discepolo anche di Dufay (v.; Cambrai 1465-70). Giovanissimo venne in Italia, dove svolse la sua principale attività dando alla sua arte un carattere di chiarità melodica, squisitamente italiano per la mirabile altezza dei rapporti espressivi fra parola e suono, con cui risolse la complessità contrappuntistica che derivava dalla tradizione artistica dei Paesi Bassi.
Lo si trova dapprima a Milano, alla corte del duca Galeazzo M. Sforza (1475) poi a Roma quale cantore nella cappella Sistina durante il pontificato di Innocenzo VIII e Alessandro VI (1486-94), quindi a Firenze, Modena (1499) e Ferrara (1503) per la cui corte estense compose la famosa messa "Hercules Dux Ferrariae». Nel frattempo era anche stato a Cambrai quale direttore del coro della Cattedrale (1495-99) e a Parigi, a servizio del re Luigi XII (1500). Ai primi del 1500 torno in Borgogna e si stabilì a Condé-sur-Escaut, dove mori. Fu sepolto nella Cattedrale, dove si conserva il suo epitaffio.
Compose messe, mottetti, chansons françaises, ecc. riunendo nella sua arte le peculiarità stilistiche delle due correnti fiamminga e italiana in una tecnica compositiva che va dalla più complessa architettura alla più limpida e melodica tessitura omofona delle parti.
Con D. la polifonia vocale continua la sua emancipazione dagli strumenti, che sino allora, nei due secoli precedenti, avevano sostituito o accompagnato le voci per divenire sempre più la classica e pura polifonia vocale a cappella del glorioso ' 500 italiano.
La sua vasta produzione di musica sacra è sparsa in manoscritti di Roma (biblioteca Vaticana), di Monaco, di Cambrai, del Seminario Maggiore di Aosta ecc. e in stampe dell'epoca. Otto mottetti furono editi nell'Harmonicae musices Odhacaton del Petrucci (Venezia 1501) ed altri in altre raccolte; le sue messe impresse dapprima con i tipi del Petrucci (ivi 1502, 1505, 1514), furono poi ristampate a Roma dal Giunta (1526). In edizioni moderne, oltre alcuni frammenti stampati in raccolte varie da Commer, Choron, Schering, Blum, ecc. è di fondamentale importanza l'edizione delle opere complete intrapresa nel 1921 da A. Smijers ad Amsterdam, a cura della Vereening voor Nederlandsche Muziekgeschiedenis.
Bim.: E. Van der Straeten, La musique aux Pays-Bas avant le XIXe siecle., 6 voll., Bruxelles 1882; F. De Ménil, Les grands musiciens du Nord: 7. de P., Parigi 1897; A. Schering, Die niederliadische Orgelnense im Zeitalter der Tosquin, Lipsia 1912; A. Gestand, 7. des P., ses précurseurs et ces émules, Tribune de St Gervais 22 (1921), pp. 201-23; T. V. Werner, Anmerkungen zur Kunst Tosquins zur Gesamt-Ausgabe seiner Werke, in Zeitschrif für Musikwissenschaft, 7 (1924), pp. 33-41; A. Smijers, In Proceedings of the music association, Session 53, Londra 1926-27, pp. 95-116; O. Ursprung, 7. D., Eine Chorachterzeichnung, in Bulletin de l'Union Musicalisptique, 6 (1926), p. 1 sge. Luisa Carvelli
DESPREZ, Julien-Florian. - Cardinale, n. il 14 apr. 1807 in Ostricourt, arcidiocesi di Cambrai, m. il 20 genn. 1895 in Tolosa. Ordinato sacerdote nel 1829, si dimostrò subito pastore pienamente compreso della sua alta missione, prodigandosi indaticabilmente a favore dei malati di colere, con tanto ardore da risentirne nella salute. Fu successivamente parroco a Pont-à-Marcq, a Templeuve ed a Roubaix. Nel 1850 fu nominato vescovo di St-Denis, nell'isola della Réunion.
Lo attendeva una diocesi tutta da costituire ex novo, ed egli si accinse alla sua opera con alacrità e fece porre nel 1856 la prima pietra della nuova Cattedrale. La salute cagionevole ed il clima coloniale gli erano però di serio impedimento all'esplicazione del ministero. Nel 1857 fu pertanto trasferito e nel 1859 promosso alla sede arcivescovile di Tolosa dove rimase fino alla morte. Il 12 maggio 1879 Leone XIII lo creò cardinale, del titolo dei SS. Marcellino e Pietro.
Bim.: V. Frond, Actes et histoire du Concile occuménique de Rome 1869, V, Parigi 1869, pp. 127-60; J. Lucrinte, Vie de S. E. le card. D. archevêque de Toulouse, Lilla 1897.
# Silvio Furlani
DESPUIG Y DAMETO, Antonio. - Cardinale, n. di nobile famiglia a Palma di Maiorca il 31 marzo 1745, m. a Lucca il 2 maggio 1813. Sacerdote esemplare e di vasta erudizione, fu promotore degli studi in patria e rettore di quella Università (1783-85). Nel 1785 venne a Roma come uditore di Rota e di lui rimangono pubblicate 179 Decisiones. Tornato in patria fu vescovo di Orihuela (1791), arcivescovo di Valenza (1795) e di Siviglia (1796), cui dovette rinunziare due anni dopo per ragioni di salute e più per intrighi politici, ricevendo in cambio il titolo di patriarca di Antiochia e dal re molte cariche pubbliche.
Nell'apr. del 1797 fu inviato di nuovo a Roma, membro di una commissione speciale nominata dal re per assistere papa Pio VI nelle critiche circostanze che attraversava, causa l'invasione francese. Ed infatti sussidio generosamente la corte pontificia durante l'esilio del Papa dal marzo 1798 e, lui morto (22 ag. 1799), sostenne le opere dei funerali e sovvenzionò il Conclave di Venezia da cui usci eletto Pio VII. Carissimo al nuovo Papa, l'i i luglio 1803 fu creato cardinale del titolo di S. Callisto. Dopo un viaggio in patria, ove organizzò una biblioteca ed un museo con gli oggetti di scavo che aveva recuperato da un suo terreno all'Ariccia (Roma), tornò a Roma nel maggio 1807, divenne arciprete di S. Maria Maggiore e provicario del Papa, a cui stette sempre vicino e che raggiunse anche nell'esilio di Parigi. Per ragioni di salute ottenne di rientrare in Italia, e poco dopo morì. Pubblicò un'operetta intorno al terremoto che nel febbr. 1783 devastò la Calabria e a cui egli si era trovato presente (Napoli 1783, Palma di Maiorca s. d.) e la vita di Caterina Thomis, sua concirradina (Palma di Maiorca 1816 e 1864), di cui aveva ottenuto la beatificazione (e che fu canonizzata nel 1930). Molti manoscritti e lettere sono a Palma nell'archivio della sua famiglia.
Bim.: J. M. Bover, Notices bistórico-artistica de los museos del... card. D. existentes en Mallorca, Palma 1845; id., Biblioteca de escritores Baleares, I, ivi 1868, pp. 230-32; André de Palma de Mallorca, El card. D. y D., in Estudios Franciscanos, 27 (1921, II), pp. 466-85; 28 (1922, I), pp. 186-212. 437-34; 29 (1922, II), pp. 28-51; G. Segui, El card. D. y la S.
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Sede, in Analecta sacra Turracovenia, 15 (1942), pp. 403-18: 16 (1943), pp. 201-22: M. Batllori, Cartas del p. Pou al card. D., Maiorca 1946; id., El card. D. y su tiempo, ivi 1948.
Renata Orazi Ausenda
DESSERVANTS. - Denominazione esclusivamente propria del diritto ecclesiastico francese, che non trova riscontro nella terminologia ufficiale canonica.
Nel diritto anteriore a Napoleone fu di uso piuttosto raro e indicò ora il vicario curato ai sensi del can. 471 , ora il vicario curato di una porzione di parrocchia con dipendenza dal parroco, talora, più specificamente, il vicario economo di cui ai cann. 472-73.
Divenne di uso comune con il Concordato napoleonico per indicare i sacerdoti incaricati della cura d'anime nelle succursali di parrocchia create dal Concordato stesso.
La legge 8 apr. 1802 , meglio conosciuta sotto il nome di Articles organiques, per scopi contingenti di controllo politico e amministrativo, aveva ristretto il concetto e le prerogative di parroco ai soli titolari di cura d'anime nei capoluoghi di distretto. Le altre circoscrizioni di cura contenute entro il distretto stesso, pur rimanendo vere parrocchie in senso canonico, furono qualificate come succursales, alla maniera di vicarie curate, e i titolari di esse resi amovibili ad mutuo Episcopi e ridotti al rango di vicari curati con dipendenza dal parroco del capoluogo, furono denominati d. o succursalistes.
Attualmente i d. sono praticamente equiparati ai parroci (art. 30 del decr. Maxima cura del 20 ag. 1910, della S. Congregazione Concistoriale). Unica nota distintiva, oltre il nome, è l'amovibilità ad arbitrio del proprio Ordinario.
Biol.: D. Bouix, Tractatus de parocho, Parigi-Bruxelles 1867, p. 223 sgg.; E. Ollivier, Nouveau manuel de droit ecclésiastique français, Parigi 1886, p. 372 sgg.; R. Naz, s. v. in DDC, IV, col. 1183 sgg.
Zaccaria da San Mauro
DESSIÉ. - Città dell'Etiopia, nell'Amhara, con 36.000 ab. (1939). E uno dei principali nodi stradali e centri commerciali della regione, che acquistò importanza quando il re Mikā'el (m. nel 1921), musulmano convertito al cristianesimo, la scelse come sua sede e vi fece costruire il suo ghebí e numerose chiese. Dal 25 marzo 1937 è sede di una prefettura apostolica, affidata ai Francescani. Nel 1949 contava 250 cattolici, 2 parrocchie, 3 sacerdoti; 2 istituti di educazione, I istituto di beneficenza.
Mariano Baffi
DESTINO : v. Fato.
DESTUTT de TRACY, Antoine-Louis-Claude. - Uomo politico e filosofo, n. a Parigi il 10 giugno 1754, m. ivi il 10 marzo 1836. Aderi ai primi moti della Rivoluzione Francese: nella Costituente sedette alla sinistra. Fu incarcerato sotto il Terrore. Appartiene alla corrente antropocentrica della scuola sensistica francese del sec. xviII.
L'Ideologia (Eléments d'idéologie, Parigi 1801-15, { }^{25} ed. ivi 1824-25) è la storia dell'intelletto umano considerato in rapporto ai suoi mezzi di conoscere; vi si afferma che quattro sono i modi distinti della sensibilità in cui si risolve ogni nostro fatto psichico : la sensibilità propriamente detta, la memoria, il giudizio, la volontà. Altra opera importante: Commentaire sur l'esprit des lois de Montesquieu (ivi 1819).
Bibl.: F. Picaver, Les idéologues, Parigi 1891, capp. 5-6; V. Stepanova, D. de T., eine histor. psychol. Studie, dissertazione, Zurigo 1908; O. Kohler, Die Logik des D. de T., Lipsia 1931; G. Capone-Braga, La filosofia francese e italiana del Settecento, I, 2^{°} ed., Padova 1941, pp. 242-84.
Alberto Scala
DESURMONT, Achille. - Redentorista, n. a Tourcoing (Lilla) il 23 dic. 1828, m. a Thury-enValois il 23 luglio 1898. Sacerdote nel 1853, fu prefetto spirituale degli studenti e professore di teologia pastorale; superiore della provincia di Francia durante 22 anni, organizzò la provincia di Spagna e le
missioni del Pacifico; fu. visitatore apostolico delle Piccole suore dei poveri ( 1892-96 ).
Uomo di profondissima fede, consacrò le notevoli ricchezze della mente e del cuore alla sua famiglia religiosa in un periodo difficile. Vi promosse lo studio di z. Tommaso e di s. Alfonso e cooperò per la proclamazione del medesimo a dottore della Chiesa. Predicò molti esercizi ai sacerdoti ed a comunità religiose, e scrisse articoli, opuscoli, libri, in maggior parte pubblicati dopo la sua morte, dei quali il più importante è l'opera pastorale: La charité sacerdotale, (2 voll., Parigi 1899). I suoi scritti (raccolti da P. Riblier in 12 voll., ivi 1906-13) portano l'impronta della sua forte personalità.
Biol.: A. Georges, Le t. réc. p. A. D., Parigi 1924; P. Pourrat, La spiritualité chrétienne, IV, ivi 1926, p. 489; A. Magnier, s. v. in Cath. Enc., IV, p. 726 ; F. Schubert, s. v. in LThK, III, p. 226; M. De Meulemeester, Bibliogr. générale des écrivains redergés., Lovanio 1935, p. 115. - hermano Livin
## DETENZIONE : v. POSSESSO.
DETERMINISMO. - E la concezione di una dipendenza stretta, necessaria e inevitabile, fra gli elementi di un processo di divenire che stanno nel rapporto di causa e di effetto. A seconda che si tratta di un processo nel campo della natura o della vita dello spirito, sia individuale come collettiva, possiamo avere diverse forme di d. : fisico, psicologico, etico, economico, storico, ecc. Il d. tuttavia non è affatto legato ad una concezione materialistica dell'essere e dello spirito, ma piuttosto all'identificazione rigorosa di causa e ragione e alla conseguente rappresentazione o concezione del divenire reale sul modello della derivazione meramente logica nel rapporto di principio e conseguenza. Il d. rappresenta perciò la concezione più esplicita ed esigente della razionalità dell'universo a cui aspirano la scienza e la filosofia e si presenta a tutte le epoche della storia del pensiero. Il postulato o principio generale del d. è che "a ogni causa segue di necessità il suo effetto", e ciò importa: 1) la preesistenza o antecedenza della causa rispetto all'effetto; 2) la sua determinabilità o conoscibilità come causa, cioè la preesistenza univoca e rigorosa dell'effetto nella causa; 3) la necessità quindi del processo di derivazione dell'effetto dalla causa, cosi da assicurare la perfetta razionalità dell'essere e quindi una scienza o conoscenza di tipo rigorosamente logico-matematico. Perciò per il d. la contingenza e il caso si riducono a mera apparenza, dovuta alla provvisorietà e deficienza del nostro conoscere e degli attuali nostri { }^{°} mezzi d'indagine.
Secondo Democrito il divenire fisico soggiace a una totale e rigorosa necessità : пávta τ ε \varkappa α τ^{′} α α \dot{α} γ χ η ν τ \dot{ε} veס δ ε ι, τ ξ ς δ i v η ς ai τ i α ς ς α \dot{α} σ η ς τ ξ ξ γ ε ν ε σ ε ι ς τ α \dot{α} τ ω ν, \dot{η} ν \dot{α} ν \dot{α} γ κ η ν λ \dot{ε} γ ε ι (frg. A 1, Diels-Kranz, Die Fragmente der Vorsokratiker, 30 ed., II, Berlino 1933, p. 84). E in un testo di Plutarco: "Le cause dei corpi che attualmente nascono o si dissolvono non hanno avuto alcun principio, ma via via da tempo infinito tutte assolutamente le cose passate, presenti e future sono governate dalla necessità " (frg. A 39; trad. V.E. Alfieri, Gli atomisti, Bari 1936, p. 87). Siccome gli atomi risultano di strutture rigorosamente geometriche e non si muovono che per impalti unicamente meccanici, Democrito esclude del tutto dalla natura il caso ( τ^{′} α \dot{α} τ \dot{α} μ α τ o v ) e dalla vita umana la fortuna ( τ \dot{α} χ η ) come contro di lui polemizza Aristotele (Phys., II, 4, per intero). Ma allora si codrebbe nella necessità più rigorosa che esclude ogni contingenza e accidentalità nel mondo. Infatti, completa Aristotele, se questo fatto accade perché ne accade un altro, e questo perché ne accade un altro ancora, sino a un primo che non accade a caso ma per necessità, allora tutto accadrà per necessità a cominciare dal fatto ch'era causato come primo e sino a quello che si considera come effetto * (Met.,
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XI, 8, 1065 a 8 sgg .). La critica di Aristotele mirava a salvaguardare la contingenza fisica dovuta alla defettibilità dei corpi sublunari come la stessa libertà ch'è essenziale alla responsabilità dell'agire umano. Certamente sotto l'influsso della critica aristotelica, Epicuro abbandonò il rigido d. meccanicista di Democrito ammetiendo che gli atomi nella loro caduta subissero un clinamen e resta quindi uno spiraglio per l'iniziativa individuale (cf. Epicuri Ethica, frg. 7; Cal., VIII, ed. C. Diano, Firenze 1946, p. 41); mentre gli stoici fondavano il loro moralismo sulla più rigida concatenazione degli eventi, sotto il giogo della eluapuévy.
E certamente al meccanicismo democriteo che ritorna la concezione che Galileo si fa della causalità secondo la formola che si legge nel Dialogo dei massimi sistemi : "Se è vero che di un effetto una sola sia la cagione primaria e che tra la causa e l'effetto sia una ferma e costante connessione, necessaria cosa è che, qualunque volta si vegga alterazione ferma e costante nell'effetto, ferma e costante alterazione sia nella causa" (Opere, ed. Nax., VII, Firenze 1933, p. 471). Nella nuova fisica quindi di Gal-lei-Newton il d. dei fenomeni risulta decomposto in una serie di azioni elementari esercitantesi per continuità spicto-temporale sul punto materiale in movimento in modo che tanto i singoli movimenti, come il loro insieme e come la loro risultante, risulteranno sempre strettamente determinati in tutti i sensi. Questa concezione ebbe la sua formulazione filosofica nel principio di ragion sufficente di Leibniz a cui resta fedele, per la struttura determinista, anche il principio di causa formulato da Kant come "seconda analogia dell'esperienza" ch'è appunto il modo di concepire la successione dell'esperienza nel tempo secondo necessità. Tale concezione ebbe la sua formula più esplicita in Laplace: "Noas devons envisager l'état présent de l'univers comme l'effet de son état antérieur et comme la cause de celui qui va suivre ". La corrispondenza fra gli stati antecedente e conseguente dev'essere assoluta: «Une intelligence qui, pour un istant donné, connaitrait toutes les forces dont la nature est animée et la situation respective des études qui la composent, si d'ailleurs elle était assez vaste pour soumettre ces dannées à l'analyse, embrasserait dans la même formule les mouvements des plus grands corps de l'univers et ceux du plus léger atome; rien ne serait incertain pour elle, et l'avenir comme le passé serait présent à ses yeux" (Théorie analytique des probabilités, 3^{e} ed., Parigi 1820, p. viI). Questa concezione che dominò tutto il sec. xix ebbe l'appoggio non soltanto del materialismo e del positivismo ma anche del razionalismo e del criticismo (F. Enriquez). Fu invece energicamente combattuta dalla "filosofia della contingenza" propugnata dal Boutroux (proceduto dal Secrétan e dal Ravaisson) il cui significato è nell'opposizione della moderna filosofia francese ad ogni forma d'intellettualismo astratto e nell'affermazione della libertà originaria della vita spirituale che emerge sulla materia: tale libertà corona il dinamismo di "spontaneità " che si trova al fondo di ogni essere in gradi e forme diverse. L'idea di "necessità", cosi come quella di "forza", è derivata dal nostro spirito, dalla vita morale e estetica, e quindi a priori: "Elle serait le symbole le plus matériel de l'obligation morale et de l'attrait esthétique, c'est-à-dire de la nécessité consentie et senties (E. Boutroux, De la contingence des lois de la nature, 5^{e} ed., Parigi 1903, p. 169). Le leggi della natura non sono quindi qualcosa di assoluto e di per sé stante, ma rappresentano un certo grado di penetrazione della materia da parte dello spirito e non viceversa, come voleva il materialismo. In questa lotta al d. si univano il Bergson e cultori della filosofia della scienza come G. Milhaud, J. Tannery e H. Poincaré, e il neoidealismo che specialmente in Italia ebbe causa vinta sul positivismo materialista.
In psicologia il principio del d. ebbe molto favore nella "dottrina dell'associazione" sia come tentativo di spiegazione del dinamismo rappresentativo (v. 1088, as. sociazione delle) sia come ipotesi sulla genesi e sul comportamento delle abitudini o complessi operativi (ad es.,
behaviourismo). Restano prigioniere del d. sia la psicanalisi facendo derivare la vita conscia dalla sfera inconscia, sia la Gestaltpsychologie della scuola del Wertheimer fin quando afferma il cosiddetto "principio dell'isomorfismo" cioè della corrispondenza (e quindi dipendenza) delle "forme rappresentative" e operative dalle "forme fisiche" ovvero dalle condizioni strutturali fi-sico-chimiche (le Quer-funktionen = a correnti traversali di raccordo": Wertheimer) del sistema nervoso. E noto invece come la indagine fisica più recente, delle microstrutture infratomiche, contrariamente all'ipotesi di Laplace, si orienta sempre più verso una concezione indeterminista in quanto con la scoperta del quanto (h) di Planck l'energia fisica si è rivelata discontinua (principio d'indeterminazione di Heisenberg). Ma si disputa vivacemente sul significato di tale indeterminismo, se cioè esso sia intrinseco allo sviluppo del processo fisico come tale o se dipenda soltanto dai nostri mezzi di sperimentazione e dalla nostra limitate capacità di conoscenza dei fattori presenti in un processo. Comunque il concetto rigido meccanicista democritico-galileiano della natura e delle sue leggi risulta inadeguato sia nelle scienze della natura come in quelle della vita che accettano invece il principio della "probabilità" "esprimono il divenire dei processi in forma di "leggi statistiche".
Cede cosi una delle più gravi difficoltà che la scienza di tutti i tempi aveva cercato di avanzare contro la possibilità del libero arbitrio che sembrava una rottura del d. causale. Il d. psicologico, in questo senso più preciso, sosteneva che la "scelta" della volontà era determinata o dalle condizioni delfogyato, in quanto è il bene maggiore fra quelli presenti (d. ontologico oggettivo : ad es., in Leibniz) o dalle condizioni del soggetto in quanto cioè la scelta è concepita come la risultante della costellazione di forze e motivi consci o inconsci operanti nella coscienza (d. psicologico). Al d. deve arrivare ogni concezione della libertà che fa dipendere l'azione umana da agenti cosmici, p. es. il movimento degli astri, errore che l'autore del Errores philosophorum (cioè Egidio Romano secondo J. Koch) attribuisce ad Alkindi : "Erravit enim, quia simpliciter et absque condicione asseruit futura pendere ex condicione supercaelestium corporum" (J. Koch, Giles of Rome : Errores Philosophorum, trad. di J. O. Riedl, Milwaukee 1944, p. 46, 14-15). Il d. economico è la concezione che spiega la storia e le sue crisi di civiltà in funzione esclusiva di conflitti economici, intesi soprattutto come "lotta di classe", cosi che il fattore economico risulta primario e determinante rispetto a tutti gli altri (morale, religioso, scientifico, artistico, ecc.) come sostiene il marxismo che in forza di questo principio ermeneutico si è chiamato "socialismo scientifico". v. Libertà; MaTERIALISMO.
Bon.: A. Fouillée, Liberté et déterminisme, Parigi 1873; F. Masci, L'idealismo indeterminista, II, Napoli 1898; A. Levi, L'indeterminismo nella filosofia francese contemporanea: la filosofia della contingenca, Firenze 1904; L. Brunschvicg, Nature et liberté, Parigi 1921; E. Gohlin, Traité de Logique, 3^{e} ed., ivi 1922, p. 313 sgg.; E. Magnin, Un demi-siècle de pensée catholique (Cahiers de la Nouvelle Journée, 37 ), ivi 1937, p. 71 sgg.; C. Fabes, La fenomenologia della percezione, Milano 1941 (per l'associazionismo, p. 84 sgg.; per la Gestaltpsychologie, spec. p. 313 sgg.); F. Enriquez, Causalitd e d. nella filosofia e nella storia della scienza, Roma [1946]; M. Pohlenz, Die Stoa. Geschichte einer geistigen Bewegung, I, Gottinga 1947, p. 103 sgg.; L. Brunschvicg, L'expérience humaine et la causalité physique, 2^{e} ed., Parigi 1949.
DETRAZIONE. - I. Definizione. - La d. (dal lat. detrahere = «togliere via») è la ingiusta denigrazione della fama altrui, col diffondere notizie vere o false di difetti occulti del prossimo.
Per avere la d. si richiede: 1) una lesione della fama; 2) la mancanza di una causa proporzionata,
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che giustamente richieda la manifestazione di quei vizi; 3) l'assenza del diffamato.
La d. è formale quando c'è l'intenzione di diffamare; è materiale quando è causata solo da irriflessione o da leggerezza o da loquacità eccessiva. La manifestazione senza necessità di difetti occulti realmente esistenti è d. semplice o diffamazione; la diffusione di notizie diffamanti false è calunnia.
II. Vare modi di d. - S. Tommaso nella 2ª-2^{\mathrm{Sc}}, q. 73, a. 1, ad 3^{\text {de }}, enumera 6 modi differenti di diffamare : 1) calunniando, 2) esagerando nel raccontare difetti, 3) manifestando una notizia occulta, 4) attribuendo intenzioni cattive, 5) negando il bene altrui, 6) con la reticenza maliziosa. Altri autori aggiungono altri due modi : 7) con lo sminuire il bene altrui, 8) con la studiata freddezza nel ladare. Nei primi quattro la diffamazione è esplicita e positiva, mentre nei rimanenti è velata e indiretta negando o sminuendo una buona qualità. Va notato che spesso alcune forme di diffamazione velata sono più maliziose e dannose dei modi diretti, ad es.: "Se dicessi tutto quello che so... Di certi altri fatti è meglio tacere... ". Inoltre certi silenzi fatti di proposito, peggio ancora se accompagnati da un sorriso o da un moto del capo, mentre altri ci interroga sulla onestà di un terzo, sono vere d.
III. Il diritto alla fama. - La gravità della d. si comprende facilmente, considerando quanto la fama sia necessaria nei rapporti con gli altri uomini, per acquistare la fiducia e l'amicizia, per ottenere incarichi, lavoro, prestiti.
La fama può essere "vera" quando il buon nome è fondato sulla reale esistenza delle buone qualità attribuite; "apparente" se del buon nome si gode senza che esistano i pregi attribuiti dall'opinione. Chi non ha commesso pubblicamente del male, ha ordinariamente diritto al buon nome e deve essere ritenuto onesto. Il diritto al buon nome spetta anzitutto alle persone che godono la fama vera, frutto della loro onestà. Su questo bene hanno un diritto assoluto e universale, che deve essere rispettato sempre e da tutti. Ne consegue che sarà sempre peccaminoso ledere la buona fama dei buoni, anche se intaccata da pubblica calunnia. Il diritto alla fama si estende anche alla fama falsa; perciò gli uomini, che commettono delle mancanze e sanno apparire onesti in pubblico, ordinariamente hanno diritto al buon nome. Questo diritto non è della stessa natura di quello dei buoni: esso non è richiesto dalla bontà interiore inesistente, ma dagli inconvenienti che, nel caso contrario, sorgerebbero contro il bene pubblico e privato. Se si potessero pubblicare tutte le mancanze private, ne soffrirebbe il bene pubblico: il diffamato perderebbe ogni autorità sui subalterni; la sua parola diverrebbe inefficace, anche i congiunti ne sarebbero disonorati; si verificherebbe una serie interminabile di fiti e di odi, con la conseguente perturbazione della pace e della tranquillità privata e pubblica. Altri inconvenienti si opporrebbero al bene privato : la fama, anche per chi ha mancato, è un preservativo contro vizi peggiori, ché il timore di perdere il buon nome induce il colpevole a contenere le proprie colpe. Tale diritto alla fama cessa quando si presenti una causa proporzionata, a giustificare od esigere la pubblicazione delle mancanze occulti.
IV. Malizia della calunnia e della diffamazione. - La calunnia per la sua stessa natura è più grave della semplice diffamazione, perché vi aggiunge la menzogna. La calunnia e la d. semplice hanno in comune la malizia di offendere la giustizia e la carità. 1) Offendono la giustizia, perché tolgono al prossimo un bene che gli appartiene, la fama, alla quale hanno diritto tutti quelli che
non hanno commesso pubblicamente del male. 2) Offendono la carità, che proibisce di nuocere in qualunque modo al prossimo. S. Tommaso nella 2ª-2^{\mathrm{Sc}}, q. 73, a. 2, giudica la d. come il peccato più grave contro il prossimo, dopo l'amicidio e l'adulterio, quindi più grave del furto. Ne spiega il motivo con le parole della S. Scrittura: "Melius est nomen bonum, quam divitiae multae" (Prov. 21, 1).
Tanto la calunnia che la d. semplice costituiscono peccato. S. Paolo pone questo peccato fra quelli che escludono dal regno di Dio (cf. Rom. 29-30; I Cor. 6, 16). S. Tommaso nella 2ª-2^{\mathrm{Sc}}, q. 73, a. 1 afferma che la d. è un peccato "valde grave, quia inter res temporales videtur fama esse pretiosior, per cuius defectum impeditur homo a multis bene agendis ". S. Bernardo presenta il diffamatore come uccisore di tre anime: uccide se stesso, uccide chi l'ascolta, uccide il diffamato (cf. Serm., XVII, de diversis, n. 4, 5).
V. Gravità della diffamazione. - La gravità del peccato di d. dipende dall'entità del danno che si arreca alla fama altrui e dalla malizia dell'intenzione del diffamatore. Una lunga serie di elementi concorrono a determinare l'entità del danno: la natura e l'importanza dei difetti o vizi rivelati; la dignità e il credito del diffamatore; il valore morale, la credulità, la malerolenza, la loquacità e il numero degli ascoltatori; la condizione, l'autorità e la carica del diffamato; la profondità dell'impressione prodotta dalle parole diffamatorie; il dispiacere previsto del diffamato; i danni materiali e pecuniari causati; la perdita di occasioni vantaggiose e di facilità di far del bene" (cf. A. Thouvenin, Médianex, in DThC, X, col. 491). Si aggiunga poi la portata dei motivi che spingono alla diffamazione: odio, vendetta, gelosia, o il semplice bisogno di parlare. Per una colpa grave non è necessario che la diffamazione derivi da sentimenti perversi, ma basta che essa produca delle gravi conseguenze alla stima del prossimo che siano state previste; infatti una responsabilità grave la si contrae pure per un atto volontario in causa.
VI. Quando è lecito manifestare i difetti ocCULTI. - Mentre la calunnia è sempre illecita, perché è contro la verità, la manifestazione dei veri difetti occulti può essere lecita tutte le volte in cui è giustificata da una causa proporzionata. Questa può essere: 1) il dovere di difendere la religione e i suoi principi (un fedele è tenuto ad avvertire i sacerdoti dell'opera di diffusione clandestina di dottrine ereticali e immorali : dell'esistenza di un impedimento occulto all'amministrazione di un Sacramento); 2) il dovere di agire secondo giustizia (un ispettore deve riferire i difetti riscontrati nelle ispezioni); 3) il dovere di provvedere al bene della società (pubblicare i difetti di un candidato per impedire che le cariche dello Stato cadano in mano a un inetto); 4) l'interesse del colpevole (manifestare i vizi di un figlio ai genitori per la correzione); 5) il bene di un terzo (avvertire uno di abbandonare la compagnia di un corruttore, che apparisca buono); 6) l'interesse di chi parla (manifestare al giudice delle offese occulto subite per averne protezione e riparazione, per consigliarsi o per sollevarsi).
VII. La divulgazione di delitti pubblici. - Si dice notorio un fatto già noto al pubblico o che lo sarà presto. E notorio "de iure" se è notificato per sentenza del giudice: è notorio "de facto" se pur non esistendo una sentenza del giudice è noto al pubblico o lo sarà presto. Un fatto può essere notorio in un luogo e non in un altro. La notizia di un delitto già condannato dal giudice, si può lecitamente divulgare, perché con la condanna il giudice ha privato il reo del diritto alla fama. Non è proibito parlare pubblicamente di un delitto nei luoghi dove è notorio "de facto", perchéivi la fama è già perduta; ma se il delitto è già dimenticato dal più, non può essere ricordato senza motivo sufficente perché il deliquente ha già ricuperato il diritto alla fama. E illecito manifestare un delitto nei luoghi dove non è notorio, perché il diffamato ha ancora diritto alla fama.
VIII. La d. per mezzo della stampa. - Per la stampa valgono le stesse norme a cui sono obbligate le persone
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private, tencndo presente che per la stampa si verifica molto spesso la circostanza di pubblica utilità, che legittima la diffusione di notizie diffamanti. 1) E illecito divulgare delle calunnie anche se già diffuse da altri giornali e conosciute da molti. 2) E sempre illecita la pubblicazione di notizie diffamanti di cui non si è accertata la verità. 3) E lecito divulgare notizie infamanti notorie; è lecito anche per fatti privati occulti se si ha un motivo giusto e proporzionato. 4) I difetti della pubblica amministrazione possono lecitamente essere stigmatizzati dalla stampa, purché non ne segua un male maggiore.
IX. Cooperatori alla d. - E importante conoscere i modi di cooperazione alla diffamazione, perché sui cooperatori ricade più o meno la responsabilità e l'eventuale obbligo alla riparazione. 1) Sono cooperatori diretti quelli che istigano gli altri a diffamare e ne offrono l'occasione o portano la conversazione sui difetti del prossimo o esprimendo delle lodi appunto per muovere altri alla critica o approvando i giudizi diffamanti. Con la loro istigazione ed

(ist. U.S.I.S.)
approvazione cooperano ad una azione ingiusta : sono tenuti a riparare smentendo le notizie se false, parlando in bene di quelle persone se si è solo diffamato. 2) Sono cooperatori anche coloro che godono internamente nell'udire diffamare il prossimo. Non sono tenuti alla riparazione; però peccano perché godono del male del prossimo e di un'azione ingiusta. 3) Sono cooperatori indiretti coloro che, potendolo, non impediscono la diffamazione : peccano di omissione, gravemente, quando c'è la certezza che la diffamazione è grave ed ingiusta, c'è la possibilità concreta di impedire la diffamazione, e non ci siano di mezzo gravi difficoltà.
X. Riparazione della fama. - 1) Il calunniatore è tenuto a restituire la fama confessando apertamente di aver mentito. 2) Il semplice detrattore deve usare i mezzi adatti utili per ripristinare il buon nome, mettendo in vista le buone qualità del diffamato. 3) Tanto il calunniatore, quanto il semplice diffamatore sono tenuti a riparare tutti i danni materiali derivati dalla diffamazione e precedentemente previsti.
Mentre però il calunniatore è tenuto ad una riparazione totale il detrattore semplice sembra obbligato solo ad una riparazione parziale, perché i danni sono derivati da due fattori: la diffusione della notizia e la realtà del delitto. 4) Si è dispensati dal riparare la fama: a) per condonazione del diffamato; b) se il delitto diviene di pubblica ragione per l'intervento di altre cause; c) se la diffamazione fu dimenticata; d) se la diffamazione fu riparata da altri mezzi come, ad es., dalla sentenza assolutoria del giudice; e) se la riparazione è materialmente o moralmente impossibile, come nel caso in cui al detrattore riparatore venissero danni molto più gravi che al diffamato (v. Rettituzione).
Bibl.: Sum. Theol., 2*-2se, qq. 73, 74; Catechismus Romanus, Padova 1829, parte 3^{°}, cap. 9, nn. 8-10, pp. 364-65; D. M. Prümmer, Manuale theologiae moralis, 7^{2} ed., II, Friburgo in Br. 1933, nn. 187-98; Serafino da Loiano, Iustitutiones theologiae moralis, II, Torino 1935, parte 2^{°}, tract. VI, cap. 2, nn. 445-53; H. Noldin-A. Schmitt, Summa theologiae moralis, 24^{2} ed., II, Innsbruck 1936, nn. 644-57; B. H. Merkelbach, Summa theologiae moralis, 3^{°} ed., II, Parigi 1938, nn. 423-34; A. Thouvenin, Médisance, in DThC, X, coll. 487-94.
Giuseppe Sette
DETROIT, ARCIDIOCESI di. - Nello Stato di Michigan negli Stati Uniti d'America. Il suo territorio di ca. 13.800 kmq . comprende le contee di Lapeer, Lenawee, Macomb, Monroe, Oakland, St. Clair, Washtenaw e Wayne, al sud-est del Michigan ed ha per suffraganee le diocesi dello stesso stato, cioè : Gran Rapids, Marquette, Lansing e Saginaw. Nel 1948 su una popolazione di oltre 3.113 .503 ab. l'arcidiocesi contava ca. 900.000 cattolici, sotto la direzione di 563 sacerdoti diocesani e 281 regolari, con 226 parrocchie, 60 cappelle, 16 missioni, 2 seminari diocesani, una università, 5 collegi, 63 High schools, 164 scuole parrocchiali.
Il cristianesimo venne introdotto nel Michigan fin dal 1642 per opera di missionari gesuiti del \mathrm{Ca}- nadà. Nel 1671 si costruiva a S. Ignazio la prima cappella per i bianchi; nel 1688, avendone la Francia preso ufficialmente possesso, si costruì a D. il forte S. Giuseppe, dove nel 1700 Lamothe-Cadillac conduceva un certo numero di famiglie canadesi-francesi. Il 26 luglio 1701 il francescano Costantino de l'Halle vi benediceva la chiesa di S. Anna, che è la chiesa madre della regione e di cui, contrariamente alle altre antiche parrocchie degli Stati Uniti, sono tuttora intatti i registri parrocchiali. Fu officiata prima dai Francescani, quindi dai Sulpiziani, rimanendo sotto la dominazione inglese, e sotto la giurisdizione del vescovo di Québec, fino al 1796. In quell'anno per i mutamenti politici D. passò alle dipendenze del vescovo di Baltimora che affidò la cura delle anime ai Sulpiziani francesi, data la nazionalità dei fedeli. Allora la parrocchia di D. comprendeva tutto il Michigan e la maggior parte del Wisconsin in modo che sotto il regime americano il primo parroco G. Richard divenne l'organizzatore della chiesa in queste regioni e confondatore dell'Università di Michigan.
Fu anzi il primo e il solo sacerdote eletto deputato al Congresso. (per il Michigan nel 1823). Ma intanto D. dal 1822 era passata dalla diocesi di Bardstown (Louisville) alla nuova diocesi di Cincinnati, finché in data 8 marzo 1833 era creata diocesi suffraganea di Baltimora per tutto il territorio del Michigan. Primo vescovo fu mons. Federico Rese. In seguito si formarono da D. le diocesi di Milwaukee (1844), di Sault Ste-Marie e Marquette (1857), di Grand Rapids (1882), di Lansing (1937), di Marquette (1937) e di Saginaw (1938). Il 22 maggio 1937 D. fu elevato a sede metropolitana.
L'arcidiocesi conta attualmente un gran numero di parrocchie polacche e alcune italiane.
Bibl.: J. G. Shea, History of the catholic Church in the United States, III, Nuova York 1890, pp. 628-37; IV, ivi 1892, pp. 179-87 e 207-12; J. H. O'Donnell, The catholic hierarchy of the United States 1790-1922, Washington 1922, v. indice; P. Guilday, Life and time of John Carroll, archibishop of Baltimore (1733-1813), Nuova York 1932, v. indice; D. C. Shearer, Pontificia americana.... 1784-1884, Washington 1933, v. indice; AAS. 28 (1937), pp. 391-93; T. F. Meehan, s. v. in Cath. Enc., IV, pp. 758-60; anon., s. v. ibid., suppl., p. 236; The Offsual catholic directory, 1947, parte 24, Nuova York 1947, pp. 20-104.
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DE' TUDESCHI (de Tudisco), Niccolò (Panormitanus, Abbas Siculus, Abbas Modernus). - Canonista, n. a Catania nel 1386, m. nel luglio 1445.
Fu monaco dell'Ordine di S. Benedetto e professore di diritto canonico, prima a Bologna nel 1411 , poi a Parma negli aa. 1412-18, quindi a Siena durante gli aa. 1418-30; poi nuovamente a Bologna negli aa. 1431 e 1432. Nel 1425 era divenuto abate del monastero di S. Miniato; nel 1433 venne nominato uditore della Camera apostolica e referendario del Papa, infine fu eletto arcivescovo di Palermo (1435) e creato card. dall'antipapa Felice V, il 12 nov. 1440.
A lui si deve un ampio commento alle Decretali di Gregorio IX che ebbe grande autorità ai suoi tempi ed è tuttora considerato una delle più pregevoli opere dell'epoca dei decretalisti. E altresì autore di un commentario al Liber sextus di Bonifacio VIII e di un altro alla Clementine. A lui si richiama altresi un Florilegium dei due diritti. N. de' T. rimase famoso per essersi molto spesso svincolato dall'opinione della glossa e per sostenere su punti fondamentali del diritto canonico una posizione indipendente e talora anche ardita.
Bibl.: J. F. Schulte, Geschichte der Quellen, und Litteratur des Kon. Rechts, II, Stoccarda 1878, p. 313; E. Seckel, Beiträge zur Geschichte beider Rechte in Mittelalter, I, Tubinga 1898, p. 46-47; T. Brandihome, Notizis su Gremione e su N. de' Tudeschis, in Studi e memorie per la storia dell'Università di Bologna, I, Bologna 1909, pp. 18-21; I. Schweiger, Nienlaus de' Tudeschi archiepiscopus panormitanus et S.R.E. cardinalis, Seine Tätigkeit am Basler Koncil, Strasburgo 1924; A. van Hove, Prolegomena, 2* ed., Malines-Roma 1945, pp. 407, 501-502, 503-507; Eubel, II, pp. 10, 211. Antonia Rota
DEUSDEDIT. - Originario del Limosino, fu probabilmente monaco benedettino, cardinale già nel 1078, m. fra il ro97 e il rioo. Fu uno dei più forti sostenitori della riforma gregoriana ed esercitò una notevole influenza sul movimento vòto ad assicurare la supremazia del romano pontefice, la restaurazione del celibato, le repressione della simonia.
A questo scopo compose la sua opera principale, che è la Collectio canonica (1083-87). In essa sono contenuti r173 frammenti, dai quali risulta la situazione privilegiata della Chiesa romana; oltre a canoni di concili generali e particolari, a passi dei Padri e di documenti pontifici, vi sono contenuti numerosi testi di diritto romano, tratti specialmente dall' Authenticum, la collezione di Novelle giustinianee, allora da poco scoperta.
Altra sua opera è il Libellus contra invasores et symoniosus (1088-93), scritto in relazione alle questioni suscitate dalle ordinazioni conferite dall'antipapa Clemente III; la tesi da lui sostenuta non fu però approvata dal Concilio di Piacenza.
Gli fu anche attribuita, erroneamente, la paternità del Dictatus Popoe.
Bibl.: A. van Hove, Prolegomena, 2^{2} ed., Malines-Roma 1945, pp. 233, 235, 264, 324, 325; C. Lefebre, s. v. in DDC, IV, coll. 1186-91. Rodolfo Danieli
DEUSDEDIT, PAPA: v. ADEODATO I PAPA.
«DEUS IN ADIUTORIUM». - Secondo versetto del Ps. 69 molto apprezzato dagli antichi cristiani. Giovanni Cassiano (Collationes, 10, 10: PL 49, 842) lo raccomanda come preghiera giaculatoria contro le tentazioni, in tutte le condizioni tristi o liete della vita, specialmente prima di cominciare un'opera o l'orazione. Cassiodoro (In Ps., 69) dice che i monaci lo ripetevano tre volte: «quidquid monachi assumpserint, sine huius versiculi trina iteratione non inchoent»; secondo la Regula di s. Benedetto (cap. 18) lo si dice al principio di ogni ora canonica per chiedere a Dio la grazia di una buona ed efficace preghiera. Che s. Gregorio Magno lo abbia prescritto nell'Ufficio romano, dove si dice ancora al principio di ciascuna ora canonica, non è sicuro. Lo si dice anche prima del Battesimo degli adulti, della consacrazione d'una chiesa, di un altare.
Bibl.: C. Callewaert, De Breviarii Romani liturcio, 2^{2} ed. Brugos 1939, p. 148 ss.; Ph. Oppenheim, "Nationes liturcioe fundamentales, Torino-Roma 1941, p. 343; F. Cabral, s. v. in DACL. IV, coll. 698-99. Filippo Oppenheim
"DEUS SCIENTIARUM DOMINUS». - Costituzione apostolica, che cominciò con parole tratte da I Sam. 2, 3, promulgata il giorno della Pentecoste, 24 maggio 1931, per regolare l'insegnamento in tutte le università e facoltà ecclesiastiche (AAS, 23 [1931], pp. 241 sgg.).
Comincia con un proemio, in cui viene rivendicato il diritto d'insegnare affidato alla Chiesa dal suo Divin Fondatore e rievocata l'opera svolta nei secoli passati dalla Chiesa stessa nel campo dell'insegnamento superiore. Seguono 58 articoli divisi in 6 titoli.
Alle costituzione sono unite le Ordinationes, emanate dalla S. Congregazione dei Seminari e delle Università degli studi il 12 giugno 1931, in 49 articoli, per regolare la retto osservanza delle prescrizioni pontifice.
La costituzione pone come scopo delle università e facoltà quello di dare un insegnamento superiore e iniziare al lavoro scientifico come via al progresso delle scienze ecclesiastiche. L'ingresso nelle facoltà è permesso soltanto dopo una previa congrua formazione, in conformità alla facoltà stessa: si impone la frequenza alle lezioni prima di presentarsi ai gradi accademici sicche, ad es., non si accede alla laurea in teologia prima del quinto anno compiuto nella facoltà omonima. I gradi sono: il baccellierato, la licenza, la laurea. Nessuno può aspirare alla laurea, prima di aver ottenuto la licenza. La laurea è necessaria per insegnare in una facoltà. Le materie d'insegnamento sono assegnate secondo il criterio di garantire da una parte una conoscenza approfondita delle dottrine fondamentali e, dall'altra, un'informazione sufficente nei riguardi delle molteplici discipline sorte o sviluppatesi più recentemente. Perciò le discipline in una stessa facoltà sono divise in principali, ausiliarie, speciali. Anzi, tra le principali, ce n'é una principalissima, detta praecipua, cui tutto il resto deve essere coordinato. Le discipline speciali - si debbono trattare ed esercitare in modo che accompagnino armoniosamente e completino le discipline principali, ma che non richiedano per sé troppo lavoro e che mai rechino anche il più lieve detrimento allo studio accurato e veramente sommo delle dottrine precipue" (Discorso di Pio XII agli studenti ecclesiastici di Roma, AAS, 31 [1939], p. 246).
Primo della licenza, la materia caratteristica della facoltà (in teologia, tutti i trattati; in diritto canonico, tutto il Codice; in filosofia, tutte le parti, ecc.) deve essere integralmente spugata. Dopo la licenza, lo studio è più specializzato, e viene prescritta, per il conseguimento della laurea, la redazione di una tesi scientifica, di cui almeno una parte deve essere pubblicata. Si è cercato così di comporre armoniosamente le esigenze della formazione speculativa e di quella positiva, della cultura solida e generale e della specializzazione.
Tutte le facoltà ecclesiastiche sono sottoposte a questa legislazione (sebbene qua e là siano stati autorizzati opportuni adattamenti a certe condizioni locali) e si trovano sotto la dipendenza della S. Congregazione dei Seminari e delle Università degli studi.
Bibl.: AAS, 23 (1931), pp. 241-784; 31 (1939), p. 246; C. Boyer, La nouvelle réforme des études ecclésiastiques, in Etudes, 1931, 1v, pp. 5-17; F. M. Palmás, Pedagogia universitaria, Camentario de la Constitución apostólica "D. t. D.", Barcellona 1940; A. Bea, La costituzione apostolica "D. t. D. n. organe e spirito, in Gregorianum, 22 (1941), pp. 445-66; J. de Ghellinck, Les exercices pratiques du "Séminaire" en Théologie, 4 ed. Parigi 1948.
Carlo Bovr
"DEUS TUORUM MILITUM». - Inno dei Vespri del comune di un martire, scritto verso la fine del sec. vi.
Il martire cristiano, spregiatore delle gioie terrene ed amatore delle celesti, per le quali ha preferito i tormenti ed ha versato il sangue, è celebrato in modo incolore e scialbo. La prima strofa è una preghiera a Dio per il perdono delle colpe, argomento che viene ricalcato anche nella quarta.
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Bull.: G. Belli, Gli inni del Breviario, Roma 1826, p. 320 ; G. M. Dreves, Analecta hysonica medii anvi, Lipsia 1888, p. 76; V. Terreno, Gli inni dell'Ufficio divino, Mondovi 1922, p. 208; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, p. 249. Silverio Mattei
## DEUTEROCANONICI, LIBRI : v. BIBBIA.
## DEUTERO-ISAIA: v. ISAIA.
DEUTERONOMIO. - Quinto libro del Pentateuco chiamato dagli Ebrei, dalle parole iniziali, 'ēlleh had-débhärîm ("queste sono le parole") o had-débhärim ("le parole"), dai Settanta 8eutepovó́ov ("seconda legge"); cf. Deut. 17, 18: mišnēli hat-tördh ("ripetizione della Legge ").
Il popolo che stava per entrare nella Terra Promessa era in massima parte nato o cresciuto nel deserto, e non avendo visto i miracoli all'uscita dall'Egitto e gli avvenimenti del Sinaí poteva esser portero a trascurare la Legge, tanto più che parecchi punti di questa, per le speciali condizioni verificatesi, non erano stati osservati, altri erano stati dimenticati, altri infine dovevano essere modificati per la vita sedentaria che presto si sarebbe cominciata. Mosè, l'110 mese dell'anno 40 dall'uscita dall'Egitto, poco prima di morire, trovandosi nella pianura di Moab, di fronte a Gerico, inculcò e adattò la Legge, esponendola in tono parenetico.
I. Argomento. - Nel 1^{°} discorso, premessa una relazione storica ( 1,4-3,29 ) in cui ricorda i principali fatti del deserto, i quali dimostrano che Dio fu fedele al suo popolo, esorta questo alla fedeltà verso Dio e all'ubbidienza ai divini precetti ( 4,1 -40). Nel 2^{°} discorso ( 5,1-26,19 ), che è la parte centrale del libro, precisa agli Israeliti la Legge. Nella parte 1^{2} ( 5,1-11,31 ), ripetuto il Decalogo, si spiegano e inculcano i primi precetti, riguardanti il culto di Jahweh, unico Dio. Vi abbondano eflicaci ammonizioni, con richiamo ai benefici divini ricevuti nel deserto. Seguono i precetti speciali (capp. 12-26) : sul culto (capp. 12-18), di cui importantissimo è quello sull'unità del luogo di culto (cap. 12), sull'ordine pubblico ( 19,1-21,9 ), sulle relazioni speciali (21,10-23,17) e altre leggi. La legislazione del D. si chiude ( 3^{°} discorso: 27,1-30,20 ) con il comando di rinnovare l'alleanza non appena il popolo sarà entrato in Palestina, e la viva raccomandazione di osservare la Legge, accompagnata con grande vigore di stile dalle benedizioni e promesse agli Israeliti fedeli, e dalle maledizioni contro gli Israeliti infedeli. La conclusione storica ( 31,1-34,12 ) espone gli ultimi atti di Mosè : l'elezione di Giosuè a suo successore, la consegna della Legge ai figli di Levi, il solenne cantico e la morte del Legislatore.
II. Origine. - L'autenticità del D. è connessa con quella del Pentateuco. La tradizione giudaica fino al secolo scorso e quella cristiana ammettono l'origine mosaica del D, basandosi su dati dello stesso libro ( 4,13 \mathrm{sg} . ; 31,9.24; per 31.9 l'autenticità mosaica del nostro libro deve ritenersi per fede divina: così A. Bea), sulla singolare importanza dell'opera personale di Mosè e sull'antica tradizione nazionale (cf. II Reg. 14, 6 = Deut. 24, 16; Bar. 2, 2 sg. = Deut. 28, 53; Mt. 19, 8= Deut. 24, 1; Act. 3, 22= Deut. 18, 15. 19; Rom. 10, 19= Deut. 32, 21, ecc.). La Mišnāh però ritiene giustamente come non mosaici gli ultimi otto versetti del libro che parlano della morte di Mosè. La divulgatissima teoria di J. Wellhausen ritiene che il D. (designato con la sigla D) fu il terzo "documento" che accedette ai due già fusi J (jahwistico) ed E (elohistico).
Molti "critici", con A. Kuenen, J. Wellhausen, O. Sellin ritengono che il D. sia stato composto solo poco tempo prima della riforma di Giosia, tra il 630 ed il 622 a. C., e dato per "pia frode" come volume della Legge ritrovato nel Tempio. Altri invece l'attribuiscono al tempo di Ezechia (721-693) o dopo il 721 (C. Steuernagel, Hengel, R. Kittel); E. Naville risale sino al tempo di Salo-
mone. Recentemente il nesso tra la riforma di Giosia e il D. è stato negato: A. Welch e W. Stark ritengono D più antico, Hölscher posteriore all'esilio (sec. v). Si prescinde dalle teorie frammentarie: I. Hempel distingue nel D. tre strati principali, oltre i secondari.
Il D. sta al centro della questione mosaica. I "critici" infatti ritengono che la sentenza tradizionale dell'origine e progresso della religione d'Israele sia pienamente sovvertita dal D. (B. Stade). Dalla pubblicazione del D., secondo loro, comincia un nuovo periodo religioso, morale e anche sociale. Hanno scoperto persino un particolare modo di scrivere e di parlare, detto "deuteronomistico", che prevale nella letteratura israelitica posteriore e dà luogo anche a glosse e revisioni dei libri anteriori. La più grave e celebre variazione nella legislazione d'Israele riguarda il luogo del culto o di sacrificio. Mentre in Ex. 20, 24-3