nte, l'opera del D. V. come teorico dell'evoluzionismo si innesta sul darvinismo. Darwin aveva veduto nelle varietà delle specie nascenti, il D. V. parte dall'osservazione che, in orticultura, le varietà sorgono di colpo, in una sola stagione, senza passaggi graduali, e senza bisogno di lunghi lassi di tempo.
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Egli ha trovato nella Oenothera Lamarckiana una pianta che in natura presenta variazioni di caratteri rapide e che, coltivata, si presta allo studio sperimentale di queste mutazioni, le quali dànno origine a buone razze da lui chiamate specie elementari, assolutamente costanti fin dall'inizio. Queste coinciderebbero con le linee pure. La teoria mutazionistica (1901-1906) incontratasi con il mendelismo e con la genetica, ha rappresentato una fase cospicua nella storia della biologia, e per un momento ha offerto la speranza di creare ragionevolmente e sperimentalmente delle specie nuove, di fare infine entrare l'evoluzionismo nella scienza induttiva, sperimentale. Ma quando si cominciò a dubitare che la pianta accuratamente scelta per lo studio dal D. V., l'Oenothera, fosse ibrida, e le forme nuove, alle quali dà origine, fossero in realtà le specie originarie, il mutazionismo nel senso primitivo perdette gran parte del fascino (cf. Lotsy).
Del resto, come tutte le ipotesi parziali e interpretative, a volta a volta nella storia della biologia, si avvicendano e costituire l'ipotesi, più generale, dell'evoluzione, anche il mutazionismo è stato giudicato dai teorici delle diverse scuole in modo opposto. F. Le Dantec vide in essa una tendenza all'antitrasformismo e lo denunciò come fattore della crisi del trasformismo. Altri vedono nelle mutazioni casuali come fattore di evoluzione il trionfo del caso e dell'e-teleologico, cioè dei motivi veri e profondi dell'evoluzionismo classico. Oggi per mutazione si intende una variazione ereditaria. Ma che per mutazione si sia avuta mai una nuova specie è tuttora materia di discussione. Certo è che per mutazione non hanno origine organi nuovi.
Bibl.: Opere: Intracollulare pangenesi, Jena 1889; Die Mutazionstheorie, Versuche und Beobachtungen über die Entstehung der Arten im Pflanzenteich. Lipsia 1901-1903. trad. it. (Specie e varietà), Palermo 1908; L'évolution des cives azgantés par couts brusques, in Scientia, 19 (1916), p. 28. Studi : sull'opera del D. V. come fisiologo cellulare: L. Jost, Vorlesungen über Pflanzeuphysiselgie, Jena 1913, p. 19 sgg.; per la critica del mutazionismo: F. Le Dantec, La crise du transformisme. Parigi 1909; J. P. Lotsy, Evolution in Lichte der Bastardierung betrachtet, in Genetica, 7 (1926); Necrologia di D. V., di B. Ruggles Gates, in Nature, 136 (1935), pp. 133-34. Sulle vicende della teoria mutazionista: J. Rostand, L'évolution des espèces, Parigi 1946, p. 139 sgg.
Luigi Scremin
DE WAAL, Anton Joseph Johann Maria. N. a Emmerich il 5 maggio 1836, m. a Romail 23 febbr. 1917. Ordinate sacerdote a Münster l'1 1 ott. 1862, fu mandato a insegnare nel seminario minore a Gaesdonck, il Collegium Augustinianum. Il 19 luglio 1868 venne a Roma e vi si laureò in teologia l'anno dopo. Dal Collegio S. Maria dell'Anima, dove era cappellano, il rettore Jannig lo chiamò al Collegio Teutonico di S. Maria in Campo Santo; ne divenne prorettore il 23 dic. 1872 e rettore l'anno successivo, carica che tenne fino alla sua morte.
Incominciò con rinnovare la chiesa, cuore della casa, onde rinnovarla poi tutta; prima con la riforma dello statuto che papa Pio IX concesse con breve del 21 nov. 1876, poi fondando una dopo l'altra, mediante doni e lasciti, cinque cappellanie, ampliando gli edifici per capitare un numero sempre crescente di convittori. Più ancora gli importava intanto lo spirito animatore della fondazione. Era sempre intento ad indagare le origini e vicende di tali istituzioni di Roma (Das böhmische Pilgerhaus in Rom, Praga 1873; Die Nationalstiftungen des deutschen Volkes in Rom, Francoforte 1880; Der Campo Santo der Deutschen zu Rom, Friburgo in Br. 1896), a seguire i pellegrini nel loro cammino (Die Wallfahrt zu den sieben Hauptbirchen Roms, Friburgo in Br. 1870; Der Apostelfürsten glorreiche Ruhestätte, Ratisbona 1873; Die Katakomben des hl. Callistus, Salisburgo 1886; Das heilige Jahr in Rom, Magonza 1900; Ein Besuch im Vatikan, Monaco 1913; Die Kirche St. Johannis ante Portam Latinam in Rom, Colonia 1914) e ad illustrare le vicende della Chiesa romana nell'ora attuale (Gedenkblätter an die Yubelfeier des hl. Vaters, Münster 1869; Erinnerungen an die Romfahrt zum Bischofsjubiläum Pius IX., Ratisbona 1877; Unseres hl. Vaters Papst
Leo XIII. Leben, Münster 1878; 25 Jahre in Rom von 1870 bis 1893, Hamm 1985; Papst Pius X. Lebensbild, Monaco 1903; Vom Grab Pius X. zum Thrane Benedikts XV., ivi 1914). Raccolse una biblioteca per i giovani e li indirizzò nelle biblioteche di Roma, specie in quella Vaticana, e in quegli archivi che con il 20 giugno 1879 erano diventati accessibili; richiamò l'attentione sui monumenti e scrisse anche sul famoso sarcofago di Giunio Bosso (Roma 1900); formò un piccolo museo e per raccogliere i frutti di tutte le fatiche fondò nel 1887 il periodico Röm. Quartalschrift e più tardi, con A. Baumstork, Oriens Christianus e intraprese scavi e proprie spese. Nel 1892 ottenne il permesso di esplorare a S. Sebastiano la cosiddetta Piatonia, dove ebbe la fortuna di trovare nel 1893 l'iscrizione in onore di s. Quirino (La Piatonia ossia il sepolcro della via Appia, Roma 1892; Die Apostelgruft ad Catacumbus an der via Appia, Friburgo 1894). Riusci poi, sempre a sue spese, ancora nel 1915 a ottenere dalla Commissione di Archeologia sacra, di cui era entrato a far parte, ad estendere le ricerche sotto la chiesa (Gli scavi sul pavimento della basilica di S. Sebastiano nella via Appia, in Röm. Quartalschr., 29 [1915]), rallegrandosi che ai cappellani del suo Campesanto p. Styger e O. Fasiolo era riuscito di scoprire la famosa Memoria Apostolorum. Come guida di romei, scrisse il Rampilger ( 1ª ed., Friburgo in Br. 1888, 12 a ed., ivi 1923) e la Rama sacra (Monaco di Baviera 1905). Con cristiana carità aiutò quanti venivano d'oltr'alpe. Raccolse gli artisti, s'occupò del Genelieurerein, fondò nel 1870 il Lesererein per promuovere le culture, diede alle giovani una casa nel Marienheim (1887), aiutò le povere donne con il Liebfrauenverein (1874), fu membro delle conferenze di S. Vincento, partecipò alla formazione dell'ospedale delle suore della S. Croce (1877) e nel suo giubileo sacerdotale (1912) pensò ai vecchi e agli invalidi, destinando tutti i regali alla creazione del St. Antoniesheim. Per le sue organizzazioni scrisse vari drammi, mentre a un pubblico più esteso erano destinati i suoi numerosi racconti come Valeria (Ratisbona 1885) e i notissimi Katakombenbilder (1891); si occupò sempre della cura delle anime e promosse con grande zelo il culto dei martiri, per cui offrì la sua casa per sede ai Cultures del Collegium cultorum martyrum che presiedette per lunghi anni. Aspetto eroico assunse il suo affetto per la S. Sede quando, nella notte del 13 luglio 1881, accompagnò con i suoi cappellani la salma di Pio IX a S. Lorenzo, aprendo così il corteo. Semplice e sincero, severo ma pieno di abnegazioni e disinteressato, di mente ricca e di gran cuore godette molta stima, si guadagnò l'amicizia di insigni personaggi oltre all'affetto devono degli alunni. Prova ne sono fra l'altro i due volumi a lui dedicati per il suo giubileo sacerdotale (Röm. Quartalschrift, Supplementheft, 19 e 20), le onorificenze da parte di imperatori e principi, la nomina a prelato domestico (1875) e protonotario apostolico (1900). Il Collegio Teutonico del Campo Santo che custodisce gelosamente la sua tomba rimarrà il suo monumento.
Bibl.: E. David, Vorgeschichte und Geschichte des Priester-hollegiums am Campo Santo, in Röm. Quartalschr., 35 (1927), pp. 27-48; A. de Waal, Prälat Dr. A. de W., Karlsruhe 1937: J. Sauer, s.v. in LThK, X. coll. 704-707; G. Ferretto, Note storico-bibl. di arch. crist., Città del Vaticano 1942, p. 358 sg.
Paolo Kunzler
DEWEY, John: v. strumentalismo.
DE WULF, Maurice. - Insigne storico della filosofia medievale, n. a Poperinge nel Belgio il 6 apr. 1867 e ivi m., il 23 dic. 1947.
Fin dal 1894 fu uno dei più attivi collaboratori del Mercier, sia alla redazione della Revue néoscolastique de philosophie, come nell'insegnamento all'Institut supérieur de philosophie di Lovanio. A lui si deve la grande collezione di testi medievali Les philosophes belges (1901 sgg.) e una vasta produzione scientifica volta specialmente a scoprire e illustrare i monumenti del pensiero medievale della sua patria. Il nome del D. W. resta legato alla sua Histoire de la philosophie médiévale ( 6ª ed., Lova-nio-Parigi 1934-36; 2ª trad. it. Milano-Firenze 1944
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1948), arricchitasi di un 3^{°} volume (1947) che abbraccia i secc. xiv-xv e giunge fino alle soglie dell'Umanesimo.
Birl.: S. Noël e P. Harmigue, Hommage à M. le prof. M. D. W., in Revue néosrol. de philos., 36 (1934), pp. 1-66 con bibl. Cornclio Fabru
DEXTERARUM IUNCTIO. - L'atto solenne della celebrazione del matrimonio culminava per i Romani nella stretta della mano destra dei coniugi, i quali esprimevano cosi simbolicamente la volontà d'essere marito e moglie e di voler condurre vita in comune. Questo gesto, denominato con l'espressione d. i. o coniunctio manumm, trovasi rappresentato nell'arte paleocristiana varie volte sui sarcofagi, più raramente sui fondi di vetri dorati e su altri piccoli oggetti : manca nelle pitture e nei musaici, qualora si prescinda dalla scena biblica di uno dei riquadri musivi della basilica romana di S. Maria Maggiore rappresentante le nozze di Mosè con Sefora.
Questa scena fu dagli artisti cristiani completamente ripresa dall'arte classica, tanto che nelle prime rappresentazioni cristiane, come, p. es., si vede su due sarcofagi d'età tardo-tetrarchica, uno della chiesa di S. Salvatore a Vescovio ed uno rinvenuto non lungi da porta Salaria (ora nel museo del Camposanto Teutonico), ornati sinbe due con la figura del Buon Pastore agli angoli, appare in mezzo ai due sposi l'immagine di Juno Pronaba, la dea cui era affidata la tutela delle nozze. La stessa figurazione trovasi in un piccolo frammento di sarcofago dell'inizio del sec. iv, murato nella facciata di villa Doria-Pamphilj a Roma, il quale è particolarmente prezioso perché il personaggio rappresentato a fianco di alcune scene tratte dal Nuovo Testamento si qualifica come un console per mezzo dello scettro nella sinistra, rappresentazione quindi, sotto questo aspetto, unica nella scultura funeraria paleocristiana.
Nell'atto della d. i. gli sposi appaiono sempre in tutta la persona e in piedi; l'unica eccezione è quella del sarcofago di Catervio e Severina della cattedrale di Tolentino, dove i coniugi, fra le cui teste la mano divina tende una corona, sono raffigurati a metà busto e dentro un elipso. Qui, come in molti altri casi, lo sposo stringe nella sinistra un volumen arrotolato. Trattandosi di scene nuziali è più che probabile che questo volumen stia a rappresentare le tabulae nupriales od il libellus su cui veniva steso il contratto matrimoniale e su cui si faceva menzione dell'entità della dote portata dalla sposa e che era generalmente destinata ad onera matrimonii sustinenda.
Secondo quanto ritiene il Wilpert, è forse rappresentato un notarius in una scena di d. i. scolpita nel fianco di un grande sarcofago della cattedrale di Mantova: vi si vede infatti un personaggio vestito di tunica e penula che tiene nelle mani un dittico ed uno stilo.
La scena della d. i. appare alla fine del sec. iv su due fondi di vetri dorati, uno già facente parte della collezione cristiana del museo Kircheriano ed un altro ora nel museo Sacro della biblioteca Vaticana; alla metà del sec. v si incontra sul rovescio d'una moneta d'oro emessa dalla zecca di Costantinopoli (ora nel museo di Glasgow), rappresentante le nozze dell'imperatore Marciano con Pulcheria.
BibL.: O. Pelka, Altshristliche Ebedenhmäler. Strasburgo 1901, passim; M. Borda, Lares. La vita familiare romana nei documenti archeologici e letterari, Città del Vaticano 1947. p. 67 sgg.; H. Leclercq, Mariage, in DACL. X. 2, col. 1892 sgg. e per la d. i. sul musaico di S. Maria Maggiore : Wilpert, Mosaiken, tav. 17:; sul sarcofago di Vescovio, del Camposanto Teutonico, del frammento di villa Doria Pamphili, di Tolentino, di Mantova, cf. id., Sarcofagi, tavs. 70, 2: 70, 3: 86, 1: 94, 1: 74, 5. Per i vetri dorati: R. Garrucci, Vetri ornati di figure in oro trovati nei cimiteri cristiani di Roma, Roma 1864, tav. 16.11 (museo Kircheriano); tav. 26. 12 (museo Sacro della biblioteca Vaticana). Per la moneta di Marciano cf. K. Kaufmann, Handbuch der christlichen Archandogie, 3^{e} ed., Paderborn 1922, fig. 326, n. 20.
Giuseppe Bovini
DEZ, JEAN. - Teologo e apologeta gesuita, n. a Ste-Manehould (Marne) il 3 apr. 1643, m. a Strasburgo il 12 sett. 1712. Fu uno dei precursori del movimento per l'unione delle chiese, specialmente dei protestanti luterani coi cattolici.
A questo scopo scrisse l'opuscolo Articuli irenici (Strasburgo 1682), che fu combattuto dai protestanti e posto nell'Indice (decr. 30 ag. 1685). L'opera La réunion des protestants de Strasbourg à l'Eglise Romaine également nécessaire pour leur salut et facile selon leur principe (Strasburgo 1687), incontrò invece l'approvazione romana, ebbe molte edizioni e fu tradotta in tedesco.
Il D. che nell'Ordine fu rettore e provinciale di Champagne (1691-94), del Belgio (1695-99) e nuovamente di Champagne (1708-11), ebbe un grande ascendente, e tenne anche numerose conferenze dai pulpiti per promuovere l'intesa tra i membri delle varie confessioni. Lasciò moltissime opere, di cui la più importante venne alla luce postuma: La foi des chrétiens et des catholiques justifiée contre les déistes, les juifs, les mahométans, les sociatens et les autres hérétiques, Strasburgo 1714.
BibL.: Sommervogel, III, coll. 30-44. Arnaldo Lanz
DEZA, Diego. - Teologo domenicano, n. a Toro in Spagna nel 1444 ca., m. a Siviglia il 9 giugno 1523. Insegnò (1480) nell'Università di Salamanca, fu per vari anni ( 1486-94 ) precettore del principe Giovanni, credo del re Ferdinando. Nel 1494 fu eletto vescovo di Zamora, poi trasferito a Salamanca, quindi a Jaén (1498), a Valencia (1500), a Siviglia (1504), e finalmente a Toledo (1523), quale primaziale della Spagna. Amico e confessore del re di Castiglia, fu presso quella corte il più potente sostenitore di Cristoforo Colombo.
Fra le sue opere si segnalano: Defensorium doctoris s. Thomae A. contra invecticas Matthiae Dorinh in replicationibus contra Paulum Burgensem super Bibliam (Siviglia 1491; Parigi 1514); Novarum defensionum doctoris angelici s. Thomae super quattuor libros sententiarum (Siviglia 1517).
Bibl.: Quétif-Echard, II, pp. 31-52; anon., Cristoforo Colombo e fra' D. di D., in Il rovario. Memorie domenicane, 4 (1887), pp. 433-39; P. Mandonnet, Les Dominicains et la découverte de l'Amérique, Parigi 1893, pp. 99-203; M. Canal, Fr. D. D. Algunos datos para su biografia, in Analecta S. O. P., 16 (1923), pp. 327-40; V. Beltrán de Heredia, Historia de la Reforma de la Preciacia de España (1430-1530), Roma 1939, passim. Alfonso II'Amato
DEZA, Pedro. - Cardinale, n. a Siviglia di nobile famiglia il 24 febbr. 1520, m. a Roma il 27 ag. 1600. Fu per 8 anni vicario generale dell'arcivescovo di Compostella, poi uditore del Senato di Valladolid; Pio IV lo creò arcidiocono di Calatrava. Essendo consigliere dell'Inquisizione e presidente della cancelleria di Granata (1567) dovette fronteggiare la ribellione dei Mori in seguito all'applicazione delle leggi che imponevano loro la conversione al cristianesimo e proibivano alcune usanze (1567-71).
Fu, per l'insistenza di Filippo II, creato cardinale il 21 febbr. 1578; da allora in poi visse sempre a Roma: partecipò all'elezione di 5 papi e fu membro della Congregazione dell'Inquisizione. Ricchissimo, ebbe al suo servizio lo storico G. Gonzales de Avila, e fece costruire dall'architetto Martino Longhi un palazzo alla Lungara, che poi vendette alla famiglia Borghese.
Bibl.: A. Ciaconius, Vitae Pontificum Romanorum et S. R. Ecclesiae cardinalium, IV, Roma 1677, coll. 59-65; anon., s. v. in Enc. Eur. Am., XVIII, 1, p. 769; Pastor, IX-XI, passim.
DE ZELADA, Francesco Saverio. - Cardinale, n. a Roma il 27 ag. 1717, m. ivi, il 19 dic. 1801.
Iniziato alla carriera ecclesiastica dal card. Argenvilliers, fu annoverato da Benedetto XIV tra i suoi familiari come cameriere segreto soprannumerario. Divenne successivamente prelato della Fabbrica di S. Pietro (1744) e dell'immunità ecclesiastica
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(1755), luogotenente civile del tribunale della Camera apostolica (1758), uditore di Rota (1760), arcivescovo di Petra e segretario della Congregazione del Concilio e della Residenza dei vescovi (1766), votante della Segnatura di grazia (1767).
Da Clemente XIV fu creato cardinale nel Concistoro del 19 apr. 1773 con il titolo dei SS. Silvestro e Martino ai Monti, che ritenne in commenda quando optò per quello di S. Prassede. Ehbe parte rilevante negli affari del pontificato di Clemente XIV e fu tra i porporati maggiormente avversi alla Compagnia di Gesù. Membra della Congregazione dei cardinali e prelati deputati a dar corso al breve di soppressione e ad accudire agli affari della Compagnia, ottenne la nomina a prefetto degli studi del collegio Romano e del Seminario romano, divenendo protettore della chiesa e della casa del Gesù. Nel 1780 fu nominato bibliotecario di S. Romana Chiesa e nel 1788 penitenziere maggiore. Nell'anno successivo Pio VI lo volle suo segretario di Stato in momenti di difficoltà particolarissime, soprattutto per i rapporti tra la S. Sede e la Francia. Basti pensare che nel periodo in cui il D. Z. diresse la segreteria di Stato accadde in Roma l'uccisione di Ugo Bassville e falli l'ambasceria a Parigi di Cristoforo Pieraccini.
Partecipò al Conclave di Venezia salutando il pontefice Pio VII, da lui consacrato vescovo nel 1785, e dal nuovo Papa fu nominato arciprete della basilica di S. Giovanni in Laterano.
Appassionato cultore di studi ed amico dei dotti, il D. Z. raccolse una sceltissima biblioteca, un museo di sacre e profane antichità, una raccolta di monete e di medaglie ed una di macchine di fisica tra le più belle e perfette dei suoi tempi. Presso il nicchione del Belvedere in Vaticano costrui per consiglio del minimo p. Jacquier una specola, fornendola dei migliori strumenti astronomici, tra i quali un telescopio equatoriale del Dolland. Donò numerosi pezzi anatomici in cera all'ospedale di S. Spirito ed all'Università di Roma.
A suo onore rimane la seguente pubblicazione: De nummis aliquot aeneis uncialibus epistola (Roma 1778), con catalogo delle monete raccolte dal cardinale, con l'indicazione dei pesi e dei valori di ciascuna, compilato dal numismatico Pietro Borghesi.
Bibl.: G. Moroni, Diz d'erudiz. storico-eccl., LXVIII, pp. 133-72; CIII, p. 460; Pastor, XVI, i-11, passim; F. M. Renazzi, Storia dell'Università degli studi di Roma, IV, Roma 1806, p. 334 seg.
Mario De Camillis
DHARMA. - Questa parola sanscrita, etimologicamente connessa con il latino firmu-s, è una delle più ricche di significati : statuto, consuetudine, diritto, dovere, virtù. Il d. indiano comprende le leggi umane e le divine, sancisce più doveri che diritti, e sebbene emani dalle scuole sacerdotali vediche, non attinge soltanto alla rivelazione (truti), ma anche alla tradizione (smrti). Le raccolte di regole sui doveri e diritti dei sacerdoti, dei re, dei padri di famiglia, degli asceti, servivano di norma ai brahmani (v. brâhmana) per le decisioni in materia di diritto sacro e profano finché fu ad essi affidata l'amministrazione della giustizia. Divennero codici di leggi con l'istituzione dei tribunali. Alle raccolte più antiche, in prosa aforistica, come quella della scuola di Āpastamba (āpastambīya-dharmasūtra, del sec. v o Iv a. C.) si suol dare il nome di sūtra, aforismi, mentre sogliono chiamarsi sāstra, trattati, le raccolte in versi.
Ma i due nomi sono spesso usati come sinonimi. Nel significato di «rettitudine», il d. fa parte della triade: virtù, utile e amore (d., arska, hāma), considerati i tre elementi della felicità umana e però lo scopo della vita. All'esposizione dei doveri religiosi e morali degli Arioindiani (d.-iāstra) fanno perciò riscontro trattati del modo di acquistare e conservar la ricchezza (artha-sāstra), e d'arte amatoria (hāma-sāstra). I più noti sono: l'Ar-
thaiāstra di Kauṭillya (kautillya-arthaiāstra, ca. 300 a. C.), ch'è in gran parte un trattato di politica ad uso del re, come Il Principe del Machiavelli, e il Kāmasūtra o Kāmaīāstra di Mallanāga Vātsyāyana (ca. sec. iv d. C.). Naturalmente i trattati politici ammettono soltanto la morale che va d'accordo con l'utile, ed è perciò ripudiata come falsa dai buddhisti. Nel buddhismo il d. (pāb: dhamma) fa parte di un'altra triade, alla quale si richiama il neofite nella sua professione di fede: il Buddha, la dottrina, la comunità monastica (buddha, dhamma, sanga). Qui d. significa "la dottrina buddhistica». D. è anche un dio, personificazione della Giustizia, che nel Nahābhārata compare tre volte: nel I i. (114, 1-3) per unirsi miracolosamente con Kuntī e generare Yudhisthira, il maggiore dei fratelli Paoquidi, di cui Paṇdu è il padre putativo; nel III (314, 18-19) per promettere ai Pandusli che il loro soggiorno nella capitale dei Matsya resterà ignorato, e nel XVII, 3, sotto forma di cane, per accompagnare Yudhisthira al cielo d'Indra, sulla soglia del quale egli riprende la forma divina e loda la costanza del figlio, pronto a rinunziare al cielo piuttosto che separarsi dal cane fedele, a cui Indra vieta l'accesso ai mondi celesti.
BibL.: J. Jolly, Becht und Sitte, Strasbourg 1896.
Ferdinando Belloni Filippi
DHARMA-ŚĀSTRA. - Sono «trattati di diritto sacro e profano, composti in versi, ordinariamente śloba. Derivano in massima parte da più antichi dharmasūtra, "regole di diritto" in prosa aforistica, con qualche strofa inserita nel testo. Tale è il caso del Mānava-d.-ś. o "codice di Manu", rifacimento di un Mānava-d.-i., di cui resta una lunga citazione nel codice di Vasiṣṭha.
Il codice di Manu, il primo uomo, considerato il fondatore degli ordinamenti sociali, è il d.-i. più noto anche per l'eccellente traduzione del Bühler nei Sacred Books of the East. Il più antico è il codice di Gautama, al quale si richiama quello di Vasiṣṭha, composto "alcuni secoli a. C. " (Bühler). Il codice di Manu è invece più tardo, e appartiene a un'età imprecisata, fra il sec. II a. C. e il II d. C. I dharmasūtra, detti anche, per catacresi, d .-i, essendo, per la loro antichità (secc. viItIII a. C.), in più stretto rapporto con le scuole vediche, contengono un maggior numero di prescrizioni religiose. Mentre nel Dharmasūtra della scuola di Āpastamba le norme di carattere giuridico occupano circa la diciassetrasima parte dell'opera, nel codice di Manu superano la quarta parte. I maestri tradizionali del d. sono diciotto; una silloge di 28 trattati fu pubblicata a Bombay nel 1883 con il titolo di D.-i.-sangraha.
Bibli.: M. Winternitz, Geschichte der ind. Literatur, III, Lipsia 1922, pp. 479-504. Ferdinando Belloni Filippi
## DIABOLICHE, MANIFESTAZIONI : v. DE-
MONIACHE, MANIFESTAZIONI.
DIAGONESSA. - Le d. erano vedove cristiane, alle quali nella Chiesa primitiva venivano affidati dei compiti liturgici e caritativi.
Già s. Paolo (Rom. 16, 1) nomina una d., Phoebe di Cenere, il cui ufficio viene ricordato probabilmente anche in I Tim. 3, 11. La I Tim. 5, 9-16 sembra enumerare nelle vedove da onorarsi le qualità necessarie per una d. (uniche nozze, 60 anni). S. Ignazio (Smyrn., 13) oltre le vedove conosce anche delle vergini ammesse all'ufficio di d.; più tardi furono ammesse anche donne sposate, che però vivevano in cominenza e godevano di alta stima (Epifanio, Expos. fidei, 21). Verso la fine del sec. III la Didascalia, III, riducono l'età prescritta di 60 a 50 anni; il Concilio di Calcedonia (451) e quello Trullano (692) ne richiedono soltanto 40. Le vedove di bigamia successiva rimasero sempre escluse dall'ufficio.
Per assicurare alle d. una maggior grazia e per dare al loro ufficio più importanza, veniva conferita alle medesime una speciale benedizione, chiamata anche ordinazione, che più tardi somigliava a quella dei diaconi: il vescovo imponeva le mani e con preghiera invocava
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(da M. Ait-1'ansh, in The quarteely of the Department of Antiquies in Palestine, 12 [1937], pp. 68-93)
Diaconziva - Due iscrizioni musive pavimentali relative ad una d. di nome Zoe; la seconda è datata marzo-ag. 264 e ricorda il concorso della facoltosa d. Zoe per la costruzione della chiesa del martire s. Basilio - Rihâb Hilâl al-'All.
lo Spirito Santo "ad digne perficiendum munus sibi commissum ". La benedizione, ricordata già nella Traditio Apostolica di s. Ippolito e nelle Constitutiones Apostolorum, 8, 19, era uno dei sacramentali, ma non un sacramento (Concilio di Nicea I, can. 19). Negli antichi rituali della Chiesa greca, la benedizione delle d., come quella dei diaconi, è chiamata cheirotonia. Come i diaconi esse ricevevano la stola e il calice, col quale potevano comunicarsi all'altare e riporlo sul medesimo (J. Morinus, De sucris Eccl. Ordinationibus, Parigi 1655, pp. 182-92, specialmente pp. 69, 80, 99).
La legislazione degli imperatori cristiani annoverava le d. fra il clero, ma ciononostante la Chiesa orientale ha sempre ritenuto che la benedizione della d. non conferisse una potestà spirituale (così, ad es., la Costituzione della Chiesa egiziana, capp. 37 e 47; la Didascalia siva, capp. 14 e 15; il Concilio di Laodicea, cap. 11; Epifanio, Adv. hier., 79, 3; Const. Apast., III, 9, 3; Ambrosio. ster, In I Tim., 3, 11: PL 17, 470).
Gli uffici e servizi delle d. erano in parte estraliturgici. Esse presiavano aiuto nella catechesi prebattesionale delle donne e nel loro Battesimo, vigilavano all'ingresso delle chiese dalla parte delle donne, trasmettevano gli ordini del vescovo ai membri femminili della comunità, curavano specialmente le povere, le ammalate, le carcerate, compivano gli obblighi della visita nelle case. I doveri differivano nelle singole Chiese. Presso i Siri e i nestoriani ebbero anche il privilegio di distribuire l'Eucaristia a donne e fanciulli. I loro rapporti con le vedove cristiane non sono ancora bene chiariti. In origine, sembra che fossero una istituzione ascetico-caritativa della Chiesa, però già nel sec. III, prima in Siria, poi nella Chiesa orientale, diventarono due diversi istituti. Quando nell'Occidente il periodo missionario e il Battesimo degli adulti cessarono, anche l'istituto delle d. scomparve.
Per le d. protestanti, v. diacono e diaconessa (protestanti).
BibL.: G. Pien, Tractatus.... de ecclesiae diaconissis, in Acta SS. Septembris, I, Parigi 1868, pp. I-xxxviII; N. Bonwetsch, Das Amt der Diakonissen in der alten Kirche, Lipsia 1891; D. Pariser, Les diaconeses, in Revue des sciences ecclésiastiques, 9 (1899), pp. 289-304, 481-96; 10 (1900), pp. 193-209; S. Many, Proslestiones de sacra Ordinatioue, Parigi 1902, pp. 176-83; Th. Schäfer, Der Dienst der Frau in der christl. Kirche, 2^{2} ed., Stoccarda 1914; A. Kalsbach, Die althirebliche Einrichtung der Diakonissen, Friburgo 1926; J. Viteau, Les diaconeses, in Rev. hist. eccl., 26 (1926), pp. 513-37; J. Forget, s. v. in DThC, IV, coll. 682-703; F. Claeys-Boüdaert, s. v. in DDC, coll. 1193-98; J. Mayer, Memonenta de viduis diaconissis virginibusque tractantio, Bonn 1938 .
Filippo Oppenheim
DIACONIA. - Istituzione di assistenza caritativa, notissima in Oriente e in Occidente dal sec. IV al sec. IX; in Roma le chiese annesse alle d. divennero poi, nel basso medioevo, parrocchie e d. cardinalizie.
Sommario: I. Senso etimologico e storico della parola. II. Origine e sviluppo della d. quale opera di assistenza: Egitto, Palestina, Costantinopoli, Italia. - III. Trasformazione delle d. in Roma.
I. Senso etimologico e storico della parola. Dal classico δ ι \dot{ε} κ ε ν ς, δ ι χ κ ε ν ε \tilde{v}, servitore, servire, nel greco neotestamentario e cristiano venne poi a significare: a) elemosina, opera di carità (Art. 6, 1; 11, 29; II Cor. 8, 4; 9, 1. 12. 13; Acta Pauli et Theclae, 41 ; Didascalia Apost., III, viII, 2; x [xiII], 6; IV, viI, 1; Cassiano, Collatio XVIII, viI, 8; onde δ ι χ κ ε ν ε \tilde{v} v mettersi al servizio dei bisognosi: Rom. 15, 25; I Cor. 16, 15); b) il complesso delle opere di assistenza (Erma, Pastor, similit. I, 9; IX, 26, 2; 27, 2); c) l'ordine del diaconato (Didascalia, III, xili [xix], 2; Constitutiones Ap., VIII, x, 9; xili, 4; xvili, 2-3); d) l'ufficio della diaconessa (ibid., xix, 2; Giustiniano, Novellae, VI, 6); e) un qualunque ufficio monastico cui era chiamato annualmente un monaco dall'igumeno o abate o dagli anziani (Cirillo di Scitopoli, Vita s. Johannis, 6, 7, in Acta SS. Maii, III, Venezia 1738, p. 780), di qui la parola δ ι χ κ ε ν η τ i ́ s, che significa servitore di un monastero (Apophthegmata Patrum: PG 65, 100, 104, 393; Giovanni Mosco, Pratum, 138: PG 87, 3, 3001), o semplicemente monaco messo a capo d'un ufficio (Giovanni Mosco, Pratum, 16, 39, 92 : PG 87, 3, 2864, 2889, 2949); f ) in fine dal iv sec. in poi una speciale istituzione di assistenza caritativa.
Mentre le versioni pregeronimiane e la Volgata traducono δ ι χ κ ε ν ε α con la parola "ministerium", senza distinguerne le varie occasioni, gli autori occidentali dal sec. iv in poi si sono limitati per lo più alla sua traslitterazione: "d. " con il suo derivato "diaconitae ". Nel tardo medioevo a Roma, come a Napoli, invece di d. si usava con lo stesso significato "diaconatus" (cf. Ordo di Cencio Camerario, § 11 [fine sec. xit], ed. L. Duchesne, in Le Liber Censuum de l'Eglise romaine, I, Parigi 1889-1910, p. 293; iscrizione napoletana del 1084, citata da D. Mallardo, in Riv. di scienze e lettere, nuova serie, 8 [1937], p. 164).
II. Origine e sviluppo della d. quale opera di assistenza : Egitto, Palestina, Costantinopoli, IYalia. - Sin dalle origini della Chiesa, l'assistenza ai poveri è stata uno dei precipui compiti delle comunità cristiane cui attendevano i diaconi quale loro ufficio proprio. Questa diuturna assistenza, chiamata spesso con la parola generica d., rivestiva le forme più varie ed aveva un carattere ben diverso da quello delle pubbliche distribuzioni dello Stato (frumentatio, panis gradilis ecc.: cf. G. Cardinali, Frumentatio, in Diz. ep. di antichità Romana di E. Ruggiero, III, pp. 225-315). Con la seconda metà del sec. Iv il termine generico di d. assume un significato ben determinato ed è adoperato per indicare una particolare istituzione che aveva per scopo di distribuire soccorsi in natura agli indigenti.
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1. Egitto. - Cassiano per primo ne precisa il significato, dando tale nome alla elemosineria del monastero egiziano di Diolco, rifornita da pii fedeli e presieduta da un monaco virtuoso eletto dagli anziani (Collat., XXI, 1, 2-3; II, I; VIII, I; IX, 7). Questo monaco, detto negli Apophthegmata Patrum: δ τ \tilde{η} ς вıaxovias, l'incaricato della d. (PG 65, 184, 237), sarà chiamato nei papiri вıaxovn τ \dot{η} ς.
Sul fondamento delle testimonianze sinora conosciute, si riteneva che la d. fosse rimasta un'istituzione prettamente monastica nei suoi primi secoli di vita. Inaspettatamente un papiro egiziano del sec. v ca., contenente un interessante resoconto di incassi per una d., ha rivelato l'esistenza d'una d. diocesana nel nomo Apollonopolites Heptahomias (cf. A. P. Frutaz, Una d. diocesana in Egitto, in Miscellanea liturgica in honorem L. C. Mohlberg, II, Roma 1950, pp. 71-74).
Il documento ora ricordato e i papiri monastici egiziani del sec. vi, messi nella loro piena luce da H.-I. Marrou, presentano le d. in uno stato di perfetta organizzazione; esse non sono più le modeste elemosinerie d'un monastero, come nel sec. iv, ma sono autonome, capaci di provvedere a larghe distribuzioni caritative. Infatti le d. possiedono beni immobili; ricevono donazioni «inter vivos»; fanno

(8a J. W. Crawford, Churches at Jerash, Londra 1521, p. 11) Diaconis - Piante degli edilizi della d. di Gérasa inaugurata nel maggio 562 : atrio con ambienti per uso uffici e depositi, e chiesa, installati nei grandi propilei che si trovavano tra il Cardo maggiore e il ponticello sul torrente che attraversava la città, costruiti nel 150 d. C. Disegno di C. S. Fisher - Palestina.

(da un acquerello di D. M. Crawford, in J. W. Crawford, Churches at Jerash, Londra 1521, taz IV, b) Diaconis - Iscrizione dedicatoria, trovata nel pavimento musivo dell'atrio della d. di Gérasa. Nel centro versetio 3 del Pr. 64, secondo i Sertanta; nel cerchio : versetti 1-3 del Pr. 83, secondo i Sertanta, seguiti dalla datazione: maggio 563.
scambi commerciali di olio e vino; prendono terreni in affitto, hanno celle proprie per dare ospitalità, anche agli uomini, quando il monastero è di strettissima clausura; ricevono perfino determinati contributi in grano dovuti all'annona statale, riscuotono contributi fissi in denaro o in natura. Le varie d. non si devono considerare come sedi periferiche di un ente con amministrazione centralizzata, ma ogni d. vive e si amministra indipendentemente.
La direzione della d. è affidata a un monaco, quando trattasi di d. monastica, il вıaxovn τ \tilde{η} ς, assistito da altri monaci вıaxovn τ α i e talvolta anche da pii laici, come quel Flavio Dioscoro curator "della persona giuridica della santa d." del monastero, fondato da Apa Apollo, in Afrodite.
Le d. egiziane segnalate a tutt'oggi sono le seguenti : la d. diocesana del nomo Apollonopolites Heptahomias (sec. v ca.); le d. monastiche : di Diolco (metà sec. Iv); di Pharaus nella Tebaide (522); della Metanoia presso Canopo (527-30, 585 ; percepisce l'annona [é μ β λ λ λ ] di Afrodite); di Painabia, degli Ossiti, di Apa Apollo, di S. Michele Arcangelo (segnalata dal Bertolini) e di un altro monastero, tutti di Afrodite, città monastica per eccellenza (527-30, 552, 573-74, 585), la d. presbiterale di Tebe (sec. viII f), di cui si ha notizia per mezzo di iscrizioni incise su pezzi di argenteria liturgica: ε ε ε вıaxovias П ρ α ι π о σ i тou π ρ ε σ β u τ ε ́ ρ o u.
2. Palestina. - Fuori dell'Egitto, a Gérasa gli scavi della missione anglo-americana degli aa. 1928-30 (cf. J. W. Crowfoot, Churches at ferash. A preliminary report of the joint Yale-British School expeditions to ferash 1928-30, Londra 1931, pp. 13-16) hanno messo in luce una d. che occupava un antico edificio pubblico eretto nel 150 d . C. La sua attrezzatura edilizia comprendeva: una Chiesa per l'assistenza religiosa degli indigenti, un atrio per radunarli, ambienti vari per gli uffici degli addetti alla d. e i magazzini. Un'iscrizione nel pavimento musivo dell'atrio, ne rivela la data: «Per la grazia di Dio la d. fu costituita nel mese di Artemiso, indizione 13, l'a. 627 " dell'èra palestinese, cioè nel maggio del 565 .
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(da W'ipert, Mosolern, IV, tav. 152, 2)
Diaconis - Tvodoto, primicerius defensorum e dispensator della d. di S. Maria Antiqua al tempo di papa Zaccaria (741-42) nell'atto di offrire la cappella dedicata ai s8. Quirico e Giulitta da lui fatta decorare. Affresco nella cappella omonima. Roma, S. Maria Antiqua.
3. Constantinopoli. - Da uno dei maggiori esponenti dal partito monofisita di Costantinopoli, Giovanni d'Efeso, che scriveva la terza parte della sua Historia ecclesiastica nel 581 , si ha notizia dell'esistenza di più d. "virorum et mulierum" nella capitale e in altre città dell'Impero bizantino, molte delle quali erette dal patriarca monofisita di Antiochia, Paolo, in favore dei seguaci poveri del suo partito. Delle d. monofisite di Costantinopoli, una era stata fondata dal predetto Paolo e un'altra dal chierico Cometa, addetto alla chiesa di S. Maria delle Blacherne. La prima era diretta da un tale Tallo, personaggio ragguardevole della capitale, cui prestavano aiuto chierici e monaci. Al momento della drastica applicazione dell'editto di Giustino II (571) contro i monofisiti, Tallo si vide costretto ad allontanare dalla d. i chierici e i monaci e ad affidarne la cura a soli laici. Morto Tallo nel 577, la direzione della d. fu data all'argentario Romano. L'altra d. era stata eretta dal Cometa in una casa avuta in eredità a tale scopo; anche in questa d. si era formata una specie di comunità che fu dispersa nel 571 con l'esilio del fondatore monofisita. Però gli amici superstiti la continuarono in un'altra sede (cf. Giovanni d'Efeso, Historia eccl., III, II, 15-16, versione di E. W. Brooks, in Corpus Script. Christ. Orientalium. Scriptores Syri, 3^{\text {a }} serie, III, Lovanio 1936, pp. 55-56; v. pure Michele Siro, Chronique, X, 7, trad. franc. di J.-B. Chabot, III, Parigi 1906, pp. 305 306). Si tratta, come è evidente, di d. d'origine privata, specie di ospizi, in cui " omne ministerium pauperum perficiebatur" con particolare riguardo per i poveri ammalati abbandonati nelle vie che venivano tra l'altro "lavati".
4. Italia (Pesaro, Napoli, Roma). - In Occidente, la più antica d. è quella di Pesaro che si presenta come un ente morale sul tipo delle d. egiziane, capace di operazioni commerciali. La sua esistenza
è attestata da una lettera di s. Gregorio Magno del febbr. 595 (cf. Registrum, V, 25, ed. L. M. Hartmann, in MGH, Epistulae, I, II, Berlino 1891, p. 306). Il testamento di s. Remigio di Reims (m. ca. il 533) contiene un cenno a d., però il passo relativo ad esse è un'interpolazione del sec. xi (cf. Vita Remigii ep. Rem. auctore Hincmaro, ed. di B. Krusch in MGH, Scriptores rerum Meroving., III, Hannover 1896, pp. 336, 341, 343). In due altre lettere s. Gregorio Magno adopera la parola d. (cf. Registrum, X, 8; XI, 17, ed. cit., II, Berlino 1893-99, pp. 242, 278), ma in ambedue i casi la parola d. è piuttosto sinonimo di distribuzione caritativa anziché di d. vera e propria. Nella prima, del marzo 600, il Papa rimprovera a Giovanni, prefetto del pretorio d'Italia, di aver stornato pubblici redditi in grano o in denaro che si dovevano distribuire ai poveri "annonas et consuetudines diaconiae quae Neapolim exhibetur"; nella seconda, del dic. 600, prepone un catal Giovanni "religiosus ", senza precisazione di luogo (quindi non a Ravenna, come si suol ripetere, dove sinora nessun documento ha confermato l'esistenza di d.) " mensis pauperum et exhibendae diaconiae ". Per provare l'esistenza di vere e proprie d. in Roma a nulla vale

(da A. Silenqni, Monumenta ealgraphica Christ., I. Ditta del Vaticano 1913, tav. II, 1-2) Diaconis - Donazione fatta alla d. di S. Maria in Cosmedin - pro sustentatione Christi pauperum, dal duca Eustazio, sotto il pontificato di Stefano II ( 52-27 ). Marmo originale. Roma, Basilica di S. Maria in Cosmedin.
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addurre la testimonianza di Giovanni Diacono che scriveva tra l'873 e l'875, poiché nella sua Vita di s. Gregorio (II, 24, 51 : PL 75, 97, 109) sembra dipendere semplicemente dalla terza lettera sopra ricordata, di cui dà il testo, piuttosto che dal grande registro cartaceo, dove il Pontefice teneva nota delle sue elargizioni, ancora esistente alla sua epoca. A Roma e a Napoli nessuna testimonianza parla con certezza di d. come opera caritativa a sé stante, prima della seconda metà del sec. vir. Ed è evidente che la loro istituzione sia dovuta a influssi orientali.
A Napoli, la prima vera d. è quella di S. Gennaro, annessa alla basilica omonima "intus civitatem ", fondata dal vescovo Agnello (ca. 675-96), il quale assegnò alla d. una congrua dotazione annuale di frumento e di vino sui redditi della mensa episcopale; a Natale e a Pasqua la d. riceveva inoltre mille silique di sapone "pro labandis curis ", cioè per il bagno ai poveri. La d. disponeva anche d'un certo numero di celle per ospitarvi i " fratres Christi "cioè i poveri (cf. Gesta Episcoporum Neapolit., 31, ed. G. Waitz, in MGH, Scriptores rerum Langobardicarum, Hannover 1878, p. 418). Della prima metà del sec. viri si hanno notizie della d. di S. Andrea ad Didum (testo dell'epitaffio di un Teodimo, suddiacono regionale e rettore della S. Sede, dispensator [amministratore] della d.) e della d. dei SS. Giovanni e Paolo (marmo originale dell'epitaffio del console e duca Teodoro, fondatore della chiesa e restauratore della d. annessavi).
Si deve probabilmente scorgere una d. nel monastero dei SS. Cirico e Giulitta, fondato dal duca Antimo (801-18) : "in quo duodecim statuit cellulas, quas hospitibus peregrinisque censuit habitari, qui ex ipsius ecclesiae alerentur rebus" (Gesta Ep. Neap., 50, ed. cit., p. 428; D. Mallardo, in Riv. di storia della Chiesa in Italia, a [1948], p. 335). Di altre tre d. si hanno solo notizie molto tarde e sono quelle di S. Giorgio ad Forum (segnalata il 30 marzo 936), di S. Pietro ( 25 giugno 941), di S. Maria in Cosmedin (19 maggio 1018). Della d. di S. Maria Rotonda, non si hanno notizie esplicite (cf. B. Capasso, Pianta della città di Napoli nel sec. XI, in Archivio storico per le province napoletane, 17 [1892], pp. 475-84). Da notare che tutte le chiese con d. stavano nel centro della città fra l'episcopio e la residenza del duca, cioè nella parte più densa di popolazione. Le d. napoletane provvedevano indipendentemente le une dalle altre alle distribuzioni caritative ordinarie e, sull'esempio delle costantinopolitane, all'igiene dei poveri e al loro ricovero. Erano enti morali, come in Egitto, capaci di possedere e di ricevere donazioni sia dal clero come dal laicato. Esse sorgevano accanto a chiese, per facilitare l'assistenza religiosa, e riscuotevano la fiducia dei pii benefattori. Alcune di esse si trasformarono poi nel tardo medioevo in ospedali, come quelle di S. Gennaro, S. Andrea e S. Giorgio.
A Roma, si sa che la Chiesa possedeva già nel sec. vi i suoi horrea e provvedeva attivamente per parte sua, nei tempi di emergenza, alla cura annonae della città. Accanto all' assistenza caritativa ufficiale, presieduta dai diaconi regionari, dovevano fiorire numerose opere caritative private. Però l'opera assistenziale, chiamata d., compare soltanto, per la prima volta, nella biografia di Benedetto II (684-85), il quale lascia un donativo "monasteriis diaconiae", espressione che comprende le d. in sé e le comunità che vi prestavano la loro opera di assistenza ai poveri. Le d. divennero di moda a Roma dallo scorcio del sec. vii al sec.ix

(do A. Silvngol, Manumonia spopropòles Chcia, I. Cilto dci Valsvane III, loc. XIV, in Diaconis " Iscrizione che ricorda la dedicazione della chiesa di S. Paolo, oggi S. Angelo in Pescheria, fondata dall'ex ducs Teodoro primierius Sanctae Sedis Apostaliam c Pater delle d. omonima ( 1 giugno 755). Marmo originale - Roma, chiesa di S. Angelo in Pescheria.
inoltrato. Come a Napoli, esse sorsero numerose nella parte centrale della città dove a quell'epoca si era addensata la popolazione; generalmente esse furono installate accanto a chiese o oratòri costruiti a ridosso oppure addirittura in antichi edifici pubblici in disuso, onde poter disporre con poca spesa di ambienti già bell'e pronti per magazzini e uffici. Le chiese o gli oratòri erano necessari per assicurare una certa regolarità all'assistenza religiosa dei beneficati. Dal complesso della documentazione risulta: a) che le d. romane non hanno nulla a che vedere con l'opera di assistenza svolta in Roma dai sette diaconi regionari, creati da papa Fabiano; b) che la loro origine non ha alcun rapporto con la divisione militare bizantina della città in 12 "scholae militiae"; c) che, autonome nella loro amministrazione, rimasero attive fino a quando non furono sostituite, dopo il sec. ix, da altre forme di assistenza caritativa più adatte ai tempi e ai gusti dei fedeli; d) che gli annessi edifici di culto continuarono a conservarne la memoria attraverso la denominazione di chiese diaconali cardinalizie.
Oltre l'assistenza religiosa e caritativa in favore del ceto bisognoso dell'Urbe (cosa ben distinta dalla
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cura annonae), le d. romane erano anche incaricate di amministrare ospedali (cf. Lib. Pont., I, p. 441) e provvedevano all'igiene corporale dei poveri mediante un bagno settimanale (il giovedi), chiamato nelle fonti, con parola greca, lusma (inloque) : i poveri vi si recavano processionalmente, salmeggiando (cf. Liber Diurnus, formola 95, ed. Th. E. von Sickel, Vienna 1889, p. 124, che si deve interpretare con la notizia parallela del Lib. Pont., I, pp. 506, 510).
Il personale direttivo delle singole d. romane comprendeva: il Pater diaconiae (cf. Ordo Romanus, I, n. 26, ed. M. Andricu, Lovanio 1948, p. 75 , e infra l'iscrizione di Teodoto) con funzioni analoghe a quelle proprie di un pater familias; il dispensator, ossia l'amministratore; i diaconitae (cf. Liber Diurnus, formula 95), cioe i monaci che stavano in diretto contatto con i poveri per le distribuzioni e l'assistenza religiosa; il sacerdote per la celebrazione dei divini uffici. I diaconiti e il cappellano percepivano una retribuzione sui proventi della d., come si ricava dalla donazione del duca Eustazio (cf. infra, n. 9). La frammentarietà della documentazione non permette di scendere in altre particolarità circa il personale direttivo delle singole d.; anzi neppure è dato di poter segnalare da quali monasteri provenivano i diaconiti.
Anche a Roma, come già in Egitto (si ricordi Flavio Dioscoro curator della d. di Apa Apollo) e a Costantinopoli, i laici potevano essere posti a capo delle d. come Teodoto «ex duca Pater uius benerabilis diaconiae» (cf. infra, n. 6), il «primicerio defensorum " Teodoto "dispensatore Scè Dei Genitricis semperque virgo Maria qui appellatur Antiqua" (cf. infra, n. 5), il duca Eustazio «sanctae tuae diaconiae dispensatorem" (cf. infra, n. 9: le tre iscrizioni citate si trovano in A. Silvagni, Monumenta epigraphica Christiana. Roma, I, Città del Vaticano 1943, tavv. XIV, 3; XXXIV, 5; XXXVII, 4-5).
Le d. romane hanno costantemente conservato (dal loro inizio, fine sec. viI, alla loro lenta autotrasformazione, dopo il sec. IX), lo specifico carattere di pubbliche istituzioni di assistenza caritativa religiososociale, quindi enti morali con tutte le prerogative giuridiche annesse, al cui funzionamento concorsero con elargizioni e previdenze vari papi, il clero e il laicato. Le numerose notizie del Lib. Pont. (fine viI-IX sec.), le varie formole del Liber Diurnus (formole 88,95,98 [questa formola è per garantire una d. fondata da un vescovo fuori Roma], ed. cit., pp. 115-17; 123-25, 129-31) e alcuni altri documenti del sec. viII sono una prova dell'interesse suscitato dalle d. destinate a somministrare "fratribus nostris Christi pauperibus.... alimonia ", come si legge nel «Privilegium de diaconiis» del Liber Diurnus (formola 95), da cui si ricava che il Papa soleva concedere il godimento di beni fondiari della Chiesa di Roma a
determinate d. mediante un annuo censo da versare dal dispensator della d. agli actionarii della medesima Chiesa per riconoscerle il titolo di proprietaria.
L'influsso orientale nell'istituzione delle d. romane si riflette anche nel fatto che esse furono spesse volte istituite presso santuari dedicati a santi orientali, come si vedrà dall'elenco che segue. Quest'elenco disposto per pontificati, sino alla morte di Leone III (816), è stato compilato con notizie ricavate da alcuni documenti dell'epoca e dal Lib. Pont. L'asterisco premesso ad alcuni nomi indica che la d. è tuttora cardinalizia.
Benedetto II ( 684-85 ) lascia un donativo «monasteriis diaconiae», espressione che ricorre poi nelle biografie di Giovanni V(685-86), di Conone (686-87) e Gregorio II (715731): Lib. Pont., I, pp. 364,367,369,410.
Gregorio II (715-31):
1. * S. Eustachio: il Papa dona alla d. fondi dei patrimoni Labicano e Tiburti. no : cf. P. Kehr, Italia Pontificia, I, Berlino 1906, p. 97. Chiesa fondata poco prima sulle rovine delle Terme Ne-roniane-Alessandrine. Regione Augustea IX.
Gregorio III (731-41):
2. SS. Sergio e Bacco presso S. Pietro: il Papa ingrandisce gli edifici della d. e il suo piccolo oratorio: Lib. Pont., I, p. 420. Dopo non se ne trova più traccia.
3. * S. Maria Acyro (o in Ciro, in Aquiro): il Papa trasforma in basilica il piccolo oratorio della d. e l'adorna di pitture: Lib. Pont., I, p. 419. La Basilica è fondata, come sembra, sul recinto del tempio di Matidia. Regione Augustea IX.
Zaccaria (741-52):
4. * S. Giorgio in Velabro (ad Velum aureum): il Papa dona a questa d. il capo di s. Giorgio: Lib. Pont., I, p. 434. La basilica del sec. viI sostituisce, come sembra, un antico oratorio della fine del sec. v o del principio del sec. vi. Regione Augustea XI. Regione ecclesiastica "sesunda ad Velum aureum".
5. S. Maria Antiqua: Teodoto "primicerio defensorum" e "dispensatore" della d. vi fa decorare la cappella dei SS. Quirios e Giulitta; papa Zaccaria vi figura con il nimbo quadrato, segno ch'era vivente. La chiesa costruita tra il sec. v e il vi occupa l'«atrium Minervae» dove si conservavano i diplomi di congedo dei legionari; fu più volte restaurata e decorata. Regione Augustea X. Leone IV (847-55), visto che era pericolante, trasferi la d. nella chiesa di S. Maria Nova (oggi S. Francesca Romana) ch'egli costrui presso la via Sacra. Alessandro VII, nel Conci. storo del 14 genn. 1664, trasferi questa d. cardinalizia a * S. Maria della Scala (cf. G. Novaes, Elementi della storia de' SS. Pontefici..., X, Roma 1822, p. 141).
Stefano II [III] (752-57):
6. S. Paolo Apostolo (S. Archangeli [806], poi S. Angeli piscium venulium, de piscicendulis, in Foro piscium: S. Angelo in Pescheria): chiesa e d. erette nel Portico di Ottavia ( 1 giugno 755), come ci attesta un'iscrizione, dal primicerio Teodoto "Pater uius benerabilis diaconiae