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., è necessario : a) che il d. non si cerchi in azioni e parole turpi o nocive; \boldsymbol{b} ) che il d. non
sommerga completamente la gravità dell'anima e l'armonia delle proprie occupazioni e delle opere buone (s. Ambrogio, De officiis, I, 20); c) che il d. sia «tempore et homine dignus» (Cicerone, De officiis, I, 29).

Questa la misura, seguendo la quale si può trarre dal d. ciò che vi è di sano, di morale e di educativo, ripudiando quanto vi è di malsano e di morboso.

Bini.: Sum. theol., 2^{\mathrm{v}-2^{\mathrm{me}}}, u. 168, as. 2-4; A. BalleriniD. Pelmieri, Opus theologicam morale, I, Prato 1889, tr. 1, cap. 8, n. 175, pp. 93-96; III, ivi 1890, tr. viI, nn. 270-71, p. 789; C. Jizgini, La giovane e il piacere (I tucmini della giovane, 4), Torino 1944; F. Tillmann, Il maestro chiama, 7 ed., Brescia 1945, pp. 296-303; A. Cavagna, Annuario Ithiale, Alba 1945, pp. 339 433; B. K. Merkelbach, Summa theologiae moralis, 2^{\mathrm{v}} ed., II, Parigi 1947, nn. 1060-62, pp. 981-83; A. Chotel, Les divertissements, in R. Aigrain, Ecritria, Parigi 1947, pp. 1271-1279; A. Oddone, I d. e la coacienza cristiana, in Ctr. Catt., 1948,19, pp 463-74.

Pietro Palazzini
DIVINAZIONE. - E una forma di idolatria e consiste nell'onorare come Dio il demonio, non perché lo si crede Dio e neppure per odio contro Dio, ma per la cupidigia di conoscere, col suo aiuto, le cose occulte.

Occulte possono essere cose presenti, passate e future; eventi naturali o liberi; fatti esterni o stati d'animo e diaposiatori interiori; e si possono raccogliere in tre categorie, secondo i tre mezzi mediante i quali se ne può venire a conoscenza. La prima comprende le cose occulte a tutte le creature e conosciute solo da Dio, in forza della sua onniscienza: queste cose l'uomo può conoscere soltanto per mezzo di una personale comunicazione divina: ad es., tutti gli eventi futuri ed incerti perché dipendenti da una libera volontà. La seconda comprende le cose occulte a tutti gli uomini e conosciute, oltre che da Dio, anche dal mondo spirituale angefico e diabolico: queste cose l'uomo può conoscere soltanto per mezzo di una particolare comunicazione o di Dio o di un angelo o di un demonio: ad es., gli avvenimenti che contemporaneamente si svolgono in luoghi lontani. La terza comprende le cose che di fatto sono occulte in un determinato tempo ad una particolare persona, ma che ella potrà conoscere quando disponga di mezzi che appartengono al mondo materiale, cosmico ed umano, e che sono a sua legittima disposizione : ad es., tutte le verità naturali ancora sconosciute, ma conoscibili mediante l'investigazione scientifica. L'indovino, volendo divinare le cose occulte mediante l'aiuto del demonio, può invocare tale aiuto o espressamente (d. espressa), oppure implicitamente (d. recita). Espressamente: sia che invecchi il maligno volta per volta, nei singoli casi, sia che voglia entrare con lui una volta per sempre in un patto, in forza del quale a determinati segni corrispondono sempre determinati significati. Né perciò è necessario che il demonio realmente risponda alle invocazioni o accetti il patto proposto dal divinatore; basta che questi ne chieda unilateralmente l'aiuto. Implicitamente : nel fatto stesso di voler conoscere cose occulte con l'uso di mezzi che si sanno per se stessi inadatti allo scopo : ad es., col pretendere seriamente di conoscere con certezza, per mezzo delle carte da giuoco, se una persona si sposerà o no. Questo modo di fare implica l'invocazione del demonio, perché colui che coscientemente si serve di un mezzo inadatto a conoscere cose occulte, evidentemente crede e s'aspetta l'intervento di un essere superiore. Quale? Certamente né Dio né gli angeli a lui obbedienti, poiché Dio riprova l'uso di tali mezzi. Resta dunque il demonio. Cosicché tal modo di agire tradisce davvero la intenzione implicita dell'intervento diabolico. Ché anzi contro simile intenzione, affermata con i fatti, è inefficace la protesta mentale o verbale di non credere o non volere in tutto questo l'intervento demoniaco.

Tutto questo è di facile comprensione per quanto riguarda la d. espressa. Non cosi per quella tacita. Esistono infatti svariate pratiche per investigare le cose occulte, nelle quali i mezzi adoperati possono entro

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certi limiti apparire naturalmente idonei allo scopo, ma, oltre quei limiti, non più. Sull'incertezza di quei limiti tra il naturale e il preternaturale ancor oggi purtroppo speculano gli indovini a danno delle persone ingenue e degli amatori delle cose mirabolanti. Le forme in uso: l'oniremanzia la necromanzia la chiromanzia, la fisiognomia, la rabdomanzia, la radiestesia, la trasmissione del pensiero, alcuni fenomeni di spiritismo ecc. Nella misura che queste forme di investigazione poggiano su criteri scientifici o già accertati, ad es., la rabdomanzia, o da accertare in via di esperimento, ad es., la trasmissione del pensiero, anche l'apparenza di d. è esclusa. Al di là di quella misura, finché sussiste almeno il dubbio che la manifestazione delle cose occulte è da attribuirsi a fattori naturali, pur se ignoti e casuali, non si può parlare ancora di d. tacita; solo l'invocazione espressa del demonio potrebbe far rientrare questi casi nell'ambito proibito della d. Essi quindi sono, sotto questo riguardo, del tutto leciti, e soltanto scopi loschi, ingiusti, più o meno deviati, potrebbero soggettivamente renderli peccaminosi. A costituire quindi la d. tacita si richiedono insieme due elementi essenziali: l'intenzione seria di voler conoscere le cose occulte con mezzi inidonei ed inoltre la conoscenza certa della loro inidoneità.

E evidente che la d. è ingiuria a Dio, spostando essa alla peggiore delle creature l'onore dovuto solo a Dio, per la sua onniscenza e provvidenza. Tale ingiuria nella d. espressa c'è sempre ed è grave. Non cosi in quella tacita. In questa, o la intenzione più scherzosa che seria, o la sfiducia nei responsi attesi, o anche la difficoltà di percepire la malizia morale che sottilmente si nasconde in essa, fanno si che raramente la colpa sia grave. Oltre questa malizia specifica, che è contro la virtù della religione, la d. può implicare, per circostanze particolari, altre deviazioni morali contro altre virtù : ad es., può offendere la giustizia, se si esercita la d. a scopo lucrativo; è contro la carità esponendo il prossimo allo scandalo o al pericolo di gravi danni; può essere contro la virtù della fede, se suppone o conduce a negazione o vacillamenti circa le verità rivelate; e simili.

Pecca contro la religione anche chi consulta il divinatore almeno perché coopera al suo peccato: quindi a condizione che lo conosca e nella misura nella quale lo conosce. Può anche peccare contro la carità verso se stesso, se, non solo consulta l'indovino, ma positivamente dirige la sua vita secondo i responsi riceruti; non peceherebbe però colui, che, per timori concepiti dopo le consultazioni divinatorie, si astenesse da determinate azioni pur se prima già deliberate, ma che non sono obbligatorie.

Bib.: T. Ortolan, Divination, in DThC, IV, coll. 12411255; H. Lachecq, a. v. in DACL, IV, coll. 1198-1219; A. Pi-scctta-A. Gennaro, Elementa theologiae moralis, II. Torino 1929, nn. 512-51; G. Génicot-J. Salamans, Institutiones theologiae moralis, I. Bruxelles 1946, nn. 284, 285, 286.

Leonardo Azzollini
Nelle religioni non cristiane. - E la conoscenza della volontà delle Potenze superiori tanto mediante segni simbolici, percettibili ai sensi, quanto con la diretta rivelazione all'anima per ispirazione ed emozione psichica di origine sopranormale. E la predizione di cose future e nascoste, che sfuggono all'indagine ordinaria.

[In origine era un ramo della magia ordinaria, secondo la quale cause simili producono simili effetti e che era basata, a differenza della scienza, su somiglianze superficiali ed apparenti stabilite a piacere e fantasticamente. Cosi l'indovino pretende prevedere da supposte cause determinati effetti; oppure da effetti constatati arguire la causa restata ignota, come l'autore di un delitto
o la causa di malattie ecc. Dalla magia la d. è passata tra le religioni, dove ha considerato certi fatti come segni o sintomi (omina) attraverso i quali la divinità fa conoscere il suo volere. In maniera speciale però gli dèi davano il loro responso (oraculum) in qualche tempio famoso, ove i fedeli venivano da ogni parte ad interrogarli, come in Grecia nel tempio di Apollo a Delfi, di Zeus a Dodona, di Asclepio ad Epidauro. Naturalmente non tutti erano in grado di interpretare il linguaggio della divinità, fossero omina od oracula; a questo, perciò, attendevano i sacerdoti tra i quali si trovavano alle volte delle classi specializzate, come gli auguri e gli àuspiei presso i Romani e tra i Babilonesi i veggenti, con a capo un archiveggente, che si tramandavano l'arte di padre in figlio sia oralmente che per scritto. Nell'epoca ellenistica la d. volle cercarsi un fondamento filosofico, e specialmente gli stoici più recenti, con Posidonio cercarono di giustificare questa superstizione, con il loro principio della simpatia corrente tra le varie parti dell'universo. Il trattato di Cicerone (De divinatione) dipende con ogni probabilità da Posidonio. Al contrario Giamblico, o forse un suo discepolo, autore del trattato neoplatonico De mysteriis, fonda la prassi della d. sulla luce che l'anima riceve nella sua unione con la divinità.

Molteplici sono i generi di d. Ma, lasciando da parte quella personale e diretta, consistente nell'ispirazione dei profeti veggenti, la più comune è la reale o indiretta, basata sopra segni acquisiti, omina ed oracula, di cui vuol essere l'esatta interpretazione.

La d. reale o sua volta si divide, secondo Cicerone (De divin., I, 6; II, 11, 26), in naturale quando i segni sono casuali; artificiale, quando i segni sono approntati dalle volontà dell'osservatore. I mezzi principali di cui si serve la d. naturale si possono compendiare nei seguenti : i segni celesti (astromanzia) su cui si fonda l'astrologia (v.); i segni atmosferici, come forza e direzione delle nubi (aeromanzia), uragani (ceraunoscopia), fulmini e tuoni, che erano per i Greci segni di Zeus, tutti segni che i Babilonesi riferivano all'astrologia; azioni e movimenti di animali, specie degli uccelli (v. acquei; asperdo); le nascite mostruose di uomini ed animali (teratomanzia), ritenute nefaste; segni speciali delle mani (chiromanzia) e delle altre parti del corpo (melomanzia, metopomanzia, onicomanzia, podomanzia, ecc.); stormire delle foglie come a Dodona; l'oneiromanzia o interpretazione dei sogni, che alle volte erano chiari (rivelazione diretta) o si procurava di averli mediante l'incubazione in qualche tempio.

In Roma la d. fulgurativa costituiva una parte notevole dell's etrusca disciplina » e le norme relative, dirette a stabilire donde i fulmini provenissero ed ove fossero diretti, erano contenute nei libri fulgurali, attribuiti alla ninfa Begoe o Vegoe. D'altra parte nei libri augurali erano elencati gli uccelli augurali divisi in acines, di cui dovressi osservare il canto, e in alites, dei quali andava osservato il volo. Si faceva anche conto, specialmente in guerra in cui occorreva un responso rapido, dell'avidità con cui i polli prendevano il cibo. Della d. augurale si occuparono Ennio Veranio e Varrone (Antiq. rerum divin., 3).

Tra i mezzi di cui si serviva la d. artificiale vanno notati: le sorti (cleromanzia), dalle quali derivava il sortilegio; mezzo facile e perciò antichissimo ed usatissimo, specie nell'Italia antica, ove a differenza della Grecia era poco conosciuta l'ispirazione personale. Più correntemente si otteneva il sortilegio mediante stecche o piastre su cui era scritta una frase. Perché poi l'operazione avesse più sicuro effetto si faceva in un tempio, ad es., quello di Preneste (sorte Praenestinae). Il fatto che sors divenne equivalente di fato e fortuna, indica tutta l'importanza assunta in Italia da questa specie di d. Inoltre: la lecanomanzia, consistente nel versare ed agitare in un bacino o coppa, liquidi diversi, come acqua, che è per eccellenza l'agente ed il veicolo della rivelazione, olio, vino, affinché dalle varietà dei loro movimenti ed aggruppamenti delle loro gocce si potessero trarre indrazioni per il futuro; i movimenti prodotti da un oggetto gettato in una fontana sacra (idromanzia), dove se l'oggetto affonda è buon segno; le forme, che possono

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essere illimitate, assunte dal fuoco in un sacrificio (piromanzia); il modo di salire del fumo (capnomanzia); l'osservazione dei visceri, specialmente il fegato, di un animale sacrificato (exispicio); i diversi fenomeni che presentavano i cadaveri in putrefazione, specie di necromanzia, che il più delle volte consiste nell'evocazione delle anime dei defunti, perché rivelino ciò che è nascosto o futuro; il giudizio di Dio (ordalis), ossia la prova pericolosa cui si assoggettava la persona sospetta, giudizio considerato da alcuni come una forma di d. in quanto si ritiene diretto a conoscere non tanto l'obiettiva realtà dei fatti, quanto la volontà divina di salvare o no la persona da giudicare.

La d., fondandosi sopra una concezione meccanica della Rivelazione divina, si oppone alla concezione profetica di una rivelazione personale, per il qual motivo le religioni rivelate sono contrarie per principio alla pratica di essa.

In prassi il popolo restava molto attaccato a mezzi creduti capaci di indicare il futuro, qualunque ne fosse l'origine. Di qui le misure prese dall'autorità sia civile sia religiosa per reprimere la d. Specialmente gli imperatori romani avevano cercato di impedire i suoi abusi sociali e politici. Il giureconsulto Paolo (Sententiae, 5, 21, 1.3) informa come coloro che consultassero gli indovini sulla vita del sovrano o soltanto sulla felicità dello Stato, dovevano essere puniti di morte insieme con quelli che davano la risposta; e come gli schiavi che chiedessero consulto sulla sorte dei loro padroni dovessero essere condannati all'estremo supplizio.

Bibl.: A. Bouché-Ledevec, Histoire de la divination dons l'antiquité, Parigi 1882; W. Halliday, Greek divination, Londra 1912; E. Stemplinger, Antiker Obbaltismus, in Neue Jahrb. f. Wissnuth. u. Jugendbildung, 5 (1929), p. 144 sgg. Alberto Galieti
"DIVINI ILLIUS MAGISTRI». - Enciclica di Pio XI, del 31 dic. 1929 (AAS, 22 [1930], pp. 49-86), intorno all'educazione cristiana della gioventù. L'argomento di capitale importanza nel campo della pedagogia e, nello stesso tempo, della religione, viene magistralmente trattato in questa, che può chiamarsi la "magna charta" dell'educatore.

L'enciclica risponde a tre questioni : 1) A chi spetta l'educazione? a) Spetta prima di tutto alla Chiesa per diritto positivo divino, in quanto specificamente investita da Gesù Cristo della missione di insegnare e di rigenerare le anime alla vita soprannaturale; madre e maestra, essa ha educato i popoli, spesso da sola, raccogliendo i frutti migliori di moralità e di civilizzazione; b) spetta pure alla famiglia per diritto naturale, derivato direttamente dal fatto della generazione; e questo diritto è inalienabile, anteriore ad ogni diritto dello Stato, e perciò inviolabile; c) spetta anche allo Stato, per l'autorità che gli compete di provvedere al bene comune temporale della comunità. Percib esso deve proteggere il diritto educativo della Chiesa e della famiglia, supplire al difetto dei genitori, rimuovere gli ostacoli pubblici ad una sana educazione; e ha il diritto di riserbarsi alcuni rami propri dell'istruzione, di completare anzi l'opera della famiglia e della Chiesa, dove queste non arrivano o non bastano, con scuole e istituzioni proprie. A salvaguardare questi diritti occorre, naturalmente, la coordinazione delle tre società. 2) Chi è il soggetto dell'educazione? E l'uomo "tutto quanto", corpo e spirito, decaduto per il peccato, redento dal Cristo. L'educazione non può quindi essere solo naturale, ma deve essere anche soprannaturale, non ignorando la Grazia e la legge divina. 3) Qual'è l'ambiente della educazione? a) La famiglia con la sua vigilanza e le sue premure; b) la Chiesa con i suoi Sacramenti e i suoi istituti; c) le opere di vigilanza e di preservazione, oggi più specialmente necessarie, che in altri tempi. 4) Qual'è il fine della educazione? La formazione dell'uomo, non solo, ma del cristiano; quindi l'educazione deve abbracciare tutto quanto l'ambito della vita umana,
plasmare caratteri integri e compiuti, prendendo a modello gli incomparabili esempi di Gesù Cristo.

Bibl.: Cf. la bibl. alla voce educazione. Celestino Testore
"DIVINI REDEMPTORIS". - Enciclica di Pio XI, del 19 marzo 1937 (AAS, 29 [1937], pp. 65106), contro il comunismo ateo, i cui principi si manifestano nel bolscevismo.

Dopo aver richiamato l'atteggiamento costante della Chiesa di fronte al comunismo, quale risulta dalle varie antecedenti encicliche e sue e dei suoi predecessori, Pio XI svolge l'argomento sotto questi aspetti: 1) Il "premoto nuovo vangelo ", sotto il pretesto della redenzione delle masse, presenta invece una dottrina materialista sovvertitrice della giustizia, della persona e dignità umana, della famiglia, della società e della religione. 2) L'arte del proselitismo: il terreno preparato dal liberalismo generale e laiciata e dal silenzio delle grande stampa ha facilmente ceduto ad una propaganda fatta con tutti i mezzi : aperti o subdoli; dichiarati o rivestiti dalle parvenze più innocue, alimentati da una stampa abbondante. 3) La opposta dottrina della Chiesa nel campo familiare, sociale e religioso, fondata sulla dignità e sulla fratellanza umana, e sulla figliolanza divina. 4) I rimedi. Il primo e principale è il rinnovamento spirituale dei singoli e delle nazioni alla luce del Vangelo, soprattutto alla luce del precetto dell'amore. A questo deve aggiungersi lo studio delle questioni sociali e la diffusione della dottrina cattolica intorno ad esse. 5) I cooperatori: primo e principale is clero, affiancato dagli appartenenti all'Azione cattolica e da quanti hanno ancora conservato il sano concetto della vera convivenza umana. 6) La cooperazione dello Stato, il quale deve attendere al benessere dei cittadini con una politica morale, un'amministrazione saggia e oculata, e il riconoscimento della piena libertà della Chiesa nella diffusione delle sue salutari dottrine.

Bibl.: G. Ledir, La nuova credenza del comunismo, in Civ. Catt., 1937, it. pp. 19-32; anon., L'voryel. D. R., vers. (rase. con commento, Perio: 1937.

Celestino Testore
"DIVINO AFFLANTE SPIRITU". - Enciclica di Pio XII, del 70 sett. 1943 (AAS, 35 [1943], pp. 297325) sul modo più opportuno di promuovere gli studi biblici; argomento sempre premurosamente seguito, promosso e difeso, contro errori ed esagerazioni, dalla Chiesa nel corso dei secoli, essendo la S. Scrittura una delle due fonti della Rivelazione e contenendo la Parola divina con il carisma della ispirazione e la conseguente inerranza.

Nella prima parte l'enciclica, prendendo le mosse dalla Providentiziann Deus di Leone XIII, del 18 nov. 1893 (Acta Leonis XIII, 13 [1893], pp. 326-64), dà un rapido sguardo agli effetti salutari che ne derivarono e che si manifestano nelle molteplici ulteriori istituzioni e previdenze da parte dei pontefici; nelle varie iniziative sorte per diffondere sempre più in mezzo ai fedeli la lettura della Bibbia, specialmente del Vangeli; nelle numerose pubblicazioni scrittoristiche comparse dappertutto; nella istituzione di "corsi biblici", "di settimane bibliche ", ecc.

Ma poiché molto resta ancora da fare e ulteriori progressi sono possibili per la soluzione di problemi o nuovi o non ancora pienamente risolti, l'enciclica, nella seconda parte, traccia un programma di lavoro scientifico convergente sullo studio sempre più profondo e preciso dei testi originali. Per questo si richiede: lo studio delle lingue antiche, spinto più a fondo; la critica testuale esercitata con logica accuratezza; l'interpretazione perfetta del senso, determinando bene quello letterale e la dottrina teologica, che vi è racchiusa; l'uso esatto degli scritti esegetici dei SS. Padri e degli scrittori ecclesiastici; la conoscenza ampia della letteratura profana, che può rendere più facile l'ermeneutica. Si aggiungono inoltre norme precauzionali per la questione dei generi letterari; e parole di viva esortazione alla lettura e alla spiegazione ben preparata e fondata della parola di Dio tra i

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fedeli, e all'amore intimo e sentito da parte dei sacerdoti verso "quella fonte pura e perenne di vita spirituale ", che è la S. Scrittura.

BibL.: A. Bea, L'encicl. "D. a. s.", in Cid. Catt., 1943, iv. pp. 212-222. Celestino Testore

DIVINO AMORE, COMPAGNIA del : v. COMPAGNIA DEL DIVINO AMORE.
"DIVINUM ILLUD». - Enciclica di Leone XIII, del 9 maggio 1897 (Acta Leonis XIII, 17 [1898], pp. 125-48) intorno allo Spirito Santo, all'opera sua santificatrice nella Chiesa e nelle anime e al conseguente dovere di ricordarlo, invocarlo e ascoltarlo nelle sue ispirazioni.

Premessi alcuni richiami sulla devozione alla S.ma Trinità, che non dovrebbe mancare nella vita di ogni cristiano, l'enciclica tratta ordinatamente della missione particolare dello Spirito Santo; missione che, svolta un giorno per la glorificazione di Gesù durante la sua vita terrena, continua e continuerà sino alla fine del mondo in vantaggio della Chiesa, da lui fondata. Esso, infatti, è garanzia del supremo magistero ecclesiastico, a cui assicura l'infallibilità; veglia all'accrescimento del "pusillus grec", che deve accogliere tutti i popoli; diffonde ampiamente i suoi corismi e i suoi dons di luce, di forza e di amore nelle anime, in cui abita mediante la Grazia, producendo quella splendida fioritura di anime eroiche e di santi, che formano il migliore ornamento della Chiesa.

BibL.: A. Vermeersch. Méditations pour la Penteckte, in Méditation sur la Ste Vierge, II, 14 a ed., Bruges 1930, pp. 8*106*; B. Plus, In unione con lo Spirito Santo, Torino 1947.

Celestino Testore
DIVISIONE. - Filosofia. - E l'operazione logica per cui un tutto vien risolto nelle sue parti. Mentre la definizione mira alla chiarificazione del contenuto di un concetto, la d. tende alla determinazione dell'estensione del medesimo.

Essa è duplice : reale, se si riferisce a un tutto ontologico, ad es., la d. della natura umana nelle sue parti essenziali o nei suoi principi operativi; logica, se ha per oggetto il concetto o termine universale, ad es., la d. della sostanza in materiale e spirituale. La d. logica può fondarsi su una differenza essenziale o puramente accidentale ai membri della d. : nel primo caso la d. è essen-ziale-intrinseca (es., la d. dei corpi in viventi e non viventi); nel secondo caso la d. è detta accidentale o estrinseca (es., la d. dei corpi in leggeri e pesanti).

La d., momento analitico nell'acquisto del sapere, risponde ad un'esigenza intrinseca della struttura della mente umana, e ha un indubbio valore positivo nella scienza, quando sia condotta con ordine, esattezza, misura e rigorosa determinazione concettuale, tanto del fondamento come dei rispettivi membri della d.

BibL.: Aristotele, Anal. pr., 1, 31, 46 a 21; Anal. post., II, 13, 96 b 15; Top. VI. 6, 143 a 36; Cicerone, Tepica, 3, 7, 8; G. Hegel, Scienza della logica, III, trad. it. di A. Moni, Bari 1923, pp. 309-12; Aristotele, Principi di logica, a cura di A. Carlini, Bari 1940, pp. 11-18; U. Viglino, Logica, Roma 1941, pp. 182-88.

Ugo Viglino
Diritto. - In diritto si chiama d. la scomposizione di una cosa o di una massa patrimoniale in più parti (generalmente per assegnarle ai vari aventi diritto), oppure la ripartizione di una circoscrizione territoriale in più altre della medesima specie di quella (v. circoscrizioni ecclesiastiche), o infine la costituzione di due o più enti da uno, che viene in tal modo ad estinguersi (nel diritto canonico l'esempio più cospicuo di quest'ultimo caso si ha nella d. del beneficio).

DIVISIONISMO. - Nome di una particolare tecnica pittorica collegata con l'impressionismo e le teorie scientifiche dei colori. Il principio sul
quale si basa è determinato dal fatto, scientificamente dimostrato, che disponendo a sottili filamenti alternati le tinte complementari destinate a formare un determinato colore queste, all'osservatore posto a determinata distanza, appaiono fuse formando quindi il colore desiderato e che altrimenti sarebbe risultato dal miscuglio delle tinte stesse. D'altro canto le tinte cosi disposte mantengono una maggiore capacità di rifrazione luminosa, donde la maggiore luminosita del colore.

In pratica, dato il lento, minuzioso procedimento tecnico richiesto e le difficoltà che ne derivano, non sempre s'ottiene l'effetto cui si aspira, come dimostrano ampiamente non solo le opere dei maggiori divisionisti italiani quali Victor Grubiey, Gaetano Previati, Giuseppe Pelizza da Volpedo, Giovanni Segantini, Plinio Nonnellini ecc. ma anche quelle dei pointillistes francesi la cui tecnica si basa su analoghi principi. Emilio Lavagnino

DIVORZIO : v. indissolubilità del matrimonio.
DIVUS THOMAS. - Rivista di filosofia e teologia edita a Piacenza a cura dei professori del Collegio Alberoni, Lazzaristi. Fu fondata nel 188 e per opera specialmente del prof. Alb. Barberis, C. M., per assecondare l'impulso dato da Leone XIII agli studi tomistici con l'encicl. Aeterni Patris.

Fino al 1899 uscì in fascicoli mensili di 16 pagine in 4^{°}. Nel 1900 ridusse in 8^{°} il formato, ampliò il programma e divenne bimestrale. Nel 1924 riprese le sue pubblicazioni rimaste sospese nel 1906, iniziando una terza serie. Nei suoi più che cinquant'anni di vita il D. T. ha portato un buon contributo agli studi tomistici e a quelli sacri in genere, ottenendo la collaborazione di insigni studiosi italiani e stranieri. Redatto dapprima in latino, ammise in seguito anche le lingue moderne. Ogni fascicolo contiene articoli originali, note e discussioni su punti particolari, resoconti su questioni di attualità, recensioni di opere recenti, rassegna di riviste affini e notiziario. La pubblicazione è apprezzata e diffusa in Italia e all'estero. Giacomo Crosignani

DIVUS THOMAS. - Rivista trimestrale di filosofia e teologia tomistica, edita dai domenicani professori nell'Università di Friburgo (Svizzera).

Fondata nel 1887, dal sac. prof. Ernesto Commer, si pubblicava a Münster con il titolo Jahrbuch für Philosophie und spekulative Theologie; gli fu aggiunto come principale il titolo D. T. nel 1914, e da tale anno fino al 1922 se ne fece la pubblicazione a Vienna. I domenicani professori nell'Università di Friburgo cominciarono nel 1920 a far parte del collegio di redazione e nel 1923 ne divennero gli editori ( 3^{2} serie, pubblicata a Friburgo). Dal 1925 la rivista pubblica anche un'accurata bibliografia tomistica. Fra i redattori importa ricordare G. Häfele, A. Horváth, G. Manser; fra i collaboratori: M. Grabmann, G. Gredt, N. Del Prado, C. v. Schuelzer.

Agostino Scherer
DJAKARTA, vicariato apostolico di. - Con decreto in data 7 febbr. 1950 la S. Congregazione di Propaganda Fide al vicariato apostolico di Batavia ha cambiato il nome in quello di D. Il motivo del cambiamento del nome è dovuto al fatto che in seguito alla costituzione degli Stati Uniti Indonesiani, la capitale federale Batavia è chiamata D.

Saverio Paventi
DJAKOVO : v. sirmio.
DJEMILA (arabo Gemiilah). - E l'antica Cuicul, città della Numidia presso il confine con la Mauritania. Nella località, già abitata da nuclei di popolazione indigena, Nerva dedusse una colonia di veterani, che fiori rapidamente così da divenire, già alla metà del it sec., un centro urbano di una

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certa importanza; gli scavi ne hanno rimesso in luce una notevole parte, sì che essa può considerarsi oggi uno dei maggiori campi archeologici dell'Africa romana.

Il cristianesimo vi dovette essere predicato nel corso del II sec. e farvi numerosi proseliti : alla metà del III sec. si trova già costituita una sede episcopale: un vescovo cuicultiano Pudentianus partecipa infatti al Concilio tenuto a Cartagine nel 256 sotto la presidenza di Cipriano; un altro vescovo Elpidophorus è presente al Concilio cartaginese del 348 . Nell'intervallo la Chiesa cuiculitana doveva avere risentito l'effetto delle persecuzioni; in varie iscrizioni della città sono ricordati nove martiri: un Claudio, celebrato il 1^{°} ott.; altri sette: Arensi, Aurelio, Donato, Emiliano, Sola, Teodosio e Vittoria il 5 marzo o maggio; infine un Pascenzio della cui festa non è nota la data : poiché nessuno di essi è ricordato nei martirologi non è da escludere che alcuni siano stati martiri donatisti. Anche Cuicul infatti
fu travagliata dallo scisma: nel 4 II il vescovo cattolico Cresconio, il cui nome è legato, come si vedrà, alla costruzione di vari edifici, dichiarava al Concilio di Cartagine che il suo avversario donatista era morto da poco. Un altro vescovo di Cuicul, Vittore, figura tra le vittime della persecuzione di Unnerico nel 484; l'ultimo di cui si ha ricordo è il Crescente che partecipa al Concilio di Costantinopoli del 553; quanto ancora vivesse la comunità cristiana della città, non è noto, ma è probabile che, come per lo più nel resto dell'Africa, essa venisse meno subito dopo le prime invasioni arabe della seconda metà del sec. vir.

Gli edifici cristiani sorsero, come di frequente, fuori del centro della città già occupato dai due forri, quello più antico e quello aggiunto al tempo dei Severi, e dai loro annessi; di due chiese, che sorgevano l'una a nord-ovest e l'altra ad est, restano solo le tracce: della prima, nell'iscrizione dei sette martiri già ricordati, dell'altra in alcuni frammenti architettonici, pure segnati con nomi di martiri: vicino a quest'ultima si stendeva forse anche un cimitero.

A sud-est invece è stato rimesso in luce tutto un vasto e notevole insieme di edifici costituito da due basiliche, una cappella, un battistero (oltre, forse, alle tracce di un battistero più antico), e una grande casa, in cui probabilmente si deve riconoscere la residenza del vescovo; è uno di quei complessi di cui si trovano esempi analoghi sia in altre città dell'Africa (Teveste), sia fuori (Salona, Cimitile).

Gli edifici non sorsero tutti naturalmente nello stesso tempo. Il più antico è la Basilica che si può chiamare, per le sua dimensioni rispetto all'altra, minore : è a tre navate divise da colonne, lunga (con l'abside) m. 35 e larga 16 , con la fronte rivolta ad occidente: l'ultima parte della navata centrale era recinta per il coro, leggermente sopraelevato sul piano del resto della chiesa; questo era decorato di mussici a motivi geometrici e figurati (animali), e iscrizioni con il ricordo di coloro che avevano contribuito alla decorazione; figurano fra essi un sacerdotalis e due tribuni. Una scala in fondo alla navata sinistra permetteva di accedere alla cripta ricavata sotto l'abside, più bassa di m. 3,50 , e congiunta, mediante un corridoio, alla cripta della vicina basilica maggiore. La costruzione della chiesa può fissarsi al sec. iv.

La seconda basilica, adiacente alla prima verso sud, ma divisa da essa da una specie di stretta spianata scoperta, ha dimensioni molto più ampie: m. 39,50 \times 28; ha lo stesso orientamento, ma è divisa in cinque navate da pilastri, cui nella navata centrale erano addossate colonne; sotto l'abside era la cripta, alla quale si accedeva, oltre che dal corridoio già detto, da una scala in fondo alla prima navata di sinistra. Anche il pavimento di questa chiesa era decorato di mussici; negli intercolumni figure di helve, scene di caccia, vasi, colombe sotto archi di fogliame, ecc.; nel resto animali entro riquadri o cerchi incorniciati da trecce e girali di acanto. Nel fondo della navata centrale era il coro, chiuso da balaustre : al di sotto di un mussico più recente era un piano più antico, sul quale, sempre in mussico, uno lunga iscrizione metrica conteneva il ricordo del vescovo Cresconio: come egli dedicò la basilica, deponendovi le reliquie degli antichi vescovi (iusti prioret) e martiri, che folle di pellegrini accorrevano a venerare, liete della fine dello scisma (donatista); l'ultima parte del testo è l'epitaffio dello stesso vescovo Cresconio. Singolare il fatto che l'iscrizione è la riproduzione, adattata con opportune varianti, di due iscrizioni metriche di Tipasa : a questa città, famosa per il santuario di S. Salsa, richiamano del resto altri elementi del complesso cuiculitano. Dall'epigrafe di Cresconio la basilica viene datata ai primi decenni del sec. v, quando la pace fu ridonata alla Chiesa africana.

Separata mediante una strada dalla basilica maggiore, ma con diverso orientamento e rivolgendo verso la prima l'abside, sorge la cappella, un modesto edificio di m. 19×11,50, a tre navate, molto mal conservato : altre costruzioni sono apparse sotto di esso, fra cui un tratto di muro circolare, in cui si può forse riconoscere l'avanzo di un battistero più antico.

Invece in ottimo stato di conservazione è il battistero, che si alza di fronte alla basilica minore con lo stesso orientamento, seppure non proprio sul suo asse : tale sua posizione potrebbe far sospettare che la sua co-

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struzione dovesse ricollegarsi e reputarsi coeva a quella della basilica minore anziché della maggiore, come si crede comunemente. Esso è congiunto ad un edificio termale, di piccole proporzioni, ma completo nelle sue parti, destinato ad uso dei catecumeni: l'unico altro esempio di tale unione di battistero con bagni, noto nell'Africa, è quello di Tipasa.

Il battistero vero e proprio è costituito da una rotonda fra due ali rettangolari porticate. La prima, costituita in mattoni rivestiti all'interno da intonaco con ornati in stucco, ha un diametro di m. 11,50 ca. e comprende un corridoio circolare con due vestiboli e un ambiente centrale contenente la vasca battesimale, di forma quadrangolare, coperta da un baldacchino: nelle pareti del corridoio erano ricavate alcune nicchie; il pavimento era dovunque a musaico: sul bordo della vasca, pure a musaico, cra una iscrizione allusiva al Battesimo.

A sud-ovest della basilica maggiore si distende quella che si suppone essere stata l'abitazione del vescovo, un ampio edificio a cui si accedeva da una larga strada porticata, e nel cui interno gli
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Djembla - L'insieme degli edifici cristiani di D. col Batristero.
ambienti si raccoglievano intorno a due atri.

Tutto il complesso degli edifici era intramezzato e disimpegnato da strade e scale, che, mentre riscattavano i dislivelli del terreno fortemente ondulato, facilitavano l'accesso e il movimento della folla nelle diverse parti, prova di quella frequenza di fedeli, cui accenna l'epigrafe sopra ricordata.

Tra gli oggetti rinvenuti negli scavi sono due patene di bronzo con monogramma e una con l'acclamazione Deagrastias, e un recipiente, pure di bronzo, forse un'acquasantiera.

Bibl.: P. Monceaux, Cuical chrétien, in Memorie Pont. Arend. Arch., 3^{e} serie, parte I (1923), pp. 1, 89-112, tavv. VII. VIII; E. Albertini, L'archéologie chrétienne en Algérie, in Atti del III Congresso interno, di arch. crist., Roma 1934, p. 411 sgg.; Y. Albia, D., Parigi 1938, p. 57 sgg. Pietro Romanelli

DLUGOSZ, Jan (Iohannes Longinus). - Storico, n. a Brzeźnica nel 1415, m. a Cracovia il 19 maggio 1480. Segretario del vescovo di Cracovia Zbygniew Oleśnicki e ordinato sacerdote nel 1440, compì missioni diplomatiche per il suo vescovo e per il re Casimiro IV, dal quale fu nominato arcivescovo di Leopoli, ma morì prima di prenderne il possesso canonico. Il D. è il più celebre storiografo polacco del medioevo.

In Italia ebbe relazioni con gli umanisti e portò in Polonia manoscritti di classici latini. Diligente raccoglitore di fonti, non è sempre critico nel servirsene ed il suo patriottismo prevale talora a scapito della imparzialità. Tra le opere del D. sono principali: Annales seu cronicae inclyti Regni Poloniae, libri XII, scritti negli aa. 1455-80 (Lipsia 1711-12); Liber beneficiorum dioecesis Cracoviensis ( 3 voll., scritti fra il 1470 e l'8o).

Bibl.: Opere: Ioannis Dlugosii senioris canonici Cracoviensis opera, ed. A. Przezdzieck, 14 voll., Cracovia 1863 1887: non comprende tutte le opere del D. Studi J. Caro, Iohannes Longinus, Jena 1863; H. Zeissberg, Die polnische Geschichtschreibung des Mittelalters, Lipsia 1873, pp. 197 344; Al. Sambrwiux, Krytyczny rozbiór dziejów polskich Jana Dlugosza! do r. 1384, Cracovia 1887; M. Bobrzynski-St. Smolka,

San D., jego życie i stanowisko w pilmiennictwie, ivi 1893; E. Perfeckij, L'histoire polonaise de 7. D. et les Annales russes, Praga 1932.

Giuseppe Olir
D. M. S. - Questa sigla si legge d(i s) M(a n i b u s) s(acrum) ed è scritta raramente per disteso; per lo più si omette il terzo elemento s(acrum). Il senso è sempre lo stesso, che la sepoltura e il cippo o monumento sono consacrati agli dèi Mani e messi sotto la loro protezione contro eventuali violazioni. La formola greca corrispondente alla latina è θ(s ° i ́ s) χ(α τ α χ \vartheta ° v i σ ι ς) ovvero χ(\vartheta ° v i σ ι ς).

Si premette per regola all'iscrizione, in alto, come titolo. Venne in uso già durante il sec. I d. C., ma fu veramente frequente e come di prammatica nei secc. II e III, naturalmente nelle sepolture dei pagani.

Tuttavia questa formola compare anche sopra un numero notevole d'epitaffi certamente cristiani (e in alcuni giudaici) particolarmente in Roma, e nel resto dell'Italia a Chiusi,
e nell'Africa sotto la forma più piena D . M . S. Grandi sforzi si fecero dagli eruditi del passato per spiegare in modo cristiano quelle sigle (ad es., D(e o) M(agno), d(igno et) m(erito), θ(s \bar{ω}) χ(τ ι σ τ ξ), ma invano. Bisogna dire che tali sigle con l'uso erano diventate prive del loro specifico significato pagano, servendo solo ormai a indicare che si trattava d'una iscrizione funebre; per molti doveva persino essere ignota la loro vera lettura, ad es., per quell'africano che la traduce donis memoriae spiritantiu(m) (CIL, VIII, n. 20780).

In molte lapidi, accanto e in mezzo, al D. M. furono incisi segni o parole specificamente cristiani. Si è detto che i cristiani, comprando la lapide già preparata con quella titolatura, vollero in certo modo annullare con quelle giunte il senso pagano del D . M.

Ciò non può essere vero in generale, perché quelle lapidi o sono fattura di cristiani o mostrano ad evidenza una medesima scrittura d'una stessa mano.

Bisogna dunque concludere che anche in questo caso l'accostamento di cose si eterogenee mostra che non si capiva più la giusta portata di D. M. Lo stesso dimostrano certe forme strane come D.I.B.M., D.O.M. e l'affiancamento al monogramma di Cristo, cose tutte che inducono al sospetto che chi scriveva leggesse quelle sigle in modo assai diverso dal vero.

Si può pensare che procedano per certe filizzioni dal D. M. le simili titolature degli epitaffi cristiani più tardi B. M. (molto comune) e B. M. S. (in Calabria).

Bibl.: A. M. Lupi, Epitaphium Severae martyris illustratum, Palermo 1734, pp. 104-108; F. Becker, Die heidnische Weiheformel D. M., Gera 1881; B. Santoro, Il concetto dei «Dii Manes, nell'antichità romana, in Riv. di filos. ed intr. classica, 17 (1889), pp. 1-62; G. Greeven, Die Siglen DM auf altchristlichen Grabschriften, Reydt 1897; E. Diehl, Inscript. lat. Christ. veteres, II, Berlino 1927, pp. 288-312 e III, ivi 1931, pp. 425-27 (codlezione di testi). Antonio Ferrara

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(Ist. Enc. Calt.)
D.M.S. - Iscrizione funeraria posta a ricordo del martite Menandro da Pomponia Mitilene (sec. III) con il θ ( 106 ; K(ora78ovion) - Roma, Basilica di S. Agnese.

DOBMAYER, Marian. - Teologo benedettino, n. a Schwandorf (Baviera) il 24 ott. 1753 e m. a Amberg (Baviera) il 21 dic. 1805 (secondo altri nel 1803). Già gesuita, dopo la soppressione della Compagnia nel 1773 entrò nell'Ordine benedettino nel monastero di Weissenohe (Bamberga), dove emise i voti nel 1775. Sacerdote nel 1778 , fu professore a Neuburg, Amberg e Ingolstadt.

Il suo Systema theologiae catholicae ( 8 voll., Sulzbach 1807-19) edito da T. P. Senestrey e redatto in compendio da E. Salomon (P. M. D. institutiones theologicae in compendium redactae, 2 voll., (vi 1823, 1833), fu giudicato uno dei migliori lavori teologici del secolo scorso. Ma il giudizio venne di molto attenuato per la teoria erronea che il papa mutui l'irrefragabilità dei suoi supremi responsi non dalla sua autorità, ma dal consenso dei vescovi. Oltre alle opere ricordate, di lui si hanno: Conspectus theologiae dogmaticae (Amberg 1789); Regula fidei ac theologiae catholicae (Sulzbach 1821).

Bibl.: Anon., M. D., in Theolog. Quartalschrift, I (1819), pp. 416-40 ; 2 (1820), pp. 38-55,309-23 ; 7 (1825), pp. 116-33; Sommervogel, III, col. 107; Hutter, V. coll. 649-51; B. Heurtelbize, s. v. in DThC, IV, col. 1479; A. Reats, D. M. D. and sein theol. System, in Theol. Quartalschr., 98 (1916), pp. 76-112; id., s. v. in LThK, III, col. 353.

Vito Zollini
DOBRIZHOFFER, Martin. - Gesuita, missionario, n. a Graz il 7 sett. 1717, m. a Vienna il 17 luglio 1791. Inviato nel 1748 al Paraguay, vi passò diciotto anni fra gli indigeni Abiponi del Gran Chaco e le tribù settentrionali dei Guarani. Dopo l'espulsione dei Gesuiti (1767), tornò in Austria e dal 1773 fu predicatore di corte a Vienna, dove l'imperatrice Maria Teresa l'invitava spesso a narrare le sue avventure missionarie.

Sull'argomento lasciò un'opera molto gustata: Historia de Abiponibus, equestri, bellicosaque Paraguaiana natione ( 3 voll., Vienna 1783-84), subito per la loro abiettività e importanza tradotta in tedesco da A. Kreil (ivi 1783-84); poi in inglese da S. Coleridge (Londra 1822). L'opera, oggi ancora assai stimata, lo colloca tra i pionieri della etnologia.

Bibl.: Sommervogel, III, col. 108; A. Huonder, Deutsche Jesuitenmissionäre des 17. und 18. Jahrh., Friburgo in Br. 1891, p. 142; Streit, III, pp. 309-12, 515.

Celestino Testore
DOCETI. - L'appellativo d. (dal verbo greco: δ o x e t ̌ v= sembrare) indica una setta la quale ri-
sale fino ai tempi apostolici. Secondo tale setta, Gesù Cristo "sembrava" uomo, "parve" nascere, vivere, patire e morire. Era una vera illusione: la narrazione evangelica è una narrazione fantastica, e di conseguenza l'Eucaristia non contiene il corpo di Gesù. I principali esponenti del docetismo furono:

1) Simon Mago, il quale voleva far credere che Gesù aveva sofferto fittiziamente e che lui, invece, aveva sopportato le sofferenze attribuite al Maestro. Quest'impostore si montò pian piano la testa fino al punto da spacciarsi come la grande Virtù di Dio (Act. 8, 10) e poi come Dio stesso. Verso la fine del sec. 1, si attribuì contemporaneamente il compito di ciascuna delle tre Persone Divine. Simone è il vero fondatore dello gnosticismo, di cui il docetismo non fu che un aspetto. Ci sono pervenuti soltanto alcuni frammenti della sua opera intitolata 'A π \dot{σ} σ α π \mathrm{I} ( - Rivelazione -).
2) I discepoli di Simone: Cerinto, Menandro e Saturnilo. Secondo s. Irenes, che attinge tali indicazioni da s. Policarpo, Cerinto insegnava il mondo essere stato creato non da Dio, ma da una forza inferiore a Lui e a sua insaputa. Gesù non nacque dalla Vergine per opera dello Spirito Santo, ma da Maria e Giuseppe né più né meno come gli altri uomini. Nell'ora del Battesimo, l'investi una "Virtù " procedente da Dio. Tale Virtù, chiamata Cristo, gli diede il potere tiumaturgoce e l'accompagnò fino al momento della Passione. Allora, però, l'abbandono, ed egli poté così soffrire e morire, mentre la suddetta Virtù continuò ad essere spirituale ed impossibile.
3) Basilide, n. ad Alessandria, vissuto sotto Adriano ed Antonino, sostenitore della dottrina della metempsicosi, ridusse la Redensione ad un giuoco di prestigio. Il figlio, incorporco e prontiforme, non poteva soffrire : si fece sostituire da Simone di Cirene, il quale realmente portò la Croce e fu crocifisso, mentre Gesù, sotto le apparenze di Simone, assisté in maniera invisibile ed irridendo a tali patimenti, poi risalì presso il Padre.
4) Lo gnostico Cerdone, della Siria, venuto a Roma sotto papa Igino (137) sostenne che, essendo la materia opera del demiurgo e non di Dio, Cristo non poteva averla avuta, e non ebbe, quindi, nascita corporale.
5) Cerdone viene ritenuto come il maestro di Marcione, n. a Sinope sul Ponte nell'85, il quale fece buoni affari nel commercio e si trasferì poi a Roma durante il pontificato di Igino (137). Marcione ha gli stessi principi di Cerdone e quindi non ammette che Gesù sia disceso nel seno di Maria. Egli non nacque, ma, colato dall'alto, apparve d'un tratto, già adulto, a Cafarnao. Marcione si spacciava come discepolo di s. Paulo. Secomunicato nel 144, organizzò delle comunità piene di fanatismo in Europa, Asia ed Africa.
6) Valentino, venuto anch'egli a Roma durante il pontificato di papa Igino, vi trascorse 30 anni, dal 136 al 165. Ebbe come discepoli Tolomeo ed Eraclione. Insegna che il primo Essere, come il seme del fico, è piccolissimo, ma di una inesauribile potenza. Da lui
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(Ist. Pont. comm. arch. sacra)
D.M.S. - Iscrizione funeraria di Fl. Bafnilla col D.M.S. (563). Roma, Cimitero dei SS. Marco e Marcelliano.

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procedono 3 Eoni : Albero, Foglia, Frutto, i quali, moltiplicati per 10 che è il numero perfetto, formano 30 . Ognuno poi di questi 30 Eoni, dando la parte migliore di se stesso, contribul a formare il Cristo, immagine di Dio. Il quale non nacque da Maria Vergine, anche se uscí da lei, perché il suo corpo, piovuto dal Cielo, attraversò soltanto il corpo della Vergine, senza nulla prendere. Il Cristo compi i fatti esposti nel Vangelo, ma nel momento del Bittesimo prese l'apparenza d'un altro corpo. Allorché il grande arconte o capo degli angeli malvagi lo condannò alla croce, lasciò affiggere al patibolo il suo primo corpo ifico, ma con l'altro suo corpo paeomatico, ricevuto durante il Battesimo, visse il grande arconte e mandò all'aria i suoi perfidi piani.
7) L'autore sconosciuto del Vangelo di Pietro, libro apocrifo, contro il quale Serapione, vescovo di Antiochia (190-203), mette in guardia i fedeli di Rossos (Cilicia).
8) I bardesaniti attribuivano al Cristo un corpo astrafe ed una nascita fittizia. La loro setta, che durò fino al sec. v, a torto si appellava all'autorità di Bardesane, n. in Edessa nel 154 e m. nel 222.
9) I monsihai, con la loro teoria dualistica del Bene, che è Spirito, e del Male, che è Materia, furono costretti a negare il corpo a Cristo. Per salvare però la realtà della Passione, sdoppiarono Gesù, distinguendo un Gesù passibile ed un Gesù impossibile.
10) I pauliciani d'Armenia negavano la realtà della nascita del Cristo. Si immaginavano che quell's altro", di cui i discepoli di Giovanni chiesero a Gesù se bisognava attenderlo (Lc. 7, 20), fosse un angelo che sarebbe venuto effettivamente e avrebbe subito la passione. Per questo adoravano non la Croce, ma il Vangelo.
11) I bogomili slavi credevano che Gesù entrò in Maria mediante l'orecchio e prese in lei una "somiglianza" di corpo.
12) In Occidente il Concilio di Orléans nel 1022 anatematizzó 13 eretici catari i quali negavano essere il Cristo vissuto e morto realmente.
13) Siccome un tale errore è adatto alle bizzarrie dell'immaginazione e trae buon partito dall'illimitata credulità delle persone semplici, il docetismo non ha esaurito la gomma delle sue fantasie e nei circoli teosofici o spirititrici del nostro tempo gareggia con le più arruffate stranezze della gnosi antica.

BibL.: Su Simon Mago: L. Carfaux, La gosse simonicane, in Recherches des sciences religieuses. 15 (1925), pp. 489-511; 16 (1926), pp. 5-20, 266-85, 480-503. Alcuni contestano l'identità tra l'eretico Simone e Simon Mago. E. de Faye, Goutiques et Gomsticione, 2^{°} ed., Parigi 1925, p. 433; A. Bludau, Die ersten Gegner der Tohamnesschriften, Friburgo in Br. 1925, passim. Su Valentino: M. M. Saguard, La Gosse valentinicone et le témolgange de et Irénée, Parigi 1947. Su Marcione: A. d'Alès, Marcian et la réforme chrétienne, in Recherches des sciences religieuses, 12 (1925), pp. 137-68. Sul prezzo docetismo di Clemente Alessandrino e di Origene, come anche sul docetismo in genere, si veda G. Barcille, s. v. in DThC, IV, coll. 1484-1501.

David Lathoud
DOCILITA. - Etimologicamente (da docere) significa la buona disposizione ad abbracciare la retta opinione di un altro. Così la descrive pure s. Tommaso, il quale l'annovera tra le parti della prudenza e soggiunge : «la prudenza ha per oggetto tutte le operazioni anche particolari dell'uomo: ed essendo queste d'una varietà pressoché illimitata, non può l'uomo ponderare sufficentemente in un tempo limitato il pro e il contro di ogni singola azione; per cui è necessario che egli si lasci istruire da altri, di lui più sapienti. In ciò consiste appunto la d. " (Sum. Theol., 2ª-\mathbf{2}^{\mathrm{ac}}, q. 49, a. 3).

Comunemente però il termine docile ha un significato più ristretto e più specifico ed indica colui che si piega facilmente ai consigli, alla volontà degli altri. Anche nell'ascetica spesso si confonde questo termine con mansuetudine, pazienza, obbedienza. D. però è parola più vaga, meno esatta di queste ultime. Potrebbe infatti significare la stessa attitudine alla arrendevolezza anche nel male, il che si esclude quando si parla invece
di quelle virtù cristiane. Una parola equivalente sarebbe piuttosto pieghevolezza. I trattati di ascetica ne parlano a proposito dell'obbedienza, non della prudenza, come fa il Dottore Angelico.

Per l'acquisto della virtù cristiana della d. i maestri di spirito dànno molte e svariate regole, di cui le prin cipali potrebbero considerarsi lo sforzo costante e quotidiano di rinunciare alla propria volontà per sottometterla a quella di Dio, il non fidarsi del proprio giudizio nelle cose più importanti della propria anima, l'abitudine di considerare le cose e gli avvenimenti umani da