eologica, Firenze 1927; E. Le Roy, Le problème de Dieu, Parigi 1929; W. Otto, Die Götter Griechenlands, Bonn 1929 (trad. it. Gli dèi della Grecia, Firenze 1941); R. Jalivet, Essai sur les rapports entre la pensée grecque et la pensée chrétienne, Parigi 1931; W. Schmidt, Der Ursprung der Gottesidee, I-VIII, Münster in West. 1912-49, passim; E. Gilson, L'esprit de la philosophie médiévale, Parigi 1932; M. F. Sciacca, Il problema di D. e della religione nella filosofia attuale, Brescia 1944; L. Stefanini, La Chiesa cattolica, Milano 1944; Vati autori, Ricontezione metafisica. Atti del V convegno di studi filosofici cristiani tra professori universitari, Padova 1949. Luigi Stefanini
## VI. Iconografia.
Dio, Uno nella natura e Trino nella persona, quale purissimo spirito non comporta la possibilità d'essere adeguatamente effigiato. Dovendosi tuttavia dare una sua rappresentazione essa non può essere che quella della S.ma Trinità, cioè del Padre, l'Eterno, del Figlio, il Verbo, e dello Spirito Santo, variamente espressi anche per simboli (v. TRINITÀ, SANTISMIA).
Ciò nonostante l'immagine di Dio in alcune composizioni, fin dal sec. III a Dura Europos (v.) e in Occidente dal sec. Iv in poi, venne resa con la rappresentazione di una mano che porge corone o benedice; cosi molto spesso in sarcofagi (Wilpert, Sarcofagi, II, pp. 226-27, 233-37), in affreschi, nelle decorazioni musive delle abeidi, in avvi. Nell'arte paleocristiana l'immagine di Dio Padre si trova nei sarcofagi dove è rappresentata la creazione dell'uomo, come, ad es., nel sarcofago detto dogmatico, nel quale l'Eterno Padre è barbato, assiso su una cattedra velata, mentre il Figlio e lo Spirito Santo sono in piedi (Wilpert, op. cit., p. 226, tav. 63); ovvero nella scena dell'offerta di Caine e Abele, nella quale Dio Padre, barbero, è seduto su una roccia o su un fallistorio (Wilpert, op. cit., tav. 186, i e 190, 8), mentre in alcuni casi di questa scena le tre persone della S.ma Trinità sono imberbi (Wilpert, op. cit., tav. 182 e 191, 3). In un sarcofago di Saragozza, Dio Padre scaccia Adamo dal Paradiso (Wilpert, op. cit., p. 228).
Nel sec. xIII viene creato un tipo nuovo per rappresentare la sua Persona, l'immagine cioè di un vecchio di nobilissimo aspetto con lunghi capelli bianchi e barba
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(da Wilpert, Sarcofagi, tav. 181, 2)
Dio - La Mama Dei : Mosè riceve la legge; Abramo è formato dal sacrificare Isacco, Sarcofago del Museo Lateranense (sec. iv - Roma).
fuente pur'essa bianca. Tale immagine, che frequentemente assume gli attributi della regalità, interviene spesso nelle composizioni che raffigurano scene del Vecchio Testamento, nelle visioni dei Profeti, ecc. Questo tipo acquista straordinaria maestosa imponenza ad opera degli artisti del Rinascimento. Tale l'Eterno dipinto del Perugino che benedice da una mandorla circondata di angeli, un gruppo di sibille e Profeti in uno degli affreschi del Cambio e Perugia, tali le immagini dipinte da Michelangelo nella volta della Sistina, tale quella dipinta da Raffaello nel piccolo quadro della Galleria Pitti con la visione di Ezechiele. - Vedi tav. XCVII.
Biel.: K. Künstle, Ihonographie der christlichen Kunst. I, Friburgo in Br. 1928, pp. 229-39; Wilpert, Sarcofagi, II, pp. 228227; e passi citati. Emilio Lavagnino
DIOCESI. - Nell'ordinamento ecclesiastico è quel territorio, ben definito nella sua estensione e nei suoi confini, che è governato da un vescovo con potestà ordinaria secondo le norme del diritto (cf. CIC, cann. 215 e 529); essa prende per lo più il suo nome dal luogo dove sta la chiesa cattedrale, matrice di tutte le altre chiese e dove è la residenza abituale del vescovo stesso. Un tal nome deriva dal diritto pubblico romano: nell'età costantiniana, infatti, con il nome di d. si designava un'ampia circoscrizione, nella quale era compreso un certo numero di province, e che era governata da un vicario. Però nell'antichità cristiana la d. d'oggi era chiamata comunemente Chiesa; sicché con questo termine si indicava non soltanto la Chiesa universale ma anche le singole Chiese particolari; oltre gli edifici nei quali si adunava la comunità cristiana. Un poco più tardi la d. fu indicata con il nome di parrocchia, finché finalmente prevalse come esclusivo il termine di d. L'origine della d. sta agli inizi della propaganda cristiana. Mentre infatti il territorio palestinese stava sotto il diretto governo del collegio apostolico, s. Paolo si preoccupò di costituire nei suoi viaggi attraverso il mondo romano ellenico delle comunità cristiane nei centri urbani, ponendo a capo in ciascuna un collegio di presbiteri coadiuvati da diaconi : a sua volta egli era coadiuvato da discepoli fidati che tenevano, al bisogno, le sue veci presso quelle comunità. S. Paolo non fu certamente l'unico grande missionario fra i Gentili; anche s. Pietro, lasciata la Palestina, e cominciando da Antiochia, allargò la sua attività missionaria. Alla loro morte i discepoli continuarono l'opera loro nei territori per i quali avevano avuto speciale missione in modo che non rimase interrotta la successione apostolica. E poiché nelle città si erano costituiti i centri più numerosi dei fedeli, qui ebbero sede con il nome di vescovi i dirigenti delle singole comunità cristiane. In questo modo, con l'allargarsi progressivo della propaganda,
in ogni città si ebbe il vescovo assistito da un clero pari in grado ed in autorità a quelli delle altre città, pur prescindendo da quel prestigio personale che poteva derivare a qualcuno fra questi vescovi da speciali doti di santità o di capacità organizzativa. Di qui venne che nelle regioni dove maggiore era il numero della città o dei centri abitati di qualche importanza, maggiore ne risultasse anche il numero delle d., tanto che fu necessario intervenire (come in Africa) perché queste non si moltiplicassero troppo con danno della disciplina.
E naturale che i confini delle d. coincidessero per lo più con i confini dei singoli territori urbani; e che i vescovati dei centri minori gravitassero di preferenza verso i centri più importanti, cioè verso la città capitale della provincia entro la quale erano compresi e con la quale esistevano particolari interessi economici o politici. Quando in Occidente il cristianesimo si allargò in paesi abitati da barbari o riconquistò regioni dove le invasioni avevano sconvolto ogni ordinamento civile, si ricorse direttamente al papa per la costituzione della regalare gerarchia ecclesiastica e per la divisione del paese in d. secondo la comune disciplina; compito che il papa eseguì allora per mezzo di legati inviati sul posto, ed anche oggi conduce a termine per mezzo dei dicasteri romani, appena in un paese eretico o pagano si siano costituiti saldi nuclei di cattolici. Infatti, secondo la disciplina vigente, solo il Romano Pontefice erige e sopprime le d., divide il territorio di quelle che risultano troppo vaste e popolose, unisce in perpetuo o temporaneamente due d. sotto un solo vescovo, ne muta i confini staccando una parte del territorio per incorporarlo in un'altra (cf. CIC, cann. 215-16). Primo requisito per la costituzione di una d. è che vi sia in essa eretta una chiesa cattedrale, una sufficente e decorosa residenza per il vescovo nel luogo più importante ed opportuno per l'amministrazione e si sia provveduto al sostentamento del vescovo stesso e del suo clero, che risulti possibile la formazione dei sacri ministri in un seminario locale o centrale, che sia almeno iniziata la divisione del territorio diocesano in parrocchie con confini ben determinati. Non si concepisce infatti, secondo il diritto vigente, una d. regolarmente costituita, la quale non sia suddivisa in parrocchie. In tutte le d. di antica fondazione si ha un collegio di preti per l'ufficiatura liturgica della chiesa cattedrale (Capitolo cattedrale : v.) che assiste il vescovo nel governo della d. in circostanze determinate dalle norme del diritto. Ma per il disbrigo degli affari correnti il vescovo stesso è coadiuvato da un gruppo di ufficiali (vicario generale, cancelliere ecc.) che costituiscono la curia diocesana.
Nelle d. delle missioni è possibile che una parte del territorio non sia diviso in parrocchie, ma affidato direttamente a missionari quali cooperatori dell'Ordinario.
La singole d. poi, o sono direttamente soggette al Romano Pontefice, oppure raggruppate in province ecclesiastiche in ciascuna delle quali uno dei vescovi, per lo più quello della sede più importante, più illustre o più antica, con il titolo di metropolita (sede metropolitana) o di arcivescovo tiene una speciale presidenza sulle altre con autorità specificamente definite dalle leggi canoniche (v. METropoliti). Queste sono chiamate sedi suffraganee. Vi sono però sedi arcivescovili senza d. suffragance. Si chiamano invece sedi titolari (vescovili ed arcivescovili) quelle che sussistono ormai solo come ricordo storico, perché non hanno più né popolo cattolico soggetto né organizzazione ecclesiastica, e talvolta non esistono nemmeno più come luogo abitato, ma che si continuano a conferire dalla S. Sede a prelati i quali vengono perciò insigniti del carattere episcopale. Ciò avviene perché essi possano compiere le sacre funzioni riservate ai vescovi quali ausiliari di vescovi residenziali oppure quali vicari della S. Sede in territori in cui non è ancora regolarmente costituita la gerarchia ecclesiastica, o perché abbiano a sostenere con maggior decoro ed autorità im-
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portanti uffici, come quelli di nunzi o di amministratori apostolici, di vescovi castrensi o anche per altre particolari e personali ragioni.
Oggid presso gli Orientali molte d. non soltanto sono circoscritte entro un determinato territorio, come in Occidente, ma sono anche limitate ad una parte della popolazione che vi abita, cioè a quella che segue un particolare rito ed appartiene ad una delle nazionalità che costituiscono l'intera popolazione. Cosi i vescovi cattolici di rito bizantino non hanno giurisdizione sui fedeli di rito latino abitanti nel loro territorio e viceversa; i vescovi armeni non hanno giurisdizione sui fedeli melchiti o siri ecc. che sono governati da una loro propria gerarchia.
Bial.: B. Kurtseheid, Historia iuris canonici, I, Roma 1941, pp. 22 sgg., 104 sgg.; Werne-Vidal, II, p. 730 sgg. Pio Paschini
Per quanto la materia della delimitazione delle d. sia di competenza esclusiva della Chiesa, spesso tuttavia questa concede allo Stato qualche facoltà di ingerenza (v. circoscrizioni ecclesiaStiche).
Uno dei più notevoli esempi che si hanno di ciò nei concordati più recenti, è contenuto negli artt. 16-17 del concordato italiano. Con essi fu stabilito che la S. Sede e l'Italia procedessero d'accordo "a mezzo di commissioni miste, ad una revisione della circoscrizione delle d., allo scopo di renderla possibilmente rispondente a quella delle province dello Stato ", procedendosi alla riduzione delle d. via via che esse si rendessero vacanti (per vari motivi, tale norma ha avuto scarsa applicazione pratica), e senza sopprimere i titoli delle d. né i capitoli, ma raggruppando le d. in modo che i capoluoghi delle medesime corrispondessero a quelli delle province. Si stabili inoltre che, ad ogni modo, nessuna parte del territorio soggetto alla sovranità dello Stato italiano dipendesse da un vescovo la cui sede si trovasse in territorio soggetto alla sovranità di altro Stato; e che nessuna d. d'Italia comprendesse zone di territorio soggette alla sovranità di altro Stato. Le modificazioni, che dopo l'assetto innanzi accennato si dovessero in avvenire arrecare alle circoscrizioni delle d., saranno disposte dalla S. Sede previ accordi con il governo italiano ed in osservanza degli stessi principi, salvo le piccole rettifiche di territorio richieste dal bene delle anime.
Pio Ciproni
DiOCLEZIANO (Imp. Caesar M. Aurelius Valerius Diocletianus Augustus), imperatore romano. N. di umile famiglia in Dalmazia verso il 243, forse non lungi da Salona, si aprì una via come molti dei suoi conterranei delle province illiriche nell'esercito. Distintosi nelle dure guerre condotte da Aureliano e da Probo, prese parte alla spedizione dell'imperatore Caro contro i Persiani (283), ricoprendo l'alto grado di comes domesticorum, ossia di comandante della guardia imperiale. Troncata la spedizione per la morte improvvisa di Caro, l'esercito romano tornava indietro guidato dal giovane figliolo di Caro, nominato già collega dell'impero : Numeriano. Durante la lunga marcia Numeriano fu ucciso, la voce dei soldati incolpò del delitto il prefetto del pretorio Arrio, e D., accolta questa versione del fatto, con procedimento di barbara sollecitudine uccise di propria mano Arrio, e fu dalesercito gridato imperatore ( 17 sett. 284). La resistenza che si preparava a fargli l'altro figlio di Caro, rimasto a Roma, Carino, falli per la uccisione di Carino ad opera di un suo ufficiale, e D. fu universalmente riconosciuto come imperatore. All'arduo compito che gli si imponeva, D. non apportava una preparazione culturale e neppure una larga pratica ammini-

(Int. Sanssini) Diocleziano, imperatore romano - D. e Massimiano (sec. IV). Biblioteca Vaticana.
strativa, ma buon senso contadinesco, tenacia nelle proprie idee, sollecitudine soldatesca nell'attuare le cose deliberate, un alto senso del dovere, e una piena dedizione ad esso. I due mali più gravi di cui l'Impero soffriva, erano gli incessanti tentativi di irruzioni di barbari alle frontiere, e la mancanza di una norma per la successione imperiale, sicché si ripetevano, anch'esse incessanti, le usurpazioni di imperatori, eletti in tutte le forme più anarchiche, e che logoravano in sterili e rovinose lotte interne le insufficienti forze dell'Impero. Ai due malanni D. si adoperò a portar rimedio. La vastità delle frontiere rendeva difficile una buona guardia di tutte, non solo, ma in così turbati tempi anche una vittoria era pericolosa, poiché molto spesso era avvenuto che soldati vittoriosi avessero gridato imperatore il loro comandante, costringendolo ad assumere la porpora, e magari ammazzandolo qualche tempo dopo. D. cominciò a nominarsi un collega, scegliendo una persona della sua taglia, di umile famiglia, illirico, soldato, più rozzo di lui, dotato di valore personale e di assoluta fedeltà : Massimiano.
A lui confidò le province occidentali, serbando le orientali per sé; per tal modo era meno difficile, che l'imperatore potesse accorrere di persona alla frontiera minacciata, e non lasciare che altri riportasse vittoria.
Sperimentato buono questo espediente, qualche anno appresso (293) procedette a più radicale riforma che doveva eliminare la incertezza della successione. Nominò due Cesari addetti ai due Augusti, rivestiti di autorità superiore a quella di qualunque altro magistrato o generale e destinati a diventare Augusti, quando questi fossero mancati. La successione era per tal modo automatica, e i rischi di usurpazioni avrebbero dovuto in teoria scomparire. Alla scelta doveva presiedere un solo criterio:
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l'adozione del meglio adatto, non tenendo conto di vincoli di parentela. Viceversa si istituiva una specie di parentela fittizia tra i quattro sovrani, chiamandosi fratelli i due Augusti e loro figli i due Cesari. La ripartizione era puramente amministrativa, né doveva intaccare l'unità dell'impero, perché su tutti doveva prevalere l'autorità del più anziano degli Augusti.
L'Impero cessava perciò di essere una specie di magistratura straordinaria, e diveniva una sorta di collegio al quale si accedeva per conpirazione. I due grandi elettori, il senato e l'esercito, erano eliminati del tutto, e poiché essi avevano sinora agito quali rappresentanti del popolo romano, il popolo romano non era più il padrone di quello stato che pure continuava a chiamarsi la res publica Romanorum.
Mutato cosi radicalmente il concetto e la funzione della dignità imperiale, non v'era più ragione di non assumere in pieno il carattere e le manifestazioni esteriori del sovrano assoluto con il cerimoniale ripreso da quello delle corti orientali.
Costruzione ingegnosa e sana, ma di una certa ingenua schematicità che non resistette alla complicata ed egoistica psicologia degli uomini. I risultati in ogni modo furono da principio buoni: vittorie su tutte le frontiere, sicurezza interna, una ventina d'anni di tranquillità. Chi ne scapito fu Roma che cossò di essere la sede dell'Impero. Tutti e quattro i sovrani si tennero in sedi più vicine ai confini: D. a Nicomedia, in Bitinia, Massimiano a Milano, e più avanzati ancora i due Cesari: Galerio a Sirmio sul Danubio, Costanzo Cloro a Treviri sul Reno. Le quattro città dovettero essere attrezzate in modo da poter servire da capitali, e la moltiplicazione delle corti e della burocrazia, nonché l'aumento dell'esercito vennero a pesare piuttosto gravemente sul bilancio dello Stato. Al quale si tentò di porre riparo con radicali riforme nel sistema tributario. La ricchezza è costituita dalla proprietà terriera e dalla capacità produttiva del lavoro umano e animale: queste due fonti di ricchezza sono obbligate a cedere una parte del loro prodotto allo Stato con le due imposte della ingatio (imposta terriera) e della capitatio (imposta personale). Con il riordinamento tributario va connesso anche un tentativo diocleziano rivolto ad ottenere una costanza e una ragionevolezza nei prezzi delle merci e delle opere, tentativo che non era una novità nel mondo antico, ma che non era stato mai fino allora esperimentato con tanta meticolosa ampiezza. L'editto relativo è conservato in molte copie epigrafiche trovate in parecchie città delle province orientali (una sola in Italia), nessuna completa.
Per quanto riguarda la politica religiosa, D., spirito sinceramente religioso, cercò di restaurare l'antica fede e l'antico culto romano, sul quale doveva appoggiare anche la leale osservanza dei sudditi verso la doppia dinastia imperiale: si dice Giovia quella di D. ed Erculia quelle di Massimiano, e riproduce in certo modo in terra la suprema gerarchia celeste : Giove, intelligenza e volontà divina, Ercole, esecutore di quella volontà. Le religioni diverse da quella ufficiale erano tollerate per antica prassi del governo romano, ma vigilate e anche represse, se giudicate troppo aberranti dalle prescrizioni della religione di Stato. In tale condizione poteva trovarsi il cristianesimo, e se nei primi anni dell'impero di D. esso non fu molestato, vennero poi i momenti di persecuzione. Secondo gli scrittori cristiani, con, sigliere pertinace e insistente di misure di rigore sarebbe stato il Cesare Galerio, rozzo soldato superstizioso e figlio di una fanatica sacerdotessa di culti barbarici.
Alla persecuzione vera e propria si arrivò per gradi. Da principio si cominciò a prendere provvedimenti contro i cristiani che militavano nell'esercito, probabilmente provocati da rifiuti di soldati cristiani ad ordini che a ragione o a torto essi ritenevano contrari alla loro
coscienza. Ai soldati si ingiunse di prestare ossequio alle divinità nazionali, pena in caso contrario la missio ignominiosa, la espulsione dall'esercito. La condanne capitali pure siano state rare.
Le stesse disposizioni vennero prese poi per gli impiegati civili; non si era ancora a una persecuzione cruenta alla quale D. e per temperamento e per averne vedute la inutilità non voleva arrivare. Ma per le insistenze di Galerio e per un responso dell'oracolo di Apollo Dalymaios a Mileto si richiamarono in vigore prescrizioni di Valeriano: distruzione dei libri sacri e delle chiese, confisca dei loro beni, arresto delle gerarchie cristiane.
Avvenne che all'abbattimento della chiesa di Nicomedia tenne dietro un incendio nella reggia, e si volle ritenere doloso l'incendio e opera dei cristiani. E allora si giunse all'ordine, che tutti gli abitanti dell'Impero dovessero compiere atto pubblico di culto alle divinità ufficiali dello Stato, e che il rifiuto di obbedienza dovesse essere punito (303). Il relativo editto, obbligatorio, come sempre avveniva, per tutti e quattro i dinasti, fu attuato con maggiore o minore intensità nelle varie regioni, molto blandamente da Costanzo Cloro, acerbissimamente da Galerio e anche da D., il quale prendeva sempre sul serio qualunque cosa avesse deliberato di fare. Gli insuccessi delle persecuzioni precedenti obbligavano ora ad essere più radicali e più spietati. E molti tra i più illustri martiri che conosciamo furon vittime di questa ultima persecuzione.
Ma D. non fu per lungo tempo persecutore. Desideroso di constatare in vita il regolare funzionamento dell'ordinamento da lui escogitato per la successione, volle a un certo momento rinunciare all'Impero, e imporre al collega Massimiano la stessa rinuncia. Il I maggio del 305 i due Augusti abdicarono, e presero il loro posto i due Cesari. Si nominarono due nuovi Cesari, prendendoli fuori delle famiglie dei dinasti. D. si ritrasse a vita privata nel grande palazzo che si era costruito presso Salona, e dentro il quale è annidata la parte più antica della città di Spalato, donde uscì una volta per tentare di rimettere ordine tra successori ed usurpatori (convegno di Carnunto). M. non si sa precisamente in quale anno né come.
BibL.: Oltre alle storie generali dell'Impero e della Chiesa: Th. Mommsen-H. Blümner, Maximaltarif des Diokletian, Berlino 1803; A. M. Hunzinger, Die diobletianische Staatseferen, Rostock 1899; P. Allard, La persecuzione di D., trad. it. E. Lari, Firenze 1913; G. Costa, D., Roma 1920; H. Delehaye, Le persécution dans l'armée sous Dioclétien, in Bull. de l'Académie royale de Belgique, 7 (1921), pp. 130-66; K. Studz, Der Poli. tiker Diokletian und die letzte groue Christowserfolgung, Wiesbaden 1924; H. Bott, Die Grundzüge der diobletianischen Staatsverfassung, Darmstadt 1928; F. Lot, L'impôt foucler et la capitation pers痴nable sous la Bos Empire, Parigi 1928; per la bibl. più recente: A. Piganiol, Histoire de Rome, ivi 1949, pp. 453-58.
Roberto Paribeni
Iconografia. - G. Malalas (12, p. 306) descrive D. di alta figura, capelli e barba grigi, pelle bianca, occhi azzurri, naso forte. I vari tipi monetali concordano nei caratteri fisionomici fondamentali: testa quadrata, naso breve, ad angolo con la fronte, mento sporgente, collo pieno, nuca robusta (J. J. Bernoulli, Römische Ibonographie, II, III, Stoccarda 1894, p. 193 sg.). Dei ritratti plastici si possono ritenere sicuri soltanto: una status togata (Roma, Villa Doria Pamphili) con testa pertinente (poi staccata, rilavorata e passata nel commercio antiquario); una doppia erma, con Saturno, già nella collezione Jerichoau, Roma; una testa colossale con corona civica, da Nicomedia (K. Dörner, Ein neuer Porträthopf des Kaisers Diokletian, in Die Antike, 17 [1941], p. 142); due rilievi di porfido, nella Biblioteca Vaticana (R. Delbrück, Antike Porphyrocerke, Berlino-Lipsia 1932, p. 35) e a S. Marco, Venezia (ibid., p. 36); l'immagine clipeata sul fregio nell'interno del Mausoleo di Spalato (ibid., p. 61). - Vedi tav. XCVIII. Maurizio Borda
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DIODATI, Giovanni. - Esegeta protestante, n. a Ginevra nel 1576 da famiglia lucchese emigrata, e ivi m. il 3 ott. 1649 . A soli 21 anni ottenne la cattedra di lingua ebraica e poi quella di teologia, tenuta per 40 anni nella città natale. Amico di Paolo Sarpi, ne tradusse in francese la Storia del Concilio di Trento (Ginevra 1621).
Lo rese celebre la traduzione italiana della Bibbia, stampata per la prima volta a Ginevra nel 1607, corretta e ristampata nel 1641 , poi riprodotta in numerose edizioni dalla Società biblica inglese. La versione ha i suoi pregi, più quanto al Vecchio Testamento che non al Nuovo, poiché egli conosceva meglio l'ebraico che il greco, però si nota in più passi la tendenza protestante del traduttore. Cosl l' "Ave, Gratia plena" (Lc. 1, 28) è tradotto "Ben ti sia, o favorita" e negli Act. 14, 22, ove la traduzione cattolica ha: «Paolo e Barnaba dopo aver con preghiere e digiuni ordinati dei presbiteri per essi», il D. traduce: "E dopo che ebbero per ciascuna chiesa ordinati per voti comuni degli anziani " ecc. Della Bibbia pubblicò una traduzione francese (Ginevra 1644), ma non ebbe fortuna; e un Commentario (ivi 1649).
Bini...: Opere: La S. Bibbia, Londra 1864; I Commentari della S. Bibbia, Firenze 1880. Studi: C. Cantù. Gli eretici d'Italia, II, Torino 1862, pp. 474, 48e; III, ivi 1866, pp. 182, 183: F. de Silvestri-Falconieri, Le sei traduzioni italiane della Bibbia, Roma 1911; id. La versione della Bibbia di G. D. e la recente revisione, ivi 1919; id., Profili, ricordi, sudd. dati di protestanti illustri, ivi 1920, pp. 163-88. - Camillo Crivelli
DIODORO, santo, martire: v. PAPIA, DIODORO e ClaUdiano, santi, martiri.
DIODORO. - Vescovo di Tarso, asceta e secondo fondatore della scuola esegetica Antiochena, n. nel primo quarto del sec. IV, m. anteriormente al 392. Fece gli studi ad Atene (Facondo di Ermiane, Pro defensione trium capii., 4, 2: PL 67, 621 B, 11-14) acquistando una vasta coltura profana, onde non è esatta l'osservazione di s. Girolamo che gli attribuisce "ignorantiam saecularium litterarum" (De vir. illust. 119: PL 23, 750). Fu anche discepolo di Silvano, vescovo di Tarso, e di Eusebio di Emesa.
Dopo la sua formazione scolastica D. si diede all'ascetismo in un ascetario vicino a Antiochia: ivi si applicò allo studio della S. Scrittura, e divenne, con il suo compagno Corterio, superiore di un gruppo d'asceti tra i quali si trovavano s. Giovanni Crisostomo e Teodoro di Mopsuestia.
Sotto gli imperatori ariani Costanzo (337-61) e Valente (364-78) D. ed il suo amico Flaviano, non ancora sacerdoti, svolgevano un'attività instancabile in difesa della fede di Nicea. Quando Leonzio, vescovo ariano di Antiochia (cf. Teodoreto, Hist. eccl., 2, 19: PG 82, 1060), mise l'ariano Aezio nel numero dei diaconi, Flaviano e D. protestarono e Leonzio cedette. In quei medesimi tempi istruiva il popolo a cantare antifonalmente salmi ed inni nei convegni degli ortodossi fuori le chiese ariane. Questo canto ebbe un tale successo che Leonzio stesso richiese di svolgere queste riunioni nelle chiese (Teodoreto, ibid.); fonti semitiche riferiscono che D. aveva imparato questa usanza durante il suo viaggio in Persia.
Nel 361 un ortodosso, s. Melezio, diventato vescovo di Antiochia, ordinò sacerdoti i due amici. Quando Giuliano l'Apostata passò l'anno successivo per Antiochia, D. era prete e noto all'imperatore come capo dei cristiani. Verso il 372 si recò in Armenia dove stava in esilio il suo vescovo Melezio ; ivi trovò anche s. Basilio con cui strinse vincoli d'amicizia, come appare dall'epistolario basiliano (Epist., 135 e 244, 3: PG 33, 572 e 916). Alla morte
di Valente (378) venne consacrato vescovo di Tarso in Cilicia. Partecipò al Concilio Antiocheno dell'anno seguente ed a quello di Costantinopoli del 381 (Teodoreto, Hist. eccl., 5, 4: PG 82, 1204 A). In un decreto del 30 luglio 381 Teodosio proclamò modelli della fede ortodossa, per la diocesi d'Oriente, Pelagio di Laodicea e D. di Tarso (Hefele-Leclercq, II, 41). Dalla notizia di s. Girolamo dell'a. 392 (De vir. ill., 119) appare che D. era già morto.
Dei numerosi scritti di D. (la Suda ci ha trasmesso un elenco: PG 33, 1553) gran parte è andata perduta. D. commentò quasi tutti i libri del Vecchio e Nuovo Testamento. Resta di lui un trattato di ermeneutica con il titolo suggestivo: Qual'è la differenza fra teoria ed allegoria? I trattati polemico-dommatici erano in gran parte diretti contro gli errori dei Giudei, pagani, ariani ed altri eretici. Oltre le opere elencate dalla Suda, Fozio ci fa conoscere un libro contro i manichei ed uno sullo Spirito Santo (Fozio, Bibl., cod. 85, 102: PG 103, 288B, 372); s. Girolamo conosceva un commento sulle lettere di s. Paolo; e Leonzio di Bisanzio un'opera Contra synousiastas, intendendo con questo nome gli apollinaristi. Per gli elenchi sirisci v. l'articolo di R. Abramowski, Untersuchungen zu D. von Torsus, in Zeitschr. f. Nentest. (Vissensch., 30 (1931), p. 245 sg.
I frammenti a noi pervenuti si trovano o in catene esegetiche o in florilegi polemici, donde la difficoltà di stabilire la loro autenticità e di comprendere il pensiero dell'autore attraverso brani tolti dal loro contesto.
Il Migne ha raccolto alcuni frammenti sull'Orsateuco ed i Salmi (PG 33, 1561-1628), aumentati in seguito nell'edizione del Deconinck (ulteriore completamento da R. Devreesse, in Rev. bibl., 45 [1936], pp. 217-20). Non è confermata l'ipotesi del Maries di attribuire a D. il commento integro sul Salmi di Anastasio di Nicea. I brani sulla Epistola ai Romani sono stati editi dallo Staab.
Rimangono i pochi passi dogmatico-polemici. Quelli raccolti in PG 33, 1560 sg. son tolti o da Leonzio di Bisanzio (Contra Nestorianos et Eunomianos, III, 43 : PG 86, 1, 1385 sgg.) o da Cirillo d'Alexaandria (frammenti dell'opera Contra Diodorum et Theodorum: PG 76, 1437 sgg., alcuni in Mansi, IX, 215 b, 219 b c, 231.: Concilio di Costantinopoli, III, 553). Esistono altri frammenti nella Collezione Palatina del Concilio Efesino (E. Schwartz, Acta conc. oec., I, 5, pp. 177-79 anteriore all'a. 550); sirisci in M. Brière, Fragments syriaques de D. d. T. réédités et traduits, in Reune de l'Orient chrétien, 3^{e} serie, 10 (1946), pp. 231-85. L'Abramowski ha studiato la tradizione di questi frammenti nei manoscritti (ibid., pp. 247-53) senza toccare il problema della loro autenticità. M. Richard (Las traités de Cyrille d'Alexandria..) studiando i frammenti suddetti arriva alle conclusioni seguenti : D. ha scritto un'opera Contra synousiastas (cioè apollinaristi) in due libri. Contro il primo libro polemizza s. Cirillo nel suo Contra Diodorum. Sei frammenti di questo primo libro diodoriano ci sono trasmessi nella Collezione Palatina (il quarto frammento, homo angitor Iesus à di Paolo di Samosata); sette o più altri possono trovarsi nel Philalethes e nel Contra impium grammaticum di Severo di Antiochia. Contro il secondo libro diodoriano s. Cirillo ha ugualmente polemizzato, attribuendolo a Teodoro. Cirillo, quando scrisse, aveva sotto gli occhi non le opere stesse di D. e Teodoro ma florilegi compilati dagli apollinaristi (e perciò probabilmente anche falsati). In questa compilazione, offertagli a Gerusalemme nel 438 , Cirillo avrebbe trovato già esistente la confusione fra D. e Teodoro, della quale, scrivendo in fretta, non si accorse.
Resta inoltre la lunga analisi di Fozio (Bibliot., 223 : PG 103, 829-77) dei frammenti del Contra fatum, che sono stati studiati da V. Ermoni (Diodore de Tarse et son rêle doctrinale, in Le Muséon, 2 [1901], pp. 424-44) e da P. Doll (Kavà eluaquèv̧̇, Bonn 1923).
Per un giudizio stilistico sul D., vista la mancanza di opere integre, bisogna contentarsi della critica di Fozio (Bibliot., 223 : PG 103, 820 e 877) e di s. Basilio (ep. 135: PG 33, 572).
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Data l'incertezza delle fonti, non si può esporre la dottrina di D. Basandosi però sulla buona dottrina antiochena nella introduzione ai Salmi pubblicata da L. Mariès, si nota quanto segue. L'autore si preoccupa per l'intelligenza dei Salmi cantati dai confratelli (p. 82, linn. 22 sg . e p. 86,9 sg.); lotta contro due eccessi opposti: letteralesimo giudaico ed allegorismo a fondo pagano; vuole seguire la via media dalla «teoria» (p. 88, 22 sgg .), cioè la comprensione del senso profetico riguardo al Cristo, supponendo però sempre il senso storico ( 92 , 4 sg. e 88, 3 sg .). Quando parla di allegoria, si riferisce talvolta a dei cristiani i quali con il loro allegorismo fanno torto al senso della S. Scrittura (p. 88, 11), talvolta anche a pagani che hanno il concetto che l'allegoria (p. 90,6 sgg.) toglie completamente il senso storico. Questa attenzione al senso storico non impedisce neppure che la S. Scrittura sia una realtà adattabile ai bisogni di molti a ragione della Grazia di Gesù che opera il dentro (p. 96, 5 sg., e specialmente 98, 19 sg.). Cf. A. Vaccari, La «teoria» esegetica antiochena, in Biblica, 1 (1920), pp. 12,13, sulla teoria antiochena, e per la relazione fra l'esegesi della scuola antiochena ed classandrina cf. anche H. de Lubac, Typologie et allégorisme, in Recherc. de scienc. religieuse, 34 (1947), pp. 180-226.
Per la dottrina dommatica e specialmente cristologica di D. bisogna notare l'influenza aristotelica non solo in certi punti della dottrina fisica ma anche nel modo di ragionare (cf. Ermoni, op. cit., p. 433 sg. ed Abramowski, op. cit., p. 254). Secondo un frammento siriaco, citato da Abramowski (ibid.), D. avrebbe messa la ragione accanto alla Bibbia come fonte della teologia. Scrivendo contro Apollinare di Laodicea, D. insegnò invece l'umanità perfetta e la divinità di Cristo, separando le nozioni divine dalle umane, separando il Figlio di Dio dal Figlio di David, Iddio Verbo dall'uomo Gesù Cristo. Il Figlio di Dio non è figlio di David ma piuttosto il di lui Signore (PG 33, 1560C). L'unione dei due figli è spiegata come un'abitazione del Dio Verbo nel suo tempio Gesù (PG 33, 1560AB) o sotto l'immagine del vestito. Il Verbo si sarebbe vestito dell'umanità di Gesù (Schwartz, op. cit., p. 179, lin. 4). Bisogna tuttavia ricordare che queste constatazioni sono basate esclusivamente su frammenti scelti dopo la morte di D. nella lotta antinestoriana per mostrare che l'errore di Nestorio aveva già i suoi precedenti. S. Giovanni Crisostomo, il suo grande discepolo, non ci ha lasciato nemmeno un accenno sulla dottrina del suo maestro.
BibL.: Fonti per la vita e notizie letterarie: Basilio Magno, epp. 135 e 244, 3 : PG 32, 572, 916; Girolamo, De viris ill., 119: PL 23, 750; Giovanni Crisostomo, In Diodorum Turs.; PG 32, 761-66; Socrate, Hist. eccl., 5, 3: PG 67, 665; Sozomeno, Hist. eccl., 8, 2: PG 67, 1513; Teodoreto di Ciro, Hist. eccl., 2, 19: 4, 22: 5, 4: PG 82, 1060, 1184, 1204; Facondo di Ermiane, Pro defensione trium capit., 4, 2: PL 67, 610-23; Barhadbesebba, Vita di D. : PG 23, 514-23; Foxio, Biblioteca, codd. 18, 85, 102, 223 : PG 103, 57.288B.372.829-77; Suda, s. v. Auxentius, Diodorus, ed. Bernhardy, I, 1, 862 b, 1379 s, in PG 33, 1554; Cronaca di Seert (Storia Nestoriana), Vita di D.: PG 5, 275-78; Ebediesus, in G. S. Assomani, Bibliotheca Orientalis, III, p. 28 sg. - Frammenti: Vecchio Testamento: I. Deconinck, Essai sur la chaine de l'Octateuch, Parigi 1912, p. 85 sgg. (cf. R. Devreesse, Anciens commentateurs grecs de l'Octateugue, in Rev. bibl., 45 [1936], pp. 217-20); L. Mariès, Extrait du Commentaire de Diodore de T. sur les Psaumes, in Rech. de sciences relig., 9 (1919), pp. 79-101. - Nuovo Testamento: K. Staab, Pauloskommentare aus der griechischen Kirche 83-112, Münster 1933. Dogmatico-polemici: Collectio Palatina: E. Schwartz, Acta concilior., I. Strasburgo-Berlino 1924, pp. 177-79; Actiones 4^{0} et 5^{0} si Cantili occumen.: Mansi, IX, 213 b, 219 b, c, 231 a; Leonzio di Bisanzio, Contra Nestor. e Eutych., III: PG 86, 1385; P. De Lagarde, Analecta Syriaca, Londra 1858, pp. 91-100: British Museum Add. 12156, ff. 80-83; Severi, Philalethes (ed. A. Sanda, Beirut 1928, pp. 16, 23 sg.); Solomon of Bassarah, The Book of the Bee (ed. E. A. W. Badge, Oxford 1886, pp. 115, 140 sg.). - Studi: L. Mariès, Etudes préliminaires àl'édition de Diodore de T. sur les Psaumes, Parigi 1933;
M. Richard, Les traités de Cyrille d'Alexandrie contre Diodore et Théodore et les fragments dogmatiques de Diodore de Tars (Mélanges dédiés a la mémoire de Félix Gral), I, Parigi 1946, pp. 99116; G. Mercati, Osservazioni ai prasmi del Salterio di Ors gene, Ippolito, Eusebio, Cirillo (Studi e testi, 142), Città del Vaticano 1948. - Per i 4 trattat: pseudo-giustini attribuiti a tuno a D. da Harnack e da Fetisouf, v. Bardenhever, III, p. 310 sg. Policarpo Sherwand
DIOFISISMO: v. INCARNAZIONE.
DIOGNETO, EPISTOLA a. - È conosciuto un manoscritto solo (di Strasburgo, distrutto nel 1870, una volta in possesso dell'umanista Reuchlin) che conteneva fra opere spurie di Giustino l'Epistola a D.
L'opera, che non era conosciuta né da Eusebio, né da Fazio, dà una risposta alle domande, perché i cristiani i non seguono la religione pagana o giudaica, in che cosa consiste la religione cristiana e perché essa si è presentata cosi tardi nel mondo. L'operetta scritta in stile elegante, omiletico-retorico (per le fine del cap. 9, v. Elio Aristide, 32, 2), è stata molto ammirata (specialmente la descrizione della vita cristiana nei capp. 5 e 6) ma ha sollevato, anche non pochi problemi eroici. Nel cap. 7, 7 c'è una lacuna (forse un foglio intero si è perduto) e gli odierni capp. 9 e 10 sono il finale di un'altro scritto (di Ippolito ?). Anche del punto di vista dottrinale l'opera sorprende per il carattere sistematico della dottrina della Grazia e della giustificazione (quasi di sapore protestante, cap. 9, 3 sg.). Mentre molti sono disposti ad attribuire l'Epistola dell'Anonimo (Giustino non può essere l'autore) si sec. n-vi, altri hanno pensato ad un'epoca posteriore e A. Donaldson ha supposto che sia il falso di un umanista. Un giudizio definitivo non è possibile. Il tentativo di Andriesen di vedere nell'Epistola l'Apologia perduta di Quadrato non sembra riuscito. L'attribuzione del manoscritto di Strasburgo al sec. xili-xiv non è assicurata.
BibL.: Edizioni: Patres apostolici, a cura di F. X. Funk, I, Tubinga 1891, p. 390 sgg.; Der Brief an D., a cura di I. Gaff. chen. Heidelberg 1908; G. Bosio, I Padri apostolici, II, Torino 1942, p. 302 sgg. Studi: A. Donaldson, A critical history of. christian literature, II, Londra 1866, p. 226 sgg.; Fr. Overbeck, Studien zur Geschichte der alten Kirche, I, Chemnitz 1872, p. i sgg.; A. Harnack, Die Uberlieferung der griechischen Apologries (Texte und Untersuchungen zur Geschichte der altchristlichen Literatur, 1, 1-10), Lipsia 1882, pp. 79, 123, 161 sg.; E. Mclland, Die literatur- und dagmengeschaftliche Stellung des Diagonievichs, in Zeitschrift f. d. Neutestamentliche Wissenschaft, 33 (1934), p. 289 sgg.; F. Ogara, Aristidis et epistolae ad Diognetum cum Theophilo Antiochena cugnario, in Gregorianum, 23 (1944), pp. 74-102; P. Andreasen, L'Apologie de Quadratus conservée sous le titre d'Epitre à Dioguète, in Recherches de thôol. aux. et médiévule, 13 (1946), pp. 5-39; id., L'apilogue de l'Epitre à Diogndre, ibid., 12 (1947), pp. 121-26; C. la Vespa, La Lettera a D. (Racenlta di studi di lett. crist. antica, 7), Catania 1947. Erik Peterson
DIOMIRA MARIA del Verbo IncanNato, venerabile. - Monaca cappuccina, al secolo Maria Teresa Serrì, n. a Genova il 27 febbr. 1708 da genitori svizzeri, m. a Fanano (Modena) il 14 genn. 1768. Entrò nel monastero di Fanano (Modena) nell'ott. 1730, dove esercitò gli uffici di maestra delle novizie e di superiora.
Prezioso documento spirituale è l'autobiografia, scritta per ordine del confessore. La causa di beatificazione fu introdotta da Leone XIII il 21 dic. 1901.
BibL.: Vita della ven. tr. M. D. del V. I., cappuccina professa del monastero di Fanano, scritta de lei medesima, Bologna 1877, Roma 1916; F. Haas, Leben der Dienerin Gottes Schwester M. D. Kapuzinerin, Ratisbona 1891; Vitae uerum Dei tr. M. D. a V. I. compsis, in Avel. Ord. Min. Cap., 18 (1902), pp. 45-49; C. Pini, Life of the Venerable M. D., vers. ingl., St. Lucia 1907.
Prdice da Marese
DIONE CASSIO ( Δ luv ó Káo σ oac). - Storico, n. a Nicea ca. il 155 d. C., m. ivi quasi ottantenne tra il 230 e il 240 . Iniziò a Roma la sua carriera politica. Fu proconsole d'Africa e due volte console.
Scrisse in greco, in 80 libri, una Storia di Roma ( { }^{\text {v }} Iu μ α ι α \hat{η} ' \operatorname{Ioтspla) da Enea al 229 d. C. Ne restano solo
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23 (dal XXXVI al LX) che vanno dal 68 a. C. al 47 d. C., più frammenti vari di cui il più importante è quello che contiene i due II. LXXVIII-LXXIX che vanno dal 216 al 219. La narrazione ha l'ordinamento annalistico, è ampia e diligente, ma non offre un ripensamento nuovo della storia di Roma; a lui interessa specialmente l'ordinamento civile della città e si mostra poco sensibile per i fenomeni spirituali. Il cristianesimo è assente dal suo panorama, pur essendosi trovato l'autore a vivere al tempo di Marco Aurelio e dei Severi, all'epoca dei quali si riferiscono i II. LXXVIII e LXXIX.
Due notizie tuttavia vi si riportano: la condanna del console Flavio Clemente e della moglie Flavia Domitilla rispettivamente alla morte e alla relegazione nell'isola Pandataria, come rei di empietà verso gli dèi (cioè di cristianesimo); e di Acilio Glabrione (Hist. Rom., LXVII, 14). Né va dimenticato l'episodio della Legione fulminata conservatoci negli Excerpta di Sifilino (71, 8) e narrato anche da Tertulliano (Ad Scap., 4) e da Eusebio (Hist. eccl., V, 3, 2-6).
Dello suo opera furono fatti compendii dagli storici bizantini specialmente da Sifilino (sec. XI) e da Zonara (sec. XIV), per i quali, come per gli altri cronisti di Bisanzio, D. C. è il testo massimo della storia di Roma.
BibL.: R. Ferwer, Die politischen Anschauungen des C.D., Gross-Glogau 1878; E. Schwartz, C. D., in Pauly-Wisnowa, II, p. 1684 - 1920 .
Nicola Turchi
DIONIGI. - Monaco greco (1318-90), il quale nel 1374 ricostruì sul Monte Athos un monastero, che dal suo nome venne detto «Dionysios». Per esso ottenne nel 1375, dall'imperatore Alessio, una bolla d'oro, che sanciva concessioni e privilegi. Questo convento è, in ordine cronologico, il 19^{°}; in ordine gerarchico, il 5^{°}. La Chiesa dissidente lo festeggia il 25 giugno.
BibL.: K. Dukasis, Mśyaz suvsčaputrǐy. Atene 1892; G. Sosynckis, T'ó öyıov öpyç. ivì 1903; C. Korolewskii, Athos, in DHG, V, coll. 54-124.
Mariano Baffi
DIONIGI, santo. - Era vescovo di Milano nel 355 quando l'imperatore Costanzo vi radunò il Concilio per suggerimento di papa Liberio. Sembra che in un primo momento D. avesse sottoscritto la condanna di s. Atanasio, ma poi si ritrattò, in seguito all'intervento di Eusebio di Vercelli. Scoppiato un tumulto tra il popolo, che assisteva al Concilio, per protestare contro le violenze dei vescovi ariani, D. si adoperò a riconduire la calma tra i fedeli rimasti in chiesa mentre i conciliari si trasferivano nel palazzo imperiale. Dopo il Concilio, D., insieme con Lucifero di Cagliari ed Eusebio di Vercelli, fu condannato all'esilio. Deportato in Armenia, morì prima del 362. Nel 376 s. Ambrogio chiese ed ottenne il suo corpo che fu trasferito a Milano e tumulato nella chiesa che da lui prese il nome. E commemorato il 25 maggio nel Martirologio geronimiano, ma non si sa se si tratti del giorno della morte o di quello della traslazione.
BibL.: Tillemont. VII, Venezia 1732, pp. 536-51; F. Savio, Gli antichi vescovi d'Italia. La Lombardia: I. Milano, Firenze 1913, pp. 114-32; Lanzoni, p. 1014; Martyr. Hieronymitanon, p. 271; Martyr. Romanum, p. 207. Agostino Amore
DIONIGI d'Alessandria, santo. - Padre della Chiesa, n. sulla fine del sec. II, m. nel 264 ca. Figlio di pagani, giunse alla fede leggendo e meditando. Fu discopolo di Origene, a cui si mostrò sempre devoto. Nel 231-32 sostituì nella direzione del Didaskaleion Eraclas, fatto vescovo di Alessandria; nel 247-48 gli succedette nell'episcopato. Ebbe molto a soffrire sotto Filippo l'Arabo (248-49), per tumulti popolari contro i cristiani, e nella persecuzione di Decio, a cui ritenne di dover sottrarsi con la fuga. Ritornato nel nov. 251, lottò contro i movimenti
eretici e scismatici. Nel 257-58, sotto Valeriano, dopo una gloriosa confessione fu relegato a Kolluthion nella Mareotide, dove rimase probabilmente fino al marzo del 262. Gli ultimi suoi anni furono ancora travagliati dalla guerra, dalla carestia a dalla peste che afflissero la sua città. Festa il 17 nov.
Nessuna delle opere di D. ci è pervenuta con tradizione autonoma : si hanno notizie e frammenti in Eusebio, Atanasio, Basilio e altri. Nei libri Della natura, di cui restano cognitivi frammenti (Eusebio, Praep. ev., XIV, 23-27), contrappone all'atomismo di Democrito ed Epicuro la dottrina cristiana della creazione e della provvidenza. Di un libro Sulle tentazioni, ad Eufranore, non si ha che il titolo. Quatche frammento rimane d'un Commento al principio dell'Ecclesiaste. Frammenti significativi restano (Eusebio, Hist. eccl., VII, 24-25) di due libri Sulle promesse, contro il chiliasta Nepote, vescovo di Arsinoe nell'Egitto. Una Confutazione ed apologia, in a libri, mandò al papa Dionigi per difendersi dell'accusa di subordinazianismo e triteismo : notizie e frammenti specialmente in Atanasio (De sententia Dionysii ep. Al.). Due lettere sono pervenute intere: una (Eusebio, Hist. eccl., IV, 45) a Novaziano, per invitarlo a sottomettersi al papa Cornelio, l'altra, nelle raccolte delle epistole canoniche, al vescovo Basilide, su vari punti di disciplina. Di altre, relative allo scisma novaziano, alla controversia sul Battesimo degli eretici, alla questione trinitaria, si hanno notizie e frammenti. Particolarmente importanti le lettere a festali, con cui, annunziando ai vescovi e alle comunità della provincia la data della Pasqua, si davano ammonimenti d'occasione.
D. fu soprattutto pastore e uomo d'azione, zelantissimo del bene del suo gregge e di tutta la Chiesa, impavido di fronte al pericolo, abile e prudente nel governo, più preoccupato di salvare l'ortodossia che di approfondire speculativamente il dogma. Sostiene la canonicità dell'Apocalisse e la necessità d'interpretarla allegoricamente, ma l'attribuisce a un Giovanni diverso dall'Apostolo. Combattendo il sabellianismo, dapprima assume atteggiamenti subordinazioni, per cui gli Arianj lo considereranno come loro antesignano; ma, dopo i richiami del papa Dionigi, si spiega in senso opposto. Nella controversia novaziana si schiera col papa legittimo, Cornelio; quanto ai lapsi, raccomanda indulgenza. Nella controversia battesimale appare oscillante, considerandola più come affare disciplinare che come questione dogmatica.
BibL.: Edizioni : il Migno (PG 19), dà una recensione molto lacunosa; la migliore è quella di Ch. L. Feltue, The letters and other remains of Alexandria (Cambridge Patristic Texts), Cambridge 1904; passi in C. Kirch, Enchiridion fontium hist. eccl. ant., 4² ed., nn. 311-22. - Studi: A. Harnack, Geschichte der altchristlichen Liter., I, Lipsia 1895, pp. 409-27; H. ivi 1924, pp. 37-66; J. Burel, Denys d'Ales., Parigi 1912; C. Verschaffel, s. v. in DT'SC. IV, coll. 423-27; H. G. Opitz, Dionysius von Al. und die Libyer, in Canzy-Lake, Quantiabozungue. Studies presented to Kiriopp Lake, Londra 1937, pp. 41-53; Bardenhewer, II (1944), pp. 203-27.
Michele Pellegrino
DIONIGI l'Areopagita. - I. Le opere. - Il corpo degli scritti areopagitici contiene i seguenti trattati (come viene attestato dall'antichissima versione siriaca di Sergio di Resaina [m. nel 536] e dal più antico commentario conservatoci di s. Massimo Confessore [m. nel 662] di cui una grande parte, secondo H. Urs v. Balthasar, Das Scholiemcerh des Johannes v. Scythopolis, in Scholastik, 15 [1940], p. 16 sgg., proverrebbe dal commentario di Giovanni di Scythopolis vissuto cento anni prima):
1. De coelesti hierarchia (CH). La parola «hierarchia», da D. introdotta nella lingua ecclesiastica (J. Stiglmayr, Uber die Termini Hierarch und Hierarchie, in Zeitschr. f. hath. Theol., 22 [1898], p. 180 sgg .), qui significa l'ordine degli angeli determinato dal grado di assimilazione a Dio, o della deificazione ( θ ἐ ω π ς ), unione ( ε_{text {mon } ς} ) con Dio, dal dono di luce divina che accolgono e trasmettono al rango inferiore ( μ ε τ ° χ ἠ, μ ε τ ἀ δ ° σ ι ς ).
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I nomi dei gradi degli angeli sono presi dalla S. Scrittura; quanto al sistema delle triadi D. afferma di averlo ricevuto dal suo maestro, ma è senza dubbio di origine neoplatonica (specialmente da Proclo, cf. H. Koch, Pseudopionysius, Magonza 1900, p. 178) : a) Seraphim, Cherubim, Throni; b) Dominationes, Virtutes, Potestates; c) Principatus, Archangeli, Angeli. Per questi gradi scende e sale il dono della luce divina.
2. De ecclesiastica hierarchia (EH). Il trattato comincia con un secenno all'opera precedente. L'ordine sacro della Chiesa corrisponde all'ordine celeste. Anche i gradi della E H sono gradi di avvicinamento a Dio, di deificazione. Ma poiché nella natura umana lo spirito è legato al corpo, la nostra hierarchia ha bisogno di simboli sensibili che ci conducono a hierarchice ad uniformem deificationem * (PG 3, 373 A). Viene quindi descritta e misticamente interpretata una triade di sacramenti, il Battesimo ( θ ε σ γ ε ν ε o i α ); la Sacra Eucaristia ( σ v̇ ν α ξ ι ς ) e la Cresima (o piuttosto μ ρ̇ ρ ° mathrm{u} т τ λ ε τ ἠ la consacrazione del santo olio). Segue l'ordine tripartito del clero: a) Ordo hierarchicus (D. usa la parola hierarchos invece di episkopos), che è il capo della E H come Cristo della intera hierarchia. b) Ordo sacerdotalis (D. dice hierels e non presbyteroi). c) Ordo diaconorum (leturgodiaconi) con una breve descrizione e interpretazione del rito delle ordinazioni di questi tre gradi. Nella triade dei sudditi che sono chiamati odomenoi, l'autore comincia con i più bassi: a) catecumeni, energumeni, penitenti, b) populus sanctus, i cristiani che possono assistere alla S. Eucaristia, c) monaci che D. di solito chiama therapeutici. L'ultimo capitolo del trattato è un'appendice; i riti funebri sono anche essi spiegati misticamente con dottrina escatologica ortodossa (cf. J. Stiglmayr, Die Eschatologie des Ps.-Dionysius, in Zeitsch. f. hath. Theol., 23 [1899], p. I sgg.).
3. De divinis nominibus (DN). L'opera principale, di cui il titolo e metodo sono di origine neoplatonica (cf. H. Koch, op. cit., pp. 9 sg., 224 sgg.). E una dottrina di Dio trino e uno basata sulla spiegazione dei suoi nomi nella S. Scrittura. Una tale scienza positiva e molteplice sembra essere impossibile perché Dio è sopra ogni essenza ( ἀ π ε ρ ° ἀ π ι ς ) e sopra ogni nome ( ἀ π ε ρ ἀ ν α ι ς ). Essa infatti non tocca la sopraessenziale unità ( ἐ ν ω σ ι ς ) di Dio ma soltanto le distinzioni (non quelle trinitarie; δ ι α