volume-04

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rraggiamento termico assai maggiore dei grandi e siono quindi dotati di un assai più intenso metabolismo e, correlativamente, posseggano resistenze al d. di gran lunga inferiori.

Particolari condizioni offrono i mammiferi ibernanti (p. es., marmotte), nei quali il d. può durare assai più a lungo di quanto sarebbe da attendere, perché qui si sovrappone un ulteriore adattamento, che consente all'animale di sopravvivere a un abbassamento della temperatura corporea di parecchi gradi.

Per l'uomo, i pochi dati sicuramente documentabili ci fanno ritenere la durata massima del d. intorno ai 70 giorni ca., valore alquanto più basso di quello che sarebbe stato prevedibile in base alla relazione con le dimensioni lineari.

Durante il d., l'organismo - esauriti gli ultimi residui del tubo digerente - passa all'attacco delle sue riserve. Prime di tutte i glucidi e, in particolare, il glicogeno del fegato, che rapidamente scompare; successivamente quello dei muscoli. In un secondo tempo, entra in scena il grasso accumulato nel pannicolo adiposo sottocutaneo e nei cuscinetti interviscorali. Peraltro, con l'inizio dell'inanizione, si abbassa anche la curva dell'intensità metabolica; per quanto i dati in proposito non siano del tutto concordi, sembra tuttavia che tale abbassamento non sia semplicemente riferibile alla contemporanea diminuzione del peso, ma, più rapido di questa, esprima un particolare adattamento con cui l'organismo adegua l'intensità del suo ricambio alle particolari condizioni di emergenza in cui viene a trovarsi, e alla conseguente necessità di economia. Nel caso dell'uomo, p. es., si passa dalla produzione di 30,2 calorie per kg . di peso al primo giorno, a 17 calorie al quarantaducsimo. Al termine, un brusco rialzo della curva metabolica, di significato tuttora oscuro, rientra nel quadro di quei fenomeni patologici che preludiano la fine ormai prossima e l'accompagnano.

Si è, sin qui, parlato degli alimenti dinamogeni per antonomasia, glucidi e lipidi. Per quanto concerne le proteine, che, utilizzabili anch'esse a fini energetici, sono tuttavia i preziosi componenti delle strutture protoplasmatiche, il rapido abbassarsi iniziale dell'azoto urinario - che si mantiene lungamente poi su questo livello - attesta come l'organismo si ponga, in un primo tempo, in regime di economia proteica. Verso la fine, un brusco rialzo della curva di escrezione azotata ci rivela la entrata in gioco delle proteine. Esaurite le riserve ternarie, è ora il loro turno ad alimentare l'ultima fiammella di vita. Ma si è ormai nell'ambito dei fatti patologici, quando l'organismo è costretto ad attaccare i costituenti stessi dei suoi tessuti. Peraltro il potere autoregolare gioca ancora a dirigere anche quest'ultima fase : il sistema nervoso è quello che più a lungo persiste intatto, ultimo a diminuire di peso. Il primo invece a ridursi è il fegato, il che può essere posto in relazione,
oltreché con la quantitá di riserve in esso contenute, anche con il fatto che la sua massa parenchimatica deve ritenersi (a giudicare dai risultati delle ricerche del Remotti) assai maggiore di quella corrispondente alle esigenze funzionali di un dato istante, si da permettere, momento per momento, una disponibilità di territori in riposo.

Quanto alla terza categoria di alimenti - le vitamine -, esauriti gli esigui quantitativi presenti ancora nei tessuti, non mancheranno di farsi sentire gli effetti funzionali della loro carenza. Difatti il d. prolungato è accompagnato da una serie di turbe riferibili non semplicemente alla mancanza quantitativa di apporto alimentare, ma, con ogni verosimiglianza, almeno in parte, al deficit vitaminico, come, del resto, quei disturbi che oggi consigliano di abbandonare la tecnica delle diete troppo severe anche nelle gravi affezioni intestinali.

Dopo un periodo più o meno lungo, la inanizione sfocia - come si è detto - nella morte. Le forze muscolari si sono venute gradatamente affievolendo e tutte le funzioni deprimendo; ma, negli omeotermi, la temperatura corporea non si abbasserà che negli ultimi giorni, mentre si attenua anche la eccitabilità degli elementi nervosi e si riduce al minimo l'attività secretoria. L'autopsia svelerà, oltre alla estrema riduzione del tessuto adiposo ( 97 \% in media) e delle masse muscolari ( 50 \% ), fatti degenerativi o riduttivi a carico dei più diversi tessuti, primo fra tutti il parenchima epatico. Cervello e cuore sono i territori che, anche ai fini anatomopatologici, presentano alterazioni più tardive. Peraltro la morte - che sopraggiunge quando la perdita globale di peso raggiunge il 40-50 \% (raramente il 60 \% ) del valore iniziale - non può attribuirsi a totale esaurimento di ogni materiale che ancora alimenti il metabolismo di base. Altri devono esserne i fattori immediati : fatti tossici, verosimilmente dalle alterazioni qualitative del ricambio (si pensi alla precoce acetonuria dell'animale digiunante, o, d'altro lato, all'importanza dell'acqua per prolungare la resistenza e attenuare le manifestazioni patologiche), o profonde turbe funzionali di carenza vitaminica.

Da quanto si è detto sin qui sembrerebbe che il d. dovesse considerarsi unicamente come un'evenienza abnorme nell'economia organica. Nulla di più inesatto. E dato di estremo interesse, il trovarlo normalmente intereclato nella vita di moltissime specie di posizione sistematica diversissima. Non è, in questi casi, la semplice privazione di alimenti delle forme ibernanti, correlata all'inerzia e immobilità degli stati letargici; ma, fenomeno di gran lunga più suggestivo, è un d. che accompagna periodi di intensa attività fisiologica: così negli insetti olometaboli, durante la fase di ninfa, quando più grande è il lavorio di rinnovamento di pressoché tutti gli apparati organici, distrutti e poi riedificati; così in molti teleostei, nel corso del laborioso processo di maturazione degli organi riproduttivi, compiuto a spese delle proteine muscolari; così ancora nei girini degli anuri in via di metamorfosi. Una tale relazione, osservabile in natura, è, in certo qual modo, avvalerata da risultati sperimentali, che sembrano indicare nel d. una sorta di "principio stimolatore" per alcuni periodi fisiologici.

Ma la sua importanza positiva emerge anche dal fatto che esso costituisce, da tempi antichissimi, una pratica terapeutica e preventiva, anche nell'igiene e nella medicina umana. A parte il riposo che esso assicura a tutto il sistema digestivo - fegato e pancreas compresi - e quindi, indirettamente, anche al sistema cardiovascolare alleggerito di tutto il carico corrispondente al lavoro muscolare e glandolare della digestione (onde l'ottima pratica di intercalare un giorno di d. nella dieta settimanale), il fatto che la

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cellula venga a trovarsi in deficit di alimenti significa necessità di utilizzare anche prodotti, altrimenti inerti e non metabolizzati. Si tratterà di un ricambio forzato, che le estetringe alla più profonda degradazione e rimozione di una quantità di sostanze ordinariamente depositate come rifiuti. E forse, questo discarico di scorie, questa più profonda "pulizia " il fattore di quella ripresa giovanilità, cui le esperienze sopra citate indurrebbero a pensare? D'altro lato, nei depositi lipidici, l'organismo accumula insieme con il grasso di riserva, derivante dalle eccedenze alimentari - anche una notevole proporzione di cataboliti (scorie) che vi rimangono sequestrati, onde i cuscinetti adiposi possono, in certo qual modo, paragonarsi a quei reni di accumulo, di cui si trova esempio in un gran numero di invertebrati. E, forse, è proprio la necessità di liberare il circolo da questi rifiuti, uno degli stimoli all'adipogenesi; ciò mostra il frequente insorgere di questa, indipendentemente da eccessi alimentari e in relazione piuttosto a stati anormali del ricambio. Ed ecco un nuovo aspetto del d. che, con la mobilizzazione di tali inerti depositi adiposi, elimina anche la massa di scorie irti accumulata. Si può, per tal modo, comprendere quale prezioso mezzo terapeutico costituisca il d., purché applicato con determinate precauzioni, atte ad evitarne i pericoli. Si tratterà, anzitutto, di allontanare dall'intestino quei residui che l'organismo rapidamente riassorbe, con tutto il carico, che ad essi si accompagna, dei prodotti tossici delle putrefazioni della flora batterica intestinale.

Si tratterà di assicurare, con abbondante rifornimento di acqua, il normale equilibrio idrico dei tessuti e il normale lavoro degli emuntori per l'allontanamento di ogni tipo di tossine; di alternare d. o fasi di ipoalimentazione, durante le quali si allontana il "grasso sporco", a fasi di normale e intensa alimentazione per ricaricare l'organismo di "grasso pulito", pronto ad accogliere nuove scorie.

Presso i popoli e le religioni più diverse, si trova il d. largamente applicato come norma universale. Non si vuole certamente ricadere nel gretto errore materialistico che, in tale precetto, non sa scorgere se non una felice intuizione fisiologica del legislatore, che avrebbe ammantato di spiritualità una prassi imposta da esigenze puramente fisiche di clima e di razza, continuando, nella specie umana, come esercizio volontario, ciò che, in un gran numero di animali, è frutto dell'istinto e dell'ordinario ritmo funzionale. Il valore del d., per l'uomo fatto di corpo e di spirito, è, una volta per sempre, suggestivamente impresso nelle poche, ma incisive parole: "corporali jejunio vitia comprimis, mentem elevas, virtutem largiris et praemia». Le quali, mentre esplicitamente ne traducono le risonanze spirituali, implicitamente ne suggeriscono anche il senso fisiologico, con le prime intimamente connesso. Elasticità, cioè, e freschezza del corpo, che, per misteriosi legami, dalla sfera fisiologica si ripercuotono su quella dello spirito; elasticità e freschezza della mente e del cuore, capacità di controllo sugli impulsi dell'uno, di agile espansione alle elevazioni dell'altra, in una libertà di movimento sconosciuta a un organismo interpidito e imprigionato nella soffocante invadenza del proprio ricambio. Giovinezza in una parola, giovinezza di corpo e di spirito, che è assai meno l'invidiabile privilegio di una fuggevole età, che non il frutto durevole di una conquista fortemente voluta e saldamente difesa.

DIGNE, DIOCESI di. - Città e capoluogo del dipartimento delle Basse Alpi in Francia; è suffraganea di Aix. Essa comprende quasi interamente le antiche diocesi di Sisteron, Riez, Senez e Glan dèves, notevoli porzioni delle soppresse diocesi di Embrun e Apt e anche di Gap ed Aix. Per decreto della S. Congregazione Concistoriale del 15 febbr. 1916 il vescovo di D. ha uniti i titoli di Riez e Sisteron.

La diocesi si estende per 7000 kmq ., con una popolazione di 87.893 \mathrm{ab}. E divisa in 2 arcidiaconati, ripartiti in 6 arcipreture le quali comprendono 34 decanati con 346 porrocchie. Nella diocesi sono 160 sacerdoti secolari e alcuni regolari. I cattolici sono 75.000 .

E l'antica capitale dei Bodinutii; la città fu molto provata dalla peste del 1629.

La fondazione della chiesa di D. si deve ai ss. Domino e Vincenzo, che però non si può dimostrare siano stati vescovi, come i seguenti : Pentadio all'inizio del sec. v1, Hario dello metà della stesso secolo, Eraclio firmatario dei Concili del 573 a Parigi e nel 581 e 585 a Mâcon, fino a Bledrico alla fine del sec. Ix.

L'attuale Cattedrale, dedicata a s. Girolamo, è una chiesa del sec. xv, rifatta nel xix.

L'antica cattedrale di D., Notre-Dame-du-Bourg, del sec. xili, con pitrure dei secc. xv-xvi, è oggi la chiesa del cimitero. Nel 1882 sotto il suo altare maggiore si rinvenne l'altare antico composto di un blocco marmoreo di m. I di altezza per o, 88 di larghezza, profondo o,60; al quattro angoli aveva una colonnetta munita di foglie d'aconto (ma è distrutta), sul fronte la croce monogrammatica (G. Rohault de Fleury, La Messe, I, Parigi 1888, p. 153, tav. 41).

BibL.: J. F. Cruvellier, Notice sur l'église de Notre-Dame-du-Bourg, ancienne cathédrale de D., in Bulletin bistorique, archéologique du dinéste de Valence, 3 (1884-85), pp. 149-52, 188-98, 243-48,291-92 ; 4 (1886-87), pp. 75-82, 118-20, 203-12, 230-31, 289-93; 5 (1888-89), pp. 188-200, 248-62, 408-16; L. Duchesne, Faites épiscopaux de l'ancienne Gaule, 2ª ed., I, Parigi 1907, pp. 292-93.

DIGNITÀ. - In senso generico le d. sono uffici ecclesiastici con annessa giurisdizione e preminenza di onore. In senso stretto e specifico sono uffici e titoli prebendali eretti nei Capitoli canonicali e costituenti categoria distinta dai canonicati.

Nel diritto antico le d. si distinguevano dai personati e dai canonicati in quanto alle preminenze di onore accoppiavano il potere di giurisdizione di foro esterno; oggidì esse esistono come veri titoli, ma con sole prerogative di precedenza e di onore, esclusa ogni giurisdizione.

Le d. sono obbligatorie per ogni chiesa capitolare e, proprio all'inverso di quanto era previsto nel diritto antico, fanno parte di regola del Capitolo, salvo disposizione contraria degli statuti particolari (can. 393). Variano di numero e di nome a seconda delle varie costituzioni capitolari. Le più comuni sono l'arcidiacono, l'arciprete, il preposto, il primicerio e il decano. L'erezione e il conferimento di esse è riservato alla S. Sede (cann. 394, 396). Il titolare almeno della prima d. dovrebbe avere, per quanto possibile, la laurea in teologia o in diritto canonico (can. 396 \S 3 ).

Alle d., in genere, spetta, secondo l'ordine di precedenza, il diritto e il dovere di convocare, presiedere e rappresentare il Capitolo, regolare il servizio corale e vigilare sulla disciplina e sull'amministrazione patrimoniale (can. 397 n. 4). Spetta loro inoltre, sempre in ordine di precedenza, il diritto e il dovere di assistere il vescovo quando celebra pontificalmente, supplirlo nelle funzioni liturgiche delle principali solennità dell'anno, amministrargli all'occorrenza gli ultimi Sacramenti e ufficiarne le esequie solenni (can. 397 nn. 1, 2, 3).

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Per tutto il resto - servizio corale, trattamento economico, frutti prebendali, distribuzioni corali, ecc. valgono per le d. le stesse norme previste per i capitolari in genere (v. CANONICI; CAPITOLO).

Bim.: A. Barbosa, De canonicis et dignitatibus, Venezia 1641; Werne-Vidal, II, p. 792 sgg., n. 627 sgg.; I. ChebidiP. Ciproni, Ios de personis, Vicenza-Trento 1942, pp. 318-21, 324-25.

Zaccaria da San Mauro
DIIPOLIE ( Δ ( \left.\left(\mathrm{H}_{2} \mathrm{O}_{2}\right)_{2} 9\right). - Festa del calendario ateniese che cadeva il giorno 13 del mese Skiroforione ( =29 giugno). Era dedicata a Zeus Policus protettore della città, donde il nome, ed era detta anche β sugóvis perché il sacrificio consisteva nell'uccisione rituale di un bue, rito attestato da Porfirio, De obst., 11, 29, da Eliano, Var. Hist., VIII, 3, e dallo scoliaste ad Aristofane, Nubes, 984.

La cerimonia si svolgeva in due momenti. Nel primo si portavano dei buoi sull'acropoli innanzi all'ara scoperta di Zeus, su cui era deposta una focaccia di grano e orzo in cui era concentrato lo spirito del raccolto. Il bue che primo la gustava veniva ucciso con una ascia da un sacerdote che poi la gittava dandosi alla fuga. L'ascia veniva giudicata nel Pritaneo, come colpevole di sacrilegio e gittata in mare. Nel secondo momento il bue veniva scuoiato, la sua pelle imbottita di paglia e aggiogata all'aratro; la carne era distribuita tra i presenti.

Si tratta di un sacrificio agrario, all'epoca del raccolto. Le primizie offerte a Zeus sono sacre e perciò il bue è punito di morte; ma è punita anche l'ascia che ha ucciso un animale divenuto sacro perché aveva ingerito una cosa sacra. Questa, rappresentando lo spirito di vegetazione del raccolto, ha un valore di fertilizzazione espresso dall'aggiogamento all'aratro del bue impagliato, cioè risorto in quanto ha incorporato lo spirito di vegetazione.

Birl.: A. Mommsen, Feste der Stadt Athen im Altertum, Lipste 1808, p. 512 sgg.; J. G. Frazer, The Golden Bough, 3* ed., VIII, Londra 1913, p. 5 sgg.; L. Deubner, Attische Feste, Ber. lino 1922, pp. 138 sgg., 170.

Nicola Turchi
DIKR. - In arabo «menzione»; è la glorificazione di Allāh effettuata mediante la ripetizione litanica di determinate parole o frasi. La ripetizione può essere fatta a voce alta o internamente e può essere o no accompagnata da movimenti del corpo e da disciplina del respiro.

L'uso del d. è basato sul Corano (33, 52) ed è particolarmente praticato dalle varie confraternite religiose (v. derivisci). Le frasi e la parole più usate nel d. sono "non c'è altro dio che Dio", "gloria a Dio", "lode a Dio", "Dio è grande", "chiedo perdono a Dio" e i diversi nomi attribuiti a Dio. Il rito, che è spesso accompagnato da canti di amore mistico, consiste, oltre che nella ripetizione delle frasi suaccennate, anche nella lettura di più o meno estesi brani del Corano e di altre preghiere.

Alessandro Bausani
DILATA. - E la formola di risposta in uso presso le SS. Congregazioni (v. congreGazioni PontiFICE), quando ad un ricorso od istanza o ad un dubbio proposto non si possa, nel giorno stabilito per la decisione, dare una risposta né affermativa né negativa, ma si debba rinviare per qualsiasi motivo: più spesso ciò avviene quando si ritenga necessario che siano completate le prove, o che sia meglio illustrato qualche punto di diritto, o che venga sentito qualche altro consultore.

La risposta d. importa il rinvio della decisione, generalmente senza prefissare la nuova data (quando invece questa viene stabilita fin dal giorno del rinvio, anziché d. si suole rispondere iterum proponatur).

Pio Ciproni
DILEMMA. - Da δ \mathrm{l} ς ~ λ \tilde{η} μ μ α (doppio assunto), forma di ragionamento in cui da due o più membri di una premessa disgiuntiva si trae o una con-
clusione identica, o conclusioni diverse, ma sempre a danno dell'avversario. Ad es., allo scettico che affermi l'impossibilità della conoscenza del vero si oppone: l'affermazione o è falsa o è vera; nell'un caso o nell'altro la verità può essere conosciuta. Per la sua particolare struttura e forza dialettica il d. era detto da s. Girolamo syllogismus cornutus (Epist., 69, n. 2). Perché la sua efficacia sia apodittica occorre che la premessa disgiuntiva contempli tutti i casi possibili (sit disiunctio completa), e la conclusione sia fondata su un nesso logico necessario ed esclusivo (sit consequentia necessaria): mancando la prima condizione il d. dà luogo ad "evasione»; mancando la seconda può essere suscettibile di «ritorsione».

Birl.: G. Rossignoli, Principi di filosofia, I, Roma 1905, pp. 60-61; J. Fröbes, Logica formalis, ivi 1940, pp. 242-44. Cgo Viglino

DILGSKRON, KARL. - Redentorista, n. a Vienna il 31 ag. 1843 , e m. ivi il 1^{°} giugno 1912. Insegnò filosofia e teologia a Mautern (Stiria); dal 1878 al 1883 fu predicatore a Vienna e a Praga; dal 1883 al 1909 consultore generale della sua Congregazione e poi anche della Congregazione delle Indalgenze e Reliquie in Roma, ove pure divenne predicatore e confessore apprezzato della colonia tedesca.

Eminente conoscitore della storia della sua Congregazione, scrisse le biografie di s. Alfonso Maria de' Liguori (2 voll., Ratisbona 1887), di s. Gerardo Maiella (ivi 1879,7ª ed. 1923), del p. Giovanni Nepomuceno Neumann (ivi 1891), del p. Giovanni Battista Eichelsbacher (Dülmen 1890), del p. Smetana (ivi 1922), del p. Tendler (Vienna 1905), del p. Federico von Held (ivi 1909); la storia della chiesa redentorista di S. Maria am Gestade a Vienna (ivi 1882) e ancora numerosi artisti di morale, diritto e predicazione,

Biel.: L. Leitgeb-C. Tauscher, Lebentbilder der 1827-1914 verstorbenen Redemptoristen der Österreich. Procinc. Vienna 1924, pp. 332-346; M. De Meulemeester, Bibliog. génér. des écrivains Rédemptoristes. II, Lovanio 1935, pp. 123-24. Ireneo Daniele

DILI, diocesi di. - Nell'isola di Timor nell'arcipelago indonesiano. E la città capitale della colonia portoghese di Timor, cioè della parte orientale dell'isola che è la maggiore di quelle del gruppo della Piccola Sonda. L'isola venne scoperta nel 1522 dai compagni di Magellano e occupata dai Portoghesi. Parte dell'isola alla metà del sec. xvir venne presa dagli Olandesi.

Il cattolicesimo penetrò nell'isola con i Portoghesi; e i cattolici dipendono ecclesiasticamente da Macao. La soppressione degli Ordini religiosi in Portogallo arrecò molto danno alla missione. In virtù dell'accordo missionario tra la S. Sede e la Repubblica portoghese del 7 maggio 1940 (AAS, 22 [1940], p. 238, art. 6), il papa Pio XII, con la sua cost. apost. Salemnib. a conventionibus, in data 4 sett. dello stesso anno, separò dalla diocesi di Macao la porzione dell'isola di Timor appartenente al Portogallo e la eresse in diocesi con sede nella città di D.; a cattedrale venne elevata la chiesa della Immacolata Concezione. La diocesi è suffraganea di Goa (AAS, 23 [1941], pp. 14-18).

La diocesi ha un'estensione di 19.000 kmq . con 420.430 ab. dei quali 35.001 cattolici; conta 49 chiese, II parrocchie, 19 sacerdoti diocesani e 5 regolari; due case religiose maschili con 12 professi e 3 femminili con 23 cuore; 27 istituti di istruzione maschili con 2509 alunni e 3 femminili con 351 alunne (1948). Enrico Josi

DILIGENZA. - Nel suo primo significato indica una cura assidua e squisita, una attenzione particolare nel fare una cosa. Anche nella vita spirituale e nell'ascetica mantiene fondamentalmente lo stesso significato. Così si dice diligente chi considera, pon-

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dera i suoi doveri e si sforza di compierli nel modo migliore. E una virtù cristiana anzitutto, oltre che una dote naturale, che suscita ammirazione e rispetto. Si oppone alla negligenza, che indica una trascuratezza abituale in quello che sarebbe di obbligo compiere.

La d. è definita da s. Tommaso: "una scelta retta di quei mezzi che conducono al fine" (Summ. Theol., 2ª-2^{\mathrm{ac}}, \mathrm{q}, 54, a. 2). Fa quindi parte della virtù della prudenza, che è appunto la virtù che dirige l'intelletto in ogni azione a discernere ciò che giova o nuoce al raggiungimento del fine.

Si può distinguere dalla prudenza in quanto la d. agisce più sulla volontà che sull'intelletto. La volontà, illuminata dalla prudenza nella scelta dei mezzi, per mezzo della virtù della d., si sforza di tradurli in pratica e di raggiungere il fine. La d. libera l'anima dalla seicidia e dalla irriflessione: richiede quindi un impegno ed uno sforzo quotidiano anche e soprattutto nelle cose piccole che di solito si trascurano. Ma le cose piccole contribuiscono alla perfezione che non è una piccola cosa: la cura nel compierle bene è quindi uno dei mezzi più raccomandati dai maestri di spirito per ottenere questa virtù. Altri mezzi indicati dai Padri e dai santi sono, altre la preghiera a Dio (cf. la magnifica elevazione sulla prudenza di Sup. 9), l'abitudine di compiere i propri doveri con tranquillità di spirito, di attendere a ciascuno come se fosse l'unico che ci è imposto, non rimandare a domani quello che si può fare oggi, il pesare il pro e il contro di ogni cosa senza precipitazione, far tesoro dell'esperienza propria e altrui, prendere consiglio da persone assennate e dotte.

BibL.: H. D. Nobile, Prudence, in DThC, XIII, coll. 10301033; J. N. Prümmer, Manuale theologiae moralis, I, 6ª-7ª ed., Friburgo 1931, n. 631, p. 428; B. H. Merkelbach, Summa theologiae moralis, II, 5^{2} ed., Parigi 1947, nn. 13-14, 49-52, 66, 105.

Giuseppe Sette

- DILTHEY, Wilhelm. - Filosofo tedesco, n. il 19 nov. 1833 a Biebrich, m. il 10 ott. 1911 a Siusi (Bolzano). Fu professore a Basilea, Kiel, Breslavia; nel 1882 successe al Lotze a Berlino.

L'opera speculativa del D. mira alla fondazione di una critica della ragione storica che, escludendo ogni base metafisica delle scienze dello spirito, si ponga come visione concreta del divenire della ragione umana nelle varie e successive forme individuali, sociali, culturali. Quest'idea, accennata nel saggio su Novalis (1865), si afferma nella Einleitung in die Geisteswissenschaften, opera di cui apparve solo il primo volume (Lipsia 1885) e che ebbe un tardo completamento in Der Aufbau der Geschichtlichen Welt in den Geisteswissenschaften (1910). Insoddisfatto del metodo analitico dei sociologi e filosofi della storia positivista, ai quali è pur vicino nel suo atteggiamento spirituale, egli intende mettere in luce la totalità nell'animo (Totalität des Geonätes). Il procedimento delle scienze dello spirito differisce interamente da quello delle scienze della natura : il mondo spirituale storico non viene dischiuso né dalla percezione sensibile, né dal pensiero puro: i suoi oggetti sorgono nell'intendere (verstehen), particolare atto spirituale che presuppone come sua condizione una esperienza immediata (Erlebnis). In questo modo la psicologia descrittiva, mezzo ausiliario delle scienze dello spirito, differisce grandemente dalla psicologia esplicativa di carattere naturalistico. Il suo ufficio, come D. mostra nello scritto Ideen über eine beschreibende und zergliedernde Psychologie (1894), è di enucleare i singoli tipi degli uomini e delle loro opere. Solo una considerazione tipologica, individuale e storica, consente di comprendere le condizioni filosofiche del mondo, alle quali non si può riconoscere un valore assoluto. Quest'idea ampiamente svolta in Typen der Weltanschauung (1911), fa decisamente piogare la concezione del D. verso un relativismo teoretico, che lascia insoluto il problema umano.
D. si occupò anche di estetica con le opere: Das Erlebnis und die Dichtung (1895, 10 ed. 1930) e Die Einbildungskraft des Dichters (1887); e di pedagogia nel
![img-13.jpeg](img-13.jpeg)
(da C. Decold, Vintra und Behalten, Beiträge Lipsia 188, p. 10) Diluvio - Frammento di tavoleria d'argilla di Quü̈ndia contenente un brano del racconto labilonese del d. - Londra, British Museum.
lavoro: Über die Möglichkeit einer allgemeingültigen pädagogischen Wissenschafl, in Sitzber. d. Berliner Akad. 2 (1888), pp. 807-32.

Bibl.: Gesammelte Schriften, Lipsia-Berlino 1922-36. Snadi. E. Spranger, W. D., Berlino 1912; A. Stein, Der Begriff der Geistes bei D., Berna 1914; D. Bischoff, W. D.s geschichtliche Lebensphilosophie, Lipsia 1935; L. Giusso, G. D., Napoli 1940; C. Antoni, Dallo storicismo alla sociologia, Firenze 1940, pp. 1-38; H. A. Hodges, W. D., Londra 1944. Andres Festo

DILUVIO. - Cataclisma che colpì l'umanità ai tempi di Noè.

I. Racconto biblico (Gen. 6, 1-9, 19). - Dio vide che la malvagità umana si era diffusa e "si penti di aver fatto l'uomo ".

I «figli di Dio", cioè i figli di Seth, così chiamati perché creati da Dio e a lui stretti da speciale vincolo di amore (Gen. 4, 26-5, 32; cf. Ex. 4, 24; Deut. 14, 1 ecc.), sedotti dalla bellezza delle "figlie degli uomini", appartenenti alla stirpe di Cione, furono fuorviati dalla sensualità: "sono carne". Nel suo sdegno Dio decise: "sterminero l'uomo da me creato dalla faccia della terra: e con l'uomo anche le bestie" (Gen. 6, 7), concedendo però loro tre anni per ravvedersi. Noè trovò grazia, per sé e per la sua famiglia; Dio gli ordinò di costruire un'arca capace di contenere, oltre le 8 persone della famiglia, i rappresentanti di tutti gli animali con tutto il necessario per vivere. Degli animali puri entrarono 7 coppie, perché le loro carni dovevano essere offerte in sacrificio (ibid., 6 , 20) e anche mangiate; degli impuri una coppia. Il patto (ibid., 6, 18) di Dio con Noè consisteva nella promessa di salvare lui e i suoi dalla distruzione per fondare con loro una nuova umanità fedele e santa.

Con fede indomita, Noè predicava la penitenza annunziando l'imminente castigo. Per lunghi anni lavorò a costruire l'arca sotto gli occhi ironici degli empi, che continuarono a gozzovigliare (Mt. 24, 37-39). Passato inutilmente il tempo assegnato per la penitenza, per ordine di Dio egli entrò nell'arca con i suoi, e vi fece entrare gli animali. "Era Noè di 600 anni quando avvenne il d., inondazione sulla terra. Era l'anno 600 della vita di Noè, il 2^{°} mese, il 17 del mese. In quel giorno irruppero le sorgenti dell'abisso e le cateratte del cielo si aprirono e si rovesciò la pioggia sulla terra per 40 giorni e 40 noti ".

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(ftt. Bibilutera l'utiana)
Diluvio - Dio stabilisce il parto con Noè dopo il d. (Gen. 9, 8-17). Miniatura dell'Ottatenco contenuto nel cod. Vat. gr. 746. f. 47^{°} (sec. 221) - Biblioteca Vaticana.

L'acqua sorpassò i monti più alti di 15 cubiti (m. 7, 50 ca.), e "cosi fu annientato ogni essere ch'era sulla faccia della terra; si l'uomo che il bestiame... scomparvero della terra: solo rimase Noè e chi stava con lui nell'arca (Gen. 7.23). Per 40 giorni e 40 notti le piogge e i marosi si abbatterono sulla terra; le acque andarono crescendo e poi rimasero stazionarie 110 giorni; quindi cominciarono a decrescere (ibid., 8, 3); dopo altri 175 giorni si erano completamente ritirate (ibid., 8, 13), e al termine di 57 giorni la terra, disseccata, fu di nuovo abitabile (ibid., 8, 16) : era il 27 del 2^{°} mese dell'anno 601 di Noè. Noè, per assicurarsi, aveva mandato fuori dell'arca un corvo, che andava avanti e indietro finché non si prosciugassero le acque (ibid., 8, 7: la Volgata Clementina legge erroneamente : non recertebatur), e poi per tre volte una colomba, che la prima volta tornò subito, non trovando ove porre piede; la seconda recando «una fronda d'ulivo spiccata"; la terza non tornò più.

Era giunto il momento di uscire dall'arca: Dio ne diede l'ordine (ibid., 8, 15 segg.). Noè rimise piede sulla terra desolata, divenuta cimitero di tante creature. Per ringraziare il Signore "cresse un altare a Jahweh, e, avendo preso d'ogni sorta animali puri e uccelli puri, li offrì in olocausto ". In ricambio, Dio dissipò l'angoscia degli uomini al pensiero di un altro d. : "io non maledirò mai più la terra". La stessa fragilità umana muove Dio a miscricordia, dopo che il d. ne aveva rivelato l'onnipotenza, la santità e la giustizia. Dio benedisse Noè e i suoi figli : "Crescete e moltiplicatevi e ricmpite la terra"; restituì all'uomo la signoria sugli animali e aggiunse la proibizione di mangiare "carne con il sangue ", il veicolo della vita (Lev. 17, 14). Dio fece dello spargimento del sangue un rito sacrificale, mentre si opponeva allo spargimento di sangue umano. A garanzia dell'alleanza stabili, qual segno della sua grandezza e del suo amore, l'arcobaleno.
II. Carattere storico del racconto. - La critica moderna attribuisce la storia del d. a un redattore che avrebbe attinto a due fonti contrastanti: J e P (v. pentateuco); le contraddizioni si troverebbero soprattutto nei numeri. Ma più che di vere contraddizioni trattasi di modi di dire che si completano: si dice in genere che devono introdursi gli animali a paia (Gen. 6, 19), e poi se ne indica il numero (ibid., 7, 2); l'ingresso nell'arca non può dirsi narrato due volte solo perché 7, 13 riprende 7, 7; 7, 12 parla dell'aumento delle acque per 40 giorni, e 7, 24 dice che "predominarono sulla terra per 150 ". Non vi è motivo solido per supporre due fonti distinte. Se si stabilisce un confronto con il racconto babilonese di Gigalmeå, s'incontrano gli stessi elementi di cui si servono i critici per stabilire le fonti J e P. Né il redattore

- se ve ne fu uno ha veduto contraddizione fra i vari dati che riuniva, come non l'ha vista nelle supposte fonti, parziali.

Il d. è ricordato nel Vecchio e nel Nuovo Testamento: Sap. 10, 4; 16, 6 sg.; Eccli. 16, 7;44, 17-19; Is. 54. 9; Mt. 24, 37-39; Lc. 17, 26 sg.; I Pt. 3, 20 sg.; II Pt. 2,5; Hebr. 11, 7. Questi passi affermano la storicità non solo del fatto, ma ancora delle circostanze narrate in Ge nesi. Questo spaventoso castigo inflitto da Dio all'umanità peccatrice, paragonato da Gesù al giudizio universale (Mt.
24, 37-39), fu opera dell'onnipotenza divina, la quale si servì di cause naturali: le acque provenienti dagli abissi marini e violenti nubifragi (Gen. 7, II sg.). Si rivenne che la geologia desse una conferma del racconto, e un secolo fa si adducevano le conchiglie e sabbie marine, le ossa delle caverne e i massi erratici come dimostrazione dell'universalità del d. biblico. Non meno a torto si identificava il d. biblico con il d. geologico dell'ira quaternaria. Mentre il d. biblico ebbe la durata di poco più di un anno, il geologico richiese lunghissimo tempo, né si verificò contemporaneamente su tutta la terra. Non si deve però escludere a priori che il d. biblico possa avere punti di contatto con alcuni fenomeni dell'epoca glaciale.

Lo strato sabbioso ritrovato da C. L. Woolley in Ur di Caldes, durante gli scavi del 1927-29, non può, pure, considerarsi residuo dell'universale inondazione della Mesopotamia (d. babilonese).
III. Universalità del D. - Il racconto biblico descrive un d. "universale". Di quale universalità intende parlare l'agiografo?

1. L'universalità geografica assoluta era l'opinione comune tra i Padri e i dottori antichi; ma oggi è abbandonata. Il progresso delle scienze permise di osservare: le specie dei soli mammiferi sono 7000 e 4500 fossili; la fisica non riesce a trovare la spiegazione di tutta quell'acqua che sarebbe stata necessaria per coprire, anzi superare di ca. m. 7, 50 o 15 cubiti le montagne più alte. Se nella Scrittura si parla dell'inondazione della "terra" (Gen. 6, 7.10; 7, 4.18.19; 8, 9) non ne segue necessariamente l'universalità geografica, perché "idioma est s. Scripturae (osserva s. Girolamo In Is. 13, 5: PL 24, 456) ut omnem terram illius significet provinciae de qua sermo est ". Esaminati Gen. 41, 54 sgg.; Deut. 2, 25; II Par. 20, 29; Act. 2, 5, si ammetterà facilmente che si tratta di relativa universalità geografica. E cosi "tutti i monti più alti" (Gen. 7, 19) sono tutti i monti di quella regione nota all'autore.
2. L'universalità relativa antropologica. Anunessa l'universalità relativa geografica, si accetta per gli stessi motivi l'universalità relativa antropologica, propugnata da A. L. Motais, A. Scholz, Aem. Schöpfer, J. Schuster-B. Holzammer, o ritenuta interpretazione legittima da F. Hummelauer, Schanz, H. Zechokke-G. Döller, H. Lesêtre, P. Heinisch ecc. Ma mentre mai è menzionata esplicitamente un'inondazione di tutto la terra, si ha invece : "è venuta per me la fine di ogni mortale..." (ibid. 6, 13-17 e cf. 6, 6 sg.).
3. L'universalità antropologica appare quindi più probabile. Gesù afferma che nel d. tutti (Mt. 24, 39; Lc. 17, 29) perirono; e cosi insegnano le epistole di Pietro:

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al tempo di Noè (II Pt. 2, 5; 3, 6) "pochi, cioè otto persone si sono salvate per mezzo dell'acqua" ( I Pt. 3, 20). Tale universalità antropologica è presentata dai Padri non come dogma di fede, nè come opinione semplicemente privata, ma come connessa con la fede della Chiesa, poiché vi vedono prefigurata la dottrina della fede: "extra Ecclesiam nulla salus" (cf. s. Fulgenzio, De remissione peccatorum, I, 20; s. Girolamo, Adv. Ioviniamun, 1, 17; s. Cipriano, De unitate Ecclesiae, 6). Il «sensus Ecclesiae" sta per tale universalità (cf. il catechismo del Concilio di Trento, I, 10, 19). L'etnologia fornisce una conferma. Le tradizioni di un' inondazione che distrugge gli uomini sono 60 , di cui ben 40 sono indipendenti dalla forma babilonese - ebraica. Ammesso il cataclisma universale, si spiega facilmente che la "tradizione primitiva" passè ai diversi popoli e con loro emigrò nelle varie parti del mondo.

Bial. I. Brucker, Déluge, in DFC, I, coll. 911-16; G. Filion. Le deluge dans la Bible et les inscriptions sumés, et acrad., Parigi 1923; J. Schuster-B. Holzammer, Handbuch zur biblischen Geschichte, 8 ed., I. Friburgo in Br. 1925. trad. it., Torino 1942. pp. 186-209; A. Deimel. Der biblische Simflutbericht und die Kellinschriften, in Orientalia, 20 (1926). pp. 69-79; A. Bes, Institutiones Biblicae, II, 1. De Pentateucho, 2* ed., Roma 1933. pp. 168180; R. Köppel, Ultimas investigationes de aetate generis humani, in Micell. Biblica, I, Roma 1934. pp. 299-316; H. Simon-J. Prada. Praelectiones bibliese; Vetus Testamentum, 4* ed., I. Torino 1941, pp. 77-91.

Un d., d) salvando, però, uno o più uomini. e) I prescelti, seguendo il consiglio divino, costruiscono un'imbarcazione od arca, oppure si giovano di un altro mezzo di salvezza. f ) Portano seco un esemplare degli animali necessari alla conservazione della razza, semi e provviste. g) Poco dopo, h ) per pioggia od altra causa, i ) viene il d. f ) Al suo cessare, h ) i superstiti sbarcano su qualche montagna o in un'isola, f ) e, talvolta, offrono un sacrificio. m) I futuri discendenti degli uomini (e spesso anche dagli animali) si riproducono in modo miracoloso. n) Chi è stato salvato dal d. o una tra i più degni di essi viene portato in cielo.

Come già è stato accennato, la narrazione non si presenta presso nessun popolo nella forma tipologica sopra descritta, ma varia in modo più o meno accentuato. Ad es., talvolta la causa del d. non è l'ira della divinità contro gli uomini, ma semplicemente la malvagità di un essere superiore omile e cattivo. In alcune versioni, poi, ricorre l'episodio di un animale (spesso un uccello) che, dall'arca o dalla sommità del monte ove sono rifugiati i superstiti, viene mandato ad esplorare se le acque si sono ritirate. Degno di nota è il fatto che alcuni episodi del mito, aventi carattere molto particolare, si ritrovano presso popoli lontani nello spazio e nel tempo. Tale è la credenza che, per far risorgere il genere umano dopo il d., i progenitori salvati eseguirono l'atto di gettare qualcosa dietro le spalle (ad es., pietre, carne nella leggenda greca di Deucalione e Pirra e in quella dei Macusi dell'Orinoco [Amazonas]).

Interessante è il problema che riguarda il processo di formazione del mito e la sua diffusione. A questo riguardo sono state formolate varie ipotesi. Si potrebbe pensare al ricordo comune di un d. universale, ma su questa ipotesi gli storici delle religioni non si sono soffermati. Oppure si potrebbe ricercare la ragione psicologica della formazione stessa in una possibile influenza del racconto biblico o nel ricordo di d. locali più o meno notevoli, o nella tendenza a dare una spiegazione pseudoscientifica a fenomeni naturali. Poiché è stato osservato che le leggende del d. si riscontrano più spesso in regioni fluviali e costiere, le quali sono esposte alle inondazioni, alcuni studiosi ammettono il caso che cataclismo del genere possano essere apparsi alla coscienza di popolazioni locali come una catastrofe mondiale, collegata a sua volta, in vario modo, al destino del mondo e della umanità.

Per meglio valutare il significato dei racconti del d. in relazione al loro sorgere, è opportuno notare che questo cataclisma è spesso ritenuto un mezzo - come altri, quale il fuoco, il terremoto, le carestie - di cui si serve l'Essere supremo per punire l'umanità. R. Petazzoni, nell'esaminare le caratteristiche dell'Essere celeste nelle credenze dei popoli primitivi, mette in evidenza che questi ha tra i suoi attributi anche quello di esser epadrone delle piogge eccessive e torrenziali - e, quindi, dei d. e delle inondazioni - che egli farebbe scatenare per punire gli uomini di azioni cattive. D. G. Brinton sostiene poi che, essendo spesso il d. inserito in un con-

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plesso di credenze di distruzioni periodiche dell'universo, in questo caso, nelle concezioni di molti popoli, l'aspettazione della fine del mondo (millennium) sarebbe il naturale complemento di questo mito.

Per i racconti del d. di alcuni popoli sembra si possa parlare di dirette influenze cristiane sia attraverso gli insegnamenti dei missionari, sia attraverso le narrazioni di mercanti, giunti in alcune zone ancor prima dei missionari stessi (ad es., nei paesi della Costa d'Oro in Africa). I miti dei Masai (monte Kenia [Africa]) rivelano appunto l'influenza cristiana dovuta o all'opera dei missionari oppure ai contatti con i Galla cristiani (capti) o con i Somali musulmani, se non addirittura con i Fala scià giudalczati d'Abissinia.

Il problema della diffusione del racconto del d. è stato recentemente studiato da Pia Laviosa Zambatti, la quale ha impostato la questione in relazione a quella della diffusione della civiltà agricola nel mondo, cui ella si è particolarmente dedicata.

BnL.: R. Andrea, Die Flutvagen, Brunswick 1891; M. Winternitz, Die Flutagen des Altertums und der Naturvölher, in Mitteilungen der Anthropologischen Gesellschaft in Wien, 31 (1901). pp. 303-33; D. G. Brinton, The myths of new world, Filadelfia 1005. pp. 218, 234; F. H. Woods, Deluge, in Enc. of Rel. and Eth., IV, pp. 515-37; W. Schmidt, Der Ursprung der Gottesäder, J-VIII, Münster in West. 1912-49, passim; R. Pettazzoni, Die. L'Essere celeste nelle credenze dei popoli primitivi, I. Bologna 1022, p. 362 e passim; A. W. Nieuwenhuis, Die Sintflutvagen als hanuallogische Natur-Schöpfungsmythen, in Festschrift, publication d'hommage offerte au p. W. Schmidt, Vienna 1928. pp. 513-26; A. J. Maas, Deluge, in Cath. Enc., IV, pp. 702-706; E. Lehman, s. v. in Enc. Ital., XII (1931), pp. 847-48; P. Laviosa Zambatti, Origini e diffusione della civiltà, Milano 1947. pp. 186 sq. 173, 206. 214; R. Pettazzoni, Miti e leggende, I. Torino 1948, pp. 233. 321. 334. 311-12. 476.
V. Nell'arte. - Per la rappresentazione del d. v. noè. Il tema iconografico del d. non viene svolto nella iconografia cristiana se non unitamente a quello dell'arca di Noè. Ad ogni modo è solo dal sec. xvi che nella composizioni pittoriche ove è rappresentata l'arca e gli episodi ad essa connessi gli elementi pacsistici e quindi il temporale e la inondazione vengono ad acquistare valore predominante. - Vedi tav. XCVI.

DIMAS della Croce. - Al secolo Giacinto Tonelli, missionario carmelitano. N. il 13 nov. 1577 a Monteleone (Spoleto), professò a Roma il 25 marzo 16ro. Dal 1616 nelle missioni di Persia, svolse la sua opera specialmente a favore degli Armeni, sparsi in gran numero nei dintorni di Işfahăn; indusse il patriarca degli Armeni, Mosè, a presentare ad Urbano VIII una professione di fede e di sottomissione; altrettanto fece con i Caldei.

Nel 1622, dopo aver visitato tutti i villaggi degli Armeni, pericolanti nella loro fede, istituì fra loro una specie di missione popolare riuscendo in tal modo a riconciliare molti scismatici, a convertire apostati e a incoraggiare i titubanti. Impiegò grandi somme, offerte al re persiano, per liberare gli Armeni dalle vessazioni dei Persiani. Nominato nel 1634 vescovo di Bagdad, non accettò. Mori il 23 dic. 1639, nel suo convento di Işfahăn.

BnL.: Philippus a Trinitate, Decor Carmeli, III, Lione 1665. pp. 123-25; anon., A Chronicle of the Carm. i. Persia, II, Londra 1939. pp. 844-47; Ambrosius a S. Tereus, Hierarch. Carm., 2^{2} serie, Roma 1934. pp. 44-47; id., Nomenclator Miss. C. D. Roma 1944. pp. 112-13. Ambrogio di Santa Teresa

DI MEO, Alessandro. - N. a Vulturara il 3 nov. 1726, m. a Nola il 20 marzo 1786. Entrò tra i Bidentoristi, facendo la professione il 17 genn. 1749. S. Alfonso lo inviò a Napoli per studiare l'ebraico. Dal 1752 insegnò teologia.

Scrittore fecondo, si occupò di storia, di cronologia, di diplomatica, di teologia; è da ricordare di lui Confutazione delle lettere replica di d. Cipriano Aristasio a mgr. de' Liguori. Si esamina quali sieno i veri sentimenti di S.

Chiesa sopra la frequente comunione (Napoli 1764) contro gli eccessi rigoristici del giansenismo; s. Alfonso lo incaricò di scriverla e la utilizzò poi nella sua Risposta apologetica circa l'uso della Communione (ivi 1764).

BinL.: M. De Meulemeester, Bibliographie générale des écrivains rédemptoristes, II, Lovanio 1935. pp. 125-26. Massimo Petrocchi

DIMISSIONE. - Parola usata in vari significati nella terminologia giuridica ecclesiastica.

I principali significati, attualmente in uso sono i seguenti : a) in materia di uffici ecclesiastici, si dice d. l'atto con cui il titolare dell'ufficio rinuncia a questo (cf. CIC, cann. 1484-85); tale d. si chiama anche rinuncia (can. 2148, ecc.); 8) si usa pure parlare di d. in ogni caso di capulsione da una comunità di qualche appartenente ad essa : in tal senso il CIC parla di d. da un seminario (cann. 1363 § 3; 1371), da una religione (cann. 571 , 573 § 1, 646-72, 1363 § 3), da un'associazione di persone facenti vita comune senza voti (can. 681), da un'associazione pia (can. 696).

Qualche scrittore chiama d. anche la privazione (v.) o rimozione da un ufficio ecclesiastico, soprattutto se amovibile (v. amovibilità).

Si suole pure chiamare d. l'abbandono illegittimo dell'abito ecclesiastico o religioso da parte di un chierico o religioso.

Pio Ciprotti
DIMISSORIE, LETTERE. - Autorizzazione che un Ordinario concede, normalmente per iscritto, ad un vescovo (anche se indeterminato, che di regola sia del medesimo rito dell'ordinando ed in ogni caso avente comunione con la S. Sede) perché possa lecitamente procedere all'ordinazione di un suddito del concedente. Esse sono necessarie sempre, perché si possa procedere lecitamente all'ordinazione di chi non sia suddito dell'ordinante (can. 955).

Non possono concedersi lecitamente prima che siano accertate le qualità dell'ordinando e prima che egli non abbia i documenti con relative testimonianze prescritte dal CIC (can. 993).

Il superiore religioso, nelle religioni esenti, deve nelle 1. d. attestare che l'ordinando abbia già emesso la professione solenne, che appartenga ad una casa religiosa a lui soggetta, che abbia completati gli studi necessari ed in genere sia in possesso dei requisiti richiesti dal CIC (can. 995) : tali 1. d. devono essere indirizzate al vescovo della diocesi in cui si trova la casa religiosa dell'ordinando (can. 965), salvo talune eccezioni tassativamente previste (can. 966).

Oltre il vescovo, dopo che abbia preso possesso della diocesi, possono concedere le 1. d. il vicario generale, purché ne abbia mandato speciale dal vescovo; il vicario capitolare, sempre però con il consenso del Capitolo (e inoltre, se non è trascorso un anno dalla vacanza della sede vescovile, deve concorrere una necessità specifica di provvedere ad un determinato ufficio o beneficio); il vicario e il prefetto apostolico, nonché l'abate o prelato nulliut, quand'anche non siano vescovi (can. 958). Una volta concesse, conferiscono all'ordinando un diritto all'ordinazione, che non viene meno qualora il concedente dovesse, per qualunque ragione, cessare dal suo ufficio prima del conferimento dell'Ordine, ma che può cessare per revoca (can. 963).

BinL.: Werra-Vidal, IV, i. p. 249; F. M. Cappello, Summa iuris canonici, II, 3ª ed., Roma 1939. p. 531 ; id., Tractatus can. et mor., II, III, Torino 1935. pp. 341-45. Enrico Zanetta

DIMOSTRAZIONE. - Da de-monstrare, mostrare, far vedere, con senso di derivazione. In senso largo è d. ogni argomento con cui si prova e si rende manifesta una proposizione o tesi prestabilita. La d. quindi presuppone nota la verità che si intende dimostrare, solo però come posizione problematica, non nel suo valore di certezza. In quanto tende a raggiungere questo scopo, di fondare cioè la certezza e l'evidenza, la d. si afferma come pro-

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cesso logico positivo nella conquista del sapere, c il suo significato si accosta a quello più universale di deduzione.

In Aristotele d. ( \dot{α} π δ δ ε ε ξ ι ς ) è in senso proprio il sillogismo che parte da premesse necessarie, certe ed immediate; argomentazione quindi veramente scientifica, "syllogismus faciens scire" (Anal. post., I, 22, 71 b 20 agg.; cf. Top., I, 1, 100 a 27 agg., c Sum. Theol., 1^{2} \mathrm{c}^{22}, q. 54, a. 2, ad 2). In quanto tale, la d. non può estendersi alle proposizioni prime e immediate che sono invece il principio e punto fermo cui fa capo ogni processo dimostrativo (Anal. post., I, 3, 72 b 18). Con ciò non è per nulla infirmato, come vorrebbe una moderna concezione relativistica, il valore apodittico della scienza, ponendosi i primi principi d'ordine metafisico come certezze assolute fondate sulla evidente necessità oggettiva dei rapporti ontologici fondamentali dell'essere. Quanto al principio ontologico della d., esso va cercato, secondo Aristotele, nell'essenza: π \dot{α} α η ς γ \dot{α} ρ \dot{α} π σ δ ε i ξ ε ω ς \dot{α} ρ γ \dot{η} τ \dot{α} τ i éotrv (De Anima, I, 1, 402 b 25). La d. infatti è il processo che partendo dai principi mostra la necessità della conseguenza; ora tutto cio che non appartiene all'essenza è accidente ( σ ω μ β ε β η κ o ́ s ) e come tale non necessario, né quindi può valere come principio di d.

Intesa nel senso più largo di metodo di prova, la d. può essere di varie specie. In logica si distingue la d. diretta che si fonda su ragioni intrinseche ai termini della proposizione, e l'indiretta che invece dimostra una proposizione piuttosto dall'esterno, con ragioni più o meno aderenti, come, ad es., quando si prova la verità di una dottrina dal generale consenso, o la sua falsità dalle false conseguenze che ne derivano. Ulteriori specie della d. diretta, fondate sul grado più o meno alto di priorità ontologica e immediatezza causale delle premesse riguardo alla conclusione, sono la d. a priori (dalla causa all'effetto, in genere da un principio o ragione ontologicamente anteriore alle sue conseguenze), a posteriori (dall'effetto alla causa), propter quid (dalle cause e principi intrinseci e immediati), quia (dagli effetti o dalle cause estrinseche).

Bial.: T. Pesch-C. Frick, Institutiones logicae et ontologiae, I. Friburgo in Br. 1914, pp. 184-207; J. De Tonquéder, La critique de la connaissance, Parigi 1929, pp. 408-29; Joh. a S. Thoma, Cursus philosophiae thomisticae, I, Torino-Roma 1930, pp. 773-91; D. Mercier, Logique, 8^{2} ed., Lovanio 1933, p. 282 agg.; J. Groth, Elementa philosophiae, I, 7^{°} ed., Friburgo in Br. 1937, pp. 167-74; U. Viglino, Logica, Roma 1941, pp. 330-35.

Ugo Viglino
DINA (ebr. Dīnāh). - Figlia del patriarca Giacobbe, nasigli da Lia (Gen. 30,21) mentre si trovava in Mesopotamia. In Palestina, nella