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 Francesco Guillord, va segnalata come uno dei più notevoli maestri della d. s.; buona parte delle sue opere ne tratta, con particolare riguardo alle anime chiamate a stati mistici superiori (La manière de conduire les âmes dans la vie spirituelle, Parigi 1675). Anche Fénelon ha lasciato buoni indirizzi per la d. s. delle anime, che vuole basata sull'amore, ed indirizzata al cuore più che allo spirito (M. Cagnac, Fénelon, Etudes critiques, ivi 1910,
p. 337). Di Fénelon son celebri le Lettres de direction (ed. 1902). Bossuet ha lasciato nelle sue a Lettere di direzione" ottimo saggio di direzione ispiratrice dell'amore, e adattata ai bisogni di ogni anima (Correspondance de Bossuet, a cura di Ch. Urbain e E. Levesque, 5 voll., Parigi 1909-12; Jean Oiler fu ottimo maestro della d. s.; le massima sue in tale materia, furono raccolte dal suo discepolo Louis Tronson (Il direttore spirituale secondo lo spirito di Giovanni Olier, trad. it., Milano 1943). S. Alfonso M. de' Liguori ha buoni accenni alla d. s. nella sua morale e nelle sue lettere. W. Faber compose due celebrate opere sulla d. s.: Grouth in Holiness (1854), e Spiritual Conferences (1859). Nell'epoca recentissima vanno ricordati come eccellenti maestri della d. s., il Gay (cf. B. Du Boisrouvray, Mgr Gay, évêque d'Anthéodon, sa vie, ses oeuvres, Tours 1922, cap. 4. Le directeur de conscience), M. d'Hulst, L.-G. de Ségur, L. Beaudenon, W. Sandreau, C. Marmion.
IV. Limiti. - Per riuscire utile e sana, la d. s. deve essere collocata nei giusti limiti di una "saggia via media la quale conservando allo Spirito Santo il primato della d. delle coscienze, evita di lasciar cadere tutte le anime in una passività e in una introspezione dannose, senza volerle però privare dell'immenso beneficio di una d. ben compresa" (Plus, p. 47).

Il primato nella d. s. spetta sempre all'azione dello Spirito Santo, poiché secondo l'Olier, il direttore deve rassomigliare alla stella dei Magi, o a s. Giovanni Battista. "La d. s. è il mezzo discreto per aiutare l'anima a camminare, e tanto migliore si mostrerà, quanto più l'anima, grazie ad essa, diventerà capace di camminare da sola. La d. assidua e gelosa è un non senso, come lo sarebbe per una madre il portare sempre in braccio il suo figliolo invece di insegnargli a camminare" (F. Lippert; cf. Libermann, Ecrits spirituels, Parigi 1891, p. 360 sg .). Il direttore non deve mai imporre ad un'anima i suoi gusti e il suo modo di vedere le cose spirituali.

Al direttore spirituale, in ciò che si appartiene al suo ufficio non compete un'autorità vera e propria. Di conseguenza il diretto non sottostà all'esercizio della virtù dell'obbedienza. Gli autori che, come s. Francesco di Sales, sembrano insistere sull'obbedienza dovuta al direttore, intendono tale obbedienza in senso largo (Vincent, op. cit. in bibl., p. 408). Quella del direttore spirituale è piuttosto un'autorità morale alla quale debbono corrispondere da parte del diretto una sottomissione, frutto più di prudenza e di umiltà, che di obbedienza. Onde il direttore spirituale non è soltanto un amico; deve considerarsi come avente, per il suo ufficio, una certa superiorità, quale educatore o maestro, alla quale corrisponda nel soggetto una vera sottomissione.

Il pretendere di esercitare una troppo stretta autorità sulle anime da parte del direttore spirituale porta allo snervamento spirituale delle stesse, e ad incoraggiarne la passività, poiché "è cosa pericolosa fare della direzione una superstizione" nota il Faber (op. cit. in bibl., cap. 18), il quale aggiunge "non ho mai inteso parlare di una persona che, avendo un direttore, abbia dovuto lamentarsi di essere troppo poco diretta. Il numero invece di quelle, che hanno sofferto per una d. forzata, riempierebbe l'ospedale di una città considerevole ".

L'eccezso di autorità nella d. fu fortemente criticato anche in direttori eminenti, come il Fénelon (cf. R. Navatel, Fénelon et la confrérie secrète du pur amour, Parigi 1914, p. 7 sg.); e anche, a torto, in s. Francesco. Perciò gli avvisi e le norme del direttore spirituale, se pur debbono essere ritenute come espressioni di un giudizio prudente, al quale normalmente si deve accedere, è falso l'asserire che tutto ciò che vien detto, o ordinato dal direttore spirituale, sia una certissima manifestazione del divin. beneplocito intorno alle circostanze particolari della nostra esistenza (cosl sostiene il Boccardo, I,

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p. 321); ma l'assenza di una vera autorità nel direttore spirituale basta a confutare tale tesi. Interessanti sono le lettere dell'Olier sull'obbedienza al direttore (lettera 218, e lettera 38). Il direttore spirituale non può quindi imporre precetti propriamente detti, salvo che sotto forma condizionata (ad es., : «se tu non fai questo non posso assumere, o continuare la tua d. r.). Può dichiarare, nel caso particolare, attese le circostanze, quello che considera essere volontà di Dio, al cui giudizio il diretto può prudentemente sottomettersi. Per la direzione degli scrupolosi, nevropatici e psicopatici, valgono però norme particolari.

Comporre la sottomissione dovuta al direttore spirituale con l'obbedienza verso i superiori ecclesiastici o religiosi è cosa piuttosto delicata, che esige molta prudenza e posatezza da parte del direttore.

Sono noti, in questa materia, gli errori di Molinos, condannati nelle proposizioni 63-68 (Denz-U, 283), nei quali si negava all'autorità ecclesiastica il diritto di inquisire e giudicare intorno al modo con cui uno guida le anime. Nella pratica, in un possibile caso di conflitto tra il giudizio del direttore spirituale e l'obbedienza dovuta al superiore, il direttore potrà, con prudenza, dichiarare che, secondo le norme generali della teologia morale, un determinato precetto non obbliga; oppure, in caso di libertà lasciata dalle autorità al diretto, il direttore può dichiarare esistere nel particolare caso una obbligazione, ma non può affatto esimere il suo diretto dal vincolo dell'obbedienza e dell'autorità.

Quando non si tratti di vero precetto, ma di eseguire regole o ordini indirettamente obbligatori, oppure "de bono meliori animae ", il giudizio del direttore spirituale potrà divergere da quello del superiore, ma il direttore spirituale deve attendere al fatto che spesso, se egli ha una più profonda cognizione dell'anima diretta, il superiore può conoscere molte circostanze della vita del diretto, ignote al direttore spirituale in ordine al suo carattere, difetti, e osservanza della vita religiosa. Onde occorre nel direttore spirituale molta prudenza ad evitare possibili abusi del suo consiglio da parte del diretto.

Si deve portare obbedienza al direttore spirituale in ordine alla vocazione o elezione di uno stato di vita? Parecchi direttori spirituali si prevalgono della loro autorità per imporre ai diretti i loro particolari punti di vista sulla vita religiosa, sulla permanenza nel mondo, ecc. Il Boccardo (III, pp. 639-42) stabilisce che, in materia di vocazione, il diretto deve completamente dipendere dal direttore, e solo può esporgli le ragioni che reputa pro e contro la scelta di un particolare stato. Il direttore spirituale può bensì dichiarare con prudenza che il diretto è chiamato o no alla vita religiosa, sacerdotale, coniugale, e che la reputa più o meno idoneo a tali forme di vita, e giudicare se i motivi edotti dal diretto sono soprannaturali, buoni, o deboli e illusori; «ma, posto ciò, non il direttore, ma il figlio spirituale stesso deve essere portato a scegliere l'ultimo giudizio pratico: dunque è volontà di Dio che venga seguito questo genere di vita (de Guibert, p. 173).

E consigliabile il voto di obbedienza al direttore spirituale? Fu praticato da parecchi Santi, per assicurarsi un maggior merito e sicurezza nella vita spirituale. La Chiesa non lo riprova, ma non si pronuncia in merito. Si può considerare il problema distinguendo vari casi. Se si tratta di scrupolosi inguaribili è completamente sconsigliabile. Ad essi si deve raccomandare l'ubbidienza passiva, non permettere il voto. Se si tratta di scrupolosi d'occasione, da cui si può sperare il pronto ritorno alla saggezza, è necessaria la più grande prudenza: può darsi che l'impiego di un voto sia per loro il mezzo di guarigione, ma è molto più prudente vedere se si può ottenere sottomissione, senza il voto.

In caso di anime ferventi il direttore spirituale non deve mai arbitrarsi di proporlo da parte sua al diretto. Se spontaneamente il figlio spirituale chiede di pronunciarlo, non si conceda facilmente, e solo entro limiti ben definiti, per evitare angustie di spirito, altre che al diretto, anche allo stesso direttore che, erigendosi a superiore, verrebbe ad assumere la responsabilità di tutte le azioni del diretto di fronte a Dio. Teoricamente
si può chiedere in forza di quale virtù obblighi tale voto. Si risponde: in forza della virtù della religione, e non dell'obbedienza, perché il voto non vale a costituire un vero superiore.

E particolarmente da sconsigliare la pratica di obbligarsi con voto a non mutare direttore, o a tener segreto ogni suo insegnamento, o a non consigliani con altri. Tutto ciò è dannoso alla vera pietà. E celebre, in merito, il caso di s. Giovanna di Chantal (cfr. s. Francesco di Sales: L'ipist. 221 e 223, in Oeuvres 1-12, pp. 277283). A chi è nello stato matrimoniale non è da consigliarsi il voto di obbedienza al direttore, salvo casi speciali.
V. Il direttore spirituale. - L'ufficio di direttore spirituale ordinariamente va riservato ai soli sacerdoti sia in ordine all'economia generale del soprannaturale, sia per la facile connessione che la d. s. ha con la Confessione, sia per la maggior preparazione e attitudine che il sacerdote possiede a tale ufficio. Vi sono teologi, come F. Guillere (Secret de la vie spirituelle, I, 1, 8, 2-3) e L. Boccardo (I, p. 145), che vogliono riservato in modo esclusivo l'ufficio di direttore spirituale ai soli sacerdoti. Non si può però ignorare che in passato vi furono esempi luminosi di tale ufficio esercitato da non sacerdoti come s. Francesco d'Assisi, s. Ignazio di Loyola prima del 1537, ecc. Celebre fu la direzione esercitata da Jean de Bernières-Louvigny (v.), il quale, oltre i confratelli dell'eremitaggio, dirigeva anche borghesi, monaci, religiosi, religiose, nonché sacerdoti. Perciò, col De Guibert, si può asserire : «lex absoluta et universalis solis sacerdotibus omnino reservans directionem animarum statui posse non videtur» (p. 173, n. 190).

La storia della vita ascetica registra anche il caso di donne direttrici spirituali, benché M. Viller osservi (L'abrégé de la perfection de la Dame milanaise, in Revue d'ascétique et mystique, 12 [1931], p. 82) «è difficile ammettere che una donna possa senza illusione esercitare l'ufficio di vero direttore». S. Caterina da Siena primeggia tra queste, e le sue "Lettere" sono veramente capolavori di d. s. Teresa di Gesù è la direttrice dei suoi Carmeli, Isabella Cristina Bellinzaga è la direttrice del p. Achille Gagliardi e di altri suoi confratelli della Compagnia di Gesù (cf. H. Bremond, Histoire littéraire du sentiment religieux en France depuis la fin des guerres de religion jusqu'a nos jours, XI, Le procès des mystiques, Parigi 1933, cap. 1, pp. 5-18). Relazioni di d. s. intercornero anche tre Madame Guyon e il suo direttore Fé. nelon (E. Masson, Féuelon et madame Guyon, ivi 1907). H. Lacordaire poteva scrivere a Madame Swetchine in una ora triste della sua vita: "voi siete la prima che mi avete guidato" (M. J. Rouët de Journal, Madame Swetchine, Parigi 1929, p. 257).

La d. s., per un complesso di esigenze teoriche e pratiche che regolano la serie di giudizi pratici i quali debbono regolare la coscienza diretta, suppone nel direttore speciali qualità.

Si possono fissare a sei le principali qualità richieste nel direttore spirituale :

1) santità, essendo la d. s., in modo particolare, opera di cooperazione all'azione della Grazia e dello Spirito Santo, il direttore deve considerare nelle anime unicamente Dio. a Dobbiamo noi per i primi essere pieni di Dio, se ne vogliamo riempire gli altri» (Olier, op. cit. in bibl., p. 141), «l'arte della direzione è una scienza non di studio, ma di orazione, non di speculazione, ma di amore" (Bérulle, Memorial pour la direction des supérieurs).
2) Scienza, anzitutto teologica, dalla dogmatica all'ascetica e mistica, con una sufficente cognizione della storia e letteratura della spiritualità, affinché possa ben dirigere e regolare le letture spirituali, e conosca le varie

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opinioni e soluzioni dei problemi. Sarà utile anche una cognizione estesa delle discipline psicologiche e psicopatologiche.
3) Prudenza soprannaturale e retto giudizio fortificato dal dono di consiglio, che il direttore deve particolarmente chiedere allo Spirito Santo. Dovendo condurre l'anima nella corrispondenza alla Grazia, mai deve ispirarle i propri gusti e le proprie inclinazioni, né guidarla secondo il suo modo di vedere. Il direttore che si regolasse cosi stornerebbe spesso le anime dalla condotta di Dio e contrarierebbe spesso la Grazia di Dio in loro.
4) Esperienza, che deve trarre su dalla pratica personale di santità, sia dalla molteplicità della d. s. (G. B. Scaramelli, t. I, trattato 1, a. 3^{°}, cap. 3, p. 70-71, n. 107-108).
5) Spirito di adattamento, col saper dare una d. s. appropriata e progressiva. Non essendovi due anime identiche in materia di d. s. «la sola legge veramente assoluta, è che non vi sia legge assoluta" (H. Bremond, Hist. litt. ecc., IX, Parigi 1932, p. 368). "Le vie di Dio sulle anime sono differenti, ma ciascuno non può perfezionarsi se non seguendo quella per la quale Dio vuole che cammini». Perciò i direttori debbono applicarsi in modo tutto particolare a discernerle, per non condurre mai le anime se non per la via ad esse propria.
6) La carità, "che è un affetto soprannaturale e fraterno che gli fa vedere nei diretti dei figli spirituali affidatigli da Dio stesso" (A. Tanquerey, Compendio di teologia ascetica e mistica, C. V, a II, n. 544 A).
VI. Metodo. - Il direttore spirituale deve conoscere l'anima diretta, la sua indole, le sue doti e difetti naturali, gli abiti buoni e cattivi acquisiti, il temperamento e il carattere, i peccati commessi, le tentazioni e le inclinazioni, gli impulsi attuali della Grazia, i progressi attuali, i celesti favori, ecc. Deve guidare sapientemente l'anima ad aprirsi evitando ogni esagerazione od eccessiva loquacità, con opportune interrogazioni, esigendo relazioni minuziose dello stato spirituale, suggerendo buone letture di formazione, esortando alla introspezione. L'anima va istruita nella via spirituale gradualmente, cogliendo tutte le occasioni.

Non è necessario che nella d. s. il direttore si serva unicamente delle cognizioni avute dall'anima, ma può servirsi di notizie certe, anche se avute da fonti esterne. Nella istruzione del diretto non si trascuri di dare una generale informazione dei principi spirituali, dimostrando come il consiglio dato si fonda sul dogma e sulle esperienza, deducendo, con prudenza, i principi alla pratica concreta.

Deve inoltre favorire la buona volontà del diretto procurando l'esecuzione pratica dei propositi. Talvolta può essere utile o necessario alla formazione e progresso dell'anima imporre prove, umiliazioni, o usare modi duri, ma questi mezzi vanno usati con somma cautela. Quantunque spesso si usi dai direttori spirituali aiutare e consigliare le anime dirette anche negli affari e cose temporali, affine di procurare il bene spirituale, e, quando si tratti di donne prive di ogni altro consiglio (A-M. Meynard, Trattato della vita interiore, I, Torino 1938, 11), nondimeno essendo molti i pericoli ed inconvenienti in questa materia si sconsigliano i direttori dal farlo, eccetto in casi veramente straordinari.

Il direttore deve evitare il dispotismo che imponga le idee proprie o tenga l'anima in uno stato di continua inferiorità, la vana gloria e la compiacenza della d. s., la perdita di tempo e vana curiosità, la debolezza ed il rispetto umano che impedisce di dirigere severamente l'eccessiva affettuosità e famigliarità, e l'attacco del cuore alle anime dirette. Pericolo da cui guardarsi è l'illuminismo, cioè la pretesa di dirigere le anime con lumi speciali.

La persona diretta deve evitare la pusillanimità, la falsa sicurezza sulla attribuzione di ogni responsabilità al direttore, la pigrizia nel volere e nell'agire, la vana gloria e l'amor proprio sviluppantesi nel parlar troppo di sé, l'eccessiva affettuosità verso il direttore.

Chi scegliere per direttore? Per molti il direttore è indicato dalle circostanze ordinarie e naturali dell'ambiente, come, per molte anime, il parroco, il padre spirituale delle comunità, ecc. Per alcuni casi particolari la scelta o disposizione può avvenire per vie di speciale ispirazione divina; cosi il b. Claudio de la Colombière per s. Margherita M. Alacoque.

All'infuori di questi casi, l'elezione ordinariamente si faccia con libertà, umiltà e discernimento, ponderando attentamente le circostanze e le possibilità di realizzazione. E noto come il CIC lasci ampia libertà in materia di d. s.

E consigliabile che il direttore spirituale sia unico, il che non esclude la possibilità per il figlio spirituale di prendere consigli anche da altri uomini prudenti in casi determinati e particolaregglati. La moltitudine dei consiglieri genera confusione nelle anime; il che vale in modo tutto speciale per chi è propenso ad ansietà e scrupolosità.

Un'anima, una volta eletto il direttore, può cambiarlo. Talvolta questo cambio è imposto dalle stesse vie provvidenziali; se, p. es., il direttore o il diretto vengano mutati di luogo, o se il direttore, per la scarsezza del suo tempo, non possa dare all'anima diretta se non un tempo molto limitato o quasi nullo, oppure limitare la sua d. alle sole lettere spirituali.

Anche per intriseche ragioni si può consigliare questo cambio; cosi la difficoltà di aprirsi con un determinato direttore, che non sia mera tentazione, timidità o spirito di superbia; l'inefficacia della d. particolare, nata da deficenze teoriche o pratiche del direttore. Il cambio deve esser fatto con prudenza, senza fretta, dopo aver ascoltato l'illuminato porere di terze persone.

Ma si debbono attentamente evitare l'incostanza e l'amor proprio.

## VII. FORME SPECIALI. - 1. La d. s. delle donne.

Questa esige particolare avvedutezza e delicatezza. "Creatura d'intuizione come è e di sentimento più che non di fredda ragione, la donna si trova esposta, forse più dell'uomo, ad errori ed esagerazioni, a mancanze di ponderazione ", particolarmente in materia spirituale (Plus, p. 129 sgl.

Occorre particolare avvedutezza, perché, come nota il La Bruyère, le donne amano il molto parlare, e sotto apparenza di ubbidite e di essere dirette, spesso amano i loro gusti, comandare e dirigere il direttore: «Vogliono dice il La Bruyère, - un direttore a loro modo, un direttore cioè di cui esse stesse siano le direttrici, suggerendo il modo con cui egli deve dirigerle».

2. La d. s. dei fanciulli. "Dirigere il fanciullo consiste nell' iniziarlo direttamente e personalmente alla pratica delle virtù e alla riforma delle sue cattive abitudini. E insegnargli come deve fare a diventare un perfetto cristiano, come deve correggersi da un determinato difetto che sfigura la sua anima, come deve acquistare un determinato modo di pensare, una determinata regola di condotta, richiesta dalla sua situazione attuale. Mediante la d. s. il fanciullo impara a utilizzare nella sua condotta personale e nei rapporti col prossimo le grazie ricevute nella Comunione e Confessione" (E. Poppe, La d. s. dei fanciulli, trad. it., Milano, p. 33).

La sede migliore della d. s. è per il fanciullo la Confessione. Si consiglia di prendere particolarmente come materia di d. la preghiera, la mortificazione (con speciale riguardo alla modestia e purezza); e i doveri sul proprio stato. E. Poppe consiglia in modo particolare la d. s. anche "dogmatica", cioè quella d. s. fondata sulla formazione dottrinale, poiché non è desiderabile una d. s. unicamente morale.

La d. s. se è un mezzo ordinario di perfezione per ogni cristiano adulto, è un mezzo assolutamente indispensabile per il fanciullo e per il giovane, come riconosce anche J. J. Rousseau nell'Emilio (I. V.). "Un fanciullo e,

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tanto più un adolescente, e un giovane, non arriverà mai da solo, senza un miracolo, alla pienezza della vita cristiana" (C. Gnocchi, op. cit. in bibl., p. 15). L'uso largo e profondo della d. s. per i giovani incontra molti ostacoli da parte dei confessori, per mancanza di fiducia nell'esito buono, e per pratica mancanza di tempo, e per parte dei giovani, molti dei quali la ignorano, o sono prevenuti contro, o non ne comprendono bene i limiti, spesso dannosamente oltrepassandoli e rimanendone sfiducato. Nel fanciullo e nel giovane la dote fondamentale di un buon metodo di d. s. è la gradualità. Nei fanciulli e nei giovani bisogna in modo particolare curare la formazione alla verita, alla coscienza morale, alla volontà, educando in loro la personalità cristiana, ed infine l'educazione alla pienezza del cristianesimo. Consigliabile per tutti i direttori spirituali la lettura del capitolo I giovani, in A. Grazioli, La pratica dei confessori nello spirito del b. Cafasso (Asti 1945, pp. 139-44).
3. D. s. per via epistolare. - Il modo ordinario di donare la d. s. che si deve sempre usare quando non si oppongono gravi ragioni è la d. s. orale «ergo - nota il De Guibert (cap. IV, sect. 2, II, p. 193) - ubi haberi potest neque bona directio ore accipienda, avertendi sunt homines ab eadem per epistulas quaerenda: : la semplice difficoltà di mutare direttore o di aprirsi con un altro non sembra un motivo sufficente al cambio, salvo particolari eccezioni nella difficoltà di aprirsi.

La d. per lettera, data a persone che non si siano prima conosciute personalmente, tranne lumi speciali, non è da riputarsi utile ed efficace, almeno che non si tratti di risposte a questionari particolari.

Una occasionale d. s. data per lettera, se è preceduta da una d. s. orale occasionale, ad es., nel tempo degli esercizi spirituali, solo raramente può essere utile, salvo che non serva a completare norme di direzione già iniziate oralmente.

Può essere utile la d. s. epistolare nel caso particolare che il direttore abbia già diretta per lungo tempo l'anima, e questa si trovi dinanzi a difficoltà particolari, e d'altra parte l'attuale direttore spirituale non emerga per una particolare capacità direttiva.

Nella d. s. epistolare sono infatti da evitare numerosi pericoli e difficoltà, tra le quali sono da segnalare il forte sciupio di tempo, non compensato da proporzionato frutto, perché spesso raggiungibile con altre forme meno gravose, e la difficoltà di adeguare bene la risposta epistolare allo stato dell'anima nel momento in cui riceverà la lettera (Plus, VII, pp. 149-52).

Tuttavia, come nota il Plus, di lettere di d. s. ve n'è una quantità immensa. Le une dottrinali (mons. D'Hulst), altre più psicologiche (s. Francesco di Sales), altre più descrittive (P. Didon); le une contengono consigli generali, e servono per un certo numero di anime (s. Vincenzo De' Paoli), le altre hanno di mira casi particolari (come le lettere del p. De la Colombière a s. Margherita Maria. Plus, VII, p. 148). Sono celebri le Lettere di d. di mons. D'Hulst, edite da A. Baudrillart.

Norme: 1) scrivere in vista della sola gloria di Dio; 2) essere sobri, poiché come osserva il Marmion: "le lunghe, frequenti lettere di d. fanno più male che bene" (Lettera del nov. del 1919, nelle Vie, p. 264); 3) con le donne non indulgere al sentimento; 4) con le donne non si debbono mai far confidenze personali.
4. La d. s. dei sacerdoti. - Intorno alla d. s. dei sacerdoti bellissimi sono gli insegnamenti del b. Cafasso, contenuti in mons. A. Grazioli, La pratica dei confessori nello spirito del b. Cafasso (Asti 1945), pp. 311 -20.
5. La d. s. degli anormali psichici. La psicoterapia, antica quanto l'umanità nei suoi procedimenti empirici, come scienza moderna fornisce preziose nozioni e principi metodici alla d. s. degli psicopatici. Nella quale direzione occorre tenere presente la classificazione sistematica delle malattie dello spirito in psicosi generali, che nelle forme più acute può giungere alla perdita totale della ra-
gione, in psicosi circoscritte o sistematizzate, in cui esistono solo idee deliranti, e in psiconeurosi.

I tarati da malattie mentali che siano suscettibili di d. s. sono, come è evidente, solo quelli che non sono totalmente alterati nella loro vita psichica, pur presentando notevoli anomalie. Il direttore spirituale deve procedere, con ognuno di essi, conformando la sua direzione allo stato psichico del suo diretto. Deve persuadere più che suggestionare. Il De Sinéty (p. 130) ritiene che il direttore spirituale possa ricorrere talvolta anche alla suggestione nella d. s. di un' anima tenuta psichicamente, ma non mai alla forma di suggestione ipnotica. La persuasione rimane però la via regia perché rispetta la libertà di spirito e presenta solo tutte le garanzie desiderabili di efficacia e di durata. Occorre conquistare la fiducia del malato psichico con pazienza instancabile, non mostrando mai di aver fretta, di essere seccati per le reticenze o le lungaggini dell'infermo, non ironizzando mai sulla sua infermità.

Per le psicosi generali dovute a intossicazioni esogene (alcool, morfina, ecc.) o endogene, o a cause organiche sconosciute, particolarmente negli stati maniaci depressivi, cioè nella mania agitata, nella malinconia depressa, e nella pazzia, ben poco il direttore spirituale potrà fare, perché né la suggestione, né la persuasione servono; in generale si perde il tempo a lottare direttamente contro una idea delirante, a tentare di rianimare un malinconico tipico, o a calmare un maniacn, essendo caratteristico di tali stati la resistenza alla persuasione. Quando il paziente è un perseguitato o un persecutore, un inventore o uno pseudo-anistico non si ottiene nulla a discutere le sue idee fisse; non ascolta neppure, ed è nell'impossibilità di credere a ciò che gli si dice (De Sinéty, p. 139). Il dircttore procuri nel caso di non contraddire, non discutere, ma con abili sforzi far scivolare la mente ad altri soggetti.

La d. s. degli psicoastemici, quando non siano colpiti da psicosi, può giungere a buoni risultati se ben condotta. Bisogna spiegare chiaramente ai malati il carattere patologico del loro stato, senza impaurirli, ma prospettando loro la certezza di guarirne, o almeno, di notevolmente migliorare.

Scrupolosi e nevrastenici si dirigono spiritualmente con la persuasione e l'obbedienza. Per gli isterici, v. isterismo.

Bibl.: Oltre le citazioni bibliografiche contenute nel corso dell'articolo: s. Francesco di Sales, "Introduzione alla sola dovuta», I, 4; Ludovico da Pensa, Guide spirituali, Roma 1828. IV, 2; A. Rodriguez, Esercizio di perfezione e di virtù cristione, III, p. 7; P. Pinaimonti, Il Direttore, Firenze (1704); G. B. Scaramelli, Direttario ascetico, Torino 1892, I, n. 92, 131; F. Gualtore, Maximes spiritualies pour la conduite des dmes, Parigi 1858; L. Beaudenon, Pratique progressive de la confection et de la direction, ivi 1902; id., Lettres de direction, ivi 1920; L. Boccardo, Confessione e direzione, 3 voll., Torino 1921; W. Faber, Progressi dell'anima nella vita spirituale, Torino 1870, cap. 18; F. Vincent, S. François de Sales directeur d'ámes, Parigi 1923, pp. 397582; Direction spirituelle, in Dict. pratique des connaissances religieuses, II, ivi 1925, coll. 826-80; D'Agnol e D'Espinay, Direction de conscience, ivi 1934; J. de Tonquedec, Anormaux (Sanctification des), in DSp. I, col. 678 sg.; R. Plus, La d. s. secondo i maestri spirituali, Torino 1935; A. Saudreau, I gradi della vita spirituale, metodo per dirigere le anime seguendo i loro progressi nella virtù, 2 voll., Milano 1937; R. de Sinéty, Psicopatologia e d. s., trad. it., Brescia 1939; C. Gnocchi, I giovani dei nostri tempi e la d. s., Roma 1940; G. Olier, Il direttore spirituale secondo lo spirito di G. O., vers. it., Milano 1944; J. de Guibert, Theologia spiritualis ascetica et mystica, Roma 1948, p. 166-95; D. Considino, Note di d. s., vers. it., Brescia 1949.

Umile Bonzi da Genova
DIRIGENTE D'IMPRESA. - E come l'intermediario tra il datore e il prestatore d'opera. In realtà è anch'esso un prestatore di lavoro in quanto non è legato all'azienda da un vincolo di proprietà, ma solo d'impiego. Il suo però, data la importanza e la responsabilità dell'ufficio, è un vincolo tale che lo costituisce in una categoria a sé che, di regola, i dipendenti non dialoguono da quella dei datori di lavoro. Il d. d'l. è come il perno attorno a cui si svolge la molteplice attività dei diversi fattori pro-

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dutrivi, donde la sua prominente importanza nell'assicurare all'azienda piena efficenza.

La figura del d. d'i. non proprietario né imprenditore, da un lato, specie nelle grandi imprese anonime, appare come la creatura della funesta separazione tra capitale e lavoro, dall'altro però è un esempio di ciò che anche il semplice lavoratore capace potrebbe diventare, indipendentemente dalla disponibilità di capitali, con un'adeguata preparazione. Tanto opportunamente perciò Pio XII, nel messaggio natalizio del 1942 (AAS, 35 [1943], p. 9 sg.), auspica l'attuazione di provvidenza sociali che diano ai figli dei lavoratori, dotati di particolare ingegno, la possibilità di una formazione superiore

Sui compiti del d. d'i. molto si è scritto in questi ultimi tempi e si sono indicate, in una più o meno lunga catalogazione, le leggi secondo le quali egli deve attendere al governo dell'azienda. Basta ricordare, tra i nomi più celebri, quelli dell'Emerson, del Taylor, dell'Alford, del Fayol, del Vilbois, del La Vallière, del Raymond, del Le Chatelier, del Landauer, ecc. (cf. F. Mauro, Il capo nell'azienda industriale, 4ᵃ ed., Milano 1946). Quasi tutti però si sono limitati in prevalenza all'aspetto tecnico e artistico della direzione aziendale. Ma non bisogna sottovalutare l'aspetto etico che ha massima importanza per chi, come il direttore di un'impresa, ha rapporti con un mondo umano molto vario, di tendenze e mentalità diverse, e spesso contrastanti.

E vero che in un'impresa nella quale le leve di comando sono maneggiate da un capitale anonimo o da un imprenditore esclusivamente preoccupato del suo tornaconto, le possibilità del d. d'i. sono assai limitate e coartate; tuttavia, anche solo per l'importanza del suo ufficio, egli ha sempre un raggio d'influenze abbastanza vasto. Molteplici pertanto sono i suoi doveri sia in ordine all'impresa che al personale e al bene comune.

Nel confronto dell'impresa, ha il dovere di curarne il buon funzionamento; e questo non solo per obbligo di rigorosa giustizia verso i datori di lavoro, ma anche per un debito di giustizia, almeno sociale, verso i dipendenti. Osserva infatti Pio XI, nella Quadragesimo anno, che talora l'azienda non è in grado di corrispondere alle proprie miscetranze un salario giusto a causa dell'indolenza, incapacità e noncuranza del progresso tecnico ed economico (cf. I. Giordani, op. cit. in bibl., p. 328, n. 33).

E di ciò la responsabilità può ricadere anche sul d. d'i.; e tanto più vi ricade se nell'amministrazione di essa ha una parte preminente; il che oggi si verifica con notevole frequenze, poiché, specie nelle imprese a grandi dimensioni, le proprietà è spesso divisa e perfino polverizzata tra i molti e moltissimi azionisti estranei alla vita dell'azienda ed effettivamente investiti soltanto del potere di designarne gli amministratori. Il d. d'i. è tenuto quindi ad essere al corrente dei progressi della tecnica e delle fluttuanti situazioni del mercato. E tenuto inoltre, come è ovvio, ad essere obbiettivo nella stesura dei bilanci, imparziale nella scelta del personale e nell'assegnazione dei compiti, attivamente vigile nell'assicurare l'igiene e sanità morale negli ambienti di lavoro, premuroso a che trovino debita soddisfazione le esigenze religiose e familiari dei suoi dipendenti ed informato ad umana comprensione nei confronti dei loro bisogni e delle loro legittime aspirazioni. Oggi più che mai l'azienda, pur rimanendo una combinazione economica dei fattori della ricchezza, assume volto e valore di una comunità di lavoro; perciò l'impegno morale del d. d'i. assume importanza sempre maggiore e per la sua posizione d'intermediarietà fra detentori del capitale e prestatori d'opera può essere elemento determinante della progressiva instaurazione di un ordine economico-sociale fondato sull'umana solidarietà e fattiva collaborazione.

Birl.: P. Saraceno, Profilo del capo d'azienda, in Studium, 27 (1941), pp. 221-26; id., Proprietà e direzione aziendale nella moderna organizzazione industriale, ibid., 39 (1943), pp. 337 343; I. Giordani, Le encicliche sociali, 2² ed., Roma 1943, p. 328, n. 33; F. Mauro, Il capo nella azienda industriale, 4ᵃ ed., Milano 1946; J. Joubert, Les problèmes de direction du personnel, association nationale des directeurs et chefs de personnel, Parigi 1948.

Luigi Morstabilini
DIRITTI DELL'UOMO. - La dichiarazione dei d. dell'u., che ha esercitato grande influsso sugli orientamenti posteriori del pensiero sociale e giuridico, particolarmente in Europa, è quella approvata dall'Assemblea nazionale francese nel 1789 e poi incorporata nella Costituzione Repubblicana del 1791.

Storicamente sembra ormai accertato, dopo lo studio dedicato a questo soggetto dal Jellinek, che il modello, sul quale la dichiarazione venne redatta, sia stato fornito dai Bills of rights delle Repubbliche americane di recente costituzione. Le colonie inglesi dell'America del nord, sollevatesi contro la madre patria e ottenuta l'indipendenza, tra il 1776 e il 1784 procedettero alla formolazione di leggi riguardanti i d. dell'u., i quali poi trovarono una sanzione adeguata nella Costituzione federale. Precedenti ancora più remoti di simili dichiarazioni si hanno nella storia inglese, dalla quale i legislatori americani hanno dovuto attingere l'ispirazione. Nella Magna Carta del 1225 Enrico III accordava a serte categorie del popolo alcune determinate libertà, le quali venivano sostanzialmente ripetute nella Petition of rights del 1628, nel Bill of rights del 1689 e nell'Act of settlement del 1701.

L'esempio americano, conosciuto in Francia quando si radunò l'Assemblea nazionale, trovò gli animi già disposti ad imitarlo. Il terreno era già stato profondamente dissodato dalla filosofia illuministica. Mentre le precedenti dichiarazioni non facevano altro se non riconoscere e sanzionare dei diritti tradizionalmente posseduti da alcune categorie della popolazione, la leggi americane e la dichiarazione francese si sollevano ad un piano di maggiore universalità, poiché i diritti proclamati come inviolabili sono riconosciuti come d. dell'u. in quanto tale, germoglio spontaneo della sua natura e limite invalicabile del potere dello Stato.

Il fondamento comune sul quale essi si appoggiano è il giusnaturalismo, che dall'Inghilterra passò con i coloni in America e dilagò nella vicina Francia, producendo gli stessi effetti nei due continenti. Questo atteggiamento teorico pose al centro del sistema l'uomo, la cui ragione sollevò a criterio della verità e alla cui volontà attribuì un'autonomia originaria, come fonte ultima di ogni legge. A questo nuovo idolo vennero attribuiti dei diritti innati e inalienabili, ai quali non si assegnò altro fondamento se non la natura umana, escluso ogni superiore appello ad una fonte trascendente dichiarata inconoscibile.

La proclamazione dei d. dell'u. affonda le radici in questo suolo e da esso assorbe quel suo aspetto di esasperato individualismo, che contrappone individuo e Stato come due nemici, dissolve la vita sociale nell'atomismo volontaristico ed esagera, oltre il limite compatibile con l'ordinata vita sociale, la libertà, dando origine alla scuola fisiocratica e liberale, e l'eguaglianza, apprestando la molla di propulsione al socialismo anarchico e al comunismo. A questo fondo teorico non ai d. dell'u. in se stessi, si rivolgono le condanne di Pio IX e di Leone XIII.

Se si prescinde, infatti, dalla concezione, alla quale essi vennero ancorati, la loro affermazione corrisponde ad un'esigenza resa viva e operante dal cristianesimo. Saltando parecchi secoli di storia, si è voluto sostenere dal De Ruggiero, che i concetti di libertà e di eguaglianza, che formano il cardine della dichiarazione dei d. dell'u., siano riapparsi alla superficie nell'ambiente calvinista di Ginevra, sotto il cui influsso il Rousseau scrisse le opere, che fornirono la trama ideologica alla Rivoluzione Francese. Il Cassirer, invece, suppone come dimostrato

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che questo merito debba essere attribuito alla riforma. Opinioni queste senza fondamento storico, contro le quali sta il fatto che tanto il calvinismo quanto la riforma sono responsabili della più profonda svalutazione dell'uomo, avendogli negato in radice la libertà con la teoria della natura sostanzialmente corrotta dal peccato originale.

Le propagini della dichiarazione dei d. dell'u. risalgono al primo apparire del pensiero cristiano che diede alla persona umana la coscienza della propria dignità, proclamando l'uomo figlio di Dio, fatto a sua immagine e somiglianza, e conseguentemente dotato di un'alta nobiltà originaria, per la quale diventa il centro dell'universo visibile, che gravita intorno a lui per servirlo ed aiutarlo a raggiungere lo scopo trascendente, cui è diretta la sua esistenza. Da questa dignità indistruttibile e dallo scopo, che egli è chiamato ad attuare, servendosi anche della società, scaturiscono i suoi diritti innati, come potere di azione, barriere protettive della sua personalità e valori obbiettivi, che si impongono al rispetto di qualsiasi ente creato. Senza il messaggio cristiano l'uomo non avrebbe potuto spezzare le catene della servitù che lo legavano allo Stato, né avrebbe potuto riconoscere in ogni altro essere razionale quell'eminente dignità, che trasporta le sue concezioni sul vero piano dell'universalità.

La speculazione cattolica si è giovata di questi dati rivelati come guida per elaborare la sua concezione razionale dei d. dell'u. Fin dal medioevo essa ha scoperto il filone d'oro del diritto naturale, sul quale ha appoggiato saldamente i diritti soggettivi della persona umana, proclamandoli e difendendoli con immutato vigore, ancora prima che il pensiero contemporaneo ne avesse di nuovo fatto la scoperta. I d. dell'u. sono, dunque, una conquista molto antica, alla quale ha attinto la dichiarazione della Rivoluzione Francese. Di nuovo essa vi ha aggiunto solamente l'elemento dissolvente del razionalismo agnostico, che lascia i d. dell'u. senza fondamento consistente, giacché ogni diritto rimane privo di valore, se non si ammette come sua ultima istanza una mente suprema ordinatrice ed una volontà somma creatrice.

I d. dell'u., diventati ormai patrimonio del pensiero sociale e giuridico moderno, sono anche detti diritti di libertà, in quanto tutti si raccolgono intorno al più fondamentale, quale è quello della libertà, soppressa la quale non è più possibile esercitarne alcuno. Oltre all'eguaglianza, già nella dichiarazione dell'Assemblea nazionale francese essi comprendevano il diritto di proprietà, di sicurezza, di resistenza all'oppressione, della libertà di pensiero, di opinione, di stampa e di religione. Lo schema, con i dovuti adattamenti e allargamenti suggeriti dalle condizioni sociali e politiche di ogni paese, è passato a quasi tutte le costituzioni moderne, ad eccezione della Russia, che subordina totalmente il cittadino alla classe. Tuttavia col tempo lo spirito si è alquanto mutato e il quadro è venuto lentamente ad allargare la sua cornice. Alla visione individualistica della società è succeduta una maggiore coscienza dell'organicità dello Stato, in virtù della quale ai diritti sono stati associati anche i doveri e di alcuni di essi in particolare, come della proprietà, si è tenuto a mettere in rilievo non soltanto l'aspetto individuale, ma anche l'aspetto sociale, come fece a suo tempo la Costituzione di Weimar (aa. 109-65) e più recentemente la Costituzione della Repubblica italiana (aa. 2-4, 6, 8, 13-27, 35-46, ecc.). Questa,
anzi, ai tradizionali d. dell'u. ha aggiunto la menzione espressa dei suoi diritti sociali e ha integrato il concetto dell'eguaglianza formale dinanzi alla legge, alla quale si restringe la maggior parte delle costituzioni, con quello dell'eguaglianza reale e di fatto, per ottenere una maggiore parità economica tra le classi.

La penetrazione dei d. dell'u. in quasi tutte le costituzioni del mondo civile non è stata accompagnata da una sistemazione dottrinale, che li mettesse al sicuro dalle invalenze del potere dello Stato. Fin dal sec. 215 si è determinata una forte reazione, in parte giustificata, contro il giusnaturalismo, accusato di pascersi di astrazioni. Il bisogno di maggiore concretezza ha fatto sorgere un indirizzo di pensiero, che relegando tra i detriti di vecchi sistemi il diritto naturale, ha tentato di impostare su altri criteri la teoria dei diritti soggettivi. Il positivismo giuridico ha accettato come postulato che unica fonte del diritto è la volontà sovrona dello Stato, intrinsecamente illimitato nella sua potestà di azione. Posto a base del sistema questo concetto della sovranità, ha dovuto logicamente negare l'esistenza di qualsiasi diritto soggettivo originario nell'uomo, configurando quei diritti, che pure le costituzioni continuavano a riconoscere, come un riflesso del diritto positivo, unico e vero diritto, al quale attribui il potere di sollevare l'uomo al grado di persona giuridica e le sue facoltà naturali a quello del diritto.

I d. dell'u. in tal maniera venivano ridotti a nulla, poiché un diritto la cui esistenza dipende da una volontà assolutamente autonoma non è accompagnato da garanzia alcuna, che venga da quella volontà rispettato, come limite invalicabile alla sua azione; ossia non è più un diritto. Vari sono stati gli espedienti escogitati dalla dottrina giuridica per sormontare questa difficoltà : tutti però si sono rivelati vani. Solo un ritorno alla non mai tramontata concezione classica del diritto naturale potrà di nuovo offrire una base solida ai d. dell'u.

Il riconoscimento dei d. dell'u. si è anche esteso al campo internazionale. Sebbene ancora la dottrina comune ai mostri restia ad ammettere che l'individuo possa essere considerato per qualche aspetto come soggetto dell'ordinamento internazionale, tuttavia né la pratica degli Stati, né il diritto contrattuale si è di lui disinteressato. A questo proposito vanno ricordati gli interventi di umanità, con i quali le nazioni europee mossero alla difesa delle popolazioni oppresse dall'Impero ottomano, in Grecia nel 1827 e in Siria e nel Libano nel 1860. Maggiore importanza riveste per la protezione internazionale dei diritti umani il Trattato di Berlino del 1878, che redasse un vero codice protettivo delle minoranze, alle quali assicurava il godimento dei diritti civili e politici, della libertà di culto, della organizzazione gerarchica delle confessioni religiose. La Società delle Nazioni perfezionò il sistema protettivo dei diritti umani, stipulando con la Polonia e con gli altri Stati, che avevano estesi i loro confini dopo la prima guerra mondiale, dei trattati, con i quali imponeva il rispetto del diritto alla vita e alla libertà, alla libera professione religiosa e al culto pubblico, all'eguaglianza civile e politica, all'uso della lingua nazionale, allargando così il quadro dei diritti umani già disegnato dal Congresso di Berlino.

Quasi contemporaneamente, nel 1919, l'Istituto di diritto internazionale di Nuova York votava all'unanimità una mozione, nella quale si faceva promotore di una dichiarazione internazionale dei d. dell'u., che sarebbe dovuta diventare la carta permanente delle nazioni. A questo movimento diede il suo appoggio l'Unione cattolica di studi internazionali, la quale nel 1931 invitava, con una sua mozione, gli studiosi a lavorare all'elaborazione dottrinale di una dichiarazione dei d. dell'u. Lo Statuto delle Nazioni Unite, accettato nel 1945 da 49 Stati, ha soddisfatto solo in parte a questi postulati, impegnando nel suo preambolo gli Stati facenti parte dell'organizzazione al rispetto dei d. dell'u. e delle sue libertà fondamentali, senza distinzione di razza, di sesso e di religione. Una carta, che si assomiglia nel campo

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internazionale alla dichiarazione dei d. dell'u. della Rivoluzione Francese, è stata redatta dall'Organizzazione delle Nazioni Unite e approvata da 48 nazioni contro otto astenute il ro dic. 1948.

Il quadro dei d. in essa riconosciuti è molto ampio. Si apre con un articolo, ricalcato sulla carta redatta al tempo della Rivoluzione Francese, nel quale si afferma che tutti gli uomini nascono liberi ed eguali in dignità e nei d. Tra i d. individuali vengono proclamati quelli alla vita, alla libertà e alla sicurezza personale, il cui mantenimento è rafforzato dall'interdizione della schiavitù in tutte le sue forme, della tortura, pene o trattamento degradante, come dal riconoscimento della personalità giuridica della persona in tutti i luoghi. L'eguaglianza, già affermata nell'articolo preliminare, conserva la forma di eguaglianza di fronte alla legge e al trattamento dello Stato. Alla sicurezza personale si viene incontro con la proclamazione del d. di non essere arbitrariamente arrestato o esiliato e con la norma positiva di essere giudicato da un tribunale imparziale in dibattito pubblico. A questo proposito si sancisce la norma nulla poena sine lege, escludendo che si possa punire per azioni non considerate delittuose, all'atto della loro posizione, e oltre i limiti dalla legge allora sanciti. Per rendere efficente la libertà, si esclude ogni arbitraria interferenza nella vita privata, nella famiglia, domicilio e segreto epistolare.

Nella parte che riguarda la famiglia e la società, sono stati inclusi i d. a contrarre liberamente il matrimonio e a fondare una famiglia, nel seno della quale l'uomo e la donna sono perfettamente eguali, e non si manca di affermare che la famiglia, come elemento naturale e fondamentale della società, ha diritto alla protezione sociale. La proprietà viene riconosciuta come legittima. In una serie di articoli tornano ad essere riconsacrati i noti d. di libertà di coscienza, di pensiero e di religione, d'opinione e d'espressione, di riunione e d'associazione, con una larghezza che lo stesso liberalismo classico non ha raggiunto. L'eguaglianza nel godimento dei d. civili e politici trova anch'essa un'adeguata considerazione, sebbene venga connessa con l'affermazione del principio democratico della volontà del popolo quale fondamento dell'autorità e dei poteri pubblici, donde poi la consacrazione giuridica delle periodiche consultazioni mediante votazioni libere e del suffragio universale eguale a voto segreto.

La serie dei d. sociali comprende : il d. alla sicurezza, per soddisfare i d. economici, sociali e culturali indispensabili alla dignità e al perfezionamento della persona umana; al lavoro, alla sua libera scelta e ad un'adeguata remunerazione con un salario eguale per lavoro eguale, che deve in ogni caso corrispondere alle necessità individuali e familiari; alla libertà di fondare sindacati e di appartenervi; a una condizione di vita sufficente ad assicurare il benessere del lavoratore e della famiglia, a prennunirlo contro la disoccupazione, la malattia, gli infortuni e la vecchiaia. Una speciale menzione hanno i d. della maternità e dell'infanzia, per la cui educazione si accetta il principio della priorità del d. dei parenti.

La Carta delle Nazioni Unite, delle quale si sono elencati sommariamente i d. ha i suoi pregi e i suoi difetti. Segna un progresso indiscusso nella società internazionale, la quale ha cosi cominciato a interessarsi della persona umana in modo veramente collettivo. A suo merito è da ascriversi l'aver posto al centro della dichiarazione la persona umana, superando in parte l'individualismo, e di aver rovesciato la concezione positivista, che faceva derivare tutti i d. soggettivi dall'ordinamento dello Stato, considerando i d. umani come fondamentali e intangibili da parte del potere pubblico, con un ripiegamento sensibile verso la tesi del d. naturale. In particolare vanno rilevati i paragrafi sulla famiglia e sull'educazione, dove sono penetrati principi sani.

Ai pregi notati si accompagnano non pochi difetti. La Carta delle Nazioni Unite non ha superato la concezione razionalistica del d., e perciò ha lasciato i d. dall'u. senza fondamento ontologico. Concepiti come facoltà inerenti alla persona umana ed emergenti dalla natura razionale, non collegata con la sua origine trascendente,
la cui menzione è stata positivamente esclusa, essi hanno scarsa garanzia d'imporsi alla volontà dello Stato come norma categorica. I concetti, inoltre, di libertà e d'uguaglianza rimangono, come nella dichiarazione francese, sul piano astratto della natura, senza scendere al piano concreto, dove la libertà è intrinsecamente limitata e l'eguaglianza si mescola con le disuguaglianze naturali e acquisite. Il d. di proprietà viene enunziato in forma troppo assoluto, senza nessun accenno alla sua funzione sociale. Maggiori riserve meritano gli articoli riguardanti le libertà moderne, particolarmente quella religiosa, rispetto alla quale per la dottrina cattolica è un non senso il d. di cambiare religione. In fine la carta indulge nell'enunziato di principi teorici discutibili, qual'è quello che l'autorità e i poteri pubblici si fondano sull'autorità del popolo, del suffragio universale eguale, che consacra come d. il regime parlamentare.

La dichiarazione delle Nazioni Unite non ha virtù vincolante per gli Stat