lo di Jahweh", "faccia di Dio", "nome" o "gloria di Jahweh", ecc., non indicano altro che la manifestazione diretta di Dio oppure, molto raramente, quella indiretta per mezzo di un suo inviato angelico.
Talvolta la Bibbia si pone in maniera pratica il problema dell'esistenza di Dio e lo risolve con il principio di causalità (Hebr. 11, 3; Rom. 1, 20; Sap. 13, 1-15, 19; Ps. 18, 2; Job. 12, 7 sgg.; Ier. 10, 11; Is. 37, 16; 40, 7). Di solito la dimostrazione è basata sull'argomento cosmologico. Il concetto teologico più sviluppato od inculcato nel Vecchio Testamento è quello di Dio Creatore (v. creazione) e della Provvidenza, particolarmente nei riguardi del popolo eletto. Nonostante i molti antropomorfismi (v.), non mancano testi che descrivano in modo sorprendente la spiritualità e l'essenza divina. Il più famoso è quello di Ex. 3, 14, ove si dà l'interpretazione profonda del vocabolo Jahweh, con cui Dio viene descritto come "Colui che è per essenza" (v. ASETTÀ).
Bib.: F. X. Kortleitner, De polytheismo universo et quibusdam eius formis apud Hebraeos finitimasque gentes usitatas, Vienna 1904; id., De Hebraeorum ante exsilium Babylonicum monotheismo, Ivi 1910; R. Stade, Biblische Theologie des Alten Testaments, Tubinga 1905; R. Baentsch, Altorientalischer und israelitischer Monotheismus, Ivi 1906; J. Nikel, Der Ursprung des alt. Gottesdanken, in Biblische Zeitfragen, I. II, Münster in West. 1908; E. Kautzsch, Biblische Theologie der Alten Testaments, Tubinga 1911: J. Hehn, Die biblische wad die babylonische Gottesidee. Lipsia 1913; A. Lemonnyer, La révélation primitive, Parigi 1914; R. Petrazzoni, Dio. Formazione e sviluppo del monoteismo nella storia delle religioni, Roma 1922; A. Loda, Israël des origines au milieu du VIIIe siècle. Parigi 1929; W. Eichrodt. Theologie des Alten Testaments, 2 voll., Lipsia 1933-35; F. Couppens, Theologia Biblica. I, Roma 1938; Quell-Stauffer-Kuhn, Geig. in R. Kittel, Theologisches Wörterbuch zum Neuen Test.. III, pp. 79-120; P. Hemsach, Teologia del Vecchio Testamento, vers. it. di D. Pintonello, Torino 1950; B. N. Wambacq. L'Epithète divine Jules? Seba'di, Tongorlan 1947; R. De Vaux, La religion de l'Ancien Testament, in Iultuation Biblique, 2^{°} ed., Parisi 1948, pp. 823-47.
Angelo Penna
## III. Dio presso i popoli primitivi.
Sotto il nome di Esserc Supremo (Höchstes Wesen, Supreme Being, Etre Suprème, ecc.) si intende comunemente in etnologia religiosa l'essere soprannaturale che, nelle credenze dei singoli popoli primitivi attuali, ha tradizionalmente, od ha acquistato, preminenza ontologica nei confronti delle altre entità o figure (mitologiche, animistiche, manistiche ecc.) delle rispettive religioni, assommando in sé vari caratteri distintivi quali la grande antichità, l'onnipresenza, l'onniscienza, l'onnipotenza, la creatività. Queste facoltà ed attributi mancano di regola, singolarmente o nella loro totalità, alle rimanenti figure delle religioni primitive, e confluendo nell'Essere Supremo lo distinguono spesso nettamente da quelle, conferendogli un posto preminente nelle concezioni animologiche e dignità, dunque, di divinità somma.
La realtà di una simile credenza come elemento originario ed autonomo delle culture primitive, all'infuori cioè di ogni antica o recente derivazione
## Page 940
dalle religioni monoteistiche dei popoli ad alta civiltà, ed in particolare dall'influsso dei missionari cristiani, fu a lungo misconosciuta. Ciò avvenne in parte per la persistente povertà di informazioni accurate e attendibili sui cosiddetti "popoli di natura», in parte per l'aprioristico scetticismo, in seno ai circoli colti, circa la capacità intellettuale di tali popoli di giungere spontaneamente a concetti animologici cosi elevati, quali si presupponevano necessari al riconoscimento di un dio supremo. Un simile atteggiamento degli storici e psicologi della religione, che prevalse attraverso tutta la seconda metà del secolo scorso ed oltre, si basava tra l'altro sull'assioma incontestato che a forme grossolane e rozze di cultura materiale e sociale dell'antica umanità dovessero necessariamente essere associate forme altrettanto rozze di vita spirituale. Assioma che peccava non di logica, bensì nella arbitraria definizione di "primitività" delle credenze, venendo a volta a volta presentate, e illustrate come "primitive", concezioni non propriamente tali, nella ricerca progressiva di un primum spirituale subiettivamente, e perciò fallacemente, inteso ("psicologismo "). La segnalazione, già nel sec. xix, di credenze dei primitivi in un Essere personale con tratti tipici di una vera e propria divinità somma, prima fra alcune tribù delle isole Andamane e dell'Australia meridionale (Man 1878-85, Howitt 1884), e poi via via presso popoli incolti di varie parti del globo, fu accolta con diffidenza o passò inosservata, malgrado la coraggiosa, isolata presa di posizione di Andrew Lang (The Making of Religion, 1898). Fu soprattutto grazie all'opera della scuola etnologica di Vienna, e in particolare del suo capo p. W. Schmidt, che queste osservazioni vennero sistematicamente raccolte, e più tardi estese mediante un ampio piano organico di ricerche dirette. Giovandosi di ampia documentazione, in un'opera che è anche il primo vasto tentativo di determinare sinticamente un prius e un posterius nella successione delle credenze religiose dell'umanità primitiva, lo Schmidt contrappone alle teorie precedenti - che ponevano in vari tipi di concezioni animologiche (feticismo, manismo, animismo ecc.) l'origine della religione - una nuova teoria, che sostiene la priorità cronologica della credenza in un Essere Supremo. L'opera di sintesi dello Schmidt riguarda per ora le culture da lui classificate (e generalmente, se pure con singole riserve, riconosciute) come le più antiche a noi accessibili (culture originarie, Urkulturen), nonché parte delle più tarde culture pastorali, dallo Schmidt classificate come "primarie" (v. etnologia); e giunge all'affermazione di un universale monoteismo primordiale, precedente la dispersione delle oggi sparute popolazioni "originarie" in regioni marginali, o comunque imprevie, di tutti i continenti del globo. Di tale monoteismo le caratteristiche fondamentali sarebbero le seguenti :
I. Unita. - L'Essere Supremo è «uno». Le figure soprannaturali che gli si trovano talora accanto, anche nelle credenze dei popoli più arcaici, sono interpretabili come apporti di religioni più recenti. Come tali vanno spiegate le figure di madri, mogli e figli dell'Essere Supremo, derivanti specialmente dalla mitologia lunare dei popoli patriarcali. Ad un'evoluzione interna delle Urkulturen lo Schmidt assegna invece altre deviazioni, quali l'elevazione a divinità del capostipite tribale, che rivaleggia con l'Essere Supremo e può oscurarne la figura (Andamanesi, alcuni Californiani centro-settentrionali, Yuin dell'Australia meridionale, ecc.); le personificazioni di taluni aspetti e funzioni particolari dell'Essere Supremo assurte ad es-
seri indipendenti (culture artiche, alcuni Algonchini); il sorgere infine di un antagonista, l'Essere del male (popoli arcici, molti fra gli Algonchini, tribù orientali dei Paleocaliforniani), che è fenomeno antico e radicano fra i pastori dell'Asia centrale.
II. Nomi. - I più frequenti e diffusi sono "padre", "signore", "l'anziano", anche "nostro padre", "padre del cielo", "padre di tutti", "nostro grande padre", "padre della vita"; in secondo luogo vengono i nomi che si riferiscono alla sua attività di "crestore" e "fettore", "proprietario" (Lanape), "signore della vita", "signore della morte" (Cree occidentali), "datore del cibo" (Montagnais), "signore dei cinghiali" (Negritos), "dominatore del mondo" (Maidu), "signore del cielo e della terra" (Negritos), "dominatore del mondo" (Maidu), "signore del cielo e della terra" (Ceyenne). Più rari i nomi attu nenti alla sua sede ed attività uranica, come "cielo", "tonante".
III. Figura. - Lo Schmidt opina che all'Essere Supremo venga attribuita una forma di spiritualità, che per lo più i primitivi non sarebbero in grado di definire esplicitamente: formule quali "è come il vento", sarebbero tentativi di esprimere concetti del genere; ma molto più spesso i primitivi se ne formano un'immagine antropomorfica, come di un essere con viso chiaro, splendente, o addirittura infocato, statura alta o gigantesca ecc.
IV. Stoz. - Si crede generalmente che egli viva attualmente in cielo, ma in alcune culture fra le più arcaiche ritorno frequente il motivo secondo cui l'Essere Supremo avrebbe, dopo la creazione, abitato per un certo periodo sulla terra, in confidente e benevola comunità di vita con gli uomini, istruendoli nelle loro necessità, istituendo le loro sacre cerimonie, e, presso alcune tribù, festeggiandole egli stesso insieme alle creature.
V. Durata dell'esistenza. - L'eternità dell'Essere Supremo è affermata in modo esplicito presso uno dei popoli primitivi dell'Australia: il Baiame dei Wiradyuri porta, tra gli altri, il nome di Burrambian, de burrombin "eterno"; ma per lo più la sua grande antichità risulta in modo implicito, dicendosi che egli era "solo" agli inizi, prima degli altri esseri. In alcune culture primitive (artica, paleocaliforniana, algonchina) il rappresentante del male è ritenuto coevo dell'Essere Supremo. Motivo che spesso ritoma nelle religioni dei popoli raccoglitori è il tentativo sfortunato da parte dell'Essere Supremo, immortale egli stesso, di rendere partecipi della medesima immortalità gli uomini. Pur mancando quasi sempre nelle lingue più primitive un termine cosi astratto come quello che designa l'eternità, quest'ultima viene espressa con l'affermazione che l'Essere Supremo è in creato: attributo che anche il capostipite tribale (o eroe culturale) cerca di appropriarsi quando rivaleggia con la divinità. In altri casi, l'Essere Supremo entra in scena quando ancora non esistono nel cosmo che il caos originario, oceano e nebbie.
VI. Onnipresenza e onniscienza. - L'onnipresenza non è esplicitamente affermata, e pare avere interessato poco la mentalità primitiva; è piuttosto attributo collaterale, integrante quello della onniscienza; manca in generale l'interesse speculativo nelle proprietà astratte della divinità, onde le affermazioni dei primitivi al riguardo hanno prevalentemente valore pratico, cioè etico. Soltanto nelle culture primordiali giudicate più giovani, l'Essere Supremo non ha più conoscenza immediata e diretta di quanto accade nel mondo, ma la attiene a mezzo di suoi messaggeri o di entità subordinate; la sua onniscienza è cosi soltanto mediata, ad es., nel senso che il sole e la luna sono gli occhi con i quali l'Essere Supremo vede la terra e quanto vi avviene (Samoiedi, Semang); le stelle sono gli orecchi che gli permettono di udire nottetempo, compensando la fioca luce lunare (Samoiedi), oppure gli occhi innumerevoli con cui egli guarda le terra buia, non necessari di giorno a causa della splendente luce del sole (Alakaluf); mentre gli Andamanesi credono l'Essere Supremo onnisciente soltanto di giorno. Presso altri primitivi, per contro (Pigmei e Pigmoidi africani ed asiatici, Fuegini, ecc.) lo si concepisce capace di scorgere fino nei più segreti recessi dell'animo umano.
## Page 941
VII. Onnipotenza. - Quasi universale nelle culture primordiali è l'affermazione, esplicita o implicita, di questo attributo : nessuna forza può opporsi con successo all'Essere Supremo, neppure quella dei più potenti stregoni. Tale convinzione è espressa in forma mitica nella letteratura orale di alcune tribù americane ed asiatiche (alcuni Afguschini, Samoiedi, Paleocaliforniani occidentali) in cui ricorre il motivo di tenzoni che l'Essere Supremo sostiene con l'Eroe culturale o il capostipite tribale, e nelle quali (o nella ultima e più difficile fra esse) il primo riporta la vittoria. E illimitato è il suo potere sulla salute e sulla vita degli uomini.
VIII. Altri attributi e funzioni. - L'Essere Supremo è quasi sempre il creatore del cosmo e dell'uomo (v. creazione) e il custode e sanzionatore dell'ordine etico che da lui promana. Tutto il bene, e soltanto il bene, di cui gode l'umanità proviene da lui : non solo obiettivamente, ma anche subiettivamente, in quanto molti popoli primitivi riconoscono la sua "bontà affettiva " nei riguardi dell'uomo, la sua cura e premura per il benessere e il destino di questo. Le varie manifestazioni di immoralità che caratterizzano gli dèi delle culture più tarde non si riscontrano in lui; e le accuse di "uccisore" e di "malvagio" che talvolta gli sono rivolte sono da interpretarsi come riferimenti al suo aspetto di severo punitore, mediante le malattie e la morte, delle infrazioni ai precetti morali che egli ha imposto all'umanità.
Alla teoria del p. Schmidt sono state mosse critiche da più parti (in Italia particolarmente da R. Pettazzoni), tuttavia, e ad onta del fatto che simili credenze non siano riscontrabili presso tutti i popoli "primordiali" (esse mancano, ad es., fra i Vedda di Ceylon e fra gli Andamanesi settentrionali, erano dubbie fra gli ora estinti Tasmaniani, e sono in parte ora rimesse in causa, per quanto riguarda la originaria cultura dei Pigmei africani), l'antichità etnologica nella credenza in un Essere Supremo è ormai assodata in modo positivo, e va riconosciuta come patrimonio proprio di molti fra i popoli più primitivi dei vari continenti. Non meno importante è notare che tale credenza si ritrova, sia pure commista ad altri elementi religiosi, fra molti popoli a culture più tarde ed evolute ("primarie" e "secondarie") in ogni parte del globo.
Gli Arunda, totemisti dell'Australia centrale, hanno la nozione di un essere (Altgira) increato ed eterno, la cui dimora è nel cielo, e del cui accampamento le stelle sono i fuochi; è concepito come uomo immenso, rosso di pelle, con capelli chiari ricadenti sulle spalle, piedi simili a quelli dell'emu, mentre le sue mogli hanno piedi di cane. E buono, ma indifferente alle cose del mondo; signore del cielo, non ha creato l'uomo e non se ne cura; non gli è rivolto culto. Que a là in Indonesia (ad es., fra i Batak di Sumatra), in Melanesia (in qualche isola meridionale del gruppo delle Salomone), e più ancora in Africa (Nihonsi, alcuni popoli sudanesi e bantu) la credenza in un antico Essere Supremo coesiste accanto a forme di totemismo; ma sembra trattarsi per lo più di credenze indipendenti, assegnabili a strati culturali diversi sovrappostisi nel tempo, e va riconosciuto che la mentalità totemista favorisce più lo sviluppo della magia che non quello di concezioni teistiche. Ciò si constata con chiarezza, ad es., presso gli indigeni della California, dove le tribù totemiste ignorano del tutto la figura di un Essere Supremo (Kroeber). Più complessa è la situazione nell'America del sud, dove la cultura totemica, mal discernibile da quella neo-matriarcale, ha influenzato anche i popoli e gruppi più primitivi. Comunque, anche a parte i tre esigui gruppi fuegini, il concetto di un'alta divinità si trova in questo continente già fra le genti che meglio rappresentano lo stadio dei collettori e cacciatori. I Ciamavoco sono, nella regione del Ciaco, quelli che possiedono la figura mitologica più avvicinandosi ad un dio supremo, l'Escetewuarha (di sesso femminile), madre di infiniti spiriti, che domina ogni cosa, e che impedisce al sole di bruciare la terra e procura acqua all'umanità; pretende che ogni notte gli uomini cantino in suo onore, e li punisce se tralasciano tale dovere. I "Botocudo" (Ge) del Brasile orientale credono in un "Padre della testa bianca" che vive nel cielo, appartato dagli altri
spiriti celesti : gigantesco capo degli spiriti, invia pioggia e tempeste, uccide i nemici con frecce invisibili, e causa le fasi lunari. Anche i Uitoto, raccoglitori e cacciatori totemisti del Yapurà superiore, hanno un gran dio creatore e benefico, che chiamano "padre", quantunque rimangano dubbi sulla originarietà di tale credenza. Anche quando si passa alle relativamente superiori culture agricole dell'alta e media Amazzonia, concezioni simili si ritrovano qua e là. I Cascinahua dell'alto Juruà parlano di un "vecchio Padre" vivente in cielo con sua moglie, la "grande madre"; funzione principale di esso è condurre in cielo le anime dei defunti e provvederle lassù di ogni bene; lo si è identificato con Paka «il Buono» che cercò di rendere immortali gli uomini, ed è il padre dell'eroe culturale; durante i temporali si crede che egli pianga e singhiozzi ricordando i suoi figli perduti. I Tupinambà della costa atlantica conoscevano un dio del tuono dotato di caratteri sufficientemente elevati perché i missionari potessero giudicare conveniente adottarne il nome (Tupan, Topana) ai fini della predicazione cristiana. Gli Apapocuwa (anch'essi del grande gruppo Tupi-Guarani) riconoscono un creatore, "il nostro grande padre", che ha generato gli eroi culturali. Ma è proprio l'importanza di questi eroi culturali, insieme allo sviluppo preso dalla mitologia astrale - specie dalle personificazioni del sole e della luna - che presso la maggioranza dei popoli amazzonici fa recedere in secondo piano la figura degli Esseri Supremi, annullandone praticamente il culto.
Che il carattere solare dell'Essere Supremo possa essere secondario, lo dimostrano le concezioni di numerose tribù primitive dell'India del nord-est. La divinità somma di queste porta il nome di Sing Bonga, "spirito del sole" fra i Santal, Munda, Ho, Birhor, ed altre genti kolariane; la medesima divinità si trova fra i Munda del Ciota-Nagpur. E un essere benevolo, creatore e conservatore della vita, eminente fra tutti gli dèi; ma la sua natura solare sembra essere acquisita, mutuata probabilmente alle più giovani popolazioni dravidiche presso le quali si trovano ancora tracce di simili concezioni (legate al totemismo?), e solo successivamente induizzare. Così fra gli Oraon e i Maler (dravidici) l'Essere Supremo portava in antico, e conserva in qualche caso tuttora, il nome di "re solare"; gli Orson hanno poi adottato per esso i nomi induistici di Dharmi o Dharmesh «il Santo", che si manifesta nel sole, o di Bhagwan (Bhagavat), comune ai Biall dell'India centrale. Ma non di rallo si è avuto uno sdoppiamento dei due concetti, distinguendosi l'Essere Supremo (Dharmesh, Bhagwan) da un particolare dio solare, che ha conservato antichi nomi. Lo stesso accade fra i Gond sparsi nell'India centrale: il loro "grande dio" o " vecchio dio " pare essere solo un primus inter pares fra le divinità minori, distinto dall'invisibile creatore e conservatore del mondo, di cui hanno altro concetto. Caratteri risalenti, almeno in parte, ad ancora maggiore antichità, sembrano offrire le concezioni dei Ceneiu dell'India meridionale: al loro Essere Supremo Bhagavuntaru, vivente in cielo, creatore delle anime umane, manifestantesi nel tuono e nella pioggia, si accompagna una figura femminile, Garelamaisana, signora della giungla e dei suoi prodotti. In generale, si può constatare che le figure di divinità celesti erano già presenti e vive nell'India preariana, fin negli strati etnici più arcaici : il pervadente panteismo induistico le ha certamente influenzate, prestando loro nuovi nomi, ma non ne ha cancellato le antiche tracce. Un non molto diverso processo si è avuto in Indonesia, dove le concezioni religiose dei popoli più primitivi traspariscono spesso sotto la vernice di civiltà più avanzate e recenti, induismo dapprima e islamismo poi. Così è dell'antico Essere Supremo dei Batak di Sumatra, Mula Giadi, offuscato dal sopraggiungere ed affermarsi di un'altra divinità (induistica), Batara Guru (Shiva). Gli Ngadha di Flores conservano viva la credenza in un Essere Supremo, esistente dall'inizio dei tempi, abitante nel firmamento, unico e doppio al tempo stesso : Deva in alto (concepito come uomo) e Nitu in basso (concepito come donna). Lo si dice invisibile tranne che in sogno, ma lo si concepisce come bianco di aspetto, con
## Page 942
barba fluente, e se ne descrivono come meravigliosi gli indumenti, il fine manto, la splendida cintura, la borsa di pelle di cavallo o di capra, i braccialetti grandi come piatti. Deva è il creatore e padrone di tutto, anche degli uomini, colui che vede e sa tutto, il potente, colui che toglie la vita; lo si crede benevolo, ma lo si teme per la sua giustizia, che si manifesta in malattie a danno dei malfattori.
Le figure di alte divinità femminili come quelle sopra menzionate tradiscono quasi sempre la corrispondente presenza, nel campo sociologico, di matriarcato agricolo, che di regola favorisce lo sviluppo dell'animismo e della mitologia lunare. Caratteri femminili si trovano nella figura di Hintubuhet, divinità della Nuova Irlanda, incresata, esistente fin dall'inizio dei tempi, creatrice del cielo, della terra e degli uomini, ma oggi indifferente ed oziosa, e come tale non ricevente culto se non in casi eccezionali; e una divinità creatrice femminile è segnalata, ad es., dall'isola Viwa (Figi). Ma anche nei cieli matriarcali la femminilità dell'Essere Supremo è aspetto sporadico, che, ad es., fra i Bantu matriarcali dell'Africa centro-occidentale non si rivela che in tracce: qui (come fra gli OvAmbo e OviMbundo dell'Angola) l'Essere Supremo Kalunga è divinità manistica, connessa con la terra e con i defunti che in essa abitano, o si identifica addirittura con la concezione ctonica, sotterranea dell'oltretomba; ma è essere maschile, come maschile è l'altra figura divina, essa pure di alta antichità fra i Bantu, di Nzambi, essere celeste creatore, che troneggia in cielo.
Nelle religioni manistiche, che predominano nell'Africa negra, fra i popoli patriarcali come fra quelli matriarcali, il culto degli antenati offusca o sostituisce quello dell'Essere Supremo, ma non ne oblitera la figura, che rimane eminente se pure lontana. Gli AmaZulu credono in un dio celeste, Inkosi Pezulu - il Capo nel cielo -, che si manifesta nei fenomeni meteorici e fulmina i trasgressori delle leggi tribali; gli AmaXosa vedono nella figura di uDali il creatore di tutte le cose, che controlla e governa tutto, premia il bene e punisce il male: a questi ed altri Esseri Supremi non si offre tuttavia culto in modo diretto, bensì per tralniṡe degli antenati, che nel mondo invisibile sono più vicini alla divinità, hanno maggior saggezza degli uomini sulla terra, e sono perciò i mediatori per eccellenza "alla corte dell'inaccostabile Capo ".
Ancora maggio rilievo ha la figura (e il culto) di un Essere Supremo presso i popoli pastori, dei quali i rappresentanti più tipici e puri sono, in Africa, i Galla. Nel loro dio celeste, Waq o Waqa, si riassumono quasi tutti gli attributi e facoltà che lo Schmidt ha riconosciuto negli Esseri Supremi dei popoli primordiali, e l'intima e diretta relazione cultuale ed etica fra l'uomo e Dio è sentita più profondamente di quanto non lo sia in generale fra gli Africani. Recente merito dello Schmidt è di avere posto in rilievo il finora trascurato substrato monoteistico in talune religioni dei popoli pastori dell'Asia : fra i Tatari dell'Abakan, ad es., emerge sopra una pluralità di dèi minori, superni ed inferi, una figura originariamente unica di Essere celeste, Kudai, la cui unità si è peraltro venuta confondendo nella identificazione con più dèi, i Sette (o Nove) Kudai: si tratta anche qui di un dio creatore e benevolo abitante in cielo, denominato anche "il Bianco ", "l'Aureo ", eccessionalmente "Padre", dispensatore di vita e di fertilità, fonte dell'autorità e dell'ordine, legislatore morale.
Va notato infine che anche nelle religioni considerate più tipicamente politeistiche, come la polinesiana, la concezione di un vero e proprio Essere Supremo non è sempre ignota, se pure si presenta con aspetti particolari. Così, ad es., nell'isola Rennel (all'estremità meridionale del gruppo delle Salomone, ma colonizzata da Polinesiani e rimasta immune da successivi contatti culturali) il posto più alto nelle credenze è occupato da Angiài e Ha «il Capo in alto ", gigantesco capo della famiglia divina, che manifesta il suo corruccio con il tuono e il fulmine: se gli si assegnano moglie e figli, ciò è in forma soprannaturale, simbolica, essendo egli "troppo sacro" per generare figli da una donna. Il suo carattere sacro si rivela anche nel divieto di pronunciare, altrimenti che sussurrandolo, il suo nome personale, Te Tonusanga (com'è,
ad es., per il nome di Daramulun fra gli Yuin dell'Australia); ed alla sua elevata e temuta figura si contrappone quella di Tangangou - il noto dio supremo del pantheon polinesiano - di cui non si ha rispetto e si ride, considerandolo indegno del nome di Dio.
Per il culto dell'Essere Supremo, v. PSEGHIERA; SACHTIGIO.
BibL.: W. Schmidt, Der Ursprung der Gottesidee, 8 voll., Münster in West, 1912-49. L'ampia bibliografia utilizzata e citata in questa'opera è, per quanto riguarda le culture - primordiali e parte delle culture pastorali, la migliore guida alle fonti dirette. Per l'importanza dei diversi indirizzi, o per l'apporta di più recenti materiali anche su altre culture primitive, si vedano: R. Natazzoni, Dio, Formazione e sviluppo del monoteismo nella storia delle religioni, I, Roma 1922; id., Saggi di storia delle religioni e di mitologia, ivi 1946; A. L. Kroeber, Handbuch of the Indians of Central California, Washington 1925; P. P. Arndt, Deva, der höchste Wesen der Nguzlien, in Anthropon. 31 (1936), pp. 804-900, e 32 (1937), pp. 193-209, 347-77; R. Rahmann, Gatteelten der Primitizstämme im nordöstlichen Vorderindien, ibid., 31 (1936), pp. 37-96; G. MacGregor, The Gods of Rennel Island, in Papers of the Peabody Museum of American archaeology and ethnology (Harvard University, 79), Cambridge (Mass.) 1943, pp. 32-37; H. Scharer, Die Gottesidee der Ngadju Dajah in Süd-Bornen, Leida 1946; Handbuch of South American Indians (Smithsonian Institution Bull. 143), 9 voll., Washington 1946-49; I. Schapera, The Bantu-Speaking Tribes of South Africa, Londra 1947; J. van Baal, Over wegen en drijfheren der Religion, Amsterdam 1947; R. Baerassino, La religione dei primitivi, in P. Taschi Venturi, Storia delle Religioni, I, Torino 1949 (con appendice bibliografica, pp. 35-46); W. Koppers, Der Urmusarh und sein Wabbild, Vienna 1920; P. Schebesta, Die Bambuti-Pygmien vom Ituri, II, parte 3*, Die Religion, Bruxelles 1930.
Vinigi L. Grottanelli
IV. Dio presso i popoli di cultura superiore.
Come presso i primitivi cosi anche presso i popoli che hanno raggiunto un grado superiore di cultura e il cui aggruppamento dallo stato tribale è passato a quello cittadino e nazionale, l'idea di Dio sta al centro della loro ideazione religiosa.
1. Religioni nazionali. - Messico e Perù. - Messico e Perù precolombiani vanno esaminati per primi perché dal punto di vista culturale formano l'anello di congiunzione tra le popolazioni primitive e quelle che hanno raggiunto un più alto grado di cultura. Il missionario francescano Bernardino di Sahagun, che primo venne in contatto con gli Aztechi del Messico dopo la conquista spagnola, che apprese la loro lingua e conobbe a fondo i loro costumi e tradizioni, afferma che cosi credono "in un solo Dio, puro spirito, onnipotente e creatore di tutte le cose, cui attribuiscono ogni sapienza, bellezza e beatitudine ". Il suo nome è Tezzatlipoca considerato come il dio della giustizia, e perciò rappresentato con uno specchio d'oro con il quale scruta le azioni degli uomini. Nel Perù l'Essere Supremo si chiama Pochacamah non definibile, nominabile solo a basse voce, creatore e legislatore.
Cina. - A parte il cristianesimo, tre religioni esistono nell'immenso paese: l'antica religione naturale sistemata da Confucio, lasciandone intatto il venusto patrimonio di credenze e di riti : il taoismo, da tao (via), visione filosofica dell'universo con orientazione panteistica; il buddhismo penetrato in Cina da sud sotto la forma del "grande veicolo ".
La religione indigena della Cina è la religione del Cielo (Tfen) al quale viene dato il titolo di "Supremo Signore" (Shang-ti). Il concetto del Cielo come unico Signore vi viene sviluppato più dal punto di vista etico, che da quello dottrinale, conforme alla mentalità più pratica che metafisica dei Cinesi. L'imperatore ha il mandato di eseguire i voleri del Cielo, a beneficio del suo popolo; la sua trascuratezza provoca da parte del Supremo Signore le calamità della natura e la scontentezza del popolo.
Giappone. - La religione nazionale del Giappone è un trasparente paganesimo naturistico nonostante le sistemazione che della mitologia fecero nel sec. XVII (Maburi (m. nel 1769), Motoori (m. nel 1801) e Hirato (m. nel 1841). Essa è detta Kami-no-michi, la «via dei Kami», cioè degli dèi, o shin-to dello stesso significato. Kami sono gli esseri "superiori»; cioè le grandi dirè-
## Page 943

A sinistra: DIO PADRE CHE TIENE IN GREMBO IL FIGLIO. Particolare del timpano della chiesa di S. Nicola di Tudela (sec. xit) - Spagna. A destra: L'ETERNO. Tela dipinta in Francia nel 1741 per ordine della Madre d'Youville - Montréal (Canada), Casa Madre delle Suore Grigie.
## Page 944

PALAZZO DI DIOCLEZIANO.
## Page 945
nità della natura, soprattutto il sole, concepito come femminile e chiamato Amatoram (v.), capostipite della dinastia imperiale, regolatore dei cieli, il quale ha finito per assorbire l'elemento uranico che riconosceva l'esistenza di un "signore del mezzo del cielo" da cui sarebbero discese le generazioni degli dèi.
Egitto. - Dagli elementi più antichi della religione egiziana si rileva che essa fu una deificazione del cielo e del sole che ne percorre gli spazi. Il concetto della divinità si esprime con la parola noter, adottata anche dai cristiani copti per significare Dio. Le varie divinità dell'Egitto furono dalla speculazione sacerdotale disposta in ennoodi o gruppi novenari tendenti a porre in primo piano il dio della città politicamente dominatrice: Atum a Ehopoli, Thot a Ermopoli, Ptob a Menfi, Amôn a Tebe. La teologia di Amôn assurse a valore speculativo: egli ha prodotto gli dèi con la sua parola, ha ordinato il mondo separando il cielo dalla terra, ha creato le cose, gli animali e gli uomini.
La potenza politica del sacerdozio di Amôn suscitò la reazione del faraone Amenophi IV (m. nel 1338 a. C.) che trasportò la capitale, da Tebe, presso l'attuale el-Amarna, stabilendovi il culto monoteistico-solare del disco del sole, Aten, esaltato, in un bellissimo inno, come creatore di tutte le cose, dal Nilo all'uccelletto che pigola nel nido.
Semiti. - Presso i Semiti orientali (Babilonesi e Assiri); occidentali (Cananei, Aramei, Ebrei); meridionali (Arabi, Etiopi) il concetto di Dio è espresso con il nome el (din, ildh) da una radice che significa dominio, signoria ed è sempre legato ad una persona e non ad una località.
Presso i Babilonesi l'Essere Supremo si chiama Amu ( = Cielo) ed il suo ideogramma è una stella. Presiede alle regioni celesti e regola il corso degli astri. Di fronte a lui sia Adad, che rappresenta il cielo meteorico, ed è il signore dell'uragano e del fulmine.
Indoeuropei. - Questa grande famiglia di popoli tenuta insieme dal criterio linguistico comprende in Asia gli Indiani, gli Irani e gli Armeni e in Europa, gli Slavi, i Germani, i Celti, gli Illirici, i Traci, i Greci, e gli Italici. Queste genti prima di separarsi dalla sede originaria, avevano già in comune un patrimonio di vocaboli relativi alla vita domestica, all'agricoltura e all'organizzazione patriarcale della famiglia; e dal punto di vista religioso avevano già fissato il concetto dell'Essere Supremo con una parola la cui radicale è div* con significato di «risplendere», riferibile al cielo astronomico inteso come padre. Questo Essere Supremo si chiama Dymus in India, Zeus (Dieus) in Grecia, Deus per i latini, Zin per i Germani, Diettas per i Lituani.
India. - Le manifestazioni meteoriche del cielo hanno preso nell'India vedica il sopravvento su quelle astronomiche, sotto la figura e il nome di Indra, mentre quelle del cielo, come veggente e custode della legge morale, vanno sotto il nome di Vāruya, che è propriamente il cielo notturno. Il brahmanesimo che succede al vedismo e ne è lo sviluppo religioso-filosofico, sbocca in una visione panteistica dell'universo in quanto tende a risolvere, cioè ad annullare, l'anima individuale (atman), nell'anima del mondo (brahma) battendo la via della conoscenza e non più quella delle opere del sacrificio rituale: conclusione panteistica e sostanzialmente atea perché senza il riconoscimento di un Essere trascendente non si dà religione. Questo punto di vista è pur sempre quello dell'attuale religione dell'India (neobrahmanesimo o induismo) inquinata da elementi attinti alla religione popolare e compiacentemente tollerati dai brahmani, ritornati, dopo la parentesi buddhista, i dominatori della religione del paese. In ambiente religioso cultuale, pur mantenendo la visione monistica dell'identità, dell'io individuale (atman) con quello universale (brahman) si specifica l'azione del brahman attraverso i tre aspetti del creatore, conservatore, distruttore, identificati con le tre divinità vediche e brahmaniche Brahma, Viṣṇu, Śivu, la cosiddetta trinità (trinorti) indiana. Di queste in specie Viṣṇu è oggetto di invocazione e preghiere che lo considerano come personale e trascendente.
Grecia. - Prescindendo dalla religione dell'epoca egea i cui trovamenti archeologici sono muti per noi, bisogna arrivare a Omero per trovare sia un'eco della religiosità preomerica, sia un profilo abbastanza ricco del mondo divino dei Greci. Nei poemi omerici Zeus, personificazione del cielo, è il padre degli dèi e degli uomini, signore dei fenomeni atmosferici, dominatore degli altri dèi che raduna intorno a sé nell'Olimpo. Il fatto che egli, padrone di tutto, non possa dominare il fato, mentre appare una limitazione del suo potere, finisce poi per essere un omaggio all'idea di Dio in quanto il fato si espone al capriccio degli dèi ed è l'espressione delle leggi fisiche e morali che mantengono l'equilibrio del cosmo. La mitologia ha in parte sciupato questo grandioso profilo di Zeus così chiaramente orientato verso una concezione monoteistica. La Teogonia di Esiodo coordina i dati della tradizione mitica e mostra come dal caos informe ed oscuro, dominato da forze ribelli, sia derivato il cosmo, cioè il mondo ordinato che procede verso la luce e la bellezza, rappresentata da Zeus. Dopo Omero ed Esiodo, durante i secc. viIi-vi, epoca di grande travaglio religioso-sociale, matura l'anelito della coscienza greca verso un Dio datore del bene e punitore del male. Le guerre persiane portano a maturazione gli elementi che saranno propri della Grecia classica, alle cui soglie stanno le grandi figure di Pindaro e dei due tragici Eschilo e Sofocle: Euripide, coetaneo di Sofocle, appartiene già alle correnti critiche ed illuministiche dei tempi nuovi. Pindaro (m. nel 448) esalta Zeus, come personificante l'ordine morale del mondo, creatore del diritto e della legge; esalta le astrazioni morali : Verità, Infallibilità, Legge come manifestazioni della sua azione unificatrice nella quale si fondono le fisionomie delle singole divinità. Eschilo (m. nel 456) magnifica l'onniponenza di Zeus che in sé riassomma l'universo e ciò che è oltre l'universo, e la cui figura rappresenta l'unità del «divino" ( τ \dot{θ} δ ε i imatĥ v ν ) ; egli è il vindice delle colpe dei padri delle quali i figli debbono accettare l'espiazione fino a che la divinità non li assolve, come avvenne al matricida Oreste, che uccise per obbedire alla vendetta familiare del sangue e fu alla fine assolto dall'Areopago. Sofocle (m. nel 406) venera gli dèi, rispetta gli oracoli, sente il potere del fato come manifestazione di una volontà superiore, sancita solo da Zeus, la quale non agisce però come costrizione dall'esterno, ma opera e si compie nell'interno della psiche. Esempio evidente n'è Edipo che sottostà al suo tristissimo fato, ma non perde la sua nobiltà di coscienza e merita di terminare i suoi giorni, ribenedetto, nel basso sacro delle Eumenidi.
La religiosità dei misteri, sorti nel sec. vi, epoca di travaglio politico e sociale, ponendo in primo piano la preoccupazione degli spiriti per la loro sorte individuale nella vita ultramondana, ha contribuito in Grecia prima e nell'ambiente ellenistico poi a nobilitare la visione morale della vita invitando gli uomini a guardare al cielo come alla loro patria di origine dove dovranno tornare dopo essersi liberati dal male in cui l'anima è presa come raggio di luce entro l'oscura prigione della materia.
Al processo di unificazione religiosa che s'inizia durante l'epoca ellenistica, ha contribuito lo sviluppo del platonismo che identificando l'idea del bene con Dio e facendo del mondo delle idee l'archetipo sul modello del quale Dio crea l'universo, ha offerto le basi alla teodicea dell'epoca ellenistica.
Roma. - La religiosità romana è caratterizzata dal rispetto del mondo divino, non curiosamente scrutato dal punto di vista intellettuale, ma profondamente sentito dal punto di vista dell'azione pratica. Giove ha le caratteristiche della divinità suprema fin dai tempi precapitolini. E, come gli altri esseri supremi indoeuropei, una divinità del cielo sia astronomico che meteorico: il suo culto si svolge sulle alture : colle Capicolino, monte Albano; con il fulmine egli manifesta e sanziona i suoi ordini. Verso la fine della Repubblica comincia a costituirsi, negli ambienti filosofici, una concezione monoteistica della divinità che riconosce in Giove il a numen praestantissimum».
Celti, Germani, Slavi. - Più difficile per la scarsità
## Page 946
e frammentarietà delle fonti e la superficialità dell's interpretazione romana * delle divinità dei popoli con cui i Romani vennero a contatto, riesce fissare la fisionomia dell'Essere Supremo di queste popolazioni. Per i Celti Cesare indica quale divinità maggiore Mercurio, che è il più frequentemente menzionato nelle iscrizioni e raffigurato in cippi viarii; della triade nominata da Lucano (I, 446 ) Taronis è il dio che più da vicino richiama la figura di Giove fulminatore. Tacito interpreta il Dio supremo dei Germani come Mercurio, sotto il qual nome è da vedere il Dio indigeno Wotan (Odino) concepito come padre universale e «regnator omnium Deus», adorato conforme all'uso germanico nel folto di una sacra foresta.
La religione degli Slavi è nota attraverso le notizie di missionari latini per l'Occidente e di scrittori bizantini per l'Oriente. Sotto nomi diversi : Perun per i Russi, Searag (Zuarssid), Triglav, Svantessit per gli Slavi baltici, i loro Esseri supremi sono considerati i capi della tribù, hanno poteri divinatori, sono rappresentati policefali ( 3,4 e anche più teste) maniera ingenua per affermare la loro onniveggenza, caratteristica delle divinità del cielo.
II. Religioni supernazionali. - Per il giudaismo e il cristianesimo e. alle apposite voci.
Buddhismo. - Dal punto di vista intellettuale il buddhismo è l'ultimo termine della speculazione brahmanica, sfociante in un pancosmismo che identifica l'io universale con l'io individuale. Dal punto di vista religioso il buddhismo predicato dal Buddha è ateo perché esclude dal governo del mondo una mente ordinatrice, non sbolisce gli dèi, ma li sottopone alla legge meccanica che regola tutto l'universo e nega l'esistenza dell'anima. Da questo primitivo indirizzo agnostico, detto del «piccolo veicolo * (hōnāyāna) cioè della piccola zattera che porta alla riva della salvezza (nirvana) attraverso la corrente della trasmigrazione, si sviluppò un veicolo più ampio (mohāyāna - grande veicolo) fatto per le masse e non per i pochi, più capace di soddisfare gli spiriti desiderosi di una più intima e personale pietà religiosa. Il buddhismo mahāyānico introduce il concetto di un Dio trascendente e permanente, in figura del Buddha cosmico (Adi Buddha) rivelatosi un giorno nel Buddha storico. Ogni individuo può seguendo la via della pietà (bhahti) divenire un bollinsatwa, cioè porsi in condizione di giungere al grado di Buddha e può facilitare questa ascensione rinunziando al raggiungimento della liberazione finale per far ridondare il suo sacrificio a vantaggio altrui. A raggiungere questo stato giova la fiducia nel Buddha che si attua con manifestazioni di culto : donde templi, statue, cerimonie, formole di preghiera ignote al primitivo buddhismo.
Mazdaismo. - Di fronte al politeismo naturalistico dei Persiani un riformatore, Zarathustra (Zoroastro), nato forse nella Media nei secc. viI-vi a. C., predicò una religione di contenuto monoteistico, che, da principio osteggiata dalla classe sacerdotale dominatrice dei magi, finì per essere accettata nel paese iranico, con adattamenti all'antico naturismo, affermandosi come religione nazionale della Persia all'epoca dei Sassanidi (226-65I d. C.). Ahuramazdā, il «Signore Sapiente» è il dio unico predicato da Zarathustra, il cui insegnamento si conserva nel libro sacro detto Avesta (dal pahlavico Apastāk * testo fondamentale ") che si possiede non intero ma a brani. Ahuramazdā (v.) è il vindice della verità contro l'errore, è il creatore dell'universo mediante la sua onnipossente parola, e ne è il provvidente conservatore. Il suo trono è circondato da sei «santi immortali * (Aneda Spenia, v.). Buon pensiero, Giustizia, Sovranità, Pietà, Integrità, Immortalità che sono l'espressione della provvidenza di Dio nel governo del mondo.
Islamismo. - Già durante il paganesimo preislamico la figura di Allāh era dominante sugli altri dèi del politeismo arabo. Maometto, la cui formazione religiosa fu influenzata da cristiani ed ebrei stanziati ai confini settentrionali della penisola arabica, contro quel politeismo inalberò la bandiera del Dio unico, onnipotente, onnisciente, giusto retributore delle azioni degli uomini,
che si manifesta non con le ciarle degli indovini o negli oggetti della natura, ma per mezzo di profeti, tra cui principali Abramo, Mosè, Gesù, e, ulimio Maometto stesso, il messaggero per cccellenza (ratū̄ Allāh). Il suo monoteismo è di fonte ebraica in quanto esclude i due misteri della fede cristiana: la Trinità e l'Incarnazione del Verbo: «Dio è uno, Dio l'eterno; (egli) non ha generato né è stato generato. E non v'è alcuno uguale a lui * (Corona, 112). Per lo sviluppo della teologia e della mistica musulmana v. JEläm. V. anche: animismo; enOTEISMO; MONOTEISMO; POLITEISMO.
Biel.: Opere generali: H. Pioned de la Boullaye, L'étude comparé des religions, 2 voll., 2^{°} ed., Parigi 1929; A. Anwander, Introduzione alla storia delle religioni (trad. U. Berti), Brescia 1933; N. Söderblom, Dieu vivant dans l'histoire (trad. franc. J. De Coussange), Parigi 1937; G. Schmidt, Memoale di storia comparata delle religioni (trad. G. Bugatto), 3^{°} ed., Brescia 1945.
- Messico e Perù: D. G. Brinton, The mythes of the New World, Nuova York 1876: C. Crivelli, La religione dei popoli che abitarono il Messico e l'America centrale, in Storia delle religioni a cura del p. P. Tsechi Venturi, I. Torino 1932, pp. 107-44. - Cuse 'Tim TchenKang, L'idée de Dieu dans les huit premiers classiques chinois, Friburgo 1942; P. D'Elia, Cime politeista e Cime monoteista?, in Riv. studi orientali, 22 (1947), pp. 90-138. - Giappone: M. Anesaki, History of japanese religion, Londra 1930. - Egitto: H. Kees, Der Götterglaube im alten Ägypten, Lipsia 1941; G. Jequier, Considérations sur les religions égyptiennes, Neuchâtel 1946. Biblioteca e Assinia: G. Meloni, Il monoteismo nei ceneriferai, in Rivista storico-critica delle scienze teologiche, 2 (1906), pp. 169 178, ristampato in Saggi di Biologia semitica, Roma 1913, pp. 64 73; M. J. Lagrange, Etudes sur les religions sbnitiques, Parigi 1903: P. Dhorne, La religion assyro-babylonienne, ivi 1910; G. Furlani, La religione babilonese e assira, 2 voll., Bologna 1928-29. - India: P. Ultramore, Histoire des idées thémophiques dans l'Inde, I. Brahmanisme, II. Bunddhimne, Parigi 1906-23; F. Bolloni Filippi e C. Formicini, Il pensiero religioso e filosofico dell'India, Firenze 1910; M. Ledrus, L'Inde profonde, Lovanio 1933. - Grecia: E. Feterich, Die Theologie der Hellenmen, Lipsia 1938. - Roma: W. Fowler, Roman ideas of deity in the last century before the christian era, Londra 1914. - Celti, Germani, Slavi: Th. Heinz, Die sbanische and baltische Religion vergleichand dargestellt, Bonn 1934; J. De Vries, Altgermonische Religionsgeschichte und Mythologie, Berhina 1932-37; R. Petrazzoni, Divinità del paganesimo degli antichi popoli europei, Roma 2, 2. Buddhismo: D. Suzuki, Outlines of Mahayana Buddhism, Londra 1907; E. Hardy, Der Buddhismus nach älteren Pali-Nirhen dargestellt, Münster 1926. - Mazdaismo: A. Meiller, Trois conférences sur les Gothas de l'Avesta, Parigi 1923; G. Messina, Ursprung der Magier und die ascathostrische Religion, Roma 1930. - Islamismo: M. Horten, Einführung in die höhere Geisteshaltur des Islam, Bonn 1914; I. Goldalber, Vorlesungen über den Islam, 2^{°} ed., Heidelberg 1923; H. Lammens, L'Islam, Crayances et institutions, Beirut 1926.
Nicola Turchi
V. Dio nella storia della filosofia occidentale.
La filosofia, come indagine razionale sull'assoluto, cioè ricerca d'un sapere che con le sue estreme conseguenze convalidi le sue premesse, è sempre rivolta alla trattazione del problema di Dio, cioè alla determinazione di un concetto risolutivo in cui trovi fondamento e giustificazione l'ordine ideale e reale dell'essere. Anche le trattazioni particolari in cui si articola il sapere filosofico (ad es., la cosmologia, l'ontologia, la logica, l'etica, l'estetica, ecc.) suppongono un riferimento ai supremi concetti, nei quali si conclude il senso della realtà, e quindi recano in sé, almeno implicitamente, le linee di una teologia naturale; la quale, d'altronde, non manca nemmeno nei sistemi ateistici che, pur nella negazione di concetti tradizionali, involgono l'applicazione di un nuovo senso del tutto, dell'assoluto, insomma di ciò che, in un'accezione molto vasta, può ancora denominarsi il divino. Quindi il punto di vista da conseguirsi per la considerazione del problema di Dio nella storia della filosofia occidentale dovrebbe essere sì elevato da consentire una sintesi di quanto v'ha di essenziale nel contributo del pensiero umano alla risoluzione del problema dell'essere.
Si possono distinguere nel problema di Dio i tre problemi: a) della sua natura, b) dei suoi rapporti con il
## Page 947
mondo, c) della sua conoscibilità. Nella filosofia antica i primi due problemi sono in prima linea e subordinano quello relativo alla conoscibilità; nella filosofia del cristianesimo quest'ultimo va acquistando una sua consistenza autonoma accanto agli altri due; nella filosofia moderna il problema della conascibilità di Dio prevale sugli altri due, fin quasi a risolverli in sé.
a) Quanto alla natura di Dio, le soluzioni oscillano tra le concezioni ontologica (Dio come essere), logica (Dio come idea o pensiero o principio regolatore della mentalità, ecc.), assiologica (Dio come valore), spiritualistica e personale (Dio come presenza dell'essere immateriale a se stesso, nella pienezza dell'atto che è pensiero, volontà, amore). Per una prospettiva storica molto generale, senza nessuna indicazione di particolari, si può dire che nelle più elevate indagini teologiche dell'antichità classica prevalgono la concezione ontologica e quella logica; nella filosofia moderna prevalgono le concezioni logica e assiologica; mentre la filosofia del cristianesimo sintetizza le determinazioni ontologica, logica e assiologica nella concezione spiritualistica e personale di Dio.
b) Il problema dei rapporti tra Dio e il mondo dà luogo alle due soluzioni estreme : monistica (unità di Dio e mondo) e dualistica (dualità di Dio e del principio materiale che è il supporto del mondo del divenire). La soluzione monistica si specifica in due forme, proprie rispettivamente del pensiero classico e del pensiero moderno, a seconda che il divino resta immanente nell'ordine empirico dei fenomeni (panteismo naturalistico) o nell'ordine ideale dell'umana mentalità (panteismo idealistico). Il principio creazionistico, proprio della filosofia cristiana, può, in certo senso, dirsi ad un tempo monistico e dualistico: monistico, in quanto il mondo (universo delle cose e universo delle anime) appartiene interamente al potere del creatore; dualistico, in quanto il creato, contenuto nell'atto libero che gli dà esistenza e consistenza, resta costituito nella sua natura propria e si distingue nettamente, per la sua positività ontologica, dalla sostanza e dall'essere del creatore.
c) Il problema della conoscibilità di Dio, infine, ammette storicamente le due tesi estreme: ontologiconetlettualistica (Dio oggetto di un'apprensione immediata dell'intelletto) e agnostica (inconoscibilità di Dio), tra le quali si muove la soluzione intermedia, avvalorata dal magistero ecclesiastico, della dimostrabilità di Dio (Dio non intuibile, ma conoscibile con un processo razionale d'inferenza dalle cose create : processo che culmina nella qualificazione dell'essere divino con attributi positivi, validi al conoscere, ma inadeguati a risolvere l'essere divino nella umana comprensione). Dalla tesi agnostica derivano le correnti fideistica, pragmatistica e sentimentale, intese a sopperire alla mancanza di mezzi speculativi, nella penetrazione del divino, rispettivamente con i sussidi dalla Grecia e dalla Rivelazione, o con i postulati della prassi o con le indefinite rivelazioni del cuore. I rapporti dell'uomo con Dio, per le correnti intellettualistiche e razionalistiche, si risolvono senza residuo nella sfera della conoscibilità naturale, con la conseguente riduzione della religione a filosofia; per le correnti fideistiche, non si stabiliscono se non sulla base di un intervento soprannaturale, con la conseguente riduzione della filosofia a religione; per una corrente intermedia, che si muove nel solco dell'or