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dalche.

Fissa, p. es., la data di nascita per ciascun figlio di Giacobbe. Oltre a questo, altri tre frammenti di D. sono stati conservati da Eusebio, Praeparatio evangelica, IX, 21 : storia di Giacobbe, dalla sua andata in Mesopotamia fino alla sua morte; 29, 1-3: genealogia di Sephora, moglie di Mosè, da Abramo e Cetura; 29, 15: storia dell'acqua amara (Ex. 15, 22 sg .) : PG 21, 714-22, 738 sg., 746. Eusebio li desume dalla raccolta di Alessandro Polyhistor ( 80-40 a. C.). D. usa già la versione greca del Pentateuco, detta dei Settanta.

Bibl.: E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes, 3^{°} ed., III, Lipsia 1899, pp. 346, 349-51; I, ivi 1901, p. 81.

Francesco Spadafora
DEMETRIO. - Tre re di Siria della dinastia dei Seleucidi (v.).
D. I, Sotere. - Figlio di Seleuco IV; regnò dal 162 al 150 a. C. (èra dei Seleucidi: 151-162).

Ostaggio dei Romani dal 175, al posto dello zio Antioco IV, fuggì ventitresnne, favorito anche da Polibio, con 16 uomini di scorta, raggiunse Tripoli di Siria, s'impadroni d'Antiochia e fece uccidere Antioco V, suo cugino, allora sul trono, con il suo tutore Lisia (162). Sottomise la Babilonide, ricevendo il titolo di Zarriy (o salvatore o) per la vittoria sul ribelle satrapo Timareo.

S'intromise con successo, almeno temporaneo, nella Cappadocia. In Giudea sostenne gli ellenizzanti, imponendo con le armi il sommo sacerdosio di Alcimo. Spedì Bacchide, poi Nicanore e quindi ancora Bacchide contro Giuda Maccabeo che, dopo avere sconfitto ed ucciso Nicanore, finì eroicamente, e contro Gionata, successo al fratello Giuda. Quando D. si vide minacciato dall'usurpatore Alessandro Bala, cercò l'appoggio dei Giudei, concedendo a Gionata, che era il capo effettivo dopo la morte di Alcimo e il ritiro di Bacchide, il diritto di arruolare armati e liberare gli ostaggi trattenuti dai Siri. Gionata si valse delle concessioni, ma aderì al Bala, che gli offrì il sommo pontificato, la porpora e il diadema, ritenendo giustamente insincere le successive profferte fatte da D. Questi mori combattendo valorosamente contro Alessandro Bala (150). Cf. I Moch. 9, 9-10, 50; II Mach. 14-15.

Bibl.: E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes, I, 3^{°} ed., Lipsia 1901, pp. 170 sg., 216-30; A. Bouché-Laclercq, Histoire des Sélencides, I, Parigí 1913, p. 310 sg.; F.-M. Abel, Les livres des Maccabées, ivi 1949, pp. xxx sc., xlvii-lii, 128-44, 158-92, 437-79.
D. II, Nicatore. - Figlio del precedente. Deve il titolo (v vincitore o) alla vittoria riportata sull'usurpatore Alessandro Bala. Regnò dal 146 al 138 e dal 130 al 125 a. C. (èra dei Seleucidi: 166-175; 182-187), nell'intervallo essendo rimasto prigioniero dei Parti.

Nel 146 confermò Gionata nella sua dignità di sommo sacerdote ed esentò dai tributi i Giudei (I Mach. 11, 10-37), sebbene Gionata fosse stato fedele al Bala ed avesse combattuto contro Apollonio generale di D. (I Mach. 10, 77-87). Durante la rivolta di Trifone, D. fu sostenuto dai Giudei, che in Antiochia lo salvarono dalla folla insorta (I Mach. 11, 44-51). Ma D. venne meno alle promesse fatte e Gionata passo a sostenere Antioco VI e Trifone; combatté contro i generali di D. (I Mach. 11, 52-74; 12, 24-34). Ma, tradito ed ucciso Gionata da Trifone, Simone, ultimo dei fratelli Maccabei, sostenne di nuovo D., il quale concesse alla Giudea la più piena autonomia (142). Cf. I Mach. 13, 34-43; 14, 38 sg. Nel 138, D. cadde prigioniero dei Parti (I Mach. 14, 1-3), mentre suo fratello Antioco VII scacciava Trifone e conquistava il trono. Nel 130 questi moriva combattendo contro i Parti, e D. riprese il trono. Finì assassinato (125) mentre cercava di imbarcarsi a Tiro, per sfuggire all'usurpatore Alessandro Zebina.

Bibl.: E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes, I, 3^{°} ed., Lipsia 1901, pp. 172-74, 232-36, 258, 242-45, 253, 265 sg.; A. Bouché-Laclercq, Histoire des Sélencides, II, Parigi 1914, pp. 340-72; F.-M. Abel, Les livres des Maccabées, vi 1949, pp. 196-228, 241-48.
D. III, Eucairo. - Uno dei cinque figli di Antioco VIII Grypos (m. 96 a. C.); regnò su parte della Siria con capitale Damasco ( 95-86 \mathrm{cs}.). Nell'88 a. C., chiamato dai Farisei, intervenne contro Alessandro Ianneo. Ma gli stessi giudei che erano corsi ad aiutare D., un pagano, lo abbandonarono e raggiunsero Alessandro sui monti dove s'era rifugiato; D., ritenendosi ingannato, se ne ritornò a Damasco.

Bibl.: E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes, I, 3^{°} ed., Lipsia 1901, pp. 176 sg., 282; J.-M. Lagrange, La Todahme avant Jésus-Christ, 2^{°} ed., Parigi 1931, p. 134. Francesco Spadafora

DEMETRIO, patriarca di Alessandria. - Successe a Giuliano nel 189 e tenne la sede vescovile per ben 43 anni. Il suo nome è legato alla persona di Origene. Nel 203, infatti, quando la persecuzione di Settimio Severo disperse la scuola di Alessandria, D. non esitò ad affidarne la direzione al giovane Origene ancora diciottenne. I loro rapporti rimasero cordiali anche dopo l'atto inconsulto del giovane maestro che interpretò alla lettora una sentenza evangelica. Una prima scossa si ebbe però quando i vescovi di Cesarea e di Gerusalemme permisero che Origene, benché ancora laico, predicasse ai fedeli in

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chiesa. Si giunse alla rottura definitiva quando nel 230 gli stessi due vescovi ordinarono Origene sacerdote all'insaputa di D. Questi richiamò ad Alessandria Origene, ed in due sinodi lo depose dall'insegnamento e dal presbiterato, costringendolo ad esulare (231). Poco dopo, nel 232, D. moriva.

Bibl.: Eusebio, Hist. ecel., VI, 3, 8, 19; L. Duchesne, Histoire auctesue de l'Eglise, 3^{2} ed., I, Parigi 1923, pp. 341-46; J. Lebreton, in Fliche-Martin-Frutas, II, pp. 244-56.

Agostino Amore

## DEMETRIO CIDONE: v. CIDONE.

DEMETRIO Comaziano. - Arcivescovo di Oerida nel 1216-17; m. ca. nel 1234. Falli nei suoi tentativi di impedire nel 1220 la scisma della Chiesa serba. Quando Teodoro Dukas Angelo di Epiro conquistò Salonicco (1222), D. lo consacrò imperatore d'Occidente, il che suscitò l'indignazione del patriarca Germano II. La sconfitta di Teodoro nel 1223 mandò a monte i piani di D. di diventare patriarca.

Numerosi sono gli scritti di D., specialmente nel campo del diritto bizantino. Le sue lettere hanno speciale interesse per la storia. Le opere di D. sono state pubblicate da J. B. Pitro, Analecta sacra et classica, VI, Roma 1891.

BibL.: L. Petit, s. v. in DThC, IV, coll. 263-84.
Ignazio Ortiz de Urbina
DEMETRIO di Falero. - Aristotelico, n. ca. il 350 a. C., per 10 anni dittatore di Atene, da dove (307) si rifugio in Egitto, sotto Tolomeo Lagide. Cooperò alla legislazione egiziana. Tolomeo II Filadelfo (286-247), già suo nemico, appena re lo fece internare. Fantastica pertanto è la notizia dello Pseudo-Aristea, che fa risalire ad un intervento di D. presso il Filadelfo l'origine della versione greca dei Settanta.

BibL.: E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes, III, 3^{2} ed., Lipsia 1898, pp. 308 sg., 446; J.-M. Lagrange, Le judalime avant Jésus-Christ, 2^{2} ed., Parigi 1931, pp. 301-30.
Francesco Spadafora
DEMETRIO, zar di Moscovia, detto il Falso Demetrio. - Il 15 maggio 1591 aveva cessato di vivere il principe bambino Demetrio, figlio di Ivan il Terribile. La morte dell'infante, tuttora avvolta nel mistero, venne dall'opinione pubblica attribuita a Boris Godunov. Al principio del 1604, a Cracovia, un uomo si proclamava lo zarevič D., scampato in maniera miracolosa agli assassini inviati contro di lui dal Godunov.

La Russia stava passando uno dei momenti più torbidi della sua storia : lotta tra i resti delle vecchie famiglie nobili umiliate da Ivan il Terribile ed i «villani rifatti» elevati dallo zar ad altissime cariche, tremende rivalità personali, pressione polacca alle frontiere occidentali, anni di tragiche carestie accompagnate da rivolte agrarie e dalla formazione di bande di briganti. Il «risorto» D., non molto calto, ma certamente intelligente ed audace, trovò subito un valido appoggio nel magnate polacco Giorgio Mnissek. Forse anche in vista di considerazioni politiche, D. si converil segretamente alla religione cattolica. Sempre nel 1604 irrompeva insieme ad alcuni volontari polacchi nel territorio della Moscovia. I più diversi strati sociali speravano che il «vero» zar avrebbe migliorato le loro condizioni. La morte inattesa di B. Godunov ( 13 apr. 1605 ) tolse ogni ostacolo all'invasore che, tra l'entusiasmo della popolazione, si insediò "sul trono dei suoi antenati». Il regno di D. durò soltanto dal giugno 1605 al maggio 1606. A Mosca, D. si dichiarò a fedele alla religione ortodossa », sottolineando la sua volontà di indipendenza dalla Polonia. Tuttavia, nonostante ciò, egli destò presto numerosi malcontenti : ai ceti elevati il suo modo di comportarsi non appariva confacente ad un principe; egli non osservava inoltre numerose funzioni e feste religiose; era poi circondato da moltis-
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(da N. Nikodin, P. Kondakura, The Russian Icon, Oxford 1961, tav. 11) Demetrio di Tessalonica, santo - Icona della scuola di Novgorod (sec. xiv) - Pietrogrado, Museo russo.
simi polacchi, in gran parte avventurieri che lo avevano accompagnato nella spedizione. Il suo sposalizio con la figlia di Mnixzek, l'inosservanza in tale occasione della vigilia di s. Nicola, infine numerose altre indelicatezze destarono lo sdegno del popolino, abilmente sfruttato dai boiari che si vedevano completamente messi in disparte. Anima del complotto aristocratico fu Basilio Sujskij; all'alba del 17 maggio 1606 D. veniva barbaramente scannato nel suo letto, mentre in città si scatenava il massacro dei Polacchi. Crollava così anche il sogno del nunzio in Polonia Alessandro Rangoni, il quale aveva sperato, da benevole frasi di D., di riportare la Russia in seno alla Chiesa cattolica.

Bibl.: Pastor, XI, pp. 424-27; XII, pp. 489-92; E. Lo Gatto, Storia della Russia, Firenze 1946, pp. 180-94 e bibl. ivi citata. Wolf Giusti

DEMETRIO di Tessalonica, santo. - Martire sotto Massimiano verso il 306, il cui culto, tardivamente introdotto a Tessalonica dal prefetto dell'Illirico Leonzio agli inizi del sec. v, acquistò subito la più grande celebrità in tutto il mondo greco e come santo militare e come patrono di quella metropoli, che si credette in possesso delle sue reliquie. La copiosa letteratura formatasi intorno al carattere senatoriale e consolare del personaggio, nonché il suo culto, hanno per fondamento soltanto una triplice serie di più tardive leggende.

I martirologi primitivi non conobbero un s. Demetrio martire a Tessalonica, ma a Sirmio (Martirologio sirineo, 9 apr.), senza indicare le generalità oppure con la qualifica di diacono (Martirologio geronimiano, al 9 apr.). D. era dunque originario da Sirmio, dove se ne trovava il culto in precedenza, e dove pure Leonzio Illirico fece sorgere un tempio? Furono trasferite a Tessalonica soltanto alcune reliquie e non il corpo, che rimase a Sirmio nel luogo del martirio? Perché si fece il trapasso da un santo diacono ad un santo militare? Ecco i problemi che suscita lo studio comparato delle

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notizie leggendarie su s. D. nei documenti ora conosciuti. Certo è che la basilica eretta da Leonzio in Tessalonica fu per tutto il medioevo una meta di pellegrinaggi. Nel Martirologio romano, festa l'8 ott.

BibL.: Acta SS. Octobris, IV, Parigi 1866, pp. 50-209 (studio e testo delle leggende del bollondista C. Blic); PG 116, 1081-1426; H. Delehaye, Les légendes grecques des saints milliaires, Parigi 1909, pp. 103-109; Martyr. Romanum, pp. 441-42. Emanuele Candal

DEMETRIO (Dinitiri), Tuptalo. - Vescovo dissidente di Rostov, n. nel 1651 , m. nel 1709 , dichiarato santo dalla Chiesa dissidente russa nel 1757. Ucrainu di origine, fu allievo del collegio di Kiev. Ricevette il presbiterato dal vescovo di Cernigov, Lazaro Baranović. Sostenne anche dinanzi al patriarca di Mosca la dottrina della sua scuola intorno al momento della transubstanziazione eucaristica, al Concepimento immacolato e all'Assunzione di Maria. Al tempo di Stefano Javorskij venne in Russia e soltanto allora fu eletto prima metropolita di Siberia (1701) e poi di Rostov (1702).
D. scrisse un libro contro i " vecchi-credenti"; il suo capolavoro sono i «menei», ossia le vite dei santi del mese. Dalla metà del sec. xv era questo il primo rimaneggiamento, pubblicato ufficialmente dal S. Sinodo nel 1739. La scuola fondata a Rostov da D. disparve dopo la morte di lui.

BibL.: P. Popov, Dmitrij Rostovshij i ego trody, Pietroburgo 1910; A. M. Ammann, Storia della Chiesa russa e dei paesi limitrofi, Torino 1948, pp. 307-308, 340.

Alberto M. Ammann
DÉMIA, Charles. - Sacerdote, n. a Bourg (Bresse) il 3 ott. 1636, m. a Ainay (Lione) il 25 ott. 1689.

Allievo dei Gesuiti e dei Sulpiziani, ordinato sacerdote nel 1663, si dedicò dapprima alle missioni. Tornato al paese natio, divenne arciprete della Bresse e visitatore straordinario della diocesi di Lione. Nel genn. 1667 istitui per le classe indigente la prima scuola gratuita, presto seguita da altre : allorquando dodici anni più tardi (1679) s. G. B. de la Salle fondò quelle di Reims, Lione possedeva già dodici «Piccole scuole», sei maschili ed altrettante femminili. I maestri, nella mente del fondatore, destinati al sacerdozio, e le maestre, convivevano in comunità distinte o seminari, ad un tempo noviziati e scuole normali. Aveva elaborato per le "Piccole scuole" saggi regolamenti, i quali prevedevano anche il lavoro manuale. I maestri si volevano dell'opera di monitori denominati «ufficiali», ma serbavano la cura dell'alta vigilanza e dell'istruzione, seguendo piuttosto il metodo simultaneo che non quello mutuo. La Congrégation des Socurs de St- Charles (con casa madre in Lione), fu fondata dal sacerdoio D.

BibL.: [E.-M. Faillon], Vie de M. D., instituteur des Soeurs de St Charles, Lione 1829; G. Compayré, C. D. et les origines de l'enseignement primaire, Parigi 1890; sunn., C. D. et son oeuvre survivante, Lione 1916.

Ippolito Vittorio

DE MIRAGULIS SANGTI STEPHANI. Raccolta di miracoli di s. Stefano pubblicata da un chierico della chiesa di Uzala in Africa e dedicata al vescovo della città Evodio, amico di s. Agostino. Alcune delle reliquie di s. Stefano, scoperte nel 415 a Gerusalemme, furono portate in Africa, dove suscitarono fervida venerazione per molti miracoli, il cui racconto Evodio, che partecipava all'entusiasmo di s. Agostino nel culto del protomartire, fece raccogliere da un suo chierico.

BibL.: Ed. in PL. 41, 833 sgg., cf. BHL 7860-61. Per il genere letterario dei «libelli miraculorum»: H. Delehaye in Analecta Boll., 43 (1945). pp. 5 sgg., 330 sgg. Sul culto di s. Stefano e la sua importanza per s. Agostino ed i suoi discepoli: J. Zellinger, Augustin und die Volksfrömmigkeit, Monaco 1933. p. 54 sgg.

Erik Peterson
DEMIURGO: v. GNOSI.
DEMOCRAZIA. - Secondo il senso etimologico, governo di popolo, o, secondo la definizione di s. Tommaso, potestas populi.
I. Storia. - Sia come concetto, sia come istituzione, risale alla cultura greca. Aristotele l'anno. vera tra le forme legittime di regime, insieme con la monarchia, governo di un solo, e l'aristocrazia, governa di pochi ottimati.

Nell'Oriente, terra classica del dispotismo, non si ebbero forme di autogoverno popolare, le quali non poterono nemmeno sorgere presso il popolo ebraico, sottoposto a un regime teocratico, salvo ai tempi dei Macca. bei, quando si registra qualche traccia di assemblea popolare.

Esse appaiono, invece, in piena fioritura nelle città greche, particolarmente ad Aicne, dove Solone stabili un governo democratico temperato. Nelle costituzioni di queste città generalmente il principio d'uguaglianza era assoluto, ma nell'applicazione si aveva talora riguardo al censo, cosi che ad alcune magistrature non si poteva aspirare senza una data condizione economica. Per avviare a questo inconveniente e porre i cittadini sul piede di una qualche eguaglianza, si stabili di dare un compenso a coloro che fossero incaricati di funzioni pubbliche. L'assemblea del popolo era investita di tutti i poteri, né era sottoposta a nessun controllo o veto e limitazione d'alcuna sorta. Tuttavia la d. delle città greche, modellata sulla vita sociale di allora, ristretta entro l'àmbito della cerchia cittadina, e sulle concezioni particolaristiche che la dominavano, assunse una particolare fisionomia, che l'avvicina all'aligarchia borghese, per la ristrettezza del numero dei cittadini, ai quali era riconosciuto il diritto di esercitare delle funzioni pubbliche, interdette alla massa degli schiavi e dei servi dediti al lavoro nei possedimenti rurali.

Nell'antica Roma non si ebbe mai un governo, in cui il popolo esercitasse un'influenza prevalente e decisiva. Anche dopo l'espulsione dei re, per parecchio tempo il patriziato dominò incontrastato sulla cosa pubblica. Nonostante l'istituzione del tribunato, tra plebei e patrizi il solco restò sempre profondo. Solo questi ultimi avevano accesso alle cariche politiche e religiose, e unicamente dopo aspre lotte la plebe ottenne di partecipare al consolato, al pontificato e al potere pubblico, il quale non assunse mai una vera e propria struttura democra. tica. Mancavano alla cultura greca e romana i grandi concetti universali, sui quali può unicamente rig osare la d. Né lo Stato riconosceva limiti al proprio potere, né al cittadino veniva attribuita una sfera di libertà personale, come esigenza della sua alta dignità. In una società poi, che manteneva l'istituto della schiavitù, giustificandolo teoricamente con la distinzione tra schiavi e liberi per natura, qualsiasi forma di regime popolare doveva necessariamente diventare oligarchica, con il dominio di un ristretto numero di cittadini sulla grande popolazione degli schiavi e dei servi.

Un più largo concetto di d. poteva innestarsi soltanto al movimento pacificamente rivoluzionario del pensiero cristiano, che, avendo fatto sparire dinanzi a Dio, padre di tutti gli uomini, le supposte differenze naturali tra schiavo e libero, rovesciava anche gli schemi politici della società pagana, subordinando la vita sociale ai fini universali dell'uomo e a questi assegnando una posizione preminente entro l'organismo collettivo. Il concetto della dignità originaria della persona umana ha attirato il moto graduale verso l'emancipazione dell'uomo dal servaggio politico e la sua più diretta partecipazione alla vita pubblica.

Caduto l'Impero romano, nel regime feudale rimasero sconosciute le istituzioni democratiche, le quali, invece, si affermarono nei Comuni italiani, dove il popolo artigiano, affrancandosi dalla servitù dei baroni, si costituì in repubblica municipale. Breve periodo di vita sociale fiorente, nel quale tuttavia non si raggiunse l'idea dell'eguaglianza dei diritti tra i cittadini, né si ebbe una forma democratica integrale con il dominio riservato alle classi artigiane e borghesi. Traece di intervento popolare si

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hanno qua e là nel medioevo nelle carte costituzionali convenute tra il popolo e il sovrano, nelle quali il primo si munisce contro i possibili abusi del potere; ma sono soltanto tracce derivanti dalla concezione allora dominante che il potere viene dal popolo.

Maggiore continuità e più organico sviluppo ottenne la d. in Inghilterra, dove fin dai più antichi tempi il popolo partecipò alle assemblee e ottenne delle carte comunali. L'impulso però verso una vera d. si ebbe sotto gli Stuart, per mezzo del partito degli indipendenti, che riusci ad abbattere Carlo I, dando un colpo decisivo alla preponderanza della Corona e dei Lords. Quasi in modo parallelo nel tempo e nelle concezioni si svolsero i due movimenti democratici, che aprono l'epoca moderna, quello delle repubbliche americane, costituitesi prima come Stati autonomi fondati sull'autogoverno popolare e poi associatesi nello Stato federale, che mantenne gli stessi principi istituzionali, e quello della Rivoluzione Francese, che ebbe il suo culmine nella dichiarazione dei diritti del rjfis e nella costituzione repubblicana del rjgr.

La dilatazione rapida delle istituzioni democratiche avveratasi dopo la Rivoluzione Francese, è stata causata dalle mutate condizioni economiche e sociali dell'epoca moderna. Da un lato l'introduzione della macchina e la progressiva industrializzazione dei paesi europei, mentre rovesciavano l'ordinamento economico da secoli esistente producendo la grande massa dei cosiddetti proletari, agglomerati nei centri cittadini in condizioni precarie di vita, permettevano che questi prendessero coscienza della loro forza e volessero inserirsi attivamente negli affari pubblici. Dall'altro, il continuo estendersi dell'atterferenza dello Stato in tutti i settori della convivenza sociale, in parte richiesto da nuove esigenze d'ordine, in parte conseguenza di un falso concetto dei suoi poteri, ritenuti per lo più illimitati, ha fatto ognora più sentire la necessità di una difesa e di un controllo pubblico. A tenere desto il movimento si è aggiunta la più viva coscienza che l'uomo ha acquistato del suo valore e della sua dignità e il geloso senso della libertà personale, che ad essa va sempre congiunto.
II. Elaborazione teorica. - A compiere il quadro storico scarnamente tracciato è bene accennare al movimento delle idee, particolarmente nel campo cattolico. Ereditata dal diritto romano, per tutto il medioevo ebbe il predominio quasi incontrastato la concezione secondo la quale soggetto artigianario della sovranità è il popolo, per investitura del quale la persona fisica o morale, che ne esercita le attribuzioni nel governo della collettività, la possiede come soggetto secondario e derivato. Si ebbe così una tradizione dottrinale costante, la quale interpretava in modo democratico l'origine e il fondamento dell'autorità pubblica, appoggiandola sopra un atto di libera elezione da parte del popolo.

Questa tradizione si manifesta in tutto il suo vigore in s. Tommaso, presso il quale è netta la distinzione tra l'origine del potere dei condottieri e re del popolo ebraico, che lo ebbero conferito mediante un intervento diretto di Dio, e l'origine del potere nelle altre società, nelle quali il principe lo possiede per il consenso del popolo, donde la sua espressione di eicem gerent multitudinis usata per designare il sovrano. Alla concezione democratica sull'origine del potere si accompagna presso l'Aquinate una valutazione teorica delle varie forme di governo, nella quale la d. non tiene l'ultimo posto. Da Aristotele egli deriva la nota tripartizione in monarchia, aristocrazia e d., ma nel valutarle trascende la stretta visione aristotelica. Tenendo presente l'esigenza del l'unità interna dell'organismo sociale, ritiene che per conseguirla sia più perfetto ed efficente il governo di un solo e meno perfette le forme poliarchiche. Nondimeno, quando prende a criterio del suo giudizio gli abusi, ai quali può dar luogo ciascuna forma di regime, obbiettivamente rileva che la monarchia è la più esposta al pericolo di degenerare in tirannia, a causa della somma dei poteri raccolti in una sola persona, e inclina a preferire un governo
temperato, al quale partecipino altri cittadini eletti con il suffragio popolare. La costituzione perfetta, secondo s. Tommaso, si ha quando è contemporaneamente composta dalla regalità, in quanto uno solo possiede il potere, dall'aristocrazia, in quanto molti governano secondo virtù, e dalla d., in quanto coloro che governano possono essere scelti tra il popolo e al popolo apportione la loro elezione. Dei principi, che diventeranno la base della d. moderna, si affacciano già in s. Tommaso, ossia il suffragio popolare e l'elettività dei soggetti destinati al governo.

La concezione tomistica si prolunga misterrenta fino a tutto il sec. svil. Vitoria, Suárez, il Bellarmino e altri ne sono i rappresentanti. Particolarmente si distinguono i due ultimi, che l'hanno maggiormente chiarita e sistemata, per opporla alle pretensioni dell'assolutismo regio, impersonato nel re teologo Giacomo I d'Inghilterra, contro il quale sono entrati in polemica. I punti cardinali della loro teoria si possono ridurre ai seguenti : soggetto originario dell'autorità è il popolo organicamente considerato, che la possiede per immediata comunicazione della legge di natura, dal momento in cui si è raccolto in società; il soggetto fisico o morale, che effettivamente l'esercita, la riceve immediatamente dal popolo, potestas a Deo per populum, in virtù di un atto volontario di trasferimento non revocabile, richiesto dall'impossibilità in cui si trova il popolo di esercitarla da sé. Avvenuto il trasferimento, il monarca diventa titolare del diritto sovrano; nondimeno il popolo, secondo l'integrazione fattane dal Bellarmino, continua a possederla in radice, nel senso che ha il diritto permanente di invigilare sulla maniera come viene esercitato e di riprenderlo, nel caso in cui degenerasse in tirannia o cause esterne imponessero un mutamento istituzionale (v. autorità).

Sebbene queste soluzioni si mantengano sul piano astratto della teoria politica, non si possono tuttavia ignorare gli elementi vivi, che in esse sono contenuti, in ordine a una ricostruzione più accuratamente scientifica delle istituzioni democratiche e alla critica delle concezioni più moderne.
III. Concetto ed elementi. - Riesce più che mai arduo districare dalla selva delle opinioni contrastanti le note essenziali, che appartengono al concetto di d., in modo da avere raccolti in una definizione comprensiva gli elementi che la distinguono e la costituiscono. "Nulla - scriveva già il Toniolo - di più vago, di più intralciato, di più ribelle ad una formola teorica quanto questa parola d.». Diventata motto comune di movimenti politici opposti e irriducibili è stata sottoposta a una estesa e profonda deformazione di significato, sino a comprendere con l'aggiunta di qualche aggettivo specificante, forme di regime poliziesco ed oppressivo. Non solo, ma le stesse idee, che dovrebbero costituirne l'anima, continuano a vagare nella sfera dell'indefinito, mescolate a falsi orientamenti teorici, che ne rendono ancora più vaporoso il contenuto.

Per una più sistematica esposizione occorre, fin dal principio, distinguere la d. sociale dalla d. politica. La prima, come ebbe a definirla il Toniolo, consiste in "quell'ordinamento civile nel quale tutte le forze sociali, giuridiche ed economiche, nella pienezza del loro sviluppo gerarchico, cooperano proporzionalmente al bene comune, rifluendo nell'ultimo risultato a prevalente vantaggio delle classi inferiori». Il suo elemento specifico è dato, dunque, dal fine del concorde promovimento del bene comune a vantaggio delle classi meno fortunate. Essa consiste conseguentemente in un movimento sociale, nel quale tutte le forze, operanti in seno alla collettività, restano orientate verso la riforma degli ordinamenti civili ed economici, per attenuare le ingiustizie e le troppo stridenti disparità di vita. A tale movimento, iniziatosi con le rivendicazioni socialiste, si associarono

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ben presto le correnti cattoliche, guidate dall'insegnamento e dall'esempio di eminenti sociologi, quale il Kettler e il Windhorst in Germania, il De Mun e l'Harmel in Francia, il Manning in Inghilterra, il Toniolo e il Talamo in Italia. I suoi alti scopi umani in favore delle classi diseredate vennero riconosciuti e ufficialmente consacrati da Leone XIII nell'encicl. Rerum novarum, definita la magna charta dei lavoratori, da Pio XI con la Quadragesima anno e da Pio XII in vari discorsi e radiomessaggi sulla questione sociale.

Mentre nel settore descritto si avanza alla piena luce di concetti ben chiari, nella semioscurità si rimane invece quando si passa a studiare la d. politica. Questa suole comunemente essere definita in modo del tutto approssimativo, secondo la nota frase di A. Lincoln, governo di popolo per il popolo, o semplicemente governo di popolo, ma non appena si cominciano ad analizzare i singoli termini, le difficoltà minacciano di sommergere il concetto. E intuitivo, innanzi tutto, che il fine, assegnato alla d. dalla definizione del Lincoln, non è un fine propriamente specifico di questa forma di regime, giacché tutte le altre hanno come scopo essenziale il bene del popolo, al quale, per missione intrinseca, devono servire. Caduto, dunque, questo elemento, non rimane che la formula più semplice, governo di popolo, intorno alla quale è necessario far chiaro.

Il termine popolo è oggetto di diverse interpretazioni, tra le quali bisogna operare una selezione. Per le teorie individualiste il popolo risulta dalla somma aritmetica degli individui, e pertanto nel suo concetto non possono trovarg posto le società minori, nelle quali l'uomo nasce, come la famiglia, o si riunisce per affinità elettiva. Il popolo, inteso come pulviscolo di atomi, viene contrapposto allo Stato in ogni singolo individuo, con gli altri non legato da nessun vincolo organico. I movimenti progressisti, socialismo e comunismo, restringono a loro volta a capriccio l'estensione del termine, adoperandolo a significare soltanto la massa dei lavoratori manuali, in modo da operare una vivisezione in seno alla collettività, in omaggio al principio più generale dell'opposizione irriducibile delle classi. La d. viene cosi a prendere il significato di governo di classe o di oligarchia del proletariato.

Le due concezioni riferite sono da respingere. Il popolo, nella viva realtà sociale, non è composto di individui isolati o dalla loro semplice somma, ma dagli individui uniti da un principio interno, che li compagina in un organismo sociale, e dalle società minori naturali o volontarie. Inoltre il popolo non può identificarsi con una sola classe, poiché ad esso appartengono quanti in qualsiasi maniera concorrono al benessere comune, né, con un taglio arbitrario, si possono escludere dal farne parte quanti rappresentano un peso per la collettività : bambini, invalidi, vecchi, malati, tutti sono popolo e al popolo appartengono. Su questo ampio concetto può essere fondata una vera d., la quale, come è facile dedurre, non può in nessun modo essere classista.

Maggiori difficoltà d'interpretazione crea il termine governo. Il governo di popolo nel suo pieno significato può essere unicamente attuato nella d. diretta, e questa a sua volta, per funzionare discretamente, richiede piccoli organismi comunali o politici, nei quali sia possibile radunare i cittadini in assemblee deliberative. Fuori di questa supposizione il governo di popolo è un'utopia inattuabile. Considerato, dunque, realisticamente il problema, si arriva alla conclusione che la d. contemporanea non può essere che indiretta o rappresentativa. Il presunto governo di popolo si riduce conseguentemente a una saltuaria partecipazione del popolo alla gestione della cosa pubblica, mediante l'elezione periodica di rappresentanti, e alla vigilanza continua del medesimo sull'azione dei poteri pubblici, affinché non tradiscano gli scopi sociali.

Ridotta a questo minimo, la d. moderna non può essere definita altrimenti che come partecipazione del popolo alla gestione della cosa pubblica, mediante l'esercizio del diritto di voto, per l'elezione dei suoi rappre-
sentanti, e la vigilanza sull'operato dello Stato effettuata dall'opinione pubblica. Concetto più modesto dell'ahisonante governo di popolo, ma maggiormente rispondente ai dati dell'esperienza.

La d. rappresentativa solleva però un nugolo di questioni tutt'altro che pacifiche. Due di esse sono fondamentali : su quale titolo si sorregge il diritto del popolo alla partecipazione attiva alla gestione della cosa pubblica; in qual modo va conseguentemente intesa la rappresentanza politica? Secondo la nota tesi individualistica, espressamente condannata da Pio IX nel Sillabo (prop. So), estratta dalla allocuzione Maxima quidem del 9 giugno 1862, ogni uomo vivente nella società, in virtù di una suppositizia autonomia originaria e totale, sarebbe in possesso di una particella della sovranità, la quale, sassommata alle altre, mediante l'espressione della volontà individuale, dà luogo alla sovranità sociale e alla volontà generale, che diventa legge alla quale anche la minoranza deve sottostare. D'altra parte, essendo la sovranità inationabile, il popolo rimane sempre sovrano cosi che i suoi rappresentanti vengono a configurarsi come veri e propri mandatari, i quali operano unicamente a suo nome e per suo incarico. E questo il concetto di sovranità popolare elaborato dall'illuminismo contrattualistico, del quale la scienza giuridica, facendo propria una sentenza insegnata dai teologi cattolici, ha dimostrato tutta l'insussistenza, sostenendo con fondamento che la sovranità è un potere unitario e originario dell'intero organismo sociale, al quale appartiene esclusivamente il diritto di ordinare e di reggere la propria vita.

La d. deve dunque essere fondata su diversa concezione, e questa viene offerta dalla teoria cattolica sull'origine democratica del potere, della quale si è fatto già menzione. Se, infatti, il soggetto originario della sovranità è il popolo, e questo sceglie liberamente la forma democratica, conserva il diritto di interferire nella caca pubblico per un doppio titolo: uno originario, poiché, supposto il trasferimento definitivo, mantiene, secondo l'espressione del Bellarmino, radicaliter il diritto della sovranità, con la facoltà di invigilare sul suo esercizor, uno derivato dall'organizzazione democratica in modo positivo prescelta per consenso comune. In questa costruzione teorica i suoi rappresentanti non sono dei semplici mandatari, e, in tanto agiscono come vices gerentes multitudinis, in quanto sono organi della collettività e devono interpretarne la volontà. Entra cosi in crisi la rappresentanza politica, alla quale sarà difficile applicare la figura del mandato privatistico senza una interpretazione analogica (v. rappresentanza). Ciò manifesta ancora di più quanto problematica sia la d.

Mantenendosi sul piano empirico, si può affermare che le d. contemporanee, pur nell'estrema varietà delle forme, presentano le seguenti proprietà : derivazione dell'autorità dalla volontà della maggioranza, tutela giuridica di alcuni diritti fondamentali, detti diritti di libertà, elezione libera e periodica dei governanti e controllo pubblico del loro operato, divisione dei poteri in parecchi organi costituzionali, ai quali viene demandata una delle funzioni della sovranità. Ciascuna di esse suscita delle complesse questioni giuridiche e teoriche, che non è il caso nemmeno di delibere.
IV. PRESUPPOSTI IDEOLOGICI E STRUMENTI DEMOCRATICI. - La d. viene anche definita regime di libertà, sia perché essa ne tutela i diritti, sia perché l'esercizio del potere elettivo attribuito al popolo non può essere esercitato, se questo non gode di una relativa autonomia. Bisogna, tuttavia, guardarsi dall'attribuire alla libertà un valore assoluto. Anche nella d. essa ha dei limiti intrinseci, come facoltà di operare il bene, e dei limiti estrinseci nelle esigenze del bene comune. La vera d. non consiste nel permettere il disfrenamento della libertà, ma nella consapevole tutela dell'ordine, che non si può ottenere senza far valere le sue giuste e necessarie limitazioni morali e giuridiche.

Uno degli scopi, al quale tende il regime democra-

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tico è l'eguaglianza, non solo formale dinanzi alla legge, ma anche effettiva, con l'adeguamento delle classi sociali a un tenore di vita, per quanto è possibile, comune. Tuttavia anche a questo riguardo non bisogna perdere di vista che l'eguaglianza sociale, non è aritmetica ma proporzionale, e quindi non può consistere nel livellamento di tutte le disparità.

Gli strumenti della d. sono il suffragio universale e i partiti. Nessuna difficoltà solleva il suffragio popolare come istituzjone, volta all'elezione dei rappresentanti e alla conoscenza della volontà del popolo, né le svariate. sine forme, nelle quali viene organizzato, purché assicurino la segretezza del voto e la massima libertà di scelta. Numerose opposizioni ha suscitato, invece, particolarmente nel campo cattolico, il suffragio universale cgualitario, giudicato una finzione, rimanendo d'ordinario esclusi dal diritto di voto un grande numero di cittadini, e contrario alla realtà viva del consorzio umano, nel quale non esiste quella perfetta cguaglianza, sulla quale si appoggia, e si dànno, oltre agli individui, le associazioni minori, che avrebbero diritto di influire come tali nella vita pubblica. Le critiche, particolarmente se si aggiunge il pericolo della degenerazione demagogica, sono gravi, se rivolte contro il suffragio eguale; diminuiscono di peso contro un suffragio qualitativamente differenziato, al quale nulla impedisce che conservi il carattere dell'una versalità.

Come l'organizzazione conveniente del suffragio, anche la presenza dei partiti è essenziale alla d. Sebbene, infatti, tutti i soggetti della collettività tendano al bene comune, delle divergenze di idee e di programmi possono nascere riguardo ai mezzi più adatti per conseguirle: idee e programmi che formano spontaneamente un centro di attrazione, intorno al quale si polarizzano le volontà. La pluralità dei partiti è pertanto un effetto naturale della vita sociale, se si svolge sotto il segno della libertà. Il partito unico è la morte della d.
V. L'insegnamento della Chiesa. - La Chiesa non è mai stata ostile per principio alla d. Punto fondamentale, al quale si è sempre attenuto il suo insegnamento, è che le forme di regime politico, nelle quali liberamente gli uomini possono organizzare la propria vita sociale, sono in se stesse legittime, purché rispettino la morale, la religione e la giustizia. Alla Chiesa interessano più i buoni governanti che le forme di regime. Se in qualche circostanza è potuto sembrare che essa si sia schierata contro le istituzioni democratiche, ciò è derivato dal fatto che si è trovata dinanzi ad errori ideologici, che ne viziavano il contenuto e le rendevano pericolose.

Così, ad es., la già ricordata condanna del Sillabo contro la sovranità popolare non intendeva colpire la d. in quanto tale, ma una particolare teoria, nella quale si mescolarono mecenicismo e materialismo, entrambi nemici del vero concetto di sovranità ridotta o alla tirannia del maggior numero o alla forza livellatrice dello Stato. Leone XIII ha continuato a seguire il solco tracciato dal suo predecessore. Nell'encicl. Disturmon del 20 giugno 1881, riconfermata la riprovazione della sovranità popolare nel senso datole del contrattualismo, ribadisce il concetto genuino di autorità, come potere derivante da Dio, e, ricollegandosi ad una tradizione di pensiero ormai assodata, dichiara che per la Chiesa non vi è alcuna ragione perché non approvi «il principato d'uno o di molti, purché esso sia giusto e rivolto al comune vantaggio ". Salva la giustizia, "non s'impedisce ai popoli - soggiunge di procacciarsi quel genere di reggimento che meglio convenga alla loro indole, o alle istituzioni e ai costumi dei loro maggiori».

Le medesime idee vennero poi ripetute nell'encicl. Libertas del 20 giugno 1888. Della d. in modo più diretto tratta nell'encicl. Longingua Oceani del 6 genn. 1895, diretta ai vescovi dell'America. In essa rileva come in uno Stato governato a regime popolare sia indispensabile una più profonda formazione del popolo, affinché
diventi cosciente dei suoi doveri, onesto nei costumi e ami la giustizia. Ossia, contro i facili abusi della d. e i pericoli di corruzione, già intravvisti e descritti dal Toqueville, mette in evidenza l'avvertimento, fatto proprio da scrittori anche lontani dalla fede, che la d. è regime di popoli maturi. Dello stesso Pontefice va ancora ricordata la Graves de commmi del 18 genn. 190 I dedicata a determinare il renso esatto del vocabolo d. cristiana.

Pio XI a sua volta nell'encicl. Ubi arcano del 23 dic. 1922, si sofferma sul pericolo di alittemerno della d. verso il disordine demagogico, quando i partiti entrano in lotta non "per una serena divergenza di opinioni circa il pubblico bene e per la sincera e disinteressata ricerca di esso, ma per bramosia di prevalere ed in servizio di particolari interessi a danno degli altri ". Il che avviere con maggiore facilità "nei moderni ordini rappresentativi, i quali, pur non essendo per sé in opposizione alla dottrina cattolica, sempre conciliabile con ogni forma ragionevole e giusta di regime, sono tuttavia più esposti al sovvertimento delle passioni».

Il più importante documento pontificio, dopo la Graves de commmi, è il radiomessaggio di Pio XII del Natale 1944, nel quale, riconfermata le legittimità delle forme di regime temperato, il Papa si occupa della d., "per esaminare secondo quali norme deve essere regolate, per potersi dire una vera e sana d. n. In essa il cittadino deve avere il diritto di esprimere il proprio parere sui doveri e sacrifici, che gli vengono imposti, non essere costretto a ubbidire senza essere ascoltato. Per il retto funzionamento del metodo democratico si richiede che egli sia messo in condizione "di avere la propria opinione personale e di esprimerla e di farla valere in maniera confacente al bene comune». Donde l'esigenza dell'educazione, che sollevi il popolo da massa amorfá, inerte e mossa dal di fuori, al grado di associazione vivente di vita propria e mossa dalla coscienza dei fini sociali. La libertà e l'eguaglianza devono essere contenute entro i giusti limiti : la prima non deve degenerare nella "pretensione tirannica di dar libero sfogo agli impulsi e agli appetiti umani a danno degli altri ", la seconda non può condurre a "un livellamento meccanico, a un'uniformità monocroman.

Lo Stato, anche nella d., deve essere "investito del potere di comandare con autorità vera ed effettiva n, pur nel rispetto dei diritti della persona umana e dei limiti naturali della sua funzione nell'organismo sociale, mostrandosi risolutamente contrario "a quella corruzione, che attribuisce alla legislazione dello Stato un potere senza freni né limiti, e che fa anche del regime democratico, nonostante le contrarie ma vane apparenze, un puro e semplice sistema di assolutismo ".

Bibs.: L. Taparelli, Esame critico degli ordini rappresentativi, Roma 1824; G. Mosca. Sulla teoria dei governi e del governo parlamentare, Torino 1884; V. Maumus, L'Eglise et la démocratie, Parigi 1893; G. Gergrand, Le procès de la démocratie, Parigi 1911; W. Hasbach, Die moderne Demokratie, Jena 1921; H. Kelsen, Vom Wesen und Wers der Demokratie, Tubinga 1929; J. Bryen, Le d. moderne, trad. it., Milano 1930-31; H. J. Lascki, Democracy in crisis, Londra 1933; I. N. Güenoches, Principia iuris politici, Roma 1938; G. Gonella, Principi di un ordine sociale, Città del Vaticano 1944; J. Benda, Le d. alla prova, Roma 1942; E. Cross, Lo Stato democratico. Presupposti costituzionali, Torino 1942; A. Brucculeri, La d., Roma 1946; G. Toniolo, D. cristiana. Concetti e indirizzi, Città del Vaticano 1949; P. Biscarenti di Ruffia, Diritto costituzionale. Lo Stato democratico moderno, Napoli 1949.

Antonio Messineo
DEMOCRAZIA CRISTIANA. - Il termine d. c. fu varie volte usato durante il Settecento e l'Ottocento ma solo verso la fine di questo secolo diede nome ad un vasto movimento sociale (v. DOTtrina sociale cristiana) che, sviluppatosi in vari

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paesi cattolici, fu dalla stessa S. Sede largamente incoraggiato. D. c. indicò quindi la tendenza dei cattolici ad instaurare un nuovo ordine sociale che ponesse fine alle iniquità del liberismo senza cadere nel collettivismo marxista. E cosi definita da uno dei suoi più grandi artefici, G. Toniolo: «Ordinamento civile nel quale tutte le forze sociali, giuridiche ed economiche, nella pienezza del loro sviluppo gerarchico, cooperano proporzionalmente al bene comune, sifuando nell'ultimo risultato a prevalente vantaggio delle classi inferiori». Quando alla fine del secolo scorso l'uso solo del termine d. c. suscitò delle polemiche tra i cattolici, Leone XIII lo approvò nel senso predetto, ma invitò a non dare ad esso un significato politico, poiché, mentre tutti i cattolici erano tenuti a seguirlo, in quanto movimento sociale, essi erano invece liberi, in campo politico, di essere monarchici, aristocratici o democratici, non potendo la Chiesa dichiararsi per questa o per quella forma di governo.

Ciò non toglieva però che le finalità sociali non potessero in determinati momenti dar vita a partiti politici di cattolici militanti. Sorsero infatti in diversi paesi movimenti politici promossi da democratici cristiani : questi ritenevano che le finalità sociali non potessero esser raggiunte o tutelate senza la conquista dei pubblici poteri attraverso l'azione politica, senza il rinnovamento democratico dello Stato (v. dottrina sociale cristiana).

Questo passaggio per diverse contingenze storiche suscitò particolari difficoltà in Italia, dove peraltro il movimento politico dei democratici cristiani ebbe, tra gli altri, maggiore importanza e significato storico.

Sull'esempio dei cattolici di Germania e del Belgio, anche in Italia ad aiutare la gerarchia nella difesa della religione contro gli assalti dei liberali era sorta un'azione organizzata e concordata dei laici cattolici. Dopo vari tentativi, istituzione vitale fu quella sorta nel 1868, la Società della gioventù cattolica italiana (v. azione cattolica italiana), la quale promosse il primo congresso dei cattolici italiani che si tenne a Venezia nel giugno 1874. Il congresso si divise in parecchie sezioni : opere religiose, opere di carità, educazione ed istruzione, stampa. Esclusa la azione politica. Si raccomandava invece di partecipare alla vita amministrativa dei comuni e delle province. A Roma stessa sorse l'«Unione elettorale romana» (1877), la quale sostituì in Campidoglio G. Garibaldi con il duca Salviati. A Venezia il Consiglio superiore della gioventù cattolica si costituiva in comitato permanente per il futuro congresso. Questo si raccolse l'anno dopo a Firenze e vi costitul l'« Opera dei congressi e comitati cattolici». Presidente l'opera l'Acquaderni di Bologna, dal 1878 il duca Salviati e, dopo le dimissioni di questo (1884), Marcellino Venturoli. Ma il rigoglio cominciò quando salì alla presidenza (1889) il veneziano Giambattista Paganuzzi. Comprendeva 5 sezioni o gruppi : or. ganizzazione e azione cattolica - azione popolare cristiana, o democratica-cristiana, educazione ed istruzione - stampa - arte cristiana. Il gruppo più importante era il secondo: azione popolare cristiana, il cui programma riassumevasi nel motto : per il popolo e col popolo.

Intanto comparve l'encicl. Rerum novarum di Leone XIII ( 15 maggio 1891). La quale veniva illustrata nelle basi dottrinali e nelle applicazioni e direttive pratiche dall'Unione cattolica per gli studi sociali, che nel convegno di Milano del genn. 1894 enunciò
il "programma dei cattolici di fronte al socialismo \%. Secondo cui a fronteggiare la marea socialista era necessaria l'organizzazione della società in associazioni professionali di padroni e operai, ufficialmente riconosciute, sul tipo delle corporazioni medievali. Si rivendicava ancora rappresentanza proporzionale, decentramento amministrativo, autonomia comunale e regionale, fissazione del massimo delle ore di lavoro e del minimo del salario, tutela della piccola proprietà e delle proprietà collettive, istituzione del bene di famiglia indivisibile e insequestrabile, riforma tributaria, libertà d'insegnamento, conciliazione tra Chiesa e Stato. E il programma della d. c.; di cui elaboratore principale fu G. Toniolo. Esso destò entusiasmo, specialmente tra i giovani, i quali fondarono il Fascio democratico cristiano di Milano e altri altrove, diedero vita ad associazioni professionali ed ottennero dal card. A. Ferrari, arcivescovo di Milano, l'istituzione dei cappellani del lavoro. Sul piano politico nell'assemblea regionale dell'Opera dei congressi (Milano 1896), don D. Albertario propose di sostituire alla formola morta «né eletti, né elettori», la formula viva: "preparazione nell'astensione». L'Albertario con F. Meda e altri bramava che i cattolici, oltreché alla vita amministrativa dei comuni e delle province, partecipassero alla vita politica del Parlamento e del governo. Lo Stato veniva considerato l'organo necessario della vita sociale.

Un'iniziativa del genere, in Italia soprattutto, data la questione romana sempre aperta, non poteva essere presa senza il beneplacito della S. Sede e salvi i diritti del sommo pontefice. Inoltre l'organo più qualificato al momento per simili iniziative era l'assemblea nazionale dell'Opera dei congressi. Un gruppo di giovani, capitanato da d. Romolo Murri, si propose di «svecchiare e democratizzare» l'Opera, abbracciando in picno il programma del Toniolo, che del resto anche l'Opera dei congressi aveva fatto proprio.

Il Congresso cattolico svoltosi a Milano nel 1897 segnò l'inizio di una campagna giovanile per il rinnovamento di tutta l'organizzazione cattolica. Sventuratamente Romolo Murri, capo della parte più ardita dei democratici cristiani, in questa battaglia doveva lasciarsi trasportare troppo oltre. Nel 1897 nasceva Il popolo italiano, di Genova, diretto da Giambattista Valente, e nel 1898 Cultura sociale di Roma, diretto da Romolo Murri, che allora lasciava la rivista universitaria romana Vita nova. Dal nuovo giornale d. R. Murri affrontava la campagna che voleva essere di svecchiamento, non solo dell'azione sociale dei cattolici, ma della cultura del clero e dei cattolici, della loro vita civile, morale, religiosa: pur prevalendo sugli altri l'interesse politico-sociale.

Le repressioni governative del ' 98 che portarono allo scioglimento di 6 mila opere cattoliche, non mitigarono gli antagonismi, che si acuirono anzi alla ripresa. S'iniziò allora quella lotta di Murri contro Paganuzzi che, pur con periodi di tregua, doveva durare fino alle dimissioni del Paganuzzi e allo scioglimento dell'Opera. Murri voleva che l'azione cattolica traesse vantaggio dalla persecuzione subita e si affiancasse a repubblica