volume-04

Back to Volumes
ò determinare d.

Per lesioni sopranucleari, la d. è causata, di regola, da focolai bilaterali; ciò si spiega con la bilateralità dell'innervazione degli organi fonatori. Lesioni unilaterali possono determinare d. transitoria. La d. può essere causata da atassia degli organi fonatori.

La distinzione tra d. (e anartria) e afasia motoria (v. afasia) si fa in base ai seguenti dati differenziali: nel disartrico il linguaggio interno è ben conservato onde la possibilità di esprimersi correntemente con la scrittura e comprendere perfettamente la parola parlata e scritta; nell'afasico è colpito il momento corticale del linguaggio, per cui frequentemente si verificano disturbi della comprensione della parola parlata e scritta. Il disartrico pronunzia male tutte le parole; il canto non ne migliora in nulla l'articolazione; l'afasico pronunzia bene alcune parole e niente affatto altre di cui ha perduto l'immagine verbale; spesso nel canto pronunzia correttamente parole che poi non è in grado di ripetere parlando; lo stesso accade per parole automatizzate (invocazioni, imprecazioni). L'afasico non sa più parlare, l'anartrico non può più parlare (J. Déjérine).

Nella d. la difficoltà di articolazione concerne soprattutto le consonanti: labiali, palatine, dentali, a seconda dell'organo fonatore feso (paralisi facciale, bilaterale del velopendolo, della lingua); la lesione del nervo laringeo inferiore, che causa paralisi della corda omo. laterale, rende difficile la pronunzia delle vocali. Oltre queste lesioni di singoli nervi, si debbono considerare alcune malattie e sindromi in cui la d. è sintomo preponderante. 1) Lesioni nucleari: paralisi labio-glossolaringea o paralisi bulbare cronica progressiva, sola o nel quadro di una sclerosi laterale amiotrofica; la parola è lenta, priva di modulazioni, con prevalente disturbo della pronunzia delle linguali e delle labiali. 2) Lesioni sopranucleari: a) paralisi progressiva (v. demenza paRALITICA PROGRESSIVA) in cui la parola è strascicata, talora tendente allo scandimento con caratteristica trasposizione di sillebe; nei casi avanzati, talora, la pronunzia è inintelligibile, ridotta quasi alle sole vocali; b) paralisi pseudo-bulbare, da lesioni multiple cerebrali bilaterali con d. simile a quella della paralisi bulbare, ma meno grave, voce afona, nasalizzata, senza modulazioni. 3) Lesioni dei nuclei della base, anche senza comprensione della via cortico-nucleare (morbo di Parkinson, malattia di Wilson, status marmoratus, coresa ecc.); nella forma più comune, il morbo di Parkinson, la voce è monotona e spesso le parole sono pronunziate in modo progressivamente accelerato. 4) Atassia dei muscoli fo-
natori (può riscontrarsi nella sclerosi multipla, nell'ere-do-atassia spino-cerebellare, in affecioni cerebellari di varia natura), con parola scandita, talora esplosiva. 5) Miastenia grave, in cui le prime parole sono bene articolate, ma, non appena si inizia la stanchezza, la parola diviene debole, afona, indistinta. 6) Miopatia (tipo facio-scopoloomerale): nei casi gravi è difficile la pronunzia delle labiali, come nella paralisi facciale bilaterale.

BILL.: J. Déjérine, Sémialogie des affections du système nerveux, Parigi 1900; J. Purves-Steward, The diagnosis of nervous diseases, 9^{2} ed., Londra 1947.

Romeo Virgili
DISCANTO. - Con questo termine, che si vuole considerare una traduzione del termine greco šcaquosía, si indica una antica forma di polifonia (v. abs antiqua) subentrata al primitivo arganum o diafonia.

Oltre al moto contrario delle parti, si instaura in questo genere compositivo anche un vero e proprio mensumismo (la diafonia era un semplice contrappunto di nota contro noto, senza misura o non misurato in tutte le sue parti) per cui si viene ad avere un contrappunto misurato, originariamente a due parti, poi a trequattro (Franco di Colonia) che si muovono per moto contrario con parole uguali (cantilene, rondelli, copule, ocheri, ecc.) o differenti (moteti) ad intervalli di 3^{°} e 8^{°}. Il d. vero e proprio differisce dal conductor, una sua sottospecie, in quanto, mentre in quest'ultimo tutte le parti sono liberamente inventate dallo stesso musicista, esso viene composto su un canto dato. Di questo forma d'ànno norme molti teorici anonimi, il cosiddetto Catton, i due Franconi di Colonia e di Parigi, Petrus de Cruce, I. de Garlandia ecc.: i loro trattati sul d. si trovano all'Ambrosiana di Milano (ed. M. 17 dup. sec. xit), alla Nazionale di Parigi (Fonds Sorbonne 1817, St-Victor 813 sec . xit) ecc. mentre esempi musicali (sec. xili) si hanno nel citato codice dell'Ambrosiana, in uno di Chartres (bibl. de la Ville 130 [148]) e in uno di Cambridge (Corpus Christi College 473, Tropario di Winchester).

BILL.: The Oxford History of music. I : Discant or measured music, Oxford 1901; J. Handschin, Zur Geschichte der Lehre vom Organum, in Zeitschrift für Musikwissenschaft, 8 (1923-26), pp. 321-41; E. Ferand, Die Improvisation in der Musik, Zurigo 1939, passim.

Luisa Cervelli

## DISCENDENTI : v. CONSANGUINETÀ.

DISCEPOLI. - Denominazione di protestanti detti anche campbelliti, perché seguaci di Tommaso Campbell (1763-1853). Era questi un presbiteriano irlandese, che nel 1807 , emigrato negli Stati Uniti, si propose di unire tutti i cristiani, adottando un nome che fosse genuinamente biblico e non settario. A questo scopo si separò dai presbiteriani, c. aiutato da suo figlio Alessandro ( 1788-1866 ), fondò nel 1810 la «Prima chiesa della società cristiana».

Per unire tutte le sètte il Campbell proponeva che: a) solo la Bibbia fosse norma di fede, di culto, di organizzazione e di governo; b) le deduzioni tratte dalla Bibbia pur potendo essere dottrine vere, non fossero obbligatorie per il cristiano; c) le confessioni di Fede pure essendo utili, non fossero mai ritenute condizioni essenziali per appartenere alla Chiesa cristiana. I due Campbell, persuasi che il Battesimo per immersione fosse necessario, si unirono un tempo con i battisti, si fecero ribattezzare, ma poi se ne separarono nel 1809. Pochi anni dopo, nel 1838 , si unirono ad essi i seguaci di Barton W. Stone, che da ministro presbiteriano si era fatto "cristiano" (v. CRISTIANI). Sorse allora la questione del nome che doveva essere prettamente biblico: lo Stone voleva che si chiamassero "cristiani "e Alessandro Campbell "d. "; ne nacque quindi confusione, essendosi chiamati indifferentemente con i due nomi. Anche dopo la scissione del 1906, nella quale i più conservatori assunsero ufficialmente il nome di Chiesa di Cristo o cristiani, ed i progressisti presero quello definitivo di d., si avverte qualche confusione negli scrittori protestanti, come si può

## Page 1001

vedere nel World Missionary Atlas, e nel Directory of World Missions. I d. superano il milione negli Stati Uniti, ma sono poco numerosi nell'Inghilterra. Sostengono molte missioni, principalmente nell'India e nell'America latina.

Bim.: W. Benham, The Dictionary of Religion, Nuova York 1887. p. 330; anon.: United States Department of Commerce, Bureau of Census. Census of Religious Bodies, Washington 1926: International Convention of Disciples of Christ, Yearbook 1471, Indianapolis (U.S.A.). Camillo Crivelli

DISCEPOLI DEL SIGNORE. - Questo titolo ( μ α \vartheta η τ α i К \varphi i ν ν ) nel Vangelo spesso designa gli Apostoli (v.), in Act. tutti i credenti. In senso più stretto, indica quei seguaci di Gesù i quali, non essendo stati inclusi nel collegio apostolico, erano meno intimi con il Salvatore, benché più o meno spesso andassero con Lui (Io. 6, 66). Perciò essi erano anche "testimoni" (Act. 1, 8; 10, 59; ecc.) per la futura evangelizzazione. Una volta sono inviati in missione ( \dot{α} ν \dot{ε} δ ε ι ξ ε ν ) : Lc. 10, 1. Il loro numero è ora 70 ( σ i ' \dot{ε} β δ ° μ \dot{η} κ ° τ τ α ), ora 72 . E descritto (Lc. 10, 17) il brillante successo di questa prima predicazione, che il Maestro potenziò con miracoli. Certo a questi d. appartenevano molti dei " 300 fratelli" (I Cor. 15, 6) cui appare il Risorto.

Nei Vangeli e negli Atti compaiono solo quattro d. con il loro nome: il ricco Giuseppe d'Arimatea (Mt. 27, 5: \dot{α} μ α \vartheta η τ ε ν \vartheta η тū 'I η σ ° \tilde{η} ) due di essi ( L c. 24, 13: \dot{α} \dot{ν} \dot{ε} ξ α \dot{α} τ \tilde{ω} ν ) si recano a Emmaus; uno ha nome \mathrm{K} λ ε α π \dot{ε} ς. Inoltre s. Pietro nomina due "uomini che furono sempre uniti con noi dal battesimo di Giovanni fino all'Ascensione" (Act. 1, 21): Giuseppe Barsaba (v.) il Giusto, e Mattia.

In seguito si cercò di trovare i nomi degli altri. Papia (inizi sec. II) nomina due d. quali τ ° \tilde{η} К \varphi i ν ν μ α \vartheta η τ α i ' 'A ρ ι σ τ i ω ν α α i ' π ρ ε σ β \dot{τ} τ ε ρ ° ς 'I ω \dot{α} ν ν η ς; ma si è quasi concordi nel ritenere che il "presbyter Iohannes" sia frutto di uno sdoppiamento, essendo lo stesso apostolo Giovanni. Di Aristione (v.), maestro di Papia, parla un manoscritto armeno dei Vangeli del 986 prima della chiusa di M c. (16, 9-20) vi si legge ad inchiostro rosso : "del presbitero Aristone" (Ariston eritzu), ove questo d. appare come autore di quei 12 vv . (E. Nestle, Einfübrung in das Neue Testament, Gottinga 1909, tav. 9; 4* ed. ivi 1923, tav. 19).

Clemente Alessandroino non conosce ancora nessun catalogo dei d., ma nomina "Barnaba, Sosthenes (I Cor. 1, 1) e Cephas, che ha lo stesso nome dell'apostolo Pietro" (frammento del I. V di Hypotyposes, in Eusebio, Hist. eccl., I, 12, 1: PG 20, 117; ed. Schwartz, 80, 17-82, 5; ed. Stählin, 3, 196). Le notizie date da Eusebio stesso sono molto controversie e praticamente inutilizzabili (Th. Schermann, pp. 294-97).

Contemporanea è l'asserzione di Adamantius (De vera fide: PG 11, 1721; ed. W. H. van de Sande Bakhuyzen, p. 10), che Marco e Luca appartennero ai "70". Per l'etnicocristiano Luca ciò è da escludersi totalmente; ma anche per Marco ciò è molto improbabile. Questa falsa notizia su!Marco e Luca fu accolta da s. Epifanio, che la completó in modo del tutto fantastico: i due Evangelisti facevano parte di coloro che al discorso eucaristico di Gesù si scandalizzarono (Io. 6, 62) e si separarono da Lui. I loro maestri Pietro e Paolo li riguadagnarono alla fede (Haer., 51, 6.11: PG 41, 900, 908; ed. Holl, 2, 256. 265). In più, Epifanio nomina i 7 diaconi (Act. 6, 5), Paolo e 5 altri uomini.

Le Constitutiones Apostolicae (sec. v) fanno parlare gli Apostoli di "vescovi da noi ordinati"; vi si dànno 30 nomi (VII, 64; ed. Funk, pp. 452-55). Il Chronicon Paschale (ca. 629) adopera tutti i nomi di Act. e delle epistole paoline per formare una lista di 70 nomi (PG 92, 1059-66). Poiché alle successive liste di d. manca qualunque valore storico, basterà elencare le principali di esse (con Th. Schermann) : Ps. Epifanio (inizio sec. viri), Ps. Doroteo (inizio sec. Ix), Ps. Ippolito (metà sec. Ix),

Ps. Simone Logothetes (sec. x), infine i Sinassari greci (dei secc. xi e xit). Vi sono anche liste di scrittori arabi (Salomone di Bosra e 'Amr. ecc.) dello stesso tempo. Th. Schermann presenta con precisione (pp. 327-49) i singoli nomi delle 145 persone che, anche una volta sola, furono annoverate tra i d. del S., dando tutte le referenze.

Bem.: Th. Schermann, Propheten-und Apostellegenden nebst Jüngerhatalogen (Texte und Unterzuch., 31, 7II). Ligola 1907, pp. 292-354. Urbano Holzmeister

DISCERNIMENTO DEGLI SPIRITI. - Sapienza soprannaturale (discretio spiritusin), raccomandata dalla S. Scrittura (I Thess. 5, 19-21), che permette di rettamente distinguere la provenienza, almeno generica, dei movimenti interni dell'anima, cioè se sono effetti dello spirito buono per seguirli, o del cattivo per starne in guardia. Tale cognizione può essere di due specie: quella che appartiene alle grazie "gratis datae" ed è un carisma (v.) straordinario (I Cor. 12, 10) concesso a pochi, e quella che è frutto del progresso nella fede e nell'unione a Dio che può e deve conseguirsi da ognuno (Hebr. 5,14 ).

Per aiutare gli uomini spirituali a conoscere i movimenti o impulsi interiori, che per via di pensieri o di affetti li spingono al bene o al male, o gli agenti che ne sono il principio, sono state scritte dai maestri spirituali varie regole, tra le quali sono celebri quelle degli Exemplis spiritualia di s. Ignazio (Regulae ad discernendas spiritus, 1* e 2* settimana). Si chiameranno "spiriti buoni" le mozioni interne o tendenze che provengono da Dio, dall'angelo buono, o dallo spirito umano guidato dalla retta ragione e coscienza, ovvero dalla fede e dalla carità; al contrario saranno detti "spiriti cattivi" quelle che hanno per causa il demonio e lo spirito umano, in quanto è guidato dai desideri della natura corrotta. L'importanza del d. degli s. deriva dal fatto che è necessario affrancarsi dallo spirito maligno, mentre bisogna essere docili alle mozioni provenienti da Dio, sia perché tutta l'iniziativa della perfezione e santità parte da Dio (Io. 6, 44), sia perché seguendo quel che Dio suggerisce l'anima è sicura che non mancherà di un ulteriore suo aiuto.

Bisogna però saper discernere bene il tempo dell'attuale ispirazione dal successivo, nel quale l'anima può per conto suo aggiungere cose, che non sono date o valute immediatamente da Dio, e che perciò vanno accuratamente vagliate (s. Ignazio, Reg., II, n. 8). Spesso la mozione divina non è consciamente avvertita, ed allora la docilità dell'anima consisterà nell'agire in ogni cosa secondo quel che le appare conforme al lume della fede, e perciò terrà in gran conto i buoni pensieri che le vengono, guardandosi con un abituale raccoglimento dal trascurarli, approfiterà di quegli affetti che, in occasione di buoni esempi, pie letture e simili, sente sorgere in sé. Una condizione perché la docilità porti i suoi frutti, è che vada congiunta con pace interiore ed umile conformità al volere di Dio. Quanto più uno è fedele nel seguire le mozioni del buono spirito, tanto più diverrà delicato e sensibile a discernerle, e ne avrà sempre di maggiori (J. de Guibert, Theologia spiritualis, n. 134).

Non essendo mai esclusa la possibilità di illusioni, le regole per discernere gli spiriti devono usarsi complessivamente affinché dalla loro convergenza venga maggior luce, mentre la prudenza raccomanda di chiedere consiglio ad un direttore esperto.

Alcuni segni per riconoscere lo spirito buono, vanno desunti dall'oggetto delle illustrazioni e degli impulsi. Sono segni di spirito cattivo il falso, la futilità, le tenebre, o le false luci dell'immaginazione, l'ostinazione di giudizio, le esagerazioni, i turbamenti, la superbia e falsa umiltà (di parole e non di fatti), la presunzione e disperazione, il cuore duro e chiuso, l'impazienza nelle prove, la ribellione delle passioni, la doppiezza, la simulazione, l'animo legato dall'affetto a cose ed a persone terrene, l'alienazione da Gesù, il falso zelo, amaro e farisaico (G. B. Scaramelli, Discernimento degli spiriti, capp. 6-9).

Un pensiero che sorga contrario alla dottrina della

## Page 1002

Chiesa o che conduca necessariamente a ciò, non può essere da Dio (cf. s. Ignazio, Reg., II, 5-6). Parimenti è sospetta un'ispirazione che sia in contrasto con un obbligo certo. Inoltre, benché la pace sia segno di buono spirito, in certi casi vi può essere una falsa pace, con la quale lo spirito del male alletta un peccatore ed un tiepido a perdurare nel suo stato (ibid., I, i).

Il d. degli s. suppone quindi grande esperienza, consiglio e discrezione e va accompagnato e sorretto dalle preghiere e dallo studio.

Bibl.: L. De Ponte, Guido spirituale, parte 1^{°}, cap. 23, \frac{1}{2} 2, e cap. 21, \frac{3}{8} 3-4: C. Bona, De discrezione spiritum, cap. 3, n. 5: F. Suárez, Institutum Soc. Jesu, IX, cap. 5, n. 41: F. S. Calcagno, Asectica ignaziona, Torino 1936, I, cap. 14.

Amaldo Lanz
DISCESA DI CRISTO AGLI INFERI: v. PILATO, apocrifi di.

DISCESA DI GESÙ CRISTO AL LIMBO: v. LIMBO.

DISCIPLINA. - Arnese di penitenza, che consiste ordinariamente in un complesso di funi o di catene, piccole o grandi,
semplici o terminanti con sbarre e palline di sostanze dure (legno, metalli) adoperate per castigare la carne con la flagellazione.

L'uso di questi e simili strumenti di penitenza è comune nella storia dell'ascesi cristiana, ed è frequentemente ricordato nella vita dei santi, costituendo un esercizio di perfezionamento spirituale. Il principio su cui si fonda è la necessità della mortificazione (v.) come mezzo per il completo trionfo di Dio nell'anima.

L'uso della d., fatto per motivi soprannaturali, di penitenza, di soddisfazione, d'impetrazione, è molto meritorio. Aiuta a domare il corpo (cf. I Cor. 9, 27), a vincere la concupiscenza carnale, a superare varie tentazioni. Crea un'abitudine di umiltà, che prepara l'anima a grazie speciali del Signore, essendo un pratico riconoscimento da parte del penitente di essere peccatore e di aver bisogno della misericordia di Dio, offeso dai peccati. Alimenta lo spirito di compunzione e di austerità, e rende simili a Cristo che soffri la flagellazione.

I maestri spirituali lo raccomandano principalmente per tre fini : 1) per soddisfare per i peccati passati; 2) per vincere se stesso, vale a dire affinché la sensualità obbedisca alla ragione, e tutte le parti inferiori dell'uomo siano più sottomesse alle superiori; 3) per cercare e trovare qualche grazia o dono spirituale, come il dolore ed il pianto dei peccati, l'intimo senso dei dolori che Cristo patì nella sua Passione, la soluzione di qualche dubbio (cf. s. Ignazio di Loyola, Exerc. spir., addit. 10). La mortificazione fisica infatti non estirpa i vizi direttamente, quasi fisicamente o fisiologicamente, ma inducendo nell'anima motivi soprannaturali, che le fanno fuggire quei vizi, ed attirando { }^{-}da Dio grazie speciali per evitarli.

Tale castigo della carne deve però essere regolato dalla discrezione; bisogna procurare che il dolore si senta nelle carni, ma non cagioni infermità, né impedisca beni maggiori. Ordinariamente si consiglia che la flagellazione
non si protragga a lungo. L'uso immoderato di tali strumenti di penitenza, se accompagnato da una certa pertinacia, senza o contro il consiglio del direttore spirituale, può diventare un male.

Viceversa erra chi ritenesse inutile e volesse sopprimere ogni uso della d. e d'altre mortificazioni esterne (cf. la dottrina di Molinos condannata da Innocenzo XI, Propos., 38, 39 : Denz-U, 1258-59; e la condanna dell'amcricanismo: Denz-U, 1972).

Bibl.: L. Hertling, Theologia ascetica, 3^{2} ed., Roma 1947, pp. 293-311; O. Zimmermann, Atsetik, 2^{°} ed., Friburgo in Br. 1939, p. 167 sgg.

Arnoldo Lanz
DISCIPLINANTI: v. FLAGELANTI.

DISCO. - Con il termine discus o missorium e impropriamente bouclier ("scudo") si suole designare un piatto concavo d'argento o di altra materia preziosa, di varia grandezza, con scene a rilievo mitologiche, storiche, simboliche o di genere. La parola missorium appartiene al linguaggio della bassa latinità e si trova in un inventario di argenteria rinvenuto in Gallia, in Gregorio di Tours (Hist. Francor., IV, 2; VII, 4), in Isidoro di Siviglia (Etymologiae, XX, 4, De vatsis escariis: PL 82, 715), che indica l'uso di questo utensile: "Missorium vocatum a mensa, per derivationem quasi mensorium". Tale oggetto, che nelle fonti letterarie è variamente denominato ed è caratteristico del periodo imperiale romano, ci è pervenuto in numerosi esemplari di un periodo cronologico che va ca. dalla metà del sec. Iv d. C. alla metà del vi. Veniva offerto in dono dagli imperatori, dai consoli e dagli alti funzionari ai loro amici, in occasione di feste o di altri avvenimenti, e serviva in genere come sottocoppa. Nel mondo cristiano ha carattere prevalentemente votivo ed entra a far { }_{1}^{*} parte dei tesori delle basiliche. Meritano particolare menzione il d. di Valentiniano I, trovato nelle vicinanze di Ginevra, con la figura dell'imperatore fra sei soldati; il d. di Teodosio, trovato in Estremadura, con l'imperatore che siede tra Valentiniano II e il giovane Arcadio; il d. con la figura di Ardaburio Aspare, un barbaro che fu console sotto Teodosio, proveniente dal territorio di Cosa (Etruria). Una quantità considerevole di piatti d'argento è stata rinvenuta in Russia e nell'isola di Cipro : da segnalare quello trovato nella catacomba di Kertch, della prima metà del sec. vi, con la rappresentazione graffita del trionfo di un imperatore non identificato, e la serie cipriota con episodi della vita di David, del sec. vi.

Bibl.: E. Saglio, Disque, in Ch.-V. Darcenberg - E. Saglio, Dictionn. des antig. grecques et romaines, II, 1, p. 277 sgg.; E. Pottier, Missorium, 2, in op. cit., III, p. 1941 ; Venturi, I, p. 346 sgg.; O. M. Dalton, Byzantine art and archaeology, Oxford 1911, p. 563 sgg.; H. Leclercq, Disque, in DACL, IV, i, coll. 1173-91; Id., David., in loc. cit, coll. 295-303; P. Ducati, L'arte in Roma, Roma 1938, p. 382 sgg. Luigi Maria Catteruccia

## Page 1003

DISCOLI : v. PEDAGOGIA EMENDATIVA.
DISCORDIA. - I. Definizione. - La d. non è solo divergenza di opinioni e neppure soltanto dispersione di sforzi nel realizzare scopi comuni; propriamente parlando è formale divergenza di due o più volontà circa lo stesso bene. Questo bene può essere libero o obbligatorio.

La divergenza di volontà circa lo stesso bene libero non è ancora colpa di d., alla quale si richiede la divergenza di due o più volontà obbligate ad amare lo stesso bene. Tale obbligatorietà consiste nella necessità degli stessi mezzi per gli stessi scopi, comuni a molti e si può presentare sia sotto forma o di carità verso Dio o verso il prossimo, sia sotto forma di giustizia o di altra virtù. Si noti però che la malizia della d. non è nel semplice fatto che di due volontà una si discosta dall'altra; ma è in ció che una delle volontà rifiuta di anure quel bene necessario, che l'altra invece accetta.

Se la divergenza di opinioni non costituisce d., ne può essere la fonte; ma la fonte più frequente è la voluttà di affermare la propria volontà di fronte alle altre, siano o no in vista vantaggi personali. Quasi sempre la d. produce forte dispersione e contrasto nell'azione; allora i danni privati e pubblici possono essere gravi, secondo la parola di Gesù Cristo: "Omne regnum contra se divisum desolabitur" (Mt. 12, 25).
II. Modalità. - La d. offende quella virtù, per la quale è obbligatorio alle volontà lo stesso bene; generalmente la carità. Ma può essere anche la giustizia, quando la d. è tra persone aventi comuni interessi, ovvero un'altra virtù, come la pietà, se la d. opera tra i membri di una stessa famiglia. In pratica le responsabilità della d. facilmente sfuggono alla coscienza del colpevole, sia per l'illusione di essere egli dalla parte del bene e non gli altri, sia perché le conseguenze cattive della d. prendono rilievo solo tardi, quando ormai esse sono confuse agli influssi di molti estranei fattori. Perciò a promuovere l'unione dei buoni giova più insistere sui vantaggi della pace e della concordia che non sulle responsabilità e i danni della d. Ciò non vale per i seminatori di d., nei quali la colpa c'è sempre e difficilmente non è grave e senza ingiustizia.

Bibl.: Sum Theol., 2ª-\mathbf{3}^{\mathrm{er}}, q. 37; D. M. Prümmer, Monuale theologine moralis, I, 6ª-\mathbf{7}^{\mathrm{a}} ed., Friburgo in Br. 1931, nn. 414, 604, pp. 287, 436; St. Carton de Wiart, Tractatus de peccatis et vitiis in genere, 2^{2} ed., Malines 1932, p. 160, n. 108; B. H. Merkolbach, Summa theologique moralis, I, 2^{2} ed., Parigi 1947, n. 994, pp. 727-28.

Leonardo Azzollini

## DISCORSI GATTIVI: v. IMPudicizia.

DISCOS ( Δ i α κ σ ς, Δ ι α κ α \dot{α} ρ ι o v). - Nei riti orientali si dà questo nome a un piattino di metallo (oro, argento, o ottone dorato), più profondo della patena occidentale, ma che serve al medesimo scopo. Gli Slavi usano sottoporvi un sostegno o piede per por-
tarlo con più agevolezza. E il completamento del calice e talvolta forma una sola parola con esso: δ ι α κ ι σ ι τ η \dot{η} ι o v. Nel d. vengono disposti, sull'altare della protesi, l'Agnello (oblata del sacrificio) e le particelle in onore dei santi, dei defunti e dei vivi. Una volta questa preparazione era affidata ai diaconi, oggi è riservata ai sacerdoti.

Il d., dicono alcuni commentatori, è la lettiga sulla quale Nicodemo e Giuseppe che raffigurano i diaconi, deposero il corpo del Signore. Il d. ha il suo velo speciale ( δ ι σ κ α κ α \dot{α} λ ι ρ μ α ) e viene portato sopra il capo dal diacono quando nella liturgia sono trasferite le oblate dalla protesi all'altare maggiore. Dopo la Comunione dei fedeli il diacono lo riporta vuoto alla protesi. Nella chirotonia del sacerdote, secondo certe usanze slave, il vescovo consegna al neopresbitero un d. nel quale ha depositato una particola del pane consacrato. Il d., come il calice, per essere adoperati non hanno bisogno di una speciale consacrazione. Tuttavia, nella consacrazione di una chiesa, questi oggetti sono uniti insieme con l'altare, e alcuni manoscritti contengono un rito speciale per la loro consacrazione. Si adopera anche un d., generalmente più largo e più profondo, per deporvi la reliquia della S. Croce nella terza domenica della Quaresima, dedicata all'adorazione della Croce.

Placido de Meester

## DISCREZIONE DEGLI SPIRITI : v. DISCERNIMENTO DEGLI SPIRITI.

DISEGNO. - Può in sintesi definirsi come la esigenza grafica di un artista, quale si manifesta tanto su fogli di carta (nella tecnica cioè che gli è propria) come in qualunque opera d'arte figurativa (in cui può rientrare come interesse o intenzione più o meno accentuata dell'artista).

Per quanto concerne l'antichità, Plinio ci ha tramandato una definizione della linea disegnativa, accennando all'arte di Parrasio (Nat. hist., XXXV, 67-69) dove attribuisce valore espressivo, cioè soggettivo, al concetto di d. che invece nel Quattrocento assume il significato geometrico di contorno o circoscrizione dell'oggetto (L. B. Alberti, Piero della Francesca). Ma vi è una seconda interpretazione del concetto di d., tipicamente fiorentina, che risale a Cennino Cennini (fine sec. XIV), in cui il d. si considera il fondamento delle arti (chiamate appunto "arti del d. ). Il motivo viene sviluppato durante il ' 500 (Vasari, Armenino, ecc.) fino a Federico Zuccari ( 1607 ), il quale distingue dualisticamente il «d. interno" (l'immagine interiore e concettuale della forma), dal «d. esterno" (l'immagine esteriore e sensibile). Tale distinzione mentre riconosce il fondamento disegnativo implicito nelle singole opere d'arte, subordina poi il valore del d. alla superiorità tecnica dell'opera definitiva (dipinto, scultura, edificio).

La critica del Settecento (Mariette, Richardson, Dézallier d'Argenville) e quella romantica e moderna, hanno superato tale concezione, attribuendo al d., e particolarmente all'abbozzo o schizzo (il cui valore era stato del resto riconosciuto da Leonardo) un significato indipen-

## Page 1004

![img-0.jpeg](img-0.jpeg)
(Int. Ist. nazionale d'arch. e st. dell'arte)
Disegno - Disegno di Michelangelo per una Crocifissione (ca. 1350) - Londra, British Museum, gabinetto dei disegni.
dente, esteticamente compiuto. Lo studio dei d. giova particolarmente a riconoscere e ripercorrere, attraverso segni grafici inconfondibili, più o meno complicati, i singoli stati d'animo e la critica che un artista rivolge su se stesso. Alcuni critici vorrebbero persino una scienza grafologica per i d. (Degenhart). Invero gli schemi grafici contribuiscono a facilitare l'attribuzione dei d., mentre la loro valutazione critica riguarda il problema stesso dell'opera d'arte in generale.

Ci sono pervenuti d. eseguiti su pergamena o su carta, a penna, a punta d'argento, a matita, a carboncino, a sanguigna (non prima del ' 500 ); con lumeggiature a biacca, a gessetto, ecc. Antiche miniature medievali, su pergamena a solo contorno senza colore, potrebbero, a rigore, definirsi veri e propri d. In realtà solo nel ' 300 la distinzione tra d. e miniatura appare netta. Tra i maggiori disegnatori dal sec. xiv al xviri, vanno ricordati: Taddeo Gaddi, Lorenzo Monaco, Beato Angelico, Lorenzo di Credi, Botticelli, Filippino Lippi, Andrea Mantegna, Giovanni Bellini, Alberto Dürer, Leonardo, Raffaello, Michelangelo, Andrea del Sarto, Pontormo, Guercino, Rembrandt, G. B. Tiepolo, Francesco Guardi. Vedi tav. C.

Bibl.: J. Meder, Die Handzeichnungen. Ihre Technih und Entwicklung, Vienna 1919; F. Lugt, Les marques des collections des dessins et d'estampes, Amsterdam 1921; C. M. Briquet, Les filigranes, Lipsia 1923; H. Leporini, Die Stilentwicklung der Handzeichnung, Vienna 1925; id., Die Künstloraeichnung, Berlino 1928; B. Degenhart, Zur Graphologie der Handzeichnung, in Kunstgeschichtliches Jahrbuch der Hertziana, 1 (1927); B. Berenson, The Drawings of the Florentine Painters, 3 voll., 2^{\text {a }} ed., Chicago 1938; H. Tietze e E. Tietze Conrat, The Drawings of the Venetian Painters in the 15th and 16th centuries, Nuova York 1944; L. Grassi, Storia del d. Svolgimento del pensiero critico e un catalogo, Roma 1947 (con bibl.). Luigi Grassi

DISEREDAZIONE : v. EREDITÀ; SUCCESSIONE; TESTAMENTO.

DISMAS, il Buon Laorone, santo. - Dal gr. δ v α μ \hat{η}, "moribondo", è il noto personaggio convertitosi in punto di morte sul Calvario, crocifisso alla destra di Gesù, di cui parla s. Luca (Lc. 23, 40-43). Il nome, ignoto all'Evangelista, è dato dall'apocrifo Vangelo di Nicodemo, del sec. III (cap. 10); nel Vangelo dell'infanzia invece, pure apocrifo e coevo, è chiamato 'Tito (cap. 23).

Esaltato e venerato dai Padri dell'Oriente e dell'Occidente, il suo culto si diffuse specialmente dopo la presunta invenzione della sua croce, insieme con quella di Gesù, particolarmente nell'Italia meridionale, dove la città di Gallipoli (provincia di Taranto) lo scelse anche a suo patrono. A partire dal sec. xvi molte diocesi e Congregazioni religiose ne celebrarono l'ufficio liturgico. Dei greci è commemorato il 23 marzo e dai latini il 25 dello stesso mese.

Bibl.: C. Baronio, Martyr. Romanum, Venezia 1902, p. 177 sg.: Acta SS. Martii, III, Parici 1865, p. 341 sg.; K. Tischendorf, Evangelia apocrigha, Lipsia 1876, pp. 192 sg., 36s.; G. Gaume, Storia del Buon Ludome, vers. it. di L. Dragonetti, Praen 1879; E. Hennecke, Nuntstamentliche Apobryphen, K. Tubinga 1929, p. 78; Martyr. Romanum, p. 112. Agostino Amore

## DISMEMBRAZIONE DELLE DIOCESI: v. BENEFICIO ECCLESIASTICO.

DISOGCUPAZIONE. - Intendesi la condizione del lavoratore che, contro volontà, si trova senza occupazione remunerata. Il fenomeno assume rilevanza di problema sociale nell'età moderna particolarmente nei paesi industriali, organizzati ad economia di mercato.

Il termine generico può essere opportunamente precisato distinguendo: i) la d. normale o di fondo, costituita dai lavoratori che hanno abbandonato una precedente sistemazione ed ancora non ne hanno trovata un'altra adeguata, e da lavoratori che non hanno i requisiti richiesti per il lavoro ancora disponibile. Per i singoli ha carattere temporaneo, nel complesso forma una specie di riserva di lavoro che non scende sotto un certo livello anche nei momenti di più forte ricerca di lavoratori. 2) La d. stagionale, caratteristica di alcune attività che si svolgono saltuariamente nel tempo (ad es., edilizia, bracciantato agricolo). 3) La d. tecnica connessa con trasformazioni degli strumenti tecnici di produzione, che permettono una diversa combinazione di capitale e lavoro, sostituendo la mano d'opera con mezzi meccanici. Di solito questa forma di d. ha carattere temporaneo. 4) La d. congiunturale, connessa con le fasi cicliche di espansione e di depressione dell'attività produttiva che hanno preso particolare rilievo a partire dalla prima guerra mondiale nei paesi a regime capitalistico. Nei momenti di depressione la collettività impiega in investimenti meno di quanta risparmia, lasciando inutilizzati beni strumentali e forze di lavoro. 5) La d. strutturale, di carattere permanente, la quale si verifica nei paesi nei quali difettano, in confronto alle forze di lavoro disponibili, beni strumentali cui applicarle. Essa può essere connessa con uno sviluppo della popolazione più rapido di quello del reddito, e quindi ad una insufficente formazione di risparmio e di investimenti produttivi.

Dall'elencazione fatta risulta che molteplici sono le cause del permanere di una forte d.

Oltre alle circostanze sopra indicate, essa può dipendere da una difettosa distribuzione di lavoro, connessa con l'ignoranza circa la domanda di lavoro nei vari settori, e con i costi di trasferimento; può dipendere anche da una eccessiva rigidità dei salari, caratteristica delle zone ove è molto forte l'organizzazione sindacale, e che, in regime di mercato, limita le occasioni di lavoro. In questo caso il mantenimento di un alto livello dei salari si può tradurre in una minore occupazione.

Non si deve infine dimenticare che la gravità del fenomeno nell'attuale periodo è accentuata dagli

## Page 1005

![img-1.jpeg](img-1.jpeg)
(fol. Alinari)
Dismas, sante. - Morte di D. Particolare della Crocifistione di G. Ferrari (1523) - Varallo Senia, chiesa della Madonna delle Gresie.
ostacoli di varia natura che nell'ultimo cinquantennio hanno sempre più intralciato i movimenti di persone, di merci, di servizi e di capitale fra paese e paese.

D'altra parte, la stessa rigidità del sistema capitalistico nella sua forma moderna, ben lontano dall'ideale economia di mercato, rende difficili soluzioni adeguate, senza l'intervento dello Stato o degli Stati interessati; questo fatto complica il problema econo-mico-sociale con difficili questioni politiche.

Gli effetti della d. sono gravissimi, sia dal punto di vista economico sociale, sia da quello politico, oltre che per l'individuo che la subisce.

In particolare: 1) Essa costituisce uno spreco di forze di lavoro e quindi incide sul reddito delle collettività. 2) Pesa come una continua minaccia sul lavoratore e spesso ne conferma l'inferiorità rispetto agli altri operatori economici. 3) E la base del pauperismo nella società moderna, in quanto colpisce in modo sistematico determinati gruppi, ai quali la precarietà del lavoro e del guadagno impedisce l'elevazione sociale ed economica, mantenendoli ai margini della vita produttiva. 4) E elemento di instabilità sociale, in quanto esaspera la sfiducia nel sistema economico che la sopporta, e spinge verso soluzioni sovvertitrici del sistema stesso. 5) Pesa sulle collettività con oneri di assistenza sempre più gravi. 6) Disgrega la saldezza famigliare, costringendo al lavoro donne e ragazzi, per integrare o talora sostituire totalmente il mancato guadagno del capo famiglia disoccupato. 7) Essa è una delle più pericolose forze diseducatrici e demoralizzatrici che operano nella società moderna. Mentre offende la dignità del lavoratore, abbandonato alle conseguenze della miseria non solo materiale, lo distacca da ogni interesse costruttivo nei riguardi della società, verso la quale il disoccupato si
sente spesso vittima di un'ingiustizia. L'impresa nella quale può trovare saltuariamente lavoro non lo interessa più se non per l'occasionale guadagno; si accentua cosi quel forte distacco tra lavoratore ed impresa che caratterizza oggi, anche per altre ragioni, i difficili rapporti tra imprenditori ed operai.

Il problema della d. affatica da tempo i sociologi e gli economisti, e soffende di sé le preoccupazioni dei politici. Specialmente nell'ultimo decennio, di fronte alle conseguenze della guerra ed alle soluzioni, sia pur discutibili, date nei paesi ad economia controllata, si sono formolati, in Inghilterra e negli Stati Uniti d'America, programmi conosciuti sotto l'indicazione corrente di "pieno impiego".

Tali programmi si riferiscono di solito a paesi nei quali la d. dipende non tanto da carenza di beni strumentali e naturali, quanto da difetti di funzionamento del meccanismo economico. Essi sono basati su di una azione dello Stato, tendente a mantenere, costantemente, gli investimenti produttivi al livello richiesto per raggiungere l'occupazione totale. Questo risultato può essere ottenuto, a seconda delle circostanze, con l'incoraggiamento alle imprese private, con la manovra monetaria, con gli investimenti pubblici.

Più difficile è la soluzione per i paesi ove la d. ha carattere cronico e dipende essenzialmente da carenza di risparmio e da povertà dell'ambiente.

Le soluzioni di emergenza, imponibile di mano d'opera, divieti all'impiego di macchine, limitazioni negli orari di lavoro, e simili, anche se si presentano talora come inevitabili, non raggiungono lo scopo di assorbire permanentemente i lavoratori disoccupati, e possono aggravare il problema per il futuro. Esso non ha definitiva soluzione che nell'aumento di efficenza del lavoro e nell'aumento del reddito e della quota di esso risparmiata per investimenti produttivi. Quando ciò non sia possibile è inevitabile il trasferimento delle forze di lavoro eccedenti in zone ove esse difettino.

Quale sia la soluzione da scegliersi, lo Stato ha fra i suoi compiti quello di facilitarla. Con opere di bonifica e di valorizzazione di eventuali risorse naturali non adeguatamente utilizzate, anche perché temporaneamente non remunerative all'iniziativa privata, lo Stato deve creare nuove occasioni di lavoro; o, in difetto di questa possibilità, si deve assumere l'assistenza dei disoccupati, anche se questa azione implica una redistribuzione del reddito. Tale assistenza si attua oggi normalmente con lo sviluppo di forme assicurative con carattere obbligatorio.

Si deve rilevare che l'intervento pubblico è estremamente delicato perché se eccessivo può determinare una flessione del reddito totale della collettività. La via naturale per dare allo Stato i mezzi necessari allo scopo è quella fiscale, avvertendo peraltro che essa non deve essere tale da mortificare il risparmio ed il suo investimento produttivo. In casi eccezionali, e quando l'interesse dei privati contrasti con l'utilizzazione dei fattori naturali più favorevole ad un permanente maggiore impiego di lavoratori, possono essere imposte limitazioni al diritto di proprietà : è il caso delle riforme agrarie destinate ad una migliore utilizzazione del patrimonio terriero.

La soluzione di tipo liberistico, che attende l'assorbimento della d. attraverso i naturali movimenti del mercato, è utopistica nelle attuali condizioni dell'organizzazione economico-sociale, perché suppone una perfetta mobilità dei fattori di produzione, mobilità che non esiste se non parzialmente, e trascura le gravi sofferenze alle quali sono costretti a soggiacere estesi strati della popolazione.

L'aggravarsi del problema della d. potrebbe giungere a tanto da imporre sul piano politico ed economico soluzioni più radicali, quale l'accentramento dei mezzi di produzione nelle mani dello Stato, se lo Stato stesso non si assumesse il compito di fronteggiare le conse-

## Page 1006

guenze sociali della d. Quando poi il fenomeno della d. raggiunga entità eccezionali ed abbia carattere permanente in un determinato paese, esso non può avere stabile soluzione se non attraverso intese internazionali, tendenti a favorire lo spostamento di lavoratori da un paese all'altro e l'afflusso di capitali per valorizzare quelle forze di lavoro che potessero essere utilizzate in nuove sedi.

Questa soluzione interessa particolarmente l'Italia ove la d. ha in gran parte carattere strutturale : vi si nota infatti, in un ambiente naturalmente povero e già densamente popolato, uno sviluppo della popolazione più rapido di quello del risparmio necessario per impiegare le forze di lavoro che via via si rendono disponibili: esse si valutano annualmente a 200 mila unità.

Prima del 1914, questo incremento era assorbito in parte dall'emigrazione, successivamente, rallentato il ritmo delle emigrazioni e nonostante la notevole espansione della produzione, il numero dei disoccupati si mantenne sempre alto e nel periodo 1936-39 toccò in media le 700 mila unità.

Alla fine del 1947 i disoccupati risultarono 1.778 .820 . Cifra superiore al vero, se la si riferisce al numero di lavoratori totalmente disoccupati; ma essa è comunque sintomo di una situazione grave, tanto più che moltissimi lavoratori hanno un'occupazione parziale e saltuaria, mentre in molti settori il numero dei lavoratori addetti eccede i limiti di una economica combinazione con gli altri fattori produttivi.

Alla d. italiana si applicano in particolare le considerazioni relative alla d. strutturale, sulla necessità dell'intervento dello Stato e di intese internazionali, tendenti allo sviluppo della colonizzazione in territori non ancora aperti ad un adeguato sfruttamento ed all'assistenza dell'emigrazione.

Boll.: Bureau intern. du travail, Bibliographie du chômage, Ginevre 1930; A. C. Pigou, The Theory of unemployment, Londra 1933; I. M. Keynes, General theory of employment, interest and money, Londra 1936; Le chômage et ses remèdes, in Travaux du Congrés international des sciences économiques, II, Economie sociale, Parigi 1937; F. Vito, L'economia a servizio dell'uomo, Milano 1943.

Silvio Golzio

## DISPACCIO DIPLOMATICO : v. RAPPORTO DIPLOMATICO.

DISPARITÀ DI CULTO. - È l'impedimento matrimoniale che sussiste, nel diritto canonico vigente nella Chiesa latina, tra una persona infedele (cioè non battezzata) e una che o sia stata battezzata nella Chiesa cattolica, o, essendo stata battezzata fuori di essa, si sia però convertita alla religione cattolica, anche se, rispettivamente dopo il Battesimo o la conversione, sia in seguito passata o ritornata all'eresia o allo scisma (can. 1070 § i).

Chi sia da considerare «battezzato nella Chiesa cattolica», agli effetti di questo impedimento, non sempre è chiaro. La dottrina più comune ritiene tale: a) chi, ricevendo il Battesimo dopo aver raggiunto l'uso di ragione, intende con ciò entrare nella Chiesa cattolica; b) chi, non avendo l'uso di ragione, vien fatto battezzare da uno dei genitori o dal tutore, che intendano, mediante il Battesimo, farlo divenire cattolico; c) chi, senza richiesta né sua né dei genitori o del tutore, o anche contro la volontà di costoro, viene legittimamente (cfr. cann. 750751) battezzato da un cattolico, o da uno che, sebbene non sia cattolico, intende peraltro di battezzarlo per farlo entrare nella Chiesa cattolica. Il fatto che i genitori siano acattolici, e che egli sia stato, fin da bambino, educato in altra religione, non è di ostacolo, se sussistano le circostanze sopra indicate, a che esso debba venir considerato come battezzato nella Chiesa cattolica (cf. interpretazione autentica 29 apr. 1940).

Quest'impedimento è dirimente, ossia il Matrimonio che, senza dispensa, venga contratto mentre sussiste l'impedimento, è nullo.

Analogo all'impedimento di d. di c. è l'impedimento di mista religione, che però è impediente
(cioè non importa nullità del matrimonio), e che sussiste tra una persona cattolica e una battezzata ma appartenente ad una setta eretica o scismatica.

Con il nome di Matrimonio misto si suole indicare il matrimonio contratto da due persone tra le quali sussista uno di questi due impedimenti, anche se l'impedimento sia stato tolto mediante dispensa.

Come risulta dal can. 1060, che, sebbene riquard direttamente l'impedimento di mista religione, tuttavia, per espressa disposizione del CIC (can. 1070), vale anche per l'impedimento di d. di c., il divieto di contrarre Matrimonio misto, quando vi sia pericolo di perversione del coniuge cattolico o della prole, è di diritto divino, e quindi sussisterebbe anche se non vi fosse un'espressa proibizione della Chiesa; quando invece non vi sia tale pericolo, vi è solo il divieto di diritto ecclesiastico, cosi in tanto il Matrimonio è illecito in quanto la Chiesa lo proibisce. Se ne deduce che la Chiesa può dispensare dall'osservanza del divieto solo quando, oltre a sussistere un giusto motivo per concedere la dispensa, non vi sia alcun pericolo di perversione per il coniuge cattolico o per la prole o almeno tale pericolo sia remoto; in ogni altro caso, sussistendo il divieto di diritto divino, non può essere concessa dispensa, v, se venisse concessa, essa sarebbe invalida. E appunto perché l'inesistenza di pericolo prossimo di perversione è condizione sine qua non per la validità della dispensa, la Chiesa non concede dispense dagli impedimenti suddetti, se non quando è moralmente certa che tale pericolo non esiste. A tal fine in via generale richiede che, oltre a sussistere giusti e gravi motivi, il coniuge acattolico prometta che sia rimosso ogni pericolo di perversione del coniuge cattolico, ed entrambi i coniugi promettono che tutti i figli saranno battezzati ed educati soltanto secondo la religione cattolica; e inoltre vi sia la certezza morale che tali promesse saranno adempiute (can 1061, richiamato dal can. 1071).

La cauzione che entrambi i contraenti devono prestare circa il Battesimo e l'educazione della prole riguarda solo la prole che nascerà dopo la celebrazione del Matrimonio, non anche quella già nata (decreto del S. Uffizio 16 genn. 1942), sebbene l'obbligo di diritto divino di battezzare ed educare cattolicamente la prole riguardi anche quella nota prima.

Se non vengono date, almeno in modo implicito, entrambe le cauzioni, o se la seconda di esse non viene data da tutt'e e due i contraenti, la dispensa è nulla, ed è quindi nullo anche il Matrimonio (cf. risposte del S. Uffizio 10 maggio 1941). E invece disputato se si abbia nullità della dispensa, e quindi del Matrimonio, quando le cauzioni vengono prestate, ma con la segreta intenzione (da parte di uno dei due almeno) di non mantenere ció che con esse si promette.

Le cauzioni, di regola, devono esser date per iscritto (can. 1061 § 2). E, poiché vi deve essere, come si è detto, la certezza morale dell'adempimento, è vietato concedere la dispensa se non si prestano le cauzioni in forma tale che, anche in forza delle leggi civili, nessuno possa impedirne l'adempimento (decreto del S. Uffizio 14 genn. 1932). Però la dispensa è valida anche se le cauzioni sono date a voce, anzi anche se esse sono date in modo implicito, cioè mediante comportamenti da cui si debba concludere (e si possa provare) che il contraente conores gli obblighi impostigli e abbia manifestato il fermo proposito di adempierli (risposta del S. Uffizio io maggio 1941).

Per evitare, per quanto è possibile, scandali e altri pericoli per le anime, la Chiesa ha stabilito alcune speciali modalità per le formalità preliminari (di regola si omettono le pubblicazioni: can. 1026), e per la forma della celebrazione di tali Matrimoni (di regola è vietata qualsiasi cerimonia religiosa e sempre è vietata la celebrazione della Messa: can. 1102 § 2), la quale però è sostanzialmente quella stabilita per i Matrimoni tra cattolici : interrogazione del parroco, e manifestazione del consenso da parte dei coniugi, in presenza di due testimoni (can. 1099 § i n. 2). L'osservanza di questa forma

## Page 1007

non solo è obbligatoria, sotto pena di nullità, ma è inoltre severamente proibito che i coniugi, prima o dopo la celebrazione del Matrimonio secondo il rito cattolico, si rechino, personalmente o per mezzo di un rappresentante, da un ministro di culto acattolico, nella sua qualità di ministro del culto (non invece se egli opera come ufficiale di stato civile), per prestare o rinnovare il consenso matrimoniale. L'obbligo di osservare tale divieto è gravissimo, e la Chiesa ha stabilito che se il parroco sa che i coniugi violeranno o hanno violato tale divieto, non può assistere, di regola, al Matrimonio; e inoltre, se i coniugi non l'osservano, il coniuge cattolico è punito con la scomunica latine sententiae riservata all'Ordinario (cann. 1063 e 2319 ).

Celebrato il Matrimonio, i coniugi, oltre ai doveri comuni a tutti i coniugi, hanno alcuni speciali obblighi.

Innanzitutto, come è evidente, essi sono gravemente obbligati ad eseguire quanto hanno promesso : cioè il coniuge acattolico deve evitare ogni pericolo di perversione per l'altro, ed entrambi devono battezzare ed educare tutti i figli in conformità della religione cattolica.

Tali doveri sono rafforzati dalle positive disposizioni canoniche; non solo infatti si fa obbligo ai vescovi e ai parroci di vigilare affinché i coniugi adempiano fedelmente le promesse fatte (can. 1064 n .3 ), ma inoltre si stabilisce che il cattolico, che scientemente lasci battezzare o educare acattolicamente i figli, o alcuni di essi, soggiace alla scomunica latae sententiae riservata all'Ordinario, ed è sospettato di eresia (can. 2319). In ogni caso, poi, in cui vi sia pericolo per l'anima del coniuge cattolico o della prole, si ha giusto motivo di separazione personale (can. 1131): anzi, se il Matrimonio è inconsumato, potrà farsi luogo allo scioglimento (can. 1119).

Infine il coniuge cattolico deve, con la dovuta prudenza, curare che l'altro coniuge si converta (can. 1062).

E da notare infine la norma speciale che il can. 1070 § 2 stabilisce per la prova del Battesimo agli effetti della nullità derivante dall'impedimento di d. di c.; modificando cioè su questo punto il diritto anteriore, il CIC sancisce l'applicazione del principio generale in dubio standum est pro valore matrimonii, quando una o entrambe le parti al tempo in cui fu contratto il Matrimonio erano comunemente ritenute battezzate, oppure il loro Battesimo era dubbio; in modo che si può dichiarare nullo il Matrimonio solo se si provi con certezza che al tempo in cui esso è stato contratto uno dei contraenti era battezzato nella Chiesa cattolica, e l'altro non era battezzato.

Nel diritto canonico delle Chiese orientali vige ovunque questo impedimento, anzi con un'estensione maggiore: esso infatti sussiste in ogni caso di Matrimonio in cui uno dei contraenti sia comunque validamente battezzato (anche fuori della Chiesa cattolica) e l'altro non sia battezzato (cf. ora can. 60 del motu proprio Crebrae allatae del 22 fehbr. 1949). Salvo questo punto, peraltro fondamentale, e la