volume-04

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 pace del 1468 . M. a Brescia il 17 febbr. 1478.

Opere: un trattato inedito: De potestate papae concilii et cardinalium; De dignitate episcopi (Roma 1757); Tractatus de reformatione Curiae Romanae (Brescia 1495) ed altre rimaste manoscritte.

Bibl.: Hurter, II, 1006; Pastor, II, passim; H. Jedin, Storia del Concilio di Trento, I, Brescia 1949, pp. 108-109. Pio Paschini DOMINICI, GIOVANNI, beato. - Cardinale domenicano, n. a Firenze nel 1357 e m. a Buda il 10 giugno 1419.

E denominato dal padre, Domenico Banchini (o Bacchini), morto prima ch'egli nascesse. Accolto nell'Ordine nel 1374 (a S. Maria Novella) e non senza molte difficoltà, a causa della poca istruzione e della balbuzie, fece ben presto grandi passi nel sapere, e in seguito guarì anche del difetto di lingua, divenendo per 25 anni un oratore di grido sui principali pulpiti d'Italia.

Tuttavia le migliori energie del D. furono date alla riforma del suo Ordine e all'estinzione dello scisma occidentale, che straziava allora la Chiesa.

A Venezia (1387) pose il germe della riforma. Fu dapprima vicario generale del convento di S. Domenico ( 19 maggio 1390); indi di tutti i conventi riformati (20 nov. 1393). Passato a Firenze all'inizio del 1400, tra la Cattedrale e il pulpito continuò la delicata missione di riformatore, fondando allo scopo il convento di S. Domenico di Fiesole (1406). Con la morte di Innocenzo VII
(6 nov. 1406), il D. entrò spontaneamente nel campo politico, per cooperare alla cessazione dello scisma. Fu per tal fine mandato dalla Repubblica fiorentina a Roma, onde si evitasse l'elezione d'un nuovo pontefice. La missione falli; ma il D. ebbe modo di farsi stimare ancor più dal nuovo eletto, Gregorio XII, dal quale venne creato arcivescovo di Ragusa ( 26 marzo 1408) e poi cardinale di S. Sisto nel maggio successivo. L'accettazione di tali promozioni costò non poche critiche al domenicano; egli però se ne serví in bene. Difatti, benché riconoscesse per vero il Pontefice Romano e ne eseguisse le delicate commissioni, riusci al fine a strappargli l'abdicazione. Presentatala al Concilio di Costanza (4 luglio 1415), manifestò l'intenzione di rinunciare alla porpora. Non gli fu acconsentito; anzi il nuovo pontefice, Martino V, affidò all'abile diplomatico domenicano il difficile peso di una legazione in Ungheria e Boemia contro gli Ussiti (ro luglio 1418). Ivi non potć concludere la sua missione, anche a causa della morte che lo colse quasi subito a Buda. Il suo culto fu confermato da Gregorio XVI nel 1832. Festa il 10 giugno.

Si hanno del D. molti scritti, parte inediti : lettere, commenti alla S. Berittura e trattati. Tra questi merita un ricordo speciale quello latino Lucula noctis, scritto verso il 1405 , ove si risolve con un po' di severità il problema dell'uso dei classici (edd. R. Coulon, Parigi 1908; Moore, Notre-Dame 1940). Ottimi, anche come testi di lingua, sono i due trattati italiani : Regola del governo di cura familiare (Firenze 1860) e Amore di carità, composto questo probabilmente tra il 1392-94 (Bologna 1889).

Bibl.: Quéti!- Echard, I, pp. 768-70; A. Bacioni, Lettere di santi e beati fiorentini, Firenze 1736; H. V. Sauerland, Card. 7. D. und sein Verhalten zu den kirchlichen Unionsdestrebungen, in Briegereche Zeitschrift, 9 (1884), p. 242 sgg.; A. Rösler, Card. 7. Dominici, O. P., Friburgo in Br. 1893; H. Dehove, s. v. in DThC. IV, ii, coll. 1661-67; I. Maione, Il b. D., in Studi e seggi di letteratura, Bologna 1923, pp. 1-25; L. Santamaria, Il concetto di cultura e di educazione nel b. G. D., in Memorie domenicane, nuova serie, 5 (1930), p. 14 sgg.

Angela Viale
Il pensiero pedagogico del D. - Il D. cercò di opporsi al dilagare dell'Umanesimo. Come può vedersi nelle sue opere Regola del Governo di cura familiare e Lucula noctis, si scaglia contro le affermazioni dell'Umanesimo perché lo studio dei classici comprometteva la salvezza dell'anima. Mentre tutto l'Umanesimo lavora, sotto certi aspetti, al fine di conciliare mondo cristiano e mondo pagano, il D. si oppone decisamente a quest'ultimo come negatore della fede cristiana perché prima e fuori della Verità rivelata. La filosofia, al pari di ogni altra scienza naturale, "non è propriamente scienza ma opinione». Tutta la dottrina antica è - compresa quella di Platone e di Aristotele - piena di errori dannosi alla purezza della fede. Da questo pensiero è facile arguire come il D. si scagli contro tutta la cultura umanistica che si era fatta suscitatrice dell'antico sapere grecoromano. Ma, poiché un uomo non sfugge mai del tutto a quelle che sono le idee e le tendenze del suo tempo, cosí è facile avvertire nello stesso D., pur nella sua decisa volontà di opposizione al già fiorente Umanesimo, un senso nuovo e moderno di considerare l'educazione, soprattutto quando riconosce i diritti del corpo, o quando afferma la libera natura dell'uomo. Il corpo non è più considerato come nemico dell'anima, è anzi il suo "scudo o vero palvese ", che, a difesa dell'anima, riceve tutti i colpi. La carne non è nemica dello spirito, ma aiuta lo spirito a trionfare. La vittoria della carne è nell'essere e farsi serva dello spirito.

Bibl.: A. Galletti, Una raccolta di prediche inedite di G. D., in Miscellanea di studi critici in onore di G. Mazzoni, Firenze 1907, pp. 233-78; M., L'elogusoco, Milano s. d., pp. 188-96; G. Vidari, L'educazione in Italia. Dal!‘Umanesimo al Risorgimento, Roma 1930, pp. 33-32; V. Rossi, Il Quattrocento, Milano s. d., pp. 44 sg., 88 sg., 193.

Nino Sammarrano

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(Int. Alinari)
MIRACOLI, MORTE E FUNERALE DI S. DOMENICO. Particolare del polittico di F. Traini (1344) Pisa, chiesa di S. Caterina.

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ALLATTAMENTO E NOZZE DEGLI ESPOSTI. Affresco nell' Ospedale di Siena.

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In alto: INTERNO RESTAURATO DELLA BASILICA DEI SS. NEREO E ACHILLEO, cretta sulle tombe dei martiri tra il 390 e il 395 e rifatta nel sec. vi - Roma, Cimitero di Domitilla. In basso: NARTECE DELLA BASILICA DEI SS. NEREO E ACHILLEO. I sarcofagi appartengono a un ipogeo anteriore alla costruzione della basilica - Roma, Cimitero di Domitilla.

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(fol. Pont. Comm. Arch. Sacro)
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(fol. Pont. Comm. Arch. Sacro)
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(fol. Pont. Comm. Arch. Sacro)
In alto: TITOLO DI AMPLIATO (sec. III). - Al centro: EPITAFFIO DI VITTORINO "Anima Innocentissima Inter Sanctis et Iustis" (sec. iv). In basso: ISCRIZIONE DI PASCENZIO, lettore del titolo "de Fasciola" (fine sec. iv) - Roma, cimitero di Domitilla.

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(da O. Marneth, Roma solletranca, nuova serie. Monumenti del cimitero di D., Roma 1909)
Domitilla, cimitero di - Pianta.

DOMINICUM. - I luoghi più antichi dove i cristiani tenevano le loro adunanze e celebravano i divini misteri furono le domus private, che erano denominate in vario modo: olxos, domus Ecclesiae, domus Dei, domus orationis.
D. (xupuxxóv = "che appartiene al Signore ») forse sottintende la parola conventiculum o altra simile. Come la parola Excknós, significa adunanza e, in seguito, il luogo della riunione. Il concetto che esprime è quello stesso della domus Dei. Tale significato viene a cessare alla fine del sec. iv, quando il nome è usato per indicare tutto ciò che è proprietà dell'Imperatore od è a lui pertinente. S. Cipriano, nel trattato De opere et eleemosyna (Opera, I, Vienna 1868, p. 384), scrive: «In dominico sine sacrificio venis». L'Itinerarium Hierosolymitanum (CSEL. XXXIX, p. 23) scritto verso il 333, a proposito della basilica costantiniana del S. Sepolcro reca: «Ibi modo iussu Constantini imperatoris basilica facta est, id est d., mirae pulchritudinis" (per spiegare la parola basilica, si ricorre al sinonimo più conosciuto). Ancora nel Chronicon di s. Girolamo (PL 27, 678 e 682) si legge: «in Antiochia d., quod vocatur aureum, sedificari coeptum ".

Unico esempio nel campo della epigrafia, è da ricordare, nei riguardi del vocabolo, un'iscrizione romana incisa sul collare di uno schiavo, attribuita dal De Rossi alla prima metà del sec. iv.

Bibl.: C. M. Kaufmann. Manuale di archeologia cristiana. Roma 1908, p. 127; H. Leclercq, s. v. in DACL, IV, coll. 13851386; F. Grossi Gondi. I monumenti cristiani iconografici e archi-
rettonici, Roma 1923, p. 398-411 E. Diehl. Inscriptiones Latinae Christianae veteres. I, Berlino 1923, n. 1230.

Luigi Maria Catteruccia
DOMINIS, MARCANTONIO de: v. de dominis, MARCANTONIO.

DOMITILLA, cIMITERO di. - E situato sull'antica via Ardeatina che aveva il suo percorso più ad occidente dell'attuale. L'odierno ingresso è sulla via delle Sette Chiese.

Il nome del cimitero è desunto non da indicazioni primitive, ma da un tardo documento detto «Indice dei cimiteri»: "Coemeterium Domitillae Nerei et Achillei ad S. Petronillam via Ardeatina».

Infatti nel codice Cambrense del Martirologio geronimiano si legge "in cimiterio eorum» e nella biografia di Giovanni I (523-26) si dice che il Papa "refecit cymiterium beatorum martyrum Nerei et Achillei».

La Passio narra che questi due martiri vennero sepolti nel "praedium Domitillae», donde il nome di cimitero nell'Indice citato. Due iscrizioni pagane rinvenute nella zona soprastante ricordano donazioni di sepolcri "ex indulgentia Flaviae Domitillae" o "eius beneficio" (CIL, VI, 16426, 8942).

Si conoscono due Flavie Domitille, l'una figlia di una sorella di Tito e Domiziano, moglie del console Flavio Clemente (Dione Cassio, Hist. Rom., 67,

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14; CIL, VI, 948), l'altra, secondo Eusebio (Hist. eccl., III, 18, 4), figlia d'una sorella del console Flavio Clemente, inviata in esilio nell'isola di Ponza, dove poi la vedova Paola, alla fine del sec. iv, vide ancora il luogo dove D. "longum martyrium duxerat" (S. Girolamo, Ep. 108 ad Eustoch.).

Nell'area sopraterra del cimitero, nell'inverno del 1926, venne ritrovato, adiacente all'antica via Ardeatina, un sepulcreto pogano costituito da colombari e da "formae" anche cristiane, come pure erano state rinvenute nel 1822 (O. Marucchi, Di un gruppo di antiche iscrizioni cristiane spettanti al cimitero di D. e recentemente acquistate dalla Connessione di archeologia sacra, in Nuovo bull. di arch. crist., 7 [1901], pp. 233-36). Oltre l'area sopraterra, il cimitero si sviluppa per oltre 12 km . di gallerie su due piani principali, costituiti da antichi nuclei autonomi in seguito collegati insieme.

Uno dei nuclei primitivi che G. B. De Rossi (Del cristianesimo nella famiglia dei Flavi Angusti, e delle nuove scoperte nel cimitero di D., in Bullettino di arch. crist., 1^{4} serie, 2 [1865], pp. 17-24, 33-46,89,98 ) poi il Wilpert (Pittura, p. 121) e il Marucchi (Roma sotterranea, nuova serie, Mommenti del cimitero di D., I, Roma 1909, p. 92), hanno ritenuto come l'ipogeo dei Flavi e databile al sec. I, è composto di un ingresso adiacente alla via Ardeatina, con ambienti laterali per riunioni, e in origine di un'unica galleria scavata nel vivo della collina, contenente nicchie per sarcofagi con decorazione a fresco: putti vendemmianti nella volta, putti alati con festoni, paesaggi e scene cristiane, come Daniele tra i leoni, pescatore all'amo, Noé. Ma non si hanno elementi per attribuire l'ipogeo ai Flavi né la datazione è anteriore alla metà del sec. II (A. Schneider, Der Eingang zum Hypogaeum Flaviorum, in Mitteilungen des deutsch. archäolog. Instit., Römische Abteilung, 43 [1928], pp. 1-12).

Un'altra regione antica è quella detta dal De Rossi dei Flavi Aurelii; la sua scala d'accesso fu distrutta dalle fondazioni del muro perimetrale sinistro della basilica. La superfice di questa regione era limitata e i proprietari furono costretti a successivi abbassamenti, come in Callisto (v.); lo Styger vi ha distinto sei periodi successivi; all'ultimo di essi appartiene il cubicolo con i sepolcri ancora dotati di una "C. Iulia Agrippina Simplici dulcis in aeternum", di un "P. Aelius Rufinus", di un "M. Aurelius Ianuarius" e di un "Annius Felix", non posteriori alla metà del sec. III.

Una terza regione con scala propria e ipogeo a nic-
chie per sarcofagi non è posteriore alla 2ª metà del sec. III. In esso vennero deposti nelle "formae" scavate in un cubicolo i martiri ricordati nel sec. iv; l'ipogeo venne alterato dalla costruzione di una piccola basilica, orientata all'opposto dell'attuale e successivamente occupato dal grande edificio a tre navate con doppio ordine di colonne (R. Krautheimer - W. Frank), Herent discuseries in Churches in Rome, in American Journal of Archand., 43 [1939], pp. 397-98). Lo sterro della basilica fu iniziato dal De Rossi nel 1873 nell'area acquistata da mano. F. S. De Merode per facilitare gli scavi alla Pontificia Commissione di Archeologia sacra. Il De Rossi identificò due frammenti del "carme damasiano" in onore dei martiri Nereo e Achilleo, una delle colonne del ciborio con la scena del martirio del martire Achilleo e una serie di iscrizioni riferentesi al clero del titolo di Pasciola, situato presso le Terme Antoniane dal quale dipendeva il cimitero.

In un cubicolo adiacente alla basilica è rappresentata la defunta 5 .Veneranda introdotta nel Paradiso dalla martire Petronilla (Petronella mart[yr], G. B. De Rossi, Scoperta della basilica di S. Petronilla col sepulcro dei martiri Nereo e Achilleo nel cimitero di D., in Bull. di archeologia cristiana, 2ª serie, 5 [1874], pp. 3-35; id., Scoperta dell'immagine a fresco di s. Petronilla nel cimitero di D., ibid., pp. 122-25; id., Sepolcro di I. Petronilla nella basilica in via Ardeatina e sua traslazione al Vaticano, ibid.,
3^{2} serie, 3 [1878], pp. 125-46; c ibid., 4 [1879], pp. 5-20; id., Esame critico ed archeologico dell'epigrafe scritta sul sarcofago di S. Petronilla, ibid., pp. 139-60).

Una quarta regione è detta dello scalone di Tor Marancia; fu sterrata fin dal 1854 . La scala in origine immetteva ad un primo piano, poi fu ingrandita e approfondita fino a gran profondità. Ivi la cripta dipinta con il Buon Pastore fu attribuita dal De Rossi e dal Wilpert al sec. I mentre essa non è anteriore alla seconda metà del III.

Questa regione fu in parte visitata da P. Ugonio e da A. Bosio fin dal 1593 (Roma sotterranea, Roma 1632, p. 195); il Bosio vi ritornò più volte e la ritenne il cimitero di S. Zefirino Segreto; una volta temette di esservisi smarrito. Fu nota anche al Boldetti il quale distaccò le pitture di un cubicolo descritto e riprodotto dal Bosio nella sua Roma sotterranea e le dette al benedettino p. Scammacca che le portò nel suo monastero di S. Niccolò in Catania dove si conservano alterate da un infelice restauro (H. Achelis, Römische Katakombenbilder in Catania, Lipsia-Berlino 1932). Al primo piano appartengono: una quinta regione detta di Ampliato dal

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Domitilla, cimitero di - Adorazione dei Magi. L'artista ne ha raffigurato quattro (sec. iv).
cubicolo con l'iscrizione Ampliatl scoperta dal De Rossi nel 1881 (Il cubicolo di Ampliatio nel cimitero di D., in Bull. d'urch. crist., 3^{°} serie, 6 [1881], pp. 53-74, 123). Esso però non può datarsi al I o alla prima metà del sec. II (Wilpert, Pitture, p. 95, tavv. 30-31, 1); presenta due successive decorazioni e non è anteriore alla metà del sec. in. Una sesta regione del 1^{°} piano è quella detta dei Sei Santi, scoperta nel 1898-99; con cubicoli poligonali e pitture del sec. Iv; una scttima regione nota fin dal tempo del Bosio pure del sec. Iv è quella nella quale si trova una serie di arcosoli e cubicoli dipinti, uno dei quali con doppia abside, con le rappresentazioni del Bunn Pastore e di Gesù Cristo tra i dodici Apostoli e una serie di pitture identificate dal Wilpert come riferentesi all'annona, cioè alla sbarco del grano (Elu unbehouvtes Gemälde aus der Katakoude der hl. Domitilla und die cömeterialen Freshen mit Darstellungen aus dem realen Leben, in Römische Quartalschrift, I [1887], pp. 20-40). Presso questa regione si trova dipinta tra due loculi l'immagine della Epifania con 4 magi (sec. iv). Una ottava regione con propria scala discendente al secondo piano è quella detta del 1897 con una serie di gallerie assai regolari. Vi si trova il cubicolo di un presbitero Eulalio.

Il Boldetti devastò anche una nona regione situata tra la basilica e l'ipogeo detto dei Flavi. Ivi cercò di staccare gli affreschi decoranti il cubicolo del fossore Diogene che invece rovino. - Vedi tavv. CXI-CXII.

Biol.; A. Bosio, Roma sotterranea, Roma 1632, pp. 192273; Wilpert, Pitture, pp. 495-500; id., Sarcofagi, I-II (v. indice); O. Marucchi, Roma sotterranea cristiana, nuova serie. Monumenti del cimitero di D. sulla via Ardintina, I, Roma 1909; II, ivi 1914; id., Le catacombe romane, ivi 1933, p. 133 sgg.; P. Styger, L'origine del cimitero di D. sull'Ardintina, in Atti della Pona. Accad. rom. di archeol., 3^{°} serie, rendiconti, 2 (1928), pp. 89-144; id., Die Römischen Katakouden, Berlino 1933, pp. 6397; G. P. Kirsch, Le catacombe romane, Roma 1933, p. 203 sgg. Le iscrizioni del cimitero saranno tra poco pubblicate da A. Silvagni - A. Ferrua, in Inscriptiones Christianae urbis Romae, nuova serie. III. Enrico Isai

DOMIZIANO, Tito Flavio (Imperator Caesar Domitianus Augustus), imperatore romano. - N. a Roma il 24 ott. 5 I d. C., m. il 18 sett. 96. Successe al fratello Tito, il 13 sett. 81. Tetro ed irascibile di indole, giunse all'Impero esasperato dalla lunga attesa. Si mostrò tuttavia da principio liberale e moderato, unendo la fermezza del padre e la dolcezza del fra-
tello. Restaurò e costruì molti templi ed edifici pubblici, diede sontuosi spettacoli, curò la giustizia ed i buoni costumi del popolo, sterminando i delatori. Combatté con successo in Britannia ed in Germania, contro i Catti e i Daci, estendendo e consolidando i confini dell'Impero. Ben presto però manifestò il suo spirito dittatoriale, rendendosi inviso al senato che ordì continue congiure, le quali non ebbero altro esito che rendere D. sempre più sospettoso e tirannico, aumentando proscrizioni, vessazioni e condanne.

Le forti spese da lui fatte avevano vuotato le casse del foco. D. pensò allora di rimediarvi exigendo con maggior durezza la tassa giudaica del didramma ed estendendola anche a tutti coloro che professavano o sembravano vivere secondo i costumi giudaici. Tra questi furono compresi i cristiani, non ancora ben distinti dagli ebrei nell'opinione delle autorità romane. Il rifiuto opposto dai cristiani per ragioni religiose e sociali ben comprensibili, insieme con i sospetti e le calunnie di interessati, sembra sia stato la causa di una persecuzione contro di essi, che è attestata con certezza da scrittori antichi degni di fede. Tra le vittime furono lo stesso cugino di D., Flavio Clemente, che era stato console nel 95, con la moglie Flavia Domitilla e molti altri accusati di empietà e professione di giudaismo, Acilio Glabrione, accusato di cospirazione e di seguire nuove superstizioni. Altra vittima fu l'apostolo s. Giovanni, il quale, secondo la testimonianza di Tertulliano (De praescr. haeret., 36), sarebbe stato immerso a Roma in una caldaia di olio bollente, ed uscitone illeso, fu relegato nell'isola di Patmos dove scrisse l'Apocalisse. In questa stessa opera poi non mancano accenni alla persecuzione ed ai martiri dell'Asia Minore tra cui è nominato espressamente Antipa (v. Apoc. 2, 8-13; 6, 9 sgg.; 7, 13 sgg.; 12, 11 sgg.). La persecuzione però, suscitata per ragioni politiche, per quanto dura, fu ben presto revocata, specialmente dopo che D. poté constatare che alcuni parenti di Gesù, accusati come cospiratori, non erano che poveri e pacifici contadini. Una congiura di palazzo alla quale non fu estranea la stessa moglie di D., ebbe finalmente ragione del tiranno che fu ucciso nel sett. del 96.

Biol.; Eusebio, Hist. eccl., III. 20; Svetonio, Domitianus; S. Gsell, Etude sur le règne de Domitien, Parigi 1894; A. Manaresi, L'Impero Romano e il cristianesimo nei primi tre secoli, I, Roma

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Domiziano, Tito Flavio - Ritratto contemporaneo. Roma, Museo Capitolino.

1910, pp. 48-57; P. Allard. Storia critica delle persecuzioni, trad. it., I, Firenze 1913, pp. 88-128; A. Cordara. La persecuzione in casa Flavia e la congiura contro D., in Didascaleion, 5 (1916), pp. 113-94; Fliche-Martin-Frutaz, I, pp. 299-302. Agostino Amore

DOMIZIO, santo, martire. - All'inizio del sec. vi un D. martire è ricordato in un'omelia del vescovo Severo di Antiochia, ma senza altri particolari, mentre alla fine dello stesso secolo Giovanni Malala parla di un D. anacoreta e martire fatto uccidere da Giuliano l'Apostata e venerato nelle vicinanze di Ciro in Siria. La sua Passio molto leggendaria fu evidentemente composta sulla falsariga della vita di un altro D. medico persiano, venerato a Quros in Armenia e con il quale il nostro è stato anche confuso. Secondo le testimonianze di Malala e della Passio, D. sarebbe morto il 6 marzo del 363 e trasferito a Ciro il 5 luglio 365 ; ma nessuna delle due date si riscontra nei martirologi orientali. Festa il 5 luglio.

Bibl.: Acta SS. Iulii, II, Parigi 1867, p. 225 sg.; J. Van den Gheyn. Acta Graeca S. Dometii martyris, in Anal. Boll., 19 (1900), pp. 289-320; P. Peeters, St Dométios le martyr et st Dométios le médecin, ibid., 57 (1939) pp. 72-104; Martyr. Romanum, pp. 271, 328. Agostino Amore

DOMUS AETERNA. - La mancanza di sepoltura, la violazione o la distruzione della tomba erano ritenute dagli antichi le peggiori ingiurie che potessero capitare al defunto. Perciò quasi tutti i viventi si preoccupavano di costruire sepolcri capaci di sfidare il tempo e lo proclamavano apertamente, quasi a tener lontani gli eventi avversi e le offese degli uomini. In tal senso vanno considerate le formule frequenti nella epigrafia funeraria: d. ae., domus aeternalis, sedes aeterna, tumulus aeternae domus.

L'espressione d. ae. non è estranea all'epigrafia cristiana e risale nel concetto a due passi del Vecchio Testamento (Eccle., 12, 5 : «Ibit homo in domum aeternitatis suae»; Ps. 48, 12: «Sepulchra eorum domus illorum in aeternum»). L'epigrafia greca offre assai frequentemente la formula eliónos; oleas; negli epitaffi tanto pagani che cristiani. Molto numerose sono in Africa le iscrizioni cristiane di tal genere, e s. Agostino riprova la formula per il suo senso troppo materialistico. L'espressione pagana si colora però nel «credo» cristiano di un significato
più elevato : la tomba è custodia del corpo fino al giorno della resurrezione.

Bibl.: S. Agostino, Enarrationes in prabuos (In ps. XLVIII, PL 36, 554); H. Leclercq, s. v. in DACL, IV, it, coll. 1443-92; E. Diehl, Inscriptiones Latinae Christianae vateres, I, Berlino 1925, nn. 317-18. Luigi Maria Catteruccia

DOMUS CULTA. - L'impoverimento dei redditi della Chiesa romana, dovuto al malanimo degli imperatori d'Oriente, alla concessione in enfiteusi delle terre e ad altre cause, costrinse i papi a supplirvi con uno sfruttamento più razionale dei patrimoni rimasti loro nelle vicinanze di Roma.

A cominciare da papa Zaccaria (m. nel 752) organizzarono a cultura diretta, eliminando i grandi fittuari, dei grandi possedimenti, raggruppandoli ciascuno intorno ad un centro abitato, provvedendoli di chiesa, mulino, depositi e di quant'altro si richiedeva per la vita spirituale, economica e sociale, mettendoli in vicendevole relazione per lo scambio dei prodotti necessari. I coltivatori che li facevano fruttare entrarono in tal modo nel ceto degli impiegati pontifici accanto agli ecclesiastici e formarono delle milizie rurali che al bisogno erano in grado di prendere le armi a difesa del Papa. Le d. c., che sotto Zaccaria erano 5, crebbero poi, specie sotto Adriana I (m. nel 795), di numero ed assicurarono alla proprietà ecclesiastica maggiore stabilità e più cospicuo rendimento per far fronte alle difficoltà interne del potere temporale. Erano situate nella Campania romana e nella Tuscia meridionale.

Bibl.: L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat pontifical, Parigi 1904; G. Tomassetti, La campagna romana antica, I, Roma 1910, pp. 110-12; II-IV, ivi 1926, passim; O. Bertolini, Roma di fronte a Bisanzio e ai Longobardi, Bologna 1941, p. 505 sgg. Pio Paschini

DONADONI, Carlo Antonio. - Teologo e oratore dei Minori conventuali, n. a Venezia il 15 ag. 1672, m. a Sebenico (Dalmazia) il 7 genn. 1756. Accolto nel collegio di S. Bonaventura in Roma ( 8 maggio 1693 ), vi compì i corsi superiori di teologia, ottenendone i gradi accademici. Insegnò filosofia e teologia nello Studio di Padova, dove fu reggente, e in altri Studi dell'Ordine. Nel 1721 fu eletto ministro provinciale della sua provincia di S. Antonio, e il 12 apr. 1723 vescovo di Sebenico in Dalmazia. Governò con somma diligenza, edificando il suo gregge con la parola e con le opere.

Notevoli fra le sue opere i Panegirici sacri (Venezia 1707), la Morale di Aristotle a Nicomano (ivi 1709), La Crucce la esame (ivi 1740). Scrisse anche contro l'opera del Muratori: Della regolata devozione dei cristiani, impugnando la proposta di ridurre le feste religiose.

Bibl.: D. Sparacio, D. C. A., in Miscell. Franc., 28 (1928), pp. 149-90; id., Frammenti bibliografici di scrittori e autori min. conv., Assisi 1931, p. 77; G. Abate, Series app. O. F. M. conv., in Miscell. Franc., 31 (1931), p. 167; Sbardea, III, p. 207 .

Giovanni Odoradi
DONATELLO (Donato di Niccolò de' Bardi). - Scultore, n. a Firenze nel 1386, ivi m. nel 1466. Accanto al Brunelleschi, architetto, e a Masaccio, pittore, è il creatore della nuova umanità artistica del primo Rinascimento. Garzone nella bottega del Ghiberti dal 1403 al 1407, poi compagno di lavoro di Nanni di Banco, D. si forma in un ambiente profondamente gotico, benché ferace di ingegni e già percorso da fremiti di rinnovamento. Le sue prime prove (Profeta destro della porta della «mandorla» nel duomo di Firenze e suo «pendant» a Parigi [1406-1408], Davide in marmo al Bargello [1409], S. Marco di Orsammichele [1411], S. Giovanni Evangelista nel Duomo [1413-15], ecc.) mostrano evidenti i segni dello sforzo geniale per liberare dai tradizionali stilemi gotici la visione di un'umanità eroica

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(Ripr. Pizzi)
(Int. Enc. Catt.)
RITRATTO DI NICCOLÒ DA UZZANO - Firenze, museo nazionale del Bargello.

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e febbrilmente vitale : qualche riferimento all'antico non ha significato di umanistica nostalgia, ma di ritorno alle fonti della più fresca immediatezza espressiva. Chiude questa fase di formazione il S. Giorgio di Orsammichele (al Bargello), ove il gotico serpeggiare della linea si è tradotto nella parola novissima di quell'aventante spirale del manto che, imprimendo alla figura un'intensa energia di scatto, ne blocca il movimento ancorandola ad una chiara cubatura spaziale. Ma è un equilibrio momentaneo, quasi raggiunto a fil di rasoio, ché subito dopo, nelle statue del campanile (dal 1415 al 1430 ed oltre) ed in altre opere coeve, D. raggiunge effetti di grande drammaticità, scavando e corrodendo le superfici, in una visione di intensa profondità umana.

Frattanto nelle statuette e nel rilievo eseguiti per il fonte battesimale di Siena (1423-29), nell'Assunta del monumento Brancacci a Napoli (1427), nelle statue bronzee del Davide e dell'Amore-Atys al Bargello, nel pulpito di Prato (1428-38), e nella cantoria del duomo fiorentino (1433-39), la luce si fa protagonista dello stile ora scandendo con i suoi bagliori la prospettiva, ora modellando la plastica del nudo, e sempre trasfigurando gli elementi naturalistici o classicistici (è documentato un viaggio di D. a Roma nel 1433) in un'espressione di grande profondità spirituale, sempre diversamente accentata, ora sul malinconico e pensoso, ora sul drammatico, ora sull'esaltazione di una sfrenata vitalità (lievemente offuscata talvolta dalla collaborazione di Michelozzo). Le porte bronzee e i tondi in terracotta della sagrestia vecchia di S. Lorenzo sono tra i raggiungimenti più alti di questo "espressionismo" donatelliano che dissolve in una concorde vibrazione di linee e di luce ogni corporeità e nell'iperbole di un meraviglioso illusionismo prospettico ogni definizione spaziale. Dal 1443 D. è a Padova, dove nelle statue e specialmente nei bassorilievi dellultare del Santo raggiunge, attraverso un luminismo fluidissimo e tutto d'impero, accenti di intensa tragicità. Anche il monumento equestre al Gattamelata (1447-53),
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(Int. Alinari)
Donatello - S. Giovanni Evangelista - Firenze, Chiesa di S. Maria del Fiore.
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Donatello - Monumento al Gattamelata - Padova.
pure nell'apparente serenità e nell'ispirazione al Marco Aurelio romano, si regge stilisticamente su di un equilibrio labilissimo; è una compagine di ritmi incalzanti, di superfici frementi nella luce, erose e scavate, tenute insieme da una linea tutta in tensione.

Nelle opere eseguite da D. dopo il ritorno a Firenze nel 1453 - la Maddalena del Battistero, il gruppo Giuditta e Olsferne in Palazzo Vecchio, il S. Giovanni Battista del duomo di Siena, i due pulpiti lignei, eseguiti con larga collaborazione di scolari, in S. Lorenzo - è ancora, e più raccolto e rivolto in profondo, il drammatico luminismo affermatosi nelle opere padovane. Sicché, come è stato detto, la società fiorentina, che ormai maturava gli ideali serenamente umanistici di quella che sarà l'età di Lorenzo il Magnifico, doveva leggere in queste opere estreme del grande maestro un ammonimento severo, quasi un a memento mori a.

Il percorso artistico di D. è dei più complessi e dei più difficili a definirsi in una formola: e solo si potrà dire, concludendo, che il fervore eccezionale del suo genio in ansia di continuo superamento finl per distruggere le proprie conquiste ponendosi a un tempo come fondatore ed eversore, almeno in potenza, di una stessa grande civiltà: quella del Rinascimento quattrocentesco. - Vedi tavv. CXIII-CXIV.

Bibl.: H. Kauffmann, D., Berlino 1935; J. Lányi, Problemi di critica donatelliana, in La critica d'arte, 4 (1939), pp. 9-23; R. Buscaroli, D., Firenze 1942; E. Cecchi, D., Roma 1943; L. Planiscig, D., Firenze 1947; G. Galassi, La scultura fiorentina del Quattrocento, Milano 1949, pp. 67-112; W. R. Valentiner, D. or Nanni di Banco, in La critica d'arte, 8 (1949), pp. 23-31. Roberto Salvini

DONATI, Lodovico. - N. a Venezia, probabilmente nella parrocchia di S. Martino. Fu frate minore. Fatto maestro in teologia da Urbano V, dopo aver insegnato a Pisa, fu tra i fondatori della facoltà teologica di Bologna. Inquisitore a Venezia e nella Marca Trevigiana negli aa. 1366-73, nel 1379 fu eletto ministro generale dell'Ordine a Strigonia. Urbano VI lo creò cardinale di S. Marco il 31 dic. 1381 e lo inviò insieme con due altri cardinali legato a

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Carlo di Durazzo nel maggio 1382. Insieme con altri cinque colleghi fu preso prigione dal Papa sotto accusa di cospirazione a Nocera il 12 genn. 1385 e mori in prigionia a Genova nel dic. del 1386.

Bibl.: G. Ghedina, Fr. L. D. primo rard, veneziano, Verona 1882; Eubel, I, p. 24; Sbaralea, II, p. 187; F. Benoff. Deoli studi nell'Ordine dei Minori, in Missoli, franc., 31 (1931), p. 124; B. Petzamo, I. Francescani alla facoltà teologica di Bologna, in Arch. franc. hist., 27 (1934), pp. 10-11. Candido Romeri

DONATILLA, santa, martire: v. MASSIMA, donatilla e seCondina, sante, martiri.

DONATISMO. - Scisma africano che prende il nome dal vescovo Donato (v.). Tale scisma, che per 350 anni, dalla fine della persecuzione dioclezianca alla conquista musulmana, ma con particolare intensità fra il 313 e l'invasione vandalica, afflisse la Chiesa d'Africa, fu originato da dissensi circa la condotta tenuta dal clero durante la persecuzione; e le indagini recenti tendono a ridare la dovuta importanza all'elemento religioso e ai motivi dottrinali, pur senza disconoscere le cause d'ordine economico-sociale e anche etnico-politico, che scrittori moderni, dal Thümmel e dal Martroye (v. bibl.) in poi (e ancora F. Oertel, in Cambridge Ancient History, XII, Cambridge 1939, p. 280) hanno posto in luce. Nel corso di questa crisi, infatti, la Chiesa africana fu tratta ad abbandonare certe posizioni e vedute sue particolari, per accettare la dottrina e la prassi di Roma; e punti d'importanza tur'altro che lieve (quali, ad es., l'efficacia per sé, ex opere operato, dei Sacramenti, la stessa concezione della Chiesa, la distinzione tra eresia e scisma, i rapporti tra la Chiesa e l'autorità temporale e la posizione giuridica dei non ortodossi nello Stato cristiano [v. carattere saCRAmentale; chiesa; eresia; sacramento; scisma]), anche se non si presentarono per la prima volta né soltanto allora, vennero discussi, approfonditi e chiariti da teologi quali s. Ottato o il grande Agostino, nella disputa con i dissidenti, ch'ebbero pure controversisti di qualche valore: uno dei quali, Ticonio, avviato ad ammissioni e riflessioni che non rimasero senza influenza sullo stesso s. Agostino.

Durante la persecuzione, tra la colpevole debolezza di alcuni e lo zelo quasi fanatico di altri, il vescovo di Cartagine e primate dell'Africa, Mensurio, aveva, con altri, dato esempio di abile, forse troppo abile, avvedutesca, consegnando, invece delle Scritture, libri eretici. Cessata la persecuzione ad opera di Massenzio, Mensurio, che condannava gli eccessi di zelo, fu a sua volta criticato dai rigoristi e specialmente dai vescovi numidi, alla testa dei quali era Secondo di Tigisi. Intanto, essendosi rifiutato di consegnare alle autorità il diacono Felice, che aveva offeso Massenzio, Mensurio venne chiamato a Roma, e prima di partire affidò ad alcuni fedeli ori e argenti. Nel viaggio di ritorno, mori (311). A Cartagine si decise di non attendere i vescovi numidi per la consacrazione del nuovo eletto. Ma, contro le aspettative dei due aspiranti Borto e Celestio, stuscí Ceciliano, il quale fu consacrato da Felice d'Abtungi. Allora i due delusi, una vedova prepotente e ambiziosa, Lucilla, già irritata con Ceciliano, e i consegnatari dei tesori, si unirono: chiamarono i Numidi che in 70, sotto Secondo di Tigisi, considerarono nulla la consacrazione di Ceciliano (pur dichiaratosi disposto ad accertarne una valida, qualora risultasse certa la nullità della prima) in quanto compiuta da Felice, un traditor; e accusarono di traditio ("consegna di libri e oggetti sacri ai persecutori") anche Mensurio e lo stesso Ceciliano, suo diacono. Quindi elessero il candidato gradito a Lucilla, Maggiorino (312).

Pertanto, dopo la sua vittoria su Massenzio, Costantino, desideroso d'ingraziarsi anche in Africa i cristiani, si trovò di fronte allo scisma. E incerta la data
di una sua lettera (in Eusebio, Hist. eccl., X, 6, 1-3) con cui rivolgendosi a Ceciliano lo incarica di distribuire i sussidi concessi alle Chiese dell'Africa e lo assicura dell'appoggio delle autorità riguardo ai dissidenti. Dal canto loro questi si rivolsero al proconsole Anulino (313), pregando per suo mezzo l'imperatore di dirimere la controversia, nominando giudici della Gallia, paese che non aveva conosciuta la persecuzione. Costantino designò i vescovi Materno di Colonia, Reticio di Autun e Marino di Arles, perché, in unione con il papa Miluade, ascoltassero le due parti; il Papa convocò altri is vescovi italiani e il Concilio, riunito il 2 ott. 313 nella casa di Fausia al Laterano, decise in favore di Ceciliano. Donato (sulla questione della persona, v. donato), ora capo ardito e intraprendente del partito scismatico, obsetto che il giudizio era stato frettoloso: non c'era investigata la condotta di Felice d'Abtungi. Si ebbero pertanto in breve volger di tempo (la successione precisa degli avvenimenti è incerta, per lo stato delle fonti) l'inchiesta intorno a Felice, assolto da ogni accusa calunniosa, e il Sinodo di Arles del 1^{°} ag. 314 , il quale confermò la sentenza favorevole a Ceciliano e stabili, tra l'altro, che: i traditores, dimostrati tali da atti pubblici, dovevano essere deposti; ma le ordinazioni fatte da loro, a soggetti irreprensibili, erano valide; né si doveva iterare il Battesimo somministrato nel nome della Trinità, anche se da eretici. Nemmeno allora i donatisti cedettero; onde Costantino, trattenuti in Italia Ceciliano (a Brescia) e Donato, pensò di far eleggere, considerando deposti i due contendenti, un nuovo vescovo di Cartagine. Vi mandò pertanto due vescovi, Eulalio ed Eunomio, i quali riconobbero invece valide le sentenze conciliari. Donato ritornò in Africa; e essi Ceciliano, Ma i donatisti si rivolsero ancora al' "Imperatore, perché giudicasse in persona: il che Costantino fece, scrivendo al vicario d'Africa Eumalio, il 10 nov. 316.

Quattro anni dopo, il dissidio tra il diacono Nundinario di Cirta (Costantina) e il suo vescovo donatista, Silvano, portò a una nuova inchiesta, dalla quale risultò che lo stesso Silvano, da suddiacono, era stato traditor con il suo vescovo Paolo. Tra i documenti fatti circolare da Nundinario era altresi il verbale d'una riunione di vescovi, tenuta a Cirta il 13 marzo 305, sotto la presidenza di Secondo di Tigisi: da cui apparivano tutti traditores. Lo scandalo colpiva cosi gli accusatori di Ceciliano, e tutto il partito, il quale da allora cercò di revocare in dubbio l'autenticità di quel testo, del resto, nella forma in cui ci è giunto, alquanto sospetto anche a giudizio dei moderni (Tillemont, Buonaiuti ed altri), che i cattolici, nella lunga polemica, rinfacciarono continuamente ai donatisti.

Così i motivi di dissenso e l'astio crescevano. Ormai non poteva giovare né la repressione, né la tolleranza che Costantino concesse nel 321 , alla vigilia dell'urto con Licinio, per ragioni politiche evidenti. Poiché si rimproverava loro di non essere in comunione con la Chiesa di Roma, i donatisti trovarono, con ogni probabilità tra la numerosa colonia africana, un gruppo di seguaci : i cosiddetti montenses, ch'ebbero un vescovo, Vittore. In Africa, intensificarono la propaganda, si costruirono nuove chiese, aumentarono il numero dei loro seguaci, approfittando senza dubbio del malcontento dovuto a cause sociali, economiche e politiche. Infatti, i donatisti (benché per alcuni anni non si prendessero contro di loro misure gravi tranne forse quelle, a noi ignote, le quali attirarono al prefetto Gregorio gli insulti di Donato) si erano fatti ormai avversari tenacissimi di ogni intervento del potere politico in materia religiosa e, pertanto, ostili alle stesse autorità civili. Le domande, da essi rivolte polemicamente ai cattolici: «che cosa hanno che vedere i cristiani con i re? e i vescovi con la corte? " riecheggiavano quella rivolta da Donato ai due commissari, Paolo e Macario, inviati nel 347 dall'imperatore Costante, as-

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sai sollecito dell'unità religiosa nei suoi territori, per giungere alla pacificazione. Ma, tra atti di violenza, falli anche questo tentativo.

Costante potrebbe esservi stato indotto anche dal fatto che, mentre il vescovo cattolico di Cartagine, Grato, sedeva con gli ortodossi del Concilio di Serdica, i vescovi ariani del conciliabolo di Filippopoli, nello sforzo di cercare aderenti in Occidente, si erano rivolti anche a Donato, il quale probabilmente non rimase del tutto insensibile all'invito. Comunque, la missione di Paolo e Macario provocò incidenti assai gravi. Il vescovo donatista di Bagai, anch'egli di nome Donato, si rivolse ai circoncellioni; scoppiarono tumulti, la truppa agli ordini del comes Silvestro si abbandonò ad eccessi, e la repressione fece altre vittime, tra cui lo stesso Donato, con l'altro vescovo donatista Marculo e altri, venerati dagli scismatici come martiri; Donato fu mandato in esilio. Nel 349 il vescovo Grato convocò a Cartagine un Concilio, in cui ringraziò Dio per aver posto fine allo scisma. Il Concilio fece sua la condanna del doppio Battesimo, e dichiarò illecito il venerare come martiri i caduti, non per la fede, bensì per vera mania suicida o per resistere all'autorità. Ma i donatisti si sentivano confermati nella loro idea, che la vera Chiesa fosse quella avversata dal potere politico, le "Chiese dei martiri». E l'idea ripetuta nelle "passioni" dei loro "martiri " la Passio Donati, la Passio Marculi, la Passio Maximiani et Isaac (opera di Macrobio); che ispirava uno scritto, perduto, di Vitellio africano (cf. Gennadio, De vir. illustr., 4) dal titolo significativo De eo quod odio sint mundo Dei servi, e un sermone (opera, secondo A. Pincherle, non di s. Ottato di Milevi, bensì di un donatista, forse Ottato, vescovo scismatico di Thamugadi) che si ritrova ancora in Gaudenzio (cf. Agostino, C. Gaud., I, 5,6; 20, 22; 26, 29 segg.).

Sotto Costanzo, le cose non mutarono, e l'episcopato africano seguitò a godere della protezione imperiale, mentre Restituto di Cartagine presiedette il Concilio di Rimini e firmò quella professione di fede, per cui veniva poi deplorato dal Concilio romano del 378. Ma con Giuliano, che permise il ritorno alle proprie sedi di tutti i vescovi esiliati, anche i donatisti chiesero e ottennero di ritornare alle loro: tra essi Parmeniano, il successore di Donato a Cartagine e autore di uno scritto in 5 ll ., confutato poi da s. Ottato di Milevi. Cominciò cosi la controversia letteraria. A s. Ottato, Parmeniano non replicò. Ma dovette reagire, prima con una confutazione (verso il 373), poi facendolo condannare da un Concilio, contro uno dei suoi, Ticonio, che su vari punti dava implicitamente ragione ai cattolici.

Ma quello di Ticonio non fu l'unico dissenso nell'interno del d. Nonostante le condanne di Valentiniano (375) e di Graziano (377), lo scisma continuava a diffondersi; ma si venivano anche formando dei gruppi di dissidenti, come quello dei rogatistae o rogatenses, da Rogato vescovo di Cartenna, nella Cesariana, verso il 370, che rimproverava ai colleghi gli eccessi e le violenze, e quelli minori degli urbanenses in Numidia, e dei claudianenses o claudianistae nella stessa Cartagine, ricondotti all'unità dal successore di Parmeniano, Primiano, contro il quale tuttavia scoppiò il nuovo scisma dei massimianisti, del discono Massimiano. Questi, scomunicato da Primiano, riuscì a farlo condannare da un concilio di 43 vescovi a Cartagine e poi deporre da uno di quasi 100 , a Cebarsussi nella Bizacene; ma fu condannato a sua volta da un concilio di 310 vescovi a Bagai nel 394, rinnovando quasi la storia delle origini dello stesso d.

Intanto, dopo un periodo quasi di inazione, la lotta
contro lo scisma era stata ripresa con energia dai cattolici, sotto la guida di Aurelio di Cartagine, nel Concilio d'Ippona del 393. In esso pronunciò un sermone, De fide et Symbolo, s. Agostino, che da questo momento in poi non doveva più abbandonare la lotta. Alla propaganda dei donatisti, che ripetevano in canti e inni popolari le loro accuse, egli contrappose un componimento dello stesso genere, il Psalmus abecedarius contra partem Donati; e insieme, convinto che il miglior metodo da seguire fosse quello della persuasione, con scambi di lettere, con discussioni pubbliche, con trattati polemici (contro la lettera in cui Parmeniano confutava Ticonio, contro altre lettere del vescovo donatista di Cirta o Costantina, Petiliano, ecc.) e nei Concili cartaginesi degli aa. 397, 401 e 403 tentò in ogni modo di persuadere i dissidenti a ritornare all'unità cattolica. Ma, in quegli anni, con scarso frutto; e invece si moltiplicavano le violenze, da cui fu colpito a Calama lo stesso vescovo Possidio, l'amico e biografo di Agostino. Sicché il ricorso all'autorità civile si dimostrava indispensabile. Il Concilio del 404 chiese ad Onorio che fossero applicate ai donatisti le leggi che colpivano gli eretici. I legati del Concilio, Tessio ed Evodio, giunti a Ravenna, trovarono colà altri vescovi africani andati a chiedere giustizia e protezione; onde il 12 febbr. 405 l'Imperatore emanò un vero e proprio editto d'unione: i donatisti, per il semplice fatto di ribattezzare, venivano considerati eretici come i manichei, e dovevano restituire le chiese tolte ai cattolici. Il Concilio cartaginese del 405 ringraziò l'Imperatore. Nello stesso anno, rispondendo al grammatico Crescannio che aveva preso le difese di Petiliano, s. Agostino, considerando il d. quale vera eresia, affermava il dovere, per i re cristiani, di servire Dio «se nel loro regno proibiscono il male, per quanto riguarda non solo la società umana, ma anche la religione divina" (C. Cresc., II, 1, 9; III, 51, 56).

I donatisti supplicarono l'Imperatore perché ritirasse l'editto. Morto Stilicone, fecero correre la voce che la persecuzione fosse opera di lui e che il decreto fosse abrogato e ripresero animo. Da parte sua il Concilio cartaginese del 408 inviò legati alla corte. S. Agostino pure scrisse al nuovo potente ministro Olimpio, e Onorio ribodì le leggi precedenti, minacciando anche la pena di morte, contro la quale s. Agostino protestò. Ma al principio del 4 ro l'Imperatore concesse di nuovo la tolleranza, ritirata però nell'ag., dopo un intervento del nuovo Concilio cartaginese. Tuttavia la difficile situazione politica sconsigliava anche a Onorio la violenza, e si poté così realizzare il progetto, da tempo accarezzato da Agostino, d'una riunione plenaria degli episcopati delle due parti, nella quale si potesse discutere con i dissidenti e, con la persuasione, ricondurli all'unità : almeno quelli in buona fede.

Così ebbe luogo quella "Conferenza" (Collatio) cartaginese del giugno 411 , alla quale intervennero 279 vescovi donatisti, 286 cattolici, e parlarono 7 oratori per parte. Quando, dopo lunghe discussioni sui punti di procedura o preliminari, si venne a trattare del merito, Agostino, che sollevò al momento opportuno la questione dei massimianisti, ebbe la soddisfazione di sentirsi ripetere da Primiano le tesi cattoliche. Il 26 giugno, il comes Marcellino pronunziò la sua sentenza, favorevole ai cattolici, Onorio la confermò il 30 genn. dal 412 , punendo i donatisti con multe, confisca dei beni, esilio. S. Agostino con rinnovata lena cercava di convincerli, pubblicando documenti, gli atti della conferenza, nuovi appelli; ai quali si uni quello di un concilio dei vescovi numidi. Dopo la decapitazione di Marcellino, i donatisti si rianimarono alquanto, ma ben presto si avvidero che nei loro riguardi nulla era mutato. Sottoposti a pene sempre più gravi (nel 414 furono colpiti con l'infamia perpetua, che li privava dei diritti civili; nel 428 Valentiniano III e Teodesio II proibirono ogni loro riunione sotto pena di morte), mentre anche la dottrina agostiniana circa la condotta da tenere verso

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di loro veniva formolandosi sempre più nettamente, con l'applicazione del compelle intrare (Lc. 14, 23), parecchi ritornavano alla Chiesa cattolica, altri si rifugiavano nella clandestinità; ma non mancarono esempi né di fanatismo né di violenza.

Così, il prete Donato di Mutugenna, arrestato, si gettò in un pozzo e, salvato, voleva morire ad ogni costo. Un prete cattolico, Restituto, fu ucciso; ad un altro, Innocenzo, venne cavato un occhio e mozzato un dito; il vescovo Rogato, donatista poi convertito, ebbe strappata la lingua. Emerito, uno degli oratori donatisti nella Conferenza del 4 II , fu incontrato a Cesarea da Agostino, che lo condusse alla chiesa e lo invitò a una discussione, durante la quale il donatista si mantenne pertinacemente silenzioso; e Gaudenzio, il vescovo di Thamugadi, fuggito dalla sue sede, ma ritornatovi poi, voleva bruciare la chiesa; a lui Agostino diresse l'ultimo dei suoi grandi trattati contro i donatisti, nel 420.

Caduta l'Africa settentrionale in potere dei Vandali, questi, ariani, perseguitarono allo stesso modo cattolici e donatisti. Giustiniano, riconquistata l'Africa, si preoccupò di eliminare l'arianesimo, ma non dimenticò i donatisti, passati tuttavia in seconda linea, e ancor più durante la controversia del Tre Capitoli. Ma essi sono menzionati ancora più d'una volta nell'epistolario di s. Gregorio Magno, che si rivolse anche all'imperatore Maurizio. Sopravvissero dunque fino alla conquista musulmana.

Probabilmente la ragione di questa persistenza dello scisma va cercata non solo nelle regioni di carattere religioso e politico-sociale accennate, bensì anche nel fatto ch'esso, a quanto pare, aveva il maggior numero di aderenti, o, per lo meno, i più convinti e tenaci, nelle compagne. L'elevato numero delle sedi episcopali donatiste è conforme alle tradizioni della Chiesa africana e in proporzione con quello dei vescovati cattolici; ma, se furono molti i luoghi ove stavano l'uno accanto all'altro due vescovi (e il donatista, come s'è detto, era riuscito a costruirsi una chiesa), nella Conferenza del 4 II vi sono vescovi cattolici in residenze che non hanno il donatista, e viceversa; e là dove avevano pochi seguaci, gli scismatici organizzarono invece parrocchie, cosi rurali come urbane.

Né quanto alla gerarchia né quanto agli edifici di culto è dato riscontrare differenze tra donatisti e cattolici; chiese donatiste sono difficilmente identificabili (è certamente tale quella scoperta a Bèman, Ala miliaris, presso l'area cemeteriale con il sepolcro della «martire» Ruffa, sorella di Onorato vescovo di Aquae Sirenae e di altri due vescovi e tre sacerdoti, nonché il complesso di edifici, tra cui la dimora del vescovo Optato, scoperto di recente a Timgad, l'antica Thamugadi, nel cosiddetto «castello occidentale»). Anche nell'epigrafia, il carattere donatista, più evidente là dove vi sono accenni alla pretesa di costituire la chiesa dei «santi» e dei «martiri», non appare sempre chiaro né da potersi desumere senz'altro da formole, assai frequenti, quali Deo laudes e bonis bene.

Nella liturgia, vi fu invece almeno una differenza, dovuta appunto al carattere strettamente conservatore dello scisma: i donatisti, come appare da s. Agostino e da un discusso sermone cui s'è accennato, non accolsero l'Epifania.

BibL.: Fonti principali: L'opera di Ottato di Milevi, con l