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opere cattoliche, non mitigarono gli antagonismi, che si acuirono anzi alla ripresa. S'iniziò allora quella lotta di Murri contro Paganuzzi che, pur con periodi di tregua, doveva durare fino alle dimissioni del Paganuzzi e allo scioglimento dell'Opera. Murri voleva che l'azione cattolica traesse vantaggio dalla persecuzione subita e si affiancasse a repubblicani e socialisti nel protestare contro le ingiustificate violenze e le limitazioni alle libertà politiche, che, negli ambienti liberali, si andavano allora meditando. Di fronte al conflitto sorto in Parlamento tra la maggioranza, che appoggiava il re e il Palloux nel tentativo di restringere le libertà politiche, e la minoranza ostruzionista, Murri si affian-

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A sinistra: CORTILE DEL PALAZZO DELLA VALLE, probabile disegno di Raffaello (1510-15), dopo il ripristino dell'ing. C. Forti - Roma. A destra: INTERNO DEL PALAZZO DELLA VALLE. Soffitto intagliato in legno e dipinto a grottesche (primi del sec. xv), ripristino dell'ing. C. Forti - Roma.

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IL FALSO DEVOTO VESTITO A LUTTO, CUI IL DEMONIO ruba la borsa. Quadro di P. Breugel il Vecchio (metà sec. xVI) - Napoli, Museo Nazionale.

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cava a quest'ultima, osservando che la resistenza alla reazione, la campagna in difesa della costituzione, i tentativi di educare e d'introdurre le classi inferiori alla vita politica, meritavano un giudizio non sfavorevole e qualche volta la lode.

Nel suo linguaggio Murri è nei primi tempi molto simile a d. Albertario, deciso avversario dello Stato liberale e difensore della causa del Pontefice. La sua intransigenza e il suo esasperato guelfismo ricordano però troppo da vicino il primo atteggiamento di Lamennais e di Gioberti.

Questa intransigenza del Murri non fu condivisa in eguale misura da altri gruppi di «giovani»: più concilianti erano certo i democratici cristiani milanesi che si raccoglievano intorno alla redazione dell'Osservatore cattolico (Meda, Vercesi, Arcari, Molteni, Mauri) e che ritenevano non doversi confondere la lotta contro il liberalismo con la lotta contro lo Stato: questo non doveva essere distrutto, ma rinnovato e difeso. Si ebbe allora una polemica tra Murri e Meda che rivelò due tendenze in seno alla d. c., tendenze che non indicano tanto un contrasto di idee quanto una diversità di temperamenti e di metodi di azione politica.

Tutti questi giovani però si trovavano concordi nel malcontento che già da alcuni anni serpeggiava nelle file dell'Azione cattolica italiana contro il sistema difensivo e statico instaurato dal conte Paganuzzi e difeso dai «vecchi». La vecchia generazione, formatasi, mentre più aspro diveniva il conflitto con i liberali, in un ambiente chiuso, ben protetto dai venti delle eresie contemporanee, aveva visto nel metodo difensivo, nella segregazione, nell'isolamento, l'unica via per mantenersi incontaminata e fedele alle verità rivelate e alla causa della Chiesa: quell'isolamento costituiva però insieme una debolezza, perché rendeva i cattolici incapaci di affrontare la civiltà laica, cosi come si andava sviluppando indipendentemente da essi. I giovani chiedevano una più intensa azione sociale e la democratizzazione interna dell'Opera. Dopo aver fatto udire la loro voce al Congresso di Fiesole ( 1896 ) ed a quello di Milano (1897), intensificarono dopo il 1898 i loro attacchi contro il sistema vigente e l'uomo che l'aveva creato e lo difendeva con passione, ma anche con entusiasmo inesausto per la causa della Chiesa. La vecchia classe dirigente, composta principalmente di nobili, difendeva Paganuzzi ed i «veneti», contro i giovani professionisti borghesi, dalle colonne della Difesa (direttore Zocchi) di Venezia, della Riscossa (direttore Scotton) di Breganze, dell'Unità cattolica (direttore Sacchetti) di Firenze.

Se Leone XIII incoraggiava ed approvava le tendenze sociali dei «giovani», egli era invece vivamente preoccupato dalle tendenze politiche che si manifestavano tra di essi. Papa Pecci voleva un'assoluta intransigenza politica; se condannabile era la partecipazione dei cattolici alla vita politica italiana, molto più pericolosa era, secondo il Pontefice, la trasformazione della d. c. da movimento sociale in politico: si sarebbero venuti con ciò a legare Azione cattolica e S. Sede ad una corrente politica ben determinata.

Nei suoi ultimi anni Leone XIII dovette fare grandi sforzi per impedire l'irrompere dei democratici cristiani nella politica. Quando sembrava prossimo il sorgere del Partito democratico cristiano invocato da Murri la S. Sede fu sempre pronta ad intervenire e ad impedirlo. All'annuncio del 1^{°} nov.

1900 di un nuovo giornale democristiano, il Domani d'Italia, che doveva attuare il programma pubblicato a Torino nel 1899 ed essere espressione di forze tendenti a dare ai cattolici unità e forza di partito politico n, il Papa rispondeva, nel genn. del 1901, con l'encicl. Graves de communi ove si riaffermava il dovere per i cattolici italiani di svolgere azione sociale ma non politica e il carattere assolutamente privo di significati politici della d. c. Quando poi, nel nov. del 1901, veniva diffusa una circolare che annunciava la costituzione ufficiale della d. c. italiana, avente intenti politici, sopraggiungevano le «Istruzioni pontifice» del 27 genn. 1902 che toglievano l'autonomia al movimento giovanile e ribadivano la dipendenza diretta e formale dell'Opera dall'autorità ecclesiastica. Murri tentò di ribellarsi, ma la maggioranza dei democristiani, e primi tra tutti quelli di Milano, obbedirono: lo stesso Murri dovette piegarsi.

L'azione del Pontefice e quella dei democratici cristiani più attenti alle sue direttive, come il prof. Toniolo, avevano impedito la rottura e condotto ad un'apparente pacificazione nel Congresso di Taranto del 1901 (cf. Deliberazioni del XVIII Congresso cattolico italiano tenutosi in Taranto nei giorni 2, 3, 4, 5, 6 sett. 1901, Venezia 1901). Sembrò che la parola di Leone XIII, che, nella Graves de communi, aveva invitato all'azione sociale nel nome della d. c. e si era opposto all'azione politica, fosse da tutti accolta: Romolo Murri, pochi mesi dopo il Congresso, scriveva un importante articolo dal titolo: Con Roma e per Roma sempre! Ma purtroppo la calma non fu che apparente. Restava alla base dell'Opera dei Congressi il dissidio creatosi tra coloro che guardavano ancora all'organizzazione come alla Azione cattolica pura e semplice, e chi guardava ormai alla medesima come ad un movimento sociale e politico: questo contrasto delineatosi già alla fine dell'Ottocento doveva essere posto in viva luce dagli avvenimenti che si svolsero nei primi anni del nostro secolo. Oltre ciò non poteva nascondersi anche una duplice tendenza sul piano stesso politico-sociale tra una parte conservatrice, formata prevalentemente dai vecchi, e una parte riformista e progressiva, formata dai giovani.

L'inerzia dei « vecchi», che non seppero fare uno sforzo di comprensione, l'impazienza dei « giovani», e il sospetto reciproco fecero presto tramontare le speranze concepite a Taranto. Il 14 ag. del 1902 appariva in Cultura sociale sotto il titolo «Il crollo di Venezia» un violentissimo articolo contro Paganuzzi, l'uomo che aveva sacrificato tutto all'Azione cattolica. Dopo quest'attacco il presidente, sebbene rieleto dal comitato permanente dell'Opera, rassegnò, "atteso lo stato degli animi», le sue dimissioni; gli succedeva il conte Grosoli, gradito ai giovani. Quasi contemporaneamente il capo di questi, in un discorso tenuto il 25 ag. a S. Marino, esaltava il modernismo di Tyrrel e Loisy. Si rivelavano così, nel momento stesso del trionfo dei democratici cristiani, i motivi che più gravemente dovevano comprometterlo. Murri aveva sempre voluto che la d. c. non fosse un movimento solo politico, ma «un moto religioso». Quando poi la S. Sede cominciò ad osteggiarlo nel tentativo di azione politica egli trasferì sempre più il contrasto sul piano religioso. Quella religiosità che doveva investire l'attività politica e sociale dei democratici cristiani andò allora perdendo i caratteri dell'ortodossia cattolica: d. c. murriana e modernismo teologico si avvicinarono un poco

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alla volta sino a identificarsi. Murri si avviò quindi verso l'eresia, né valsero a fermarlo le raccomandazioni di Toniolo che vedeva poste in pericolo le conquiste dei giovani. Quando infatti, al Congresso di Bologna del nov. 1903, i "giovani", cioè i seguaci di Murri, ebbero definitiva vittoria in seno all'Opera dei Congressi, la sorte di questa fu segnata. Come poteva il Pontefice permettere che l'Azione cattolica, con i cui atteggiamenti erano coinvolte anche responsabilità della Chiesa, venisse ora praticamente diretta da chi dava sempre nuove prove di dubbia ortodossia? Nel luglio del 1904 l'Opera, che era ormai, a detta di Murri, "una miscela ibrida e cozzante", veniva disciolta per ordine del Papa. Questo scioglimento colpiva in pieno la d. c. sia nel suo aspetto politico che in quello sociale: distruggeva infatti l'organismo destinato, nel desiderio dei democristiani, a dirigere in futuro l'intervento dei cattolici nella vita politica italiana a sostegno di un proprio programma, e determinava l'arresto e la decadenza del movimento sociale, soprattutto di quello operaio : le unioni professionali, che al Congresso di Bologna erano 229, scendevano nel 1905 a 195, nel 1906 a 185 e nel 1907 a 135 . L'anno successivo Pio X scioglieva anche il secondo gruppo, surrogandovi la Unione economico-sociale, e istituiva l'Unione popolare sul tipo della Volksverein germanica, e l'Unione elettorale (II fermo proposito, 11 giugno 1905). Accanto alle organizzazioni nuove continuava l'antica Società della gioventù cattolica italiana.

Le vicende di Murri posteriori al 1904 si confondono dapprima con quelle della Lega democratica nazionale alla quale aderì una parte dei democratici cristiani. Con la Pieni l'animo del 28 luglio 1906, Pio X proibì ai sacerdoti di far parte di essa. Murri non obbedi e nel 1907 fu sospeso a divinis; nel 1909 aveva appena conquistato un seggio di Montecitorio quando lo raggiunse la scomunica. Egli sognava ora una nuova sintesi cattolica di ciò che è vivo del cristianesimo con ciò che è vivo della civiltà moderna: su questa via non poteva essere seguito dai cattolici che collaboravano con lui nella lega, non da Giuseppe Donati, Eugenio Vaina de Pava, Eligio Cacciaguerra. Questi, al Congresso di Imola del 1910, dichiarò : "In questo conflitto tra Murri e la Chiesa romana, io non seguo Murri, seguo la Chiesa». Murri abbandonò allora i suoi compagni, che ripresero il nome di democratici cristiani, e continuò il suo cammino verso la deificazione della democrazia e dello Stato.

Pio X aveva stroncato alle radici il murrismo, non la d. c.; quello si esaurì e si spense, questa si diffuse per tutta la massa cattolica preparando l'avvento del Partito popolare il cui programma democratico cristiano fu accettato dalla grande maggioranza dei cattolici militanti. L'ideale democratico cristiano visse infatti anche dopo il 1904, non solo nel suo aspetto sociale ma anche in quello politico, nell'animo di molti giovani che, pur allontanandosi in numero sempre maggiore dal Murri, pur non rinunciando alla più rigida ortodossia religiosa, si aspettavano di poter riprendere il loro antico programma politico. "Cattolici deputati", come Filippo Meda, Angelo Mauri e Giuseppe Micheli, organizzatori sindacali, dirigenti dell'Azione cattolica e amministratori di comuni, come d. Luigi Sturzo, sostenevano e diffondevano i principi politici della d. c. Nella lettera Il fermo proposito Pio X, staffermando il principio, rallentava la disciplina del non expedit e licenziava i cattolici, per speciali ragioni, alle urne politiche.

Essi parteciparono quindi alle elezioni del 1909 e, in maniera ancora più ampia ed organica, a quelle del 1913. Diversi cattolici militanti risultarono eletti. Ma il S. Padre non voleva, almeno per allora, un partito parlamentare cattolico : cattolici deputati, non deputati cattolici. La partecipazione dei cattolici alla vita politica ravvivò l'operosità, sicché l'Unione elettorale, a differenza dell'Unione popolare che non venne intesa e apprezzata, ebbe giorni di grande floridezza. Il periodo che va dal 1904 al 1919 costituisce quindi un momento di transizione necessario perché la d. c. si liberi dalle infiltrazioni religiose eterodosse che l'avevano compromessa e avevano determinato le condanne pontifice. I cattolici ora raggruppati nell'Unione popolare, l'Unione elettorale e l'Unione economico-sociale, dipendono direttamente dalle autorità ecclesiastiche; ma la stessa S. Sede, opponendosi alla costituzione di un partito cattolico e distinguendo, in occasione della guerra, la sua posizione da quella dei cattolici italiani, si preparava a dare via libera al sorgere di un partito autonomo ed aconfessionale.

Creatore di esso sarà il sacerdote siciliano Luigi Sturzo che, nel discorso Per un partito nazionale di cattolici in Italia pronunciato a Caltagirone nel 1905, aveva già tracciato le linee del nuovo partito: esso non dovrà essere clericale ma autonomo, non confessionale ma aconfessionale, non conservatore ma democratico; dovrà insomma superare il sistema cle-rico-moderato che pone i cattolici, guidati dal clero, al servizio delle forze liberali conservatrici. Il 18 genn. 1919, quando il clerico-moderatismo ha esaurito la sua funzione, fa la sua apparizione sulla scena politica il Partito popolare italiano. Democratico cristiano è sostanzialmente il suo programma, democratici cristiani sono stati molti dei suoi dirigenti (Sturzo, Valente, Bertini, Micheli...), ma si preferisce un nuovo nome all'antico, sia perché questo "ricorda un passato che ebbe luci ed ombre e che fu troppo discusso ", sia perché realmente il Partito popolare non è solo la continuazione della d. c., ma la sintesi di varie correnti, che accettano lealmente il programma del nuovo partito o sperano, attraverso esso, di far trionfare loro particolari concezioni politiche. In realtà il partito riusci a convogliare a sé cattolici di tutte le gradazioni anche se quest'ampiezza di schieramento poté costituire una debolezza del partito stesso. Il quale lanciò il suo programma il 18 genn. 1919 e nelle elezioni del 16 nov. 1919 riusciva a mandare alla Camera 100 rappresentanti. Ma ecco il fenomeno del fascismo, ecco il IV Congresso del Partito popolare a Torino con l'accentuarsi di due ali. D. Sturzo, segretario del Partito, centrista, è sostanzialmente vincitore, ma mentre i rappresentanti del Partito sono in viaggio per il Congresso, un vecchio cattolico, l'on. Cornaggia Medici, lancia l'ap-pello-programma per una "unione costituzionale" tra i cattolici che non intendessero aderire al Partito popolare. Ecco la crisi governativa provocata dall'atteggiamento intransigente di Mussolini e l'uscita dei popolari dal governo, con l'accentuazione delle due tendenze di destra e sinistra nel partito stesso e l'uscita di un certo numero di deputati.

Il Partito popolare, privo ormai di molti suoi uomini di sinistra (Miglioli, Speranzini, Cocchi, Cavalli) e di destra (Cornaggia, Boncompagni, Pestalozza, Tovini, Martire, Cavazzoni, Mattei Gentili, non poté opporre efficace resistenza al fascismo, e seguì le sorti degli altri partiti democratici.

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Dopo il 1941 si vennero riallacciando le fila del movimento e moltiplicando i contatti tra i superstiti del Partito popolare (De Gasperi, Spataro, Tupini, Gronchi, Cingolani, Fuschini...) ed altri gruppi di cattolici giovani di anni o di idee, la maggior parte provenienti dalle file dell'Azione cattolica. Nacque cosi il Partito democratico cristiano che riprendeva l'antico nome sia perché non sussistevano le ragioni che ne avevano impedito l'assunzione nel 1919, sia per venire incontro al desiderio dei giovani e di gruppi che nessun legame avevano con il vecchio partito ("guelfi» milanesi). La d. c., dopo aver attivamente partecipato nel 1943-45 alla resistenza antigermanica, nel 1946 si pronunziò, nella sua maggioranza, per la forma istituzionale repubblicana. Costituisce oggi la più forte corrente politica del nuovo Stato democratico italiano.

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DAMOCRITO. - Filosofo greco, n. ad Abdera (Tracia) ca. il 460 a. C., m. ivi in età di 109 anni. Viaggiò entro il mondo greco e, probabilmente, anche fuori di esso. La sua vita interamente dedita allo studio e alla ricerca scientifica - egli diceva di «preferire la scoperta di una sola causa al regno dei Persiani ( (B 118) - fu in età alessandrina avvolta di particolari romanzeschi. Alla confusione con Bolo Democrito di Mende (it sec. a. C.) si deve la fama di misticismo e di magia, che posteriormente si aggiunse alla sua figura.

L'elenco delle sue opere, conservatoci da Diogene Laerzio, è dovuto a Trasillo di Mende (sec. I d. C.), e comprende 13 tetralogie, più due gruppi (generalmente considerati spuri) di 9 opere ciascuno sotto la duplice rubrica di Opere non classificate e di Appunti. Le tetralogie comprendono opere di etica, fisica, matematica, musica (e cioè lingua, letteratura e musica) e di tecnica. I frammenti a noi pervenuti, nel loro complesso autentici, sono ca. 300.
D. è l'ultimo naturalista dell'età presocratica e la prima grande figura di scienziato del mondo antico. Discepolo di Leucippo, ne sviluppò con maggiore rigore logico l'atomismo. L'affermazione di alcuni studiosi moderni ch'egli, come più tardi Epicuro, professosse anche un atomismo matematico, è griva di fondamento e con traddetta dai testi (cf. Aristotele, De gen. et corr., I, 2, 316 a 14). Testi di Archimede, scoperti di recente, hanno rivelato ch'egli trovò, senza tuttavia darne la dimostrazione, il volume della piramide. Non piccolo dovette essere il contributo di D. nel campo delle scienze speciali e a lui si deve la prima grande sistematizzazione di quella teoria del progresso, che ha i suoi inizi in Anassagora e diventa canonica in Epicuro. Egli ebbe però anzitutto mente metafisica, assai lontana da quell'empirismo volgare che certe ricostruzioni moderne gli hanno attribuito. Continuando lo spirito della tradizione eleatica, egli tenne ferma e approfondi la distinzione tra conoscenza dei sensi e dell'intelletto, considerando la prima oscura e spuria e solo quest'ultima legittima e vera (B 11). E l'intelletto che con le sue ragioni giunge alla conoscenza degli atomi e quindi anche del vuoto, e questa è l'unica conoscenza di cui si può esser sicuri. Il resto, dipendendo dalla disposizione dei sensori e degli elementi che con essi vengono in rapporto, non può essere che oggetto di opinione. Tutte le qualità sensibili sono per convenzione (vó μ ω ) e la costituzione delle singole cose sfuggendo alla nostra diretta esperienza, "la verità rimane per noi nel profondo" (A 49; B 6-10; 117). Al realismo alogico di Protagora, che, dalla panspermia di Anassagora concludeva che tutte le sensazioni sono vere, D., appellandosi alla superiore istanza dell'intelletto, obbietta, come più tardi farà Aristotele, che quindi anche il contrario è vero (A 114). Il contrasto fra le difficoltà dell'esperienza e le esigenze della ragione non ebbe però in lui carattere dogmatico e quindi scettico, ma, come appare dal frgm. 125, dove i sensi sono introdotti a confutar la ragione, carattere critico. In tali condizioni la scienza non poteva essere che esperienza controllata dal ragionamento. Circa gli dèi il testo fondamentale è in Cicerone (Nat. deor., I, 120 [A 74]) : "ora afferma che nell'universo vi sono delle immagini ( ε i β ω λ α; per immagini materiali che si partono dai corpi o si formano nell'aria è spiegata la visione degli occhi e della mente) fornite di divinità, ora chiama dèi gli atomi di cui è formata l'anima dell'uomo, sparvi anch'essi nell'universo, ora delle immagini animate che sogliono giovare o nuocere agli uomini, ora delle immagini di tale grandezza da abbracciare dall'esterno l'intero mondo ". Questo testo va interpretato non nel senso che D. ammettesse l'esistenza degli dèi, ma che le teorie sopra accennate gli servissero per spiegare i fenomeni mistici e le visioni di cui egli, come osservatore, non credeva di poter negare la realtà.

Nel campo dell'etica si delinea in forma ancor più definita con lui la figura della vita contemplativa ( β loos θ ε ω ρ η τ ι ε δ ), che i Greci avevano già conosciuta con Anassagora. L'ideale supremo è la

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conoscenza, e la vita consacrata agli studi vien sostenuta da una morale quietistica, lontana da ogni eccesso e che ripone il bene nell'assoluta tranquillità e armonia dell'anima ( ε \dot{θ} θ μ \dot{η} η, cúcotú). Nella limitatezza delle cose umane, la contemplazione della vita non è scevra di una certa vena di pessimismo, che il disinteresse nei riguardi del mondo e la coscienza della superiorità attinta dall'abito alla scienza e alla ricerca delle cause, inclinano al sorriso. Di qui la leggenda, non del tutto tale, forse, del D. che ride, come dall'ideale teoretico quella del D. che s'accoca per poter meglio speculare con la mente. Molti tratti dell'anima di D. si ritrovano in Euripide, ma non è dimostrabile che questi l'abbia conosciuto: più tardi saranno caratteristici degli uomini còlti dell'età alessandrina.

Bibl.: Ed. dei frammenti in H. Diels, Die Fragmente der Vorsokratiker, 2^{2} ed. a cura di W. Kranz, II, Berlino 1933. Traduzioni italiane : Gli atomisti, a cura di E. V. Alfieri. Bari 1936; F. Enriques e M. Mazziotti, Le datrins di D. d'Abdero, Bologna 1948. Per la bibl. fino al 1926 v. Überweg, I, p. 104 sg. Particolarmente importante Th. Gompers, I pensatori greci, trad. it. di L. Bandini, II, Firenze [1946], p. 67 sge. Un'esposizione particolareggiata ma superficiale delle dottrine in C. Bailey, The greek atomists, Oxford 1928, pp. 109-214. Carlo Diano

DEMOFILO. - Vescovo di Berea (Macedonia), ariano, m. ca. il 386. Deposto dal Sinodo di Rimini (359), ottenne da Valente la successione di Eudossio nella sede di Costantinopoli (370), dove rimase finché Teodosio I lo depove perché respingeva il Simbolo di Nicea (380). Suo successore fu s. Gregorio Nazianzeno. D. figura ancora come ariano nel Sinodo costantinopolitano del 383 . I suoi scarsi scritti sono andati perduti.

Bibl.: M. Le Quien, Oriens christianus, I, Parigi 1740, pp. 210 sg., 1165 -67.

Innazio Ortia de Urbina
DEMOGRAFIA. - E, in senso lato, l'applicazione dei metodi statistici, cioè quantitativi, ai fenomeni della popolazione: essa si concreta, quindi, fondamentalmente in metodi ritenuti fecondi o che sono, comunque, largamente impiegati nello studio quantitativo dei fenomeni demografici (natalità, mortalità, nuzialità, migrazione, ecc.).

Il carattere investigativo della d. si configura nello studio e nella ricerca delle leggi, cioè delle regolarità statistiche, che la morfologia e le funzioni biolo-gico-sociali della popolazione possono manifestare: studio e ricerca, che sono generalmente opera dello scienziato, condotti su dati oggidi prevalentemente rilevati, elaborati ed esposti da organi statistici nazionali ed internazionali secondo una tecnica che assume distintamente stato della popolazione e movimento della popolazione.

Allo studio dello stato della popolazione, cioè della consistenza numerica di essa in un dato momento, della sua composizione interna secondo i caratteri individuali ed in rapporto ad un determinato territorio, giovano principalmente i censimenti : grandiose inchieste demografiche che, in passato saltuarie, nei tempi moderni vengono nei paesi civili condotte ad eguali intervalli di tempo, comprendono tutto il territorio di uno Stato e tutte le persone che ad un dato momento l'abitano. Assumono cioè tre caratteri principali : la periodicità, l'universalità e la simultaneità.

Dalle originarie statistiche della popolazione ad un dato momento, ad es., numero delle persone viventi, è facile trarre altri dati, perciò detti derivativi, che rappresentano egualmente uno stato di cose attuale, ad esempio la mascolinità, il rapporto cioè del numero dei maschi a quello delle femmine all'atto del censimento.

Il movimento della popolazione consiste nel pro-
cesso di variazione dello stato della popolazione in conseguenza di movimenti: a) interni: nascite e morti; b) esterni : migrazioni all'entrata ed all'uscita. Solo in essi s'individuano i diretti elementi attivi e passivi dal cui saldo risulta l'equilibrio demografico del paese: onde si chiamano pure variazioni costitutive.

Una distribuzione dei viventi è l'effetto del gioco combinato della natalità, della mortalità e dei movimenti migratori. Evidentemente, si varcano i confini assegnati alla espressione "movimento della popolazione", ove si segua la consuetudine delle fonti statistiche di parte, accanto ai movimenti interni, taluni fatti (mattinoni, divorzi, legittimazioni, e cosi via) che modificano l'essenza dei rapporti qualitativi, giuridico-sociali, dei membri della collettività osservata, ma la lasciano quantitativamente invariata. L'origine di detta consuetudine si deve ricercare nella comunanza dei registri cosiddetti dello stato civile e degli organi - uffici di stato civile d'ordinario carattere ufficiale, che curano la rilevazione di variazioni quantitative e di variazioni qualitative.

Orbene, la d., in termini più generali di quelli precedentemente fissati, indaga la posizione e la risoluzione dei problemi statistici che riguardano la forma e l'attività biologica e sociale delle collettività umane : problemi che grosso modo possono essere guardati da un duplice punto di vista, e cioè, considerando i fenomeni della popolazione nelle loro manifestazioni globali, oppure cercando di intenderli come effetto complessivo di un insieme di circostanze elementari, che risiedono nelle qualità e proprietà degli individui. In concreto nelle indagini demografiche non vi è nulla di assoluto : si utilizzano rilevazioni dinamiche (proprie dei servizi dello stato civile) spesso congiuntamente a rilevazioni statiche (fatte con i censimenti : operazioni di origine antichissima, aventi, all'inizio, scopi fiscali, o militari, o, più tardi, quando i concili milanesi sotto s. Carlo Borromeo prescrissero la formazione periodica degli "stati d'anime", religiosi).

Metodi diretti e metodi indiretti escogitati poi per il calcolo della popolazione negli intervalli intercensuari sono sovente applicati con alquanti rimaneggiamenti, variabili specialmente secondo le ipotesi che si ammettono sulla legge di variazione della popolazione tra due successivi stati noti.

Estendendo poi (con appropriati procedimenti estrapolatori) al futuro gli andamenti della natalità e della mortalità accertati nel passato per gruppi di popolazione scelti secondo l'età e secondo il sesso accertati nel passato - più o meno prossimo secondo l'ampiezza del futuro al quale si vogliono estendere le previsioni si ricavano ipotetici dati intorno all'ammontare globale ed alla composizione delle popolazioni nell'avvenire. Le previsioni sono, ovviamente, diversamente attendibili secondo le ipotesi assunte e queste variano grandemente in funzione della dinamica demografica, spesso diversissima da paese a paese (popolazioni progressive, regressive, stazionarie).

Però quali che siano le caratteristiche di sviluppo delle diverse popolazioni, è ormai un dato di fatto acquisito nelle indagini demografiche - sia microscopiche, che riguardano cioè popolazioni di territori relativamente ristretti, sia macroscopiche, che riguardano cioè popolazioni di territori comparativamente ampi - la discesa, attraverso il tempo, dei quocienti fondamentali della dinamica demografica, cioè dei quozienti di natalità e dei quozienti di mortalità : dalla cui differenza in successivi intervalli di tempo risulta il saggio di sviluppo di una popolazione.

Ma, poiché il campo di variazione del quoziente di natalità è più ampio di quello del quoziente di mortalità (la natalità può essere persino eguale a zero in caso di piena applicazione di pratiche anticoncezionali nella procreazione; la mortalità non può scendere al disotto del limite imposto dalla natura dell'organismo umano), nel-

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l'ultimo secolo mentre notevolmente si è abbassato il quoziente di mortalità per perfezionamenti igienici, sanitari, terapeutici ecc., ben più notevolmente è disceso il quoziente di natalità per il sempre più largo ricorso alla volontaria limitazione della prole (alla quale, secondo taluni, si accompagnerebbe una depressione della capacità riproduttiva della specie) : in definitiva si viene assistendo ad una sempre minore eccedenza annuale, in cifre assolute, delle nascite sulle morti nei più diversi paesi del mondo, particolarmente nei paesi dell'Europa occidentale.

Il tedesco G. P. Süssmilch (1707-67), l'italiano G. M. Ortes (1713-90) e l'inglese T. R. Malthus (1766-1834) hanno costruito il centro di un sistema di criteri di studio dello sviluppo delle popolazioni avente fondamento in un ordine divino ed in fattori umani idonei a secondario (la diradazione o la posticipazione dei matrimoni e la castità) : cosi che sia assicurato l'equilibrio tra sviluppo della popolazione e sviluppo dei mezzi di sussistenza e sia debellata l'altrimenti ineluttabile miseria.

Con una non sempre involontaria degenerazione morale di questo complesso di principi (specie degenerando il principio contenuto nelle proposizioni del Malthus) si è voluta legittimare la estesa pratica del controllo dei concepimenti o, infine, del controllo delle nascite (come appare ben evidente dalla diminuzione, attraverso il tempo, della fecondità delle donne coniugate e dall'estendersi sempre più crescente della volontaria limitazione della prole dagli strati sociali più elevati agli strati economicamente e professionalmente meno dotati). Cosi che la dinamica demografica si evolve con variazioni chiaramente inferiori a quelle della dinamica economica e si viene determinando un grave squilibrio economico-demografico, frutto di quella che è stata definita la «filosofia della paura», della preoccupazione cioè di uno squilibrio tra il saggio di accrescimento della popolazione e quello di accrescimento delle sussistenze nel senso che lo sviluppo di queste non possa consentire uno sviluppo di quella. E una filosofia che, accanto ad una sistematica diminuzione della popolazione globale dei diversi paesi, viene conducendo soprattutto ad un assottigliamento della popolazione economicamente attiva e, con l'invecchiamento delle popolazioni, ad un aggravamento del carico sociale sui gruppi degli economicamente attivi in conseguenza del numero di vecchi, cioè di economicamente inattivi, che è in via di accrescimento.

L'infiacchimento della vitalità, come un esame della natalità nei diversi dipartimenti francesi e delle diverse regioni italiane starebbe a porre in luce, è frutto dell'abbassato vigore del senso religioso e morale in taluni territori.

Quando la religione non sostiene nel sopportare il peso della prole, la donna rifugge dalla maternità e l'uomo dalle cure del focolare domestico. Da questo punto si pensa meno all'avvenire che a se stessi, meno a migliorarsi che a godere, ed ogni ambizione che richieda energia si annulla. La vita si abbassa di tono; si riduce all'amore della materia e si finisce con lo scordare che divina arte è la continuazione della specie. Per vivere cioè si perde la ragione di vivere: «et propter vitam vivendi perdere causas ».

Bibl.: G. Lasorsa, La feconditd legittima della donna secondo l'etd, Padova 1934; id., Lo spopolamento della Francia, Milano 1934; M. Boldrini, D., ivi 1946; G. Lasorsa, D., 4^{°} ed., Buri 1948; id., Statistiche del lavoro, ivi 1948. Giovanni Lasorsa

DEMOGRAFICO, SVILUPPO : v. MalthuSIANESIMO.

DEMONE. - Presso Omero d. indica la natura del dio, il suo modo di esplicarsi, la sua potenza, mentre \vartheta ε ε ς ( = dio) indica la divinità nel culto e nel mito.

Il significato divenne poi più ampio: d. fu usato dai tragici come sinonimo di destino e, spesso, per indicare esseri semidivini, superiori all'uomo, ma inferiori agli dèi : cosi per Esiodo sono d. gli eroi dell'età dell'oro, che servono gli dèi e proteggono i mortali; per Eschilo è un d. Dario, per Euripide Alcesti. Per i filosofi il d. fu una forza che veglia sull'uomo fin dalla nascita, ne guida la volontà, l'ispira al bene e al male; per Socrate è anche la coscienza. Nel culto fu dato questo nome a divinità minori, ad es., Mitra, i Sileni, ecc. La religione popolare dette grande importanza al d., in cui vedeva degli spiriti individuali all'ultimo rango della gerarchia divina, proiettori o oppositori dell'attività umana, personificazioni di forze naturali, origine prima delle malattie. I d. malefici (anime dei defunti, spiriti e spettri al seguito di Ecate) portavano la pazzia e la morte a chi li vedeva.

Bibl.: P. Regnaud, Le Saluioy, histoire d'un mot et d'une idée, in Revue de l'histoire des religions, 15 (1887), p. 156 sgg.; Waser, s. v. in Pauls-Wissowa, IV. II, coll. 2010-12; A. Michel, Les bons et les mauvais esprits dans les croyances populaires de l'ancienne Grèce, in Rcu. de l'hist. relle., 77 (1910), pp. 193215; H. Rose, Numen inest, in Harvard Theological Bevieu, 28 (1935), p. 243 sgg.; M. Nilsson, Geschichte der griechischen Religion, I. Monaco 1941, p. 201 sgg.

Luisa Banti
DEMONIACHE, MANIFESTAZIONI. - Posta l'esistenza del demonio, si chiede se, oltre le operazioni indirette o morali di cui è indubbiamente capace nella sua opera tentatrice e istigatrice al male, Batana abbia il potere e la libertà d'intromettersi, e di fatto s'intrometta, nell'ordine della natura con manifestazioni fisiche e biologiche, comprese quelle proprie della vita psichica.
I. I fatti. - Ora, su tal punto non può ammettersi dubbio ragionevole, come si vede da parecchi argomenti, p. es., dalla testimonianza storica e dall'esame scientifico dei fatti.

Storicamente risulta che in tutti i tempi molti fenomeni furono attribuiti al demonio, oppure, in genere, a spiriti malefici. Facendo anche un'abbandante rara a queste affermazioni - attribuendone, cioè, un gran numero all'ignoranza, alla suggestione, all'errore - non possiamo però allargare il processo a tutto e sempre, semplicisticamente : si tratta, infatti, di attestati non soltanto di gente rozza, raccolti in epoche di oscurità scientifica, ma spesso, invece, di testimonianze rese da eminenti persone, da scienziati di chiara fama, anche dei tempi nostri. Inoltre non si può ammettere che un'attestazione cosi vasta nel tempo e nello spazio, sia priva di serio fondamento, senza con ciò contraddire alle basi medesime e più certe della ricerca storica scientifica.

Inoltre, e sempre nel campo della storia, interviene la testimonianza della S. Scrittura: dai Vangeli infatti si ricava come Gesù guarisse molti indemoniati, e li dichiarasse tali, ben distinguendoli dagli ammalati comuni (Mc. 1, 23-28; Mt. 8, 28-34; 9, 32-34; 12, 22; 15, 22-28; Lc. 6, 18-19; 7, 21; 9, 37-44; 13, 12-17; ecc.). Questa affermazione ha un valore enorme ; è irrefragabile per i cristiani in quanto per essi la parola di Cristo è la parola stessa di Dio; ma è pure assolutamente certa per chiunque, tenendo conto che i Vangeli costituiscono un complesso di documenti autentici, la cui verità è dunque ineccepibile.

L'altro elemento di prova sorge dall'esame intrinseco, scientificamente condotto, dei fatti certi, cioè del «materiale d'esperimento n, sia passato che presente. Alla domanda se da tale indagine si è potuto trarre l'evidente dimostrazione dell'azione diabolica, è da rispondere affermativamente, rimandando alla bibliografia per quanto riguarda l'autentica narrazione degli esami scientifici eseguiti in proposito e i risultati ottenuti.

Dimostrata in genere la realtà dell'azione diabolica,

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resta da esaminare la terminologia tecnica in uso per quanto riguarda l'attività del demonio nell'ordine fisico, biologico e della vita psichica. Si può classificarla come segue : a) infestazione diabolica locale, cioè azione del demonio sulla natura fisica e organizzata inferiore (piante e animali); b) infestazione diabolica personale (in francese : obsession) : consiste in una serie di tentazioni più violente e più continue delle tentazioni ordinarie. E esterna se agisce sui sensi esterni del soggetto (ad es., con apparizioni reali, intese cioè come una reale modificazione dell'ambiente esterno al soggetto, oppure come la reale immissione nell'ambiente esterno di una "forma" oggettiva). E interna quando opera sui sensi interni (ad es., l'immaginazione) producendo interne impressioni. Nello stesso soggetto può essere simultancamente duplice: esterna e interna; c) assessione diabolica (in francese: possession): "è costituita da due elementi : dalla presenza del demonio nel corpo dell'ossesso e dal dominio che esercita su questo corpo e per esso sull'anima. Quest'ultimo punto ha bisogno di essere spiegato. Il demonio non è unito al corpo come vi è unita l'anima; non è rispetto all'anima che un motore esterno, e, se opera su di lei, lo fa solo per mezzo del corpo in cui abita. Può operare direttamente sulle membra del corpo facendo fare ogni sorta di movimenti; e opera indirettamente sulle facoltà per quel tanto che nell'operare dipendono dal corpo" (A. Tanquerry, Compendio di teologia ascetica e mistica, 7a ed., Roma-Tournai-Parigi 1928, p. 940 ).

Per quanto riguarda l'infestazione diabolica locale i Vangeli smottici descrivono, ad es., l'episodio dei porci invasi dal demonio (Mt. 17, 14-17; Mc. 5, 2-13; Lc. 8, 27-33). Inoltre molti casi li troviamo nella vita di alcuni santi (s. Giovanni della Croce, s. Teresa d'Avila, s. Giovanni Bosco, il curato d'Ars, ecc.).

Relativamente all'infestazione personale e all'ossessione diabolica i Sinottici ci parlano dei ripetuti incontri di Gesù con gli indemoniati, della loro liberazione al comando divino (Mt. 8, 16; 12, 22; 15, 22; 17, 14-17; Mc. 1, 23-26; 5, 2-13; 9, 16; Lc. 4, 33-35; 6, 18; 7, 21; 8, 2, 27-33; 9, 39, 43; ecc.); gli Alti degli Apostoli ( 5,16 ; 8, 7; 16, 16-18) ci attestano il perdurare del fenomeno dell'ossessione anche dopo l'Ascensione di Gesù.

In base ai criteri d'indagine, atti a identificare, quando c'è, l'azione del demonio, e dei quali si parlerà appresso, è indubitato che molti fra i fenomeni cosiddetti "medianici " e più generalmente "metapsichici ", hanno come causa l'azione diretta di Satana (v. metapsichica; artritismo).

Sulla base, dunque, dei fatti, e soprattutto sull'esempio del Divino Maestro, la Chiesa, dai tempi apostolica, seguita ad ammettere la possibilità dell'infestazione e dell'ossessione diabolica, curando la liberazione degli indemoniati con mezzi spirituali, in particolare con gli esorcismi. Guidata, però, da profonda saggezza, ammette la possibilità dell'equivoco, che cioè manifestazioni dell'ordine puramente naturale - come sono, p. es., le malattie nervose o psichiche - possano essere scambiate per manifestazioni del demonio; mentre, al contrario, casi di autentica vessazione diabolica siano confusi con le suddette malattie. Di tale prudenza fanno fede le ammonizioni del Rituale romano (De exorcizandis a daemonio, nn. 3-7) che pone i criteri di distinzione e inculca all'esorcista: in primis ne facile credat aliquem a daemonio obsessum esse.
II. Criteri diagnostici. - Primieramente, e in ogni caso, perché l'azione del demonio possa essere ammessa, bisogna che i fenomeni si estrinsechino con tali manifestazioni da escludere qualunque altra causa possibile. Tale giudizio, quando lo si possa fare, nonostante sia negativo, atteso il suo carattere di esclusivitá, è certamente sufficiente per una diagnosi rigorosa. Però l'esclusione delle altre cause all'infuori del demonio non è semplice, anzi richiede somma cautela e profondità di dottrina. Per questo i riferimenti che qui si riportano non possono essere che sommari. Dio, dunque, sarà escluso ogni qualvolta le manifestazioni, sia per la loro finalità e per il loro intrinseco contenuto (immorale, empio), sia per le circostanze in cui avvengono (sedute spiritiche, ecc.), siano incompatibili con gli attributi di Dio (infinita sapienza, maestà, ecc.). Analoghi criteri valgono per gli spiriti puri, ma buoni (angeli) e per le anime dei defunti, anche dannate, se si ritiene, come insegna la Rivelazione, che ogni loro azione sui vt venti e sulle altre creature terrene non possa verificarsi senza un intervento positivo di Dio. Cosi pure, l'azione dei viventi non può emmettersi quando i fenomeni rivelano un contenuto materiale e intellettuale, superiore alle possibilità del vivente stesso: tale, ad es., sembra certamente la "xenoglossia", tanto più se avviene in fanciulli che ancora, per l'età, sono incapaci di parlare. Certamente l'applicazione di questi criteri negativi, non potrà farsi senza l'ausilio di norme positive atte a dirimere gli errori in quanto esse, per i singoli fenomeni, determinano, sulle basi della scienza, che cosa eccede, oppure no le possibilità della natura umana.

Alla luce delle indagini moderne non possono, ad. es., essere considerate preternaturali manifestazioni spiegabili con l'esercizio di particolari attività psichiche, sia pure non comuni a ogni individuo, quali la telegotia, la psicometria, ecc. (v. chiaroveggenza), e nemmeno moltissimi tra i fatti d'ordine fisico (telecinesia) che si riscontrano nella casistica medianica. Tali fenomeni, che pure hanno del meraviglioso, sono attualmente considerati di carattere naturale, oppure con molta probabilità dovuti a cause naturali (v. C. Boyer, Curios philosophine, 2 ed., Roma 1944, p. 229).

Per tali motivi, allo stato attuale delle nostre conoscenze, non sembra possano essere accertati in blocco, cioè senza discriminazione, i criteri d'ordine fisico e psicologico enumerati nel Rituale romano: "...signa autem obsidentis daemonis sunt : ignota lingua loqui pluribus verbis, vel Inquentem intelligere; distantia et occulta patcfacere; vires supra aetatis seu conditionis naturam ostendere... et alia id genus, quae cum plurimo occurrunt, maiora sunt indicia ". Oggid... "les progrès de la métaperyhique ne nous permettent plus d'utiliser les critères de la possession comme on le faisait au xvir { }^{c} siècle... Nous sommes obligés d'être plus reservés" (R. Dalbicz, in Etudes carmélitaines, 23 [1938, 16, p. 229).

Questa prudenza tanto più è da consigliarsi se si ritiene presente come, dal progresso delle scienze mediche, fatti che acri venivano sospettati per diabolici oggi senáaltro sono accertati come naturali. Sarà dunque necessario che l'esorcista, ad evitare equivoci perniciosi, ricorra a medici integri, profondamente versati nella scienza delle malattie nervose e mentali. Nei riguardi di questi morbi va detto che la loro sintomatologia, particolarmente agli occhi d'un profano, può rivestire tali caratteristiche di straordinarietà e di inspiegabilità da assumere l'aspetto del preternaturale. Così, le illusioni e le allucinazioni possono essere equivocate per apparizioni, incubi, comandi, minacce demoniache; i deliri possono susseguirsi e concatenarsi tra loro in una costruzione apparentemente logica e verosimigliante, che può accompagnare il corso della vita dell'individuo, senza disturbo della sua normale attività giornaliera, cosi che la sua vita conservi un tal quale aspetto normale : ciò particolarmente nei deliri lucidi sistematizzati, propri del quadro della paranoia. La "demonomania" appartiene a queste forme, scambiabili con l'ossessione e la possessione diabolica : forme, queste, in cui la confusione è facile per le calme, circostanziate, coerenti e ripetute affermazioni del soggetto che al profano appare tanto più normale quanto più sono assenti dalla sua sintomatologia le amanie violente, gli attacchi convulsivi, gli episodi di sospensione della coscienza (v trance "), nella comune credenza presunti attributi del pazzo dichiarato.

Le forme neuro-psicastetiche (v. abbraatenia) possono dar luogo a quadri morbosi interpretabili come m . d., particolarmente nella forma d'infestazione diabolica personale. L'idea ossessiva (v. psicosi ossessiva) che s'incastra prepotentemente nella coscienza dell'individuo, dolorosissima e invincibile, cui s'aggiunge nella fobia

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il timore angoscioso che possa avverarsi; gli impulsl ossessivi, che sembrano spingere irresistibilmente, e a dispetto d'ogni volontà contraria, il soggetto a compiere un'azione detentata o a impedirgli l'attuazione di quanto fortemente desidererebbe, possono essere ritenuti azioni vessatorie del demonio. In particolar modo, inscenatore di quadri pseudo-diabolici è l'isterismo, cui può dirsi, senza esagerare, vadano attribuito la grande maggioranza dei casi di falsa ossessione e infestazione: è buona regola, in ogni caso di presunta azione diabolica, ricercare nell'individuo i segni eventuali della suddetta nevrosi. La caratteristica tenden. za all'imitazione e alla suggestione ("pitiatismo"), alla menzogna sistematicasta (v. mitomania), agli sdoppiamenti della coscienza, ai curiosi disturbi della sensibilità, alle crisi convulsive, sono le pietre elementari con cui l'isterismo costruisce i quadri delle false m. d., caratteristici spesso per la forma teatrale ed esibizionistica. Altra malattia capace di generare equivoci, è l'epilessia di cui bisogna tener presente non soltanto le grandi crisi convulsive, ma le forme
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Demonsi - I reprobi cacciati nell'inferno. Scultura in marmo di Lorenzo Maitani e collaboratori in uno dei pilastri della facciata del Duomo (ca. 1313) - Orvieto.
di "petit mal", le "assenze", gli episodici impulsi di violenza, gli stati demenziali.

Per sommi capi si sono indicati i criteri fondamentiati atti a dirigere la diagnosi di m. d.: tuttavia, giunti a questo punto, occorre aggiungere come in non pochi casi sia impossibile istituire un'indagine differenziale