volume-04

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 medioevo in latino, in italiano, in tedesco, in olandese, in inglese.

Per l'ordine delle materie, ossia dei fatti evangelici, non concordano esattamente i documenti 2^{°}-4^{°}, ma convengono in ciò ch'è caratteristico ed essenziale dell'ordinamento di Taziano, cioè che, sulla trama delle Pasque ricordate nel IV Vangelo, del quale inverte i tradizionali capi 3e e 6e, riduce la vita pubblica di Gesù ad un anno e qualche mese, e raggruppa tutto l'operato da Gesù a Gerusalemme verso la fine, intorno al giorno delle Palme. Convengono anche tutti nel porre la lavanda dei piedi prima della cena pasquale e l'uscita di Giuda prima dell'istituzione della S.ma Eucaristia. Del rimanente il miglior testimonio, ma incompleto, dell'ordine primitivo sembra il commento di s. Efrem, al quale tiene dietro la versione araba; più se ne scostano le diramazioni occidentali.

Per la dicitura testuale si è in condizioni ancor peggiori. La versione araba ci rappresenta un testo siriaco già conformato, nell'espressione materiale, alla Pëšitıā, ossia ad una revisione fatta al sec. v sul greco allora corrente ad Antiochia (v. siriache, versioni della Bibbia). Nel codice di Fulda, Vittore di Capua (ca. 546) alla primitiva traduzione latina sostituì la Volgata di s. Girolamo (382). Meglio ci fu conservato il genuino testo di Taziano, ma frammentario e di terza mano, nel commento di s. Efrem e nelle scarse citazioni di altri siri. Di qui la delicatezza dei problemi nell'uso di Taziano per la critica testuale dei Vangeli.

BibL.: E. Banks, Codex Fuldensis..., Marburgo 1868; A. Ciasca, Tatiani Evangeliorum harmoniae, Roma 1888 (testo arabo e versione latina); E. Sievers, Tatian lateinisch u. alt-
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(da Ficch.antio.Frabe, I. 20 ed., Torino It. 29. 18) Diatessaron - Il più antico frammento dell'originale greco del D. di Taziano (prima metà del sec. III) - Dura Europos.
deutsch..., Paderborn 1892; M. Goates, The Peppsian Gospel harmony, Londra 1922; B. Plonij, The Liège D.., 2 voll., Amsterdam 1929-35; C. H. Kraeling, A Greek fragment of Tatian's D. from Dura, Landts 1935; A. S. Marmardij, D. de Tatien, Beirut 1935 (testo arabo, traduzione francese, varianti); V. To-desco-A. Vaccari-M. Vattasso, Il D. in vulgore italiano.... Città del Vaticano 1938; C. Peters, Das D. Tations, Roma 1939; U. Man-nucci-A. Cassamassa, Istituzioni di Patrologia, ivi 1940, p. 77 sg.; B. Altaner, Patrologia, Torino 1944, p. 73. Alberto Vaccari

DIAVOLO. - Invisibile potenza personale, menzionata nella Bibbia, che dirige le forze del male, in contrasto ai disegni di Dio e a danno dell'uomo.

Il termine è la traduzione greca ( δ : δ ι α \dot{β} α λ ° ς ) dell'ebraico haż-śāṭān (v l'avversario v) o Satana (v.); è passato nel latino cristiano (Volgata diabolus), nelle lingue neolatine e nelle germaniche (ingl. devil, ted. Teufel), poi nelle slave. E sempre al singolare, poiché designa «il nemico» per antonomasia, che combatte il bene e la vita. Δ ι α \dot{β} δ λ ° ς, "che disunisce» ispirando odio o invidia, significa generalmente "accusatore" ( δ ι α β α λ \dot{η}, da δ ι α β α \dot{α} λ α "accusare" [Le. 16, 1], è l'«accusa», per lo più calunniosa [Platone, Apol., 18d-24a, 33a; Enlyphr., 3b], e può assumere il senso più largo di «aggressione» [Num. 22, 32]) o «calunniatore». Nei Settanta corrisponde al śāṭān (I Par. 21, 1; Job, 1, 6-12; 2, 1-7; Ps. 108, 6; Zach. 3, 1-2) designante l'avversario dei servi di Dio; ma quando śāṭān, senáarticolo, indica un nemico umano (I Sam. 29, 4; II Sam. 19, 22; I Reg. 5, 4 [ebr. 18], e cf. 11, 14.23.25), è tradotto ε ε i β α \cup λ ° ς «insidiatore». Δ ι α β α λ ° ς traduce sár e sórēr ("nemico»: Aman) in Esth. 7, 4 e 8, i. Mentre la Volgata del Vecchio Testamento traslittera 5 volte satan, i Settanta accolgono σ α τ ε \hat{ε} ν solo in I Reg. 11, 14. 23. Δ ι α \dot{β} δ α \dot{α} ς ricorre anche in Sap. 2, 24 (origine de «la morte nel mondo») e I Mach. 1, 36.

L'invisibile nemico era concepito come la spia che accusa gli uomini presso Dio e li « tenta» per farli condannare (Job 1, 6 sgg.; I Par. 21, 1; Zach. 3, 1-2). La letteratura talmudica e midhrāšica ignora la caduta degli angeli, posta invece in molto rilievo dall'apocalittica. Il Talmud (Šabbāth jer., 5b) e il Midhrāš rabbā̄ (su Ex. 21, 7; ecc.) presentano il śāṭān come "accusatore" degli uomini.

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Nel Nuovo Testamento il d. o Satana è il capo degli angeli decaduti o demóni (v.), che fomenta il male e la perdizione (Mt. 25,41; II Cor. 12,7; II Pt. 2,4; Ind. 6; Apoc. 9,11; 12,7-9).

Il termine vi è usato 39 volte in questo senso tecnico di nemico di Dio e dei suoi fedeli, eccetto 3 casi in cui δ α \dot{α} β o λ 0 (plurale) è l'attributivo "accusatore" (I Tim. 3, 11 [detrahenter]; II Tim. 3, 3 e Tit. 2, 3 [criminator]; cf. s. Policarpo, 5, 2). Ricorre anche 36 volte 6 oaxxvâc (Mt. 4, 1 a diabolo =M c. 1, 13 a satana; Volgata sempre satanas e mai satan), oltre le voci affini oi δ α i μ o v e s(M t .8, 31) e vò δ α μ ε \dot{ω} v o v ( 63 volte, 27 al singolare ma 36 al plurale; 53 volte nei Vangeli). In Apoc. 12, 9 e 20, 2 l'essere "chiamato d. e satana" è identificato al dragone (v.), ibid. 12, 10 è qualificato etimologicamente " l'accusatore ( \dot{α} \times α τ \dot{η} η η σ ς ) dei fratelli nostri (=cristiani) che li accusa ( \dot{α} \times α τ η γ o ρ \tilde{ω} v ) dinanzi a Dio giorno e notte». La funzione escatologica del d. è di perdere gli uomini al supremo giudizio; il d. è è \dot{α} \times \dot{α} δ ι α 0 ς " l'avversario in tribunale" ( I Pt. 5, 8). Intanto tenta gli uomini e li inganna per impedire la loro unione con Dio; frustra le vie di Dio per la salvezza degli uomini (Mt. 13, 19.30). Onde l'opposizione tra «i figli del d.» e «i figli di Dio» (Io. 8, 44. 47 [Giuda è d.: 6, 71]; I Io. 3, 8.10); i primi compiono le opere del d. " (Att. 13, 10) che si riassumono nell'impostura o seduzione (Io. 8, 44; I Tim. 4, 2; Apoc. 12, 9; 20, 9; cf. Act. 5, 3-4), con cui alla verità e giustizia si sostituisce il peccato (Rom. 1, 25-27; Jac. 5, 19). Il cristiano deve "resistere al d." (Jac. 4, 7; I Pt. 5, 8) con "l'intera armatura" (Eph. 6, 11), ché il d. è «il capo di questo mondo" (Io. 12, 31; 14, 30; 16, 11), è «il dio di questo secolo" (II Cor. 4, 4).

Presso i Padri, 6 ả α \dot{α} β α \dot{α} σ ς o diabolus (sempre al singolare, come nella Bibbia) è il capo degli angeli ribelli (Tertulliano, Apol., 22 sg., e De anim., 35; s. Agostino, Sermo 197 de temp.; ecc.); è il nemico di Cristo e dei suoi fedeli (s. Ignazio, ed. A. Lelong, Parigi 1910, p. xliI; s. Policarpo, 7, 1) e i martiri ne sostengono gli assalti (Passio s. Perpetuae, 3 sg., 10, 18, 20 sg.); cf. Romano il Melode (ca. 500), ed. G. Cammelli, Firenze 1930, pp. 228-30 ( δ α \dot{α} β o λ 0 ς è l'anticristo, p. 228), 272, 278, ove usa oi δ α i μ o v ε ς al plurale. Mentre d. rimane un appellativo, 6 oaxxvâc assume un significato più sacro e tende a diventare nome proprio (cf. Rom. 16, 20; s. Ignazio, Ad Eph., 13, 1). S. Bonaventura attribuisce ai demoni l'ufficio di «accusatori» (De ss. Angelis, serm. 5).

La forma zabulus (forse contaminata da beelzebul) fu frequente presso i Latini, da s. Cipriano a s. Ildefonso (sec. viII) e fino a Orderico Vitale (sec. 211) : cf. C. Du Cange, Glossarium med. et inf. lat., ed. L. Henschel, VI, Parigi 1846, p. 929.

Bim.: H. Cremer, Biblisch-theologisches Wörterbuch des neuterian. Griechisch, 11* ed. di J. Kögel, Stoccarda-Gotha 1923, pp. 187-89; W. Foerster e G. von Rad, Ausßáà λ ω-bıá β α λ 0 ς, in G. Kittel, Theologisches Wörterbuch zum Neues Test., II, Stoccarda 1935, pp. 69-80; J. Chaine, Les Epltres catholiques, Parigi 1939, pp. 183-85, 309-11. Sulle varie concezioni intorno al d. e ai demoni agli inizi dell'èra cristiana: J. Smir, De duemoniacis in historia evangelica, Roma 1913, pp. 117-74; J. Felten, Storia dei tempi del Nuovo Test., trad. it., III, Torino 1914, pp. 119-31; L. Jung, Fallen Angels in Jewish, Christian and Mohammedan literature, Filadelfia 1926. - Sul d. nei mini nordici i 3 voll. della collea. FF. Communications ediles for the Folklore Fellows, Helsinki; J. de Vries, The Problem of Lohi, (XLIII, 1), 1933; V. Höttges, Typenverzeichnis der deutschen Riesen- und riesischen Teufelssagen (LJ, 1), 1937; W. Ruben, Ozean der Mitrebensiröme, I: Die 25 Erzäblungen des Dämons (Verdäupancavimäntl) (LV, 2) 1944; G. Manacorda, La selva e il tempio, 2^{2} ed., Firenze 1935, pp. 19-21, 78-116. - Sul d. nella fantasia letteraria e popolare: M. Praz, La morte, la carne e il d. nella letteratura romantica, Milano-Roma 1931; S. Samek-Lodovici, Lo specchio dei diavoli e delle streghe, in Le vie d'Italia, 44 (1938), pp. 212-21. R. Schreider, Dämonen und Verhldrung, Vienna 1947. Sul d. nel pensiero razionalista attuale: M. Garcon e J. Vinchon, Le diable. Etude historique, critique et médicale, Parigi 1926; A. Tilgher, Filosofia delle morali, 3^{°} ed., Roma 1944, pp. 234-40.

Antonino Romeo
DIAZ DEL CASTILLO, Bernal. - Cronista spagnolo, n. a Medina del Campo nel 1492, m. verso il 1581. Partì per l'America nel 1514 con P. Davila e
prese parte alla spedizione per la scoperta dello Yucatàn, più tardi assisté alla conquista del Messico.

Contro il Gómara che aveva attribuito la sola gloria della conquista del Messico al Cortés, il D. compose la sua Verdadera historia de los sucesos de la conquista de la Nueva España (edita nel 1632, v. ed. critica, Madrid 1941) tesa a mostrare le parti avute dall'esercito nella conquista del Messico.

Bim.: J. Viller Villamìy, Observaciones acerca de la Historia..., in Anales del Museo Nacional de arqueologia, historia y ctnografía, 7 (1931), pp. 119-46; R. Ighinis, Introducción al estudio de B. D. del C. y de su Verdadera Historia, Messico 1941; E. Foster, Storia della storiografia moderna, trad. it., I, Napoli 1944, pp. 360-61. Per altro bibl.: R. Sánchez Alonso, Fuentes de la bistoria española e hispano americana, Apéndice, Madrid 1946, pp. 216-17. Carlo Angelori

DIAZ DEL RIBERO, Francisco. - Scultore e architetto spagnolo, n. a Mazcuerras (Santander) nel genn. 1592, m. a Granada il i apr. 1670.

Si era acquistato una fama di valente ebanista, con le sedie del coro della collegiale del Sacro Monte a Granada, quando vesti a Siviglia, nel 1623, l'abito della Compagnia di Gesù, in qualità di fratello coadiutore. Tra le sue opere sono da ricordare principalmente gli alori monumentali (retablas) che eresse nelle chiese della Compagnia a Granada, Malaga, Andujar e Montilla, con ingegnosi effetti di chiaroscuro. A Granada, fece pure opere di architetto (chiostro del Collegio dei Gesuiti, ecc.). Secondo l'antico biografo, la sua vita sarebbe stata insignita da molti lavori mistici.

Bim.: G. Amada, El artífice perfecto ideado en la vida del hermano Fr. D. del R. coadjutor formado de la Campañia de Jesús, Siviglia 1696 (estratri riprodotti in F. J. Sanchez Cantón, Fuentes literarias para la historia del art español, IV, Madrid 1941, pp. 527-44); E. Ortiz de la Torre, Arquitectos montañeses; Fr. D. del R., in Bulexio de la Biblioteca Menéndez y Pelayo, 18 (1936), pp. 1-18, fig. 3. Edmundo Lamalle

DI BAGNO GUIDI, GIOVANNI FRANCESCO: v. BAGNO, GIOVANNI FRANCESCO.

DI BAGNO GUIDI, NICCOLO: v. BAGNO, NICCOLO.

DI BARTOLO, Erassmo. - Musicista, n. a Gaeta nel 1606, m. a Napoli nel 1656, detto p. Raimo, della confraternita della Trinità in Napoli.

Fu prima cantore della cappella e della camera del viceré duca d'Alba, poi nell'Oceano del Filippini (16;6), di cui divenne prefetto nel 1643. Compose messe, di cui una a 10 voci, salmi a 8 , mottetti ed altra musica sacra, conservata nella biblioteca dell'Oratorio stesso.

Bim.: G. Pannain, Le origini della scuola musicale napoletana, ivi 1914, p. 76; S. Di Giacomo, I quattro conservatári di musica di Napoli, Napoli 1924, p. 34. Anna Maria Gentili

DI BARTOLO, SALVATORE. - Teologo palermitano, n. il 6 nov. 1838 , m. il 15 giugno 1906.

Compì gli studi sotto la guida di mons. Domenico Cilluffo (Elogio funebre di D. Cilluffo, arctoascovo di Aldava, Palermo 1873) nel seminario di Palermo. Fu restore della chiesa e dell'orfanotrofio di S. Lucia, poi canonico (1884) e arcidiacono della Cattedrale, professore di teologie generale e isagogica e di filosofia del cattolicesimo nell'Università di Palermo, socio attivo dell'Accademia di religione cattolica di Roma, della R. Accademia di scienze, lettere e arti di Palermo, sui cui Atti pubblicò vari brevi studi dal 1875 al 1897. Tentando un'apologetica rispondente alle necessità dei tempi, pubblicò, oltre molti altri opuscoli, Introduzione ad un lavoro scientifico intorno la Creazione, il Cristo, la Chiesa (Palermo 1862); Saggio d'un esame critico dell'opera del prof. G. Draper, La storia del conflitto tra religione e scienza (ivi 1881); Gesù Cristo... Risposta a... R. Schiattarello... (ivi 1897).

Per favorire il ritorno dei dissidenti, si impose di «ridurre al minimo indispensabile le decisioni dottrinali della Chiesa» e nell'opera I criteri teologici: La storia dei dommi e la libertà delle affermazioni (Torino 1888; all'Indice [decr. 14 maggio 1891; è permessa l'edizione romana del 1904]) cui segul Giudizi sova i criteri teologici (Torino

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1891), distinguendo gradi vari nell'ispirazione biblica (massimo d'intensità nelle parti che riguardano la fede e i costumi, minimo in geografia e in fisica, medio nelle narrazioni storiche), affermò che l'ispirazione nei gradi infimi è compatibile con l'errore. Era un modo comodo ma fallace di risolvere la "questione biblica", analogo alle teorie di H. Holden, A. Rohling, F. Lenormant, H. J. Newman; coincidono con D. B.: J. Didiot e mons. d'Hulm. L'encicl. Providentissimus (18 nov. 1893) condannerà formalmente questa "scuola larga". I criteri teologici fu posto all'Indice il 14 maggio 1891. D. B., lodevolmente sottomessosi, curò una nuova edizione corretta (Nuove esposizione dei criteri teologici, Roma 1904).

BibL.: L. Indelicato, In memoria di mons. can. dr. S. Di B., Palermo 1006.

Angelo Tricoli
DIBON (ebr. Dibhân). - Città moabitica, tappa o stazione degli Israeliti nel loro itinerario verso la Terra Promessa (Num. 33, 45), conquistata e riedificata da Gad, donde il nome di D.-Gad (Num. 32, 34 ; 33,45 ) e toccata poi in sorte alla tribù di Ruben (Jos. 13, 9, 17).

Mesa, re di Moab, la liberò nel sec. Ix dal giogo dei re d'Israclc (II Reg. 3, 4) e i profeti Isaia (15, 2) e Geremia (48, 18-22) la trattano infatti come città assoluta. Eusebio (Onomasticon, 76, 17) ne fa una grossa borgata vicino all'Arnon, identificata oggi nell'ammasso di ruderi medievali e arabi che ricoprono strati più antichi con il nome di Bibôn, 5 km . a nord-est di Arâ'ir. Sull'acropoli fu nel 1868 ritrovata la stele detta di Mesa, ora al Louvre, che il re cresse a D. per vantare le sue vit. teriose rivendicazioni territoriali contro il dominio degli Israeliti.

BibL.: J. van Kasteren, s. v. in DB, II, coll. 1409-11. Donato Baldi
DI BREME, Lodovico Arborio Gattinara. N. a 'Torino nel 1780, m. ivi il 15 ag. 1820. Elemosiniere del viceré d'Italia Eugenio Beauharnais, consigliere di Stato nel primo Regno d'Italia; caduto Napoleone, si ritirò a vita privata. Derivò la vasta cultura dai più vivi pensatori e poeti italiani del Settecento e dalle opere di Mme De Stäel, di A. G. Schlegel e del Sismondi; anche i contatti con Byron, e Stendhal non erano stati sterili. Alla posizione assertrice del più assoluto idealismo, il D. B. era giunto attraverso la confutazione appassionata del sensismo e del razionalismo, prima che in Italia entrasse il movimento romantico; perciò egli fu considerato un precursore. Promosse il primo periodico romantico italiano (Il bersagliere, intitolato poi Il conciliatore) su cui scrisse numerosi articoli. Avversò il deismo, il sensismo, nonché l'ateismo che gli appariva come il più antipoetico degli stati d'animo.

BibL.: G. Muoni, L. Di B. e le prime polemiche intorno a mod. di Stäel e al Romanticismo in Italia, Milano 1902; C. Calcaterra, L. Di B., introduzione alle polemiche, Torino 1923; F. Ficco, L. Di B., in La Cultura, Roma 1924; C. De Courten, Milano romantica e la Francia della Restaurazione (1815-30), Milano 1925; V. Cian, Nel castello ducale di Sartivana, in Giorn. stor. d. lett. it., 111 (1938), pp. 280-98; A. Romanò, L. Di B. e la polemica romantica, in Humanitas, 6 (1949), pp. 627-43. Giovanni Cecchini
DICASTERI ROMANI: v. CONGREGAZIONI.
DICASTILLO, JuAN de. - Teologo gesuita spagnolo, n. a Napoli da genitori spagnoli il 28 dic. 1584, m. a Ingolstadt il 6 marzo 1653. Religioso nel 1600 , insegnò teologia scolastica a Murcia e a Toledo, poi esegesi a Vienna, ove fu anche predicatore della corte imperiale.

Scrisse : De iustitia et iure ceterisque virtutibus cardinalibus (Anversa 1641); Tractatus de Incarnatione (ivi 1642); De Sacramentis (3 voll., ivi 1646-52); Tractatus duo de iuramento, periuriis et adiuratione, necnon de censuris et poenis ecclesiasticis (ivi 1662).

BibL.: Hurter, III, col. 1189; Sommervogel, III, p. 49. Ambrogio di Santa Teresa
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Dickens, Charles - Ritratto da un'incisione.

DICKENS, Charles. - Romanziere inglese, n. a Portsea il 7 febbr. 1812, m. presso Chatham-Rochester il 9 giugno 1870 . I primi duri anni della sua vita ci vengono narrati in forma di romanzo in quello che è considerato il suo capolavoro, il David Copperfield (1849-50). Autodidatta, cominciò la sua carriera di scrittore come giornalista, e conquistò definitivamente il pubblico con i Pickwick Papers (1856).

Vissuto nel periodo post-napoleonico, in piena rivoluzione industriale, le sue opere (delle quali le maggiori raggiungono la ventina) rispecchiano tutto il fermento che tendeva alla riforma radicale di ogni settore della società e al rinnovamento di tutte le istituzioni, da quelle caritative a quelle scolastiche, dall'amministrazione della giustizia ai problemi del lavoro, della delinquenza giovanile e degli adulti, ecc. Il movimento per la libertà della Chiesa cattolica in Inghilterra, che si maturava in quei giorni, trovò posto soprattutto nel suo romanzo storico (ne scrisse soltanto due) intitolato : Barnaby Rudge (1841), dove si descrivono le prime sollevazioni popolari (le "Gordon Riots") contro i progetti parlamentari di emancipazione dei cattolici alla fine del sec. xvir. Il cristianesimo entra nei romanzi di D. soprattutto come atmosfera generale di carità verso il prossimo. La vita di Cristo (The History of our Saviour Teens Christ, 1849), stessa come narrazione per i suoi bambini, non ha alcun valore letterario.

BibL.: J. Forster, The Life of C. D., 3 voll., Londra 1872-74 (per la biografia); G. K. Chesterton, C. D., ivi 1906; id., Appreciations and Criticism of the Works of C. D., ivi 1911 (per gli orientamenti spirituali di D.); W. Dibelius, C. D., Berlino 1926 (per lo sfondo storico e sociale, con copiosa bibl.). Per la bibl. più recente: F. W. Bateson, The Cambridge Bibliography of english literature, III, Cambridge 1940, pp. 433-55.

Alberto Castelli
DIDACHÉ. - L'unico manoscritto di questo opuscolo fu scoperto da Teofilo Bryennios, metropolita di Nicomedia, il 1875 nella Biblioteca del monastero del S. Sepolcro a Costantinopoli (riproduzione del manoscritto curata da R. Harris, Londra 1897).

Due frammenti greci papiracei (capp. 1, 3-4; 2, 7; 3, 2) del sec. Iv furono pubblicati da A. L. Hunt (The Oxyrhynchos Papyri, XV [Londra 1922], n. 1782, pp. 12-15).

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Nelle Constitutiones Apostolorum, VII, capp. 1-32 si è conservata quasi interamente un'altra recensione del testo greco della D. Una traduzione copta dei capp. 10, 3b-12, 2a è stata trovata in un papiro da G. Horner (Journal of Theol. Studies, 23 [1924], pp. 225-31; v. anche C. Schmidt, in Zeitschrift für Neuteriam. Wissenschaft, 24 [1925], pp. 81-99). Una traduzione georgiana dell'intero testo fu resa nota da G. Peradze nella stessa rivista (31 [1932], pp. 111-6, 206). La traduzione latina, pubblicata da J. Schlecht, Doctrina XII Apostolorum (Friburgo 1900) contiene solo i capp. 1-6, 1. Altri mezzi per la storia del testo sono gli antichi Ordini ecclesiastici e la vita araba del monaco Scenudi.
I. Integrità del testo. - Il papiro Oxyrh. XV, n. 1782 ha qualche volta (p. es., 1, e 2,7) meglio conservato il testo originale. Cap. 1, 5-6 e 13, 5-7 manca nella traduzione georgiana. Il testo copto aggiunge (come il testo greco in Const. Ap., VII, 27) alla fine del cap. 10 una preghiera sopra il crisma. Il Cap. 1, 3; 2, 1 manca in una parte delle traduzioni (p. es., A. Casamassa, I Padri apostolic, Roma 1938, p. io sgg.). Bisogna ricordare che il testo di Bryennios, scritto nel 1036, è relativamente recente e che per la ragione che la D. fu usata nell'insegnamento, bisogna pensare a rifacimenti (allungamenti o accorciamenti) del testo. Non è possibile ricostruire il testo originale o voler ritrovarlo nel manoscritto di Bryennios.
II. Contenuto. - 1) Parte morale (capp. 1-6). La via della vita (capp. 1-4). Amor di Dio e del prossimo. Regola aurea. L'amore del nemico è messo all'inizio. I singoli peccati che sono da evitare vengono nel testo di Bryennios elencati in grande disordine. Raccomandazione delle elemosine, del rispetto per i maestri, doveri verso i membri della famiglia, confessione dei peccati (4,14. Che la confessione avvenga nella chiesa è una aggiunta tardiva, come dimostrano Barnaba, 19, 12 e Constit. Ap., VII, 14, 3). La via della morte (capp. 5-6). Nuovo elenco dei peccati, cominciando con l'omicidio e l'adulterio. L'obbligo di astenersi dagli idolotiti. Precede il consiglio di portare il giogo del Signore e di osservare i cibi (precetti ascetici, 2). 2) Parte liturgica (capp. 710). Battesimo, se possibile, nell'«acqua viva" (corrente). Formula trinitaria per il Battesimo. Digiuno (uno o due giorni) del battezzando e del battezzante. Nella settimana due volte digiuno in contrasto con gli usi giudalci. Tre volte al giorno preghiera del Padre nostro. Ringraziamento prima e dopo un pasto sopra il calice ed il pane. Esclusione dei non battezzati dal banchetto. 3) Parte riguardante gli «Apostoli e profeti» (capp. 11-16). Distinzione del vero e del falso «profeta». I «profeti» ricerono le primizie come i sacerdoti del Vecchio Testamento. Celebrazione eucaristica domenicale. Ordinazione di vescovi e diaconi che non devono essere disprezzati, perché anch'essi prestano servizio come "profeti e dottori». 4) Parte escatologica (cap. 16). La seconda venuta di Gesù.
III. I problemi della D. - a) Il carattere letterario. La D. non è uno scritto che rispecchia una situazione reale della Chiesa primitiva, ma una finzione letteraria per descrivere usanze e dottrine della Chiesa apostolica. E presupposto nella D. il vangelo scritto, forse il Diatessaron di Taziano (dossologia dopo il Padre Nostro; Citazione di La. 6, 30 in 1, 4; v. Funk, Patres apostolici, I, Tubinga 1901, p. 5 nota). L'autore ha conosciuto la lettera di Barnaba, che copia malaccortamente (D. 4, 1.2 paragonato con Barnaba 19, 10). La coppia di «profeti e dottori» in 15, i si basa sulla menzione di questo gruppo in Act. 13, 1, ma l'autore non era più al corrente del significato originale di questo accoppiamento (cf. E. Peterson, La Levrouggia des Prophètes et des didascales à Antioch, in Recherches de science religieuse, 36 [1949], pp. 577 579). Nel tentativo di rappresentare il più antico rito del Bat-
tesimo (nell'« acqua vivente») non può celare usi battesimali di un'epoca posteriore (7, 2.3). 8) La data della D. E molto probabile che in D. 1, 5 è stato usato il Pastore di Erma (Mand., II, 4-6), d'altra parte la D. era conosciuta all'autore della Didascalia siriace; dunque fra il Pastore di Erma e la Didascalia si deve fissare la data del nostro apocrifo (forse verso 150). c) L'ambiente in cui fu scritta la D. Gli usi liturgici presupposti nella D. hanno molto in comune con quelli della letteratura pseudo-clementina: Battesimo nell'«acqua vivente» (D. 7, 1.2 e Pseud.-Clem. Contestatio, cap. 1, p. 4, 20, ed. P. de Lagarde; Hamilia 26, p. 117, 4 e 12 Log.), digiuno di uno o due giorni prima del Battesimo (D. 7, 4, Handl. XI 35, p. 119, 32; XIII 9, p. 136, 21; XIII 11, p. 137, 7; Recogn., VII 34, 30) ed è Pietro che insegna la dottrina delle due vie. Ora si sa da Rufino (Commentaria in Symb. apost. 38; v. anche s. Girolamo, De viris illustr., 1) che la dottrina delle due vie, da lui identificata con la D. di s. Atanasio, Epist. festiva, 39, portava anche il titolo «iudicium secundum Petrum». Questo fatto suggerisce di inquadrare la D. nell'elenco degli apocrifi che trattano di Pietro. Se, come gli studi degli ultimi anni hanno dimostrato, la D. è una finzione letteraria, si potrebbe metterla forse in rapporto con alcuni Atti apocrifi (di Pietro, 2), come del resto anche la Didascalia siriace presuppone la conoscenza della letteratura pseudo-clementina. Bisogna però sottolineare che si tratta di una sola ipotesi. Del resto la D. si distingue chiaramente dalla letteratura pseudo-clementina, che mentre quest'ultima esalta la gerarchia della Chiesa le preferenze della D. vanno verso i «carismatici» che portano i nomi di «spostoli, profeti e dottori». E impossibile spiegare il termine "profeta" nella D. con il montanismo (contro Connolly e Vocke), perché i montanisti limitavano l'uso di questa parola a tre persone, i propagandisti del montanismo invece percepivano un salario e non furono rispettati come profeti. E certo che sul vocabolario della D. ha avuto grande influenza la lingua del Nuovo Testamento, ma è anche forse vero che esistevano nella Chiesa siriace gruppi di carismatici che dall'autore della D. sono chiamati "profeti» (o similmente). Non è da escludere la possibilità che si tratti degli stessi asceti vaganti, dei quali le Epistole di Pseud.-Clemente alle vergini dànno una descrizione impressionante. d) Sopravvivenza della D. La D. era molto in voga in Egitto, come provano i papiri, s. Atanasio, la vita di Scenudi, ecc. Interessante è che la Chiesa egiziana non ha conosciuto solo «le due Vie» (che da alcuni sono riguardate a torto come un'opera giudalca), ma anche le tanto discusse preghiere di capp. 9 e 10. Dalla tradizione egiziana non si può dedurre una conclusione sicura sul significato originale di queste preghiere. Mentre D. 9, 2 e 4 si trova anche in testi eucaristici (Serapione, Sacramentarium, XIII, 13, ed. F. X. Funk, Paderborn 1905, p. 174, Papiro di Der Balyzeh, in C. H. Roberts e B. Capelle, An early Euchologium [Bibliothèque du Muséon, 3], Lovanio 1949, p. 26 sg.; Anophora etiopica di r. Gregorio, ed. G. LöfgrenS. Euringer [Orientalia christiana, 30, 2, Roma, 1933, p. 125 v., p. 78), è stato dimostrato da (ps. ?) Atanasio, Logos Soterias, cap. 13 (ed. E. v. der Golte [Texte und Untersuchungen, nuova serie, 14, 11], Lipsia 1905, p. 47, 5) che la preghiera in D. 9,4 veniva usata anche in preghiere comuni da tavola. L'esclusione dei non battezzati in D. 9 dal banchetto non è una prova per il carattere eucaristico di queste preghiere, come è dimostrato dal Logos soterias C. c. p. 47, 11 s. Anche negli Pseud.-Clementini i non battezzati sono esclusi dai banchetti comuni. Del resto il testo di Bryennios con la sostituzione di "pane" con "spezzato" ( D .9,4 ) è una prova della influenza del linguaggio liturgico egiziano sul testo di Bryennios (cf. E. Peterson, Méris, Mostieu-Partibel und Opfer-Anteil, in Ephemerides liturgicae, 61 [1947], p. 6).

Brai.: Edizioni nelle opere complete dei Padri Apostolici: Ad. Harnack, Die Lehre der Zwölf Apostel (Texte und Untersuchungen, 2, 1-11). Lipsia 1887; I. Minasi, La dottrina del Signore di dodici Apostoli, versione, note e commentario, Roma 1891; J. A. Robinson, Barnabas, Hermas and the D., Londra 1920; I. Maimelburg, The literary relations of the Epistle of Barnabas and the teaching of the twelve Apostols, Marburg 1929; I. A. Robinson-R. M. Connolly, The Epistle of Barnabas and the D., in

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Journal of Theol. Studies, 35 (1934), pp. 113-45; id., The D. with additional notes, ibid., pp. 225-47; R. H. Connolly, Canon Streeter on the D., ibid., 38 (1937), pp. 364-79 (contro l'ipotesi della interpolazione di 1, 3 b-2, 1); F. W. Vockes, The riddle of the D., Londra 1938; Th. Klauser, in Florilegium patristicum, I, Bonn 1940. Sulle preghiere in cap. 9 e 10 v. Lietzmann, Messe und Herrenmahl, Bonn 1926, p. 230 sg.; M. Dibelius, Die Mahlgebete der D., in Zeitschrift für die Neusteiamenlliche Wissenschaft, 37 (1938), pp. 32-41; E. Peterson, D. cap. 9 e 10, in Ephemerides liturgicae, 58 (1944), pp. 3-53. Erik Peterson

DIDASCALIA. - Questo scritto apocrifo vuol essere "la dottrina cattolica" dei 12 Apostoli e pretende di essere scritta a Gerusalemme dopo il "decreto" degli Apostoli (Act. 15, 23 sg.). Come il decreto così anche la D. dei 12 Apostoli ha l'intenzione di impedire l'infiltrazione di usanze giudaiche nella Chiesa dei gentili. Per questa ragione il centro teorico del libro è una discussione sul valore della legge giudaica. L'autore distingue fra il decalogo e la legge cerimonialc. Quest'ultima fu data dopo il peccato del vitello d'oro (Ex. 32, 4) ed è chiamata δ ε u τ ε ́ ρ ω σ ι ς, "secundatio", cioè miz̃nāh nel significato di tradizione giudaica. La prima legge è un "iugum" (iugum suave: Mt. 11, 30), la seconda un "vinculum". Cristo è venuto per abolire la seconda legge: "secundationem destruxit" (p. 227, 11a ed., a cura di R. H. Connolly). Uno dei compiti principali del vescovo è di distinguere la seconda legislazione dalla prima (p. 34). I sacrifizi non erano chiesti da Dio e così si spiega il fatto che Abcle fu ucciso durante un sacrifizio e che Noè non ricevette una lode da Dio quando sacrificava dopo il diluvio (citazione di un apocrifo: v. p. 221, 7 sg.). Invece dei sacrifizi Dio voleva "orationes et precationes et gratiarum actiones" (p. 87, 10). Questa valutazione della legge non viene, come si è detto, da Giustino ed Ireneo ma ha molto in comune con le idee dei giudeo-cristiani e della letteratura pseudo-clementina (cf. C. Schmidt, Studien zu den Pseudo-Clementinen [Texte und Untersuchungen, 46, 1], Lipsia 1929, p. 263). L'autore della D. che scrive per gentili-cristiani (citazione dalla Sibilla, p. 173) ha conosciuto gli Atti apocrifi degli Apostoli (Pietro, Paolo, forse anche Tommaso), il Vangelo di Pietro (v. L. Vaganay, L'Evangile de Pierre, Parigi 1930, pp. 167 sg., 184 sg.) e quello degli Ebrei (L. Vaganay, op. cit., p. 186; R. H. Connolly, parte 1ª, p. xxvir sg.) e l'orazione di re Manasse. La letteratura pseudo-clementina non è citata, ma tradizioni giudaiche sono venute all'autore (p. 100, 15 sg . interpretazione giudaica di Deut. 6, 5: v. H. L. Strack-P. Billerbeck, Kommentar zum Neuen Testament aus Talmud und Midrasch, I, Monaco 1922, pp. 100, 110, 4, i pagani ed il lato sinistro di Dio: v. Apocalisse di Abramo, p. 36, 16, Bonwetsch) forse per mezzo di tradizioni giudeocristiane. Coincidenze con la Didaché, Barnaba ed Erma possono spiegarsi anche senza l'ipotesi di una dipendenza letteraria, ma le epistole di s. Ignazio erano certamente conosciute all'autore della D. e con Ignazio s'incontra nell'importanza che dà all'episcopato ed alla sua attività (distribuzione delle oblazioni). Sul servizio liturgico poche notizie, ma interessanti quelle sul digiuno (strana cronologia della Settimana Santa), sulle vedove, sui martiri e sull'ordine nella chiesa durante il servizio religioso (orientazione della preghiera). L'opera originale, conservata in traduzioni siriache ed in parte in latino (manoscritto di Verona) era scritta in greco (piccolo frammento pubblicato da V. Bartlet, The Didaché reconsidered, in Journal of Theological Studies, 13 [1917], p. 303 sg.). La traduzione greca nelle Casti-
tuzioni apostoliche è una rielaborazione. L'opera è scritta probabilmente in Siria nella prima metà del sec. III. Da Epifanio, Haer. 70, 10 si sa che la D. fu letta presso gli Audiani. Pare che Afraate (v. R.H. Connolly, op. cit. in bibl.) l'abbia conosciuta; lo stesso vale per Epifanio (v. K. Holl, op. cit., p. 209 sg.). Presso i cristiani orientali la D. è inserita spesso tra gli scritti canonici.

Diol.: Traduzione migliore: D. Apostolorum. The syriac version translated and accompanied by the Verona latin Fragmento da R. Hugh Cannolly, Oxford 1929. Per la traduzione latina v. E. Tidner, Sprachlicher Kommentar zur lateinischen D., Stoccolma 1938. Per la traduzioni arabiche ed etiopiche v. P. X. Fusik, D. et Constitutiones Apostolorum, II, Paderborn 1903, p. xxviI sg.; J. M. Harden, The Ethiopic D. translated, 1920. Per la data ultimamente P. Galtier, in Revue d'histoire ecclésist., 47 (1947), p. 315 sg. Su una interpolazione nella D. K. Hall, Gesammelte Aufsätze zur Kirchengeschichte, II, Der Osten, Tubinga 1928, p. 212.

Erik Peterson
DIDASKALEION. - Rivista fondata nel 1912 dal salesiano Paolo Ubaldi. Il programma, indicato dal sottotitolo Studi filosofici di letteratura cristiana antica, era, come si spiegava nella presentazione, di "promuovere lo studio delle letterature cristiane in genere, ed in specie della greco-latina", esclusivamente sotto l'aspetto estetico e filologico.

La pubblicava la Libreria (poi Società) Editrice Internazionale a Torino. Sospesa nel 1917, fu ripresa, in nuova serie, nel 1923, con programma alquanto ampliato, come annunziava il nuovo sottotitolo Studi di letteratura e storia cristiana antica, sempre sotto la direzione dell'Ubaldi, avendo per redattori i salesiani Sisto Colombo e Paolo Barale fino al 1925 compreso, poi il solo Colombo. La nuova serie recava anche bollettini bibliografici di letteratura cristiana greco-latina e materie affini. Nel 1925 divenne organo di studi aggregato ed annesso alla Facoltà di lettere e filosofia dell'Università Cattolica, dove l'Ubaldi era stato trasferito. Cessò le pubblicazioni alla fine del 1931. Il "D." ebbe anche una sua "Biblioteca", che raccolse 6 studi già pubblicati sulla rivista.

Michele Pellegrino
DIDATTICA: v. educazione.
DIDEROT, Denis. - Filosofo, n. a Langres (Champagne) il 5 ott. 1713, m. a Parigi il 30 luglio 1784. Destinato dal padre allo stato ecclesiastico, frequentò il collegio dei Gesuiti, nella città natale, ma ne fu ritirato per troncare alcune velleità di noviziato. Finiti gli studi a Parigi e rifiutata ogni professione, si diede allo studio, principalmente della matematica e delle scienze. Aveva soltanto lavorato ad alcune traduzioni, quando, a 33 anni, fu scelto come editore di una pubblicazione che divenne, nelle sue mani, e con la collaborazione del D'Alembert, la famosa Enciclopedia (v.), uno dei più considerevoli avvenimenti del '7oo. Lo spirito rivoluzionario ed antireligioso dell'opera, che già trovava corrispondenza nello stato delle menti, contribuì potentemente a preparare l'esplosione del 1789 . Il D. vi lavorò fino alla fine, cioè dal 1746 al 1772. Fu pensionato da Federico II e da Caterina II.

L'attività di scrittore del D. non si esaurì nell'Enciclopedia. Oltre alle varie opere da lui pubblicate, molti suoi scritti, destinati all'estero, furono editi postumi : per lo più brevi saggi, racconti e dialoghi, scritti con brio e ripieni dello spirito dell'Enciclopedia. Lo stile del D. è un modello di vita e di spontaneità, ma manca di sobrietà: una fra le sue opere più originali, Le neveu de Romeon, fu tradotta da Goethe. I suoi Saloni rappresentano un valido contributo alla critica d'arte.

Notevoli, fra le sue opere filosofiche: Pensées philosophiques (1746); Lettre sur les aveugles (1749); Interpretation de la nature (1759); e, postume, Le rêve de d'Alembert; Supplément au voyage de Bougainville. Inizial-

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(fot. Alligari)
Diderot, Denis - Busto di D. D. Opera di J. B. Pigalle. Parigi, Louvre.
mente il D. aderì ad un vago deismo, ma passò presto ad un puro materialismo, impugnando l'esistenza di Dio, senza però superare ogni dubbio ("O Dieu, je ne sais si tu es»). Il D. confessava che nel suo sistema, senza obbligazione e senza libertà, non poteva trovare alcun posto la morale. Il D. comunque sembrò aver superato il puro determinismo meccanicistico per un cosciente determinismo vitalistico (Venturi).

BibL.: Oeuvres complètes, ed. J. Assézat e M. Tourneux, 20 voll., Parigi 1872-79; J. A. Naigcon, Mémoires historiques et philosophiques sur la vie et les ouvrages de D., ivi 1821; J. Morley, D. and the Encyclopaedists, a voll., Londra 1891; J. Reinach, D., Parigi 1894; L. Ducros, D., ivi 1894; L. Brunel, D. et les encyclopédistes, in Histoire de la langue et de la littérature française des origines à 1900, VI, Parigi 1898, cap. 7, pp. 320-71; P. Hermand, Les idées morales de D., Parigi 1923; M. D. Busnelli, D. et l'Italie, ivi 1945; J. Le Gros, D. et l'Encyclopédic, Anciens 1928; F. Venturi, Jeunesse de D., Parigi 1939; D. Mornet, D. L'homme et l'oeuvre, ivi 1941; D. H. Gordon-N. L. Torrey, The censoring of Diderot's Encyclopedie and the reestablished text, Nuova York 1947; H. Lefebvre, D., Parigi 1949. 'Carlo Boyer

DIDIMO il Cieco. - Scrittore ecclesiastico antico, n. verso il 313 ad Alessandria, dove trascorse tutta la sua vita, m. ivi tra il 395 e il 399. A quattro anni diventò cieco; riuscì nondimeno a formarsi una vastissima cultura, soprattutto sacra, cosi da essere messo a capo del Didashaleion, la scuola catechetica alessandrina. Nel suo lungo magistero annoverò fra i suoi discepoli Rufizo e s. Girolamo. Rimase laico, ma si diede a vita ascetica e penetrò la sua attività dottrinale di profonda pietà.

Le sue opere, cosi numerose che s. Girolamo (De vir. ill., 109) rinunzia a darne l'elenco, sono esegetiche e dommatiche. Commentò, del Vecchio Testamento, almeno i Salmi, Giobbe, Isaia, Osea, Zaccaria, i Proverbi; del Nuovo Testamento, i Vangeli di s. Matteo e di s. Giovanni, gli Atti degli Apostoli, la I ep. ai Corinzi, quelle ai Galati e agli Efesini; non ce ne restano che scarse reliquie nelle Catene bibliche. L'attribuzione a D. d'una Enarratio in epistolas canonicas, menzionata da Cassiodoro (Inst. div. litt., 8) e pervenutaci nella versione latina di Epifanio Scolastico, incontra difficoltà. Nell'esegesi D. segue Origene, preoccupandosi della costituzione del testo
critico, ma soprattutto indulgendo a un pronunciato allegorismo. Delle opere dommatiche ci rimane il De Spiritu Sancto, anteriore al 38 r , nella versione latina di s. Girolamo; il De Trinitate, in tre libri, scritto fra il 38 r e il 392 ; mutilo, il trattatello Contra Monichaeus. Alcuni suoi scritti debbono esserci pervenuti sotto altro nome: fra questi il π ρ ω ́ τ o s Àó γ o s (primo discorso), che D. menziona nel De Trinitate, probabilmente identico al De dogmatibus et contra Arianos, attestato da s. Girolamo, sarebbe conservato nei II. IV e V del Contra Eunomium, falsamente attribuiti a s. Basilio, autore dei primi tre libri. Anche lo Ps.-Atanasio: Contra Macedonianos dial., sarebbe opera di D. Ma l'attribuzione dello Ps.-Girolamo su Is. 6, 1-7 (L. G. Morin, Anecdota Maredsolaun, III, III, p. 1030) a D., tentata da W. Dietschen (Didymus v. Alexandria als Verfasser der Schrift über die Seraphen - Vision, Friburgo 1942) non è rimasta senza contraddizione. Altre opere dommatiche sono perdute.

La dottrina trinitaria di D., pienamente conforme alla fede nicena, è ispirata a s. Atanasio e ai Cappadoci. Come per Basilio, la sua formula è: μ ì α oúoìa, τ χ ι imatĥ ς ùnoo τ \dot{α} σ ε ι ς (una essenza, tre persone); il Figlio è consostanziale ( \dot{α} μ ° σ \dot{α} σ ι σ ς ) al Padre, cosi lo Spirito Santo al Padre e al Figlio. Le tre Persone hanno un'unica volontà e operazione. Il Figlio viene dal Padre per generazione, lo Spirito per processione ( \dot{ε} π π \dot{σ} ρ ε ω σ ι ς ). L'ammirazione per Origene, ch'egli prese a difendere, lo portò a teorie arrisibiste ed erronce su altri punti, come la preesistenza delle anime e l'apocatestasi. Per questo D. fu coinvolto nelle ripetute condanne dell'originismo e le sue opere andarono in massima parte perdute.

Come scrittore, D. mostra di non curare l'eleganza della forma, pago di esprimersi con precisione; risente inoltre l'inconveniente di dover affidarsi unicamente al dettato. Il suo stile fiacco, scolorito, prolisso, s'avviva talvolta sotto l'influsso della fervida pietà con cui discorre degli argomenti teologici.

BibL.: Le sue opere si trovano in PG 39; frammenti esegetici in catene pubblicati da K. Staab, Poudus-Konmentare aus der griechischen Kirche (Neutestamentl. Abhandlungen, 15), Muntter 1933, p. 5 sgg.; il De Trinitate fu pubblicata la prima volta da G. L. Mingarelli, Bologna 1769. - Studi: J. Leipoldt, Didymus der Blinde (Texte und Untersuchungen, 29, III), Lipsia 1905; G. Bards, Didyme l'Avenyle, Parigi 1910; W. J. Gauche, Didymus the Blind, an Educator of the Fourth Century, Washington 1934, Bordenhewer, III, pp. 104-13; P. Godet, in DThC, IV, coll. 748-55; J. Lebon, Le Ps. Basile adv. Euvom. IV-V est bien Didyme d'Alexandrie, in Muséon, 50 (1937), pp. 6183; I. Ulbach, Didymus of Alexandria, in Bibliotheca sacra, 1940, p. 81-92. Recentemente si sono scoperti papiri con testi di D.

Michele Pellegrino
DIDIOT, Jules. - Sacerdote, teologo, n. a Cheppy (Meuse) il 14 ag. 1840, m. a Montbras (presso Mazey-sur-Vaysse [Meuse]) il 20 dic. 1903. Laureato in teologia nel Collegio Romano (1864), insegnò filosofia e poi teologia dommatica nel seminario di Verdun (1864-70) e fu bibliotecario della medesima città (1871-77). Fondata le facoltà cattoliche dal nord a Lilla, fu chiamato ad insegnare in quella teologica, di cui fu decano (1877-86; 1893-96), e di sociologia. Dal 1885 al 1892 diresse la Revue des sciences ecclésiastiques. A un notevole influsso come professore il D. aggiunse un'abbondante produzione letteraria, specialmente di articoli in varie riviste.

Fra le sue opere maggiori sono: L'état religieux (Verdun 1871); Le docteur angélique st Thomas d'Agoin (Lilla 1874); Logique surnaturelle subjective (1892); Morale surnaturelle fondamentale (1896); Morale surnaturelle spéciale: les vertus théologales (1897); La vertu de religion (1899); Contribution. philosophique à l'étude des sciences (Lilla 1902). Lasciò monoscritto un Traité de la justice.

BibL.: C. Lemaire, M. le chanoine 7. D., Lilla 1904; Revue des sciences ecclésiastiques, 89 (1904, 1), pp. 74-88, 432-29. 526-38: Bulletin des facultés catholiques de Lilla, 1904, sociologico A. Michel, s. v. in Dict. pratique des connoissances religiones, II, coll. 814-15.

Edmondo Lamalle

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(fot. Bulles)
CHIESA DI NOTRE-DAME (sec. xiri) - Digione.

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(1st. Biblioteca Vaticana)
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ARCA DI NOE. In alto: COSTRUZIONE E ENTRATA NELL'ARCA. In basso: RITORNO DELLA COLOMBA E USCITA DALL'ARCA (Gen. 6-8). Miniature dell' Ottoteuco contenuto nel cod. Vat. gr. 746, ff. 53 v, 55 v. (sec. xII) - Biblioteca Vaticana.

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DIDON, Henr. - Domenicano, oratore, n. a Touvet (Isère) il 17 marzo 1840; m. a Tolosa il 15 marzo 1900. Dal 1865 a Parigi, esercitò la sua attività forte, efficace e tutta lacordariana in varie città (Londra, Liegi, Marsiglia, Parigi).

Ma qui la sua predicasione degli anni 1879-80, sul divorzio e sulla conciliazione del cattolicesimo con il mondo moderno e i suoi progressi, insieme con applausi suscitò anche disapprovazioni assai forti per le sue vedute troppo larghe e qualche intemperanza di linguaggio, per cui dovette ritirarsi a Corbara in Corsica. Nell'ott. del 1881 tornò a Parigi, ma non essendogli permesso di predicare, si occupò nello stendere la Vie de Jésus-Christ (2 voll., Parigi 1890), dove, se l'esegesi è talora insufficente, il quadro geografico, sociale e religioso, entro cui si svolse la vita del Redentore, è riprodotto con energia e vasta informazione, frutto di un ampio e attento viaggio in Palestina. Dal 1890 fu direttore di Arcueil (Parigi), dove cercò di attuare, in fatto di educazione, una disciplina di più ampio respiro e un maggiore adattamento ai tempi.

Scrisse inoltre: L'enseignement supérieur et les universités catholiques (Parigi 1875); Indissolubilité et divarce (ivi 1880); La Foi en la divinité de Jésus-Christ (ivi 1894); L'obscurion présente (ivi 1898). Utili alla conoscenza del D. sono anche i 4 voll. di Lettres (ivi 1901-30).

BibL.: St. Reynaud, Le père D., Parigi 1904.
Celestino Testore
DIDOT, famiglia. - Celebri stampatori e librai francesi, originari forse della Lorena, ma che svolsero la loro attività a Parigi, a partire dal sec. xviri.

François ( 1689 - 2 nov. 1737) è il fondatore della casa; stampò soprattutto classici greci e opere storiche, ma produsse anche alcuni esemplari di lusso.

François-Ambroise ( 7 genn. 1730 - 10 luglio 1804), primogenito di François, assunse la direzione della stamperia il 10 luglio 1757. Creò una nuova fonderia e ideò il "punto tipografico ", cioè l'unità di misura in tipografia, e una nuova macchina da stampa; produsse tra libri della massima eleganza una raccolta di opere in versi e in prosa ( 64 voll. in 8^{°} ), dovuta alla munificenza del conte d'Artois. Ebbe pure l'incarico di pubblicare la collazione dei classici "ad usum delphini".

Pierre-François ( 9 luglio 1731 - 7 dic. 1793), collaborò con il fratello sunnominato, ma lo sorpassò in fama il figlio Henri ( 15 luglio 1765 - 8 luglio 1852), celebre per le edizioni microscopiche, con caratteri di 2 punti e V_{11} fusi con una macchina speciale di sua invenzione. Un altro figlio di Pierre-François, Lécea (1767-1829), ha legato il suo nome alla creazione delle prime macchine continue per la fabbricazione della carta.

Pierre (25 genn. 1761-31 dic. 1853), figlio di Fran-çois-Ambroise, direttore della casa dal 1789, fu studioso e poeta apprezzato, ma conseguì maggior gloria per le sue edizioni in-fol., con caratteri fusi dal fratello Firmin. Celeberrimo fra tutti il suo Racine, apparso nel 1801. Suo figlio Jules ( 5 ag. 1794-18 maggio 1871) è noto come stampatore della «Collection des classiques français" ( 83 voll. in 8^{°} ), editi dal Lefèvre.

Firmin (14 apr. 1764 - 24 apr. 1836), fratello di Pierre, ellenista e poeta di gusto, è tra i tipografi più famosi di tutti i tempi : creò il carattere D., inventò il processo di stereotipia, introdusse il sistema di riproduzione tipografica delle carte geografiche. Dopo di lui la famiglia unisce al cognome originario anche il nome personale di Firmin, in un unico gentilizio.

Ambroise (7 dic. 1790-22 febbr. 1876), figlio del precedente, grecista di non comune valore, bibliofilo appassionato, promosse le nuova edizione del Thesaurus graecae linguae dello Stephanus (Henri Estienne), la pubblicazione del Glossarium mediae et infimae latinitatis del Du Cange, e della Biographie générale, e dette vita alla monumentale collezione di autori greci con traduzione latina.

Bibl.: E. Werclat, Etudes bibliographiques sur la famille des D., Parigi 1864; G. Brunet, Firmin D. et sa famille, ivi 1876; G. Pawlowski, s. v. in La grande Encyclopédie XIV, pp. 497-

499; A. C. Piper, Some great printers and their work: the Didots, in Library World, Londra 1914. Notizie biografiche dettagliate sui membri della famiglia D. in Nouvelle biographie générale, pubblicata dagli stessi D., XIV, coll. 112-19. Alessandro Pratesi

DIDRAMMA. - Moneta d'argento del valore di due dramme, designata anche con il termine statere (s'xтtáa). Corrispondeva a mezzo sulto del sistema monetario ebraico, e costituiva la tassa che ogni israelita doveva pagare, come contribuente per il culto, al tempio di Gerusalemme. Tale imposta fu pagata anche da Gesù, che si procurò in modo miracoloso la moneta (Mt. 17,23-26).

Nella traduzione latina di II bloc. (4, 19; 10, 20) si trova il termine d., mentre nel testo greco si parla di semplici dramme; nei Settanta, poi, sovente si traduce impropriamente con tale vocabolo l'ebraico tegel ("siclo", v.), che aveva in realtà un valore doppio del d. attico (Gen. 23, 15.16; Ex. 21, 32 ecc.). Angelo Penna

DIDRON, Adolphe-Napoléon. - Storico dell'arte, n. ad Hautvillers (Marna) il 13 marzo 1806, m. a Parigi il 13 nov. 1867. Compi i primi studi nei seminari di Meaux e di Reims. Nel 1826 si recò a Parigi dove studiò diritto.

Si diede in seguito agli studi artistici ed in modo particolare all'arte medievale ed all'iconografia cristiana. Nel 1835 fu eletto segretario della Commissione per i monumenti storici creata dal Guizot. Nel 1838 tenne un corso di iconografia cristiana nella biblioteca reale. Nel 1844 fondò gli Annales archéologiques che direzze fino alla morte. Pubblicò varie opere di arte tra cui : Histoire de Dieu, iconographie des personnes divines (Parigi 1844); Manuel d'iconographie chrétienne grecque et latine (ivi 1845); Manuel des oeuvres de bronze et d'orfèrrerie du moyen-âge (ivi 1859).

Bibl.: R. Maere, s. v. in Cath. Enc., IV, p. 783.
Agostino Amore
DIE. - Città e antica diocesi della Francia, oggi capoluogo di arrondissement nel dipartimento della Drôme.

Un santuario della dea Andarta situato in una valle nel paese dei Vocontii si chiamava Dea Augusta, donde il nome D. Il cristianesimo vi si stabili ben presto come viene attestato da monumenti sepolcrali cristiani; al Concilio di Nicea (325) fu presente il vescovo di D., Nicasio, ma non può dirsi se fosse il primo della seric. Poi si conoscono Audenzio, ca. la metà del sec. v, Petronio e Marcello sempre nello stesso secolo. Nel sec. vi Secolare, Lucrezio e Paolo; nel vir, Massimo; nel ix, Remigio, Aurelio ed Enrico. Nel 1276 il papa Gregorio X, per rendere più forte la diocesi di Valence contro il conte di Valentinois, unì la diocesi di D. a quella di Valence; tale stato rimase fino al 1687, in cui D. ridivenne autonoma; fu soppressa nel 1790 e unita a Valence, il cui vescovo ne ha assunto il titolo.

Nel palazzo comunale e in collezioni private si conservano frammenti di tre notevoli sarcofagi cristiani. Il primo, diviso da colonne, contiene nel centro la crux invicta, la decollazione di s. Paolo, l'ultima cattura di s. Pietro e il sacrificio di Caino e Abele. Il secondo è con scene cristologiche; il terzo conserva la rappresentazio