volume-04

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L'Ordine e le ordinationi, Brescia 1939, cap. 2; B. Kurtscheid, Historia iuris canonici, I, Roma 1941, pp. 53-56, 159-64, 257-61; Ph. Oppenheim, Pro Christo legatione funginur. Elnodentiones liturgicas ad Ordines minores et maiores, ivi 1949, pp. 172-89; H. I. R. Mulders, Der Archidiabanat im Bistum Utrecht bis zum Ausgang des 14. Jahrhunderts, ivi 1949; F. Ciseye Boûdaret, Diacre, in DDC, IV, coll. 1198-1206.

Pietro Palazzini

DIACONO e DIACONESSA (PROTESTANTI). Il sec. xix, che segnò presso i protestanti un fervore di ripresa nell'opera delle loro missioni interne, conta anche l'istituzione di diaconi e diaconesse.

I diaconi hanno come fondatore il pastore Giovanni Enrico Wickern, il quale nel 1833 raccolse a Horn, presso Amburgo, molti fanciulli abbandonati e costrui per essi la casa a guisa di colonia con fabbricati a parte per la

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preghiera, la scuola, il lavoro e l'abitazione ordinaria. I cooperatori, gli assistenti e gli educatori, che si prodigavano per i fanciulli e facevano loro da padre, si chiamarono "diaconi», ricollegandosi intensionalmente agli antichi diaconi della Chiesa primitiva. L'opera prosperò; e gli istituti si moltiplicarono estendendo il lavoro di assistenza a scuole, ospedali, case di ciechi, di sordomuti, di vecchi e inabili al lavoro.

Quasi nello stesso tempo, sorsero le diaconesse a Kaiserverth, presso Düsseldorf, nel 1836 , per opera del pastore Teodoro Fliedner. Si occupano dei malati e dei poveri, visitano i vari distretti, ma sono più subordinate che non i diaconi alle necessità delle parrocchie in cui si trova la loro casa.

Le diaconesse sono assai numerose e molti sono i loro istituti, specialmente in Germania, Inghilterra e America; sono mantenute dalla diaconia, e, pur conservando l'amministrazione del loro patrimonio privato, ricevono un piccolo sussidio giornaliero. Devono mantenere lo stato di celibato; nella Chiesa anglicana e nella episcopaliana e metodista di America sono ammesse al loro grado solennemente con la benedizione e l'imposizione delle mani del vescovo. La loro formazione, in vista della missione che devono svolgere, è accurata.

Bib.: I. Schäfer, Diakonen und Diakonissenhü̈ser, in Realenest. für prolettaut. Theologie u. Kirche. IV, pp. 604-16 (con ampia bild. e statistiche); K. Alpermissen, Diakonie, in LTNL, coll. 274-76.

Celestino Testore
DIACRINÓMENI. - Dal greco δ เaxpivóuevos, il termine significa "titubanti " e venne adoperato da Leonzio Bizantino per designare i monofisiti ed eutichiani che respingevano le decisioni del Concilio di Calcedonia. Son chiamati d. perché dubitavano in un primo tempo sull'autenticità della lettera di s. Leone a Flaviano.

Bibs.: Leonzio. De sectis: PG 86, 1193-1268.
Ignazio Ortis de Urbina
DIADOCO di Foticea, santo. - La vita di s. D., vescovo di Foticea, nell'antico Epiro, ci è pervenuta solo attraverso tre testi: una menzione di Fozio, che nomina D. tra gli avversari dei monofisiti al Concilio di Calcedonia (451); la lettera indirizzata all'imperatore Leone I in occasione della morte di Poterio d'Alexandria (458), lettera di cui D. è uno dei firmatari, forse perfino l'autore; infine, il prologo della Historia persecutionis Africanae Provinciae scritta da Vittore di Vita nel 486 , ove D. è lodato per la sua difesa del dogma cattolico.

Quest'ultimo testo ha fatto supporre recentemente che egli fosse stato strappato dai Vandali alla sua città episcopale (identificata, in base a due iscrizioni, con Lonboni, a nord-ovest di Paranythia, oggi Adonat, in Tespratia) e condotto a Cartagine; sarebbe morto in Africa? In ogni caso, la sua opera rispecchia la vita dei monasteri d'Oriente; nel sec. V c'erano ancora in Grecia dei cenobiti, degli eremiti e dei solitari; ma soprattutto in Egitto egli poté conoscere il monachesimo : il suo maestro, Evagro il Pontico, era vissuto nel deserto di Sextca.

Di D. restano le seguenti opere: Capita centum de perfectione spirituali o Capita gnostica centum, una specie di guida spirituale, di sentiero della perfezione. Temi principali: Dio e la Grazia; il discernimento degli spiriti, la vita spirituale; Visio, collezione di aporie su di una conversazione di s. Giovanni Battista: elogio del deserto, e discussione sulla natura delle apparizioni divine; Sermo de ascensione D. N. Iesu Christi in cui alla fine ric getta il monofisismo.

La polemica, così rappresentata alla fine del Sermone, è ancor più evidente nei Capita centum in cui D. attacca costantemente il messalianismo delle omelie pseudomacariane. Questa eresia, grossolano materialismo di origine storica, considerava la preghiera continua come l'unico modo di esorcizzare la presenza di Satana, coabitante insieme alla Grazia nell'anima del cristiano. D. non nega l'efficacia della preghiera; al contrario, egli raccomanda la reiterata invocazione del nome di Gesù (pre-
ghiera monologista); ma proibisce la reiterazione del Battesimo, che colma di grazia l'anima e ne scaccia il demonio. Una tale polemica, tuttavia, non spiegava da sola il successo dei Capita centum; l'influenza da essi esercitata sui monasteri della Grecia e d'Oriente deriva dall'equilibrio della loro dottrina spirituale; essi, inoltre, con le parti consocrate al discernimento degli spiriti, hanno preparato l'insegnamento di s. Ignazio da Loyola e di s. Teresa del Bambin Gesù.

Biss.: Edizioni: dei Capita centum: J. E. Weis-Liebersdorf, Lipsia, 1912, con la trad. lat. di F. Torès; della Visio: V. N. Benechevitch (Mémoires de l'Académie impériale des sciences de St-Pétersbourg, 8^{°} serie, Classe storico-fisiologica, 8, 27), 1908; del Sermo: PG 65. 1141-48, con la trad. lat. di A. Mei. Trad. franc. delle tre opere: in E. des Places, D. de Phaticé (Sources chrétiennes, 3), Parigi 1943. Studi principali. Sens de l'esprit d'après Diadoque de Phaticé, in Revue d'ascétique et mystique, 8 (1927), pp. 402-19; I. Hausherr, Les grands courants de la spiritualité orientale, in Orientalia Christiana periodica, I (1935), pp. 114-38; M. Rothenhäusler, La doctrine de la théologie chez Diadoque de Phaticé, in Irenibus, 14 (1937), pp. 536, 553; H.-I. Marrou, Diadogue de Phaticé et Victor de Vita, in Revue des études anciennes, 45 (1943), pp. 225-32. Edoardo Des Places

DIAFONIA. - Genere di composizione nella primitiva polifonia (v. ars avitıqua), il cui nome è usato dai teorici medievali (secc. IX-xII) come equivalente di organum che sta ad indicare la tecnica in cui domina ancora il moto retto, mentre nel discanto prenderà il sopravvento il moto contrario.

Regole per la d. si trovano specialmente nel cap. 13 della Musica enchiriadis, del sec. 2 (v. Gerbert, Scriptores ecclesiastici de musica sacra potissimum, St-Blauen 1784, I, p. 165-66) e nei capp. 18 e 19 del Micrologus di Guido d'Arezzo (ibid., II, cap. 18, 19, pp. 21-23). Nel primo trattato si prescrivono gli intervalli di 4^{0}, 5^{0} e 8^{0}, mentre nel secondo vengono proposti quelli di 2^{°} maggiore, 3^{°} magg. e min. e 4^{°}.

Luisa Cervelli
DIAKOVAR, diocesi di: v. sirsio, diocesi di.
DIALETTICA. - Da δ เaxé γ α μ α \mathrm{l}, discorso. Di uso frequente in filosofia, comporta significati assai diversi. Nel senso anche oggi più comune è l'arte del ragionare, dello sviluppare i concetti e i giudizi secondo il loro legame e movimento logico.

In questo senso la d., come rileva Aristotele, risale a Zenone d'Elea che difende la dottrina di Parmenide mediante la discussione e riduzione ad assurdo della duplice concezione pitagorica dell'unità-punto e della divisibilità all'infinito. Come arte del disputare pro e contro su un medesimo tema (antilogie) e di "fare vincente il discorso perdente", si ritrova nei sofisti. In Socrate la d. si afferma come arte del ragionare induttivo nella ricerca della definizione. La d. di Platone è in funzione della concezione centrale della conoscenza come reminiscenza: è d. l'insieme dei processi logici analitici e sintetici per cui si determinano i rapporti di coordinamento e subordinazione, secondo i valori generici e specifici, delle idee riavegliate dalla conoscenza sensibile (Soph., 253, C, D; Phaedr., 265, F; 266, B, C). E poiché nel sistema platonico le idee costituiscono la più intima verità e essenza delle cose, così la d. viene ad assumere, nella struttura del sistema, un significato non puramente logico, ma anche concreto e metafisico. Questo significato si riaffermerà più tardi esplicito nel neoplatonismo di Proclo il quale intende il processo emanatistico delle cose dall'Uno come un processo del particolare dall'universale attraverso i tre momenti dialettici della persistenza, emanazione, ritorno, ossia omogeneità, alterità e riunione del particolare con l'universale. Una più lontana ripercussione del significato reale della d. platonica, se pure in forma diversa, si avrà nella posizione ultrarealistica medievale in merito alla questione degli universali.

In Aristotele d., opposta ad analitica, è la logica della probabilità : mentre l'analitica sviluppa il processo più strettamente scientifico della dimostrazione che muove da principi veri e certi, la d. rappresenta piuttosto il tentativo di conquista della verità, partendo dalle opinion comuni o principi generalmente ammessi, e sottoponen-

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doli al vaglio della critica, con il ragionamento e con la disputa: «quello che la filosofia conosce, la d. tenta» (Met., IV, 2, 1004 b 25; Top., I, 1, 100 a 27, b 21; Anal. post., I, 2, 71 b. Cf. A. Trendelenburg, Elementa logicae Arist., Berlino 1892, pp. 108-10). La d. quindi, nel senso tecnico aristotelico torna ad assumere un significato puramente logico, ben determinato, e che si presenta come limite in confronto della posizione platonica.

Con gli stoici, e poi nella Scolastica la d. si allarga a comprendere tutta la logica formale, o scienza della deduzione e del ragionamento; quella che nelle scholae medievali costituiva la seconda disciplina del trivium, accanto alla retorica. Lo sviluppo che la d., cosi intesa, ebbe nel medioevo, fu imponente, specialmente per il vasto interesse che s'accese intorno alla questione degli universali. Non mancarono vivi riflessi nei confronti della scienza teologica in cui, con s. Anselmo e Abelardo, si inserì decisamente, non senza qualche intemperanza, il metodo dialettico, avversato dalla scuola dei miatici e in seguito sapientemente temperato da s. Tommaso. L'equivalenza d. logica formale è oggi ancora abbastanza comune nei trattati neoscolastici.

Nel Rinascimento, accentuandosi la svalutazione della sillogistica aristotelico-medievale, la d. assume un nuovo significato: in P. Ramo, e, dopo, più apertamente in Valla e Agricola, la d. si accosta alla retorica: «ars dialectica» è l'arte del parlare bene, "ars disserendi», sussidio all'oratorio.

Per Kant la d., come logica puramente formale, poiché non insegna nulla circa il contenuto della conoscenza, né serve quindi ad estendere il nostro effettivo sapere, è un gioco verbale sofistico, pura logica dell'illusione e dell'apparenza (Kritik der r. Vernunft, trad. it. di G. Gentile, Bari 1940, pp. 89-99). Accanto a questo senso peggiorativo, Kant chiama la seconda parte della sua logica "d. trascendentale", nel senso di critica dell'intelletto e della ragione rispetto al loro uso ultrafenomenico (ibid., p. 100): essa si risolve in una ricerca dei paralogismi e contraddizioni in cui necessariamente finisce per irretirsi il pensiero umano metafisico.

Con l'idealismo assoluto postkantiano la d. riprende un significato metafisico essenziale nella concezione della realtà. In Fichte d. è il ritmo dell'attività dell'Io esplicantesi nei tre momenti indissolubilmente legati e vicendevolmente condizionati dalla tesi, antitesi e sintesi. Ogni posizione (tesi) dell'Io genera, con il suo stesso sviluppo, un momento opposto (antitesi) che a sua volta si apre in un momento superiore (sintesi), e cosi senza fine nel processo dell'autocoscienza cosmica. La d. cosi intesa è radicata nella stessa struttura metafisica dell'autocoscienza che nel determinarsi come «io» pone insieme necessariamente il «non-io»; ed ha inoltre un'esigenza più profonda nella essenziale eticità dell'io che esige, come strumento della sua realizzazione, la natura (il non-io). Essa costituisce poi la sostanza di ogni processo spirituale in quanto ogni posizione concettuale, in genere ogni posizione di coscienza, se non s'apre, stimolata dall'antitesi, in momenti superiori, si esaurisce in se stessa, nell'inerzia e nella stasi spirituale.

In Hegel la d. è l'eterno moto immanente del pensiero verso la costruzione della realtà razionale attraverso il continuo superamento della sua interiore contraddizione. Questa dialetticità per cui lo spirito passa dall'affermazione per la negazione a una nuova sintesi in un concetto superiore, è la natura stessa intrinseca, l'anima propulsiva del pensiero e quindi del mondo: "nel suo carattere peculiare la d. è la vera e propria natura delle determinazioni intellettuali, delle cose e del finito in genere" (Encycl. der philos. Wissench., trad. it. di B. Croce, Bari 1923, §81, p. 84; cf. § 11, p. 15). B. Croce, pur accettando in parte la d. hegeliana, la scorge viziata da un errore fondamentale, in quanto essa ha trattato alla stessa stregua i concetti opposti (bene-male) e i distinti (bene-vero); per questi ultimi, secondo il Croce, non vale la d. degli opposti, ma invece il nesso dei distinti : in quanto cioè i concetti semplicemente distinti stanno fra loro come un grado inferiore rispetto al superiore, cui lo spirito passa senza
annullare il precedente (cf. Saggio sulla Hegel, Bari 1913, pp. 58,60 ). Anche Gentile ritiene insufficente la d. hegeliana, in quanto conserverebbe un residuo di riferimento all'essere pensato (difetto, secondo Gentile, comune a ogni altra d., a cominciare dalla platonica e aristotelica), anziché fissarsi nell'essere del pensiero come atto. A questa rigorosa purezza concettuale intende pervenire al di là della d. del pensato che conserva nel proprio campo tutto il suo valore, la d. gentiliana, intesa come l'eterno processo immanente dell'Atto autocosciente attraverso i tre momenti della soggettività (arte), oggettività (religione, scienza) e sintesi di entrambe (filosofia): processo dialettico del pensiero che costituisce insieme la vera e essenziale dialetticità del reale, non essendo la vera e concreta realtà altro che il pensiero in atto (cf. Teoria gener. dello spirito, 5^{\text {a }} ed., Firenze 1938, cap. 4, pp. 39-57).

Nell'esistenzialismo, tanto da Kierkegaard che dai contemporanei, è affermata la d. come metodo della filosofia esistenziale (v. L. Lavelle, La dialectique de l'cternelle présent, I, De l'être [Parigi 1928]; II, De l'arte [ivi 1937]).

Al di là di questi significati rigorosamente tecnici, la cui legittimità dipende dal valore dei rispettivi sistemi metafisici, la d. ha oggi assunto un significato e un campo di impiego assai vario e molteplice, cui ha in gran parte contribuito il valore universale che le conferi l'idcalismo. Ci sono anzitutto derivazioni fondate sul significato antico, per cui si dice d. ogni svolgimento progressivo logico-concettuale del pensiero da un concetto, da un giudizio, da un fatto, verso le conclusioni di cui il concetto, il giudizio, il fatto è gravido: si parla in questo senso, ad es., di d. dell'essere, dell'esperienza, della coscienza. Da questo campo che si potrebbe chiamare logico reale, la d. vien trasferito, quasi per un movimento inverso, al campo reale-logico, per cui dicesi d. ogni svolgimento della realtà, dei fatti, dei fenomeni, che avvenga in dipendenza e secondo lo schema di un processo logico comunque metafisicamente concepito, sia esso immanente (idealismo) o trascendente (realismo) la realtà stessa. E in questo senso che si parla, ad es., della d. della storia, della cultura, della civiltà, della vita, ecc. La concezione della filosofia cristiana non intende affatto negare tale dialetticità concreta del mondo, della storia, della civiltà, e, in genere, dell'essere nel suo attuarsi e divenire; ma ne ripone lo schema logico determinante nell'ordine di finalità intrinseca che si attua e si svolge in ogni ente creato secondo il disegno archetipo della Razionalità trascendente; non escluso le manifestazioni straordinarie, particolarmente nell'economia delle creature ragionevoli, della sua liberale e sovrana Provvidenza. Per l'applicazione della d. al campo sociale-economico v. materialismo storico.

BISL.: N. v. Hartmann, Uber die dial. Metdodo, Berlino 1868; M. Losacco, Storia della d., parte 10. Il periodo greco, Firenze 1922; J. Cohn, Theorie der Dialektik, Lipsia 1923; G. Gentile, La riforma della d. hegeliana, Messina 1923; F. Wuse, Die Dialektik des Geistes, Augusta 1928; H. Meier, Die Syllogistik des Arist., 2a ed., Tubinga 1936; A. Dürr, Zur Problematik der Hegelschen Dialektik, Berlino 1938; K. R. Popper, What is dialectic?, in Mind, 49 (1940), pp. 493-96; F. Schleiermacher, Dialektik, nuova ed., Lipsia 1942; H. Lefebure, Logique formelle, logique dialectique, Parigi 1947, p. 147 sgg.; G. Calogero, Logica gnoseologia ontologia, Torino 1948, pp. 48-50. V. anche Lopica.

Ugo Viglino
DIALOGO SPIRITUALE. - Tecnica compositiva della musica vocale, in uso dal medioevo al sec. XVI ed oltre.

Verso il Cinquecento si ha talvolta il procedimento a dialogo nella laude, nella frottola e nel madrigale (Willaert ecc.). Lo stile dialogato, che dà maggior forza drammatica alla musica vocale, è alle origini del dramma sacro (v. TEXTRO), dell'oratorio, e perfino del melodramma seicentesco (Montaverdi ecc.).

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Le forme originarie di questo genere sono specialmente i tropi dialogati del sec. xit e le laudi drammatiche e dialogate dal sec. xili al xiv. Tali composizioni d'ordinario erano scritte per 2 voci che cantavano alternativamente ("a botta e risposta»: stile della frottola). Questa tecnica si diffuse poi particolarmente nelle cantate, portando con sé la vivacita dei madrigali e delle cacce. Raccolte di dialoghi spirituali si hanno specie nei secc. xili e xvir con H. Schütz (Dialoghi per la Pasqua, Dresda 1831), O. Vecchi (Dialoghi..., Venezia 1608), G. F. Capello (Motretti e dialoghi, ivi 1615), A. Hammerschmidt (Dialoghi oder Gespräche zwischen Gott u. einer gläubigen Seele, Dresda 1645), R. Ahle (Geistliche Dialoge, Erfurt 1648).

Esempi famosi del genere sono anche nella Passione secondo s. Matteo, di G. S. Bach (aria del contralto Schön Jesus hat die Hand, e interrogazioni concitate del coro).

BibL.: Th. Krøyer, Dialog und Esto in der alten Chormusik, in Jahrbuch der Muthibibliotheh Peters, 16 (1909).

Luisa Cervelli
DIAMANTE, Juan Bautista. - Drammaturgo spagnolo, sacerdote e cavaliere dell'Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme, priore del convento di Morón, n. a Madrid nel 1625, m. ivi nel 1687.

Serisse una cinquantina di drammi, alcuni dei quali in collaborazione, su argomenti attinti, a Lope, Guevara, e Amescua. Non mancano composizioni di carattere biblico o agiografico, o, comunque, religioso (Cumplir a Dios su palabra, S. Teresa de Jesús, S. María Magdalena de' Pezzi, La Virgen del Buen Suceso, La devoción del Rosario, che ha ricordi evidenti de La devoción de la Cruz di Calderon, ecc.). Lo stile è ampolioso, buona la lingua e non manca una certa vis drammatica.

BibL.: A. de Latour, Corneille e 7. B. D., Parigi 1861; E. Cotarola, 7. B. D. y sus comedias, in Boletin de la Academia española, 5 (1916), pp. 272-97, 434-97. Jole Scudieri Buggieri

DIAMANTINA, abcdiocesi di. - In Brasile, è la metropoli dell'omonima provincia ecclesiastica che occupa l'intera parte settentrionale dello Stato di Minas Geracs, con le diocesi di Montes Claros, Arassuai e la prelatura nallius di Paracatu.

La sua superfice è di 62.094 kmq., con 631.000 ab. dei quali 630.500 cattolici. Comprende 66 parrocchie, con 55 sacerdoti diocesani e 33 religiosi (Francesconi, Cappuccini, Lazzaristi e Redentoristi). Vi si trovano pure 2 Congregazioni religiose femminili (1948). Ha un proprio seminario maggiore e minore e come patrono s. Antonio di Padova.

O. sores per opera dei bandeirantes in cerca di oro e di diamanti, di cui la regione è ricca, con il primitivo nome di Tijuco, nei secc. xvir e xvir. Il suo nome attuale risale al 1838 , quando veniva innalzata alla categoria di città. Durante il periodo coloniale e imperiale, la sua storia è quella dello Stato di Minas Gerais e della diocesi di Mariana, dalla quale venne distaccata il 6 giugno 1854, con la bolla di Pio IX Gravissimum sollicitudinis. Dieci anni dopo ne assumeva il governo il suo primo vescovo Giannantonio dos Santos (1864-1905), il quale nelle difficili circostanze di allora, riuscl a fondare il seminario (1867), affidandolo ai Lazzaristi. Gli successe il suo coadiutore Gioacchino Silverio dos Santos (1905-33). Il 28 giugno 1917, Benedetto XV con la costituzione Quandacumque se praebuit elevò D. ad arcidiocesi; essa, grazie alla convocazione di 3 sinodi diocesani, ebbe un grande incremento religioso.

Oltre i suoi 2 primi vescovi, tra i cattolici dell'arcidiocesi è degna di nota la figura di Gioacchino Felicio dos Santos, medico e giornalista (m. nel 1931).

Il più grande centro di cultura religiosa è il seminario. Per i laici poi, come in altre grandi città del Brasile, esiste il "Centro D. Vital». Organo ufficiale della stampa diocesana è il settimanale Estrela Polar.

Notevoli monumenti religiosi possono considerarsi tutte le chiese della metropoli, giacché tutte costruite durante l'apogeo dell'arte coloniale.

BibL.: R. Galanti, Historia do Brasil, III, S. Paulo 1911, p. 127; AAS, 10 (1918), p. 49; J. B. Lehmann, O Brasil Católico, 1947, Juiz de Fora 1947, pp. 128-34.

Maurilio Cesar de Lima

DIAMANTINO. - Prelatura nello stato di Matto Grosso in Brasile, suffraganea di Cuyabà. Fu eretta dal papa Pio XI il 22 marzo 1929 con la cost. ap. Cura Universae; i confini allora assegnati vennero poi modificati mediante un decreto della S. Congregazione Concilatoriale del 22 giugno 1940. La chiesa prelatizia è quella della Immacolata Concezione esistente in D. E affidata alla Comp. di Gesù.

BibL.: AAS, 23 (1931), pp. 320-22; 32 (1940), pp. 42-43. Enrico Isai
DIANA. - Dea dell'antica religione romana e italica. Gran parte degli studiosi ritengono che si tratti di una divinità italica originaria che soltanto sotto l'influsso greco sarebbe stata assimilata con Artemide; c'è chi sostiene che D. sin dall'inizio non sia stata che la dea greca accolta in Italia. Nel culto pubblico di Apollo D. ha parte già nel sec. v a. C.; però il suo culto italico ha anche caratteri particolari privi di una stretta analogia con il culto greco di Artemide.

Il nome della dea si spiega probabilmente da una radice che comporta il significato di «luminosità" (div-, Dius, Diviana).

Era venerata soprattutto nei boschi: come lucus è definito il suo luogo di culto nell'ager Tusculanus e quello ad compitum Anagninum, come nemus quello del More Algidus e quello della valle aricina, come silva quello di Tibur.

Le sue sedi di culto fuori Roma più importanti sono: 1) il monte Tifata presso Capua (sul luogo del santuario sorge ora S. Angelo in Formici; 2) la valle aricina, con il Nemus Dianae e con il lago (attualmente di Nemi) detto anche "speculum Dianae». Mentre i resti del santuario tifatino dimostrano bensì la sua antichità (fino al sec. vi a. C.) ma non dànno che vaghe indicazioni sul carattere del culto, la tradizione ci ha conservato le caratteristiche quanto mai singolari dell'ugualmente antichissimo culto nemorense. Il ministro del culto era chiamato rex Nemorensis e doveva essere uno schiavo fuggiasco che, per succedere nell'ufficio, doveva uccidere in un duello rituale il sacerdote in carica. Nel recinto sacro di D. Nemorense si veneravano altre due divinità: Egeria, che era una dea invocata dalle donne partorienti, e Virbio che, secondo il mito, sarebbe stato Ippolito nascosto da Artemide in Italia; del culto di questo dio si sa solo che nel suo recinto non dovevano entrare cavalli e che la sua immagine cultuale non doveva esser toccata. Il culto aveva un carattere federale per i popoli latini. Non si può decidere con sicurezza se tale carattere apparteneva al culto sin dal suo inizio o se il culto preesisteva; né è chiaro la posizione del dictator Egerio Levio e degli otto "popoli" che figurano nel frammento relativo di Catone; ma l'esistenza del carattere politico è innegabile ed è particolarmente significativa, dato che esso si ritroverà anche nel culto romano della dea. La festa di D. Nemorense cadeva il 13 ag. (giorno di plenilunio). Gli ex-voto del santuario, che però in gran parte non risalgono che ai tempi imperiali, documentano varie caratteristiche della dea: dea della caccia, dea lunare, dea della fecondità.

A Roma, il nome di D. non figura nel calendario più antico; la tradizione attribuisce la fondazione del suo tempio sull'Aventino a Servio Tullio. Il culto dell'Aventino mostra diverse analogie con quello nemorense: la sua festa è ugualmente il 13 ag.; il culto ha carattere federale, il tempio è "commune Latinorum", però sotto l'egida di Roma, come risulta particolarmente dalla leggenda cultuale della fondazione; e se la figura del rex Nemorensis è senza parallelo a Roma, neanche qui la dea è priva di relazioni con gli schiavi : il suo tempio è un asilo per essi e la sua festa è «servorum dies festus».

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Politicamente il culto della D. Aventina accentra intorno a sé gli interessi religiosi della plebs. L'immagine di culto della dea era sul tipo dell'Artemide di Efeso e proveniva, almeno secondo la tradizione, dai coloni greci di Massilia. Le donne celebravano la festa di ag. con particolari cure alle loro bellezze e ai loro capelli. Oltre al tempio aventino, la cui antichità è dimostrata anche dal fatto che la sua legge scritta serviva in seguito da modello perenne per gli altri templi, D. aveva altri santuari a Roma, di età indefinibile ma indubbiamente antica: tra questi, quello del vicus Patricius esclusivamente riservato alle donne.

Sin dall'inizio del culto pubblico romano di Apollo, D. appare concepita, secondo lo schema mitologico greco, come sorella di lui. Nelle testimonianze letterarie i suoi complessi caratteri arcaici tendono a scomparire, dietro alla forma ellenistica di Artemide; vengono accentuati solo i rapporti della dea con la caccia e quelli, spinti fino all'identificazione, con la luna. Sotto la vernice letteraria continua però a sopravvivere l'originaria complessità e importanza della figura divina, come risulta dai vari casi di «interpretatio romana» nelle religioni provinciali (ad es., nell'Illyricum), in cui il nome di D. viene dato a grandi divinità che certamente non si riducono ai caratteri di una dea cacciatrice e lunare.

Bibl.: G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, 2^{2} ed., Monaco 1912, p. 247 sgg.; F. Altheim, Griechische Götter im alten Rom, Giessen 1930, p. 93 sgg.; N. Torchi, La religione di Roma antica, Bologna 1939, p. 140 sgg.; id., La legge sacra del tempio di Diana Aventina, in Atti del V Congresso nazionale di studi romani, Roma 1940, pp. 1-7 dell'estratto.

Angelo Brelich
D. nel nuovo testamento. - Con D. la Volgata rende in Act. 19, 24.27 sg. 34 sg., l' "Aptzelz del testo originale

Ma tra l'Artemide dei Greci e la D. dei Latin (identificate per effetto di sincretismo) e l'Artemide efesina, di cui ci parlano gli Atti, corrono differenze radicali. La prima è, tanto per i Greci che per i Latini, divinità tipicamente vergine, protettrice delle fanciulle e delle giovani spose; la seconda è dea della fecondità e della maternità, per gli uomini come per le piante e per gli animali. L'una, dea lunare e dei boschi, è concepita come vergine cacciatrice, armata d'arco e di frecce con le quali colpisce chi presume di gareggiare con lei (mito di Orione); l'altra è una divinità di tipo perfettamente asiatico e piuttosto mostruosa, col petto disseminato di mammelle (onde l'epiteto di vobiscaezoe, multinnammia: s. Girolamo, Prol. in Epist. ad Eph.: PL 26, 470), e la parte inferiore del corpo chiusa in una specie di guaina su cui erano scolpite figure di animali. Tale sarebbe sceso del cielo il simulacro dell'Artemide venerato nel celebre tempio di Efeso. Era un rozzo cilindro di legno, rastremato in basso e dipinto in nero, forse un vecchio feticcio, a cui erano state applicate parti d'avorio e d'oro. I caratteri dell'Artemide elesina l'avvicinano alla Magna Mater (v. ciBels) della Frigia e all'Astarte fenicia. I colonizzatori greci avrebbero dato all'antica divinità asiatica il nome e il significato di Artemide. Nel suo culto si praticava largamente la prostituzione sacra. Il suo tempio ad Efeso (Artemision), una delle sette meraviglie del mondo, era servito da vari ordini di sacerdoti e di sacerdotesse. Queste dovevano, per la durata dell'ufficio, praticare la verginità : ciò in seguito, probabilmente, al sincretismo per cui la dea efesina era stata avvicinata alla vergine figlia di Giove e di Latona. A capo del culto erano i μ ε γ \dot{α} β \cup ζ α, originariamente eunuchi.

Come risulta anche da Act. 19, c'era in Efeso tutta un'industria che prosperava all'ombra d'Artemide: statuette della dea, tempietti che riproducevano il santuario efesino, o nicchie con dentro il simulacro della divinità, amuleti d'agni genere, scritture arcane (ephesia grammata), a cui s'attribuiva un magico potere per le più avariate necessità della vita.

E furono gli argentieri, con a capo Demetrio in veste d'agitatore, che si levarono a tumulto contro Paolo (Act. 19, 23-41), la predicazione del quale minacciava di ledere seriamente gli interessi della categoria. Il grido della folla eccitata μ ε γ \dot{α} λ η \dot{η} "Aptelus' 'E ε ε σ i ω v conte-
neva il titolo caratteristico della dea: la grande Artemide: una specie d'invocazione liturgica.

Le feste (Artemisie, Efesie, Ecumenie), curate dagli asiarchi, che attiravano ad Efeso molti devoti e gnadenti, avevano luogo nel mese di Artemisione (apr. maggio). Fu probabilmente questa l'occasione scelta da Demetrio per la sollevazione contro l'opera pericolosa di Paolo, che, da Efeso, s'irradiava in altri centri dell'una, con serie conseguenze sul mercato degli oggetti sacri ad Artemide.

Bibl.: E. Bruelier, Diane, in DB, II, coll. 1405-1409; W. M. Ramsay, D. of the Ephesians, in Dict. of the Bible, I, p. 605 sg.; Diane, in Dict. Encycl. de la Bible, I, p. 289; E. Jacquier, Les Actes der Apôtres, Parigi 1906, p. 381 sgg.; P. Antoine, Ephèse, in DBs, II, coll. 1096-1104; G. Holzner, L'Apostale Paolo, trad. it., Brescia 1639, p. 360 sg.; G. Rizziani, Paolo Apostolo, Roma 1946, p. 27 sgg. Teodorico da Castel S. Pietro

DIANA d'Andaló, beata. - Domenicana, n. ca. il 1200, m. a Bologna il 10(?) giugno 1236. Figlia di Andrea (Andalo) e nipote di Pietro Lovello, D. frequentò dal 1218-19 le prediche dei Domenicani a Bologna, conobbe s. Domenico nelle cui mani emise un voto, probabilmente di farsi monaca. Il vescovo rifiutò la fondazione del monastero nelle vicinanze di Bologna. D. si rifugiò il 22 luglio 1221 al monastero delle Canonichesse di Ronzano donde i parenti la rapirono, causandole nel trombusto la rottura di una costola. S. Domenico le scrisse alcune lettere. Di nuovo a Ronzano (nov. 1222-giugno 1223), D. con altre 4 suore ebbe l'abito il 29 giugno 1223, dal b. Giordano di Sassonia a S. Agnese di Bologna. Nella sua fondazione D. non fu mai priora, ma madre spirituale fra 50 monache. Dal 1222 al 1235 corre il prezioso epistolario di Giordano a D. Le lettere di D. sono perdute. Lcone XIII confermò nel 1891 il culto di D. insieme a quello di Cecilia e Amata dello stesso monastero.

Bibl.: G. B. Melloni, Atti e memorie degli uomini illustri in santità morti in Bologna, I, Bologna 1773, pp. 194-232, 363-68; Acta SS. Iunii, II, Parigi 1867, pp. 327-83; H. Cormier, La b. D. d'A. et les bb. Cécile et Aimée, Roma 1892; H. Ch. Scheehen, Beiträge zur Gesch. Turdaus v. Sachsen, { }^{1} Vechta-Lipais 1938, pp. 83-93 (con bibliogr.).
Angelo Wale
DIANA, Antonio. - Teatino, n. a Palermo nel 1585, m. a Roma il 20 luglio 1663 . E tra i più noti teologi moralisti, per quanto tendente al lassismo (s. Alfonso, Theologia moralis, VI, 257: ed. L. Gaudé, III, Roma 1909, p. 242). Visse prevalentemente a Roma, dove fu esaminatore dei vescovi sotto tre papi.

Sua opera capitale, sono le Resolutiones morales (Lione 1629-59), molto disordinate; riordinate col titolo di A. D. coordinatus furono pubblicate a Lione (1667). Tratte 28.000 questioni, ridotte in successive edizioni fino ai brevi compendi che vanno sotto il nome di Summarium summae Dianne (Venezia 1648 ecc.).

Altra opera: De primatu solius b. Petri (Roma 1647). In postume apologie lo si volle scagionare dal lassismo (anon., Antonius D... dogmaticus, Napoli 1697, con apologia), ma contro stanno tra l'altro le sue relazioni con il Caramuel (Bibl. Vaticana, Cod. Vat. lat. 10446, ff.227232).

Bibl.: Hurter, III, coll. 1191-93; A. Ingold, s. v. in DThC, IV, col. 734; K. Hilgenreiner, s. v. in LThK. III, col. 283. Pietro Palazzini

DIANA, Benedetto Rusconi, detto il. - Pittore, n. a Venezia intorno al 1460 , m. ivi nel 1525 . Nel 1515 in collaborazione con Lazzaro Bastiani lavorò alcuni stendardi per S. Marco.

Sue opere firmate sono una Sacra conversazione nella Galleria dell'Accademia a Venezia, un'Assunta in S. Maria della Croce presso Crema, un Salvatore nella Galleria Corsini di Roma. Sulla base di questi

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quadri altri glie ne sono stati assegnati in raccolte italiane e straniere. Vissuto nell'ambiente dominato dalle maggiori personalità dal Carpaccio a Giovanni Bellini, il D. assume tuttavia individuali caratteri stilistici nel perseguire effetti di forte rilievo a mezzo di un disegno profondamente incisivo commentato da intensi colori.

Bibl.: Hadeln, s. v. in Thieme-Becker, IX, pp. 204-209; A. Moroni, s. v. in Ene. Ital., XII (1931), p. 744. Emilio Lavagnino

DIANO-TEGGIANO, diocesi di. - In provincia di Salerno, residenza in Teggiano (antico municipio romano).

Ha una superfice di 100 kmq . con 90.000 ab., dei quali 89.970 cattolici; conta 49 parrocchie e 180 chiese servite da 80 sacerdoti diocesani e 18 regolari; ha un seminario diocesano ( 1948 ). E suffraganza di Salerno.

La diocesi fu istituita da Pio IX il 21 sett. 1850; cedendo alle istanze del re di Napoli Ferdinando II, il Papa fissò in Diano la residenza del vescovo di Capaccio e la diocesi prese il nome di Capaccio e Diano; poco dopo però Capaccio venne separato e unito alla diocesi di Vallo (v.). Nel 1882 la diocesi di Diano assunse la denominazione di D.-T. La cattedrale è la chiesa di S. Maria Maggiore.

Enrico Josi
DIARIO DI ROMA. - Questo D., detto comunemente Cracas, è il più importante e caratteristico periodico romano del 1700 e 1800 . Fu iniziato il 5 ag. 1716, sotto Clemente XI, dai fratelli ungheresi Luca Antonio e Giovanni Cracas per diffondere le notizie della guerra austro-turca. Cesuata questa nel 1719, esso continuò acquistando sempre maggiore importanza. Si estinse nel 1894.

Il giornale, stampato in Roma nella stamperia Cracas presso S. Marco al Corso, era di formato piccolissimo, in 24^{°}, da 12 a 34 pagine; talvolta con un supplemento. Il frontespizio era variamente figurato. Il primo titolo fu Diario ordinario d'Ungheria; dava dapprima solo notizie militari estere; nel 1718 vi si aggiunse qualche cenno di cronaca romana e divenne bisettimanale. Con il n. 213 del 1718 il titolo fu Diario ordinario e restò tale a tutto il 1774. Dal 1721 il D. fu trisettimanale; dal 2 sett. 1768 uscl il venerdì con notizie dall'Italia e dall'estero; il sabato con quelle da Roma. Il n. 8234, 30 genn. 1771, fa menzione della morte di Caterina Cracas, figlia di Luca Antonio, la quale per 40 anni aveva dedicato la sua vita al D., curandone la compilazione. In seguito, il giornale fu diretto dall'abate Vincenzo Giannini, da Gaetano Cavalletti, dall'abate Pietro Magnani e da Giovanni de Angelis. Dal 1775 si hanno due D. con una nuova serie progressiva numerica, e cioè il Diario estero di 24 pagine che esce il venerdi e il Diario ordinario di 12 o più pagine, che esce il sabato.

Il D. fu sospeso dal 15 dic. 1798 e sostituito dalla bisettimanale Gazzetta di Roma, fino al 5 ott. 1799 in cui riprende la pubblicazione. Dal 29 giugno 1808, il D. si chiama D. di R. e senza figurazioni sul frontespizio; è distribuito il mercoledì e il sabato. Al 29 luglio 1809 il D. è di nuovo sospeso fino al 13 luglio 1814. Verso la fine dello stesso anno comincia ad apparire sul frontespizio lo stemma papale. Nel 1815, e fino al 1848 , vi si aggiunge la pubblicazione di un altro foglio dal titolo Notizie del giorno, che, sorto per dar notizie della guerra austriaca contro Murat, continua ogni giovedi come supplemento dal D. Col 1837 il D. cambia completamente aspetto : di formato molto più grande, in 4^{°}, ogni numero si compone di 4 pagine, a 3 colonne. Esce il martedl e il sabato. Nel frontespizio in alto compare una figura alata. Il 15 genn. 1848 la pubblicazione del D. cessa per rivivere, completamente trasformata, nella Gazzetta di Roma. Nel 1887 Costantino Maes riprende l'antica veste del D., dando origine al Cracas, 2^{°} serie, che dura fino all'8 luglio 1893, e al Cracas, 3^{°} serie, dal 3 sett. 1893 al 15 luglio 1894. Queste due ultime serie, stampate nella tipografia della Pace di F. Cuggiani, sono molto meno importanti.

BibL.: F. Cancellieri, Lettera di Francesco Cancellieri... sopra il tarantismo, l'aria di Roma e la sua campagna, Roma
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## DIARIO <br> ESTERO <br> Numero 1. <br> In data delli 6. Granars <br> 1775.

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## DIARIO <br> ORDINARIO <br> Num. 5010. <br> In data delli 30. Ag8s <br> 1749.

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In Rowa MDCCELIN Nalla Stmperia del Chiscia, prede S Marro al Carlo. 1775. 1808. La fipmna d'Ingheria. a Pribiligin.

## DIARIO DI <br> ROMA <br> Dei 29. Giugno 1801.

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Diario di Roma - Quattro frontespizi del D. degli aa. 1716, 1749. 1775. 1808.
1817, p. 122 sge.; G. Moroni, s. v. in Diz. di erudiz. storicoeccles., XX, pp. 13-31; A. Belli, Delle case abitate in Roma da parecchi uomini illustri, Roma 1890, p. 26; S. Bongi, Le prime gazzette in Italia, in Nuova Antol., 1869, II, p. 311; C. Maes, Imporiocca storica del Cracas, in Cracas, 1-8 dic. 1888: id., ibid., 16 febbr. 1889; O. Vercillo, Il Cracas nelle sue trasformazioni, in L'Urbe, I (genn.-febbr. 1949).

Oslavia Vercillo
DIAS, Baltasar. - Drammaturgo portoghese, del sec. xVI, il più noto ed ancor oggi amato fra il popolo. Originario dell'isola di Madera e cieco, dotato di incontestabile ingegno, ebbe larga popolarità sia per gli autos (in cui per lo più drammatizzava una pia leggenda), sia per le cantilene giullaresche intercalate nei suoi drammi.

Van ricordati in particolare: l'auto di Santo Aleixo, quelli su Santa Caterina, il Nocimento de Cristo, Salomão, la Paixao, ecc., fedeli trasposizioni delle narrazioni agiografiche, e in cui si utilizzava l'elemento miracoloso e la pompa delle cerimonie liturgiche. Sono anche opera sua la Historia de la emperatriz Porcina mulher do emperador Ladorio de Roma e la Tragedia do Marquez de Mantua e do emperador Carlo Magno, che Garrett inseri nel suo Romanzeiro considerandolo versione di un testo francese o provenzale della fine del sec. xiv o dei primi del xv.

BibL.: T. Braga, Escola de Gil Vicente e desenvolvimento do teatro nacional, Porto 1898.

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DIAS, Bartholomeu. - Navigatore, n. intorno al 1450. Incaricato dal re di Portogallo di esplorare la costa occidentale africana e partito nel 1486 o '87, arrivò per primo al Cabo Tormentoso (poi denominato Capo di Buona Speranza).

Dopo il viaggio di Vasco de Gama, la flotta condotta da Pedro Alvares Cabral della quale faceva parte D. si accinse a nuove esplorazioni nel marzo 1500: una tempesta violentissima affondò quattro navi tra le quali si trovava quella del D. ( 29 maggio 1500 ).

BibL.: J. N. L. Baker, Histoire des découvertes géographiques et des explorations, trad. francese, Parigi 1949, cap. 4.

DIASIE. - Antica festa popolare ateniese celebrata il 23 antesterione (marzo) in onore di Zeus Meilichios.

Le vittime offerte erano completamente bruciate come per le divinità ctoniche, la folla offriva focacce a forma di animali. Ufficialmente le D. avevano carattere severo, ma vi erano allegri banchetti privati e venivano fatti regali ai figli, forse perché si pensava che, compiuti i sacrifici, la benevolenza del dio era assicurata. Vi era un agone letterario con in premio delle spighe.

BibL.: A. Pitti, s. v. in Soc. Ital., XII (1931), p. 748; L. Deubner, Attische Feste, Berlino-Lipsia 1932, p. 115 sgg.

Luisa Banti
DIASPORA. - Il termine δ ι α α σ ω ρ \dot{α} (a disseminazione ", "dispersione ") ricorre 7 volte nella Bibbia greca (Deut. 28, 25 [cod. B]; Ps. 146, 2; Indt. 5, 19 [Volg. 23]; II Mach. 1, 27; Io. 7, 35; Iac. 1, 1; I Pt. 1, 1) e eccetto l'ultimo testo citato, che sembra alludere all'insieme dei cristiani ("nuovo Israele") dispersi tra le nazioni pagane, indica, come nell'uso del giudaismo ellenistico, l'insieme degl'Israeliti «disseminati» fuori della Palestina. Anche Giacomo, scrivendo "alle dodici tribù della d.", intende indirizzarsi ai Giudei convertiti al cristianesimo, dispersi fuori della Palestina.

Un'idea dell'immensa diffusione degli Ebrei nella d. è data da Act. 2, 5: "Fra i Giudei residenti a Gerusalemme [in occasione della Pentecoste] c'erano uomini pii di ogni nazione di sotto il cielo ". Questi, udendo i cristiani parlare in varie lingue, si domandavano: "Come va dunque che li udiamo parlare ciascuno nel nostro proprio linguaggio natio? Alcuni siamo Parti, Medi, Elamiti; altri abitanti della Mesopotamia, della Giudea (forse si deve leggere "India") o della Cappadocia, del Ponto o dell'Azia [processolare], della Frigia o della Panfilia, dell'Egitto o delle parti della Libia Cirenaica; altri Romani avventizi, Giudei o proseliti; altri Cretesi ed Arabi; eppure tutti quanti li udiamo parlare delle grandezze di Dio nei nostri linguaggi» (ibid. 2, 8-11). Gli Oracoli sibillini (verso il 140 a. C.) scrivono che "tutta la terra e tutto il mare è pieno" di Giudei (III, 271).

Pure riconoscendo l'iperbole nelle citazioni qui riferite, si dovrà ammettere che la fitta rete di comunità della d. che avvolgeva non solo il mondo romano, ma si estendeva oltre la Mesopotamia e la Persia, fu provvidenziale per la diffusione del cristianesimo. Gli Ebrei della d., che nella prima Pentecoste cristiana furono testimoni dei prodigi, portarono nel mondo le prime scintille della fede nel Messia «nauto. Nelle loro missioni gli Apostoli, s. Paolo in particolare, si rivolgevano dapprima ai Giudei, poi ai pagani (Rom. 1, 16). Tra le cause che diedero origine e sviluppo alla d. giudaica si ricordino, oltre alle ragioni commerciali, le deportazioni compiute degli invasori della Palestina e le fughe per sottrarsi alle oppressioni nemiche.

1. In Assiria, Media, Babilonia. - Nel 732 a. C. Theglathphalasar III (Pál) deportò nell'Assiria e nella Media numerosi abitanti delle regioni settentrionali del regno d'Israele (II Reg. 15, 29); dopo la conquista di Samaria (722 a. C.) Sargon accrebbe il numero degli esuli (II Reg. 17, 6; 18, 6). Nella sua
iscrizione nel tempio di Horsabad parla di 27.290 Israeliti deportati.

Dal 603 al 58 I a. C. (specialmente nel 587 , quando cadde Gerusalemme) Nabuchodonosor II deportò in Babilonia molti abitanti del regno di Giuda con i profeti Daniele, Ezechiele ed il re Iechonia (II Reg. 23, 24-25, 21; Dan. 1, 1; Ex. 1, 1-3).

Con l'editto di Ciro ritornarono in parte, sotto la guida di Zorobebel ( 538 a. C.); altri rientrarono in Palestina un secolo dopo con Esdra e Neemia, ma molti Ebrei che avevano riacquistato la libertà preferirono rimanere in Babilonia sotto l'amministrazione di un esilarca ( r e^{°} i galithdi). Ivi si dedicavano al commercio, senza trascurare l'istruzione religiosa. Fino dal sec. v a. C. funzionava a Nippur (al tempo di Artaserse I e di Dario II) una specie di banca ebraica "Muraba e figli». La scuola rabbinica babilonese, che ebbe tra i maestri il celebre Hillel, fiorì fino all'alto medioevo. Da queste regioni gli Ebrei si diffusero gradualmente in tutto il mondo orientale. I Giudei della Babilonia e della Media ebbero da Alessandro Magno il permesso di vivere secondo le loro leggi; furono favoriti dai Seleucidi, anzi Antioco il Grande, convinto della loro fedeltà, trapponò 2000 famiglie di queste regioni nelle inquiete terre della Lidia e della Frigia (Giuseppe Flavio, Antiq. Ind., XII, 3, 4).

II. In Siria e nell'Asia Minore. - Fin dall'857 a. C. il re Achab ottenne di stabilire a Damasco delle "piazze" commerciali per gl'Isracliti (I Reg. 20, 34). Molti Ebrei si stabilirono in Siria all'epoca dell'ellenismo, specialmente dopo la fondazione di Antiochia ( 301 a. C). Ivi ottennero di vivere secondo le loro costumanze; conservarono tali privilegi anche sotto i Romani. A Damasco avevano parecchie sinagoghe (Act. 9, 2).

La presenza di numerosi Ebrei nell'Asia Minore è attestata da Filone (Leg. ad Caium, 33), da Giuseppe Flavio (Antiq. Ind., XIV, 10; XVI, 6), da Cicerone (Pro Flacco, 28), da molti decreti di Cesare e di Augusto con privilegi per gli Ebrei di quelle province, nonché dal racconto dei viaggi missionari di s. Paolo (Act. 13, 13-14, 28 ecc.).

III. In Egitto e in Cirenaica. - Si sa da Geremia (capp. 42-44) che molti Ebrci si rifugiarono in Egitto durante le invasioni di Nabuchodonosor. Alcuni si erano stabiliti a Patras, nell'alto Egitto. Pasmmetico si era giovato di soldati ebrei nella campagna contro l'Etiopia. Ad Elefantina esisteva una forte colonia ebraica, la cui vita ci è attestata da celebri papiri del sec. v a. C. Ivi sorgeva un tempio ebraico. Anche a Leontopoli è ricordato un tempio ebraico nel sec. in a. C. Si vede che la legge dell'unità del santuario si riteneva valida solo per la Palestina. Moltissimi Ebrei si stabilirono ad Alessandria d'Egitto dopo che il fondatore (Alessandro Magno) concesse loro diritti pari a quelli dei Macedoni. Ivi tra il 250 e il 150 a. C. pubblicarono la versione greca della Bibbia detta dei "Settanta ". Secondo Filone (In Flaccum, 6) dopo la battaglia di Azio v'era in Egitto un milione di Ebrei. Erano governati da un proprio etnarca con un proprio senato (gherwia).

IV. In Europa (Macedonia, Grecia, Roma). - S. Paolo trovò proseoché e sinagoghe dei Giudei a Filippi, Tessalonica, Berea, Atene, Corinto. E noto da Filone e Giuseppe Flavio che esistevano colonie ebraiche nelle isole Eubea, Creta, Cipro e nelle minori dell'arcipelago Egeo.

A Roma la maggiore immigrazione di Giudei si ebbe nel 63 a. C., quando Pompeo, dopo aver conquistato Gerusalemme, condusse nella capitale numerosi schiavi ebrei. Molti di questi vennero presto liberati, anche perché non si adattavano al culto e al vitto dei padroni pagani. Anche prima del 62 dovevano risiedere colonie di Ebrei a Roma, donde inviavano offerte per il Tempio di Gerusalemme. Dimoravano prevalentemente in Trastevere. Subirono alterne vicende: favoriti da Cesare, perseguitati ed espulsi da Tiberio e Claudio, riuscivano costantemente a ritornare ottenendo privilegi. In Roma,

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come nel resto dell'Impero, godevano libertà di culto, amministrazione finanziaria propria, esenzione dal servizio militare.

La d. ebraica continua ancora nel mondo, anche dopo la costituzione del nuovo Stato di Israele. S. Paolo piange sulla incredulità degli Ebrei e ne predice il ritorno alla casa del Padre (Rom. 9-11).

BibL.: I. Felten, Storia dei tempi del Nuovo Testamento, trad. it., I. Torino 1913, pp. 318-48 (ristampa 1932); J. Juster, Les Juifs dans l'Empire romain, Parigi 1914; A. Causse, Les dispersés d'Israel, ivi 1929; J. Vandervort, Dispersion, in DBs, II, coll. 432-45. Per Roma cf. J.-B. Frey, Les communautés juives à Rome, in Rech. de Science rel., 20 (1930), pp. 269-97; 21 (1931), pp. 129-68; id., Le judaizme à Rome aux premiers temps de l'Eglise, in Biblica, 12 (1931), pp. 129-36. Cf. anche anon., s. v. in Encicl. Eizcl., II, p. 511 sgg.; J. Hastings, D., in Dict. of the Bible, V, pp. 91-109. Pietro De Ambroggi

Il termine d. viene anche modernamente adoperato ad indicare lo stesso fenomeno, a base religiosa, che si verifica, quando gruppi di una determinata credenza si vengono a trovare sparsi, come minoranze, entro o fuori della loro propria nazione originaria, mantenendo relazioni e contatti con le autorità religiose centrali. Si ha cosi una d. protestante, suddivisa in altrettante d. minori, a seconda delle diverse loro formole di fede: una d. scismatica, e una d. cattolica, formata dalle minoranze cattoliche sparse in nazioni o territori protestanti, scismatici o pagani; la d. cattolica crea parecchi problemi importanti e complessi e talora fatali per la Fede (marrimoni misti, apostasie, indifferenza, educazione religiosa rilassata, minor frequenza ai Sacramenti, diuturna privazione di sacerdote).

## DIASURA: v. SYRIA, DEA.

DIATÉSSARON. - Opera di Taziano, che in una sola ordinata narrazione fuse il testo dei quattro Vangeli. Il fatto ci è riferito dallo storico Eusebio (Hist. eccl., IV, 29) e da altri scrittori antichi. Dell'opera a noi sono giunti: 1) un breve frammento in greco, trovato nel 1933 fra le rovine di Dura Europos sull'Eufrate; 2) frammenti d'una versione siriaca in citazioni di scrittori siri e nel commento di s. Efrem (a noi giunto in armeno); 3) una completa versione araba dal siriaco, del sec. xi (v. Abû 'L-Faraû ibN AT-TAJJIB); 4) un rifacimento latino completo nel cod. Fuldense della Volgata, del quale sono o discendenti o collaterali parecchie armonie evangeliche del medioevo in latino, in italiano, in tedesco, in olandese, in inglese.

Per l'ordine delle materie, ossia dei fatti evangelici, non concordano esattamente i documenti 2^{°}-4^{°}, ma convengono in ciò ch'è caratteristico ed essenziale dell'ordinamento di Taziano, cioè che, sulla trama delle Pasque ricordate nel IV Vangelo,