l San Pietro
DE REBAPTISMATE.- Scritto verso il 256-57 contro Cipriano in difesa della validità del Battesimo conferito dagli eretici. L'autore, un vescovo africano, in difesa del Sacramento, si basa su una erronea distinzione fra il Battesimo dell'acqua e un Battesimo dello Spirito, quest'ultimo legato all'imposizione delle mani nella Cresima.
BibL.: Edizioni : Cypriani opera, ed. W. Hartel, III, Vienna (1868-71), pp. 69-92; G. Rauschen, in Florilegium patristicum, Bonn 1916. Letteratura: H. Koch, Die Taufehre des Liber de r., Braunsberg 1907; id., Zeit und Heimat des Liber de r., in Zeitschr. für die neutestamentl. Wissenschr., 8 (1907), pp. 190220; I. Ernst, Die Taufehre des Liber de r., in Zeitschrift für Kathol. Theol., 31 (1907), pp. 648-99; id., Zeit und Heimat des Liber de r., in Theol. Quartalschr., 90 (1928), p. 579 sgg.; 91 (1909), pp. 20-64; H. Koch, Die Abflussungzunil des Liber de r., in Internat. kirchliche Zeitschr., 14 (1924), pp. 132-49; C. M. Edmans, Le Bapséme de fou, Uppsala 1940, p. 142 sgg.
Erik Peterson
DE RECTA IN DEUM FIDE. - Traduzione latina di Rufino dell'opera dello Pseudo Origene o Adamanzio. Il testo greco, scritto verso il 300 in Siria, ha come autore un contemporaneo di Metodio, le opere del quale e quelle di altri padri (Ireneo) vengono qui utilizzate. Si tratta di una discussione con I seguaci di Marcione, Bardesane e Valentino. Il titolo originale del libro non è conosciuto.
BibL.: Ed. critica del testo greco e della traduzione latina: W. H. van de Sande Bakhuysen, Der Dialog des Adamantius
Пepi τ \tilde{\jmath} ε eis θ ε ξ η ε ε θ \tilde{η} ε miotenu. Lipsia 1901. Th. Zahn, Die Dialoge des Adamantius mit den Gnostihern in Zeitschrift für Kirchengeschichte, 9 (1888), pp. 193-239; id., Geschichte des neutestamentlichen Kanons, II, II, Lipsia 1892, pp. 419-26. In parte contro Zahn è Ad. Harnack, Marcion. et ed., Lipsia 1924, pp. 56 sgg., 181 sgg., 344 sgg. Erik Peterson
DE REGINA: v. GIOVANNI DI NAPOLI.
DERESER, Johann Anton. - Teologo ed esegeta carmelitano scalzo (sotto il nome di Taddeo di S. Adamo), n. il 3 febbr. 1757 in Fahr a. Main (Franconia), m. a Breslavia il 16 giugno 1827. Sacerdote nel 1780 , professore nella facoltà cattolica dell'Università di Heidelberg, poi, nel 1783, di lingua greca e di esegesi del Nuovo Testamento all'Università di Bonn, indi, nel 1791, reggente del seminario maggiore e predicatore nella cattedrale di Strasburgo. Condannato a morte nel 1794 per avere rifiutato di prestare giuramento sulla costituzione civile del clero francese, dopo pochi mesi di prigionia ritorno ( 1799 ) ad insegnare nell'Università di Heidelberg. Dal 1802 parroco a Karlsruhe, e nel 1815 professore di teologia dogmatica e di esegesi nell'Università di Breslavia. Fu dottissimo, ma assai infetto di dottrine razionalistiche.
Il D. continuò la traduzione in lingua tedesca della S. Scrittura cominciata da D. Brentano (Francoforte 1800-10); tradusse il breviario in tedesco, sotto il titolo: Erbauungsbuch für hatholische Christen, 4 voll. (Augusta 1792, Heilbronn 1820); scrisse inoltre: Commentaria biblica in effatum Christi. "Tu es Petrus" (Bonn 1790; all'Indice, decreto 5 febbr. 1790); Necessitas linguarum orientallum ad S. Scripturam intelligendam (Colonia 1783) e molte altre opere di indole esegetica.
BibL.: W. Koch, s. v. in LThK, III, pp. 217-18; Hurter, V, coll. 929-32; B. Zimmermann, s. v. in Cash. Enc., IV, col. 739 .
Ambrogio di Santa Teresa
DE RICCI, Scipione: v. ricci, scipione de'.
DERNA, vicariato apostolicO di. - Eretto il 22 giugno 1939 per divisione dell'antico vicariato apostolico della Cirenaica (ora di Bengasi), comprende tutto il territorio della provincia civile di D., com'era nel 1939 (ca. 113.000 kmq .). Fu affidato ai Salesiani, e prima dell'ultima guerra contava oltre 103.000 ab., dei quali ca. 49.000 musulmani, 839 israeliti, 11.688 cattolici, quasi tutti italiani, non compresi i militari. Vi erano una diecina di chiese.
Dati i rimpatri a causa della guerra e lo spopolamento progressivo della regione in seguito alle ripetute invasioni, perpetuandosi tale condizione di cose anche dopo la fine delle ostilità, nel 1946 fu permesso al vicario apostolico di rimpatriare, e così anche, successivamente, ai missionari salesiani, gli ultimi due dei quali lasciarono D. e Razza nel 1947. L'assistenza dei pochissimi fedeli e delle poche suore del vicariato di D. fu affidata al vicario apostolico di Bengasi, il quale regge quel vicariato in qualità di amministratore apostolico, in attesa di tempi migliori.
BibL.: AAS, 31 (1939), pp. 603-604; archivio di Propaganda Fide, Prospectus status missionis, posiz. n. prot. 1384/39; posiz. n. prot. 1049/47.
Carlo Corvo
DERNBACH, Balthasar. - Benedettino, n. nel 1548, m. a Fulda il 15 marzo 1606. Di famiglia protestante, convertitosi, fu principe abate di Fulda dal 1570, e uno dei campioni della riforma cattolica; favorì nel suo principato i Gesuiti, proibì la introduzione di libri eretici, reintrodusse le usanze cattoliche (amministrazione del Battesimo in latino, processioni, ecc.), cercò di aumentare la cultura del clero, nonostante l'accanita opposizione dei fautori della confessione di Augusta appoggiati dal principe eleitore di Sassonia, dai due langravi d'Assia, ecc. D. fu aiutato dai canonici che si staccarono dai nobili e dall'Imperatore. Avendo agito il D. contro l'im-
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moralità dei canonici, il Capitolo si alleò però di nuovo contro di lui con la nobiltà.
Il tentativo di far decadere l'abate, nominando un amministratore, trovò consentiente il vescovo Giulio di Würzburg, il quale temeva che il principato sarebbe finito nelle mani dei protestanti, se non si fosse tentato un compromesso. Questa politica portò ad una ribellione contro D., il quale sedette l'amministrazione dell'abbazia al vescovo Giulio. Gregorio XIII chiese la reintegrazione di D. Per la divergenza dei principi, Massimiliano II il 5 ott. 1576 ordinò di mettere l'abbazia sotto sequestro imperiale. D. attese 26 anni per essere riammesso nella sua abbazia ( 1602 ).
BibL.: Pastor, IX, pp. 544-64 e bibl. ivi citata.
DE ROBERTI, Ercole. - Pittore, n. a Ferrara nel 1456 (o nel 1450 ca.), m. nel 1496. Poiché nei documenti appare talora con il cognome della madre, che si suppone appartenente alla famiglia Grandi, lo si è confuso con Ercole Grandi di Giulio Cesare, artista la cui personalità è incertissima ed evanescente.
Così il Vasari nella sua Vita di Ercole da Ferrara fa uno solo dei due artisti. Il D. R. è ritenuto allievo del Cossa, ma dovette avere come maestro anche il Tura e venne influenzato dai Bellini, dal Mantegna e da Antonello da Messina. Tra il 1480 e il 1486 fu a Bologna, dove terminò la decorazione (ora distrutta) della cappella Garganelli in S. Pietro, lasciata incompiuta dal Cossa. Nel 1481 aveva finito la pala per S. Maria in Porto Fuori a Ravenna. Nel 1487 prese il posto del Tura come pittore della corte di Ferrara.
D. R. si attenne solo in generale alla maniera ferrarese, in confronto della quale egli si presenta più equilibrato e misurato. Giovaneito, dovette trovarsi a Venezia e seguirvi la corrente che metteva capo a Giovanni Bellini, dal quale trasse il colorito intenso, il modellare con la luce, e la prospettiva atmosferica. Anche di Jacopo Bellini si scorgono reminiscenze nelle sue opere, come nella Raccolta della Manna della galleria Nazionale di Londra, che richiama gli sfondi di certi disegni del caposcuola veneziano.
Eguali caratteri ha la pala di S. Maria in Porto Fuori a Ravenna, che pur mostra affinità con l'ancona di Cosmó Tura già in S. Giovanni a Ferrara e poi a Berlino. L'antitesi tra il D. R. e il Cossa appare chiara nella Crocefissione della raccolta Berenson, nella quale si riscontrano analogie con il disegno di Jacopo Bellini conservato al Louvre e le figure sono rilevate senza asprezza dalla luce al modo di Antonello, e non vigorosamente sbalzate come quelle della predella vaticana dipinta dal Cossa. Pure alla scuola veneta e ai Bellini è affine il S. Giovanni Battista del museo di Berlino, un tempo attribuito al Mantegna, che però mostra un disegno fermo e preciso; contro un cielo sanguigno, in un paesaggio austero e nudo sorge la figura ascetica del Santo, dominando l'ampio orizzonte.
Capolavoro di D. R. è ritenuta la predella della pala nella chiesa di S. Giovanni in Monte a Bologna, eseguita poi dal Costa nel 1497, per l'espressione grandiosa e dignitosa e per l'intensità degli effetti; quest'opera si trova ora nella galleria di Dresda ed è divisa in due parti rappresentanti l'una l'Orazione nell'Orto e la Cattura di Cristo, l'altra la Salita al Calvario. Tra le due era nella chiesa bolognese la Pietà, ora nella galleria di Liverpool.
BibL.: Venturi, VII, 1, pp. 636-712; id., La pittura del Quattrocento dell'Emilia, Bologna 1931, p. 49 sgg.; anon., Cat talogo dell'esposizione della pittura ferrarese del Rinascimento, 2^{°} ed., Venezia 1933, pp. 93-112; R. Longhi, Officina ferrarese, Roma 1934, v. indice degli artisti e indice delle opere per autore e per luoghi; F. Berenson, Pitture italiane del Rinascimento, trad. di E. Cecchi, Milano 1936, pp. 416-17; R. Longhi, Ampliamenti nell'officina ferrarese, Firenze 1940, passim; S. Ortolani, Cosmó Tura, Francesco del Cossa, E. D. R., Milano 1941, pp. 139-203. Vincenzo Golzio
DEROGAZIONE: v. Legge.
DEROME (De Rome). - Famiglia di legatori parigini che svolse la sua attività fin dal sec. xvir, e di cui sono noti 14 membri.
Il più famoso è Nicolas-Denis, detto D. le
Jeune, n. il 1^{°} ott. 1731, m. nel 179001791 . Prosegui la maniera decorativa dei Padeloup dalla cui officina acquistò tutti i ferri per la doratura.
Le legature D., di esecuzione molto accurata, si distinguono per l'ornamentazione di tipo floreale. Tra le pelli preferite è il marocchino rosso, tra i ferri un uccellino ad ali spingite (legature < su petit oiseau < ) che figura sul dorso e agli spigoli del piatto. Notevoli anche alcuni tipi di legatura a musaico, con filettatura dorata. La collezione Mortimer L. Schiff di Nuova York possiede una cinquantina di legature D.
BibL.: L. Gruel, Manuel historique et bibliographique de l'amateur de relsures, I, Parigi 1887, p. 77 sgg. (cf. II, ivi 1905, pp. 36-61); E. Thainon, Les refieurs français, ivi 1893, pp. 246-56. Alessandro Pratesi
DE ROSSI, Azaria. - Uno dei più dotti rabbini del sec. xvı, n. a Mantova ca. il 1514, m. a Ferrara nel 1578. Visse nella maggiori città dell'Italia settentrionale. La sua vasta cultura abbracciava, oltre gli scrittori ebrei, le letterature classiche e cristiane, specialmente quella italiana.
La sua grande opera intitolata Mé'ór 'énajim ( < Splendore degli occhi >; Mantova 1574), di carattere enciclopedico, nonostante le sue imperfezioni ed errori è un audace e coscienzioso lavoro storico-critico. Il libro comprende tre parti, intitolate rispettivamente: Qól 'Elbhím ( < La voce di Dio » ), descrizione del terremoto di Ferrara del 1571 e ricerca delle sue cause; Hadhrath Zéqéalm ( < La gloria dei vecchi « ), traduzione in ebraico della lettera di (pseudo) Aristea (v.) sull'origine della versione greca della Bibbia; 'Imerè blodò ( < Parole d'intelligenza » ). Quest'ultima parte, la più interessante del libro, è un'ampia raccolta di studi e saggi sulle questioni più disparate, riguardanti la Bibbia, la storia ebraica, la cronologia, ecc.
BibL.: G. Ber. De Rossi, Della vana aspettazione, Parma 1773, p. 136 sgg.; id., Dis. storico degli autori ebrei, ivi 1802, pp. 105-106; B. Levi, La vita e gli scritti di A. D. R., Padova 1868.
DE ROSSI, Gian Bernardo. - Il più grande ebraista dell'Italia cristiana, n. il 25 ott. 1742 a Villa Castelnuovo (diocesi d'Ivrea), m. a Parma il 24 marzo 1831. Ingegno multiforme e precoce, da giovane coltivò lettere e lingue, filosofia e storia, musica e matematica, disegno e scultura. Ma entrato poi negli Ordini sacri, sacerdote nel 1766 , si applicò tutto alla Bibbia, specialmente al Vecchio Testamento, ed alla lingua ebraica ed affini. Acquistatasi presto gran fama, nel 1769 fu chiamato alla catedra di lingue orientali nell'Università di Parma, dove si trasferì e passò il resto della sua lunga vita, tutto dedito ai suoi studi e non guarì scosso dall'avvicendarsi di governi e di rivolgimenti politici in quei burrascosi tempi. Fu in corrispondenza con i dotti di tutta Europa e con assidue cure e spese raccolse una ricchissima biblioteca di manoscritti ed incunaboli ebraici, che ancora si conserva sotto il suo nome nella biblioteca Governativa di Parma.
Pubblicò, tra grandi e piccoli, oltre 50 voll.; più ancora ne lasciò inediti o appena abbozzati. Tra gli stampati i principali sono: De praecipuis consis et momentis neglectae a nonnullis hebraicarum litterarum disciplinee (Torino 1769); Della vana aspettazione degli Ebrei del loro re Messia (Parma 1773); Variae lectiones Veteris Testamenti ex immensa mavo scriptorum editorumque codicum congerie haustoe (ivi 1784-88); Annales hebraeotypographici saec. XV (ivi 1795); 4 voll., con un quinto di Saladia critica in V. T. libros seu Supplementa in eaviso lectiones (ivi 1798), opera fondamentale, miniera ancor oggi sfruttata dai dotti; Dizionario storico degli autori ebrei e delle loro opere ( 2 voll., ivi 1802); Mss. codicei hebraici bibliothecae I. B. D.-R. (3 voll., ivi 1803-1808); Memorie storiche sugli studi e sulle produzioni del dott. G. B. D.-R. (ivi 1809). Traduzioni dal testo ebraico: Sabai (ivi 1808), Ecclesiaste (ivi 1809), Giobbe (ivi 1812), Trevi di Geremia (ivi 1813), Proverbi (ivi 1815). Alberto Vaccari
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DE ROSSI, Giovanni Antonio. - Architetto, n. a Roma nel 1616, m. ivi, il 9 ott. 1695. Cresciuto nell'ambiente dominato dalle grandi personalità del Bernini, del Borromini e del Rainaldi, collega le forme del suo linguaggio artistico soprattutto ad alcuni aspetti classicistici dell'ultimo senza tuttavia rinunciare, specialmente nelle soluzioni decorative, ad una intonazione di gusto borrominiano.
Fra le sue architetture sono da ricordare la cappella Lancellotti in S. Giovanni in Laterano, la chiesa di S. Rocco ( 1657 ), la cui facciata è ottocentesca, la chiesa di S. Maria in Campo Marzio costruita a croce greca fra il 1676 e il 1686, l'interno della chiesa di S. Pantaleo, la cappella del Monte di Pietà, spesso ingiustamente attribuita a Mattia De Rossi. Fra le sue costruzioni di carattere civile particolarmente notevole è la parte del palazzo Altieri che guarda verso la piazza del Gesù, il palazzo Muti e la parte destinata alle donne nell'ospedale di S. Giovanni.
Biel.: H. Keller, s. v. in Thieme-Becker, XXIX, p. 60 (con bibl. precedente); A. De Rinaldis, L'arte a Roma dal Seicento al Novecento, Bologna 1929.
Emilio Lavagnino
DE ROSSI, Giovanni Battista. - Archeologo, fondatore della scienza dell'archeologia cristiana, n. a Roma il 22 febbr. 1822, m. nel palazzo pontificio, a Castelgandolfo il 20 sett. 1894. Ultimati gli studi umanistici e filosofici al collegio Romano, passò alla facoltà di giurisprudenza dell'Università di Roma, dove, nel 1843, ottenne la laurea "ad honorem in utroque iure"; ma era indicibilmente attratto verso gli studi archeologici tanto da dichiarare egli stesso "la Roma sotterranea del Bosio mi era sempre più gradita che il Decreto di Graziano o il Corpus Iustinianeum" (P. M. Baumgarten, 2ª ed., Roma 1892, p. 10). Già l'anno precedente, il 20 luglio 1842, il p. G. Marchi (v.) lo aveva sorpreso intento a trascrivere le iscrizioni cristiane nella cripta di S. Prassede e il card. A. Mai (v.) nella galleria Lapidaria in Vaticano, mentre trascriveva iscrizioni greche. Per mezzo di questi due dotti si aprirono al giovane romano le porte delle catacombe romane e quelle della biblioteca Vaticana: egli divenne il collaboratore e l'amico devoto del primo, e dal secondo ebbe la nomina a scrittore della biblioteca Vaticana.
Le prime esplorazioni archeologiche da lui diligentemente seguite furono quelle del cimitero a sinistra della via Appia allora detto di S. Sisto, che poi riconobbe per quello di Pretestato, tra il 1847 e il 1850.
Qui ebbe agio di fare le prime felici osservazioni sui nessi cronologici dei reperti: "chiara luce mi balenò quivi alla mente e quivi maturai il disegno della novella Roma sotterranea" (così egli stesso in Le cripie storiche del cimitero di Pretestato, in Bull. d'arch. critt., 2ª serie, 3 [1872], pp. 63-64).
Infatti le antichità cristiane fino a quel tempo erano state coltivate in modo eclettico e spesso empirico; base era l'erudizione, non il metodo critico razionale, che solo il D. R. introdusse, cioè quello comparativo tra i documenti e i monumenti, poiché egli riconobbe "esser necessario rimettersi sulla via segnata dal Bosio, e far quello che egli volle e non poté ", cioè esplorare in base ai dati forniti dai documenti storici. La preparazione a questo metodo il D. R. la compì dietro la guida del Bosio e dei documenti storici e topografici riconosciuti dopo di lui. Nell'adunanza del 3 luglio 1852 della Pontificia accademia romana di archeologia egli espose l'identificazione degli antichi cimiteri cristiani di Roma in base alle indicazioni topografiche fornite dagli antichi calendari, dai martirologi, dagli altri libri liturgici e soprattutto dalle siflogi epigrafiche e dagli itinerari dei pellegrini. L'esattezza del suo metodo si dimostrò con la scoperta del sepolcro del papa Cornelio (m. nel 233), fatta in quell'area della via Appia dove egli tre anni prima aveva identificato nel sopratterra un frammento del suo epitaffio.

(da M. baumgarten. G. B. D. R., Roma 1897)
De Rossi, Giovanni Battista - Ritratto con firma autografa.
Ciò gli permise di riconoscere l'ubicazione esatta del vero e proprio cimitero di Callisto, la cui denominazione veniva fino allora estesa non solo a tutte le gallerie sotterranee dal "Quo vadis?" a S. Sebastiano e alla via Ardestina, ma soprattutto veniva esso riconosciuto nel cimitero in catacumbas, dove attraverso il medioevo si erano riunite tutte le memorie cristiane della via Appia. Seguì nel 1854 la scoperta della cripta dei papi del sec. III, del sepolcro di S. Cecilia; nel 1856 quella di S. Eusebio; nel 1863 in Pretestato; nel 1864 rinvenne l'ipogeo da lui ritenuto dei Flavi in Domitilla; nel 1873 la basilica dei SS. Nereo, Achilleo e Petronilla; nel 1882 la cripta di S. Ippolito; nel 1883 quella di S. Felicita; nel 1888 l'ipogeo degli Acilii e nel 1890 la basilica di S. Silvestro in Priscilla.
Dal 1863 iniziò la pubblicazione del suo Bullettino di archeologia cristiana che per trenta anni continuò a redigere da solo fino alla morte (1894), per illustrare le scoperte avvenute non solo nei cimiteri cristiani di Roma, d'Italia e dell'estero, ma anche nelle basiliche cristiane e nel campo epigrafico, agiografico e artistico dei primi secoli del cristianesimo. Del suo Bullettino venne compiuta una traduzione francese prima dal Martigny e quindi dal Duchesne fino al 1883 . Nel 1864 uscì il suo primo volume della Roma sotterranea pubblicata per ordine di Pio IX. Ivi egli ritesse la storia delle antichità cristiane dalle origini fino ai suoi tempi seguita dall'analisi degli antichi documenti topografici e dalla descrizione della prima parte del cimitero di Callisto che venne continuata nel secondo volume edito nel 1867 e nel terzo (1877) nel quale egli compì l'illustrazione del cimitero di Callisto e inoltre quella del cimitero di Generosa (v.) e riassunse la storia sull'origine, sviluppo, amministrazione degli antichi cimiteri cristiani di Roma, loro dipendenza dai titoli urbani fino all'epoca delle traslazioni delle reliquie dei martiri nell'interno della città. I tre volumi della Roma sotterranea del D. R. suscitarono
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nei dotti una tale ammirazione che ben presto ne furono compilati compendi per l'opera di divulgazione. I primi furono J. Spencer Northcote e W. R. Brouwlow, The Roman Catacombs (Londra 1872); P. Allard, Rome souterraine. Résumé des découvertes de M. de Rossi dans les catacombes romaines et en particulier dans le cimetière de Calliste par F. Spencer Northcote et W. Brouwlow (Parigi 1872, 2 ed. ivi 1874); F. X. Kraus, Roma sotterranea, Die römischen Katahamben. Eine Darstellung der älteren und neusten Forschungen mit Zugrundelagung des Werkes von 7. Spencer Northcote und W. R. Brouwlow (Friburgo in Br. 1874).
L'importanza degli studi e delle scoperte del D. R. nel campo della topografia cimiteriale non è inferiore a quella nell'àmbito della topografia romana e dell'epigrafia classica e cristiana.
Nella topografia romana il primo studio del D. R. è dell'anno 1858: Le stazioni delle sette coorti dei Vigili (in Annali dell'Istituto di corrispondenza archeologien, 1858); nello stesso anno additò il luogo dove poi G. Hansen rinvenne tanti avanzi degli «Atti degli Arvali». L'opera sua più notevole in questo campo è quella sulle Piante iconografiche e prospettiche di Roma anteriori al secolo decimo. sesto (Roma 1879). E una storia monumentale della città dalle origini fino all'età di Augusto e d'Aureliano, seguito dallo studio delle piante urbane, da quella dipinta nel portico di Polla in Campo Marzio alla «forma Urbis» Seve riana; dalle schematiche piante medievali alla prospettiva di Mantova del sec. xv. Nel 1882 offre negli Studi e documenti di storia e diritto le Note di topografia romana raccolte dalla bocca di Pomponio Leto e il testo pomponiano della Notitia regionum Urbis Romae; nel 1884 le Note di ruderi e monumenti antichi per la pianta di G. B. Nulli conservata nell'Archivio Vaticano (ibid.). Illustro in seguito la pianta di Roma dipinta da Cimabue in Assisi (Bull. dell'Istituto, 1887), Un disegno del Foro Romano tra le raccolte dell'Escoriale (ibid., 1888), Il panorama circolare di Roma delineato nel 1534 da Martino Hemskeerch, pittore olandese (Bullett. della commiss. archeol. commn. di Roma, 1891); dal 1886 al 1890 pubblicò insieme con G. Gatti nello stesso periodico una Miscellanea di notizie bibliografiche e critiche per la topografia e la storia dei monumenti di Roma.
Teodoro Mommsen nella prefazione al III tomo del Corpus inscriptionum latinarum (Berlino 1873, p. vi) afferma che senza l'aiuto del D. R. «Italiae lumen» la raccolta delle iscrizioni latine avrebbe dovuto trascurare i manoscritti, come era stato costretto egli stesso a limitarsi per le iscrizioni del Regno di Napoli, mentre il D. R. aveva aperto la via alla conoscenza dei manoscritti non solo della biblioteca Vaticana e delle altre biblioteche della città di Roma, ma delle biblioteche d'Italia e di tutte le altre nazioni. Con una lettera in latino del 22 genn. 1854 l'Accademia di Berlino lo aveva invitato ufficialmente a collaborare al Corpus inscriptionum latinarum e dichiarava solennemente di riservare al D. R. stesso il compito della pubblicazione delle iscrizioni cristiane di Roma. Dal 1854 al 1858 infatti nei Monatsberichte der K. Akademie der Wissenschaften zu Berlin si trovano i resoconti periodici delle indagini compiute dal D. R. in tutte le biblioteche, per i manoscritti epigrafici. Nell'epigrafia classica G. B. D. R. aveva esordito con l'« Iscrizione onoraria di Nicomaco Flaviano" (in Annali dell'Istituto di corrip. archeol., 1849, pp. 283-363).
Dall' Académie des Inscriptions et Belles Lettres ebbe insieme con altri l'incarico di curare la pubblicazione delle opere di B. Borghesi (Oeuvres complètes de Bartolomeo Borghesi par les ordres et aux frais de S. M. l'Empereur Napoléon III, poi sous les auspices de M. le Ministre de l'instruction publique, Parigi 1862-97).
Fin da giovane il D. R. iniziò la sua opera di raccolta delle antiche iscrizioni cristiane. Un primo saggio venne da lui offerto nella Pontificia accademia romana di archeologia il 3 apr. 1851 con la sua dissertazione della raccolta delle iscrizioni cristiane di Roma dei primi sei secoli, pubblicata postuma a cura di G. Gatti (v.) nell'ultimo fascicolo del Bull. d'arch. crist. (1894, pp. 151-73). Egli insisteva in modo speciale sull'utilità dal metodo
geografico. Nel 1855 nello Spicilegium Solesmense (III, Parigi 1855, pp. 544-77), trattò « de christianis monumentis lybúx exhibentibus» e nel IV vol. dello stesso Spicilegium scrisse "de christianis titulis Carthaginiensibus" (Parigi 1858, pp. 505-58). Nel 1861 apparve il primo volume delle sue Inscriptiones chrétienne urbis Romine septimo speculo antiquiures: l'opera si apre con la storia degli studi epigrafici dal medioevo ai suoi giorni. Segue un trattato sulle note cronologiche, le leggi e le formule delle date consolari, i fasti dei consoli, i diversi cicli solari e lunari.
Del sccondo volume delle sue Inscriptiones Christianae il D. R. pubblicò nel 1888 la prima parte; nel proemio è tracciata per la prima volta la storia dell'epigrafia cristiana metrica e ritmica e comprende l'edizione delle antiche sillogi epigrafiche fino alle antologie caroline. Al p. Marchi e al D. R. il papa Pio IX affidò il compito di ordinare il Pontificio Museo Lateranense; il primo vi riunì i più cospicui sarcofagi cristiani sparsi in vari luoghi della città e il D. R. classificò in modo mirabile le antiche iscrizioni cristiane, dividendole in due classi principali, le sacre e le sepolcrali. Il D. R. espose nel Triglice omaggio a Pio IX e in una speciale articola del suo Bull. d'arch. crist. (1877), il criterio da lui seguito nella classificazione.
Dell'opera compiuta dal D. R. quale scrittore della Biblioteca Vaticana testimoniano i cinque volumi di descrizione e classificazione di codici, l'ordinamento delle schede di Gaetano Marini e del card. Angelo Mai. Al primo volume dal catalogo dei codici Palatini (1886) è premesso il suo trattato: De origine, historio, indicibus scrinil et bibliothecae Sedis Apostolicae.
Nell'omaggio giubitare della Biblioteca Vaticana a S. S. Leone XIII (1888) egli illustrò La Bibbia offerta da Ceolfrido Abbate al sepolcro di S. Pietro, codice antichissimo tra i superstiti dalle biblioteche della Sede Apostolica. A questo genere di studi appartengono anche i suoi scritti sulla Biblia pauperum e le sue origini antichissime (Bull. arch. crist. 1887, pp. 56-59) e sulla Biblia pauperum del Liceo di Castanzo (ibid.). Il D. R. si occupò anche del medioevo con studi su Stefano Porcari, sugli statuti di Anticoli, sulla raccolta di iscrizioni romane relative ad artisti ed alle loro opere nel medioevo compilato alla fine del sec. xVI (Bull. di arch crist., 5^{°} serie, I [1890], pp. 79-100). Un'altra opera del D. R. è quella sui Musaici cristiani e saggi di pavimenti delle chiese di Roma anteriori al sec. XV (Roma 1872-96, ultimata da E. Stevenson), con doplice testo italiano e francese. In collaborazione con L. Duchesne pubblicò il Martyrologium Hierosymianum ad fidem codicum, adiectis prolegomenis negli Acta SS. Novembris, II, 1, Bruxelles 1894). G. B. D. R. collaborò anche nei più accreditati periodici italiani e stranieri. Un elenco di tutti i suoi scritti fu compilato da G. Gatti nell' Album a lui offerto nel 1892 e aggiornato nell'ultimo fascicolo del Bull. d'arch. crist. del 1894. Il suo cospicuo schedario occupa 31 volumi (codd. Pat. Int. 10512-43, descritti da M. Vattasso e E. Carusi, Roma 1920). G. B. D. R. fu dal 1884 presidente della Società dei cultori di archeologia cristiana; presidente della Pontificia accademia romana di archeologia, segretario della Pontificia commissione di archeologia sacra, "magister» del «Collegium cultorum martyrum», prefetto del Museo Sacro della Biblioteca Vaticana.
Uomo di vita integerrima, di profonda paria, alieno dalla politica, fu carissimo ai pontefici Pio IX e Leone XIII che lo definì «Urbis decor». Dotti e istituti scientifici di ogni nazione lo anorarono specie nelle ricorrenze del 60^{°} e dal 70^{°} suo anno di vita. Il papa Pio XI ne commemorb solennemente il centenario della nascita. Il sommo dei suoi desideri: «Io vagheggio un orbe cristiano illustrato con i monumenti dei primi sei o sette secoli» (Roma sot. terranea, I, p. 82), fu confidato dal papa Pio XI quale meta ideale del suo Pontificio istituto di archeologia cristiana.
Bull., P. M. Baumgarten, G. B. D. R., versione delle lingue tedesce per G. Bonaventa, Roma 1882, 2^{°} ed. ivi 1892; O. Matuechi, G. B. D. R., Cenni biografici, ivi 1903; G. Ferresto, Note storico-bibliografiche di archeologia cristiana, Città del Vaticano 1942, pp. 318-42. Enrico Josi
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DE ROSSI, Giuseppe. - Abate e musicista, n. a Roma intorno alla metà del ' 600 , ivi m. nel 1719 o 1720. Macstro di cappella in Castel S. Angelo, poi, dal marzo 1701 al luglio 1711 alla S. Casa di Loreto, poi alla Madonna dei Monti.
Scrisse a Dixit, uno a 16, l'altro a 12 voci e, fra l'altro, una messa Solem exspecto in sol a 12 voci in 3 cori con organo ( 1676 ), ancora manoscritta e conservata nella biblioteca del liceo musicale di Bologna. Alcune sue sonate, scritte probabilmente intorno al 1730, endarono, erroneamente, sotto il nome di A. Rossi.
BibL.: F. Torrefranca, Poeti minori del clavicembalo, in Rit. music. ital., 17 (1912), p. 4.
Anna Maria Gentili
DE ROSSI, Mattia. - Architetto, n. a Roma il 14 genn. 1637, m. ivi, il 2 ag. 1695, lavorò col Bernini e lo accompagnò in Francia. Per incarico di Clemente IX diresse l'esecuzione del palazzo dei Rospigliosi a Lamporecchio e della chiesa degli Scolopi a Montevano.
Alla morte del Bernini gli successe in molte cariche, fra l'altro in quella di architetto di S. Pietro; alternò gli insegnamenti del maestro con lo studio dei lavori del Borromini realizzando opere concepite con solida ed elegante decoratività. Fra le altre si ricordano il disegno per il monumento sepolcrale di Clemente X in S. Pietro, la facciata della chiesa di S. Francesco a Ripa, il rifacimento di S. Bonaventura de' Lucchesi a Roma, il duomo di Valmontone e la costruzione di numerosi palazzi romani, fra cui notevole per le anticipazioni del gusto settecentesco quello Miserattelli a piazza Venezia.
In Francia lavorò anche per il Louvre portando a compimento alcuni disegni del Bernini.
BibL.: F. Nook-H. Ladendorf, s. v. in Thieme-Becker, XXIX, pp. 68-69, con ampia bibl.
Fabia Borroni
DE ROSSI, Michele Stefano. - Geologo, n. a Roma il 30 ott. 1834 e m. a Rocca di Papa il 23 ott. 1898, fu compagno inseparabile nelle esplorazioni del fratello Giovanni Battista (v.) per il quale disegnò piante e sezioni anche delle parti più recondite e pericolose delle catacombe romane.
Assai versato nelle scienze naturali ed in modo particolare nella geologia, applicò queste sue conoscenze allo studio dei cimiteri, offrendo cosi nelle sue appendici ai tre volumi della Roma sotterranea del fratello un contributo veramente positivo con la sua Analisi geologica ed architettonica del cimitero di Callisto (Roma 1867). Pose con essa il suggello alla dimostrazione del p. G. Marchi (v.) sull'origine del tutto cristiana delle catacombe, facendone conoscere l'ampiezza, studiando le leggi ed i limiti delle escavazioni e in particolare stabilendo con argomenti tecnici la cronologia di una parte del cimitero di Callisto. Fra i suoi articoli in questo campo sicitano i due pubblicati a Roma negli Atti dell'Accademia dei nuovi Lincei: Dell'ampiezza delle romane catacombe e d'una macchina icnografica ed ortografica per rilevarne le piante ed i livelli (1860) e Quale metodo tecnico adoperarono i fossori per dirigere l'escavazione nel labirinto dei cimiteri suburbani di Roma, 33 (1880), p. 418-26.
Si devono a lui numerosi ed importanti studi sul dinamismo terrestre per osservare il quale inventò ingegposi strumenti. Grazie alle sue premure il governo italiano istituì a Rocca di Papa un osservatorio geodinamico di cui fu nominato direttore. Le principali investigazioni sismologiche vennero da lui esposte in La meteorologia endogena ( 2 voll., Milano 1879-82). Fece anche importanti osservazioni nel Bollettino del vulcanismo italiano da lui fondato e diretto dal 1874 al 1897 . Numerosi sono i suoi scritti anche nel campo della paletnologia.
BibL.: O. Marucchi, M. S. D. R., in Nuovo bullettino di archeologia cristiana, 4 (1898), pp. 258-60; L. Pigorini, Necrologio, in Bullettino di paletnologia italiana, 29 (1898), pp. 310312; L. Palazzo, s. v. in Enc. Ital., XII (1931), p. 622.
Giuseppe Bovini
DERRY, diocesi di. - Nell'Irlanda. Il nome D. è una traslitterazione del gaelico doire che significa un boschetto di querce.
Nel territorio della diocesi vi fu prima una sede vescovile in Ard Stratha dove s. Eugenio fondò un monastero nel vi sec. La diocesi di Ard Stratha venne poi assorbita in quella di D., fondata nel 1158. E suffraganea di Armagh.
Degno di speciale ricordo è il vescovo Redmond Gallagher, il quale fu ucciso da soldati inglesi nel 1601. La causa del suo martirio è ora presso la Congregazione dei Riti. D. fu famosa per il suo monastero e per la sua scuola, fondata nell'anno 546 da s. Colmellle (il nome, che significa colomba della chiesa, venne latinizzato in Columba), uno dei più grandi santi irlandesi e apostolo dei Pitti di Scozia, di cui fu la prima e preferita fondazione. Nel 1158 il suo abate fu posto a capo di tutti i monasteri columbiani di Irlanda. L'abbazia venne distrutta dagli Inglesi nel 1600.
Un altro monastero di monaci columbiani fu fondato a Pothain (Fahan) nel sec. vit da s. Mura, il cui pastorale si conserva al presente nel museo Nazionale di Dublino.
La diocesi ha un'estensione di 2500 kmq . con 217.000 ab. dei quali 126.500 cattolici. Conta 39 parrocchie con 87 chiese, 136 sacerdoti diocesani, 2 comunità religiose maschili (Christian Brothers) e 14 femminili (1948). Sotto l'immediata direzione del vescovo c'è a D. il St. Columb's College.
BibL.: Annales of the Four Masters, ed. J. O'Donovan2^{2} ed., 4 voll., Dublino 1826 (v. indizd: Adamnano, Vita s. Columbae, ivi 1827; Welsh, History of the Irish Church, ivi 1869; O. Hanlon, Lives of the Irish Saints, 10 voll., ivi 1872; A. Bellestheim, Geschichte der katholische Kirche in Irland, 3 voll., Friburgo in Br. 1890; J. Healy, Ireland's ancient schools and scholars, Dublino 1890 (v. indici); J. Ryan, Irish Monasticism, ivi 1931; Irish Catholic Directory and Almanac 1949, ivi 1949, pp. 173-80. Dionisio Mac Daid
DE RUBEIS (de Rossi), Bernardo Maria. Storico e teologo domenicano, n. a Cividale del Friuli l'8 genn. 1687, m. a Venezia il 28 genn. 1775. Passò parecchi anni nell'insegnamento e nei bienni 1733-35 e 1753-55 governò come vicario generale la sua provincia religiosa. Frutto delle sue ricerche erudite, pubblicò ca. una trentina di opere; però la maggior parte dei ricchi materiali raccolti è inedita alla Marciana di Venezia.
Degne di nota : De gestis et scriptis ac doctrina s. Thomae A q. (Venezia 1750): sono 30 dissertazioni critiche e apologetiche, oggi incluse nell'ed. leonina delle opere di s. Tommaso (I, Roma 1882, pp. 21v-cccsivi); Monumenta Ecclesiae Aquilejensis commentario illustrata (Strasburgo 1740); De rebus Congregationis sub titulo b. 7acobi Salomoni (Venezia 1751).
BibL.: B. Asquini, Cent'ottanta e più uomini illustri del Friuli quali fioriscono o anno fiorito in questa età, Venezia 1735, p. 93; M. Grabmann, Die Werke des hl. Thomas, Münster 1931, pp. 26-27; M. M. Gorge, Rossi, B. M. de, in DThC, XIV, coll. 4; A. Walz, Rossi, G. B. de, in LThK, VIII, col. 1003.
Abelc Redigonda
DE RUGGIERO, Guido. - Storico della filosofia e pubblicista, n. a Napoli il 23 marzo 1888, m. a Roma il 29 dic. 1948. Professore di storia della filosofia prima al Magistero, poi alla facoltà di Lettere di Roma. In un primo tempo attualista di una forma di attualismo più intransigente di quella del Gentile, si accostò in seguito allo storicismo del Croce. Successivamente (Revisioni idealistiche, in Educazione nazionale, 3 [1933]) rifiutò la riduzione della filosofia a metodologia della storia e si sforzò di rivendicare l'esigenza realistica entro l'idealismo stesso (Il ritorno alla ragione, Bari 1946) : la ragione non è tutta immanente nel fluire della realtà (ra-
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gione storica), ma è, nello stesso tempo, trascendente (ragione metastorica); l'uomo, collocandosi sul vertice dei valori supremi misura l'insufficienza di ciò che è, di fronte a ciò che dev'essere.
Al D. R. si deve (ed è questa la sua opera più importante) una Storia della filosofia (Bari 1920 sgg.) in 15 voll. Il metodo dialettico e il punto di vista idealistico costringono spesso il D. R. ad interpretazioni unilaterali e non rispondenti all'oggettivita storica (soprattutto nei volumi sul pensiero antico e cristiano); né mancano abusati luoghi comuni del razionalismo laicista (specialmente nei volumi sulla Riforma e Controriforma). La bibliografia di cui il D. R. si serve è quasi esclusivamente limitata a quella idealistica e protestante. Tra gli scritti di storia del pensiero politico va ricordata la Storia del liberalismo europeo ( 2^{°} ed., Bari 1944).
Brill: L. Russo, in L'Arduo, 31 ag. 1922, pp. 208-18; M. F. Sciacca, Il secolo XX, I, 2^{°} ed., Milano 1947, pp. 406-10; 11, pp. 694, 807 e 896 (bibl.): B. Croce, recensione di Il ricomo alla ragione, in Quaderni della critica, 6 (1946), pp. 79-80. Michele Federico Sciacca
DERVISCI. - La parola d., dal persiano darwis è comunemente spiegata come "mendicante" (da dār = "porta"), ma l'etimologia ne è in realta poco sicura. Nella maggior parte del mondo islamico questa parola indica il membro di una confraternita religiosa: in persiano e turco è anche impiegata nel senso più ristretto di monaco mendicante.
Le confraternite religiose cominciarono a sorgere nell'islām solo nel sec. vi dell'egira, mentre prima di tale epoca la vita mistica riposava su una base individualistica. La prima confraternita, fra le ancora esistenti, che abbia un'origine storica ben definita sembra essere quella dei qādiriti, fondata da 'Abd al-Qādir Gīlānī (m. nel 561 egira). L'origine delle formole e dei riti propri di ciascuna confraternita si usa far risalire, attraverso una lunga catena (silsilah) di santi, al Profeta e a Dio stesso. Ogni d. è tenuto a conoscerla ed è tenuto anche a credere che la fede professata dalla sua confraternita è l'essenza interiore dell'islām. L'aspirante derviscio (murid) viene "iniziato" dal suo padre spirituale (šejh, pir, ustād) con mezzi in cui talvolta entra dell'ipnotismo, e introdotto nella confraternita per mezzo di un contratto ('ahd), consistente in professione di fede religiosa e in voti che variano secondo le confraternite. I sistemi teologici delle varie confraternite variano da un quietismo ascetico ad un più o meno totale panteismo. La stessa confraternita può d'altronde rivestire forme diverse secondo i diversi paesi : in generale le confraternite persiane e turche sono più lontane dall'isläm ortodosso di quelle siriane, arabe o africane. I riti religiosi propri della confraternita sono svariati e spesso producono fenomeni ipnotici e crisi estatiche. Un rito comune a tutte è il dihr, che ha per scopo di ispirare al credente il pensiero del mondo dell'al di là e della sua dipendenza da esso. Il dihr provoca una forte esaltazione religiosa, che è ancora aumentata da altri mezzi usati da certi ordini di mistici (danze circolari presso i cosiddetti d. " giranti", il cui ordine fu fondato dal celebre poeta persiano Galāl ad-dīn Rūmī, urla, ecc.).
Alcuni d. compiono, p. es., atti straordinari come l'inghiottire carboni ardenti, serpenti e scorpioni vivi, l'infilarsi lunghi aghi nel corpo e chiodi in testa, ecc.
Oltre ai membri regolari degli ordini, che sono pochi e vivono in monasteri (bangah, ribāt, sāvojjah, tehhē) o che viaggiano come monaci mendicanti, esistono aderenti paragonabili a quelli dei nostri "terzi ordini", tenuti a recitare certe preghiere quotidiane e ad assistere ogni tanto a un dihr nei monasteri.
I d. sono generalmente reclutati tra le classi basse della popolazione e in epoche recenti i governi hanno esercitato ed esercitano un controllo sulle confraternite. Anche le donne possono essere d. e nel medioevo avevano dei conventi speciali, mentre ora sembra appartengano solo ai terzi ordini.

(per curiosa della Signora ine Reggente) De Ruggiero, Guido - Ritratto.
Il numero delle confraternite religiose musulmane è enorme. Una delle più note in Italia è quella cirenzica dei Senussi.
Brill.: J. P. Brown, The Dervishes or oriental spiritualism, Londra 1868; D. B. Macdonald, Dervish, in Encyclopedie de l'Islam, I, pp. 990-91.
Alessandro Bausani
DE SANCTIS, Francesco. - Critico letterario e uomo politico, n. a Morra Irpina (Avellino) il 28 marzo 1817 , m. a Napoli il 19 dic. 1883. Avviato allo studio della giurisprudenza, in Napoli, frequentò invece con ardore la scuola letteraria privata di Basilio Puoti, e se ne staccò poi passando dal purismo lessicale a metodi più vivi, dove le parole valessero come "cose" vive situate nella propria storia : con questo orientamento aprì una scuola propria e insegnò al Collegio Militare.
Si appassionava intanto alle nuove idee politiche seguendo sulla stampa francese le vicende parlamentari di quel paese. Nel 1848 partecipò all'insurrezione di Napoli, incitandovi i suoi scolari con il famoso grida: «Siamo noi un'Arcadia? La letteratura è vita». Arrestato, in Calabria, dopo la restaurazione borbonica, nel dic. 1850 , fu tenuto in prigione fino al 1853 , a Napoli, nel Castel dell'Ovo. Qui si diede allo studio della lingua tedesca specialmente per poter leggere nel testo i romantici e le opere di Hegel; tradusse anche il manuale di storia universale della poesia del Rosenkrana, in cui erano applicate e divulgate le teorie estetiche hegeliane. Da questo momento il D. S., pur mantenendo una sua originalità di fronte al rigido sistema estetico del filosofo tedesco, si orientò risolutamente allo storicismo idealistico. Nel
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1853, esiliato da Malta, riparò a Torino dove insegnò in un collegio femminile e scrisse articoli sulla stampa torinese. Nel 1855 scrisse ardentemente contro i progetti murattisti nel Regno di Napoli come contrari agli ideali e agli interessi italiani. Dal 1856 al 1859 insegnò letteratura italiana al politecnico di Zurigo e fu a contatto diretto con la cultura di lingua tedesca. Nel 1860 , in seguito ai rivolgimenti politici, fu governatore di Avellino; poi direttore della pubblica istruzione nella luogotenenza di Napoli, e in seguito ministro dell'Istruzione pubblica (22 marzo 1861-5 marzo 1862) del nuovo Regno.
Si dedico poi intensamente al giornalismo. Per il buon funzionamento costituzionale dello Stato credette necessaria di fronte al partito di governo una forte opposizione e, uscito dalla maggioranza di tradizione cavouriana, passo alla sinistra.
Dal 1871 fu professore di letteratura comparata all'Università di Napoli. Dopo che la sinistra fu salita al potere ( 26 marzo-14 dic. 1878 ; 25 nov. 1879-1^{°} genn. 1881), fu ancora due volte ministro.
Sentl il fascino della "verità effettuale" del Machiavelli e interpretò l'insegnamento storico del Vico sulla traccia degli schemi immanentistici hegeliani. I problemi religiosi furono in lui completamente assorbiti in una moralità terrena, e la Chiesa, come a molti altri uomini del Risorgimento politico italiano, apparve a lui prevalentemente sotto l'aspetto di istituzione politica in contrasto con l'unità italiana.
Il D. S. è considerato il capo della critica estetica italiana in contrapposto tanto alla precedente critica classica retorica e contenutistica, quanto alla contemporanea critica-storica, di cui capo fu considerato il Carducci, ispirata a severità filologica positivistica: sviluppando il metodo del Foscolo che indaga la biografia poetica dell'autore come ragion d'essere dell'opera, il D. S. studia l'opera come un "individuo vivente", come un "tutto" in cui organicamente è riassunto l'universo, cosi che tutti i valori dell'universo appaiano nell'opera in quanto si sono fatti organicamente interni ad essa. D'altra parte egli risentl dell'istanza risorgimentale della storia letteraria come storia civile e a questa istanza è ispirata la sua Storia della letteratura italiana (1870), che è stata definita una storia della cultura italiana.
Tale storia contrappone troppo semplicisticamente a un medioevo illuministicamente concepito come periodo culturale dominato dalla tendenza a un astratto aldilà, il Rinascimento come riacquisto del senso del mondo di qua ma con ipertrofia dell'intelletto ai danni della volontà e dell'impegno morale di vita. Nel Seicento e nell'Arcadia vede quindi il dissolversi della poesia in generica musicalità, mentre dal Parini in poi vede risorgere gli ideali umani che nel Manzoni sono perfettamente "calati nel reale". Pregiudizio romantico resta nel D. S. un certo gusto della "passione": questo pregiudizio lo porta a caratteristici errori, come l'incomprensione della poesia della Lucia manzoniana e la confusione, a proposito del Segneri, tra sincerità psicologica e sincerità artistica.
Il D. S. resta tuttavia il massimo critico romantico: il suo insegnamento è educazione civile ed insieme educazione alla contemplazione artistica autonoma: le due istanze si conciliano nella convinzione che non vi può essere grande poesia dove non c'è contemporaneamente intensa vita morale. Negli ultimi anni, tuttavia, il D. S. sentl il fascino del positivismo evoluzionista come testimoniano alcuni suoi ultimi saggi sullo Zola e sul darwinismo nell'arte (1877-83). L'insieme, quindi, del suo itinerario critico è assai più complesso di quanto appaia dalla semplificazione fattane dal Croce.
Accanto alle opere critiche (Saggi critici, Saggio sul Petrarca, Storia della letteratura italiana, Storia della letteratura italiana nel XIX sec., Studio sul Leopardi, ecc.) hanno un notevole rilievo di fresca scrittura gli scritti autobiografici (La giovinezza, Lettere a Virginia, Un viaggio elettorale) e gli Scritti politici.

(da Orbis tetrarum. L'Inde, p. 67)
Dervisci - D. questuante maonettano a Peshawar (India).
Bibl.: B. Croce, Gli scritti di F. D. S. e la loro varia fortuna, Bari 1917; bibliografia generale integrata in La critica, 21 (1923), pp. 39-42 e 91-94 e in Pagine sparse di F. D. S. a cura di B. Croce, Bari 1934. Delle Opere complete in 19 voll. a cura di N. Cortese sono uscite finora 14 voll. in Napoli, 1930 agg. (ed. Morano). Per una valutazione generale: G. A. Borgese, Storia della critica romantica, Milano 1920; L. Russo, F. D. S. e la cultura napoletana, Venezia 1928, e 2^{°} ed. Bari 1945; E. Cione, F. D. S., 2^{°} ed., Milano 1944; F. Montanari, F. D. S., 2^{°} ed., Brescia 1949.
Fuusto Montanari
DE SANCTIS, Gioacchino. - Medico, n. a Frascati nel 1788, m. in concetto di santità a Patrica (Frosinone), il 15 dic. 1855 . Dopo la laurea conseguita a Roma, esercitò la professione di medico condotto in alcuni paesi della provincia e particolarmente a \mathrm{Pa}- trica per trentatré anni. Padre di numerosa famiglia (cinque figli e tre figlie) seppe conciliare i doveri familiari con l'apostolato incessante svolto tra i malati e i poveri. La sua figura - che rispecchia la vita spirituale di Roma del primo Ottocento - anticipa la vocazione dei medici santi che la Chiesa del nostro tempo segnala alla pietà dei fedeli (i servi di Dio Giuseppe Moscati, Lodovico Necchi, Riccardo Pampuri).
Bibl.: G. F. Luquet, G. De S. medico, Roma 1827. Egliberto Martire
DE SANCTIS, Luigi. - Apostata, n. a Roma il 31 dic. 1808 e m. a Firenze il 31 dic. 1869. Entrato, giovane ancora, tra i Chierici regolari ministri degli infermi, fu sacerdote (1831) e parroco della Maddalena in Roma. Dubbi di fede, delusioni politiche e, come sembra, relazioni con l'ex domenicano apostata Giacinto Achilli, lo indussero a fuggire nel 1847 a Malta, dove apostatò ufficialmente davanti al ve-
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scovo anglicano di Gibilterra e collaborò con l'Achilli al periodico protestante L'indicatore.
Ritornatovi dopo un viaggio in Toscana, fondò un altro periodico protestante, Il cattolico cristiano, e nel 1849 prese moglie. Nel 1850 fu a Ginevra, chiamatovi dai protestanti, e due anni dopo a Torino, dietro invito dei valdesi. Ben presto la ruppe con questi, e nel 1854 insieme con B. Mazzarella fondò la Chiesa indipendente o Chiesa evangelica cristiana, ottenendone l'anno seguente il riconoscimento nel Congresso dell'Alleanza evangelica riunito a Parigi. Ma osteggiato dai darbiti o plimuttisti, capeggiati dal conte Piero Guicciardini e da Teodoro Pietricola Rosetti, ai quali molti dei suoi seguaci, fra cui lo stesso Mazzarella, si mostrarono propensi, il D. abbandonò la sua Chiesa e nel 1864 si ritirò a Firenze, avvicinandosi di nuovo ai valdesi, dai quali fu scelto come professore di teologia. Rimangono del D. circa una trentina di opuscoli che contribuirono non poco a fomentare lo spirito anticattolico in Italia durante la seconda metà del secolo scorso.
Bibl.: Opere: Il Papa, Firenze 1861: La questione italiana, ivi 1866; Papers, Pussyliss, Jesuitism, translated from original italian edition, published as "Roma papale". Londra 1903; La Messa, 8a ed., Firenze 1912: Principi generali della religione evangelica, ivi 1912; Il Purgatorio, 11a ed., ivi 1913; La Confessione, 29a ed., ivi 1923. Studi: anon., Biografia di L. D., Firenze 1870; M. Betta, The life of L. D. translated from the italian, Londra 1903. Camillo Crivelli
DE SANTI, Angelo. - Gesuita, n. a Trieste il 12 luglio 1847 , m. a Roma il 28 genn. 1922. Compiuti gli studi si dedicò subito all'insegnamento della musica nel seminario di Zara (1887) e nello stesso anno fu chiamato da Leone XIII a Roma, dove mediante la collaborazione alla Civiltà cattolica e conferenze e studi doveva svolgere un'opera vasta ed efficace per la restaurazione della musica sacra, che prese poi forma concreta nel motu proprio Inter pastoralis officii sollicitudines di Pio X, del 22 nov. 1903 (Acta S. Sedis, 36 [1903-1904], p. 329 sg.).
Nel 1910 fondò a Roma la Scuola superiore di musica sacra, aperta con breve solenne nel 1911, dichiarata pontificia nel 1914 e denominata ufficialmente, nel 1931, Pontificia istituto