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 della facciata del Duomo (ca. 1313) - Orvieto.
di "petit mal", le "assenze", gli episodici impulsi di violenza, gli stati demenziali.

Per sommi capi si sono indicati i criteri fondamentiati atti a dirigere la diagnosi di m. d.: tuttavia, giunti a questo punto, occorre aggiungere come in non pochi casi sia impossibile istituire un'indagine differenziale capace di raggiungere la certezza, potendo infatti esistere quadri che presentano identità di manifestazioni esterne, variando solamente la causa determinante, preternaturale l'una, naturale l'altra. Basta a convincersi di ciò lo studio di due casi, esternamente simili, guariti da Gesù : il cieco di Bethsaida (Mc. 8, 22-26) e il cieco muto indemoniato (Mt. 12, 22); mentre nel primo egli attiene la guarigione miracolosamente risanando, nel secondo l'effetto è ottenuto liberando l'infermo dalla infestazione diabolica. Ciò, però, che alla sapienza socraticice di Gesù riusciva così facile, può perfino essere impossibile all'esorcista. In tale evenienza, la regola veramente saggia da seguire è quella di presumere, in primo luogo, essere i fatti d'ordine naturale, applicando cioè il "principio d'economia", per cui va fatto ricorso alla spiegazione preternaturale, e alla conseguente terapia, solo allorchè quella naturale risulta pienamente insufficente.

Nel dubbio, dunque, falliti i mezzi di cura suggeriti dalla medicina - il che non può avere valore di prova assoluta, posta la limitatezza dei mezzi dell'arte medica l'esorcista agirà cautamente, graduando gli esorcismi man mano risultino inefficaci le cure naturali, ed evitando sempre quelle forme esternamente suggestive e impressionanti, che potrebbero dannosamente influire sull'equilibrio psichico del colpito, qualora questi non fosse che un neuropatico.
III. I vari modi di m. D. - Si scorge abitualmente una violenta sovraeccitazione del sistema nervoso, sia nella sua attività vegetativa che della vita di relazione, con un potenziamento più o meno grande, a volte veramente straordinario, delle funzioni sensitive intellettive volitive, e spesso uno sviluppo inesplicabile dell'energia fisica del soggetto, capace di
manifestare un'agilità, una forza, una subitaneità di azione più che belluina. Non raramente tutto ciò è inquadrato nelle linee di una ben riconoscibile malattia naturale, come, del resto, si ricava dal Vangelo, nel caso dell'indemoniato lunatico epilettico (Mt. 4, 24; 17, 14); nelle differenti forme di paralisi e contratture localizzate (Lc. 13, 11-16), di cecità, sordità, mutismo (Mt. 9, 32; 12, 22; Mc. 7, 32; 9, 24) e del colpito da crisi di agitazione maniacale (Mc. 1, 26; 9, 17-21; Lc. 9, 39).

A queste forme pseudonaturali spesso si associano fenomeni prodigiosi, come gli aspetti più strani e impensati di chiaroveggenza, la xenoglossia, la levitazione del proprio corpo, ecc.

BibL.: P. Thirasun, Daemoniaci, hoc est de obsessii a spiritibus daemoniorum hominibus liber unus, Colonia 1928 (e Litmo 1803): M. Delrio, Disquisitionum magicarum liber sex, ivi 1808; D. Schram, Institutiones theologiae mysticus, Augusta 1777; G. B. Scaramelli, Direttoria mistica, Torino 1837; J. Ribot, La mystique divine, Parigi 1887; F. Salis Seewis, Visioni F. Salis Seewis, Visioni
e allucinazioni, Prato 1892: Lesueur, La science et les faits surnaturales contemporains, Parigi 1897; C. Godard, L'occultismo contemporaneo, Roma 1904; G. Antonelli, Lo spiritismo, ivi 1902: Dubois, Les psychonécrotes, Parigi 1004; A. Saudreau, Les faits extraordinaires de la vie spirituelle, ivi 1908; J. Smith, De daemoniacis in historia evangelica, Roma 1913; E. Bozzano, Dei fenomeni d'infestazione, ivi 1919; A. Farges, Les phénomènes místiques distinctifs de leur contrefaction homaiues et diaboliques, ivi 1920; M. Garcon-J. Vinchon, Le diable, Parigi 1926; L. Roure, Lo spiritismo davanti alla scienza e alla religione, trad. it., Milano 1928; R. De Sineby, Psicopatologia e direzione spirituale, trad. it., Brescia 1937; J. de Tonquédec, Les maladies nerveuses ou mentales et les manifestations diaboliques, Parigi 1938; G. Miodio, Manuale di psichiatria, Roma 1946; E. Mangonot, Démon, in DTNC, IV, 1, coll. 321-400, 407-409; T. Ortolan, Démonioques, ibid., coll. 409-14. Alighiero Tandi-Giuseppe de Vimno

## DEMONIACI : v. indesionisti.

DEMONIO.- Nel linguaggio ecclesiastico, designa un angelo decaduto, per ribellione a Dio, e punito nell'inferno. Mentre il "diavolo" o "satana" è il capo delle potenze invisibili del male, il d. ( τ δ δ α μ \dot{σ} ν ω ν ) è uno degli spiriti maligni (ol δ α i μ ° ν ε ), di solito τ \dot{α} δ α μ \dot{σ} ν α nel Nuovo Testamento) che infestano il mondo, svolgendovi una funzione malefica opposta a quella degli angeli. Così Gesù diceva dell'inferno "che fu preparato per il diavolo ed i suoi angeli" (Mt. 25, 41).

Il diavolo è unico; non è la stessa cosa di d. i demóni o démoni ( δ α i μ i ° ν ς e δ α ι μ δ ν α non si diversificano) sono una moltitudine.
I. S. ScritTura. - Fin dai primordi dell'umanità, intervengono gli spiriti del male, come causa della nostra caduta: "La morte entrò nel mondo per invidia del diavolo" (Sap. 2, 24). Nel testo biblico di Ges. 3 non è nominato né un d., né satana; l'essere, che parla ed agisce per mezzo del serpente, è uno spirito maligno. Agisce qui il diavolo o satana, o un d. per conto suo, per accusare o perdere gli uomini presso Dio (cf. Job 1, 9-11; 2, 5; Apoc. 12, 10), v. diavolo; satana.

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Nel Vecchio Testamento i d. appaiono spesso come paurosi animali mitici: il "peloso" (id'ir) e la "larva notturna" (illith [v.]) in Is. 34, 14 (Volg.: pilosus, lomio). In Lev. 17, 7 è severamente proibito di sacrificare ai id' irim (Volg. daemones); in Lev. 16, 8-10 'Azǎ'zēi, connesso con i id'irim, è uno spirito maligno opposto a Jahweh. Al vero Dio è anche apposto lo Séd (Deut. 32, 17; Ps. 10, 37), probabilmente analogo al babilonese šidu. Sédim sono anche detti i falsi dèi. Animali come il serpente erano ritenuti connessi con le forze demoniache (v. Dragonè). Le concezioni e classificazioni dei d. si complicarono nel giudaismo posteriore, in base a quella mentalità popolare animistica, che presso gli Arabi creò i multiformi gimn.

Nel Nuovo Testamento i d. sono menzionati con più frequenza (v. tentazioni). Nella sua vita pubblica Gesù comanda ai d., sia che li scacci dalle anime, come avvenne per Maria Maddalena (Lc. 8, 2), sia che li allontani dal corpo di molti posseduti. Egli conferisce il potere di scacciarli ai suoi apostoli, i quali alcune volte se ne valgono con tutta facilità (Mc. 6, 13; Lc. 10, 17), mentre altre volte non riescono a farsi ubbidire dei d. più maligni, che non si discacciano se non con il digiuno e con la preghiera (Mt. 17, 14-20; Mc. 9, 15-28; Lc. 9,38-40 ).

Questo azioni isolate sono le manifestazioni della missione più generale che Dio ha commesso al Messia ed ha rivelata ai nostri progenitori : il Figlio della Donna per eccellenza sarà morso nel calcagno dal serpente, che lo priverà della vita umana; ma nel corso di questa lotta, che finisce con la morte, il Salvatore schiaccerà il capo del serpente (cf. Gen. 3, 15). Gesù annunziò ad un tempo e questa vittoria e il sacrificio con il quale la ricompensa, allorché disse nella vigilia della sua passione: "Ora si fa il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà scacciato fuori. Ed io quando sarò elevato da terra, trarió ogni cosa e me" (Io. 12, 31-32).

Dio rivelò agli angeli in una visione profetica il mistero dell'Incarnazione che Egli ha voluto da tutta l'eternità (Rom. 16, 26). La maggior parte di questi spiriti puri adorò il Cristo futuro. Satana però e altri angeli, tratti dal suo esempio, rifiutarono. "E s'ingaggiò in cielo una grande battaglia: Michele con i suoi angeli combattevano contro il dragone, e il dragone e i suoi angeli combattevano, ma non poterono vincere... E fu precipitato il gran dragone, l'antico serpente, quello che si chiama diavolo e satana, il quale seduce tutta la terra. Esso fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati i suoi angeli" (Apoc. 12, 7-9).

Allorché Dio introdurrà "di nuovo" nel mondo, non più in figura, ma in realtà, il "Primogenito di tutte le creature" e comanderà ai suoi angeli di adorarlo (Išsbr. 1, 6), non sarà per questi una sorpresa, poiché già attendevano questo avvenimento, né esiteranno, poiché già avevano, al tempo della loro prova, dimostrato antiosnissione con atto gioioso acclamando insieme Iddio ed il Cristo futuro: "Adesso è compiuta la salute, e la potenza, e il regno del nostro Dio, e la potestà del suo Cristo" (Apoc. 12, 10). Cf. F. Risi, Sul motivo primario della Incarnazione del Verbo, IV, Roma 1898, pp. 128-47; P. Arrighini, Gli angeli buoni e cattivi, Torino-Roma 1937, p. 156-70).
II. It. Docma. - Il punto di partenza e il fondamento solido della speculazione teologica nella dottrina della quale ci si occupa, è la certezza che i d. siano angeli decaduti. E questa una verità rivelata non soltanto nell'Apocalisse (v. sopra), ma anche in molti altri testi assai espliciti. Gesù ha detto ai suoi discepoli: "Io vedevo satana che cadeva dal cielo come una folgore" (Lc. 10, 18). Il diavolo cadde perché "non perseverò nella verità" (Io. 8, 44). S. Pietro parla espressamente di "angeli che hanno peccato e che Dio ha precipitato nell'inferno" (II Pt. 2, 4). E s. Giuda (v. 8) accenna agli "angeli che non hanno conservato il loro principato, ma che hanno abbandonato la propria abitazione».

Se dunque i d. sono angeli decaduti, è necessario applicare loro tutte le proprietà che la Rivelazione rife-
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Del. Abanti
Desionio - Particolare di Le tentazioni di s. Antonio, di Bernardo Parentino (scc. XV) - Roma, palazzo Doria.
risce nei riguardi della natura spirituale degli angeli, non potendo una colpa morale modificare la natura del colpevole. Non è possibile attribuire ad essi un corpo, come ha fatto qualche autore antico e qualche scolastico.

Dire che i d. sono decaduti, che hanno peccato, che Dio li ha puniti, è un affermare implicitamente che essi sono divenuti cattivi per propria colpa e che non furono creati quali ora sono, contrariamente a ciò che vollero affermare alcune sotte d'opinazione manichea, condannate poi dal Concilio di Braga in Portogallo (a. 563) e dal Concilio Lateranense IV dell'a. 1215 (cf. F. Cavallera, Thesaurus doctrinale christianae, 2a ed., Parigi 1938, nn. 612-39; Gelasio I [492-496], Dicta adversus Pelagianam laurexim, nn. 23-33, come anche la professione di fede imposta ai valdesi da Innocenzo III [citati ivi, nn. 632-633 e 638]). Bisogna ugualmente concludere che i medesimi non furono creati né nello stato di gloria, né confermati nel bene, ma nello stato di Grazia, dalla quale sono decaduti senza avere mai goduto la visione beatifica.

Data la natura spirituale dei d. bisogna assolutamente respingere un'opinione largamente diffusa fra alcuni scrittori medievali (cf. E. Mangenot, Démon, in DThC, IV, coll. 339-400), secondo cui questi angeli sarebbero condannati all'inferno per relazioni sessuali con donne. Quest'opinione, ormai abbandonata, si fondava su una falsa versione di Gen. 6, 2 (cf. id., ibid., coll. 326327). Si è quasi d'accordo nel riporre la colpa degli angeli in un atto di superbia (cf. le lettere dei papi Ormìsda e Gregorio I, in Cavallera, op. cit., nn. 626 e 640). La tradizione però non è chiara nel precisare in che cosa consistesse. Molti dottori asseriscono che satana voleva "essere simile a Dio", ma tra di loro non vi è consenso nel determinare il senso che conviene a questa formula (cf. s. Tommaso,

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Summa Theol., { }^{\text {I }}, q. 63, a. 3). Questa opinione, d'altra parte, ha per unico fondamento una riflessione che I s. 14, 13-14, attribuisce al re di Babilonia e che è stata applicata a satana. Ora il senso accomodatizio, meno ancora di quello mistico, non pud essere fondamento della fede. Esso ansi suppone la fede. L'unica base solida per determinare la colpa dei d., insieme con le circostanze, è il senso letterale allegorico del cap. 12 dell'Apocalisse.

Contrariamente ad alcuni dottori antichi, si deve ritenere che i d. vennero puniti subito dopo il peccato (cf. Apoc. 12) e che immediatamente cominciarono a subire la doppia pena del danno, cioè privazione di Dio, e del fuoco. E per una speciale permissione, che essi possano nuocere agli uomini "per un po' di tempo" (ibid., 12, 12), vale a dire fino al Giudizio Universale, senza frastanto rimanere esenti dai tormenti dell'inferno. Il numero dei d. è generalmente considerato assai elevato. Secondo Apoc. 12, 14, il dragone nella sua caduta aveva tratto seco "la terza parte delle stelle del cielo", cioè degli angeli. Diversi testi scritturistici (Ex. 28, 14-16; Rom. 8, 38; Eph. 6, 12; I Cor. 15, 24) portano alla conclusione che i ribelli appartenevano a diversi ordini nella gerarchia celeste. Satana séguita ad esercitare fra di essi una dominazione reale (Mt. 9, 34; Lc. 11, 15), di conduttore più che di capo, giacché non si può parlare di gerarchia e di subordinazione propriamente detta in un luogo che la fede comune giustamente considera come regno del disordine (cf. Iob io, 22),

L'inferno è comune agli angeli ed agli uomini reprobi, poiché gli uomini riprovati vengono gettati nel fuoco, "preparato per il diavolo e per i suoi angeli" (Mt. 25, 41). Similmente a quella degli uomini, la pena dei d. è eterna e non può andare incontro a nessuna attenuazione, come espressamente afferma Apoc. 2, 9-10 e come ha definito il II Concilio di Costantinopoli (533), confermato dal papa Vigilio (cf. Denz-U, n. 211).

L'occupazione principale dei d. fino alla consumazione dei tempi consiste nel tentare gli uomini per indurli al peccato. Essi vi sono riusciti si bene che lo stesso Gesù ha dato a satana il titolo di "principe del mondo" (Io. 12, 31; 14, 30; 16, 11). Il libro di Giobbe (capp. i e 2) insinua chiaramente che satana non può nuocere, se non quando glielo permette Dio e in quella misura nella quale gli vien permesso.

È certamente esatto che il d. non è l'origine di ogni tentazione (v.). Egli non interviene necessariamente in tutti i mali cui noi possiamo andar soggetti; non ripugna affatto alla sanità di Dio di essere causa, anche immediata, di una prova morale (come la tentazione di Abramo, Gen. 22), o di un male fisico (cf. Iob 3, 6: "Può giungere un male in un paese senza che Dio ne sia l'autore ?"). Ma le Scritture, d'altra parte, attestano che i d. qualche volta sono causa delle nostre sventure e infermità (cf., oltre Iob I e 2, Mt. 12, 22; 17, 14-17). D'altronde, girando come un leone in cerca di preda (I Pr. 5, 8), essi non si astengono dal soffiare nel fuoco delle passioni
o delle discordie. Qualche antico autore ha voluto asserire che ad ogni uomo, dalla nascita fino alla morte, venga dato un angelo cattivo che contrasti l'angelo custode. Questa teoria non si fonda né sulla tradizione né sulla Scrittura, per cui non merita credito alcuno (cf. S. Weber, De singulorum hominum daemone impugnatore, Roma 1938).

Biol.: D. Palmieri, De Deo creante et elevante, Roma 1878, pp. 471-90; C. Mazzella, De Deo creante, ivi 1880, pp. 295-340; E. Mangenot-T. Ortolan, Démon, in DThC, IV, coll. 321409; G. De Libero, Satana: l'essere, l'azione, il dominio, Torino 1934 (opera divulgativa); V. Genovesi, Satana, Chieri 1942 (operetta apologetica); Satan. Études carmélitaines, Parigi 1948 (tutto il fascicolo è dedicato a satana e ai problemi a lui connessi). Particolar. mentre interessante l'articolo, siquanto farragginoso ma ricco di materiale teologico, di A. Frank-Duquesne, Réfession sur Satan en marge de la tradition judéo-chrétienne, ibid., pp. 179-311; J. Kömn, Gott und Satan, Friburgo in B. 1949.

Giovanni Francesco Bonnefoy
III. Nell'arte.

- Il diavolo fa la sua apparizione nell'arte cristiana in modo rilevante non prima del vi sec. Una delle più an-
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(Int. Alinari)
Desionio - Una donna portata all'inferno. Particolare dell'affresco di Luca Signorelli nella Cappella di S. Brizio (1499-1503) - Orvieto, Duomo. tiche figurazioni del d. si trova in un affresco della chiesa egiziana di Bāwīt (vi sec.). Altre dello stesso periodo si trovano in miniature della Bibbia di s. Gregorio Nazianzeno, conservate nella Biblioteca Nazionale di Parigi. Caratteristica di queste rappresentazioni è l'aspetto quasi angelico di satana. Dal sec. xir in poi fino alla fine del medioevo e, si può aggiungere, fin verso la seconda metà del sec. xvı, l'immagine demoniaca subisce una trasformazione radicale : l'orrido è dominante. Alla seduzione del bello subentra la seduzione dell'orribile. Il terrore è l'arma diabolica più forte e gli artisti del periodo romanico hanno costantemente messo in luce il mostruoso quale aspetto del demoniaco. Particolarmente interessanti per questo le sculture dei capitelli delle cattedrali di Autun, Moissac, Beaulieu e Vezelay in Borgogna (del 1150). L'accentuazione dell'asimmetria nell'architettura di costruzioni sacre romaniche si deve, oltre che ad esigenze di carattere estetico, alla credenza che il diabolico tendesse al geometrico. Il geometrico è ciò che non comporta evasioni. Era opinione comune nel medioevo che la logica fosse l'ars diaboli, da qui le due caratteristiche contrastanti della tentazione diabolica: accerchiare (chiudere in cerchio) e terrorizzare, cioè distruggere le forze occorrenti alla diritta condotta umana. L'asimmetria architettonica è contro l'accerchiamento, e la rappresentazione del mostruoso è la doverosa denuncia della vera natura del demoniaco da parte di artisti-teologi.

Nelle numerose rappresentazioni di tentazioni di monaci e in particolare di s. Antonio Abate, dei secc. xiv, xv e xvi, il demoniaco viene sempre rappresentato come assalto dell'orribile.

Va segnalata la grande opera pittorica di fiamminghi e olandesi dei secc. xv e xvi. Hieronymus Bosch (ca. 14501516: notevolissima la Tentazione di s. Antonio del museo di Lisbona e quella del Prado), Peter Huys, Luca di Leeden, Jan Mandyn, Pietro Bruegel (o Breughel) il vecchio (Dulle Griet al Museo van den Bergh di Anversa, e Caduta degli angeli ribelli al Museo reale di Bruxelles), Hendrik Niet de Bles, Joachim Patinier. Fra gli artisti tedeschi, Ste-

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fano Lockner, Martino Schöngauer, Alberto Dürer, Luca Cranach, Nicola Manuel e sopra tutti Mattia Grünewald (altare di Isenheim di Colmar).

L'arte italiana dei secc. xili, xiv e xv (Giotto, Gaddi, Traini, Taddeo di Bartolo e più tardi Signorelli e Michelangelo) non ha avuto le stesse caratteristiche delle Tentazioni e degli Inferni dell'arte fiamminga-redesca, dove è evidente l'influenza delle dottrine teologico-mistiche di Enrico Suso e Ruysbroeck, nonché di alcune sètte eretiche (specialmente quella dei « fratelli del libero spirito»). Mentre fin verso la fine del 1500 è dominante la preoccupazione teologica nell'artista, dal sec. xvir in poi questa viene a mancare, e le rappresentazioni di scene infernali (Callot, Teniers, Goya) sono pretesti pittorici non rispondenti agli ideali apologetici. Grottesco e demoniaco si confondono. - Vedi tav. XC.

Bint.: M. Mâle, L'art religieux de la fin du moyen age en France, Parigi 1908; N. Michel, Das Teuflische und Grateshe in der Kunst, Monaco 1919: M. Mâle, L'art religieux du XIIe siècle en France, ivi 1924; O. A. Erich, Die Darstellung des Teufels in der cristischen Kunst, Berlino 1931: J. Levron, Le diable dans l'art, Parigi 1935: G. Bazin, Formes démoniaques in Satan, [s. 1.] 1948, pp. 307-20. Enrico Castelli

DE MONOGRAMMA CHRISTI. - Piccolo trattato attribuito a s. Girolamo sulla forma ed il significato del monogramma di Cristo.

Il testo è una aggiunta alla revisione dell'opera di Vittorino di Pettau su Apoc. 13, 18 da parte di Girolamo. Il Morin lo ritenne opera di s. Girolamo stesso (v. Revue Bénédictine, 20 [1903], pp. 225-52; id., Anecdota Maredsolana, Maredsous 1903, pp. 194-98; id., Etudes, Textes, Découvertes, ivi 1931, p. 20 sg). Si veda però l'obiezione di G. Haussleiter nella sua edizione: Vittorini episcopi Petavionensis opera, Vienna 1916, p. 124: CSEL, XXXIX; anche G. Grützmacher, Hieronymus, III, Berlino 1908, p. 238 .

Erik Peterson
DEMONOLOGIA. - La d. studia le credenze intorno agli spiriti o dèmoni. I primitivi immaginano che ogni cosa viva in quanto dotata di uno spirito animatore; e fanno risalire a spiriti o ad anime, come quelle vaganti dei defunti, tutti gli effetti di cui non si afferra apertamente la causa. Inoltre l'attribuzione agli spiriti di una straordinaria e misteriosa forza, che ingenera sempre nell'animo timore riverenziale, ha fatto sì che essi siano stati introdotti in qualità di dèmoni nell'ambito della religione, ove hanno finito, accanto agli dèi, per diventare gli intermediari tra questi e l'uomo.

Molti dèmoni sono di origine umana, essendo le anime dei defunti restate sulla terra, fuori dell'Ade. Tali le anime degli eroi, protettori di un popolo, di una città, che si credevo dimorassero accanto alla loro sepoltura, spesso sotto la forma di un serpente, l'animale che dimora nel sottosuolo.

Generalmente le anime degli insepolti o dei morti per violenza vagano sulla terra fastidiose ai vivi, specie a chi fu causa della loro disgrazia. Tra i Greci le Erinni erano le anime degli uccisi, desiderose di vendetta, divenute in seguito furie infernali vindici del parricidio e dello spergiuro.

Gli spiriti sono invisibili avendo un corpo formato da sottile materia, come l'aria, il vapore, ecc., e vivono liberi, pur essendo talvolta congiunti ad un oggetto della natura. Nel mostrarsi assumono le forme spesso indeterminate e confuse di giganti, nani, corpulenti, magri, ecc.

In quanto alla dimora i dèmoni riempiono della loro presenza gli elementi, ma soprattutto preferiscono i luoghi lontani dall'abitato, in fondo alle valli o sulle montagne, nel fondo delle foreste o nelle arene dei deserti. I demoni possono essere qualche volta benèfici agli uomini; in questo caso le stesse Erinni si dicevano Eumenidi. Ma generalmente i dèmoni cercano di nuocere
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(int Alinari)
Demonio - S. Michele arcangelo che uccide il d., di A. Algardi (sec. xvir) - Bologna, musco Civico.
all'uomo, oscurando il sole e la luna, producendo le burrasche, le tempeste, le inondazioni, i terremoti, la siccità, le carestie, le malattie e la morte degli uomini e degli animali; si può dire che ogni disgrazia ha il suo dèmone speciale. A volte uno o più spiriti ossessionano il corpo di un individuo, togliendogli ogni libertà d'azione. L'esistenza dei dèmoni è stata invocata a spiegare molti fatti fisici, oltre a risolvere il problema dell'origine del male, che nello stadio polidemonistico veniva attribuito agli spiriti cattivi. Nel politeismo il bene è stato riservato agli dèi, il male ai dèmoni, in continua lotta con i primi.

In Grecia, dèmoni passarono nella filosofia, specie stoica e neoplatonica, come esseri razionali intermediari tra gli dèi e gli uomini. Anche alcune religioni manateistiche hanno accolto la d., nel modo e nella misura in cui essa è compatibile con l'idea di un Dio unico.

Bint.: O. Weber, Die Realisierung bei den Babyloniere und Assyrern, Lipsia 1906; I. Tambornino, De antiquorum demonismo, Giessen 1909: E. Rohde, Psyche, 8^{2} ed., Tubinga 1911 (trad. it., Bari 1914, 1916); A. Dieterich, Nebpia, 2^{2} ed., Lipsia 1923: I. Weiss, Dèmonen und Dèmonisches, in Realencyl. f. prat. Theolog., IV, p. 408; E. Mangenot, Dèmon, in DThC. IV, coll. 321-39: V. Zimmermann, Der Dèmoneugianke im Totenkult in Theol. Zeitschr., 93 (1912), pp. 276-86: U. Fracassini, Dèmoni e spiriti, in Enc. Ital., XII (1932), pp. 603-604.

Alberto Galieti
DE MONTIBUS SINA ET SION. - Scritto falsamente attribuito in alcuni manoscritti a s. Cipriano. L'opera cerca di spiegare il contrasto apparente fra Ex. 2, 3: «Da Sion verrà la legge» e la legislazione sul Sinai.

Il monte Sion è celeste, il monte Sinai è terreno, il primo rappresenta il Nuovo, il secondo il Vecchio Testamento. L'opera è scritta in latino volgare e contiene parecchie inesattezze (Sinai in Palestina, cap. 3). La dottrina cristologica è molto primitiva. Che l'autore abbia conosciuto gli scritti di s. Cipriano non sembra sicuro (contro H. Koch, Cyprianische Untersuchungen, Bonn 1926, p. 421 sg.), l'origine in epoca pre-ciprianea non è da escludere, ma il suo luogo non si può fissare. L'argomentazione è quella degli scritti antigiudalci.

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BibL.: Per il testo pubblicato nella ed. Hartel, S. Cypriani Opera, in CSEL, III pp. 104-19, cf. anche G. Mercati, D'alcuni noosi sussidi per la critica del testo di s. Cipriano, in Opere minori, III (Studi e Testi, 77), Città del Vaticano 1937, p. 195 sgg.: Ad. Harnack, in Texts und Untersuchungen, 20. III, Lipsis 1900, pp. 132-47; C. H. Turner, in The Tournai of Theol. Studies (Cambridge 1906), pp. 597-600 (scritto a Roma); P. Corssen Ein theologischer Traktat aus der Wendezeit der kirchlichen Literatur des Abendlandes (Die pseudo-cyprianische Schrift: De mod. S. et S.), in Zeitschr. für die neutestamentliche Wiss., 12 (1911), pp. 1-36. Erik Peterson

DEMSUS. - Villaggio della Transilvania dove esiste la più vecchia chiesa, oggi romeno-cattolica, della Romania. Costruita con pietre, altari e bassorilievi presi dalle vicine rovine romane, fu tenuta nel sec. xix per un mausoleo o un antico tempio pagano. Iorga stabili trattarsi di una chiesa bizantina, risalente, secondo lui, ai secc. xv-xvi. Il tempio ha soltanto elementi bizantini, ma è costruito secondo uno stile locale. Potrebbe risalire al sec. xir; anzi, secondo il parere del prof. Vătǎsianu, dell'Accademia romena di Roma (1946), sarebbe della fine del sec. xir, per i motivi di origine dalmata del sec. x che vi si riscontrano.

BibL.: C. Putrans, Die Kunstdenkmöler der Siebenbürger Rundmen, in Mclanges d'histoire générale, pubbl. da C. Marinescu, Cluj 1927. pp. 177. 188. Federico Taillicz

DE MUN, Alberto: v. mun albert, conte di.
DENARO (lat. denarius). - Moneta romana d'argento (io assi o a 1 / 2 sesterzi), pari alla dramma attica. Era la 23ª parte dell'aureo; ma sotto Nerone fu ridotta alla 32ª parte dell'aureo. Nel Nuovo Testamento vi si allude frequentemente.
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Dexaro - D. di Augusto - Roma, museo di Roma.
Quantunque fosse proibito dalla Legge di usare raffigurazioni umane, il d. che portava l'effige dell'imperatore oltre vari simboli, era largamente diffuso nella Palestina al tempo di Gesù. Un d. gli fu presentato (Mt. 22, 19 sgg; Mc. 12, 15 sg.; Lc. 20, 24), e il Maestro ne fece risaltare la presenza dell'immagine imperiale e la dicitura. Era considerato come la paga giornaliera di un operaio (Mt. 20, 2. 10). Angelo Penna

DE NATALIBUS, Pietro. - Agiografo, n. a Venezia, dove fu pievano del SS. Apostoli fino al 1370, quando fu nominato vescovo di Esquilio (Iesolo, detto anche Cavazuccherina). L'ultima notizia che si ha di lui è del 1400 .

Scrisse: Catalogus Sanctorum et eorum gestorum ex diversis et multis voluminibus collectus, cominciato nel 1369 , terminato nel 1372, edito a Vicenza nel 1493 e una diecina di volte nella prima metà del Cinquecento. Alcune edizioni, come quella di Lione 1542 (in-fol.), hanno delle aggiunte di sonti canonizzati dopo la morte dell'autore (s. Bernardino da Siena, s. Bonaventura, ecc.). Fu tradotto anche in francese: Le grand catalogue des saixcts et vainctes (Parigi 1523-24). L'opera, divisa in 12 li., contiene oltre 1500 notizie, disposte secondo il calendario ecclesiastico. Nel prologo enumera la sue fonti, tra le quali Vincenzo di Besuvais, Giacomo da Varazze,

Pietro Calò. Come critico l'autore sta ancora nel pieno medioevo e non vale più di Giacomo da Varazze.

BibL.: Acta SS. Ianvarii, I, Parigi 1863, p. xxi; Analecta bollandiana, 29 (1910), pp. 34-36; BHL, I, p. xxx.

Livario Oliger
DENDRITI. - Dal greco δ \dot{ε} ν δ ρ ° ν, albero; asceti cristiani che, nell'Oriente bizantino, trascorrevano parte della loro vita dentro le insenature di grossi alberi. La categoria dei d. fu assai più ristretta di quella degli stiliti, né mai acquistarono la popolarità di quelli, quantunque il loro genere di vita fosse non meno rigoroso e mortificato. Furono pochi e solo noti a qualche regione vicina al luogo del loro ascetismo.

Uno dei più insigni è s. Davide di Tessalonica (Salonicos), originario della Mesopotamia, vissuto per tre anni in un mandorlo (m. ca. nel 535 : cf. G. Mosco, Pratum Spirituale, 69: PG 87, 2921 e BHG, 493). Lo stesso Mosco (ibid., cap. 70, col. 2924) narra pure d'un monaco di nome Adola, della Mesopotamia, il quale abitava in un grande platano. Germano Giovanelli

## DENDROFORI: v. CIbELE.

DE NEVO, Alessandro. - Canonista, n. a Vicenza, m. nella seconda metà del sec. xv. Fu canonico della cattedrale di Treviso e per 26 anni professore di diritto canonico nello Studium di Padova.

Scrisse: In I, II, III, et IV libros Decretalium commentaria (Venezia 1586); Consilia contra Iudaens foenerantes (Norimberga 1479); Additiones et quaestiones ad Goliaboi Duranti Speculum ioris (Francoforte 1668). Curò l'edizione del Decretum Gratiani (Venezia 1744).

Zaccaria da San Mauro
DENIFLE, HeInRICH. - Teologo medievalista domenicano, n. a Imst(Tirolo) il 16 genn. 1844, m. a Monaco di Baviera il 10 giugno 1905. Rimasto orfano, fu corista a Bressanone ove pure compì il ginnasio. Domenicano a Graz (1861), assunse il nome di Enrico Susone e fu ordinato sacerdote nel 1866. Studiò a Graz, Roma e a St-Maximin (Var), ove conseguì il lettorato di teologia. Insegnò scienze ecclesiastiche a Steinamanger e dal 1870 a Graz. Visse a Roma dal 1880 in poi.

Pubblicò Die hath. Kirche u. das Ziel der Menschheit (Graz 1872; 2^{2} ed. 1906) e Das geistliche Leben (ivi 1873; 9^{2} ed. Salisburgo 1936). Sulla storia della mistica tedesca di J. W. Preger fece inoppugnabili osservazioni (Hist. pol. Blätter, 75 [1875], passim); trattò il problema del Gottesfreund im Oberland (ivi) e questioni connesse, coronò vari studi sul b.Enrico Susone col Die Schriften des sel. Heinrich Seuse, I: Deutsche Schriften (Monaco 1880), distrusse leggende su Taulero: Taulers Bekehrung kritisch untersucht (Strasburgo 1878, ecc.) e diede fondamentali studi sulla patria, sugli scritti, sul processo e sulla dottrina di Maestro Eckart (Zeitschr. f. deutsches Altertum, 29 [1885], p. 259 sgg.).

Con acuto intuito svelo le relazioni tra la scolastica e la mistica. Compagno del maestro generale a Roma (1880-83), collaborò pure alla edizione leonina delle opere di s. Tommaso, perlustrando le biblioteche di Germania, Olanda, Inghilterra, Francia, Spagna e Portogallo. Su proposta del card. Hengenröther il D. fu promosso sottocarchivista della S. Sede (i genn. 1883) e nominato consultore della commissione cardinalizia per gli studi storici. Pubblicò l'opera Die Universitäten des Mittelalters bis 1200 (vol. I, Berlino 1885 ; altri 4 voll. rimasti incompiuti) ed altri studi su università d'Italia e di Francia, specialmente su quella di Parigi. Con il p. Ehrle diresse l'Archiv für Literatur- u. Kirchengeschichte des Mittelalters (7 voll., Berlino-Friburgo in Br. 1885-1900). Per incarico del governo francese ( 1887 ) pubblicò, in collaborazione con Châtelain, il Chartolarium Universitatis Parisiensis (4 voll., Parigi 1889-97) e l'Austarium chartularii (2 voll., 1894-97).

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![img-17.jpeg](img-17.jpeg)

Denifle, Heinrich - Busto, opera di Sebastiano Ostertieder (1908) - Vaticano, archivio segreto.

Scrisse La désolation des églises, monastères et hôpitalux en France pendant la guerre des cent ans (2 voll., Parigi 1897-99).

Illustrò la storia istituzionale, dottrinale ed artistica del medioevo con Specimina palaeographica Regestorum Romanorum Pontificum (Roma 1888), con saggi sulla Curia, sugli Ordini domenicano, francescano, carmelitano, dei Gesuiti ecc., concludendo la ponderosa opera di storia dottrinale con Luther u. Luthertum (I, I, Magonza 1903, 2^{\text {a }} ed. 1904; I, II, 1905; II, 1909 a cura del p. A. M. Weiss; trad. it. del vol. I, Roma 1905). Il D. rispose vigorosamente a Iarnack, Seeberg e ad altri. Scritti inediti in Römische Quartalschrift, 22 (1926), pp. 46-58 e Ditur Thomas, 22 (1944), pp. 339-54.

Bibl.: M. Grabmann, P. H. D., Magonza 1903; P. J. Kirsch Le r. p. Henri Suso D., in Revue d'histoire ecclésiastique, 6 (1905), pp. 665-76; A. Pelzer, H. D., in Rev. néoscol. de philos., 12 (1905), pp. 358-74; H. Grauert, P. H. D., 2^{\text {e }} ed., Friburgo in Br. 1906; Acta cap. gen. O. P., Roma 1907, pp. 108-16; P. A. Walz, Studi storiografici, Roma 1940, pp. 28-33 con bibl.; Th. v. Siekel, Röm. Erinnerungen, ed. L. Santifaller, Vienna 1947, pp. 252-63, 504.

Angelo Walz
DENINA, Carlo. - Letterato e storico, sacerdote e insegnante di lettere, n. a Revello il 27 febbr. 1731, m. a Parigi il 5 dic. 1813.

Pubblicò nel 1760 il Discorso sopra le vicende della letteratura (2 voll., Torino; 2^{\text {a }} ed. ampliata, 1784) con un Saggio su la letteratura italiana (ivi 1762), anticipando il concetto di letteratura comparata; in seguito Le rivoluzioni d'Italia (ivi 1768-72), storia generale d'Italia, che doveva influire sulle Révolution d'Italie del Quinet (1848-52). Nel 1782, nominato membro dell'Accademia prussiana, si stabili a Berlino, dove stampò il Viaggio germanico o Lettere brandemburghesi e scritti di linguistica e di filologia germanica. Nel 1786 difese contro i Francesi la cultura spagnola con il discorso: "Que doit-on à l'Espagne?", che entra nel quadro della polemiche settecentesche intorno al primato dei popoli. Pur seguendo l'astrattismo cosmopolitico del tempo il D., guidato da un naturale senso storico che mancava in generale agli enciclopedisti, seppe comprendere e presentare idee, uomini e cose con equilibrio e rispetto della tradizione cattolica.

Bibl.: E. Ottino, Di C. D. e dei suoi tempi, Torino 1874; G. Surra, Vita di C. D., Napoli 1902; C. Pellegrini, E. Quinet e l'Italia, Pisa 1919; L. Sorrento, Battaglie e sorgenti d'idea: Francia e Spagna nel Settecento, Milano 1928; L. Negri, C. D. Un accademico piemontese del '700, Torino 1933; C. Calcaterra, Dal D. al Di Rremo, in Mélanges Houvette, Parigi 1934, pp. 465499; U. Valente, Documenti sul D., in Convivium, 7 (1935), p. 362 sgg.; G. Getto, Storia delle storie letterarie, 2^{°} ed. Milano 1946, p. 74 sgg.

Luigi Sorrento
DENIS, Maurice. - Pittore, n. a Granville (Manche) il 25 nov. 1870, m. a Parigi il 13 nov. 1943. E uno dei più significativi rappresentanti della moderna pittura religiosa francese.

Cresciuto nell'ambiente dominato dalle grandi personalità dei maggiori impressionisti francesi della seconda metà del sec. xix, quali il Monet, il Van Gogh, il Cézanne, dopo un viaggio in Germania ( 1896 ) e un lungo soggiorno in Italia, si orientò verso forme arcaicizzanti che talvolta richiamano quelle dei nazareni. Particolarmente notevoli sono le sue pitture dell'abside della chiesa dello Spirito Santo a Parigi (1933-54), quella dell'abside della chiesa di S. Paolo a Ginevra, quelle celebrative di s. Giovanna d'Arco e dei morti della grande guerra nella chiesa di Cagny (Sommer) e l'altra raffigurante Gesù e un gruppo di operoi nella "Salle du travail" a Ginevra.

Dal 1919 con G. O. Desvallières fondò gli "Ateliers d'art sacré" che hanno svolto una notevole attività a favore dell'arte sacra in Francia.

Bibl.: D. E. Roulin, Nos églises, Parigi 1938, pp. 790-801. Emilio Lavagnino
DENIS, Michael. - Gesuita austriaco, dotto bibliografo e poeta tedesco, n. il 27 sett. 1729 a Schärding am Inn, m. a Vienna il 29 sett. 1800. Alunno nel ginnasio dei gesuiti a Passau, e membro dell'Ordine dal 1747, dopo aver insegnato a Graz ed a Klagenfurt assunse nel 1759 l'ispezione degli studi e la cattedra di letteratura al Theresianum, accademia militare di Vienna. D. da allora rimase nella capitale austriaca. Dopo la soppressione della Compagnia di Gesù (1773) tenne l'amministrazione della biblioteca di Garelli, e nel 1791 fu nominato primo conservatore della biblioteca Imperiale. D. fu un efficace educatore della gioventù, ed ebbe vasta e profonda influenza nella cultura germano-austriaca.

Pubblicò importanti lavori bibliografici, oltre ad antichi manoscritti (tra cui 25 sermoni inediti di s. Agostino da un codice del sec. xir); illustrò la storia della letteratura; si distinse per l'attività poetica e linguistica. Foco conoscere Klopstock ed Ossian, Haller e Us, pose tra le mani della gioventù cose tratte dalle migliori opere moderne in versi tedeschi, diede alla lingua forme più dolci ed eleganti, ed illuminò il buon gusto della sua epoca. D. fu compositore di carmi e di numerosi inni sacri per corali, alcuni dei quali sono passati alla storia (il Hier liegt vor deiner Majestät messo in musica da Haydn, il libro di canto diocesano Geistliche Lieder zum Gebrauch der hohen Metropolitankirche in Wien col noto canto di Avvento, Tauet, Himmel, den Gerechten).

Bibl.: B. Duhr, Geschichte der Jesuiten in den Ländern deutscher Zunge, IV, II, pp. 274-77; Sommervogel, II, coll. 1907-28; L. Koch, in Jesuiten-Lexihon, Paderborn 1934, coll. 386-87.

Arnoldo Luca
DENISOV, Andrea e Simone. - Fratelli (A. n. nel 1664 e m. nel 1730; S. n. nel 1682 e m. nel 1741), principî Myzeckij. Nel principio del sec. xviri furono i più validi rappresentanti dei «vecchi-credenti» russi sprovvisti di sacerdoti. Fondarono nella Russia settentrionale, vicino al fiume Vyg, un monastero per laici, il Pygoushaja pustyn.

Nello stesso tempo si segnalarono anche come fecondi scrittori di ascetica e di polemica. A. compose Pomorshie otvety, ossia risposta delle genti russe del nord in replica a 106 domande indirizzate da un "mis-

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sionario o della Chiesa ufficiale ai "vecchi-credenti». Il libro non è stato mai refutato dalla Chiesa statale.

BinL.: N. Barsov, Bratija Andrej i Semen Denisovo, in Pravoslavnoe obozreniie, 18 (1865), pp. 55-91, 232-47, 412-38, 514-28; A. M. Ammann, Storia della Chiesa rossa e dei passi limitrofi, Torino 1948, p. 333.

Alberto M. Ammann
DENK, JOSEF. - Filologo e collazionista della Vetus Latina, n. a Monaco il 9 ag. 1849, m. ivi il 22 genn. 1927. Fu sacerdote pio e parroco zelante.

Sotto l'influsso di Edoardo von Wüdfin collaborò al Thesaurus linguae Intinae ed all'Archiv für lateinische Lexihographie. Suo sommo inerito è l'avere ideato il Sabatier redivivus, cioè una collezione completa aggiornata di tutte le citazioni del testo biblico latino pervenuteci dai codici e dalla letteratura cristiana fino all'800 d. C., imitando il capolavoro del benedettino P. Sabatier.

A tal fine raccolse, con ammiravole diligenza, ca. un milione di citazioni, ordinandole in una immensa duplice cartoteca: secondo l'ordine dei Libri Sacri e secondo gli scrittori ecclesiastici (solo per s. Agostino, p. es., si hanno ca. 50.000 citazioni). La prima guerra mondiale arrestò la progettata edizione, attesa e necessaria: «Ein neuer Sabatier ist für die Wissenschaft so notwendig wie das tägliche Brot" (Der Neue Sabatier, p. 18). Nel 1921-24 D. soggiornò all'arcibadia benedettina di Beuron, alla quale passò dopo la sua morte la preziosa raccolta da completarsi e perfezionarsi prima della pubblicazione; ed ora è apparso il primo fascicolo Vetus Latina, Die Reste der altlateinischen Bibel: I. B. Fischer, Verzeichnis der Sigel der Handschriften und Kirchenschriftsteller, Beuron-Friburgo 1949.

Tra gli scritti di D. sono da menzionare: Der Neue Sabatier und sein wissenschaftliches Programm (Lipsia 1914); Dom Petrus Sabatier, sein Italia-Sammelwerk und dessen Neubearbeitung (ivi 1914); Die altlateinische Bibel in ihrem Gesanthestand vom 1.-9. Jahrhunderi (ivi 1914, saggio, con Ruth e Giuda, per la sottoscrizione). Dal 1908 in poi scrisse a proposito della "Itala" e del "Neue Sabatier" in vari periodici (Biblische Zeitschrift, Theologie und Glaube, Theologische Revue, Zeitschrift für neutest. Wissenschaft, Zeitschrift für hath. Theologie).

BibL.: J. Schildenberger, Arbeit an der lateinischen Bibel, in Benedikrinische Monatschrift, 17 (1935), p. 406 sg.

Adalberto Metzinger
DE NOBILI, Roberto. - Gesuita, missionario, n. a Montepulciano (Siena) nel sett. del 1577; m. a Mailapur (Madras) il 16 genn. 1656. Giunto nelI'India nel 1605 , passò subito a Madura, dove svolse il suo caratteristico apostolato per quarant'anni.

Per poter raggiungere e convertire la casta dei brahmani, che rifuggirono dai missionari in contatto con le caste inferiori, decise di farsi «sanizari», di abbracciarne cioè la vita, gli usi e i costumi, in tutto quello che non urtava il cristianesimo. Da quel momento cominciarono le conversioni; non molte di numero; ma restò dissipato il pregiudizio che il cristianesimo fosse religione soltanto dei Paria. E come il D. N. si adattò alle alte caste, cosi procurò sorgessero altri missionari (chiamati Pandāraswami) dedicati esclusivamente alle caste inferiori, che egli non aveva potuto accostare se non in segreto. Tale metodo fece sorgere controversie e ostilità da parte di altri religiosi, anche Gesuiti, che non gli risparmiarono l'accusa di eresia e di fericismo (v. Bitti malabarici); ebbe anzi una condanna da Roma. Dopo più esatte informazioni, però, il card. R. Bellarmino riconobbe la ortodossia del metodo e ottenne da Gregorio XV la costit. apost. Romanae Sedis antistes, del 31 genn. 1623, che permetteva al D. N. di continuare nel suo modo di agire.

Peritissimo nel senecrito, nel tamil e nel telegu, compose in queste lingue 20 opere su argomenti di filosofia e di teologia; alcune anche in versi.

BinL.: Sommervogel, II. coll. 1770-80; P. Dahmen, R. D. N., S. 7., Münster in West. 1924; id., Unjémite brahme, Lovanio 1924; id., R. D. N. Première apologie 1610, Parigi 1931; Pastor, XII, pp. 261-64; XIII, p. 114 sgg.

Celestino Testore
DENS, Pierde. - Teologo belga, n. a Boom il 12 nov. 1690, m. a Malines il 15 febbr. 1775.

Sostenne diverse polemiche, una delle quali con risonanza politica, allorché il governo dei Paesi Bassi bandl la sua opera: Supplementa theologiae L. Neesen, de virtute religionis, religuisque virtutibus justitiae annexis (Malines 1758), in cui difendeva il diritto d'asilo delle chiese. Scrisse: Schemata practica ad usum confecariorum, (Malines 1742); De sacramento paenitentiae, (ivi 1758); Theologia ad usum seminariorum et sacrae theologiae alum. noram (Lovanio 1777), adottata nei seminari del Belgio ed altrove per l'aderenza alla dottrina di s. Tommaso e la chiarezza didattica.

BinL.: Hurter, V. col. 46; J. Forget, s. v. in DThC. IV, coll. 421-23.

Cosimo Petino
DENTE, Marco. - Incisore, n. a Ravenna ca. il 1492; m. a Roma nel 1527. Scolaro di Marcantonio Raimondi, non ebbe una forte personalità e subì l'influsso di Agostino Veneziano. Ebbe un tratto sottile del bulino, dimostrandosi un virtuoso, tuttavia senza inventività.

Trasse le sue composizioni da Raffaello, Giulio Romano, Francesco Salviati, Baccio Bandinelli; ma soprattutto copiò da sculture classiche antiche, rivelando l'accento tipico della sua personalità nelle capacità ad ambientare spazialmente e paesisticamente le medesime. Tra le sue stampe si ricordano: la Stroge degli innocenti, la Danza degli amarini, Dareté ed Entella e il Laocoonte firmato per intero: Marcus Ravenas). Le iniziali delle firme sono: D., DR.

BinL.: M. Thode, Die Antiken in den Stichen Marc'Anton's, Agostino Veneziano's und M. D.'s, Lipsia 1881: P. Kristeller, s. v. in Thieme-Becker, IX, p. 82 (con bibl.); M. Pittaluga, L'incisione italiana nel Cinquerento, Milano 1930, p. 166 sgg.; A. De Witt, R. galleria degli Uffizi, La collezione delle stampe, Roma 1938, p. 36.

Luigi Grassi
DENTICE. - Nome di una famiglia napoletana di musicisti, vissuti tra il ' 500 e il ' 600.

Fabrizio, virtuoso di liuto, compositore di musica per il suo strumento e sacra, tra cui Lamentationes a 5 voci, aggiuntovì li responsori, antiphone, benedictus et miserere (Milano 1593); sue composizioni sono nella raccolta di G. B. Besardo, Thesaurus harmonicus e in quella di M. Magnetta, Nuova scelta di madrigali; F. D. è inoltre citato da V. Galilei nel Dialogo della musica antica e moderna (Firenze 1571), p. 138. Luto, teorico e compositore. Sono suoi Due dialoghi della musica... delli quali l'uno tratta della theorica, et l'altro della pratica. Raccolti da diversi autori greci et latini (Roma 1553); due "arie", che sono nella raccolta di R. Rodio da Bari (Napoli 1577) e due versetti del Miserere, uno a 5 voci, l'altro a 4, per la cappella Vaticana. Scrivono, dei padri dell'Ottorzio, virtuoso conbaista; era a Roma nel 1593 e m. a Napoli nel 1633. Pubblicò 5 libri di Madrigali a 5 voci (Napoli 1591, 1596, 1598, 1602, 1607), i libro di Madrigali spirituali a 5 (ivi 1629) e Mottetti a 5 (ivi 1594). Sue composizioni sono nella raccolta di G. Ancino ed in altre dell'epoca.

BinL.: G. Pannain, Le origini della scuola musicale napoletana, Napoli 1914, pp. 32-38 e passim. Anna Maria Gentili

DENUNCIA. - Nel linguaggio giuridico indica vari atti, che generalmente consistono nel riferire ad un'autorità qualche fatto.

Usato senza'altra aggiunta (si parla anche, in tal caso, di d. penale), indica l'atto con cui viene portato a notizia dell'autorità un reato.

Per il CIC, come del resto per le leggi degli Stati chiunque ha facoltà di denunciare un reato (anche un religioso può presentare denuncia contro un suo superiore: can. 1652, n. 3), da qualsiasi scopo sia mosso nel fare la d.; il can. 1935 § i indica quelli che sono i fini leciti : cioè per ottenere la dovuta soddisfazione o il risarcimento del danno, o per spirito di giustizia affinché sia ripassito qualche scandalo o qualche altro male. La d. va fatta all'Ordinario o al cancelliere della curia diocesana, o al vicario fo-

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raneo, o al parroco, che peraltro la devono trasmettere all'Ordinario (can. 1936).

Non si tengono in alcun conto le d. fatte da chi è manifestamente nemico del denunciato, o da chi è assolutamente indegno; e cosi pure le d. anonime che non contengono elementi sufficienti a far ritenere probabile l'accusa (can. 1942 § 2).

Vi sono poi dei casi in cui vi è l'obbligo di denunciare un reato : ciò si ha in diritto canonico, quando una norma giuridica o un precetto particolare lo impongano (così è, per es., nel caso che un chierico o religioso sia ascritto alla massoneria o ad altra simile setta [v. massONERIA], e nel caso che un confessore si renda colpevole di sollecitazione [v.]: cann. 2336 \S 2,904,2368 § 2), e inoltre ogni qualvolta la d. sia necessaria per prevenire qualche pericolo per la fede o per la religione, o altro imminente danno pubblico (can. 1935 § 2; per il diritto italiano, cf. artt. 361-63 del codice penale).

Colui che denuncia deve fornire anche tutti gli elementi di prova di cui è a conoscenza (can. 1937); e, presentata la d., salvo che essa appaia evidentemente infondata, si iniziano le indagini dirette a vedere se vi siano o meno elementi sufficienti per iniziare il processo penale (cann. 1939 § 1, 1942 § 1, 1946 § 2). E tuttavia da tener presente che la d. di regola non è necessaria perché si inizino queste indagini e si proceda alla punizione del colpevole di un delitto: solo quando il delitto da punire è l'ingiuria o la diffamazione (v. ingiuria e diffamazione), in taluni casi non si procede se la persona ingiuriata o diffamata non presenta la d. che in tal caso più propriamente si chiama querela (v.).

Norme identiche (salvo qualche lieve diversità di forma) a quelle stabilite nel CIC per la Chiesa latina, sono state emanate per le Chiese orientali con il motu proprio Sollicitudinem nostram del 6 febbr. 1950, in vigore dal 6 febbr. 1951 (AAS, 42 [1950], pp. 1-120): cf. cann. 508-11, 516, 520 del motu proprio.

Se la d. è calunniosa, l'autore di essa può essere punito, se in mala fede, come calunniatore o diffamatore (v. ingiuria e diffamazione); e pene gravissime sono previste, se con la denuncia si è falsamente accusato un sacerdote di sollecitazione.

Il termine d. è usato anche nel senso di notifica (v.) di un atto, giudiziale o no; nel senso di segnalazione all'autorità ecclesiastica dei libri che si ritengano meritevoli di esser proibiti (v. censura dei libri; indice dei libri proiniti); nel senso di pubblicazione (v.) per il matrimonio o per l'ordinazione.

Pio Ciprotti
DENUNCIA DI NUOVA OPERA E DI
DANNO TEMUTO. - Le azioni di d. di n. o. e di d. t. sono due specie di azioni giudiziarie (derivanti rispettivamente dagli istituti romanistici della nunciatio novi operis e della cautio damni infecti) aventi lo scopo di tutelare uno stato di fatto o meglio di preservare l'uguaglianza delle parti in giudizio, facendo sì che una attività innovatrice altrui o un pericolo comunque incombente e ragionevolmente temuto non abbiano a recare pregiudizio a diritti immobiliari di alcuno in favore di altri. E ciò in vista di un possibile, futuro giudizio in cui si troverebbe ingiustamente alterato l'equilibrio tra le parti, ove non fossero efficienti le azioni che qui si esaminano. Il carattere conservativo delle quali è, pertanto, manifesto.

Il fine ed i presupposti delle due azioni sono differenti.

La d. di n. o. si può esercitare da chi, essendo proprietario o possessore di una cosa o titolare di un diritto reale, abbia motivo di temere qualche danno alla sua cosa o al suo diritto a causa di un'opera nuova (o anche innovazione di opera esistente) iniziata da altri. La d. di d. t. si può esercitare quando il proprietario o possessore di una cosa o il titolare di un diritto reale tema un danno a questa cosa o diritto a causa di un edificio che
minacci di crollare, o a causa di un albero o di un'altra cosa qualsiasi.

Nell'uno e nell'altro caso, chi teme il danno denuncia il pericolo al giudice, il quale, esaminata sommariamente la situazione, dà in via provvisoria i provvedimenti urgenti per prevenire il pericolo (p. es., sospensione dell'opera o proseguimento previa cauzione, nel primo caso; misure per rimuovere il pericolo o prestazione di cauzione, nel secondo caso), salvo a vedere poi in un processo regolare i diritti delle par