volume-04

Back to Volumes
 e Basso (259) fino a quello di Claudio e Paterno (265). Ad ogni modo è sicuro doversi trattare di un papa del III sec. Fu sepolto nel cimitero di Callisto sulla Via Appia. Non ci è pervenuto il suo epitaffio.

Ma gli Itinerari dei pellegrini dei .secc. viI e viII lo dicono: "papa et martyr». Il Lib. Pont. gli attribuisce una sistemazione delle circoscrizioni ecclesiastiche urbane: "Hic presbiteris ecclesias dedit et cymiteris et parsecias diocesesis instituit". Ma ben più importante è il suo intervento nella controversia trinitaria, provocato da una lettera di Dionigi Alessandrino che oppugnava gli eccessi delle dottrine sabelliane e modaliste, cadendo a sua volta nell'errore di un'accentuata distinzione delle tre Persone divine e di una netta subordinazione del Figlio al Padre. La lettera fu da D. sottoposta all'esame di un concilio, ed egli poi rispose condannando il modalismo ed anche coloro che ammettevano tre ipostasi separate e facevano del Verbo una creatura. In una lettera separata D. invitava l'omonimo vescovo alessandrino a dare spiegazioni. E questi lo fece inviando una difesa che sembra soddisfacesse la Chiesa di Roma (cf. Eusebio, Historia eccl., VII, 26; Atanasio, De decretis Nic. syn., capp. 25 e 26 e De sent. Dion., passim).

Bibl.: Lib. Pont., I, p. 127; H. Hagemann, Die röm. Kirche in den ersten 3 Jahrh., Friburgo in Br. 1864, p. 334 sgg.; Jaffé-Wattenbach, I, p. 22; Bardenhever, II, pp. 203 sgg., 644 sgg.; P. Batiffol, La paix costantinienne, 2^{°} ed., Parigi 1914, p. 94 sgg.; G. Burdy, L'autorité du siige romain et les contraverses du IIIe siècle, in Recherches, 14 (1924), p. 385 sgg.. E. Caspar, Gesth. des Papsttums, I, Berlino 1930, p. 92 sgg.; R.-J. Lourette, Un prétendu sanctuaire romain de St-Deyss de Paris, in Analecta Boll., 66 [1948] pp. 118-33 (l'autore dimostra che papa D. è patrono e titolare con s. Stefano e s. Silvestro dell'attuale chiesa di S. Silvestro in capite). Carlo Cecchelli

DIONISO ( Δ tóvıoos, Δ tóvıoos). - Divinità greca : * il dio dell'estasi e del terrore, del furore e dell'entusiasmante ebbrezza, il dio demente la cui apparizione rende dementi gli uomini».

Sulla localizzazione della sua patria dissentono gli studiosi. Scartate la Tracia, dopo che invalida s'è dimostrata l'etimologia del nome di D. proposta da Kretschmer, etimologia che costituiva l'elemento principale della teoria, la Frigia e la Lidia, o l'una e l'altra insieme, in considerazione soprattutto dell'improbabilità d'esser nel giusto nel ritenere Semele, madre di D., come una dea della terra frigia o tracofrigia (anche qui i motivi etimologici, tra gli altri, si son rivelati inconsistenti), non sembra audace chi propose di prendere in considerazione quale luogo di origine la Grecia stessa (secondo Tucidide [2, 15, 4] le Antesterie appartenevano agli Ioni già prima della loro migrazione), dove il culto del dio, del quale Omero è già perfettamente a conoscenza, pur dimostrando nei suoi riguardi la stessa riservatezza che per Demetra, trae le sue origini dai ceti più bassi della popolazione, e dunque, forse, dallo strato anario. Ma greco o non greco, l'importante è che, non appena monumenti letterari e figurativi cominciano a parlare, D. e tutto ciò che gli è proprio viene espresso in forma nettamente greca, e che a un certo mo-

## Page 969

mento, "quanto di più grande e di più bello, dal punto di vista spirituale ed estetico, l'Ellade classica ha prodotto, l'ha prodotto per l'influsso e con il suggello di D. o - da lui, come ha dimostrato F. Nietzsche, trac origine la tragedia ( τ ρ α γ ω δ i α, dai τ ρ ἀ γ ω come si chiamavano gli attori nella rappresentazione scenica: cf. M. P. Nilsson, Der Ursprung der Tragödie, in N. Jahrb. f. Klass. Alt., 27 [1911], pp. 609 sgg., 673 sgg., 687 ).

La medesima incertezza che regna intorno all'origine del dio coglie chi voglia ridurre all'unità la figura di D., che fu detto π 0 λ ι ε ι η̃ η ς xal π 0 λ ἠ μ ° ρ varphi 0 ς da Plutarco, e voglia determinarne il preciso ruolo nel mito e nel culto: l'azione di D. è praticamente illimitata, e volerlo relegare in una piuttosto che in un'altra sfera, vuol dire soltanto perdere il significato della sua figura, tradire ciò che i Greci hanno pensato di lui. D. e lo spirito dionisiaco scorrono per ogni dove del mondo spirituale e di quello materiale; misteriosamente egli sta alle radici dell'essere, comprende nella sua natura tutto ciò che è proprio dell'essere, è l'essere stesso, paradossale sintesi di contrari, in cui si sprofondano finito e infinito, distinto e indistinto. D. è ugualmente presente e assente, vicino e lontano, esaltante e afflitto; appare come colui che dà e come colui che toglie la vita, come appartenente al mondo e all'aldilà, e nei suoi miti, "allo stesso modo che nell'arte più pura e nella poesia più pura ", si mescolano possibile e impossibile, umano e divino, materiale e spirituale. Senza bisogno di una particolare esegesi, prestando orecchio ai suoi mitologemi, esaminando le pratiche culturali, che dei mitologemi sono i riflessi pratici, non è difficile impadronirsi dell'intima essenza di D.

E figlio di un dio (Zeus) e della tebana Semele (Iliade, XIV, 323), che, donna mortale, genera un figlio immortale (Esiodo, Theog., 940 sgg.) : D. χ ἀ ρ μ α β ρ ° τ imatĥ imatĥ α ν (Iliade, XIV, 325). La madre, per aver voluto vedere lo sposo "in tutto il suo celeste splendore ", è incinerita dal suo fulmine: Zeus prende il feto immaturo, se lo cuce in un fianco, e lo dà alla luce dopo averlo portato a maturazione (Pindaro, frg. 83; Erodoto, II, 146; Euripide, Bacch., 94 sgg., ecc.). D. stesso, poi, scenderà agli Inferi per portare la madre nel cielo degli Olimpici: Semele avrà, più tardi, in Grecia onori divini [cf. Plutarco, Quaest. gr., 12, p. 293 C; Esiodo, Theog., 942). La duplicità della natura del dio, che già si pone nel mito della nascita da una mortale e da un immortale, si rivela ancor più chiaramente nella "epifania" del dio: a D. è propria la maschera, estranea di norma agli Olimpici (e'erano maschere solo nel culto di Artemide Orthia), e che è simbolo di doppia personalità. La contraddizione permane nel fatto che a D. è proprio di portare la gioia sfrenata, il rumore con il quale prende impetuosamente possesso, in una parola l'orgiasmo, ma anche il terrore e il silenzio della morte. L'appellativo mathrm{B} ρ ἀ μ os (cf., p. es., Eschilo, Eumen. 24; Pindaro, frg. 75) indica la sua caratteristica rumorosità; Euripide (Bacch., 141) rivela la gioia, il bisogno di danzare che prende la stessa madre Semele quando lo porta in grembo, e dei prodigi che si registrano al suo apparire parlano Pausania (VI, 26, 1), Diodoro (3, 66), Plinio (Nat. hist., 4, 31) e altri, mentre caratteristico del suo impadronirsi è il matrimonio simbolico del simulacro di D. con la moglie dell'arconte re in Atene, che avveniva, durante le Antesterie (cf. Aristotele, Athen. pol., 3, 5). La basiliana, assistita da quattordici ancelle ( γ ε ρ α ρ α i ) sacrificava segretamente nel tempio di D. év λ ἀ μ α ι ς, e la sera si coricava con la statua del dio nel β ouxó λ ıov dell'arconte re. Molti miti parlano anche della rovina che coincide con l'apparire del dio (così, ad es., Iliade, VI, 132 sgg.; Apollodoro, 3, 37; Plutarco, Quaest. gr., 38). E come D. benevolo si chiama Λ σ̂ σ ι ς, Λ ι α i ̂ o s nel suo aspetto malefico porta gli appellativi di 'Av θ ρ ι α σ ε ρ ρ α i- σ τ η ς, ' Ω μ α ἀ δ os, e il suo terrore si propaga soprattutto fra le donne che, ricoperte dalla bassara o dalla nebride, costituiscono il suo seguito (menadi, baccanti, tiadi), e le induce a sbranare i loro figli o i piccoli animali che poco prima avevano allattato. E questo fenomeno l' ἀ μ ° varphi α γ i a :
![img-9.jpeg](img-9.jpeg)
(An V. Leroquais Les pontificaux manuscrits..., Parigi 1557, tav. 87) Dignum, Riztico co EıaVraun, sacri - Il martirio di s. D. e dei suoi compagni. Miniatura del messale e pontificale di Etienne Loypeau, vescovo di Luçon (fine sec. xiv) - Bayeux. Biblioteca Capitolare, ms. 61, f. 90^{°}.
nell'évoououaúós o Eкoтaous il corteggio dionisiaco si ciba delle carni degli animali appena uccisi. Forse era in quest'uso adombrata l'idea d'un sacrificio, per il quale si intendeva incorporarsi lo spirito del dio racchiuso nel corpo dell'animale sacrificale. Nel mondo vegetale la potenza di D. si rivela nella vita di determinate piante : la vite, l'edera, il pino, il fico. L'edera ha una doppia fioritura (anche di lei si può dire che è «nata due volte»), e il formarsi turbinoso del vino, il suo potere di appesantire il corpo e di liberare lo spirito ben si addice alla figura contraddittoria di D. che lega e scioglie. Il pino, che, come l'edera, fiorisce d'inverno e con la resina del quale si conserva il vino; il fico (D. Σ ι α i τ η ς ), dal cui legno si scolpiscono i falli sacri al culto di D. E, in generale, egli proteggeva, come signore π ἀ σ η ς ἀ γ ρ α̃ ς ς ἀ σ ε ι ς (Plutarco, Is. Os., 35) tutta la fioritura (D. "Av θ ıos, Eú ἀ ω θ η ς, "Av θ ε imatĥ ς ).

E difatti è anche nell'elemento umido ("l'elemento nel quale abita il segreto primordiale di ogni vita "), l'elemento che, come il dio, ha una natura chiara e felice ed una pericolosa e mortale, che D. domina: fuori dal mare è chiamato dagli Argivi alla sua festa (Plutarco, ibid.); su un carro a forma di barca arriva nelle Antesterie; nel mare si rifugia per sfuggire a un nemico (Iliade, VI, 130 sgg.) e molti altri miti rivelano la sua appartenenza alle

## Page 970

acque: donde i nomi di Π ε λ α γ̇ γ ς, ' λ α τ α imath̃ ς, Λ μ ν α i ̄ ς, Λ μ ν α γ ε v η ς. Nell'elemento umido, cui D. presiede, sta la forza creatrice (cf. Agostino, Cio. Dei, 7, 21), che assai chiaramente è espressa dal fallo (D. Φ α λ λ ἠ η, e c'erano processioni falliche in onore del dio) e dal toro (D. Bouγ ε v η̂ ς ). Ma se nell'umidità risiede la generazione, l'acqua è anche elemento femminile ("aqua femina", Varrone, Ling. lat., 5, 61), e D. ha intorno a sé sempre un corteggio di donne. "Ninfe nutrono e allevano D. bambino e accompagnano il dio adulto" (cf. Ione onorico, 26), e "nutrici" si chiamano le partecipanti alle sue danze ( τ ι vartheta vartheta ess, Iliade, VI, 132): D. stesso ha qualcosa di femminile nella sua natura ( 6 үü μ ν ς : Eschilo, frg. 6r; cf. Euripide, Bacch., 333; Arnobio, 6, 12; Firmico Materno, De erv., 6,7 ), qualcosa che lo porta a riversare il suo amore, un amore tutto femminile, alla Paride, in Arianna, che lo collega pertanto al mondo minoico, e che ha una natura simile alla sua, simile, nelle contraddizioni, a tutto il mondo che circonda D. : mondo di vita e di morte, come D. stesso è vita e morte. Perché D. muore (a Delli si mostrava anche la sua tomba), come appare nel mito di D.Zagreo, nel quale il dio viene sbranato dai Titani non altrimenti che le sue vittime sacrificali : i capretti e i cerbiatti tra le braccia delle menadi. La connessione con le acque giustifica inoltre i motivi mantici che vennero attribuiti a D., il quale, in unione con Apollo, dette il sistema della mantica per ispirazione al santuario di D. (v. DELFI, GRACOLO di).

Misteri di D. - Il culto di D. ebbe anche organizzazione misterica (v. misteri). Pure questo aspetto, che richiama motivi mistici, attesta dell'alta antichità del dio. E noto che D. veniva invocato negli Agoni Ienei (cf. scolio ad Aristofane, Rane, 479: κ α λ ε imatĥ τ ε vartheta ε o ́ v diceva il sacerdote, cui i convenuti rispondevano Σ η μ ε λ η̂ ι^{′} "I α α χ ε σ λ ° ι τ o δ δ τ α ), per ordine del daduco, uno dei sacerdoti dei misteri eleusini (v. eleusini, misteri). D. dunque apparterrebbe, in questo caso, al culto misterioso di Demetra, e il suo rito consisteva in rappresentazioni drammatiche. Anche altrove, p. es., a Lerna nell'Argolide (cf. Pausania, 2, 30, 2), a Sicione (id., 2, 11, 3), a Patras (id., 7 , 19 sgg.), sono documenti di un culto misterico di D. in connessione o meno con Demetra. Innumerevoli sono poi i culti misterici privati, specie di età romana, nei quali è implicata la figura di D.: tra essi i Baccanali.

Al di fuori di queste festività il dio assume un ruolo centrale nell'orfismo (v. orfici, misteri), la teologia e l'ascesi del quale tanta parte avrà anche nella speculazione filosofica greca, esercitando il suo influsso specialmente su Platone.

Bibl.: O. Kern, Dionysus, in Pauly-Wissowa, IX, coll. 1010-46, e Mysterien: VI Die Dionysosweihen, ibid., XVI, coll. 1290-1314; M. P. Nilsson, Griechische Feste von religiher Bedeutung mit Ausschluss der Attischen, Lipsia 1906, v. nell'indice le feste dionisiache; L. R. Farnell, Cults of the greeh states, V. Oxford 1909, pp. 81-334; L. Daubner, Attische Feste, Berlino 1932, v. nell'indice le feste dionisiache; W. F. Otto, Dionysos, Mythos und Kultus, Francoforte 2, M. 1938; E. Peterich, Die Theologie der Hellenen, Lipsia 1938, pp. 243-66; M. P. Nilsson, Geschichte der griechischen Religion, I, Monaco 1941, pp. 232-68. Per il mitologema di D. fascicchio cf. K. G. Jung-C. Kerényi, Einführung in das Wesen der Mythologie, trad. it., Torino 1948, soprattutto p. 102 sgg.

Mario Camozzini
DIOSCORO, santo, martire. - Figlio di un lettore cristiano di Cinopoli (Alto Egitto) ed esattore delle imposte, venne arrestato dal curatore della città ed essendosi rifiutato di sacrificare agli dèi e di consegnare i libri sacri, fu inviato ad Alessandria. Quivi il prefetto romano Culciano lo tenne a lungo in prigione; poi, chiamatolo in giudizio e vistolo costante nella fede cristiana, gl'inflisse per tre volte varie torture, alle quali egli si dimostrò insensibile per un rapimento estatico, e finalmente
lo fece decapitare ( 305 o 306). Durante le torture altro non faceva se non pregare per ottenere la conversione dei suoi carnefici. Così la Passio. Festa, presso i Latini, il 18 maggio; presso i Greci, il 13 ott.

Il culto a D. non ha nulla da vedere con il culto pagano dei due Dioscuri, perché la sua Passio (non posteriore ai primi anni del sec. vi) è sicura nella sua trama fondamentale.

Bibl.: Acta SS. Moii, IV, Venezia 1740, p. 145; H. Delehaye, Castor et Pollux dans les légendes hagiographiques, in Anal. ballaud., 23 (1904), pp. 427-32; H. Quentin, Passio 2. Dioscuri, ibid., 24 (1903), pp. 333-44; F. I. Didger, l'EPCE, I, 2* ed., Münster 1928, p. 145 sgg.; P. Franchi de' Cavalieri, Gerosio e Protazio sono una imitazione di Castore e Polluca?, in Nuove boll. di arch. crist., 9 (1903), pp. 109-26. Celestino Testore

DIOSCORO I. - Patriarca di Alessandria dal 444 al 451 , m. in esilio a Gangres in Paflagonia il 4 dic. 454. Della vita di D. prima che fosse vescovo, si sa soltanto che era avidiacono del suo predecessore s. Cirillo, e che l'accompagnò al primo Concilio di Efeso (431).

Da s. Cirillo credito un grande orrore per l'eresia nestoriana, che passò i limiti e lo spinse ad attaccarsi troppo esclusivamente a certe formule cristologiche del maestro, che potevano prestarsi all'equivoco e che non convenivano né con quelle degli Orientali antiocheni, né con quelle dell'Occidente latino. Sotto il pretesto che s. Cirillo amava la formula: "Una sola qóoıs incarnata del Verbo divino", condannava coloro che sostenevano esservi in Gesù Cristo due nature, δ ós qóosıs. Da una tale intransigenza, che s. Cirillo non conobbe, ebbero origine tutte le sue disgrazie. Quando Eutiche, condannato dal Concilio di Costantinopoli del 448 , fece ricorso a lui, egli sposò la causa del monaco ottuso, e d'accordo con l'eunuco Crisafe fece convocare dall'imperatore Teodosio II un concilio ecumenico per rivederne il processo. Ogni cosa venne combinata precedentemente per assicurare la riabilitazione dell'archimandrita costantinopolitano, nel conciliabolo che si riunì ad Efeso nel 449. Sulla condotta tenutavi da D., che se ne era assicurata la presidenza, v. calcedonia (Il Concilio di C.); aFeso, Lattocinto di. Ad Efeso Eutiche fu riconosciuto ortodosso e vennero condannati i «diofisiti», ossia coloro che affermavano le due nature in Cristo.

In seguito a tale decisione D. diventò il padre del monofisismo, non del monofisismo grossolano, conosciuto sotto il nome di eutichianismo, il quale fece sparire l'umanità del Salvatore nella divinità, come una goccia d'acqua nell'occano, ma del monofisismo verbale, cui darà il suo nome più tardi Severo di Antiochia, colui che, schiavo interamente delle formole, si oppose alla terminologia canonizzata dal Concilio di Calcedonia.

Il trionfo di D. dopo il «latrocinio efesino» fu di corta durata. Nell'ori, 451 si teneva a Calcedonia un nuovo concilio ecumenico, convocato dall'imperatore Marciano. Prima di raggiungere la città, i Padri tennero una riunione preventiva a Nicea, ove D., d'accordo con qualche vescovo egiziano, osò scomunicare il papa s. Leone. Un tal gesto, con altre malefatte, gli fu rimproverato alla sesa. III del Concilio di Calcedonia (ro ott. 451), alla quale si rifiutò di comparire, e ne procurò la deposizione. Tale sentenza venne approvata dall'imperatore Marciano, che di più l'esiliò a Gangres, ove morì.

Sembra che D. abbia scritto poco, restandoci di lui soltanto qualche lettera e frammenti di lettere, nella traduzione siriaca ed armena. Un lungo elogio funebre di Macario, vescovo di T'kou in Egitto, attribuitogli, non è suo, o per lo meno è stato molto interpolato. Apocrile anche sono le Memorie di D., di cui restano frammenti

## Page 971

in copto (cf. E. Amélineau, Mémoires publiées par les membres de la mission archéologique française au Caire, IV, Parigi 1895, pp. 165-95).

Quanto alla Vita di D. del diacono Teopiste (F. Nau, Die Vita Dioshurs von Theopistus syrisch und französischen, in fournal asiatique, 10^{mathrm{a}} serie, I [1930], pp. 5-108, 510-41), essa è un elogio ditirambico del protagonista, intessuto di leggenda, che nulla rivela sulla vita di D. avanti l'episcopato e che ha dovuto subire dei rimaneggiamenti posteriori.

Biel.: F. Haase, Patriarch Diash. I. von Alexandrien nach monophysitichen Quellen, in Kirchengeschichte Abhandlungen, 6 (1908), pp. 141-235; Tillemont, XV, Venezia 1722, passim; W. Smith e H. Wace, s. v. in Dict. of christian biography, II; I. Lebon, Les écrits de D. I d'Alexandrie, in Le monophysisme sévérien, Lovanio 1909, pp. 84-93; Bardenhever, IV (1924), pp. 78 -79.

Martino Jugie
D I O SCORO,
PAPA. - Diacono della chiesa alessandrina, costretto dalle controversie monofisite ad andare in esilio, si rifugio a Roma dove fu aggregato a quel clero.

Nel 505 fu inviato da papa Simmaco presso Teodorico per protestare contro le usurpazioni dell'antipapa Lorenzo; seppe talmente perorare la causa del Papa, che Teodorico comandò al patrizio Festo di restituire al legittimo Pontefice le
chiese e i beni tolti e di far cessare l'opposizione contro di lui. Nel 519 fece parte della missione inviata da papa Ormisda a Costantinopoli per ristabilire la pace dopo lo scisma di Acacio.

Per le sue risorse di spirito, la conoscenza del mondo orientale, la familiarità con la lingua greca, il Papa aveva posto in lui la massima fiducia, e D. fu in realta la persona più importante della legazione. Fu designato infatti ad esporre al clero di Costantinopoli i motivi che avevano indotto il Papa a condannare Acacio, e lo fece cosi bene che ottenne l'approvazione degli Orientali. Ormisda gli indirizzò per ciò una lettera ringraziandolo per l'opera svolta e annunziandogli che l'avrebbe proposto all'Imperatore per la cattedra di Alessandria. Le trattative però con Giustino non approdarono a nulla e D. rimase discono a Roma. Quivi acquistò un grande ascendente presso tutti, tanto che, in considerazione delle sue passate benemerenze e la precedente attività che faceva ben presagire per l'avvenire, si pensava di eleggerlo a successore di Felice IV. Questi però, temendo lotte e scissure dopo la sua morte, designò alla successione il suo arcidiacono Bonifazio che in realta fu eletto da una minoranza e consacrato (sett. 530). La maggior parte del clero elesse invece D. che fu anche lui consacrato nella basilica Lateranense mentre Bonifazio lo era nella basilica Giulia. D. non può essere annoverato fra gli antipapi (v.). Lo scisma che si profilava fu tuttavia scongiurato poiché D. mori pochi giorni dopo ( 14 ott.) ed i suoi aderenti si sottomisero a Bonifazio firmando anche un libello di ritrattazione e di anatema contro D. Il libello fu conservato da Bonifazio nell'archivio ecclesiastico, come una condanna postuma di D., ma il successore Agopito ( 535 ) lo bruciò davanti al popolo innanzi alla Confessione di S. Pietro.
![img-10.jpeg](img-10.jpeg)
(da F. Chapouthier, Les Dioscures au sivien d'une alesse, Parigi 5922, tux. 2, n. 2)

Dioscur: - I d. con una figura femminile al centro (sec. II d. C.).
lstanbul, museo.

Agostino Amore
DIOSCURI ( Δ Iócsoupon). - Divinità greche: erano gemelli, Castore e Polluce, giovani e bellissimi, figli di Zeus e di Leda, fratelli di Elena, ma, secondo altri, solo Polluce era figlio di Zeus e immortale.

La loro natura è discussa: sarebbero dèi della luce, o della luce e dell'oscurità, o due eroi della Laconia sostituitisi ai gemelli di Zeus, o divinità domestiche micence dei re di Sparta. Il culto è specialmente localizzato a Sparta e al suo territorio (famoso il santuario di Therapne) e alle sue colonie. Da Sparta provengono numerosi rilievi raffiguranti i D. ai due lati di uno xoanon femminile, con alto polos in testa e bende alle mani, evidente raffigurazione di Elena. Fuori di Sparta i D. si sono sostituiti a cappie di divinità locali; in età storica si fusero spesso con i Cabiri, i Cureti, i Coribanti, ecc. Per Omero, Castore era domatore di cavalli, Polluce inventore del pugilato. Erano dèi salvatori nei pericoli della guerra, dei viaggi, del mare, delle malattie. Loro simboli sono i 86 xava, di significato incerto, i cavalli, o due anfore, due stelle, due berretti frigi. Diffusi fra i miti sui D. sono la partecipazione alla spedizione degli Argonauti e il ratto delle Leucippidi.

Biel.: Bethe, s. v. in Pauly-Wissowa, V, 1, coll. 1087-1123; G. Bendinelli, s. v. in Enc. Ital., XII (1931), p. 949 sgg.; M. Nilsson, Gesch. der Griech. Rel., I, Monaco 1941, p. 380 sgg. Per i rilievi spartani: N. M. Tod e A. J. B. Wace, A Catalogue of the Sparta Museum, Oxford 1906, p. 113 sgg. Per il culto in Italia, G. Giannelli, Culti e miti della Magna Grecia, Firenze 1924, passim; Fr. Altheim, Griechische Götter im alten Rom. (Religionsgesch. Versuche und Vorarb., 22, 1), Giessen 1930. Luisa Banti
«DIO SIA BENEDETTO». - Formola di lodi a Dio, a Gesù Cristo, alla Vergine e a s. Giuseppe, solita a recitarsi o cantarsi dopo la benedizione con il S.mo Sacramento e spesso anche dopo la Messa.

La serie originale di queste lodi si deve al gesuita Luigi Felici (1736-1818), il quale, avendo fondata a Roma una congregazione di «marinari», la compose nel 1797, per meglio riuscire a sradicare il vizio della bestemmia, raccomandandola, oltre che ai «marinari», anche a tutti i fedeli, come atto di riparazione. La pia pratica si estese ben presto ad altre associazioni, confraternite e chiese. Pio VII (23 luglio 1801) la arricchì di indulgenze; Pio IX, predicando il 13 genn. 1847, nella chiesa di S. Andrea della Valle contro la bestemmia, la raccomandò caldamente; e l'8 ag. dello stesso anno aggiunse nuove indulgenze e prescrisse di recitarla dopo le Messe più solenni o l'ultima Messa, celebrata in ogni chiesa, e dopo la funzione della benedizione con il S.mo. Dagli Stati Romani la pratica si diffuse in tutta l'Italia e anche all'estero. Lo stesso Pio IX, dopo la definizione del dogma dell'Immacolata Concezione, aggiunse la lode: «Sia benedetta la sua santa ed immacolata Concezione»; Leone XIII (2 febbr. 1897; Acta Sanctae Sedis, 29

## Page 972

[1896-97], pp. 447-48) aggiunse la quarta lode: «Benedetto il suo sacratissimo Cuore»; Benedetto XV: «Benedetto s. Giuseppe, suo castissimo sposo» (AAS, 13 [1921], p. 158).

Le indulgenze annesse, ora, alla pia pratica sono le seguenti : indulgenza di tre anni, ogni volta; di cinque anni, quando le Lodi si recitano in pubblico; plenario, una volta al mese, quando si sono recitate ogni giorno (cf. Preces et pia opera, Roma 1938, n. 646, p. 514).

Bibl.: G. Moroni, Diz. di erudiz. storico-ecclesiastica, LXXXIII, Venezia 1827, pp. 146-48; G. Mauri, De additionibus in precibus ecclesiasticis, in Ephemerides liturgicae, 4 (1890), pp. 482-91; F. Beringer, Les Indulgences, vers. franc., I, 4^{°} ed., Parigi 1912, n. 535.

Celestino Testore

DIOTREPHES. - Personaggio ricordato con biasimo in III Io. 9 sg.

Il nome ( Δ toтpeqńs) s'incontra nelle iscrizioni e negli autori greci (J. Chaine, p. 256). D. doveva essere capo della comunità a cui appartiene anche il destinatario della lettera, Caio (v.). Giovanni ha scritto ( ἐ γ ρ α ψ ἀ vı, "ho scritto qualcosa", anziché ε γ ρ α ψ α ἀ, "scripsissem forsitan" nella Volgata) una lettera alla comunità per raccomandare dei missionari ambulanti, mandati, forse, da Giovanni stesso: lettera accolta male, o addirittura distrutta da D., che vedeva in questo intervento dell'Anziano una minorazione della propria autorità, di cui era estremamente geloso. Non pare che professasse dottrine eretiche, né risulta che la sua condotta sia prova di quella pretesa crisi, per cui le comunità cristiane sarebbero passate dalla primitiva forma di governo collegiale a quella dell'episcopato monarchico (A. Harnack, Uber den dritten Yohannesbrief [Texte und Untersuchungen, 15], Lipsia 1897). Φ λ λ σ η ρ α τ τ λ ε ι v non indica tanto il desiderio smodato di salire, quanto l'essere geloso della propria autorità. Il rimprovero rivolto a D. non è di aver usurpato o di voler usurpare il primo posto, ma di tenerlo con spirito d'orgoglio, che lo spinge a non fare conto dell'autorità di Giovanni, sussurrando contro di lui maligne insinuazioni, e a non ospitare i missionari ambulanti, impedendo pure che da altri vengano ospitati. In una prossima visita l'Anziano denuncerà pubblicamente la condotta di lui.

Bibl.: E. Levesque, s. v. in DB, II, col. 1438; S. D. F. Salmond, s. v. in Dict. of the Bible, I, p. 609; A. E. Brooke, The Yohannine Epistles, in International Critical Commentary, Edimburge 1912, pp. Lxxxil, 187 sg.; J. Bonalrven, Epîtres de st fean (Verbum Salutis, 9), Parigi 1936, pp. 28, 297 sgg.; J. Chaine, Les Epîtres catholiques, ivi 1939, pp. 239 sg., 255 sgg.

Trodorico da Castel San Pietro
DI PIETRO, CAMILlo. - Cardinale, n. a Roma il 10 genn. 1806, m. ivi, il 6 marzo 1884. Nipote di Michele Di Pietro che onorò la sacra porpora durante il pontificato di Pio VII, studiò al seminario romano e tenne una pubblica disputa di teologia alla presenza di Leone XII. Il 15 genn. 1829 fu nominato giudice della Consulta, quindi ebbe il governo di Orvieto e nel 1835 divenne uditore di Rota.

L'8 luglio 1839 fu nominato arcivescovo titolare di Berito e nunzio a Napoli, poi passò nel Portogallo, ove svolse una notevole attività, ottenendo, per la Chiesa, importanti concessioni nei domini portoghesi dell'India. Nel Concistoro del 19 dic. 1853 fu creato cardinale da Pio IX e riservato in petto: pubblicato il 16 giugno 1856 con il titolo di S. Giovanni a Porta Latina; il 20 sett. 1867 optò per la sede suburbicaria di Albano, e poi per quella di Porto e S. Rufina ( 12 marzo 1877); ebbe parte notevolissima nel Conclave del 1878 che portò all'elezione di Leone XIII. Si ricorda in modo particolare l'azione prudente ed energica da lui svolta perché il Conclave fosse tenuto a Roma, grazie alle assicurazioni avute dal governo italiano per la libertà degli elettori. E il nuovo Pontefice, in segno di gratitudine, lo nominò suo successore nell'ufficio di camerlengo. Alla morte del card. Amat (1878) il D. P. divenne vescovo di Ostia e decano del S. Collegio.

Bibl.: L. Teste, Préface au Conclave, Parigi 1877, p. 89; R. De Cesare, Il Conclave di Leone XIII e il futuro Conclave, Città di Castello 1888, passim; E. Soderini, Leone XIII. Il Conclave. L'opera sociale, I, Milano 1932, passim.

Mario De Camillo
DI PIETRO, MICHELE. - Cardinale, n. ad Albano il 18 genn. 1747 e m. a Roma il 2 luglio 1821. Laureatosi a Roma, insegnò teologia, diritto e storia ecclesiastica nel collegio Romano. Beneficò l'ospizio Tata Giovanni, cui trovò una residenza più conveniente. Pio VI lo nominò segretario di varie commissioni ecclesiastiche e arcivescovo titolare di Isauria in partibus.

Amicissimo del card. Gerdil, ebbe notevole parte nella Commissione per l'esame del Sinodo di Pistoia. Nominato delegato apostolico per il governo di Roma ( 20 febbr. 1798) durante la prigionia di Pio VI, si portò con tanta abilità che Pio VII lo creò patriarca di Gerusalemme ( 20 dic. 1800) e poco dopo cardinale col titolo di S. Maria in Via (9 ag. 1801).

Lo stesso Pio VII partendo per l'esilio lo volle delegato apostolico di Roma, ma fu ben presto deportato in Francia. Allora divenne delegato apostolico per gli affari spirituali in Francia; ma Napoleone lo fece rinchiudere a Vincennes ( 22 febbr. 1811). Liberato per la trattativa di Fantainchicau, fu uno di quelli che consigliarono il Papa a denunciare quello pseudo-accordo. Tornò a Roma alla caduta di Napoleone ed ebbe la diocesi di Albano (8 marzo 1816), donde poi venne trasferito a S. Rufina ( 29 maggio 1820). Fu membro di ben 9 Congregazioni e prefetto di quella dell'Indice.

Bibl.: G. Moroni, Diz. di erudiz. storico-ecclesiastica, LIII, Venezia 1821, pp. 36-39; J. Schmidlin, Papstgeschichte der neuesten Zeit, I, 3^{°} ed., Monaco 1933 (v. indice).

Irenco Daniele
DIPLOMATICA. - La d. (da diploma, inteso nel senso lato di «documento"), è la scienza che studia gli atti pubblici e privati allo scopo di determinare i criteri occorrenti a stabilirne l'autenticità. La critica diplomatica concorre alla critica storica, ma non si identifica con questa: tanto che un "falso" diplomatico può corrispondere ad una verità storica e viceversa. La d. si vale del sussidio di altre scienze come la paleografia, la cronologia, la sfragistica, la storia del diritto.

La critica dei documenti allo scopo di riconoscerne o negarne l'autenticità è molto antica: si citano esempi del 390, dell'843, del 1125, del 1198 (bolla di Innocenzo III all'arcidiacono e canonico di Milano [4 sett.], in cui si suggeriscono le norme per riconoscere i caratteri che dànno autenticità ai documenti pontifici: Petthast, 365), del 1289 e molti altri dei secc. xiv e xv. Si trattava però sempre (anche nel caso del Petrarca che si occupò, nel 1561, di pretesi privilegi di Giulio Cesare e di Nerone) di documenti presentati in giudizio o a sostegno di qualche diritto e privilegio, sui quali la critica si esercitava non già alla ricerca dell'autenticità e della verità, ma alla difesa di un interesse materiale; lo stesso dicasi dei bella diplomatica, che dopo la pace di Vestfalia inondarono la Germania di libri e libelli: non altro che memorie di avvocati pro e contro città e chiese, dalle quali nessun impulso ricevette la scienza.

Alla critica dei documenti diede veste e organicità scientifica, cioè, contro la pratica fino allora invalsa, la resa disinteressata, il Mabillon (1652-1707).

Il gesuita Daniele van Papenbroeck, nella prefazione al vol. II degli Acta SS. Aprilis (ed. Anversa 1675, pp. 1-222), aveva inficiato di falso gli antichi documenti dei Benedettini francesi, raccolti da ca. un secolo nella Congregazione di S. Mauro, e specialmente quelli del monastero di St-Denis, stampati nel 1625. Il Papenbroeck si atteneva ad un sistema eccessivamente scettico ed all'aforisma del Marsham che i documenti siano tanto meno attendibili quanto più antichi. Il benedettino Giovanni Mabillon (v.) rispose al gesuita nel 1681 con l'opera De re diplomatica libri VI, nella quale non assumeva

## Page 973

![img-11.jpeg](img-11.jpeg)
(Ist. Enc. Catt.)
Diplomatica - Frontespizio del De re d., di Giovanni Mabillon, Parigi 1681 - Biblioteca Vaticana, esemplare del fondo Barberini.
l'atteggiamento negativo del polemista, bensì costruiva dalle basi la scienza diplomatica, raccogliendo anche dai dotti del tempo (come da Antonio Magliabechi), ma con intuizioni cosi geniali che certe affermazioni sono sostanzialmente giuste ancora oggi. L'opera del Mabillon trovò subito qualche invidioso e qualche detrattore, ma fu accolta dal generale consenso dei dotti e dello stesso Paperdirsoeck (el. lettera al Mabillon del zo luglio 1683 : "Tu porro quoties res tulerit, audacter testare, quam totus in tuam sententiam iverim»).

Ne tentarono l'assalto solo alcuni gesuiti ed un protestante, l'inglese Hickes (1703), contro i quali scrissero anche alcuni italiani, come Giusto Fontanini, Domenico Lazzarini ed altri. Il Mabillon preparava intanto una seconda edizione, uscita postuma nel 1709. Oggi può dirsi che per la d. generale (caratteri intrinseci ed estrinseci del documento, importanza delle cancellerie, principi della critica, valore delle copie e degli originali) il Mabillon fa testo, mentre è stato superato nella d. speciale.

Tra il 1750 e il 1765 altri due padri maurini, R.-P. Tassin e C. Toustain, pubblicavano il Nouveau traité de diplomatique, in 6 voll., con cui ampliavano e si proponevano di approfondire l'opera del maestro. Dal Mabillon e dal Nouveau traité derivarono fino alla metà del sec. xix tutte le trattazioni diplomatiche pubblicate in Francia, in Germania, in Italia.

In Italia Scipione Maffei, nel 1727, rilevato che troppo era invalso l'uso di ripetere continuamente il già scritto da altri, si proponeva una raccolta di documenti di varie origini e di varie regioni, dando un posto eminente alle carte private : meditava cioè un tentativo di d. speciale; il Muratori, nella dissertazione XXXIV delle Antiquitatet Italicae Medi Aevi: De diplomatibus et chartis antiquis dubiis aut faltis, dava diversi esempi di documenti falsi, additando i criteri ai quali lo studioso
deve attenersi e mostrando come anche una serie di falsi possa costituire una documentazione storica, se si indaghino le ragioni della falsificazione. Sorsero anche, in Italia, cattedre di d. nelle Università di Bologna (1765), Napoli, Milano; qui insegnò tra gli altri Angelo Fumagalli (v.), autore di 2 voll. di Istituzioni diplomatiche (1796, ma pubblicati nel 1802), derivati sempre dal Nouveau traité, ma ricchi di contributo personale per ciò che riguardava i documenti italiani, di cui il Fumagalli dimostrava ottima conoscenza anche nelle Antichità longobardiche milanesi (Milano 1792-93) e nel Codice diplomatico androsiano (ivi 1805).

In Germania Cristoforo Gatterer, negli Elementa artis diplomaticae universalis (Gottinga 1765), tentava di classificare le scritture con un sistema simile a quello introdotto dal Linneo nel campo delle scienze naturali, chiamando ciceronium l'onciale, svetonium la corsiva, ecc.; lo strano tentativo rimase sterile, ma l'Università di Gottinga, ove il Gatterer insegnava, divenne un seminario di eccellenti diplomatiei, che assicurarono alla Germania un vero primato in questo campo.

La Rivoluzione Francese troncò gli studi sugli antichi documenti; Napoleone stesso confondeva d. e diplomazia. Il grande risveglio si ebbe dopo la restaurazione, con il nuovo indirizzo dato alla d., che da generale si trasformò in speciale. Vi contribuirono particolarmente gli istituti storici e le deputazioni e società storiche fondate in Europa, prima fra tutte l'Ecole des Chartes di Parigi (1821). In Francia si segnalarono L. Delisle, N. de Wailly, il Mas-Latrie, A. Gity; in Italia G. Marini, C. Paoli, P. Torelli, G. Vittani, N. Barone, L. Schiaparelli, il Garufi, il Brandileone, il Datta, il Russi; in Germania il Bresalau, il Meister, il Böhmer, il Potthast, il Pertz, lo Jaffé, il Kehr, il Voltelini, il Pflugk-Harttung, il Sickel, il Brunner.

Oggi può dirsi tramontata l'epoca della d. generale, che è solo una base e un precedente della d. speciale, la quale tende a "considerare i documenti alla luce delle nostre conoscenze sullo stato giuridico, amministrativo, economico del paese e dell'epoca, a studiarli in funzione della cultura intellettuale e della civiltà" (de Boüard).

Bipl.: Deve necessariamente limitarsi a rinviare lo studioso alle opere fondamentali e alle più recenti, nelle quali troverà copiose notizie bibliografiche: J. Mabillon, De re diplomatica libri VI, Parigi 1681 (3a ed. Napoli 1789); S. Maffei, Istoria diplomatica, Mantova 1727; L. A. Muratori, Antiquitatet Italicae Medi Aevi, III, Milano 1740; [R.-P. Tassin e C. Toustain], Nouveau traité de diplomatique, 6 voll., Parigi 1730-63; A. Gity, Manuel de diplomatique, ivi 1894; H. Bresalau, Handbuch der Urkundenlehre für Deutschland und Italien, 2⁴ ed., Lipsia 1912; A. de Boüard, Manuel de diplomatique, Parigi 1929; C. Manaresi, s. v. in Enc. Ital., XII (1931), pp. 954-62; M. Modica, D., Milano 1942 (non originale); C. Paoli, D., nuova ed. a cura di G. C. Basenot, Firenze (1942), v. anche documento.

Carmelo Trasselli
DIPLOMAZIA PONTIFICIA: v. vaticana DIPLOMAZIA.

DIPLOVATAGCIO, Tommaso. - Giureconsulto, n. a Corfù nel 1468 e m. a Pesaro il 29 maggio 1541. Attese agli studi di diritto in varie università d'Italia, laureandosi a Bologna.

Apprezzato per la sua vasta cultura, fu chiamato ad occupare pubbliche cariche: a Pesaro fu avvocato fiscale nel tribunale (1494) e più tardi (1532) gonfaloniere; per alcuni anni insegnò diritto a Venezia. Scrisse : De praestantia doctorum in dodici libri: importante è il nono, che tratta con diligenza della vita e delle opere dei legislatori e dei giureconsulti. Esso fu scoperto nel 1748 e pubblicato nel 1890 a cura del Pescatore.

Bipl.: E. Besta, T. D. e la sua opera, Venezia 1903; B. Kurtscheid-F. A. Wilches, Historia iuris canonici, I, Roma 1943, p. 275 .

DIPONDIO (DUPONDIO). - Moneta romana del valore di due assi o mezzo sesterzio. Durante l'impero veniva coniato in ottone con peso fra gli 11 e i 15 grammi.

## Page 974

Per il peso equivaleva quasi all'asse, dal quale si distingueva, oltre che per la lega del metallo, per la diversità dell'effige dell'imperatore, che da Nerone in poi fu raffigurato con corona di alloro (nell'asse invece con la testa radiata). Al tempo di Antonino (138-6r) si smise di coniare questa piccola moneta. Nella Volgata ricorre dipondina (lat. classico dupondius) come equivalente del greco dooápıa 860 , "due assi" (Lc. 12, 6).

Angelo Penna
DIRCKINCK (Dircking), Johannes. - Scrittore gesuita, n. il 13 apr. 1641 a Bocholt (Westfalia), m. il 26 genn. 1716 a Geist (Büren). Professore di umanità e di filosofia; fu inoltre rettore a Coesfeld, Hildesheim, Büren, Münster; provinciale dal 1705 al 1708; maestro dei novizi e istruttore di terza probazione. Fu amantissimo dell'osservanza regolare, e piuttosto severo nel governo.

Lasciò pregevoli operette spirituali, fra cui tre « Horologia»: Sacerdotale (Colonia 1691); Spirituale Scholasticorum Soc. Jesu (ivi 1716); Inventutis itudienss (ivi 1718); Semita perfectionis purgativa, illuminativa et unitiva (ivi 1705), tradotto in inglese, italiano, francese, tedesco, fu il suo capolavoro. Altri scritti compose per i sacerdoti e per le vergini consacrate a Dio.

Bibl.: Sommervogel, III, coll. 91-97; IX, coll. 229-30; G. Dühr, Gesch. der Semiten in den Ländern deutscher Zunge, III, Reidelmus 1921; IV, iv; 1928, v. indice. Arnoldo Lenz

DIREZIONE SPIRITUALE. - Assistenza prestata abitualmente a un'anima singola, per lo più in connessione con la Confessione sacramentale, per "condurla nelle vie di Dio, insegnarle ad ascoltare l'ispirazione divina e a rispondervi, suggerirle la pratica delle virtù conforme alla situazione in cui si trova; al fine di non solo conservarla nella purezza e nell'innocenza, ma di farla progredire nella perfezione e la santità" (N. Grou, Manuel des dmes intérieures, Parigi 1895, p. 105). S. Gregorio M. considerava la d. s. "l'arte delle arti".
I. Natura e oggetto. - Quantunque sotto il nome di d. s. qualche volta si intenda qualsiasi forma di assistenza spirituale interiore, esiste una netta differenza tra la d. s. e la direzione pastorale indirizzata a formare le anime affidate alla cura di un pastore spirituale, e la direzione sacramentale.

Oggetto infatti della d. s. è tutto ciò che riguarda la formazione spirituale. Esas quindi va oltre l'accusa delle colpe, poiché ricerca la causa dei peccati nel carattere, nel temperamento, nelle abitudini contratte, nelle tentazioni, nelle imprudenze, curando la possibilità di rimediarvi, in modo da colpire la radice del male. Si occupa delle virtù da praticare, degli esercizi spirituali capaci di arricchire l'anima di grazia, nonché della vocazione e delle grazie di stato, infine delle grazie "gratis datae" e della chiamata ed ascesa alla perfezione: "proprie intelligitur in ordine ad perfectionem, non ad simplicem vitam christianam tantum" (De Guibert, op. cit. in bibl., p. 167).

Direttore spirituale, o maestro di spirito, è colui al quale un'anima abitualmente si affida, manifestandogli tutta la propria coscienza, affinché egli la diriga, intraendola ed eccitandola, nella via della perfezione, il che può avvenire sia entro la confessione, sia fuori (cf. de Guibert: op. cit. in bibl., p. 167, n. 184; E. de la Reguera, Praxis Theol. Myst., II, 8, q. 1, n. 17).

La d. s. deve limitarsi : 1) a presentare il piano della perfezione secondo il disegno preparato da Gesù Cristo ed interpretato dai Santi nella loro vita; 2) a determinare le vie della perfezione più pratiche e più conformi alle forze e all'indole dei singoli soggetti; 3) ad assicurare il costante progresso nella perfezione;
4) a segnalare le difficoltà che si incontrano nella via della perfezione e a fissare i mezzi più opportuni per evitarle. R. Pius (op. cit. in bibl., pp. 13-28), precisa ancora meglio i limiti e le finalità della d. s.: «la d. s. ha un triplice oggetto : illuminare lo spirito, aiutare la volontà, consolare nelle pene». Deve illuminare lo spirito, scoprendo all'anima le mire di Dio su di lei, "soprattutto quando si tratta di scoprire e determinare lo stato di via, o di prendere importanti decisioni, o di sottomettere a controllo un modo di seazione, o di praticare questa o quella penitenza, una guida è sommamente preziosa" (cf. F. Strowski, St François de Sales, p. 48). Deve fortificare la volontà, sostenendo piuttosto che conducendo. Molti, specialmente le donne, credono che il consolare nelle pene sia solo o prevalente fine della d. s. Da tale errore provengono molti abusi, "il bisogno di farsi campatiro e di sentire parole che calmino, lettere interminabili, o visite esagerate e per la lunghezza e per la frequenza" (Plus, p. 28).
II. Necessitá. - La necessità della d. s. si basa su di un reale bisogno dell'anima (Plus, p. 30 sg.; de Guibert, p. 186). La Chiesa ha condannato infatti più volte dottrine non favorevoli, o avverse alla d. s.; così nella condanna delle dottrine americaniste (lett. apost. Testem benevolentiae, 22 genn. 1899) : « externum magisterium omne ab iis, qui christianae perfectioni adipiscendae studere velint, tamquam superfluum, immo etiam minus utile reicitur».

La ragione ne sarebbe perché "ampliora atque ube riora nunc, quam elapsis temporibus, in animos fidelium Spiritus Sanctus influit charismata eosque medio, nemine docet arcano quodam instinctu atque agit" (Denz-U, n. 1970). Contro tale dottrina, molto affine alle dottrine del protestantesimo. Leone XIII insegna che Dio "homines plerunque fere per homines salvandos decrevit, ita illos quos ad praestantiorem sanctimoniae gradum advocat per homines eo perducendas constituit».

La necessità della d. s. in ordine al conseguimento della perfezione, evitate le esagerazioni di alcuni teologi, quale L. Boccardo (op. cit. in bibl., I, p. 181), che sostengono l'uso della d. s. essere necessario per tutte le anime, quando non esista la vera impossibilità di averlo, e di altri che al contrario negano una generale necessità della direzione, ammetendone solo l'utilità (dosi de clergé, 1921, p. 427), si può così sintetizzare : 1) La d. s. è il mezzo ordinario e normale col quale Dio suole condurre le anime alla perfezione. "Traviamo - osserva Leone XIII nella lettera apostolica citata - alle origini stesse della Chiesa una celebre manifestazione di questa legge; benché Saulo... avesse inteso la voce di Cristo stesso... fu inviate ad Anonia... Cosi fu sempre praticato nella Chiesa : questo è la dottrina unanimemente professata da tutti coloro che nel corso dei secoli rifulsero per scienza e santità" (cf. G. B. Scaramelli, Direttorio ascetico, I, trattato 1, a. III, c. 1; oltre Act. 9, 6. 17, allega II Reg. 3, 9.

Inoltre sia gli incipienti quanto coloro che sono inol trati nelle vie spirituali sono soggetti al pericolo delle illusioni soggettive, ed hanno sempre bisogno di stimolo e di luce, sia nello stato di aridità spirituale, sia per coltivare meglio i doni dello Spirito Santo, e rispondere con generosa e costante docilità alle ispirazioni divine. Perciò quando la d. s. si può avere, senza straordinari sforzi e sacrifici, non è lecito disprezzare un tale ausilio fornitoci dalla Grazia, senza grave temerità e danno del l'anima. Il grado di tale utilità e necessità può variare e varia semplicemente col variare dei diversi fattori, quali il grado della vita spirituale raggiunto, lo stato di vita, le circostanze straordinarie, la ricchezza dei doni mistici.
"Le persone che sono in uno stato straordinario hanno bisogno più delle altre di essere guidate, e non devono mai fidarsi dei propri lumi" (Scrits spirituale du vémérable Libermann, Parigi 1891, pp. 355-56).
III. Storia della n. s. - Non è stata ancora esaurientemente studista. Negli epistolari di s. Cipriano, s. Girolamo, s. Agostino, s. Basilio, e di numerosissimi altri Padri, vi è ampia miniera per tale studio.

## Page 975

Per quanto concerne l'archeologia cristiana, nel 1880 a Bath, in Inghilterra, fu scoperto un foglio di piombo con scrittura corsiva (E. W. B. Nicholson, Vinisius to Nigra, a IVth cent. christian letter, scritton in South Britain, and discovered at Bath, now deciphered, translated, and annotated, Londra 1904): la lettera scritta da un certo Vinisin, probabilmente sacerdoro, a Nigra, dama sposata, dà brevi ma sapienti consigli di d. s. (A. Baudrillart, Vinisius à Nigra. L'original d'une lettre de direction écrite il y a seize cents ans, in La quinzaine, 12 [1905], pp. 243-46).

La d. s. ha le sue prime manifestazioni presso il monachismo orientale, nell'uso prescritto ai giovani monaci, di manifestare i loro difetti ai più anziani, per riceverne consigli (Cassiano, De coenob. instit., V, 2: PL 7, 12). Hanno importanti accenni alla d. s. e sua necessità, riguardo ai monaci, s. Giovanni Climaco (Ssola paradisi, grad. IV, 5-12: PG 88, 680-81); Cassiano (Collationes, coll. 11, capp. 1-13: PL 49, 526-42); s. Basilio (Reg. brevior tradutne, x27: PG 31, 1233); s. Gregorio Magno (Dialog., I, 1: PL 77, 153); s. Bernardo (Serm., 8 De Diversis, 7 : ibid. 183, 546) insistono sulla necessità per i novizi religiosi di avere un maestro e qui doceat, deducat, foveat vos " poiché senza una tale direzione sono esposti a mancare di discrezione.
S. Caterina da Siena con le sue lettere funge da direttore spirituale per la "bella brigata ", ossia il cerchio di anime amiche e discepole, strette intorno a lei. Gersone accenna all'utilità della d. s., specie per le anime mistiche (Epist., contra praed. defens., in Opera anuia, I, pp. 80-82). Va ricordato in modo particolare il trattato De vita spirituali (parte 2ᵃ, cap. 1) di s. Vincenzo Ferreti.
S. Teresa inculca la necessità di un buon direttore spirituale per anime che seguono vie straordinarie ( C a stella spirituale, V stanza, cap. 1; Vita, cap. 13); lo consiglia anche per le anime pie non religiose (Castello interiore, III stanza, cap. 11); Nel Cammino della perfezione dà aurei insegnamenti sulla scelta e sul modo di aprirsi al direttore spirituale. S. Giovanni della Croce ha lasciato 15 massime spirituali sul maestro spirituale e sulla direzione dello spirito (H. Hoonaert, Geuvres spirituelles de st Jean de la Croix, II, p. 153).

L'autore del Combatimento spirituale raccomanda al cap. 19 di aprirsi col direttore spirituale. Battista da Crema dirige s. Gaetano Thiene e s. Antonio Zaccaria; Filippo Neri dirige s. Camillo de Lellis, il Leonardí, Federico Borromeo; un frate minore conventuale, Trebatio Marlotti della Verna, compone a Torino nel 1590 dei Discorsi spirituali per la Direzione delle anime. Ma soltanto a partire dal sec. xvi si trova consigliata in modo generale la pratica della d. s., tanto alle persone del mondo, quanto alle anime religiose. Due cause influiscono su questo risultato: da una parte la pratica dei ritiri spirituali accreditati dagli esercizi spirituali di s. Ignazio, e le formali insistenze dei primi autori ascetici della Compagnia di Gesù, dall'altra i consigli di s. Francesco di Sales (R. Plus, p. 32 sg.).

Nel 1600 buoni scrittori si occupano della d. s. quali Alfonso Rodriguez (Pratica della perfezione e delle virtù cristiane, parte 3ᵃ, tratt. 7), Alvarez de Paz (De vita spirituali, 1620, I, 1. 5, capp. 12-13); Ludovico da Ponte (Guida spirituale, 1. IV, cap. 2, n. 2), G. Negrone, De necessitate magistri, cap. 3, nn. 33-54.
S. Francesco di Sales è il primo che promulga la necessità inevitabile della d. s. per le anime, essendo la d. s. per lui «il consiglio dei consigli» (Introduzione alla vita devota, parte 1ᵃ, cap. 4).

La dottrina della d. s. presso il Salesio si trova sparsa in tutti i suoi scritti. Dopo, il p. Francesco Guillord, va segnalata come uno dei più notevoli maestri della d. s.; buona parte delle sue opere ne tratta, con particolare riguardo alle anime chiamate a stati mistici superiori (La manière de conduire les âmes dans la vie spirituelle, Parigi 1675). Anche Fénelon ha lasciato buoni indirizzi per la d. s. delle anime, che vuole basata sull'amore, ed indirizzata al cuore più che allo spirito (M. Cagnac, Fénelon, Etudes critiques, ivi 1910,
p. 337). Di Fénelon son celebri le Lettres de direction (ed. 1902). Bossuet ha lasciato nelle sue a Lettere di direzione" ottimo saggio di direzione ispira