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 sia pienamente sovvertita dal D. (B. Stade). Dalla pubblicazione del D., secondo loro, comincia un nuovo periodo religioso, morale e anche sociale. Hanno scoperto persino un particolare modo di scrivere e di parlare, detto "deuteronomistico", che prevale nella letteratura israelitica posteriore e dà luogo anche a glosse e revisioni dei libri anteriori. La più grave e celebre variazione nella legislazione d'Israele riguarda il luogo del culto o di sacrificio. Mentre in Ex. 20, 24-36 si suppone la molteplicità dei luoghi di culto, in Lev. 17, 39 l'altare (v.) è unico per tutti e non si permette alcuna uccisione di animali se non presso l'altare; nel D. poi si ha l'assoluta centralizzazione: unico santuario in una tribù ( 12,5-14 ) e fuori di là non si possono offrire vittime a Dio.

Ma tutta la legislazione del Pentateuco sul luogo di culto è accentrante, né si ha contraddizione tra le varie disposizioni, considerate nel loro fine e modo. In Ex. 20 non si tratta del regolare e stabile luogo di culto, ma dei luoghi straordinari ove bisognava sacrificare per particolari apparizioni o rivelazioni divine; la semplicità dell'altare tende ad impedire il culto stabile. L'unità del santuario pubblico è supposta in Ex. con i 3 viaggi da farsi al santuario tre volte all'anno. La proibizione del Levitico di immolare extra castra et tabernaculum conferma l'unità del luogo di culto e prescrive a Israele l'assoluta centralizzazione del luogo di culto per il tempo in cui si troverà in Palestina (vv. 8-12). Così è stato interpretato il testo dagli autori sacri posteriori: cf. I Reg. 13, 14; 22, 24; II Reg. 12, 4; 14, 4; 15, 4-34. Prescrizioni particolari concedono (Deut. 12, 13-19), per il tempo anteriore alla completa occupazione della Palestina, l'uccisione privata degli animali, non avente carattere sacrificale, e ciò (Deut. 12, 20-27) anche in perpetuo per i luoghi molto distanti dall'unico santuario.

L'antichità del D. è confermata dall'indole stessa del libro, che parla, p. ex., degli Amaleciti che non esistevano dopo Ezechia, e presenta le condizioni d'Israele quali si verificavano all'ingresso in Palestina.

La forma oratoria, date le circostanze, poté essere la veste primitiva. Ma appunto per essere la più acconcia alla pubblica lettura si prestava di più ad ampliamenti e ritocchi formali. La mancata osservanza di certe sue prescrizioni fino all'esilio babilonico si spiega perché, promulgato alla vigilia dell'ingresso nella Palestina, non poté fissarsi nella memoria e nella pratica comune. Intanto, è conosciuto da Am. 2, 10; 4, 6-9; Os. 5, 10; 6, 1 ecc.; parlare di "redattore deuteronomistico" è incorrere in una petitio principii. Non può parlarsi di "pia frode" nel racconto del ritrovamento della Legge; se talora in Egitto si dava per ritrovato nei penetrali dei templi il nuovo libro cui si voleva conferire autorità, è certo che i templi erano i luoghi preferiti per la custodia di scritti importanti, e che di questi scritti spesso si perdeva traccia, cosicché poi venivano effettivamente ritrovati. E inoppugnabile la storicità di II Reg. 22, 3-23, 24 e II Par. 34, 3-35, 19, ove probabilmente si parla anzi di tutto il Pentateuco. Né la tradizione diffusa nel popolo della ripetizione della Legge nella terra di Moab può spiegarsi senza un fondamento storico.
III. Dottrina. - Il D. insiste sul monoteismo più assoluto. Il Dio d'Israele è il solo Dio e Signore del cielo e della terra, creatore di tutte le cose; è giusto, fedele, eterno, misericordioso e non fa accezione di persone; tutti gli idoli vanno distrutti. Israele è popolo speciale di Dio, che con lui contrasse alleanza : deve amare il suo Dio con tutto il cuore, la morte e le forze. L'amore del prossimo, con la misericordia e la compassione degli infelici, vi è inculcato. Degno

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di nota è il profondo senso di umanità : severa e delicata è la difesa della famiglia, della donna, del pubblico e privato costume. Sul finire della sua vita Mosè spinge lo sguardo nel futuro e annunzia il Messia (Dent. 18, 15-19) come il sommo Profeta.

Bibl.: H. Höpfl, Pentatenque et Hexatenque, in DFC, III coll. 1896-1901; E. Manganat, Deutéronome, in DTNC, IV, 1. coll. 631-72; A. Vaccari, Pentatenco, in Enc. Ital., XXVI (1935), pp. 698-701; G. R. Berry, The code found in the Temple, in Journ. of BMI, Lit., 39 (1920), pp. 44-51; G. Hëbscher, Komposition und Ursprung des Deut., in Zeitschrift für d. Alttest. Wissenschaft, 40 (1922), pp. 161-252; F. Horst, Die Kultusrefarm des Königs Tosios, in Zeitschr. d. deutsch. morgadändischen Gesellschaft, 77 (1923), pp. 220-38; A. Sanda, Moses und der Pentatruch, Münster 1924, p. 288 sgg.; A. Bea, Institutiones bibl.ine, II, 1, De Pentateucho, 2^{2} ed., Roma 1933, p. 94 sgg.; H. Junker, Das Buch Deutronomium überstat und erblärt (Die HI. Schrift des A. T., II, 2), Vimcenco M. Jacono

DEUTINGER, Martin. - Filosofo, n. a Langenpreising (Baviera superiore) il 24 marzo 1815, m. a Pfäfers (Svizzera) il 9 sett. 1864. Studiò a Monaco, ed ebbe maestri F.X. von Baader e F.W.J.Schelling. Fu sacerdote nel 1837 ; nel 1841 docente di filosofia nel liceo di Freising, nel 1846 Privatdozent dell'Università di Monaco, quindi a Dillingen (1847-52). Dal 1852, collocato a riposo a sua domanda, fu predicatore dell'Università di Monaco.

Risenti l'influenza dei suoi maestri, di Hegel e di tutta la filosofia moderna, e, sembra, anche del Günther, pur proseguendo, com'egli afferma, una via tutta propria. Si oppone, infatti, al dualismo cartesiano del Günther, ai razionalismo hegeliano e all'idealismo assoluto; è tenace avversario del materialismo e del panteismo; e si propone di conciliare fede e scienza nello spirito della Rivelazione cristiana. Rimprovera alla scolastica di non avere sufficentemente chiarito il rapporto tra filosofia e teologia, che egli intende sistemare in un tentativo di conciliazione della tradizione religiosa con il progresso della cultura, sotto l'influsso della speculazione moderna. La sua reazione ad Anton Günther lo pone contro il modernismo di cui a torto fu considerato seguace. Il D. vuole elevare a scienza la fede per rivendicare contro l'apriorismo la positività della Rivelazione e l'incontestabile verità dei dogmi.

L'uomo è al centro della realtà come soggetto di conoscenza. E una triplice fonte del conoscere che conduce alla triade di Dio, natura, uomo: l'autocoscienza è possibile in virtù dell'azione del mondo inconscio sull'uomo e in funzione di un terzo essere indipendente, Dio, senza di cui non si può concepire un essere dipendente. La personalità umana non si esaurisce nell'attività razionale. Essa attinge, in quanto concreto essere per sé, alla triplice forma di pensare, potere ed agire. Soggettività è azione libera e la volontà è forza mediatrice ed unificatrice di pensiero ed essere, presupposto essenziale dell'atto consapevole dell'autocoscienza. Questa soluzione intende risolvere il dualismo costitutivo dell'esperienza e demolire la visione teoretica dell'idealismo. Vi si riconnette, e chiarisce il rapporto dell'attività autosciente e dell'azione del trascendente, una fondamentale distinzione tra filosofia naturale e filosofia della religione. La prima ricerca, nell'uomo, i principi di intelligibilità del fenomeni naturali, la seconda ha il compito di giustificare la mediazione delle verità oggettive della Rivelazione con la facoltà conoscitiva del soggetto umano.

Il D. ripartì la filosofia in teoria del pensiero o ideologia, etica ed estetica. Si occupò con interesse anche di quest'ultima (oltre che di filosofia del diritto e sociologia) e svolse, con influssi schellinghiani, il punto di vista idealistico che ricongiunge la raffigurazione dell'arte all'interiorità dell'ispirazione.

Opere principali: Grundlinien einer positiven Philosophie (7 parti, Ratisbona 1843-53); Grundriss der Moralphilosophie (Dillingen 1847); Geist der christlichen Überlieferung, I (Augusta 1850), II (Ratisbona 1851); Das Prinzip der neueren Philosophie und die christliche Wissenschaft
(ivi 1857); Über das Verhältnis der Paesie zur Religion (Augusta 1861); Das Reich Gottes nach dem Apostel Johannes (3 voll., Friburgo in Br. 1862-63); Der gegenwärtige Zustand der deutschen Philosophie (ed. postuma di L. Kastner, Monaco 1866).

Bibl.: L. Kastner, M. D. s Labon u. Schriften, Monaco 1875; G. Sattel, M. D's Gattelehre, Würzburg 1906; I. A. Endres, M. D., Magonza 1907; id., M. D. als Ethiker, Paderborn 1908; E. Richarz, M. D. als Erkenntnistheoretiker, ivi 1912; M. Ettlinger, Die Ästhetik M. D.'s in ihrem Werden, Wesen und Wirken, Kempten 1914; H. Tuebben, Die Freiheitsproblematik Baader und D. s, Würzburg 1919; E. Reisch, M. D's, dialektische Geschichtstheologie, ivi 1939; I. Feller, Das Verhältnis von Philos. u. Theol. nach M. D., ivi 1940; Fr. X. Gerstner, Das Bild des Menschen bei D., Drat., Würzburg 1943.

Vincenzo Prestipino
DEVADATTA.- Cugino e discepolo del Buddha, che entrò nella comunità monastica nel ventesimo anno della predicazione del Perfetto.

Vagheggiò una riforma disciplinare, di carattere più rigidamente ascetico, che propose all'Illuminato; e poiché questi rifiutò di adottarla, tra il 487 e il 483 a. C. apostatò dalla comunità con i suoi seguaci, che la tradizione fa ascendere al numero di 500 . Secondo notizie di fonte cinese, la setta fondata da questi scismatici esisteva ancora nel sec. viI d. C.

BibL.: T. W. Rhys Davis, s. v. in Enc. of Rel. and Eth., IV, pp. 675-77; L. Suali, Gotama Buddha, Bologna 1934, p. 371 sgg.

Ferdinando Belloni Filopn
DEVAS, Charles Stanton. - Economista inglese, della scuola sociale cristiana, n. a Woodside (Old Windsor) il 26 ag. 1848, m. a Londra il 6 nov. 1906. Pubblicò nel 1876 un opuscolo intitolato Labour and Capital in England from the Catholic point of view (Londra), e nel 1892 la sua opera principale Political Economy (ivi).

Già nel suo primo opuscolo rivela le caratteristiche che distinguono la sua opera di studioso e di pubblicista, come collaboratore della Dublin Review: reazione accentuatissima contro lo separazione innaturale della scienza economica dalla morale, applicazione della morale cattolica alle questioni politiche ed economiche, preoccupazione per i pericoli del socialismo di Stato contro le ardite conclusioni del vescovo di Nottingham, Edward G. Bagshawe, che in alcune famose pastorali, e nei discorsi si congressi cattolici, non soltanto aveva accettato le teorie del card. Manning, ma si era spinto ancora più oltre, formolando un vero programma di socialismo di Stato. Nella disputa tra protezionisti e libero-scambiati, egli si schierò per un moderato intervento dello Stato, esprimendo il suo pensiero in maniera chiara soprattutto nella introduzione alla nuova edizione dei Sophisms of FreeTrade di J. B. Byles (Londra 1903).

BibL.: A. M. Ratti, D., in Enc. Ital, XII (1931), pp. 700-701. Celestino Melzi
DÉVAUD, Eugène. - Sacerdote, n. a Friburgo il 7 marzo 1876. Ispettore delle scuole elementari prima, fu dopo professore e direttore della scuola normale del suo Cantone. Dal igro fu professore di scienza dell'educazione e rettore nell'Università Cattolica di Friburgo; m. ivi nel 1944. Il D., svizzero e cattolico, trovò davanti a sé le affermazioni delle "scuole nuove" che in Svizzera avevano avuto ed hanno tuttavia accoglienza e seguaci.

Il problema che si pone il D. di fronte all'affermazione della scuola "attiva " è quello di vedere se un movimento come quello attivistico, tutto piegato, in fondo, sull'uomo "naturale", possa accordarsi con l'ordine cristiano, anzi se nell'ordine cristiano non sia implicito, senza perciò che il cristianesimo lo prenda d'accatto, il principio attivistico dell'educazione. I metodi e le loro tecnico non costituiscono tutta la pedagogia: sono forme vuote se dentro di essi non si cela un contenuto che è la nostra stessa umanità, il nostro mondo umano e religioso, che risolve il valore del mezzo (metodo) nel valore del fine

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(Die). "Se questi punti sono trascurati, afferma il D., l'acquisto della scienza è solamente un esercizio infecondo e ingannatore». La vecchia scuola, quella che il D. chiama "passiva", si basò tutta sui mezzi, trascurando i fini della vita dell'uomo. Non diversamente però la scuola "nuova". Al D. sembra che la scuola attiva si sforzi "di rendere il fanciullo spigliato materialmente senza dubbio, ma soprattutto spiritualmente ». Ora, questo scopo se lo si considera come conclusione dell'educazione dell'intelligenza è insufficente ed è fuori dell'ordine cristiano, perché "resta troppo esclusivamente unito all'odattamento dell'uomo alle realtà materiali». Il D., d'accordo con il Foerster, pensa che i metodi che educano le attitudini del fanciullo a disimpegnarsi abilmente e ad approfittare nel miglior modo delle risorse offerte dall'ambiente sono buoni, sì; ma non è da essi che sgorga la maggiore forza educatrice. Questa scaturisce piuttosto "dalle grandi verità sopra-individuali, dai fini supremi chiaramente stabiliti, che congiungono l'essere passeggero e oscillante a qualcosa che sta sopra lo sforzo temporale e sopra le opinioni umane fragili e sempre mutevoli" (Foerster). La scuola deve avere per centro Dio, quale fine dell'uomo e della vita; le varie forme di scuole attivistiche hanno invece fissato, in generale, i loro piani di studi facendo centro sull'uomo, individuo e società. In una scuola attiva secondo l'ordine cristiano, quale è nella concezione del D., il maestro ha una funzione tutta particolare e tutt'altro che secondaria o negativa. Se "le vere cause della formazione intellettuale dello scolero, sono all'esterno, la verità è all'interno: l'intelligenza, la quale, essendo ordinata alla verità, vi si porga con movimento avido e spontaneo ", il maestro ha il compito di sforzarsi "di presentare la verità al ragazzo in modo che la riconosca come vera, ne sia "avvinto ", l'ami, la voglia, gli apra l'intelligenza, si disponga efficacemente a sottometterle persona e vita ".

Opere: L'école primaire sous la République helvétique 1779-1804 (Friburgo 1904); L'enseignement de l'histoire naturelle à l'école primaire (Losanna 1909; Namur 1935); La correctiva des défectuosités du parler (Losanna 1911); La pédagogie scolaire en Russie soviétique (Parigi 1932); Pour une école active selon l'ordre chrétien (ivi 1934; trad. it., Brescia 1940); Pédagogie du cours supérieur (Friburgo 1935); Le système Decroly et la pédagogie chrétienne (Namur 1935; trad. it. Brescia 1940, costituisce la parte 2^{2} del volume: Per una scuola attiva secondo l'ordine cristiano); Quarante exercises de lecture silencieuse (Namur e Losanna 1937); L'école siffimatrice de vie (Namur e Friburgo 1936); Les leçons de pédagogie d'un manuel de lecture américain (Taminos e Losanna 1939); Pédagogie à ciel ouvert: le Chauvine Manjon et les écoles de l'Ave Maria de Grenade (Friburgo 1939).

Bib.: A. Baroni. Per una scuola attiva secondo l'ordine cristiano. Brescia 1940, prefazione; E. Planchard, La pädagogie scolaire contemporaine, Tournai-Parigi 1948, pp. 97, 266; G. Nosenan. L'attivismo sull'insegnamento religioso dello scuola media, Milano s. 2. (v. indice).

Nino Sommartano
DE VERBI INGARNATIONE. - Pocsia in versi virgiliani (cento) sulla Incarnazione, falsamente attribuiti da E. Martène a Sedulio.

Bib.: Ed. di Ioha Huemer di Sedulio in CSEL. X. pp. 310 313, e di C. Schenkl. Postae christiani minoras. I, Vienna 1888, pp. 615-26; Manitius, p. 128 sg.; F. Ermini, Il Centone di Proba e la poesia centenaria latina, Roma 1909, p. 51 sgg.; Moricea, II, p. 849 sg.

Erik Peterson
DE VEUSTER, DamiaAn. - N. a Tremeloo (Belgio) il 3 genn. 1840. Entrò nella Congregazione dei S. Cuori (detta di Picpus) e partì nell'ott. del 1863 per le isole Sandwich.

Al principio del maggio 1873 egli impetrò dal vescovo mons. Maigret il favore di poter dividere la miserabile sorte dei lebbrosi a Moloksi. Vi giunse il 10 maggio 1873 all'età di 33 anni e prodigò in quel luogo uno zelo ammirevole, donandosi interamente ai suoi 800 infelici. Spinti dalla disperazione, così si davano ai vizi più vergognosi, misconoscendo ogni legge divina e umana.

Gli sforzi continui dell'infaticabile p. D. V. mutarono l'inferno di Moloksi in un paradiso di pace e di rassegnazione cristiana.

Privo di tutto e colpito dalla lebbra, che aveva vinto la sua robusta costituzione, il p. D. V. mori il 15 apr. 1889. La solma fu trasportata nel suo paese natale nel maggio del 1936, fra l'ammirazione universale per il suo eroismo. E in corso la causa per la sua beatificazione.

Bib.: G. Hoornaert. Les lépreux volontaires. Bruxelles 1936; P. Croidys, P. Damiano, l'apostolo dei lebbrosi, Brescia 1939.

Paterno Rosé
DE VICO, Francesco. - Gesuita e astronomo, n. a Macerata il 19 maggio 1805. Era stato a Siena discepolo del dotto astronomo scolopio, Giovanni Inghirami, prima d'entrare, il 25 dic. 1823, nel noviziato di S. Andrea a Roma. Perfezionatosi in astronomia sotto il p. Stefano Dumouchel, direttore della specola del collegio Romano, gli successe nel 1840 e si acquistò ben presto fama mondiale per l'originalità e l'acutezza dei suoi metodi d'osservazione e di misura.

Oggetto delle sue ricerche e pubblicazioni furono le comete, i satelliti di Saturno, la rotazione di Venere; dal 1839 in poi uscirono sotto la sua direzione Me. morie intorno a parecchie osservazioni fatte nella specola dell'Università Gregoriana. Nel 1844 aveva scoperto una cometa e l'anno seguente un planetoide.

Cacciato d'Italia dalla Rivoluzione del 1848, ebbe dappertutto lusinghieri inviti. Decisa la sua applicazione alla specola dei Gesuiti di Georgetown negli Stati Uniti, era tornato in Europa per procurarsi strumenti e personale, quando la morte lo colse, a Londra, il 5 ott. 1848. Alle insigni doti della mente univa una grande sensibilità musicale; fra le sue composizioni furono specialmente ammirate le Lamentazioni per la Settimana Santa.

Bib.: Sommervogel, VIII, coll. 641-44; A. Secchi, Rag. gnaglie intorno alla vita e ai lavori del p. F. De V., Roma 1851; G. Stein, Fr. De V. e i suoi contributi alle scienze astronomiche, in Civ. Cult., 1949, II, pp. 190-200, 314-24. Edmondo Lamalle

DEVINE, Arthur. - Teologo passionista, in religione Arturo di S. Paolo della Croce, n. a Kilmactier (Irlanda) il 3 dic. 1849, m. a Mount Argus (Dublino) il 20 apr. 1919. Insegnò per 42 anni teologia e S. Scrittura e durante la sua residenza di quasi 30 anni a Londra partecipò con zelo allo sviluppo del "Movimento di Oxford». Efficace predicatore e direttore di coscienze, introdusse nella Chiesa Cattolica molti anglicani.

Tra le sue opere meritano speciale menzione: Auxilium praedicatorum. A short gloss upon the Gospels (3 voll., Dublino 1884); History of the Passion (Londra 1890); A manual of ascetical theology (ivi 1902); A manual of mystical theology (ivi 1903); The Sacraments explained according to the teaching and doctrine of the Catholic Church with an introductory treatise on Grace ( 5^{2} ed., ivi 1918); The Creed explained ( 9^{2} ed., ivi 1923). Fu apprezzato collaboratore di The Catholic Encyclopedia e della General Revieve.

Giacinto del S.mo Crocifisso
DE VIO, Tommaso detto il Gaetano. - Filosofo e teologo domenicano, n. a Gaeta il 20 febbr. 1468 e m. a Roma il 10 ott. 1533.
I. Vita. - Religioso nel 1484 a Gaeta, compì gli studi a Napoli, Bologna e Padova. Quivi nel 1493 fu creato baccelliere dopo aver esposto le Sentenze, entrando così a far parte dell'Università. L'anno seguente vi ottenne la cattedra di metafisica tomistica, esercitando contemporaneamente, come sembra, l'ufficio di reggente degli studi nel suo convento di S. Agostino. Al Capitolo generale di Ferrara (1494) dopo una brillante disputa con Pico della Mirandola, fu creato maestro in teologia su istanza del duca Ercole. Nel biennio 1497-99 insegnò teologia, sul

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testo di s. Tommaso, all'Università di Pavia. Dopo il 1500 venne assunto a importanti cariche: dal 1501 al 1508 tenne l'ufficio di Procuratore generale del suo Ordine, mentre insegnava filosofia ed esegesi alla Sapienza di Roma; nel 1508 fu eletto Maestro generale dell'Ordine. Dal 1512 al 1517 , sia come generale dei Domenicani sia come procuratore del principe Giorgio di Sassonia, prese parte attiva al XVIII Concilio ecumenico (V del Laterano), celebrato sotto Giulio II e Leone X. Nel 1517 fu creato cardinale col titolo di S. Sisto da Leone X, rimanendo però Generale fino al 22 maggio dell'anno seguente; l'8 febbr. del 1518 ebbe in commenda l'arcivescovado di Palermo, nell'apr. dello stesso anno si recò ad Augusta, legato della S. Sede, per procedere contro Lutero. Nel 1519 fu alla Dieta di Francoforte, dove favorì efficacemente l'elezione di Carlo V a imperatore. Mentre era ancora in Germania fu nominato vescovo della sua città natale ( 13 apr. 1519). Ritornato a Roma nell'estate del 1519 lavorò alla stesura della bolla Exurge Domine contro Lutero. Nel Conclave del 1527 favorì la candidatura del papa slandese Adriano VI. Dal 1523 al 1524 fu legato in Ungheria. Nello stesso anno venne richiamato dal nuovo papa Clemente VII, a Roma. Dopo il sacco di Roma (1527), in cui fu fatto prigioniero e subì le più gravi umiliazioni, dimorò nella sua diocesi di Cueta. Ritornato a Roma nel 1529 vi rimase fino alla morte. Fu sepolto fuori della chiesa di S. Maria sopra Minerva.
II. Opere. - Tempra di studioso, pur tra assorbenti cariche, il Gaetano lavorò con infaticata lena. Imponente è la sua produzione filosofica, teologica ed esegetica.

Le opere più notevoli in filosofia sono: Commentaria super tractatum de ente et essentia Thomae de Aquino (Venezia 1496, recente ed. di H. Laurent, Torino 1934); Commentaria in Libros posteriorum analyticorum (Brescia 1496); Commentaria in Porphyrii Isagogen ad praedicamenta Aristotelis (ca. 1497, recente ed. di J. Marega, Roma 1934); Commentaria in Aristotelis praedicamenta (Pavia 1498; nuova ed. di H. Laurent, Roma 1939); De nominum analogio (Pavia 1498; ristampa a cura di P. Zammit, Roma 1934); Commentaria in III libros Aristotelis de anima (Roma 1509: la nuova ed. di I. Coquelle contiene il I [1938] e il II libro [1939]); De conceptu entis (Roma 1509; ristampato da P. Zammit, insieme al De nominum analogio, Roma 1934); Opuscula oeconomica-socialia: con questo titolo lo Zammit ha ristampato a Roma nel 1934 un'interessante collezione di brevi questioni economico-sociali di cui le principali sono: De eleemosynae praecepto (1496); De monte pietatis (1498); De cambiis (1499); De usura (1500).

Il Gaetano è celebre per i suoi classici commenti a tutta la Somma teologica di s. Tommaso, ai quali rimane legato il suo nome e la sua fama più duratura. Il commento alla 1^{\text {a }} fu finito nel 1507 ; il commento alla 1^{\text {a}-2^{\text {ae }}} nel 1511 ; quello alla 2^{\text {a}-2^{\text {ae }}} nel 1517 ; quello alla 3ª nel 1520 . Nell'edizione leonina delle opere di s. Tommaso (cominciata nel 1882) occupano i tomi 3-12. Scrisse inoltre Summula de peccatis (ristampata più volte dal 1525 al 1627) e il celebre De auctoritate Papae et Concilii utroque irestem comparata (Roma 1511), con la relativa Apologia de comparata Papae et Concilii auctoritate (ivi 1512; di tutte e due le opere fu curata una nuova ed. da V. M. Pollet, ivi 1936). Lasciò pure numerosi opuscoli (ca. 80), sui punti più controversi della teologia dogmatica e morale. Il D. V. ha pure un nome nell'esegesi biblica per i suoi commenti al Vecchio e Nuovo Testamento, ai quali si dedicò nell'ultimo decennio, nel desiderio di opporsi al luteranesimo.
III. Pensiero. - Nato in un'epoca di transizione, il Gaetano visse tutto il travaglio di due età in urto. Autentico scolastico e tomista convinto, penetrò a fondo le latenti virtualità del pensiero dell'Aquinate, mettendone
in risalto l'interna armonia e la forza assimilatrice delle migliori correnti filosofiche, ma preoccupato di difenderlo dagli attacchi dello scotista Antonio Trombetta e dagli averroisti padovani (Pomponazzi e Nifo), indulse a una polemica, che doveva conferire alla sua poderosa opera qualcosa di contingente e di caduco.

Anche la proverbiale oscurità : "si vis intelligere Caietanum lege Thomam ", nasce forse dalle sue frequenti escursioni in un settore filosofico, che non ha inciso nello sviluppo generale del pensiero e che pertanto rimase terra ignota per i posteri.

Dotato di straordinaria vigoria di mente non poteva il D. V. non imprimere al gran commento i segni della sua forte personalità. Così gli accadde, forse inconsapevolmente, di scostarsi in alcuni punti da s. Tommaso e dalla migliore tradizione della sua scuola, sia in filosofia (oggetto della metafisica, concetto dell'analogia, costitutivo formale della persona, principio d'individuazione, dimostrazione filosofica dell'immortalità dell'anima), sia in teologia (forma del Battesimo, validità del Battesimo conferito in nomine Christi, salvezza dei bambini in voto parentum, possibilità del senso figurato delle parole della consociazione, distinzione del libri canonici ispirati "ad firmandum illa quae sunt fidei " dai libri canonici non ispirati "ad aedificationem fidelium "). Ma queste sono leggere incrinature, che non intaccano il saldo blocco della vasta opera.

Particolarmente attaccato alla Sede Apostolica, il Gaetano ne difese con profondità e brio le prerogative nel celebre trattato De auctoritate Papae con relativa Apologia, che stroncò le velleità conciliaristiche di Pisa (1511) e preparò in anticipo la condanna dell'errore gallicano.

Intelligenza aperta, sorretta da pietà sincera e da sentito amore verso la Chiesa, visse con profonda consapevolezza i tragici avvenimenti, cui partecipò, e affrontando gli ardui problemi che l'insorgente errore di Lutero prospettava, ne tracciò con mano sicura la soluzione negli aurei opuscoli eucaristici e penitenziali, che furono largamente utilizzati al Concilio di Trento, anche le sue opere esegetiche, intraprese con animo superiore alla scarsa preparazione linguistica e positiva, mostrano, pur nei gravi difetti, intuizioni (ad es., la non autenticità del commo giovanneo) di una mente acuta e lungimirante.

Le ire e gli sdegni, suscitati anche presso i confratelli (Bartolomeo Spina, Ambrogio Catarino, Mebbior Cano) e che trovarono il naturale spilogo in una postuma condanna della Sorbona, alla fine del sec. XVI erano già assopiti, quando appunto s. Roberto Bellarmino in definiva "vir summi ingenii et non minoris pietatis" (De scriptoribus ecclesiaritici, ad aumus 1500). Nel '700 l'Ughelli lo esaltò come "alter Thomas et ingeniorum extrema linea" (Italia Sacra, I, Venezia 1717, col. 344) e all'inizio del nostro secolo il Pastor lo ho dichiarato, con leggera esagerazione, il più grande teologo dopo s. Tommaso.

BibL.: A. Cossio, Il card. Gaetano e la Riforma, Cividale 1902: P. Mandonnet, Cajétan in DThC, II, II, coll. 1313-29: questo studio riveduto e aggiornato dall'autore stesso, apparve tradotto in italiano da P. Zammit in Memorie domenicane, 48 (1931), pp. 38-51, 85-102; J. Marega, Caietani vitae operumque brevis descriptio, prefazione alla nuova ed. dell'opera del Gaetano: Commentaria in Porphyrii Isagogen ad praedicamenta Aristotelis, Roma 1934; G. Löhr, De Caietana reformatore O.P., in Angeliana, 11 (1934), pp. 593-602; autori vari, Cajétan, Parigi 1934 (numero speciale della Revue thomiste con bibl. completa); M. Grabmann, Die Stellung des Kardinals Caietan in der Geschichte des Themisums in Angelicum, 11 (1934), pp. 247-60; H. Wilms, Caietan Koellin, ibid., 11 (1934), pp. 268-92; vari autori, Il card. T. De V. Gaetano nel quarto centenario della sua morte, Milano 1935 (numero speciale della Rivista di filosofia neoccolastica); I. Voste, Card. Caietanos sacrae popioue magister, Roma 1935; P. Carosi, La societarica, ossia il formale costitutivo del suppasito. Esame delle sentenze tomiste: Capreolo e Gaetano, in Divas Thomas, 43 (Placenta 1940), pp. 393-420; 44 (1941), pp. 3-26; U. Degli Innocenti, L'opinione giovanile del Gaetano nella

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(da Comptes rendus de l'Acad. des Inscriptions, 1918, p. 412) De Voulé, Charles-Jean-Melchior - Rirtatto.
costituzione antolocica della persona, in Divus Thomas, 44 (Piacenza 1941), pp. 154-66; C. Giscon, La seconda scolastica. I grandi commentatori di s. Tommaso, Milano 1943; F. Musella, Alcune attualitii del Gaetano nel Concilio di Trento, Roma 1943; A. Walz, Historia Ordinis Praedicatorum, 2^{2} ed., ivi 1948, pp. 303-307, 446-50; U. Degli Innocenti, Animadversiones in Caietani doctrinam de corporum individuatione, in Divus Thomas, 41 (Piscenza 1948), pp. 19-43. Umberto Degli Innocenti

DE VITRY, Philippe. - Poeta, compositore e teorico della musica, n. a Vitry (Champagne) il 31 ott. 1291 e m. il 9 giugno 1361 a Meaux, città di cui era stato nominato vescovo il 3 genn. 1351, da papa Clemente VI.

Assai stimato alla corte di Francia (fu segretario di Carlo IV e poi di Filippo VI, «maistre des requestes», - clericus e e consigliere di Giovanni II) e a quella pontificia in Avignone (Giovanni XXII gli conferì vari canonicati e prebende), corrispose con Petrarca, che lo chiamava «musicum» e lo considerava il solo poeta francese dell'epoca.

Dei suoi trattati il principale è quello intitolato Ars notu (scritto fra il 1316 e il 1323 , edito da C.H.de Coussemaker nei suoi Scriptores [1874-76], III, pp. 13-22) con cui illustra e propugna un nuovo sistema di notazione mensurale che si ispira in gran parte a teorie italiane (Marchetto, ecc.) e rimarrà pressoché invariata per tutto il Rinascimento.

Delle sue opere musicali un mottetto (Tuba - In arboris) fu pubblicato da H. Besseler in Archiv für Musikwissenschaft, 7 (1925), p. 32 sgg.

Biol.: A. Machabey, Notice sur Ph. de V., in Revue musicale, 10 (1929), pp. 20-39; A. Coville, Ph. de V., Notes biographiques, in Romania, 62 (1933), pp. 520-47. Luisa Cervelli

DE VOGÜE, Charles-Jean-Melchior. - Archeologo, n. a Parigi da antica nobile famiglia del Vivarese il 18 ott. 1829, e m. ivi il io nov. 1916. Nel 1853-54 compì un viaggio in Siria, Palestina ed

Egitto, raccogliendo copiose notizie e disegni di monumenti e iscrizioni di quelle regioni; tale raccolta accrebbe in un secondo viaggio, effettuato nel 1861-62 insieme col Waddington e con l'architetto E. C. Dutholt; in quell'occasione fu anche a Cipro, dove si interessò parimenti degli edifici del periodo paleocristiano e di quelli dell'età delle Crociate; a Gerusalemme poté ottenere la facoltà di studiare il recinto sacro del tempio (baram al-tarif).

Le pubblicazioni seguitene lo fecero nominare nel 1868 membro dell'Académie des inscriptions. Dopo il 1870 entrò in diplomazia : nel 1871 fu inviato ambasciatore a Costantinopoli, poi nel 1873 a Vienna dove rimase fino al 1879. Passò così nel secondo periodo della sua vita agli studi di storia moderna, portandovi qualche buon contributo (Le maréchal de Villars, d'après sa correspondance et des documents inédits, 1888; Mémoires de Villars, 1889; Le duc de Bourgogne et le duc de Beau Villiers, 1900), ma non abbandonò mai il campo prima coltivato, continuando fra l'altro ad occuparsi della direzione del Corpus Inscriptionum Semiticarum. Nel 1891 fu eletto all'Académie française.

Le sue opere di archeologia ed epigrafia orientale, e soprattutto quelle sugli edifici cristiani della Siria e della Palestina: Syrie centrale. Architecture civile et religieuse du Ier au VIIe siècle (Parigi 1865-77); Eglise de la Terre Sainte (1839); Temple de Jérusalem e Essai sur la topographie de la ville sainte (1864-65) restano ancora oggi fondamentali per lo studio dell'architettura paleocristiana di queste regioni, e delle influenze esercitate da esse sull'architetura bizantina e medievale : influenza che il D.V., e molti con lui, quasi sorpresi dalla rivelazione di un mondo prima d'allora pressocché ignoto, accentuarono forse oltre misura, a danno delle influenze romane e occidentali.

Altre sue opere, oltre a molti contributi minori in periodici e in atti accademici, sono: Mélanges d'architecture orientale (1868); Evénements de Syrie (1860); Syrie centrale-Inscriptions sémitiques (1869-77); Inscriptions héberliques de Jérusalem (1864), ecc.

Biol.: necrologia di R. Cagnat, in Comptes rendus de l'Acad. des Inscriptions, 1918, pp. 443-73; S. Reinach, M. D. V., in Rev. archéologique, 2 (1916), p. 429 sgg. Pietro Romanelli

DEVOTE VERGINI DI SANTA CATERINA. - Congregazione femminile sorta verso il 1579 nella diocesi di Warmia, per opera del vescovo locale, mons. Martino Kromer (1512-89) e di Regina Protmman (1552-1613). Le costituzioni possono considerarsi uno dei primi esemplari di quelle delle Congregazioni femminili a voti semplici. Suo fine è l'assistenza agli infermi, anche a domicilio, e l'istruzione ed educazione delle fanciulle. Nel 1902 le costituzioni furono approvate dalla S. Sede e adattate al CIC nel 1924. Attualmente le suore sono ca. 1160 in 140 case.

Biol.: Archivio della S. Congregazione dei Religiosi; M. Hrimbucher, Die Ordre und Kongregationen der Katholischen Kirche, I, Paderborn 1933, p. 651. Giulio Mandelli

DEVOTI, Giovanni. - Canonista, n. a Roma l'it luglio 1774 ed ivi m. il 18 sett. 1820. Ricoprì varie cariche in curia, fu vescovo di Anagni e poi, dal 1804, arcivescovo titolare di Cartagine; accompagnò Pio VII a Parigi, quando questi vi si recò per l'incoronazione di Napoleone.

Insegnò per ventisei anni alla Sapienza e scrisse varie opere, fra le quali la più nota è Institutiumum canonicarum libri IV (Roma 1785, ultima ed. Bologna 1838), di uso frequentissimo nel secolo scorso e particolarmente lodata per la chiarezza e per le notizie storiche. Nei Juris canonici publici et privati libri V (Roma 1803 sgg.; Augusta 1867), D. commentò i primi tre libri delle Decretali; scrisse infine De notissimis in iure legibus libri II ( 6ª ed., Roma 1830).

Biol.: J. F. Schulte, Geschichte der Quellen und Literatur d. can. Rechtre, III, Stoccarda 1880, pp. 388-89; A. van Hove, Prolegomena, 2^{2} ed., Malinca-Roma 1949, pp. 340-48. RodolfoDaniel

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DEVOTIO, RITO della. - Era un particolare genere di votum nel quale un individuo votava se stesso e si immolava in antecedenza alle divinità infere per ottenere con il sacrificio di sé la vittoria dei suoi e la sconfitta del nemico. L'originario significato appare dalla d. di Decio Mure padre, alle falde del Vesuvio nel 430 a. C.; pericolando la vittoria, egli si gettò nella mischia invocando gli dèi tutelari della patria affinché salvassero l'esercito romano e ambientassero con lui quello avversario.

La d. si differenzia dal votum in quanto in questo l'obbligo umano è condizionato all'esaudimento della preghiera da parte della divinità, mentre nella d. il sacrificio precede e impegna l'obbligo degli dèi. Livio (VIII, 9, 6 sgg.) ha tramandato la formula tipica, che rispecchia questa concezione della d., formola che veniva suggerita ed apprestata dal pontefice.

Accanto alla d. di valore pubblico erano le devotiones particolari che chiunque poteva praticare, in sostituzione o a vantaggio di un altro, come nelle devotiones pro solute principis, frequenti durante l'Impero romano. Quanto alle formole particolari di d. a danno di singoli, v. DEFISSIONE.

BibL.: I. Marquardt, Röm. Staatsverzanttung, III, 2^{2} ed., Lipsia 1883, p. 279 sgg.; A. Pernice, Zum römischen Sacralrecht, I. Berlino 1883, D. 1143 sgg.; S. Perozzi, Le obbligazioni romane, Bologna 1903, p. 60 sgg.

Alberto Galieri
DEVOTIO MODERNA. - Movimento di rinnovamento religioso che, sorto nei Paesi Bassi nella seconda metà del sec. xiv, si sviluppò soprattutto in quella regione e nella Germania occidentale fino al sec. xvI, indi nei vari paesi cattolici mediante il libro De Imitatione Christi, che ne è la manifestazione più duratura e più intima. D. m. si chiama anche, spesso, l'insieme delle tre istituzioni religiose che hanno propagato tale movimento e, nel senso più stretto che è il più diffuso, la dottrina spirituale che ne è la caratteristica.

Queste tre istituzioni religiose si riallacciano generalmente all'influenza diretta o indiretta di Gerardo Groote (v.), il grande riformatore olandese morto a Deventer nel 1384. Fin dal 1374 aveva raccolto nella sua casa paterna alcune povere donne che volevano servire Dio e nel 1379 aveva fissato in statuti definitivi le "regole" che dovevano seguire. Poi, pur restando diacono, si era dedicato alla predicazione, con uno zelo e una foga tali che, pur operando molte conversioni, gli valsero parecchie ostilità. Il vescovo di Utrecht, che per molto tempo gli fu favorevole, finí col ritirare i poteri eccezionali che gli aveva dapprima concessi. Groote si ritirò nella sua casa a Deventer, dove si dedicò alla preghiera e allo studio, circondato da discepoli e da amici fedeli che condividevano le sue idee sulla riforma religiosa, in particolar modo Florent Radewijns. La regola che aveva data alle "sorelle della vita comune" e le istituzioni connesse differivano molto da quelle seguite fino allora. Quelle suore non avevano abito speciale, né voti, né clausura. Ciò doveva permettere loro di esercitare nuove forme di apostolato, in particolare per l'istruzione delle fanciulle. Groote, morendo, le raccomandò alla sollecitudine dei suoi amici. Questi pensavano essi stessi di abbracciare un analogo genere di vita. Ma Groote li orientò verso una strada più tradizionale, invitandoli ad abbracciare la Regola di s. Agostino, ciò che fecero Radewijns e i suoi amici fondando, nel 1387 , il convento di Windesheim, che divenne la casa-madre d'una fiorente congregazione di canonici, ispirata all'opera di Ruusbroec a Groenendael. Dopo la morte di Radewijns, nel 1400 , si organizzarono, a loro volta, i "fratelli della vita comune" che presto si estesero nei Paesi Bassi, in Germania, in Francia, suscitando dovunque una profonda rinascita religiosa, e vivendo una vita di preghiera e di lavoro, in stretta unione con Windesheim e le "sorelle della vita comune", ugualmente animate dall'ideale che derivava loro da G. Groote. Furono esposti a molte contraddizioni, ma non posarono
mai a innovatori e intendevano solo approfondire la vita cristiana con la preghiera, con lo studio, specie della S. Scrittura di cui moltiplicarono le copie, con il lavoro, in una parola con l'esempio di una fervida vita cristiana, senza attaccare né biasimare le tradizioni, o la scolastica, o le altre forme di vita religiosa allora in uso.

Queste tre istituzioni vissero, con fortuna diversa, fino alla Rivoluzione Francese. Le ultime due scomparvero all'inizio del sec. xix; la prima è ancora rappresentata dalle "dame inglesi" di Bruges.

Spesso la D . m. indica una forma di spiritualità che si avvicina molto a questa nuova forma di vita religiosa, in opposizione alle forme fin allora usate. Come nota il p. E. De Schacpdrijver, questa spiritualità, quale si presenta nei discepoli di Groote, non è affatto uniforme e semplice. Infatti essa deriva dai vari complessi movimenti di pietà già esistenti, ma vi aggiunge una sua parte molto caratteristica. S. Agostino, s. Bernardo, s. Bonaventura, lo Pseudo Dionigi, Ruysbroeck, esercitano simultaneamente la loro influenza; in tale forma di spiritualità non è esclusa la contemplazione pura né la speculazione.

Tuttavia, negli opuscoli e nei trattati che pubblicano i rappresentanti della D . m., Gerardo di Zutphen, Gerlac Peters, Enrico di Mende, Giovanni Vos di Huesden, e soprattutto Tommaso di Kempis, si manifesta una spiritualità così caratterizzata : importanza prevalente data alla pratica, con esercizi metodici riguardanti le diverse facoltà dell'anima, e ricorso abituale a mezzi più o meno ingegnosi per facilitare l'esercizio della preghiera; abbandonod degli alti problemi speculativi per la loro diretta contro le passioni e il peccato; continua sorveglianza di sé e del proprio intimo; ardente devozione verso Gesù Cristo che si cerca di imitare e di unire il più possibile alla propria vita; intenso lavoro interiore, unito alla Grazia, per tendere tutte le facoltà al servizio di Dio. Tali sono le caratteristiche dell'opera più rappresentativa della D. m., l'«Imitazione di Cristo». In definitiva, senza pretendere di rivoluzionare la pietà, la D . m. si sforza di vivificare tutte le osservanze tradizionali con una vita interiore personale e cosciente, domandando all'individuo il massimo sforzo.

Ciò spiega perché la D . m. si sia dimostrata così efficace per il rinnovamento religioso, ovunque si sia radicata, specialmente dal giorno in cui è stata adottata dalla potente personalità di s. Ignazio e da lui trasmessa ai suoi discepoli, sotto la forma di «Esercizi (v.) spirituali» e delle Costituzioni della Compagnia di Gesù. La D . m. ha dato così la sua impronta a tutta la vita religiosa dal sec. xvi in poi, e ha contribuito molto efficacemente ad assicurare il trionfo del cattolicesimo sull'eresia.

BibL.: E. De Schacpdrijver, La D. M., con abbondante bibliografia, in Nouvelle revue théologique, 54 (1927), pp. 742-72 (ruttifica vari errori di autori anteriori): R. Post, De moderne devotie, Amsterdam 1940 (è la trattazione migliore); J. M. Dols, Bibliographie der Moderne Devotie, Nimega 1941; cf. la bibliografia trimestrale della Revue d'ecrétique et mystique, nel 1948, in occasione del centenario di G. Groote. Ferdinando Cavallera

DEVOZIONE. - I. Nozioni generali. - Non sempre la parola d. viene intesa rettamente. Spesso si confonde questo termine con le d. al plurale. Queste ultime sono piuttosto alcuni mezzi per raggiungere la vera e propria d. Qualche altra volta il termine viene usato ad indicare l'attenzione ed un certo fervore sensibile nell'orazione. In senso stretto, si potrebbe definire: «un movimento riverenziale e insieme affettuoso dell'anima verso Dio, che riconosciamo avere prerogative degne di amore e di rispetto». E un atto insieme dell'intelletto che conosce l'amabilità di Dio e della volontà che si dona al suo servizio. S. Tommaso l'annovera tra gli atti interiori della virtù della religione, assieme al-

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l'orazione. L'oggetto dunque principale della d. è Dio, il quale ne è pure la causa principale, in quanto egli la dà, la sostiene, l'accresce, secondo il suo beneplacito (Sum. Theol., 2^{°}-2^{50}, q. 82, a. 3). Da parte dell'uomo csige però un atto della volontà, la quale deve essere decisa a rimanere costantemente consacrata al servizio di Dio, nonostante tutte le prove fisiche e spirituali. La d. infatti non è frutto del sentimento, ma della volontà. Il fervore stesso della d., che spesso erroneamente si crede dovuto al sentimento e quindi incostante, può essere invece uno stato permanente dell'anima, che sotto la spinta di una volontà robusta si tiene costantemente nell'esercizio totale del servizio di Dio. E necessaria come la virtù di religione cui appartiene. S. Ambrogio dice che la d. è "la prima virtù e il fondamento delle altre e Dio la esige da tutti" (De Abraham, I, 2).
II. QualitA della D. - a) Distacco dalle cose terrene. Come nota giustamente s. Tommaso, d. (da devoveo) etimologicamente significa "consacrazione alla divinità ". Ciò importa necessariamente una donazione totale senza interferenze di altri oggetti umani. b) Sommissione completa alla volontà di Dio in tutte le vicende liete e tristi della vita. c) Non ricercare affannosamente le consolazioni interiori che talora, per bontà di Dio, accompagnano la d., ma tendere disinteressatamente alla perfetta unione con Dio mediante la carità. d) Di conseguenza la d. deve ancorarsi, come la virtù di religione, in una fede cosciente e vissuta. Da tutto ciò segue che la vera d. non deve limitarsi ad una conoscenza meramente intellettuale delle esigenze di Dio, ma deve tendere ad una unione effettiva (Sum. Theol., 2^{\mathrm{b}}-2^{50}, q. 180, aa. I e 7).
III. Mezzi per ottenerla. - S. Tommaso ne indica uno, che egli chiama però "causa intrinseca della d. da parte dell'uomo». E la contemplazione o meditazione.

La meditazione deve avere presenti soprattutto due considerazioni: a) la bontà di Dio e i benefici che l'uomo da lui ha ricevuto; b) la coscienza delle proprie mancanze, che ci obbliga a levare gli occhi al cielo, per ottenere da Dio il perdono e l'aiuto. Secondo i migliori Dottori della Chiesa, un mezzo molto efficace è la meditazione dei misteri della vita, della Passione e Morte di N. S. Gesù Cristo. Altri mezzi che potrebbero aiutare ad ottenerla e ad accrescerla, sono: 1) la direzione spirituale; 2) l'uso frequente dei Sacramenti; 3) l'abitudine della vita interiore e dell'unione con Dio; 4) la preghiera, mezzo indicato pure da s. Tommaso; 5) la mortificazione delle passioni che turbano e distraggono l'animo dalla vera d.; 6) le d. particolari approvate dalla Chiesa e suggerite dai santi.
IV. Effetti della d. - Sempre secondo l'Angelico, sono la letizia spirituale, che sorge dalla considerazione della bontà di Dio, e insieme un senso di tristezza che ha origine dalla coscienza delle proprie mancanze e dell'insufficenza della nostra natura a compiere perfettamente i propri doveri verso Dio. La speranza, che diviene certezza, dell'aiuto di Dio, muta in serenità e in gioia anche questo sentimento di pentimento e di umiltà.

Da quanto finora si è detto si conclude che la vera d. non è un'esperienza né consiste nell'osservanza di alcune pratiche religiose determinate, bensì è sentimentale, emotiva, espressione viva e positiva della nostra fede in Dio e dell'affetto che sentiamo nel nostro cuore per lui. La d. suppone una profonda venerazione per Dio, una sincera riconoscenza verso lui, il desiderio di essergli uniti e la rassegnazione alla sua divina volontà.

Giuseppe Sesto
V. Pratiche di d. - Sono i mezzi per raggiungere il fine, che è la d., cioè l'atto interiore della virtù della
religione. Pratiche di pietà e pratiche di d. sono 1^{2} stessa cosa.

Le grandi d. cattoliche sono indirizzate alla S.ma Trinità, a N. S. Gesù Cristo, alla b. Vergine Maria, a s. Giuseppe, agli angeli, ai santi e alle stesse anime del Purgatorio (v. culto). Le pratiche di d. più comuni, come il segno della Croce, la Via Crucis, l'Ora Santa, la visita del S.mo Sacramento, le processioni, i nove primi venerdí ecc., hanno avuto l'approvazione esplicita o implicita della Chiesa e il favore dei maestri di spirito.

Queste d. offrono dei preziosi vantaggi (indulgenze, ecc.) e grazie particolari di ordine spirituale e anche materiale. Tutte producono effetti morali e sociali del più alto interesse. E nella pratica di queste d., così sciocca. mente disprezzate o neglette dagli spiriti miopi o ciechi, che piccoli e grandi, bambini e adulti, dotti e ignoranti, hanno appreso ed apprendono ad elevare le loro anime al di sopra delle volgarità o delle turpitudini di questo mondo. Occorre però evitare gli abusi. Le pratiche di d. divengono abusive quando fanno passare delle pratiche del tutto secondarie avanti agli atti fondamentali della religione; quando prendono nella vita una parte troppo preponderante, passando perfino dinanzi ai doveri del proprio stato; quando tutto l'effetto si fa dipendere dall'atto esteriore o peggio ancora da una particolare combinazione dagli atti esteriori. Il culto interiore con la pratica della virtù cristiana è la condizione essenziale perché le pratiche di d. raggiungano il loro scopo e si eviti la superstizione. C'è inoltre un certo ordine da seguire nelle pratiche di d. Di obbligatorio in esse non c'è se non quello che Dio e la Chiesa prescrivono nel culto pubblico, nei Comandamenti e nei Precetti. C'è infine il rispetto per le norme della Chiesa in materia di culto. Alcune pratiche di d. sono state proscritte dalla Chiesa; così la devozione al Cuore di Gesù penitente (S. Uffizio, 15 luglio 1893), il titolo di B. V. Maria interiore (S. Uffizio, 13 dic. 1893), la devozione al Cuore di s. Giuseppe (S. Congregazione dei Riti, in Nanneten, 14 giugno 1873), la devozione all'amore annientato di Gesù, e il rosario delle SS.me Piaghe di N. S. Gesù Cristo (S. Uffizio, 12 dic. 1939; AAS, 32 [1940], p. 24).

Per le norme del CIC in proposito (cann. 1259, 1261, 1279) v. culto. Il S. Uffizio con decreto del 17 maggio 1937 ritornava sull'argomento di non introdurre nuove forme di d. nella Chiesa (AAS, 29 [1937], p. 304). A questo decreto si richiama anche la recente encicl. Mediator Dei et hominum del 20 nov. 1947 (AAS, 39 [1947], p. 588). Anche i libri di pietà e di d. non si possono stampare né da chierici, né da laici senza l'approvazione ecclesiastica (can. 1383).

Bisc.: H. Leclercq, Décation (Formules de), in DACL, IV, coll. 706-22; A. Tanquerey, Compendio di teologia ascetica e mistica (trad. it. di F. Trucco-L. Giunta), Roma 1928, nn. 206-305, 921-24; pp. 198-202, 372-73; E. Dublanchy, Décation, in DThC, IV, coll. 680-82; A. L. Nissson, Vie chrétienne et vie spirituelle, Parigi 1929, p. 60 sgg.; F. Schubert, Audacht, in LThK. I, coll. 402-403; I. W. Curran, The thomistic concept of devotion, River Forest, Ill. 1941; G. Schryvers, I principi della vita spirituale, Torino 1946, p. 62 sgg.; J. Bricout, Les décotions catholiques, in R. Aigrain, Ecclesia, encyclopédie populaire des connaissances religieuses, Parigi 1948, pp. 226-48; E. Janssens, De praeibus devotionis extraliturgicis, in Collectanea Mechliniensia, 34 (1949), pp. 433-34.

Pietro Palazzini
DE VRIES, Hugo. - Botanico e biologo olandese, n. a Haarlem il 16 febbr. 1848, m. a Lunteren il 20 maggio 1935; fu professore di botanica ad Amsterdam dal 1878 al 1918. Nella sua attività scientifica si distinguono due periodi: il primo (1877-88) riguarda soprattutto la fisiologia cellulare, il secondo (1889-1918) la origine delle forme viventi vegetali per «mutazione».

Concettualmente, l'opera del D. V. come teorico dell'evoluzionismo si innesta sul darvinismo. Darwin aveva veduto nelle varietà delle specie nascenti, il D. V. parte dall'osservazione che, in orticultura, le varietà sorgono di colpo, in una sola stagione, senza passaggi graduali, e senza bisogno di lunghi lassi di tempo.

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Egli ha trovato nella Oenothera Lamarckiana una pianta che in natura pres