel Seicento.
Vincenzo, n. a Palermo, m. dopo il 1652 . Venuto a Roma nel 1616 fu scolaro dapprima di G. B. Montano e por del Maderno, al quale successe nella costruzione di palazzo Chigi; gli si attribuiscono il completamento del cortile e lo scalone. Nel 1631 costruì la chiesa di S. Gajo, che sorgeva sul tracciato dell'attuale via XX Settembre (demolita nel 1885) e nel 1652 la facciata dei SS. Domenico e Sisto, sua opera principale, ancora secondo gli schemi rinascimentali, ma preceduta da una scalza a tenaglia che per flessuosita di linee sembra anticipare il Settecento.
Felice, figlio del precedente, n. a Roma il 1626 ca., m. ivi, dopo il 1677 . Dopo essere stato aiuto del padre nel cortile di palazzo Chigi, passo nel 1655 al servizio della Camera Apostolica dove risulta ricordato solo come autore di modelli e come misuratore di fabbriche. Si conosce di lui solamente la facciata della chiesa dell'Angelo Custode.
Mario Zocca
DELLA PAGLIA, Antonio : v. paleario aonio.
DELLA PORTA, Bartolomeo : v. bartolomeo della porta.
DELLA PORTA, GIACOMO. - N. probabilmente in Lombardia ca. il 1540 e m. in Roma nel 1604. Dopo un'attività giovanile a Genova, ove gli è attribuita la chiesa della S.ma Annunziata, è sempre operante in Roma dal 1573, quando succede al Vignolo nella fabbrica del Gesù, modificandone il progetto e facendone il prototipo dell'architettura della Controriforma. Lo stesso modello è da lui replicato in minori dimensioni a S. Maria dei Monti (1584), mentre se ne discosta in altre opere : la facciata di S. Luigi dei Francesi (prima del 1583), S. Paolo alle Tre Fontane (1590), e l'interno di S. Giovanni dei Fiorentini, ove è ripresa la disposizione del Sangallo, abbandonando il disegno di Michelangelo.
Successe al Vignola anche come architetto della fabbrica Vaticana, nella quale invece non si scosto dalla concezione michelangiofesca: sotto Gregorio XIII innalzò la cappella intitolata al Pontefice; e continuò i lavori sotto Sisto V avendo al fianco Domenico Fontana, con cui volto la cupola, alterando solo lievemente il progetto del maestro. Confermato nell'incarico da Clemente VIII, eseguì per il Papa la cappella Clementina simmetrica alla Gregoriana e la nuova confessione detta pur essa Clementina.
Ebbe inoltre parte nella costruzione di S. Atanasio dei Greci e probabilmente anche della S.ma Trinità dei Monti e di S. Maria in Vallicella, e ricostruì il transetto di S. Giovanni in Laterano. Tra gli edifici civili da lui
eretti primeggiano quelli per gli Aldobrandini : il palazzo in piazza Colonna (poi Chigi) e la villa in Frascati, ambedue lasciati incompiuti per la morte. A lui si deve anche il tipo della fontana cinquecentesca in Roma, attuato per la prima volta in piazza del Pantheon (1575).
BibL.: G. Giovannoni, L'architettura del Rinascimento, 2^{2} ed., Milano 1933, pp. 206-23; Venturi, IX, II, pp. 784-845; Pastor, IX, p. 798 sge.; XX, pp. 498-500; XI, p. 619 sge. Mario Zocca
DELLA PORTA, Giambattista. - Commediografia e poligrafia, n. a Napoli nel 1535, m. ivi il 4 febbr. 1615. Si occupò di magia, chimica, matematica e fisica; viaggiò molto in Italia, in Francia e in Spagna. Un'accusa di stregoneria a suo carico non ebbe seguito perché riconosciuta infondata dall'Inquisizione; soppressa fu invece l'Accademia dei Segreti da lui istituita in Napoli. Nel 1590 sostenne una disputa pubblica con Tommaso Campanella.
Delle sue numerose opere, si ricordano: Magiae naturalis sive de miraculis rerum naturalium libri IV (Napoli 1558) che ebbe larga risonanza; De furtivis literarum notis, vulgo de ziferis (ivi 1563); De humana physiognomonia (Vico Equense 1586); De refractione, optices parte (Napoli 1593); e la postuma Della sistro-fisonomia (ivi 1677). Si occupò anche di teatro, con 14 commedie, sui modelli latini, e la tragedia Giorgio (1611), di soggetto sacro.
BibL.: P. Milano, Le commedie di G. B. D. P., in Studi della letteratura italiana, diretti da E. Percopo e N. Zingarelli, 2 (1900), pp. 311-411; F. Fiorentino, Sulla vita e le opere di G. B. D. P., in Studi e ritratti della Rinascenza, Bari 1911; B. Croce, Teatri di Napoli, 3^{2} ed., Bari 1927, cap. 4; G. Gabrieli, Bibl. di G. B. D. P., in Rendiconti dell'Acc. dei Lincei, 1932, pp. 206-77.
Giovanni Cecchini
DELLA QUERCIA, JACOPO. - Scultore, n. a Quercia, castello presso Siena, verosimilmente nel 1367, m. ivi il 20 ott. 1438. Nulla di preciso si conosce sulla sua formazione tranne che, al pari di molti altri scultori, cominciò come orafo. Si può tuttavia ammettere la sua lontana derivazione da Giovanni Pisano. Nel 1401 partecipò alla gara per la seconda porta del battistero di Firenze insieme al Brunelleschi ed al Ghiberti che risultò vincitore. Disgraziatamente la prova presentata da Jacopo non è giunta fino a noi e non si può quindi utilmente confrontarla con quelle dei due altri concorrenti che ci sono state conservate. Forse nel 1406 scolpì nel duomo di Lucca la tomba di Ilaria del Carretto, moglie di Paolo Guinigi, morta nel 1405.
Del 1408 è la Madonna di Ferrara e nello stesso anno gli fu dato l'incarico della fonte di Piazza a Siena, detta la Fonte Gaia. Quest'opera venne terminata soltanto nel 1419 e fu tanto celebrato da far meritare al suo autore il soprannome di Jacopo delle Fonte. Nel secolo scorso se ne esegui una riproduzione, che prese il posto dell'originale, mentre le parti dell' antica venivano collocate, per essere meglio conservate, nel palazzo Pubblico. Tra il 1413 e il 1422 Jacopo eseguiva nel S. Frediano di Lucca la pala della cappella Trenta, ancora ricca di caratteri gotici. Nel 1425 gli fu commesso il portale di S. Petronio di Bologna, che lasciò incompiuto alla sua morte. Ultimo lavoro fu il bassorilievo d'altare per la cappella Casini nel duomo di Siena (Firenze, raccolta Ojetti).
La tomba di Ilaria del Carretto per la sua disposizione può richiamarci a motivi classici evidenti nei putti che reggono il pesante festone. Ma la figura giacente, nella quale, pur senza togliere energia ai piani domina la linea, può meglio intendersi collegandola al gusto proprio dell'arte gotica.
Nella Fonte Gaia in vari bassorilievi rappresentò la Creazione di Adamo ed Eva, la Sapienza, la Speranza, la Forza, la Prudenza, un Angelo, la Madonna col Bambino, un altro Angelo, la Giustizia, la Carità, la Temperanza, la Fede e la Carziana di Adamo ed Eva; vi scolpì inoltre i gruppi di Rea Silvia e di Acca Larenzia con Romolo e Remo, allusioni alla derivazione romana di Siena. In queste sculture domina una violenta energia, che le collega alla tradizione formale gotica, il cui per-
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(fol. Alineri)
Della Robbia, famiglia - La Vergine fra i si. Cristina e Giorgio, di Andrea D. R. Lunetta del portale maggiore. Balsena, Chiesa di S. Cristina.
sistere è ben visibile nella linea tormentata { }^{e} e nella intensa espressione delle figure. E uno schietto predominio del gusto gotico si trova ancora nella pala d'altare nella cappella Trenta in S. Frediano a Lucca.
Massima opera di Jacopo è la decorazione della porta centrale del S. Petronio di Bologna, nella quale egli orno i due pilastri con rilievi rappresentanti storie del Vecchio e Nuovo Testamento e i prefeti. Nella lunetta è il gruppo a tutto tondo della Madonna col figlio e s. Petronio. In queste sculture Jacopo appare veramente mirabile nelle forme ampie e sintetiche delle figure, nell'energia del rilievo, nel predominio assoluto della figura umana ignuda. Non invano dovette guardare a quest'opera Michelangelo durante il suo soggiorno bolognese. A Jacopo si deve anche il disegno del fonte battesimale di S. Giovanni in Siena, che è pure adorno di un suo bassorilievo in bronzo, rappresentante Zaccaria cacciato dal Tempio, opera condotto con fare grave e solenne.
A Jacopo si attribuiscono inoltre le statue lignee di S. Gabriele e dell'Annunziata del duomo di Montepulciano, certo della sua maniera, colorate da Martino di Bartolomeo.
J. D. Q. nella scultura toscana del Quattrocento è un isolato. Per spiegarne l'arte singolarissima occorre ricongiungerlo alla tradizione gotica, che non gli impedisce tuttavia di intendere gli intimi valori delle nuove correnti rinascimentali, che in lui sembrano anzi da quella potenziate. Una linfa sotterranea, l'atavica tradizione della terra toscana che risale all'Etruria, circola nelle sue figure e le anima di una rude energia, a volte temperata da una austera dolcezza, mentre la gotica intensità del sentimento infonde in esse un vivo senso di spiritualità drammatica.
Bibl.: Venturi, VI, pp. 67-106; I. B. Supino, 7. D. Q., Bologna 1926; E. Caratti (R. Longhi), Un'osservazione circa il monumento di Ilario, in Vita artistica, I (1926), pp. 94-96 (l'autore suppone la cassa del sarcofago più tarda della figura e in parte opera di aiuti o restaurat: P. Bacci, 7. D. O., nuovi documenti e commenti, Siena 1929; L. Gielly, 7. D. O., Parigi 1929; G. Nicco, 7. D. O., Firenze 1934; A. Giglioli, D'una Madonna di 7. D. O. nel duomo di Ferrara, in Rivista di Ferrara, 1934, pp. 345-51; G. Zucchini, Opere d'arte inedite: una scultura di 7. D. O., in Comune di Bologna, 1934, pp. 15-29; S. Bottari, 7. D. O., in Emperium, 10 (1938).
Vincenzo Golsio
DELLA ROBBIA, FAMIGLIA. - LUCA. Scultore e plasticatore, n. a Firenze nel 1400, m. ivi il 10 febbr. 1482. Nel 1431 cominciò la cantoria di S. Maria del Fiore, tra il 1437 e il 1439 eseguì le cinque
formelle del campanile di Giotto rappresentanti la Grammatica, la Dialettica, la Poesia, la Geometria e l'Aritmetica, la Musica; nel 1446 gli fu affidata, insieme a Michelozzo e a Maso di Bartolomeo, la porta bronzea per la sagrestia nuova del Duomo, nel 1455 fece la tomba del card. Federichi in S. Trinita.
La cantoria, ritenuta il suo capolavoro, era destinata a far riscontro a quella di Donatello, dalla quale si differenzia per una concezione totalmente diversa. Mentre nella cantoria donatelliana dominano il movimento e l'impressionismo pittorico nel tripudio dei putti e nella ricca decorazione avviata dalla policromia, in quella di Luca tutto è inspirato a una visione calma e serena del reale, e la luce e l'ombra modellano con fermezza le figure, collocate non in continua e animata successione come in Donatello, ma in scompartimenti architettonicamente delimitati.
Altrettanto amore per l'effetto plastico, l'ordine e la chiarezza mostra Luca nella porta di bronzo della sagrestia nuova di S. Maria del Fiore, che presenta semplici composizioni disposte con accurata simmetria. La maggiore notorietà di Luca non si basa tuttavia sulle sue sculture in marmo e in bronzo, ma sulle sue terracotte, che egli ricoprì con una pasta vitrea, valida a preservarne la fragilità e atta a conferire loro piacevole aspetto decorativo con impiego di pochi e brillanti colori, tra cui fondamentali il bianco e l'azzurro. In queste opere, frutto della più squisita sensibilità, Luca affermò, più che nelle maggiori di mole, la profonda religiosità del suo spirito.
Tra le numerosissime opere di questa specie ricordiamo particolarmente: il tabernacolo di S. Maria in Peretola (1441); le lunette sulle porte delle sagrestie di S. Maria del Fiore (Risurrezione e Ascensione); la lunetta del palazzo di parte guelfa in Firenze; la lunetta con la Madonna e il Bambino tra gli angeli (Firenze, museo Nazionale); la Madonna delle Rose (ivi); gruppo a tutto tondo della Violazione (chiesa di S. Giovanni fuor Civitas a Pistoia).
Andrea. N. il 23 ott. 1435, m. nel 1525 , nipote e figlio adottivo di Luca, lavorò esclusivamente in terracotta. Egli si ando sempre più allontanando dalla raffinata semplicità di Luca, quasi per gareggiare con i pittori contemporanei. Tra le sue opere più antiche e più sobrie sono i putti entro tondi, collocati all'esterno del portico
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(Jul. Biblioteca Vaticana)
FRANCESCO MARIA I DELLA ROVERE riceve il bastone di comando da papa Giulio II. Miniatura attribuita a Giulio Clovio ( 1554-57 ) - Biblioteca Vaticana, cod. Urb. lat. 1764, f. 3 v.
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(fol. Geb. fol. nas.)
TOMBA DI MASTINO II (sec. xiv) - Verona, arche scallgere.
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dell'ospedale degli Innocenti a Firenze, architettato dal Brunelleschi, e l'Amnunciazione nel santuario della Verna; in seguito le terrecotte d'Andrea si affollano di figure, si complicano con scorci, presentano una più accentuata policromia, tanto da sembrare pitture a rilievo. Tali opere, se per la maggior ricchezza di particolari e del colorito colpiscono più facilmente gli osservatori meno accorti, sono prive dell'incanto meno appariscente, ma più sottile, delle terrecotte di Luca.
Ricordiamo la Notivita del museo Nazionale di Firenze; la Crocifissione del duomo di Arezzo; il polittico di S. Maria degli Angeli ad Assisi. Tuttavia nei suoi lavori più tardi Andrea sembrò ritrovare una maniera più semplice e più larga, quale si vede nell'Incontro dei ss. Domenico e Francesco, nella loggia di S. Paolo a Firenze, ammirevole per il suo senso d'intima religiosità.
Giovanni. N. nel 1469 , m. dopo il 1529 , figlio di Andrea, si spinse più oltre sulla via intrapresa dal padre, e giunse a inaccettabili compromessi tra scultura e pittura impiegando tinte numerose, e spesso scivolando nell'arte industriale. Le sue cose migliori sono i primi sei bassorilievi da sinistra con le Opere di misericordia nel fregio sul portico dell'ospedale del Ceppo a Pistoia, da lui ideati ed eseguiti da Santi Buglioni, improntati a vivace e schietto realismo, e le salde e ben composte Virtù, collocate entro le nicchie nel feggio stesso. - Vedi tav. LXXXVI.
Bibi.: Venturi, VI, pp. 244-604; A. Pargannd, Luca D. R., Princeton 1914; id., Giovanni D. R., ivi 1920; id., Benedetto e Santi Bucliani, ivi 1921; id., Andrea D. R. and his atelier, 2 voll., ivi 1922: id., The Brothers of Giovanni D. R., ivi 1923. Vincenzo Golzio
DELLA ROVERE, famiGlia. - Nobile casato di umilissima origine in Savona, le cui fortune cominciarono con l'elevazione al papato nel 1471 di Francesco D. R. con il nome di Sisto IV.
Fratelli del Papa furono Rafaello e Bartolomeo; sorelle: Bianca, che andò sposa a Paolo Riario (v.) e Luchina, che sposò Gian Guglielmo Basso.
Figlio di Bartolomeo fu Leonardo, che dallo zio

(Ist. Alinari)
Della Robbia, famiglia - Gruppo di cantori. Formalia della cantoria di Luca D. R. - Firenze. Museo dell'Opera del Duomo.

(Ist. Alinari)
Della Robbia, famiglia - S. Francesco, di Andrea D. R. La Verna, Chiesa Maggiore.
fu creato prefetto di Roma (1472) e sposò una figlia naturale di Ferdinando, re di Napoli (con il feudo di Sora, Arpino, ecc.); m. l'1 i nov. 1475.
Figli di Rafaello furono: Giuliano, cardinale di S. Pietro in Vincoli, poi papa Giulio II; Giovanni, costituito signore dei vicariati di Sinigallia e Mondavio, prefetto di Roma nel 1473 e nel dic. del 1484 capitano generale della Chiesa, che sposò Giovanna, figlia di Federico di Montefeltro, signore di Urbino; Bartolomeo, vescovo di Massa ( 8 genn. 1472), poi di Ferrara (11 luglio 1474), castellano di Castel S. Angelo dal 1487 (m. 1494); Luchinetta, moglie di Gabriele Gara, e poi, nel 1480, del lucchese Gian Francesco Franciotti. Da lui Luchinetta ebbe Galeotto, che fu creato cardinale da Giulio II il 29 nov. 1503, vicecancelliere nel 1505, m. l'11 sett. 1507; e Sisto, creato cardinale l'1 1 sett. 1507, m. l'8 marzo 1517, anch'egli vicecancelliere ed inoltre penitenziere. Ambedue cbbbero in commenda vescovati. Figli di Luchina maritata Basso furono Girolasso, vescovo di Recanati ( 5 ott. 1476), cardinale il 10 dic. 1477, m. il 1^{°} sett. 1507; ed Antonio, che sposò Caterina Marzana, nipote del re di Napoli, m. il 12 ag. 1480 (cf. Pastor, II, p. 454 sgg.).
Non appartennero invece alla parentela di Sisto IV i due fratelli torinesi Cristoforo D. R., arcivescovo di Tarantasia (1472), creato cardinale il io sett. 1477, m. il 1^{°} febbr. 1478, e Domenico, creato cardinale il io febbr. 1478, m. il 22 apr. 1501.
Quando Giuliano D. R. fu creato papa Giulio II, nominò cardinale dei SS. Apostoli, il 29 nov. 1503, Clemente Grosso D. R., suo parente, che era vescovo di Mende sino dal 27 ott. 1483. Morto questi in curia il 18 ag. 1504, creò cardinale il 1^{°} dic. 1505 il fratello di lui Leonardo, vescovo di Agen sino dal 9 dic. 1487; nel 1511 lo nominò anche penitenziere. Leonardo, che aveva rinunciato ad Agen nel 1519, m. in Curia il 17 sett. 1520 .
Alla morte di Guidubaldo, figlio di Federico duca d'Urbino, senza eredi, nel 1528, Giulio II investi di quel ducato Francesco Maria, figlio di Giovanni D. R. di Sinigallia. Quegli nell'ag. del 1508 sposò Eleonora, figlia
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(fot. Alinorii
Della Rovere, famiglia - Sremma di Giulio II D. R. con le armi della famiglia. Particolare della balaustrata della Cappella Sistina ( 148 \mathrm{r}-83 ).
di Gian Francesco Gonzaga di Mantova, ben noto nelle vicende italiane di quegli anni come prefetto di Roma (1504) e poi come capitano al servizio della Chiesa. Con Leone X perdette il ducato nel 1516 , ma lo riebbe dopo la morte di lui ( 1521 ) e le tenne sino alla morte ( 1538 ), quando gli successe il figlio Guidubaldo II (m. 1574).
Fratello di questi fu Giulio, che Paolo III creò cardinale a 16 anni il 27 luglio 1547 e pubblicò il 9 genn. seguente. Giulio ebbe il vescovato di Urbino il 24 sett. 1547 in commenda, poi quello di Vicenza il 13 sett. 1560 e finalmente l'arcivescovato di Ravenna il 6 marzo 1566; m. a 46 anni in Urbino il 3 sett. 1578. La linea di questi D. R. si estinse con Francesco Maria II, figlio di Guidubaldo, m. il 28 apr. 1631; ed il ducato ritornò sotto il diretto dominio della Sede Apostolica. Anche la celebre biblioteca urbinate, per le premure dei papi lasciò Urbino per andare nella Vaticana, della quale forma un fondo speciale; la prefettura di Roma, ereditaria nei D. R., passò a Taddeo Barberini (Pastor, XIII, p. 272). Vedi tav. LXXXVII.
Biol.: P. Litto, Le famiglie nobili ital., X; F. Ugolini, Storia dei conti e dei duchi di Urbino, II, Firenze 1859, p. 163 sgg: e passim (v. indice); L. de Villeneuve, Recherches sur la famille D. R., Roma 1887; O. Varaldo, Sulla famiglia D. R., Savona 1888; P. Paschini, Roma nel Rinascimento, Bologna 1940, p. 241. Pio Paschini
DELLA SCALA, FAMIGLIA. - Tenne la signoria di Verona dal 1259 (ufficialmente dal 1277) al 1387 e si spense in Germania nel sec. XVI. Le sue origini sono oscure; tuttavia pare certo non fosse di nazionalità tedesca, come affermò qualche tardo erudito.
E ricordata fin dal sec. xI e la si trova nelle vicende del primo comune (un Balduino fu console nel 1147), ma non si distingueva fra le grandi famiglie comunali di Verona. Fin dal sec. XII ottenne in feudo dal monastero di S. Maria in Organo terre in Valpolicella e nel secolo seguente aderì al partito dei Monticoli e Quattrovinti contro i conti di Verona e in favore di Ezzelino de Romano. Il che non impedì che quest facesse giustiziare come traditori alcuni membri della casa, Ongarello e Bonaventura nel 1246, Federico e Bonifacio nel 1257. Invece continuò a godere del favore di Ezzelino un Lonardino detto Mastino, discendente da un altro ramo della casa, che faceva capo ad un Jacopino, vassallo di S. Zeno per terre a Castelrotto (1216) e padre di Mastino, Alberto e Federico detto Bocca. Mastino nel 1259 fu eletto
podestà di Verona da Ezzelino. Alla caduta del tiranno ( 27 sett. 1259), come capo della fazione popolare, affermatasi durante la dominazione di Ezzelino contro il partito nobiliare dei conti, fu eletto podestà del popolo, organizzato nei "Mestieri»; ma nello stesso anno si trova poi podestà un veneziano, Andrea Zeno. Però fin dal 1261 fu podestà della Domus Mercatorum e perciò di tutti i Mestieri (12611269). Nel 1262 fu nominato capitano del popolo. Non era ancora ufficialmente il signore di Verona, ma ne era l'arbitro. Il suo governo fu tendenzialmente ghibellino; favori quindi l'impresa di Corradino di Svevia contro Carlo d'Angio, attirando la scomunica di Clemente IV (18 nov. 1267) sulla sua casa e su Verona. Creato Mastino podestà di Verona, la carica di podestà della Domus Mercatorum passò al fratello Alberto (1269-77), il quale il 12 nov. 1276, aiutato dal vescovo fra' Timidio, s'impadroni di Sermione, nido di patarini. Ne furono catturati e condotti a Verona ben 166. Però Mastino s'accontentò di tenerli in carcere. Fu assassinato il 26 ott. 1277 e il fratello Alberto fu eletto Capitaneus et Rector gastaldionum misteriorum et tocins populi, quindi legalmente capo amministrativo delle Arti, e insieme capo politico del Comune (12771301). Sorgeva cosi ufficialmente la signoria scaligera. Uno dei primi atti di Alberto fu il processo degli eretici di Sermione, molti dei quali furono bruciati nell'anfiteatro il 13 febbr. 1278. Niccolò III perciò lo assolse dalla scomunica in cui la sua casa era incorsa dieci anni prima e gli donò il castello di Illasi. Anche Verona fu assolta dall'intardetto, che lo stesso Niccolò III aveva confermato l'anno precedente. Alberto fu lodato da un cronista contemporaneo come "sublime d'animo, ottimo de costumi, provvido nel consiglio, pio, misericordioso e assennato ". Anche il successore Bartolomeo I, suo primogenito, forse associato fin dal 1291, è lodato perché nei brevi anni di capitanato del popolo ( 3 sett. 1301-8 marzo 1304) "sempre pensò a governare il suo popolo in pace perpetuo". Pare sia lui il "gran lombardo ", che ospitò Dante (Par., XVII, 70-75), il quale invece parla ben diversamente (Convicio, IV, 16) del fratello e successore Alboino ( 3 marzo 1304-29 nov. 1311). Questi nel 1308 si associò il fratello Cangrande, che nello stesso anno sposò Giovanna di Svevia, figlia di Corrado di Antiochia. Arrigo VII li nominò suoi vicari ( 7 marzo 1311). Con la morte di Alboino, Cangrande restò unico signore e vicario ( 29 nov. 1311-22 luglio 1329). Per gli interessi della sua casa segui costantemente la parte ghibellina, sempre in guerra con i guelfi dell'alta Italia, specialmente con i Padovani. Tolse loro Vicenza, di cui nel febbr. 1312 fu fatto vicario imperiale. Il 16 dic. 1318 a Soncino l'assemblea dei ghibellini lo elesse capitano generale della lega ghibellina. Sconfitto sotto Padova ( 23 ag. 1320) e contemporaneamente scomunicato da Giovanni XXII per non voler deporre il titolo di vicario imperiale, non si perdette d'animo. Occupò Feltre e Belluno (1321), Padova (ro sett. 1328) e l'anno seguente anche Treviso (18 luglio 1329). Al colmo di sua potenza, vi morì alcuni giorni dopo (22 luglio 1329). Dante ne ammirò l'ingegno e le opere (Par., XVII, 76-93). Indubbiamente è la figura più eminente fra i capi ghibellini del suo tempo. Cinse Verona di nuove mura ed eresse per voto S. Maria della Scala. Poiché non ebbe figli legittimi gli successero i nipoti Alberto II e Mastino II, figli di Alboino.
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Veramente fu Mastino II a tenere il governo ( 23 luglio 1329 - 3 giugno 1351): occupò Brescia, togliendola a Giovanni di Boemia (1332), Parma e Lucca (1335). Ingolonite, Venezia e Firenze si codizzarono contro di lui (21 giugno 1336). L'anno seguente s'unirono alla lega anche i Visconti, gli Estensi, i Gonzaga, Carlo di Boemia ed altri. Fu allora che il sospettoso Mastino trafisse di sua mano il cugino Bartolomeo, vescovo di Verona ( 27 ag. 1338); colpito da scomunica, solo dopo lunghe trattative e grave ammenda fu assolto. La lunga guerra (1336-39) fu disastrosa per la signoria scaligera, ridotta al possesso di Verona, Vicenza, Parma e Lucca (1339), poi solo a Verona e Vicenza (1342). La fortuna della casa doclina irrimediabilmente, nonostante il matrimonio di Beatrice (m. nel 1384), primogenita di Mastino, con Barnabò Visconti ( 27 ott. 1350) e del figlio Cangrande con Elisabetta figlia di Ludovico di Baviera. Morto Mastino II il 3 giugno 1351, gli successero i figli Cangrande II, Cansignorio e Paolo Alboino, dei quali in realta solo Cangrande II ( 3 giugno 1351-14 dic. 1359) era capace di reggere il governa. Lo fece con crudeltà ed esosita che gli meritarono da un contemporaneo l'epiteto di "canis rabidus ". Pregnano, suo fratello naturale, poti durante una sua assenza sollevargli contro la città (14 febbr. 1354); per allora Cangrande II salvò la vita e il potere, che perdette 5 anni dopo, quando il fratello Cansignorio l'uccise di sua mano e gli successe nella signoria (14 dic. 1359-19 ott. 1375). Dei figli, tutti naturali, di Cangrande II, Tebaldo mori in carcere; Guglielmo, liberatone, si rifugiò a Venezia, ove era fuggito anche Pregnano. Cansignorio alle glorie del condottiero preferi quelle del costruttore, che procurarono a Verona il nome di "marmorea". Ma le gravi spese lo costrinsero ad incamerare gran parte dei beni e delle decime della Chiesa. Incorse perciò nelle censure ecclesiastiche, da cui fu assolto solo dopo la morte, con strana cerimonia, dai vescovi di Padova e Verona (1376). Non potcrono però cancellare l'altra macchia, quella

(ftt. Gab. int. nat.)
Della Scala, famiglia - Statua cquestre di Cangrande - Verona.
d'aver fatto assassinare, proprio sul letto di morte, il fratello Paolo Alboino (ott. 1375), allo scopo di assicurare la successione ai due figli bastardi Bartolomeo ed Antonio. Cansignorio mori qualche giorno dopo a soli 36 anni (19 ott. 1375). Tenne la reggenza per i due minorenni Guglielmo Bevilacqua, che restitui al clero i beni incamerati. L'assassinio del fratello Bartolomeo ( 12 luglio 1381) e il matrimonio con la prodiga Samaritana da Polenta, che si circondò di Ravennati, alienarono ad Antonio l'animo dei veronesi. Antonio affrettò la fine della signoria allcandosi con Venezia nella lotta contro Padova, a sua volta alleata con Gian Galcazzo Visconti. Questi, favorito dagli amici che aveva nella città, il 19 ott. 1387 occupò Verona. Antonio fuggì a Venezia e mori l'anno dopo lasciando i suoi in tanta miseria che Venezia dovette soccorrerli di denaro. Pietro D. S., vescovo di Verona, fu trasferito a Lodi (1388) e dovette consegnare ai Visconti anche gli ultimi beni scaligeri. Il tentativo, favorito dai Carraresi, di restaurare la signoria scaligera con Can Francesco, figlio di Antonio, falli ( 25 ag. 1390). Morto costui, non restava del D. S. che il sunnominato Guglielmo, figlio naturale di Cangrande II. Questi con l'aiuto di Francesco Novello da Carrara e del marchese d'Este la notte dell'8 apr. 1404 s'impadroni di Verona. Per poco tempo però, ché mori appena 10 giorni dopo (18 apr.). Prima che i suoi figli maggiori Brunoro e Antonio fossero proclamati signori, il Carrarese li arrestò accusandoli di tradimento, e li tradusse a Padova. Da un Paolo, terzo figlio di Guglielmo, derivò il ramo bavarese degli Scaligeri, l'ultimo ad estinguerci.
Testimoniano lo splendore della casa e della signoria scaligera a Verona i manoscritti degli statuti albertini del tempo di Mastino e di Alberto I e di quelli di Cangrande I, ancora inediti, oltre che gli statuti delle Arti (1319); il castello merlato (Castelvecchio) e il ponte sull'Adige a tre arcate (distrutto nella seconda guerra mondiale) e, innanzi a S. Maria Antica, il cimitero scaligero, con le arche di cui le più belle son quelle di Cangrande I, Mastino II e Cansignorio. Quest'ultima scolpita da Bonino da Campione. - Vedi tav. LXXXVIII.
Bibl.: Jo. Scaligerus, Epistola de vetustate et splendore gentis Scaligerae, Leida 1594; Ferreto de' Ferreti, De origine gentis Scaligerae, in RIS, IX (Milano 1726), pp. 935-1182; id., Le opere, a cura di C. Cipolla, III (Fonti per la storia d'Italia, 43 bis), Milano 1920; G. De Stefani, G. Bartolomeo e Antonio D. S., Verona 1884; H. Spangerberg, Cangraude I D. S., 2 voll., Berlino 1892-95; C. Cipolla, Compendio della storia politica di Verona, Verona 1900, pp. 171-2