o stati in grado di arginar questa decadenza e restituire agli uomini la giusta idea di un Dio creatore e rimuneratore (cf. M. J. Lagrange, Etudes sur les religions sémitiques, Parigi 1905, p. 20 sgg.). Come A. Michel dimostra (Justice originelle, in DThC, VIII, col. 2024) le odierne conclusioni della preistoria e dell'etnologia non vietano affatto di ritenere il primo uomo capace di ricevere da Dio una rivelazione soprannaturale d'indole religiosa e neppure come un genio primitivo dotato di grande rettitudine morale. Questi doni superiori poterono coesistere con una civiltà materiale arretrata, anteriormente al progresso tecnico delle arti, delle scienze e del diritto.
S. Tommaso (cf. Sum. Theol., 15, q. 79, a. 9) distingue spesso tra la ragione superiore e la ragione inferiore che si occupa delle cose temporali. Nel primo uomo, la ragione superiore poté essere altamente illuminata dalla Rivelazione divina, mentre la ragione inferiore era ancora quella di un primitivo.
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III. La dottrina della Chiesa e della teoloGIA. - Seguendo la Scrittura e la Tradizione, la Chiesa, per mezzo del Concilio di Trento (Denz-U, 788, 789) molto esplicitamente insegna che, avendo «il primo uomo disubbidito a Dio nel paradiso terrestre, è decaduto dallo stato di Grazia e santità nel quale era stato creato... e che per tal modo ha perduto per noi come per se stesso la giustizia e la santità che aveva ricevuto ". Lo stesso Concilio spiega più oltre (op. cit., 800) che questa giustizia e santità consistono essenzialmente nell'infusione della Grazia santificante e dei doni che l'accompagnano. Essa ci è data da Gesù Cristo in sostituzione di quella che Adamo ha perduto per sé e per noi con la sua disubbidienza.
Questa dottrina si fonda sopra la grande verità che Gesù è il nuovo Adamo che ripara ciò che il primo aveva perduto (Rom. 5, 9-21; II Cor. 5, 15-21; Eph. 1, 4-12; 4, 22-24; Col. 1, 12-22; 3, 9-10). Consistendo questo stato di giustizia e di santità interiore essenzialmente nella Grazia santificante, ne segue che essa fu data al primo uomo antecedentemente al peccato. I d. s. che accompagnano la Grazia e che dalla Grazia derivano, sono, secondo la Scrittura e la Tradizione, le virtù infuse (teologali e morali) e i doni dello Spirito Santo, perciò la Grazia santificante si chiama pure la Grazia delle virtù e dei doni (cf. Sum. Theol., 3^{0}, q. 62, a. 2). Il loro insieme forma nel giusto un organismo spirituale. Secondo i teologi, la Grazia, "partecipazione della natura divina" o "seconda natura", è invece nell'essenza dell'anima come un innesto divino e da essa derivano nelle facoltà le virtù teologali che sono specificate da Dio, fine soprannaturale, le virtù morali infuse che riguardano i mezzi e i sette doni dello Spirito Santo che ci rendono docili alle ispirazioni speciali dello Spirito Santo per supplire, soprattutto nelle circostanze difficili, all'imperfezione delle virtù (cf. Sum. Theol., 1-200, q. 62 ; q. 63, a. 4 ; q. 65 ; q. 67 ; q. 68 ; q. 110 ; q. III; q. 112).
La Grazia delle virtù e dei doni è essenzialmente soprannaturale, come partecipazione della natura divina o della vita intima di Dio; essa è il germe della vita eterna (semen gloriae) o della visione beatifica, mediante la quale vedremo Dio faccia a faccia, immediatamente, senza tramite di alcuna creatura come egli vede se stesso.
Questa vita essenzialmente soprannaturale della Grazia supera di molto, ad es., il miracolo della Resurrezione che restituisce in modo soprannaturale la vita naturale (vegetativa e sensitiva) del corpo. Quindi il primo uomo ebbe certamente la Grazia santificante, la fede infusa, credette certamente a Dio fine ultimo e supremo rimuneratore (Hebr. 11, 6), ebbe la speranza soprannaturale, la carità infusa e i doni dello Spirito Santo: dono di sapienza, d'intelletto, di scienza, di consiglio, di fortezza, di pietà e di timorefiliale di Dio (v. Doni deLlo SPirito-Santo).
I teologi hanno discusso per sapere se Adamo ebbe la Grazia santificante nel momento stesso della sua creazione o in un secondo tempo. Contrariamente a Ugo di S. Vittore ed a Pietro Lombardo, s. Tommaso (Sum. Theol., 10, q. 95, a. 1) con tutta la sua scuola ritiene che Adamo ricevette la Grazia santificante nell'istante in cui fu creato. Questa dottrina è diventata comune, perché più conforme alla Scrittura interpretata dalla tradizione; Gen. 1, 26: "Facciamo l'uomo a nostra immagine"; Eccl. 7,28-30: "Dio ha fatto l'uomo retto"; Eph. 4, 24: "Bisogna rivestire l'uomo nuovo, creato secondo Dio nella vera giustizia e santità ».

(da O. Bis, Dis Opre, Berilina 1792, p. 218)
Donizetti, Gaetano - Ritratto con firma autografa. Litografia di J. Kriehuber ( 1800-76 ).
Altra questione pure controversa era se la Grazia appartenesse intrinsecamente allo stato di giustizia originale da trasmettere con la natura, o se ne fosse distinta, quasi dono personale concesso ad Adamo. Nel medioevo, Ugo di S. Vittore e Pietro Lombardo, i quali ammetterano che Adamo avesse ricevuto la giustizia originale prima della Grazia santificante, le ritenevano cose distinte. S. Tommaso concesse dapprima qualche probabilità a questa opinione, ma poi, specialmente nella Sum. Theol. (10, q. 95, a. 1; q. 100, a. 1, ad 2) ritenne che la Grazia santificante appartenga intrinsecamente alla giustizia originale, come sua radice. Nel De malo, q. 5, a. 2, ad 1, afferma: "originale iustitia includit gratiam gratum facientem". Secondo l'Aquinate la rettitudine della volontà verso Dio, fine ultimo, viene dalla Grazia abituale e dalla carità sin dal momento della creazione; la Grazia non è solo un dono personale concesso ad Adamo, essa è stata concessa alla natura umana come tale, da trasmettere con essa, come si trasmette l'umanità, sebbene l'anima sia creata direttamente da Dio allorché l'embrione è atto a riceverla (Sum. Theol., 1, q. 100, a. 1). Inoltre, secondo s. Tommaso, il peccato originale (privazione della giustizia originale) è cancellato dal Battesimo il quale restituisce la Grazia santificante ma non il dono d'integrità. Dunque la Grazia santificante è l'elemento primo e principale "della giustizia e santità originale che Adamo perdette per sé e per noi» secondo l'espressione del Concilio di Trento. La scuola tomista ha generalmente ammesso questa dottrina.
Bial.: Sum. Theol., 10, qq. 94-101 con i relativi commenti del Capreolo, Conet, Blluart, Hugon; E. Hugon. De gratia primi hominis, in Angelicum, 4 (1927), pp. 361-81; J. B. Kors, La justice primitive et le pâché originel, Parigi 1930; R. Gattigou-Lagrange, De Deo trino et creatore, Torino 1943, pp. 430-37; A. Michel, Justice originale, in DThC, VII, coll. 2020-42 (con scelta bibliografica). Reginaldo Gattigou-Lagrange
DONIZETTI, Gaetano. - Musicista, n. a Bergamo il 25 nov. 1797, m. ivi l'8 apr. 1848.
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Fecondissimo compositore, si contano di lui non meno di 65 opere teatrali, di cui in repertorio son rimaste soltanto la Lucia di Lammermoor, La Favorita, il Don Pasquale. Compose altresi oratori, inni, cantate, varia musica strumentale ed anche miserere e messe da requien, una delle quali, recentemente eseguita, ha mostrato inattese qualità di vigorosa e salda concezione, specialmente nelle parti corali.
Bibl.: G. Donati-Petteni, G. D., Milano 1930; G. Gavazzeni, D., Torino 1937; G. Barblan, L'opera di D. nell'età romantica, Bergamo 1948.
Luigi Rongo
DONIZONE di Canossa. - Benedettino, vissuto fra i secc. XI e xir. Nel rogo ca. entrò nel monastero di Canossa, di cui fu più tardi abate.
Oltre una mediocre Enarratio Genesis, nel rir4 compose in esonetti latini un poema sulla vita della contessa Matilde, in due libri. Rozza di stile e goffa nell'imitazione classica, l'opera tuttavia ha l'interesse di documento dei costumi e della mentalità del tempo. D. si avvalse di fonti anteriori, come Rangerio, l'autore del De anulo et baculo. - Vedi tav. CXV.
Bibl.: Vita Mathildis a D. scripta, ed. Luigi Simeoni, in RIS, n. ed., V, it. Bologna 1940. Studi : L. Simeoni, La Vita Mathildis di D. e il suo valore storico, in Atti e mem. d. dep. st. patrio p. le prec. mod., 7^{°} serie, 4 (1927), pp. 18-84; N. Grimaldi, D. il cantore di Canossa e dei principi Canosini, Reggio 1928; id., La contessa Matilde e la sua stirpe feudale, Firenze 1929; F. Ermini, La memoria di Virgilio e l'alter cutio fra Canossa e Mantova nel poema di D., in Studi mediev., 3^{2} serie, 5 (1932), pp. 187-97; N. Ferraro, D., il cantore di Matilde, in Convivium, 10 (1938), pp. 643-61. Serena Latini
DONNA. - I. Natura e personalita. - La filosofia, per quello che riguarda la perfezione naturale e la dignità della persona; la Rivelazione divina, per quel che riguarda la perfczione soprannaturale e i rapporti con Dio, insegnano che la d. è uguale all'uomo. Possiede infatti come l'uomo tutte le proprietà e facoltà che appartengono alla personalità umana e anch'essa è chiamata a partecipare alla vita soprannaturale della Grazia e per mezzo di questa a raggiungere l'ultimo fine : il possesso del premio eterno.
Questa sublime uguaglianza ci è insegnata nella S. Scrittura: «Dio creò l'uomo a sua immagine: lo creò a immagine di Dio, li creò maschio e femmina " (Gen. 1, 27); e nel Nuovo Testamento: «Infatti voi tutti siete stati battezzati in Cristo; vi siete rivestiti di Cristo. Non v'ha giudeo né greco, né servo, né libero, non v'ha maschio, né femmina. Poiché voi tutti siete un solo in Cristo Gesù » (Gal. 3, 27-28). Dalla maniera con cui Gesù trattava la d. appare che Egli, in tutto e specialmente quanto alla vita soprannaturale, la metteva allo stesso livello dell'uomo. Un esempio si ha nelle sue relazioni con le due sorelle di Betania, Maria e Marta.
Pur realizzando ambedue l'umanità nei suoi elementi essenziali, l'uomo e la d. sono però tra loro divisi da alcune differenze che sarebbe errore gravissimo voler negare o anche solo diminuire; perché Iddio stesso ha voluto questa differenza in vista della ben diversa funzione alla quale ha destinato l'uno e l'altra.
Anzi l'uomo e la d. non possono mantenere e perfezionare la loro uguale dignità, se non rispettando e mettendo in atto le qualità particolari, che la natura ha elargite all'una e all'altra, qualità fisiche e spirituali indistruttibili, delle quali non è possibile sconvolgere l'ordine, senza che la natura stessa venga di nuovo a ristabilirlo.
In armonia con il carattere proprio dell'uomo e della d., Gesù ha voluto che nella sua Chiesa soltanto gli uomini fossero chiamati ad avere e ad esercitare l'autorità ed il potere spirituale, con esclusione assoluta delle d., le quali perciò non sono capaci di ricevere validamente il sacramento dell'Ordine sacro. Tutto ciò viene eseguito dagli uomini, non perché la d. sia meno dell'uomo, ma perché la d. è diversa dall'uomo.
II. La d. nella vita pubblica. - Non meno dell'uomo la d. è membro della società, tanto civile che ecclesiastica. Perciò anch'essa ha il diritto e il dovere di esercitare la sua propria influenza per promuovere il bene comune. Ciò che, secondo le norme di una giusta distribuzione degli oneri, può essere chiesto dalla d., dipende da molti elementi, dal carattere, dalle doti naturali e dai compiti speciali, ai quali il Creatore l'ha chiamata. Proprio la grande differenza naturale tra l'uomo e la d. fa capire che non è un'esigenza del diritto naturale che la d. prenda parte alla vita pubblica e politica, allo stesso modo dell'uomo. Perciò è un errore dire che il diritto della d. al voto politico in senso attivo e passivo (eletta ed elettrice) sia un diritto naturale. E però anche da evitare l'errore opposto, di dichiarare, cioè, che la concessione di diritti politici alla d. sia in contrasto con il diritto naturale o con i principi del cristianesimo.
Essendo fuori dubbio che un buon governo e una buona legislazione siano cose di grande importanza anche per la d., ne segue che essa ha il diritto (e l'obbligo) di esercitare la sua propria influenza a tal fine. Ma oltre al voto, ci sono per la d. anche altre maniere per esercitare grandissima influenza sull'andamento della vita politica, ed il principale e più efficace è la sua attività come buona moglie e buona madre, formatrice del carattere dei suoi figli, futuri cittadini e forse futuri governanti.
Dove però il diritto di voto è concesso alle d., esse hanno anche il dovere di farne uso; dovere tanto più grave, quanto più necessario è nel luogo l'intervento delle persone oneste per evitare gravi danni sia temporali che spirituali per il popolo.
III. La d. e la vita sociale. - Che la d. abbia un compito sociale è certo, ma soprattutto in seno alla famiglia. Nessuna infatti fa più per il benessere temporale e spirituale del suo popolo che la buona madre di famiglia. Certo, un numero cospicuo di d. sono chiamate a compiti sociali, pur non essendo spose e madri. Ma anch'esse ordinariamente si rendono più utili al bene della società e del popolo, se scelgono lavori propriamente femminili, a cui sono portate dalla loro stessa costituzione fisica e psichica : ad es., come governanti, come infermiere di ogni specie, come muestre di scuola, direttrici o assistenti di colonie per bambini, e simili.
IV. La d. e il lavoro. - Non è di per sé in contrasto con la morale che la d. lavori fuori' casa (nelle fabbriche, banche, uffici, ecc.). E però chiaro che un tale lavoro non è troppo compatibile con il compito della d. maritata, che abbia o no figli. Il mezzo più efficace per combattere questo grave male sociale è tener vivo, o, dove occorre, rinforzare nel popolo l'opinione che secondo il buon costume la d. maritata non va a lavorare fuori casa e i datori di lavoro non accertano d. maritate come lavoratrici. E chiaro che vi possono essere eccezioni come nel caso di vedove, per cui il lavoro è spesso l'unico mezzo per guadagnare di che sostenere la famiglia. Però il bene comune suggerisce di provvedere a questi casi con un sistema di assicurazione sociale. Anche la fondazione di una famiglia sul guadagno di lavoro di ambedue i coniugi è un male da combattere. La pratica porta con sé gravi pericoli morali, come la quasi necessità di evitare la nascita dei figli.
Per la d. maritata il lavoro fuori casa è spesso necessario o molto utile, sia per guadagnare il pane, sia per evitare una vita oziosa ed inutile. Però anche qui ci sono dei pericoli e per la società e per la d. stessa. Spesso le d. occupano i posti degli uomini,
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così che questi sono disoccupati e restano nell'impossibilità di fondare una famiglia e cosi indirettamente la d. si chiude la via della sua propria vocazione: diventare sposa e madre. Il lavoro nelle fabbriche industriali ha per la giovane d. gravi inconvenienti, specialmente d'ordine morale.
V. Note storiche. - Nei tempi antichi la d. generalmente era piuttosto la serva dell'uomo e un oggetto d'uso per godere i piaceri sessuali e procreare prole. Vi erano bensì delle eccezioni. Cosi presso gli Egiziani antichi la d., pur essendo sottomessa all'uomo, era in grande onore; cosi pure, benché in minor misura, presso i Greci e Romani. Presso i Semiti (Arabi, Ebrei, ecc.) la d. era considerata di grado inferiore all'uomo, anche spiritualmente, ed esclusa dalla vita pubblica e politica. Però ci sono nel Vecchio Testamento dei testi che manifestano che la d. sposata godeva una certa libertà di agire anche riguardo all'economia della casa.
Il cristianesimo, pur predicando che nella famiglia il marito è capo ed esercita quindi autorità anche sopra la moglie, ha alzato di molto la personalità della d., mettendola, come era giusto, sullo stesso piano spirituale dell'uomo. L'onore dato allo stato di verginità condusse alla fondazione di comunità femminili di grande importanza, dove la d. ebbe funzioni di autorità. Il Rinascimento, con le sue tendenze pagane, e la Riforma, che non ammetteva lo stato di verginità come un ideale dell'ordine soprannaturale, provocarono una diminuzione della stima per la personalità della d. La vita moderna, con lo sviluppo dell'industria, che ha tratto la d. fuori della casa e della famiglia, non ha contribuito a far crescere la stima e la riverenza verso di essa. La partecipazione ordinaria della d. alla vita pubblica è un fenomeno abbastanza recente, come recente è il cosiddetto movimento femminista per l'equiparazione della donna all'uomo sul piano civile, sociale e politico (v. FEMMIMENO).
Bial.: Oltre la bibl. alla voce femminismo, cf. A. D. Sertillanges, La femme catholique dans le monde contemporain, Parigi 1913; R. Bettezzi, D., Roma 1922; A. D. Sertillanges, La femme dans la sociéal, Parigi 1934; G. von Lefort, Die enige Frau, Monaco 1934; M. G. Zoli, Grizzonti di vita femminile, in Studium. 43 (1947), pp. 13-17.
Luigi Bender
VI. La d. nel diritto. - Il diritto moderno (a differenza di quello di altre epoche) fa alla d. una posizione poco diversa da quella dell'uomo, e in particolare riconosce ad essa quasi la stessa capacità (v.) giuridica riconosciuta all'uomo. Varie differenze tuttavia vi sono, soprattutto nel diritto pubblico (in molti Stati non è riconosciuto alla d. il diritto di voto o l'eleggibilità, oppure è molto limitata la sua capacità di ricoprire cariche o uffici pubblici), e, in minor misura, nel diritto penale.
Il diritto canonico, oltre alle disposizioni di diritto divino (p. ex., la d. non ha capacità di ricevere gli Ordini e quindi neanche la potestà d'ordine; e da ciò discende anche l'incapacità ad avere potestà di giurisdizione e a ricoprire uffici ecclesiastici: cf. CIC, cano. 968 § i e 118), stabilisce varie altre norme relativamente alle d.: cosi esse sono considerate puberi al compimento del dodicesimo anno di età, e possono contrarre matrimonio al compimento del quattordicesimo, mentre per gli uomini l'età è in entrambi i casi di due anni superiore (cann. 88 § 2 e 1067 § I); è vietato alle d. di prender parte attiva alle confraternite, potendovi essere ascritte soltanto per lucrare indulgenze e grazie spirituali (can. 709 § 2); possono però esser permesse dall'Ordinario del luogo associazioni di d. o pie unioni presso chiese od oratori di religioso, che abbiano come fine di attendere alla preghiera e godano soltanto di grazie spirituali comunicate (can. 712 § 3); salvo casi speciali, non dovrebbero essere incaricate di amministrare il Battesimo, se può farlo un uomo (can. 742 § 2); non possono avere incarichi relativi all'amministrazione dei beni ecclesiasticî (cann. 1520 § i e 1521 § i); sono prescritte particolari modalità per la loro confessione (can. 910) o perché esse possano servire la
Messa (can. 813 § 2); è stabilito che in chiesa siano a capo coperto e decentemente vestite, e, se possibile, separate dagli uomini (can. 1262); non possono agire, nelle cause di beatificazione o canonizzazione, se non per mezzo di procuratore (can. 2004 § i); solo la d. può essere soggetto passivo del delitto di ratto (v.; can. 2353) e solo il ratto di una d. (non quello di un uomo) costituisce impedimento al Matrimonio (can. 1074). Per altre disposizioni riguardanti le d. maritate e le religiose, v. rispettivamente conjugi, diritti e doveri dei; religione. Pio Cipretti
VII. La d. nella etnologia. - L'argomento verrà trattato sotto l'aspetto etnologico prendendo in esame la situazione della d., non presso i singoli popoli, ma presso i vari tipi di cultura, quali sono stati fissati dall'etnologia.
x. Presso i popoli detti raccoglitori. - Presso questi, che sono etnologicamente i più antichi, la situazione della d. rispetto all'uomo è buona, essendo essa considerata pari all'uomo e la sua attività giustamente coordinata a quella di lui. Vi è inoltre tra i due sessi una conveniente divisione del lavoro: l'uomo, cacciatore o pescatore, si occupa della caccia, della pesca, della raccolta del miele, ecc., della costruzione del canotto, della costruzione di una casa più solida, degli archi, delle frecce e di altri utensili per i vari lavori; deve assistere la moglie nella cura dei figli, nel custodire il fuoco; deve procurarsi il materiale necessario per le armi e gli utensili, ecc.; in caso di seria necessità procura anche le legna e l'acqua; la d. si occupa essenzialmente della famiglia. Il matrimonio è monogamico e fatto per reciproco amore tra gli sposi, che, dopo il matrimonio, osservano regolarmente fedeltà fino alla morte. Il divorzio o non esiste o è raro; l'adulterio è ritenuto un gran delitto e punito anche di morte. Vi è la credenza, come presso i Pigmei Bambuti dell'Ituri, in Africa, e fra gli Andamanesi, che Dio punisce gli adulteri con il fulmine, le malattie e in altri modi. I figli e le figlie sono amati ugualmente dai genitori, senza distinzione, e questo amore paterno e materno è ricambiato dai figli e dalle figlie fino alla morte e indistintamente.
Anche lo Stato, che presso questi popoli è appena in germe, ha le medesime cure per ambo i sessi, come si manifesta chiaramente nell'unico suo atto veramente solenne, cioè nell'iniziazione della gioventù di ambo i sessi, che consiste nell'educazione alla religione e alla morale tradizionali, agli usi e costumi del clan, e finalmente nella dichiarazione di maggiore età con diritto al matrimonio, se dalle prove iniziatiche sono giudicati idonei. L'unica differenza è questa, che il capo del clan e il consiglio degli anziani - dove questa organizzazione esiste - sono costituiti dagli uomini e non dalle d., benché la moglie del capo goda gli stessi onori del marito. Anzi per le leggi di separazione dei sessi, constatate presso alcuni di questi popoli, per cui un fratello maggiore è una persona della generazione ascendente e non può parlare o avere comunque relazioni con la moglie di un fratello minore e di un parente della generazione discendente, essa ha la stessa autorità del marito su tutte le d. del clan, inferiori a lei per età.
Nella civiltà più antica dunque, per questa situazione di naturale uguaglianza dei sessi e la loro relativa e armonica attività sociale, la d. è veramente la compagna dell'uomo, la sposa, la madre. Tale situazione di uguaglianza però non si osserva più o solo raramente, come si vedrà brevemente, nelle civiltà economicamente e socialmente superiori, che perciò acquistano caratteri veramente speciali e rappresentano esperimenti umani, ricchissimi di profondi insegnamenti.
2. La d. presso i pastori nomadi. - Essa è un'eterna minorenne; prima del matrimonio dipende dal padre; dopo il matrimonio dipende dal marito; alla morte di questi dipende dal figlio maggiore. I figli ereditano, le figlie no. Siccome la pastorizia è un'attività tutta maschile e richiede unità d'azione e un gran numero di capi di bestiame, affinché la famiglia possa vivere, si è sviluppata l'autorità stragrande del capo di famiglia, il
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desiderio di avere un gran numero di figli maschi e si è sentito la necessità che questi, anche dopo il loro matrimonio, restassero sotto l'autorità paterna per accudire ai numerosi greggi. Perciò, la d. diviene economicamente insignificante, specialmente presso quei popoli pastori, dove alla d. si proibisce persino di mungere. Se un pastore non avesse prole o avesse soltanto figlie, si reputerebbe sfortunato. Un segno di una situazione d'inferiorità della d. è la compra della sposa, poiché nel contrarre un matrimonio la famiglia dello sposo deve pagare una somma alla famiglia della sposa, benché i pastori vogliano negare a quest'atto il carattere di compra. Mentre all'uomo è permessa la poligamia, dalla d. si richiede la castità e si giudica severamente il suo adulterio. Questa virtù della castità importa, certamente, nella d. esercizio di virtù e dominio di se stessa. Presso i nomadi pastori non vi è più l'iniziazione della gioventù. La famiglia, sviluppandosi grandemente con cinque, nove e più generazioni di consanguinei e loro mogli, riduce quasi a nulla la vita dello Stato (tribù). L'autorità del padre di famiglia diviene dispotica, diminuisce la libertà dei figli, anzi la toglie loro completamente nel matrimonio, che è fatto solo dai genitori, o meglio, generalmente dal capo di famiglia attraverso intermediari. Tale dispotismo si manifesta specialmente nel diritto di vita o di morte sui figli e sulle figlie. Se si riflette che presso i popoli pastori il matrimonio è per sé monogamico, e come tale fondato sulla religione, la fedeltà dei coniugi fino alla morte è di regola; il divorzio è raro; l'adulterio è un grave delitto, che può essere condannato anche con la pena di morte; si comprenderà facilmente che la posizione della d. se non giuridicamente, almeno praticamente è abbastanza buona. La civiltà dei pastori nomadi è la più importante di tutte nella storia umana, perché essa nell'incrocio con le altre civiltà ha dato origine a grandi Statie imperi, che particolarmente conosciamo dalla storia.
3. Nella civiltà totemista. - Balza qui subito agli occhi dello studioso la grande preminenza dell'uomo, la esaltazione della sua forza, dei suoi istinti guerrieri e brutali e della passione sessuale; la d. è in una situazione di avvilimento, di grande inferiorità e diventa soprattutto uno strumento di piacere dell'uomo. Ma proprio in questa civiltà si può osservare bene il significato, l'importanza delle forze e attività femminili nella formazione della personalità umana e nell'ordinato organizzazione sociale, si può vedere inoltre, quale sia il campo riservato alla d., e quale il suo proprio regno. L'economia totemista è la grande caccia e questa è cosa tutta maschila con tutte le attività che vi sono connesse; la d. ha il lavoro della casa e altre attività secondarie. La d. è come una eterna minorenne, e senza alcun diritto. Con l'iniziazione il giovane è separato dalla madre e dalla sua famiglia e posto nella casa dei giovani circostcisi, e d'ora in poi deve osservare le leggi di separazione dei sessi, cioè la proibizione di incontrarsi, di stare insieme, di conversare, di convivere, anche se moglie e marito. Così presso i Tugheri della Nuova Guinea il marito può lavorare in parte con la moglie, ma non può abitare con lei, ma solo con gli altri vecchi della sua età. L'iniziazione delle giovani non esiste, e dove esiste è di carattere sessuale come quella dei giovani. Questi e tutti gli adulti sono divisi in classi di età, che spesso trovano la loro corrispondenza*anche nei raggruppamenti delle d. del clan, la quale, per es., presso i Tugheri, incominciano per le ragazze dagli 11-12 anni di età. In questo caso si hanno non solo le case dei giovani, ma anche delle giovani con la proibizione di accesso all'altro sesso. Presso altri popoli totemisti, come presso i Masai dell'Africa orientale, queste case servono al fine opposto, perché qui è permesso ai giovani della tribù di scegliersi una giovane o un gruppo di giovani, con le quali può avere rapporti sessuali, onde le giovani della tribù diventano una specie di prostitute.
Per quanto importante, dunque, sia la manifestazione del progresso sociale, raggiunto nella civiltà totemista sotto l'aspetto delle associazioni libere e statali, questo progresso è costato un alto prezzo, cioè è avvenuto con un gran danno della d. e della famiglia. Nel totemismo il pervertimento
morale portò a quello religioso e diede grande sviluppo alla magia e alla superstizione.
4. Nel matriarcato. - La d. al contrario di quanto avviene nel totemismo, occupa qui una situazione tale che nei primi stadi dello sviluppo di questa civiltà, cioè finché l'uomo non reagisce, porta l'avvilimento dell'uomo come tale e come padre. La d., che nella cultura più antica contribuiva al sostenzamento della famiglia, raccogliendo i frutti spontanei della terra, i cibi vegetali, pensò alla coltivazione del terreno, per ottenerli così con il proprio lavoro, dando perciò origine all'agricoltura. Naturalmente la d. divenne proprietaria del campo, del granaio, della casa e degli strumenti di lavoro, della ceramica e della tessitura, che sono sue invenzioni e che trasmette in eredità alle figlie. I figli e le figlie appartengono alla famiglia e tribù della madre e ne prendono il nome. Il marito non abita con la moglie; egli, appartenendo alla famiglia della propria madre, è come uno straniero nella famiglia della moglie e come tale ritenuto anche dai figli. Egli di tempo in tempo va a visitare la moglie; così appunto avveniva in Giappone fino al sec. vii dopo Cristo. In questa prima forma di matriarcato il fratello o il più vecchio della famiglia occupa un posto speciale nella famiglia rispetto ai figli della sorella, essendo questi spesso con lui in relazioni sociali molto strette, come se fosse il loro padre; per la sorella poi diviene procuratore. Lo zio materno continua ad occupare questo posto speciale rispetto ai nipoti, figli della sorella, anche quando il marito, in un altro tempo di sviluppo del matriarcato, va ad abitare presso la moglie, come avviene, p. es., presso i Ciam dell'Indocina francese: anzi, egli lascia la sua proprietà non alla propria prole, ma alla prole della sorella, che perciò non eredita dal proprio padre.
5. Nelle culture mixte. - Da quanto si è detto risulta che la situazione della d., eccettuata quella di uguaglianza in quasi tutte le manifestazioni della vita nelle civiltà più antiche, è una situazione d'inferiorità, più o meno profonda, sia presso i popoli, totemisti e allevatori di bestiame come pure presso quelli matriarcali per reazione del sesso maschile. Cambia questa situazione quando tali popoli vengono ad incrociarsi tra loro. L'etnologia insegna che quando s'incrocio il totemismo con il matriarcato la situazione della d. peggiora di molto. Infatti il totemista, che diprezza per sé la d., osservando l'utilità che può provenirgli dalla d. coltivatrice del suolo cercherà, guidato dal suo spirito organizzatore, di procurarsi più d. che può per farle lavorare.
Quando i pastori nomadi si sono incrociati e mescolati con i popoli delle altre civiltà, si sono avute formazioni di Stati e imperi, come si è detto, con lo sviluppo spesso rigoglioso della cultura materiale, sociale e intellettuale (scrittura e letteratura, diritto, scienza, filosofia e arte), formazioni e sviluppo dovuti alla forza dominativa e organizzativa dei pastori e alla coesistenza dell'industria e arte totemista e dell'agricoltura matriarcale. Le nuove civiltà, risultanti dall'incrocio e mescolamento, assumono forme molto varie, cioè secondo la potenza e la forza di assorbimento e di resistenza dei popoli totemisti e matriarcali, organizzati e dominati. Dando un giudizio generale di questa civiltà, si può dire che lo sviluppo civile esteriore o intellettuale non ha portato con sé un'elevazione della persona umana, perché è mancata, generalmente, una giusta e armonica correlazione tra famiglia e Stato, tra attività maschili e femminili e si è avuto un regresso morale e religioso. La situazione d'inferiorità della d. o non cambia o diviene più profonda e umiliante. Sorge, infatti, l'harem dei re, degli imperatori, dei principi e dei ricchi, si rende sistematica la poligamia, il concubinato, la schiavitù della d. e, per diverse regioni, anche dell'uomo.
6. Considerazioni conclusive. - Dal rapido sguardo, che si è dato ai differenti tipi della civiltà umana sotto l'aspetto femminile, risulta chiaramente anzitutto che ogni progresso umano è legato necessariamente, naturalmente all'armonica correlazione tra l'uomo e la d., tra la famiglia e lo Stato. Pure ammettendo la identica natura e la parità fondamentale dei diritti, si deve riconoscere la diversa funzionalità sociale dei sessi :
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l'attività dell'uomo è principalmente nella società e nello Stato, quella della d. nella famiglia. Vi sono delle leggi, poste da Dio creatore nella natura umana, che l'uomo deve riconoscere e seguire, convenientemente, per vivere una vita bene ordinata e raggiungere il fine della famiglia e dello Stato e soprattutto la perfezione dello sua personalità, perfezione voluta da Dio e a cui deve tendere tutta l'attività familiare, sociale e statale, come a suo fine naturale per la glorificazione di Dio, creatore e fine dell'universo.
Bibl.: M. Maran,
G. Beal, Le fóminime de tous les temps, Parisi 1901; H. Schurtz, Altersklassen und Männerbünde, Berlino 1902, p. 49; H. Webster, Primitive secret societies, Nuova York 1908; trad. it., Bologna 1922, pp. 28, 30, 32 e passim; H. Lammens, Le berceau de l'Hérou, I, Roma 1914, pp. 278-87; W. Schmidt - W. Koppers, Volker und Kulturen. Gesellschaft u. Wirtschaft der Volker, Rativburo 1924, pp. 252, 268, 283 e passim; L. Frati, La d. italiana, Torino 1928, con estesa bibl.; W. Koppers, La famille dans les civilisations primaires et secondaires (Sénaline d'ethnologie religieuse, Lussemburgo 16-22 sett. 1929) nella rivista Les documents de la vie intellectuelle, Javier 1930, pp. 166-91, R. Mayo, Mutter Indien, vers. ted., Francoforte s. M. 1929, p. 75 sgg.; E. H. Man, On the aboriginal inhabitants of the Andaman Islands, riasmpo, Londra 1932, p. 67 e passim; S. M. Shirologoroff, Social organization of northern Taupin, Sciongei 1933, pp. 100, 264; W. Schmidt, Der Ursprung der Gottesidee, VI: Eudoxchese der Religionen der Urcö̈ber Amerikas, Asiens, Australiens, Afrikas, Münster in West. 1933, p. 431; Soeur Marie-André du S. Couvr. F. Wilbois, R. Randau, P. Mazé, M. Daniel, La femme noire dans la société africaine, Parigi 1940, pp. 6, 16, 95 e passim; W. Schmidt, Der Ursprung der Gottesidee, VII: Die afrikanischen Hirtenvölker: Hamiten und Hamitoiden, Münster in West. 1940, pp. 20-21, 174; L. Vannicelli, La d. nella luce dell'etnologia, in Il problema sociale femminile, Milano 1945, pp. 23-58; P. Schebesta, Die Bamboti-Pygmäen, II, Bruxelles 1948, pp. 379, 393, 390, 322, 326, 341-43; W. Schmidt, Der Ursprung der Gottesidee, IX: Die asiatischen Hirtenvölker: die primären Hirtenvölker der Alt-Türken, der Altai- und der Abakau-Tataren, Friburgo 1940, p. 81.
DONNE, John. - Poeta e predicatore inglese, n. a Londra nel 1573, m. ivi il 31 marzo 1631. Educato nella religione cattolica (la madre era della famiglia di s. Tommaso Moro), passò alla Chiesa anglicana.
Dopo una giovinezza avventurosa, dissipata e scettica, di cui sono testimonianze nelle licenziose poesie d'amore, nel pessimismo del poema Progresse of the Savile, nel cinismo delle Satire e nell'apologia del suicidio (Biothanatos), si volse alla vita religiosa e fu ordinato sacerdote anglicano. Già si era cattivato il favore del re con alcuni scritti di opportunismo anticattolico (Prendo-Martyr; Conclave Ignatii, satira dei Gesuiti) quando il successo delle sue prediche lo fece salire di grado in grado fino a divenire decano di S. Paolo di Londra. Mentre le Satire sono poco più che un esercizio letterario, le liriche del D. hanno grande importanza per le loro caratteristiche e per l'influsso che esercitarono sui poeti metafisici del Seicento. Il D. reagí contro il petrarchismo imperante : subordinando il suono al significato, usando la lingua disadorna del parlar quotidiano, sdegnando le convenzioni metriche, e soprattutto congiacendosi di arditezze, sottigliezze, concetti e immagini barocche, fece
opera nuova e geniale, che, se spesso riesce oscura per eccesso di cerebralità, raggiunge talvolta una grande bellezza. Le poesie religiose gli fruttarono fama di mistico, ma in realtà non commuovono : si sente il freddo giuoco dell'intelligenza e non il calore della fede; proprio come nelle prediche, che, a dispetto dell'enfasi retorica e dell'erudizione sacra di cui fanno sfoggio, lasciano freddi. Più efficaci le poesie (e le prediche) ispirate dal tema della morte, che il D. sentiva fortemente, e che anche riscatta in un'aura di nobile meditazione alcune crude poesie d'amore.
Bibl.: Opere: The Poems of 7. D., a cura di H. I. Grierson, Oxford 1912; D.'s Sermons (scelta) a cura di L. P. Smith, ivi 1919; ma chi voglia conoscere meglio le prediche di D. deve ancora ricorrere all'ed. di Alford 1839 (The Works of 7. D., 6 voll.) che ne comprende la maggior parte (non tutte furono pubblicate). Studi: I. Waton, The Life of 7. D., Londra 1658 (ripubbi. del Morley nel 1888); E. Goese, The Life and Letters of 7. D., ivi 1899; M. Praz, Marinismo e secentismo in Inghilterra, Firenze 1922, pp. 3-141; I. Husain, The Mystical Element in the Metaphysical Poets of the 17th Century, Londra 1949. Filippo Donini
DONNE DI
AZIONE CATTOLICA: v. UNIONE DONNE DI AZIONE CATTOLICA.
DONNER, Georg Raphael. - Scultore austriaco, n. a Esslingen il 24 maggio 1693, m. a Vienna il 15 febbr. 1741. Discepolo dal 1706 di Giovanni Giuliani a Heiligenkreuz, nel 1715 era a Vienna ove tornò dopo aver lavorato anche a Salisburgo (1725-28) e a Presburgo.
Il D. è indubbiamente, nel campo della scultura austriaca, il rappresentante più significativo della corrente antibarocca, specificatamente antiberniniana, che contribuirà in Austria, come nelle altre regioni europee, a facilitare il cammino alle idealità neoclassiciste chiaramente affermatesi poi sul finire del '700. Talvolta il D. fonde le sue immagini nel piombo, il che gli consente di ottenere notevolissimi effetti di morbidezza.
Le sue opere principali sono, oltre la decorazione della scala del castello di Mirabello a Salisburgo, a Vienna la fontana del Neuer Markt «della Provvidenza», le cui sculture, come altre, quali il Carlo V e la Fama, sono oggi conservate nel Barockmuseum. A Presburgo l'altare maggiore della chiesa di S. Martino e nel duomo di Gurk la pietà sull'altare della Croce (1741) e i pannelli del pulpito.
Bibl.: I. E. Slager, R. D., Vienna 1833; A. Mayer, G. R. D., ivi 1907; H. Tietze, s. v. in Enc. Ital., XIII (1932), pp. 123194; A. Pigler, G. R. D., Lipsia-Vienna 1909 (con ricca bibliografia). Emilio Lavagnino
DONNET, Ferdinand-François-Auguste. - Vescovo e cardinale francese, n. a Bourg-Argental (Loira) il 16 nov. 1795, m. a Bordeaux il 24 dic. 1882. Ordinato sacerdote nel 1819, da vicario a La Guillotière (Lione) passò subito alla cura di Irigny. Dotato di fervida immaginazione e di parola facile, presto si dedicò al ministero della predicazione.
La dottrina e le doti oratorie gli guadagnarono simpatie e notorietà per cui, nominato vicario generale onorario di Tours e successivamente curato di Villafranca,
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nel 1835 veniva consacrato vescovo quale coadiutore del vescovo di Nancy, e appena un anno dopo, nel 1836, fu elevato all'arcivescovato di Bordeaux. Nel 1852 fu creato cardinale e pertanto entrò a far parte del Senato dell'Impero. In tale assemblea il D. esercitò una notevole influenza in favore del Papa, di cui difese la sovranità temporale, della libertà d'insegnamento, della repressione della stampa irreligiosa. Partecipò al Concilio Vaticano, dove prese posto tra gli ultramontani, insieme col Plantier, col Pie e con altri.
Le opere del D. comprendono io voll. di Instructious pastorales, mandements, lettres, discours (Parigi 1856-79); oltre a Lettres, discours et autres documents relatifs à la question romaine (Bordeaux 1865). Scrisse anche una Monographie sur la cathédrale de Bordeaux (ivi 1866), che rivela una discreta erudizione ed un notevole gusto in materia di arte religiosa.
Bibl.: H. Pougeon, Vie, apostolat et épiscopat du card. D., 2 voll., Parigi 1884; J. F. Sollier, s. v. in Cath. Enc., V, p. 132. Giuseppe De Rosa
DONO, patriarca di Antiochia. - Era nipote del patriarca Giovanni cui successe nel 441-42 nella sede di Antiochia. Si formò in un monastero presso Gerusalemme sotto la guida di s. Eutimio. Eletto vescovo si segnalò per la sua ferma ortodossia, ma insieme rivelò poca comprensione e prudenza. Smascherò per primo l'errore monofisita di Eutiche in una lettera abbastanza forte all'imperatore Teodosio, ma poi a poco a poco si lasciò travolgere dalla corrente eretica capeggiata da Dioscuro. Nel cosiddetto latrocinio di Efeso del 449 giunse persino a sottoscrivere la riabilitazione di Eutiche e la deposizione di Eusebio di Dorilea e Flaviano di Costantinopoli e di alcuni suoi vescovi suffraganei, campioni tutti dell'ortodossia. Ma poco dopo egli stesso fu deposto, e ritiratosi nel suo monastero oscuramente vi morì.
Bibl.: Tillemont, XV, ed. Venezia 1732, p. 480 sgg.; HefzleLeclercq, II, pp. 284 sgg., 723 ; PL 55, 701-38; G. Bardy, in Fliche-Martin-Frutaz, IV, p. 217 sgg.
Agostino Amore
DONO, papa. - Figlio del romano Maurizio, successe il 2 nov. 676 ad Adeodato II. Sotto di lui si chiuse lo scisma, aperto in Ravenna dell'arcivescovo Mauro, con il ritorno in soggezione del suo successore Reparato. A sua volta l'imperatore Costantino Pogonato volgevasi a comporre il dissidio tra Oriente ed Occidente. I laboriosi negoziati non si erano ancora conclusi quando il Papa moriva ( 11 apr. 678 )
Il Lib. Pont. ci informa che D. purgò dal nestorianesimo il cenobio siriaco detto Monasterium Boerianum; pavimentò l'atrio della basilica Vaticana; restaurò anche la chiesa di S. Eufemia presso la via Appia in territorio di Albano (v.), e la basilica di S. Paolo fuori le Mura, o, come ritiene il Duchesne, altra piccola chiesa sulla via Ostiense.
Bibl.: Lib. Pont., I, p. 348 sgg.; Jaffé-Wattenbach, 676678;; M. Armellini-C. Cecchelli, Le Chiese di Roma, II, Roma 1942, p. 1105; Fliche-Martin-Frutaz, VI, pp. 192, 421-22. Ireneo Daniele
DONOSO CORTÉS, Juan. - Marchese di Valdegamas, uomo di Stato spagnolo e filosofo cristiano della storia, n. a Valle de la Serena nell'Estremadura il 3 maggio 1809 e m. a Parigi il 3 maggio 1853 . Dal 1820 al 1828 studiò a Salamanca, Cáceres, Siri-glia e Madrid. Professore di letteratura a Cáceres dal 1829 al 1832 , si sposò; ma perdette subito la moglie.
Rivelò la sua forte preparazione filosofica e storica in una Memoria sobre la situación actual de la monarquía del 1832. In quell'anno iniziò anche la sua attività politica nelle file del liberalismo moderato. Sostenne le sue idee alle Cortes come deputato ( 1838 ) e in diversi scritti, specialmente nei giornali Avenir e El Pilate, da lui fondati, e nella Revista de Madrid. Fautore di Maria Cristina, la segui in esilio a Parigi, in qualità di segretario particolare (1840-'43). Scosso fortemente dalla ri-

(da V Frod, Pantheon des illustrations fransclles de LTP with. Elerse, Parigi c. 8.)
Donnet, ferdinand-francois-Auguste - Ritratto con firma autografa. Litografia da un disegno di Lemoine.
voluzione parigina del 1848 (dirà che «le rivoluzioni sono i fanali della Provvidenza e della storia e), abbandonò il liberalismo per tornare alla pratica del cattolicesimo, lineare ed aperta, come era proprio del suo carattere. Rieletto deputato alle Cortes vi pronunciò discorsi di'ebbero risonanza europea, come quelli sulla dittatura (1849) e sulle condizioni d'Europa (1850). L'opera principale, che riassume il suo pensiero politico, filosofico e religioso, è l'Etuscyo sobre el Catolicismo, el Liberalismo y el Socialismo (Madrid 1851), diviso in tre libri: nel I espose il miracolo della Chiesa in se stessa; nel II le soluzioni date dalla Chiesa al problema del bene e del male, della necessità e della libertà in opposizione alle contraddizioni del liberalismo e alle assurdità del socialismo; nel III esamina con lo stesso criterio l'atteggiomente della Chiesa rispetto alle questioni sociali, specialmente circa la solidarietà familiare, nazionale ed umana e la tragica esperienza del dolore e del sacrificio nella storia. Lo scritto risente delle idee della scuola tradizionalista di De Maiatre e De Bonald, che tanto influi col processo interiore del C. al momento della sua conversione. Sulle aspre polemiche naturalmente insorte, fece il punto La Cícilisá Cattolica nell'apr. 1853. Il C. nel 1849 fu anche ambasciatore di Spagna a Berlino e dal 1851 al 1853 a Parigi.
Bibl.: Obras de don Joao D. C., a cura di G. Teixdo (con biografia del C.), 2 voll., Madrid 1854-56; 2^{2} ed., 4 voll., ivi 19031904; Oeuvres de D. C. con introduzione di L. Veuillot, 2 voll., Parigi 1858-59, 2^{2} ed. 1862 ; Discursos parlamentarios, Madrid 1912; A. Valle, Cartas inéditas y semisidéitas de D. C., in Revan y Pa. 1936, II, pp. 434-51. In italiano: Scritti vari di D. C., Roma 1861; I brani migliori di D. C., a cura di B. Senvisoni (I libri della Fede, 15), Firenze 1924. Tre traduzioni totali e parziali del Saggio, Foligno 1852, Milano 1854, Roma 1861. E. Schramm, D. C., Leben und Werk eines spanischen Antiliberalen, Amburgo 1935 (contiene tutta la biobilingrafia predecente); A. Dempf, Christliche Staatsphilosophie in Spanien, Salisburgo 1937; P. Leturia, L'ateismo commista previsto e confutato negli ultimi scritti di D. C., in Civ. Catt., 1937, iv, pp. 302-16, sviluppato in Gregorianum, 18 (1937), pp. 481-517. Ireneo Daniele
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DOORNIJK : v. TOURNAI.
DOPPIO. - Con questa denominazione l'egittologo G. Maspero indicò un ente incorporeo, dagli antichi Egiziani detto ha, che accompagnava l'uomo dalla sua nascita come un'ombra perfettamente identica al corpo.
Questa specie di seconda personalità non va però identificata con l'anima, detta h a (v.). Benché il k a abbandonasse l'uomo alla sua morte, si credeva che ad intervalli ritornasse presso il cadavere ovvero s'incorporasse nelle statue del defunto onde si davano le offerte funebri al ka dell'individuo scomparso, mentre le tombe erano chiamate "dimore del h a ".
Ma l'essenza del ha rimase oltremodo complessa di modo che, dopo la teoria del d., sorsero varie interpretazioni che spiegarono il ha ora come concezione astratta dell'energia vitale fornita dagli alimenti (Erman), ora come genio tutelare (Steindorff, Breasted), ora come manifestazione individuale del genio della stirpe (Moret), infine com: personificazione dell'energia sessuale (Jacobsohn). Tutti concetti che possono sussistere parallelamente in quanto l'idea del ha assunse in processo di tempo aspetti svariati e spesso non ben definibili.
Bibl.: G. Maspero, Etudes de mystologie et d'archéologie égyptiennes, I, Parigi 1893, pp. 77-91; G. Steindorff, Der Ka und die Grobstatuen, in Zeitschr. f. ägypt. Sprache und Altertumskunde, 48 (1910-11), pp. 132-39; J. H. Breasted, Development of the religion and thought in ancient Egypt, Nuova York 1912, p. 32 192: A. Moret, Le Ka des Egyptiens est-il un ancien baron?, in Revue de l'Hist. des Religions, 67 (1913), pp. 181-91; J. Vandier, La religion égyptienne (Coll. Mana, 1) Parigi 1944, pp. 123-24.
Sergio Bostieco
DORATURA. - L'uso della d. di oggetti, sculture e architetture risale alla più lontana antichità.
L'operazione assolutamente primordiale fu quella di rivestire gli oggetti con sottilissime lamine d'oro; solo più tardi subentrò l'uso della d. a foglia, più semplice e meno costosa. La missione o fissaggio fu varia a seconda del materiale da ricoprire. Con il metallo si usò l'analgama di mercurio passato a fuoco, con il marmo la chiara d'uovo e con il legno un'embrionale vernice detta leucophorum. Nell'arte medievale e moderna, cosi come si sa delle fonti (Teofilo, Schedule diversarum artium; Cennini, Il libro dell'arte, e Cellini e Vasari) l'applicazione della d. non differì molto da quella dell'antichità.
Essa fu specialmente in uso presso i pittori che prepararono ad oro i fondi delle loro tavole, presso gli intagliatori che dararono cornici, tabernacoli ed altre suppellettili ecclesiastiche, nonché presso gli scultori che cosi finirono molte loro opere in bronzo. Valga l'esempio mirabile, testé confermato dalla pulitura, delle porte bronzee del Ghiberti per il Battistero fiorentino.
Bibl.: A. de Changeaus, Dictioms, des fondeurs, ciseleurs, modeleurs en bronze et dweurs, depuis le mayeu-dge jusqu'à l'époque actuelle, I, Parigi-Londra 1886; F. Rossi, s. v. in Enc. ital., XIII (1932), p. 138; G. Poggi, La ripulitura delle porte del Battistero fiorentino, in Boll. d'arte, 23 (1948), pp. 244-57.
Giovanni Carandente
DORDRECHT, Sinodo di: v. arminio e arminianesimo.
DORÉ, Henbi. - Gesuita, missionario, n. a Bessé-sur-Braye (Sarthe) il 4 ag. 1859, m. a Sciangai il 4. dic. 1931. Partito per la Cina nel 1886, lavorò indefessamente per 20 anni nell'allora missione del Kiang-nen, comprendente le province del Kiang-su e del Ngan-hoei, presiedendo a vari distretti e cristianità, pure in mezzo ad asprezze, rese più gravi dalle incerte circostanze politiche. Nel 1919 tornò a Sciangai, attendendo al ministero sacerdotale.
Nella sua vita di missionario aveva constatato con meraviglia il grande numero di superstizioni vigenti in mezzo al popolo, aveva preso informazioni, visitato pagode, templi e santuari, raccolto una quantità grande di materiale. Però cosi pubblicare nel 1924 un piccolo Manual des superstitions chinoises; e poi la sua grande opera Recherches sur les superstitions chinoises (17 voll., Zikawei 1911-38)
Bibl.: R. Desnos, Le p. H. D. (1839-1931), in Relations de Chine, 11 (1922-23), pp. 489-504. Celestino Testore
DORÉ, Paul-Gustave. - Incisore, pittore e scultore francese, n. a Strasburgo il 6 genn. 1832, m. a Parigi il 23 genn. 1883.
Le sue veramente eccezionali qualità di disegnatore e soprattutto la sua facoltà di illustrare con accenti veristici, fortemente sottolineati, avvenimenti reali, scene fantastiche e, talvolta, composizioni di contenuto anche trascendentale, gli crearono ai suoi tempi larghissima fama. In alcune sue opere, quali i disegni per i Contes drôlatiques di Balzac (1885) o gli altri che illustrano le avventure di Rafielais, il D. si abbandona anche ad una sua vena di ironia che giunge alla satira; lo stesso può dirsi per le illustrazioni del Don Chisciotte (1865). Tuttavia le opere più famose della immensa produzione del D. sono le illustrazioni della Divina Commedia (1861) e le altre della Bibbia da lui pubblicate nel 1864. Era già artista famoso quando intorno al 1870 il D. si dà quasi completamente alla pittura dapprima e quindi anche alla scultura senza tuttavia raggiungere in quei campi i successi che aveva ottenuto nell'altro della illustrazione. Fra le sue opere pittoriche si citano il Neofita e il Cristo che lascia il pretorio (Londra, nella Galleria G. D.) e tra quelle scultoriche il monumento a Dumas padre (1882), elevato a Parig