volume-04

Back to Volumes
ui pubblicate nel 1864. Era già artista famoso quando intorno al 1870 il D. si dà quasi completamente alla pittura dapprima e quindi anche alla scultura senza tuttavia raggiungere in quei campi i successi che aveva ottenuto nell'altro della illustrazione. Fra le sue opere pittoriche si citano il Neofita e il Cristo che lascia il pretorio (Londra, nella Galleria G. D.) e tra quelle scultoriche il monumento a Dumas padre (1882), elevato a Parigi nel 1884.

Bibl.: B. Roosevelt, Life and reminiscences of G. D., Londra 1885; R. Delanne, G. D. peintre, sculpteur, dessinateur, graveur, Parigi 1930; D. Kamanka, s. v. in Enc. Ital., XIII (1932), pp. 160161.

Emilio Lavagnino
DORÉ (Auratus), Pierre. - Predicatore e controversista domenicano francese, n. ca. il 1500 a Orléans, m. a Parigi il 19 maggio 1569. Giovanissimo vesti le divise domenicane a Blois (Loir-et-Cher), ove tornerà nel 1345 come priore. Studiò a Parigi, fu dottore alla Sorbona e reggente dello studio di S. Giacomo. Godette sempre di grandi amicizie e favori.

Dei suoi molti e ingegnosi scritti apologetici e ascetici vanno ricordati: Anticalvin contenant deux défenses catholiques de la vérité du S. Sacrement et digne Sacrifice de l'Autel contre certains faux écrits... (Parigi 1551, 1568); Les toiles du Paradis enseignées par N. S. J. C. en son Evangile (ivi 1538-40; Lione 1537-86).

Bibl.: J. Th. de Roccaberti, Biblioth. Pont. Maxima, Roma 1693-99, p. 299; Quétif-Echard, II, 2036-2062; Hurter, III, coll. 13-16; Enc.-Eur.-Am., XVIII, z013 s. Abele Redigonda

DORIA, famiglia. - Schiatta genovese le cui prime notizie risalgono all'inizio del sec. xir: un Martino si fece promotore e realizzatore della chiesa di S. Matteo. I D. si distinsero per le forti virtù marinate e per l'accesso spirito ghibellino. Ansaldo fu il capo della flotta nella guerra contro i Mori di Spagna (1147-49). Suo figlio Simone si distinse nell'assedio di S. Giovanni d'Acri. Tra i discendenti di Simone è Pietro, figura di primo piano nella preparazione tecnica delle Crociate di Luigi IX. Il più illustre rappresentante della famiglia è senza dubbio Andrea (v. sotto), Discussa fu l'opera nella battaglia di Lepanto di un altro D. : Gian Andrea (1539-1606). Il primo cardinale della casata è Gikolasio (v. sotto), il secondo Giovanni, creato cardinale da Clemente VIII (1604), vescovo di Palermo, m. nel 1642. Altri cardinali : Sinibaldo (1664-1733) arcivescovo di Benevento, Giorgio (1708-59) legato a Bologna, Giuseppe Maria segretario di Stato di Pio VI. La famiglia D. Pamphili Landi si è originata nel sec. xviri dal matrimonio di Giovanni Andrea D. con Anna Pamphili Landi: cardinali di questa casata sono stati Giuseppe (1751-1816, v.); Anton Maria (17491821), Giorgio (1772-1837), v. Pamphili, famiglia.

Bibl.: V. A. Vitale, s. v. in Enc. Ital., XIII (1932), p. 163 sgg.; A. De Marsico, D., estratto da Celebrazioni liguri, Urbino 1939.

## Page 1090

![img-26.jpeg](img-26.jpeg)

Doria - Esterno del Palazzo D. Opera di G. Valvassori e Raguzzini (primi anni del sec. xviri) - Roma.
I. D. Andrea. - Ammiraglio, n. a Oneglia il 30 nov. 1466, m. a Genova il 25 nov. 1560. Iniziò la sua carriera militare a Roma, nel 1483, come capitano delle guardie di Innocenzo VIII, poi passò al servizio del duca d'Urbino e del re di Napoli. Dopo un viaggio in Terra Santa si pose al soldo del governatore di Roma, Giovanni della Rovere. Tornato a Genova, nel 1504 represse l'insurrezione dei Corsi. Nel 1513, con le galee genovesi, bloccò Genova occupata dai Francesi e la costrinse alla resa. Dopo Marignano, al servizio della Francia, disperse i pirati di Barberia a Biserta. Nel 1521 batté le galee papali e spagnole che tentavano una sorpresa contro Genova. Quando questa città cadde in potere di Carlo V, pose la sua base a Marsiglia, che difese contro gli imperiali. Al servizio di Clemente VII dopo Pavia, tornò con la Francia nel 1527.

Ma nell'anno successivo si urtò con Francesco I, e, scaduta con il I luglio la sua condotta, nell'ag. passò al servizio di Carlo V. Oltre a vantaggi personali, egli ottenne l'indipendenza di Genova e delle due riviere sotto la protezione cesarea e la libertà del commercio marittimo. Capovolte le sorti a vantaggio degli imperiali, il D., occupata Genova, ne riordinò il governo, rifiutando il grado di principe. Nel 1535 combatté contro il Barbarossa, al quale tolse la Goletta e Tunisi. Nel 1538, formatasi una lega cristiana, invocata da Venezia attaccata dai Turchi nei suoi possessi d'Oriente, le galee del D. si lasciarono sfuggire, presso Prevesa, la flotta avversaria. Nel 154 I il D. diresse l'impresa di Algeri, che si concluse con un grave insuccesso per l'affrettato sbarco delle truppe ed una tempesta che distrusse buon numero di navi. Ritiratosi a Genova, il D. represse nel 1547 la rivolta di Gian Luigi Fieschi e riformò la Costituzione della Repubblica. Nei suoi ultimi anni il D. diresse ancora una spedizione in Corsica, dove i Francesi avevano fomentato una nuova ribellione, e ottenne che con il trattato di Catesu-Cambrésis l'isola ritornasse alla Repubblica di Genova. - Vedi tav. CXVI.

Bibl.: E. Petit, Un amiral condottiere au XVIe siècle, Parigi 1887; A. von Czibulka, A. D. ein Freibenter und Held, Monaco 1925: C. Bornate, I negoziati per attirare A. D'O. al servizio di Carlo V, in Giornale storico e letterario della Liguria, 18 (1942), pp. 51-75; I. Luzzotti, A. D., Milano 1943. Roberto Palmarocchi
II. D. Girolamo. - Primo cardinale della nota famiglia genovese, nipote di Andrea. Alla morte della moglie Luisa Spinola passò allo stato ecclesiastico, nel 1529 ebbe il titolo cardinalizio di S. Tommaso in Parione (non senza resistenza da parte del S. Collegio), come compenso per la promessa fatta a Clemente VII dallo zio Andrea di rimediare alla grande carestia di Roma (Pastor, IV, II, p. 329). Fu amministratore di varie chiese tra cui Tarragona dove celebrò un sinodo di cui pubblicò gli atti. Intervenne all'incoronazione di Carlo V, e m. a Genova il 25 marzo, o maggio, 1558.

Bibl.: A. Ciaconius, Vitae et res gestae Pontificum Romanorum et S. R. E. cardinalium, III, Roma 1677, coll. 501-502; G. B. Semeria, Secoli cristiani della Liguria, II, Torino 1843, pp. 331-32; F. Celesia, La congiura del conte Gino Luigi Fieschi, Genova 1865, p. 162.
III. D. Pamphili, Giuseppe. - Cardinale, n. a Genova l'i i nov. 1751, m. a Roma il io febbr. 1816. Di non grande ingegno, la sua debolezza di carattere lo portò ad essere proclive a cedere alla prepotenza napoleonica.

Giovanissimo fu nunzio a Parigi (1773), dove rimase fino al 1785 , quando fu eletto ( 11 febbr.) cardinale del titolo di S. Prince. Fu poi legato di Urbino (1790), e, dopo il Trattato di Tolentino, segretario di Stato di Pio VI (apr. del 1797), ma il suo atteggiamento troppo sottomesso ai Francesi fu motivo di aspre critiche (J. Gendry, Pie VI, II, Parigi [1907], pp. 287-88). Da Pio VII, di cui partecipò all'elezione, fu nominato prefetto della Congregazione del Concilio, e fece parte della commissione dei 12 cardinali per il Concordato del 1801, tra la S. Sede e il governo francese, e tra quelli che proposero in fine la ratifica del testo integrale (cf. E. Silvestre, L'histoire, le texte et la doctrine du Concordat de 1801, 2^{°} ed., Parigi [1905], p. 22, nn. I e 37, n. I; e I. Rinieri, La diplomazia
![img-27.jpeg](img-27.jpeg)

Dom. - Copia dell'istruzione inviata dal card. D. Pamphili a nome di Pio VII, si diversi cardinali esiliati da Roma per comando del governo francese (Roma, 23 marzo 1808).

Biblioteca Vaticana, cod. Vat. let. 13.637, f. 2887.

## Page 1091

pontificia nel sec. XIX, I, Roma 1902, pp. 92, 288). Fu di nuovo prosegretario di Stato nel febbr. del 1808, ma alla fine del mese successivo ebbe anch'egli l'ordine, come gli altri cardinali non romani, di lasciare la città. Andò a Parigi, dove, avendo assistito a tutte le cerimonie del secondo matrimonio di Napoleone, fu tra i 14 cardinali che furono detti "rossi». Nel 1811 ebbe l'ordine che, secondo il Consalvi, accettò con piacere, di recarsi a Savona con altri 4 cardinali "rossi", e con la commissione dei vescovi francesi per ottenere dal Papa prigioniero la firma del Concordato uscito dal Concilio di Parigi. Due anni dopo (genn. del 1813), essendo in grazia di Napoleone, fece da intermediario per la ripresa dei negoziati che condussero a quello che fu impropriamente detto Concordato di Fontainebleau. Fu vescovo di Frascati (1803) e di Porto (1814).

Bibl.: Alcune sue lettere sono pubblicate in: Documenti relativi alle contestazioni insorte tra la S. Sede e il governo francese, III, s. I. 1833, pp. 42-84 e in Documenten sur la négociation du Concordat de la France avec le St-Siige en 1800-1801, pubbl. da Boulay de la Meurthe, II, Parigi 1892, p. 491; III, ivi 1803, v. indice; VI, ivi 1902, p. 102. Fra le opere più recenti cf. I. Rinieri, Napoleone e Pio VII, 2 voll., Torino 1906, v. indice; J. Schmidlin, Histoire des Papes de l'énique contemporaine, I, trad. franc. di L. Marchal, Lione-Parigi 1938, pp. 21-25, 38, 113, 130, 142, 144; J. Lufion, La crise révolutionnaire 1789-1846 (Fliche-Martin, Hist. de l'Eglise, 20), Parigi 1940, passim.

Renata Orazi Ausenda
DORIA, Tomaso. - Sacerdote pio e zelante discepolo di s. Caterina da Genova. Membro della Fraternità del Divino Amore, fu rettore dell'ospedale di Pammatone prima del Marabotto, confessore di s. Caterina. Morì nel 1518 ed è sepolto nella chiesa dello stesso Ospedale, la S.ma Annunziata di Portoria, ove si conserva il corpo della Santa.

Come membro della Fraternità del Divino Amore si occupò in modo particolare di risanare la piaga dei fanciulli abbandonati o discoli "che stanno assidui per la città a mendicare, e poi dormono sotto la ripa, in Banchi, et a ponti et altri luoghi, in li quali fanno molte tristitie contro l'onore di Dio et a vitupero della città, et molte volte si infermano et morono in detti luoghi" (Decreto della Serenissima Repubblica del 1508 che concede ai protettori dell'ospedale facoltà di raccogliere detti bimbi nell'ospedale stesso). D. fu ottimo educatore, applicando la pedagogia dell'amore.

Bibl.: Piaggia, Monumenta Genuensia, IV, p. 335; A. Giustiniani, Annali della Repubblica di Genova, I, Genova 1854, p. 62. Undie Bonzi da Genova

DÖRING, Matthias. - Teologo, biblista e storico dei Francescani conventuali, n. a Kyritz nel Brandenburgo tra il 1390-1400, m. ivi il 24 luglio 1469. Eletto ministro provinciale di Sassonia (1427), attese al governo dei suoi frati prendendo parte alle controversie che si dibattevano con gli Osservanti sulla regola francescana. Nel 1432 intervenne al Concilio di Basilea. Sostenitore della tesi conciliare, al tempo dello scisma di Felice V, dai fautori di questo antipapa fu eletto (1443) ministro generale dell'Ordine; non riconosciuto, rinunziò alla sua carica. Prese parte alla disputa del sangue di Wilsnack. Non trascurò la riforma ecclesiastica, sebbene con vedute personali non sempre accettabili.

Della sua attività scientifica di lettore (a Erfurt e Magdeburgo 1422, 1445, 1451) e di scrittore rimangono i Commenti in quattuor libros Sententiarum (manoscritto, Monaco), il Defensorium postillae Nicolai de Lyra (Norimberga 1481, 1485, 1487; Venezia 1481, 1482-83), la Continuatio chronici Theodorici Engelliusii ab a. 1420 ad a. 1464 (Lipsia 1730, Berlino 1838-63). In teologia preferi Scoto, che difese contro gli avversari.

Bibl.: P. Albert, M. D., ein deutscher Minorit des 15. Jahrhunderts, Stoccarda 1892; C. Eubel, M. D..., in Der Kutbolik, 8 (1893), pp. 16-20; Wedding, Scriptores, p. 171; Sba-
![img-28.jpeg](img-28.jpeg)
(Jet. Alinari)
Dorotra, santa - S. D., nel palittico di Ambrogio Lorenzetti (dopo il 1319) - Siena, Pinacoteca.
ralea, II, pp. 232-37; L. Oliper, M. D. 's Gutachten über die Franziskauerregel (1451) und obseryantistiche Gegenschrift, in Franzisk. Studien, 9 (1922), pp. 203-36; L. Meier, De Schola Franciscana Erfordiensi spec. XV, in Antonianum, 5 (1930), pp. 59-70; F. Doelle, s. v. in LThK, III, col. 421; Bullarium Franciscanum, nuova serie, ed. Pou y Marty, II, Quaracchi 1939, p. 501, n. 959. Giovanni Odourdi

DORMIENTI, santi, martiri : v. SETTE DORMIENTI.

DOROTEA, santa, martire. - E commemorata il 6 febbr. Secondo la Passio, molto leggendaria, fu arrestata durante la persecuzione di Diocleziano a Cesarea dove era nata. Dopo un primo interrogatorio fu affidata a due donne apostate perché la convincessero a rinnegare la fede, ma D. convertì invece le due disgraziate esortandole anche al martirio. Riusciti vani tutti i tentativi per farla sacrificare, fu decapitata. Il suo culto era popolarissimo nel Medioevo; figura fra i 14 Santi ausiliatori (v.).

Bibl.: BHL, 2321-23; Acta SS. Februarii, I, Parigi 1863, pp. 779-84; Martyr. Hieronymianum, p. 79; Martyr. Romanum, p. 51.

Agostino Amore
Iconografia. - Le più antiche immagini della santa a noi note risalgono al xiv sec.; essa appare in aspetto giovanile, il capo cinto da una corona adorna di fiori. Talvolta è presso di lei un bambino o il piccolo Gesù che le offre un cesto di fiori.

Molto venerata in Germania, le sue immagini sono frequenti nell'arte tedesca dei secc. xv e xvi (sculture nel Museo di Berlino, in quello di Friburgo sul Br.; e di T. Riemenschmeider nella Marienkirche di Würzburg), dipinti, una tavola del sec. xv di scuola sveva a Karlsruhe, una di St. Lochner a Norimberga e quella di Holbein il Vecchio del Museo di Augusta ove è raffigurato il martirio della Santa.

Anche nell'arte italiana si notano importanti rappresentazioni di D. Cosl in un polittico di Ambrogio Lorenzetti oggi nella pinacoteca di Siena ed in una tavolta del sec. xiv nel Museo di Pisa. Bernardino Luini la raffigurò con la palma e un libro nella Chiesa di Maurizio

## Page 1092

a Milano; Carlo Dolci ne rappresentò il martirio in un quadro oggi a Darmstadt.

BibL.: K. Künste, Homographie der Heiligen, II. Friburgo in Br. 1926, pp. 187-90; J. Braun, Tracht u. Attribute der Heiligen in der deutschen Kunst, Stoccarda 1943, pp. 195-99.

Emilio Lavagnino
DOROTEA di Montau (Montoviensis), beata. N. a Montau (presso Marienburg, Prussia) il 6 febbr. 1347, m. a Marienwerder il 25 giugno 1394. Sposò, a 19 anni, Albrecht di Danzica, da cui ebbe 9 figli; nel 1389 si recò a Roma per il giubileo del 1390 , rimanendovi fino a Pasqua, nell'ospizio di S. Maria della Consolazione. Perduto il marito e i figli (una figlia si fece benedettina), si trasferì a Marienwerder, dove il 2 maggio 1393, con il permesso del Capitolo e dell'Ordine teutonico, fondò un eremitaggio presso la Cattedrale. Qui «reclusa», condusse vita susterza. sima, visitata da illustri personaggi e da poveri per conforto e consiglio, favorita da grazie mistiche.

Il suo processo di canonizzazione rimase interrotto; ma il popolo la venerò subito come taumaturge e celeste protettrice del paese dell'Ordine teutonico. Culto popolare. Festa il 25 giugno; in qualche luogo il 30 ott.

Gli scritti riguardanti la beata, quasi tutti dovuti al confessore Giovanni, sono dieci; per la loro varie edizioni, cf. BHL, I, pp. 350-51. Le varie Vitae, e alcuni altri scritti, in Acta SS. Octobris, XIII, Parigi 1883, pp. 472-584. Le Révolution (in Septililium b. Dorotheae auctore Ioanne Marientoorder [ed. F. Hipier], Bruxelles 1885; tutta la parte latina fu anticipata in Analecta Ballandiana, 2 [1882], pp. 383-472 ; 3 [1883], pp. 113-40,408-48 ; 4 [1885], pp. 207-51). Quest'opera, di alto valore mistico, porta il nome di septililium, perché tratta di sette grazie concesse a D. e sono ben rappresentate dalle qualità del giglio.

BibL.: S. Rühle, D. v. M., in Altpreussische Forschungen, 2 (1925), pp. 50-101; P. Nieborowski, Die sel. D. von Preussen, Breslavia 1933; H. Westpfahl, Beiträge zur Dorotheenforschung, in Zeitschrift für Geschichte und Altertumskunde Ermlonds, 27 (1939), pp. 123-77.

Igino Cecchetti
DOROTEE: v. SUORE DI S. DOROTEA.
DOROTEl. - Setta ariana dei seguaci di Doroteo vescovo di Antiochia (v.). Alla morte di Demofilo, vescovo di Costantinopoli, gli ariani elessero Marino; poco dopo però gli preferirono Doroteo di Antiochia. Marino si adombrò e si separò dalla comunità ariana. La rottura tra i due partiti divenne definitiva quando Doroteo in una pubblica disputa sostenne che, essendo stato il Verbo creato nel tempo, il Padre non poteva chiamarsi tale prima della stessa creazione, poiché quel nome indica una relazione reale, venendo cosi anch'egli a costituire una nuova setta nella compagine ariana. La setta dei d. visse per ca. 35 anni; nel 420 infatti, ad opera di un certo Plinto generale dell'esercito e molto influente presso Teodosio il giovane, si venne ad un compromesso stabilendo di non parlare più della questione. Le due sette, di Marino e dei d. ritornarono alla comunione ariana.

BibL.: Sozomeno, Hist. eccl., 7, 17; Tillemont, VI, ed. Venezia 1732, pp. 631, 803. Agostino Amore

DOROTEO. - Diacono antiocheno, seguì Melezio nella triste vicenda che travagliò la Chiesa di Antiochia nella seconda metà del sec. Iv, in cui i cattolici furono divisi tra i due vescovi Paolino e Melezio. S. Basilio se ne servì per ricondurre la pace in quella Chiesa, mandandolo con lettere ad Alessandria e a Roma. Il primo viaggio D. lo fece nel 371 ad Alessandria recando a s. Atanasio un appello accorato di s. Basilio chiedente aiuto in favore degli Orientali. Nel 375 si recò per la prima volta a Roma da papa Damaso, ma ottenne ben poco. Vi
ritornò una seconda volta nel 377 sempre per la questione di Antiochia; vi trovò radunato un sinodo nel quale dovette difendere la ortodossia del suo vescovo Melezio. Ma anche questa volta, a causa delle diffidenze tra Oriente ed Occidente, dovette ritornare ad Antiochia con poche speranze.

Bibl.: Tillemont, IX, ed. Venezia 1732, pp. 139 sge., 221 sgg.; F. Cavallera, Le vhisme d'Antioche, Parigi 1905, p. 145 sgg.; L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, II, 4 ed., vi 1910, pp. 399-414; P. Batiffol, La sifge apostolique, 3 ed., iv 1924, p. 105 sgg.; G. Bardy, in Pliche-Martin-Prusse, II, pp. 274-81. Agostino Amore

DOROTEO. - Vescovo ariano, originario della Tracia, successe ad Ipaziano nella sede di Eracles verso il 365 . Fu uno dei principali sostenitori di Demofilo, vescovo di Costantinopoli. Nel 376, durante lo scisma meleziano, la setta ariana di Antiochia lo elesse suo vescovo. Chiamato a Costantinopoli dagli ariani, vi rimase fino al 38 r , quando una legge di Teodosio vietò le assemblee di tutti coloro che non accettavano la fede di Nicea, e stabili che le loro chiese fossero date ai cattolici. Fu richiamato a Costantinopoli nel 386 alla morte di Demofilo, in sostituzione di Marino precedentemente eletto dagli stessi ariani. Una disputa avuta tra D. e Marino diede origine alla nuova setta ariana dei dorotei (v.).

Bibl.: Socrate, Hist. eccl., 4, 35; 5, 23; Sozomeno, Hist. eccl., 7, 17; Tillemont, VI, ed. Venezia 1732, p. 629 sgg. Agostino Amore

DOROTEO. - Arcivescovo di Tessalonica, insediatosi ca. il 500 . Continuò, al pari del suo antecessore, nello scisma acaciano, anzi perseguitò i vescovi di Epiro che avevano aderito a Roma. D. non volle sottoscrivere la formola di fede inviatagli dal papa Ormioda per mezzo di una delegazione, che fu maltrattata e in parte trucidata. D. nondimeno non fu deposto.

Bibl.: J. P. Kirsch, s. v. in LThK, III, col. 426.
DOROTEO di Gaza. - Scrittore ascetico del sec. vi. Originario di Antiochia, ricevette in gioventù un'eccellente educazione laica; abbracciò in seguito la vita religiosa, e si ritirò nel monastero di Serido, situato tra Gaza ed Ascalona. Per l'interessamento dello stesso Serido fu possibile a D. mettersi in contatto con il santo monaco Barsanufio, che viveva allora in completa segregazione; fu in seguito fedele seguace di s. Giovanni il Profeta.

Allo scopo di approfondire la propria cultura spirituale, D. propose ai due asceti una serie di quesiti sulla Bibbia, sulle opere dei Padri e su vari argomenti teologici. Di tali quesiti, accompagnati dalle risposte, ce ne sono pervenuti ca. un centinaio.

Da Barsanufio e da Giovanni, D. fu incaricato di fondare, presso il monastero, un ospedale, del quale assunse la direzione. Dopo la morte dei due ( 540 ca.) lasciò il monastero di Serido per fondarne uno tra Gaza e Maiuma, ove trascorse il resto della sua vita. In questo nuovo monastero compose le sue Conferenze spirituali, che nella vita monastica furono tenute in grande considerazione. Si tratta di sermoni rivolti ai monaci del suo monastero tra il 540 e il 560 .

Bibl.: S. Vailhé, St D. et st Zosime, in Echos d'Orient, 4 (1905), pp. 359-63; id., Dorothée de G., in DThC, IV, coll. 1783-86. Mariano Baffi

DOROTEO di Mitilene. - Teologo bizantino, del sec. xv. Fu metropolitana di Mitilene, fautore dell'unione della Chiesa greca con quella di Roma; prese parte ai Concili di Ferrara e di Firenze, battendosi per l'unione stessa. Partecipò anche alla delegazione che il Concilio fiorentino inviò presso il Pontefice, e sostenne le decisioni del Concilio presso

## Page 1093

![img-29.jpeg](img-29.jpeg)

VITA MATHILDIS. Il marchese Tedaldo, la contessa Guillia, il vescovo Tedaldo, Bonifacio padre di Matilde, e Corrado. - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 4922 (sec. xit).

## Page 1094

![img-30.jpeg](img-30.jpeg)
(lat. Allasri)
RITRATTO DI ANDREA DORIA.
Opera di Sebastiano del Piombo (inizio sec. xvi) - Roma, Palazzo Doria.

## Page 1095

l'Imperatore di Costantinopoli. Sottoscrisse il decreto dell'unione, e vi rimase fedele per tutta la vita.

Secondo alcuni storici, D. sarebbe stato anche il redattore della Storia del Concilio di Firenze, scritta in lingua greca.

BbL.: R. Janin, Dorothens von Mitilene, in LThK. VIII, col. 426 .

Mariano Baffi
DORSTEN, Giovanni da. - Agostiniano, teologo e predicatore, n. a Dorsten in Westfalia, nella prima metà del sec. xv, m. nel 1481. Impugnò le dottrine spirituali sostenute da Giovanni di Lutrie, e compose a Erfurt (1465) una Disputatio de qualibet contro le profezie dell'abate Gioacchino (ms. 2064 nella Stadtbibliothek di 'l'reviri). Nel 1467 fu provinciale della provincia agostiniana di Sassonia. Insegnò lodevolmente materie teologiche nell'Università di Erfurt.

Su desiderio del Sinodo di Magonza (1471) scrisse contro la simonia: Tractatus sive collatio synodalis de statutis Ecclesiarum (Erfurt 1489). Fu anche stampato il suo: Determinatio de cruore miraculoso D. N. Jesu Christi in monasterio Gaterensi [di Wilsnack] (Lipsia 1510).

BinL.: F. Ossinger, Bibliotheca Augustinana, Ingolstadt 1768, pp. 299-301; J. Lanteri, Illustriares viri Augustinenses, II, Tolentino 1859, pp. 88-89; Hutter, II, col. 991.

DOR'T, CANONI DI: v. ARMINIO E ARMINIANESIMO.
DOSIO, Giovanni Antonio. - Architetto e scultore, n. nel 1535 a Firenze o S. Gimignano, m. dopo il 1609 a Napoli o Roma. Aveva sedici anni quando a Roma entrò nella bottega di Raffaele da Montelupo per applicarsi alla scultura di cui dette saggi non mediocri nelle tombe di Annibal Caro (1566), del medico L. Pacini in S. Lorenzo in Damaso, in quelle di Antonio Mazza da Gallese in S. Pietro in Montorio e del connestabile Antonio Michal ora all'Aracoeli; nelle quali opere tuttavia prevalgono gli elementi architettonici su quelli plastici.

Al primo periodo romano dell'artista appartiene anche una serie di disegni (Uffizi) nei quali è evidente il suo studio non solo dei monumenti antichi, le Terme di Diocleziano soprattutto, ma anche delle architetture di Michelangelo e Bramante. Da Roma, nel 1576-78, il D. mandò a Niccolò Gaddi disegni per la sua cappella in S. Maria Novella a Firenze, disegni che realizzati mostrano lo studio delle forme michelangiolesche. Caratteri analoghi appaiono nella cappella Niccolini in S. Croce (1591), mentre nel cortile del palazzo arcivescovile di Firenze ( 1582 ) e nel palazzo Larderel, già dei Giacomini in via Tormabuoni, è più raffinato ed elegante e si attiene a schemi tradizionali fiorentini soprattutto sangalleschi. I caratteri della sua arte appaiono anche nell'oratorio di Gesù Pellegrino detto dei Pretoni, e, sempre a Firenze, nel modello in legno per la facciata in S. Maria del Fiore conservato nel museo dell'Opera del Duomo. Stabilitosi a Napoli nel 1591 lavorò nella trasformazione della certosa di S. Martino e nella chiesa degli Oratoriani di cui diresse i lavori nel 1593. Nel 1609 era sempre a Napoli intento ad opere nella chiesa del Gesù Nuovo.

Il D., studioso delle forme tradizionali fiorentine e dell'opera di Michelangelo, va posto, per la finezza del gusto e l'eleganza delle forme, fra i più eletti maestri toscani della seconda metà del secolo.

BinL.: V. Giovannozzi Daddi, Il palazzetto Giacomini Larderel del D., in Rivista d'arte, 17 (1935), pp. 209-10; R. Pane, Architettura del Rinascimento a Napoli, Napoli 1932, pp. 294 200; Venturi, XI, ri, pp. 323-84. Emilio Lavagnino
DOSITEANI. - Antica setta fondata da un certo Dositeo samaritano. Le notizie che si hanno intorno a questo personaggio sono molto incerte e contrastanti. J. B. Cotelier (in Constitutiones apostolicae, VI, 8: PG 1, 924), il Thaller (in Kirchenlexikon, III, coll. 1997-98), F. X. Krauss (Dosithée et les Dosithéens, in

Revue des études juives, 42 [1901], pp. 27-42) ed altri studiosi ritengono necessario, per conciliare i dati delle fonti antiche, distinguere almeno due personaggi di questo nome, ambedue eresiarchi, corruttori della Bibbia e impugnatori dei libri profetici.

Il primo, giudeo di origine e poi passato fra i Samaritani, sarebbe vissuto prima di Cristo e sarebbe stato maestro di Sadoc e padre dei Sadducei. A costui sembrano far capo quei d. che negavano la resurrezione dei morti, l'immortalità dell'anima e insegnavano a vivere secondo la carne. L'altro Dositeo, invece, sarebbe stato quasi contemporaneo di Gesù Cristo. Il suo nome è legato a quello di Simon Mago di cui egli prima fu maestro e poi discepolo. Propagò la sua dottrina fra i Samaritani, facendosi credere il Messia promesso da Mosè nel Deut. 18, 18. Per giustificare le sue affermazioni in contrasto coi libri dei Profeti, rigettò l'autorità di tali libri, dando invecetutte le sue preferenze al Pentateuco di Mosè. Ebbe al suo seguito 30 discepoli, scelti tra i suoi seguaci, ed una donna da lui chiamata Luna. Morì di fame rinchiuso in una grotta, non si sa se per opera dei suoi nemici, o per le sue ecossive astinenze, oppure per far credere ai suoi discepoli che era salito al cielo.

I suoi seguaci riconoscevano come sacro solo il Pentateuco di Mosè, insegnavano la dottrina dell'eternità del mondo e combattevano l'antinomismo immorale. Particolarmente rigoroso era il loro tenore di vita : praticavano la circoncisione ed i digiuni, esortavano all'osservanza della continenza e della verginità, condannavano le seconde nozze e l'uso delle carni. Caratteristica loro era l'osservanza rigorosa del riposo sabatico, tanto che rimanevano per tutto il giorno nella posizione in cui venivano sorpresi dall'inizio del sabato. Verso la fine del sec. vi questa setta esisteva ancora in Egitto, poiché fu combattuta da Eulogio, patriarca di Alessandria, m. nel 608, come appare da un suo scritto pubblicato da Fozio (Bibliotheca, cod. 230).

BinL.: Oltre alle opere sopra citate, cf. A. Hilgenfeld, Ketzergeschichte des Uechniterathums, Lipsia 1884, pp. 155-61; A. Jülicher, Dosithene, in Pauly-Wissowa, X, coll. 1608-1609; G. Hergenröther, Storia universale della Chiesa, trad. it. di E. Rosa, I. Firenze 1904, p. 191 e sgg.: F. Haase, Dosithene, in LThK. III, col. 428 . Guglielmo Zannoni

DOSITEO, santo. - Monaco di Palestina, del cenobio di S. Siridio intorno a Gaza, m. verso il 530 , assistito da s. Barsanufio. Ne scrisse l'elogio il celebre maestro di lui s. Doroteo (Institut., I, 15 : PG 88, 1636-37). Da esso si apprende il modo in cui questo giovane, educato in una vita agiata e quasi senza istruzione religiosa, arrivò, nel breve corso di cinque anni, alla più alta santità, non per i rigori della penitenza ma per la semplicità nell'ubbidire e per l'abnegazione del proprio volere.

BinL.: Testo della Vita in Acta SS. Februarii, III, ed. Anversa 1658, pp. 382-84. Emanuele Candal

DOSITEO. - Patriarca greco dissidente di Gerusalemme dal 1669 al 1707, n. ad Arakhovo nel Peloponneso il 31 maggio 1641. Fu ordinato diacono, contrariamente ai canoni, appena undicenne, e non aveva che 28 anni quando fu nominato patriarca di Gerusalemme, succedendo al dimissionario Nectario che l'aveva fatto metropolita di Cesarea nel 1666.

Il lungo patriarcato di D. fu speso a questuare per ristabilire le finanze della confraternita greca del S. Sepolcro; a polemizzare vigorosamente con i protestanti e specialmente con i cattolici; a sviluppare l'influenza dell'ellenismo in Oriente, e particolarmente in Russia, ove egli cercò di ostacolare la cultura latina.

Nel 1680 fondò a Jassy una tipografia greca a

## Page 1096

spese del patriarcato di Gerusalemme, con lo scopo di pubblicare vaste raccolte di scritti polemici antilatini, composti dagli antichi Bizantini e dai Greci moderni.

Le principali di queste raccolte hanno i seguenti titoli: T'q́ıos π α τ α λ λ π η \tilde{η} ( « Tomo della riconciliazione »), Jassy 1692; T'q́ıos \dot{α} γ \dot{α} π η ς ("Tomo della carità»), ivi 1698; T'q́ıos χ α ρ \tilde{α} ς ( Tomo della gioia "), Rimnic 1705. Esse erano state precedute dall'edizione dell'opera del suo predecessore Nectario sul primato del papa: IIepi τ \tilde{η} ς \dot{α} ρ χ \tilde{η} ς τ o \tilde{u} π α \dot{α} π α, Jassy 1682. D. pubblicò anche De haerculous di Simone di Tessalonica, ivi 1683; il Manuale contro lo scisma dei papisti di Massimo del Peloponneso, Bucarest 1690; la grande opera di Melezio Syrigos Contro i capitoli calvinisti di Cirillo Lucaris, ivi 1690, ai quali egli aggiunge un 'E γ χ ε ι ρ i δ ι o v \dot{α} λ π τ χ o v τ \dot{η} v π α λ β ι v ι κ \hat{η} v \varrho ρ ε v o β λ α \dot{β} ε ι α v di sua composizione, ove si agita soprattutto la questione dell'Eucaristia.

Oltre a questo opuscolo ha lasciato una grande 'I ε τ o ρ i α π ε ρ i τ \hat{ω} v \dot{ε} v 'I ε ρ o o σ λ \dot{η} ι o ι ς π α τ ρ ι α ρ χ ε ι o \dot{α} v τ ω v, Bucarest 1715 , edita dopo la sua morte dal nipote e successore Crisanto Notaras, che la divise in 12 libri, donde il nome di Δ o δ ε κ α \dot{α} β ι β λ 0 ς con cui viene sovente citata.

Gli Atti del Sinodo di Gerusalemme del 1672 e la Professione di fede in 18 articoli e 4 questioni, che li accompagna, è quanto D. ha lasciato di meglio dal punto di vista teologico. Il tutto pubblicato sotto il titolo: 'A σ π i ς τ \tilde{η} ς \dot{α} ρ θ ° δ α ξ i α ς, Parigi 1676 , è diretto contro gli errori calvinisti contenuti nella professione di fede di Cirillo Lukaris (v.).
D. si sforza di provare, senza riuscirvi, che la Confessione di fede calvinista che va sotto il nome di Lukaris non è autentica. Le prove da lui addotte dimostrano semplicemente che il Lukaris non è stato sempre calvinista, ovvero in certi momenti della vita ha nascosto le sue opinioni eretiche.

Quanto alla Confessione di fede dello stesso D., essa è notevole per la sua chiarezza e concisione e si contrappone punto per punto a quella del Lukaris. Essa è quasi del tutto conforme alla dottrina cattolica, specialmente sul sacerdozio, l'Eucaristia, il Purgatorio ed il canone biblico.

Nel 1723 fu inviata al sinodo russo, poco prima creato da Pietro il Grande, dai quattro patriarchi d'Oriente, come l'espressione autentica dell'« ortodossia». Per questo viene chiamata dai Russi la Lettera dei Patriarchi.

Alcuni teologi greci e russi hanno voluto fare di questo documento un libro simbolico propriamente detto della Chiesa greco-russa e metterlo al livello delle definizioni dei concili ecumenici. Ma ai nostri giorni una tale opinione viene sempre più abbandonata ed i teologi recenti non si fanno coscienza di contraddire detta confessione. Filarete, metropolita di Mosca, vi apportò correzioni e soppressioni nelle edizioni russe e greche pubblicate in Russia nel 1838-40. La trovano contaminata da latinismi.

Bib.: Sulla vita di D. cf. la notizia inserita dal suo nipote Crisanto nel Δ α δ ε κ α \dot{α} α \dot{α} λ ° ς Cirillo Atanasiado, T'á π α τ δ τ \hat{ε} v α \dot{α} σ ε i α \dot{α} σ ε \dot{α} θ. π α τ ρ ι α \dot{α} ρ χ ε α τ \hat{τ} \hat{α} α ' λ ε ρ ° σ α λ \dot{η} μ ω ν, in Σ ω τ \hat{η} \hat{η}_{0}. 14-16 (1891-93) passim; Chr. Papadopulos, Δ ω α i δ ε ° ς; II α τ ρ ι α \dot{α} ρ χ η ς ' λ ε ρ ° σ α λ \dot{η} μ ω ν, in \mathrm{N} ε α Σ ι \hat{α} ν, 5 (1907), pp. 97-168; A. Palmieri, D. patriarca greco di Gerusalemme, Firenze 1907, ove si troverà la lista degli scritti contenuti nelle raccolte polemiche di D. Molti di questi scritti sono stati riprodotti in PG 2; anche A. Palmieri, Dosithée, in DThC, IV, II, coll. 1788-1800, con abbondante bibliografia. Per gli Atti del Sinodo di Gerusalemme del 1672 cf. G. Hardouin, Acta Conciliorum, XI, Parigi 1712, coll. 179-274; si trovano anche nelle raccolte dei libri simbolici della Chiesa greco-russa di E. J. Kimmel, di J. Michalcescu e di J. Mesoloras.

Martino Jugie
DOSOFTEI (DosotREIU). - Metropolita della Moldavia, primo scrittore romeno di versi letterari. N. ca. il 1624, forse macedone-romeno, fu primo monaco, poi vescovo di Nusi (1658) e di Roman (1659) e metropolita di Iasi (1671). Dal 1673 al

1686 dovette rifugiarsi in Polonia, dove aveva fatto i suoi studi e dove m. nel 1694.

Autore di traduzioni e libri liturgici, si procurò caratteri di stampa dal patriarca di Mosca. D. è soprattutto importante per la sua traduzione del salterio, Psaltirea in Versuri (1673), ispirata a quella del gran poeta polacco G. Kochanowski (1577), che è tuttora cantata dai cattolici polacchi. L'opera del D. è piuttosto quella di un erudito: conosceva il polacco, il greco, il latino e lo slavone. Tuttavia alcuni dei suoi salini, scritti in versi brevi, hanno qualità incontestabili e sono rimasti popolari. Vengono cantati dai fanciulli nelle colinde (kolendas) del Natale.

Bib... P. Hanes, Histoire de la littérature roumaine, Pariei 1034, pp. 17-18. Federico Tsilhez

DOSSALE. - La voce deriva dal latino barbarico dossalis; è termine con cui veniva indicato il panno usato per coprire pareti, sedili, altari. Elemento decorativo posto sull'altare. Nelle chiese primitive non esistevano il. Solo quando gli altari furono addossati alle pareti o posti in fondo all'abside si sentì la necessità di ornare la nuda parete con un d.

In Occidente, dalla fine del sec. xI, il d. appare sopra l'altare quale custodia di reliquie o oggetti sacri. Era per lo più mobile, in metallo o legno dipinto o ricoperto di stoffa. Dall'inizio del sec. xir si ebbero d. fissi costituiti da una lamina sottile e lavorata, che colora un reliquiario. Ai d. di metallo e pietre preziose si sostituirono con il tempo quelli scolpiti in marmo, collocati stabilmente sulla mensa a reggere anche il Crocifisso. Vennero poi, nel xiri e xiv sec.: grandi d. dipinti con cornici in legno intagliato e dorato divisi in tre o più parti: veri e propri quadri, da cui il nome di trittici o polittici, finché nel sec. xv un solo quadro (pala) spesso riccamente incorniciato trionfò sugli altari. Nel Sei e Settecento si aggiunsero alle incorniciature delle pale d'altare angeli, gruppi allegorici e ricche ornamentazioni.

D. è definito anche il tappeto o l'arazzo che è messo a coprire la spalliera di letti, cassapanche, sedie.

Si dice pure di drappo che avvolge a guaina un messale o altro libro. - Vedi tavv. CXVII-CXVIII. Pietro Cazzola

DOSSI, Carlo. - Pseuclonimo di Pisani Dossi Alberto, scrittore, n. a Zenevredo (Pavia) il 27 marzo 1849, m. a Cardina (Como) il 16 nov. 1910.

A 19 anni stampò il suo primo libro, l'Altrieri (Milano 1868), e nel 1871 la Vita di Alberto Pisani: due opere autobiografiche ricche di poesia intima, ma artificiose ed arbitrarie nell'espressione e nella sintassi si da meritare al D. l'attributo di «bizzarro». Meglio riuscì nel romanzo utopistico La colonie felice (ivi 1874), che poi sconfessò e nel quale si narra il graduale costituirsi di una compiuta società umana nata da un gruppo di deportati evasi in lontane regioni. Dall'arre passato alla diplomazia, il D. fu segretario di F. Crispi, ministro plenipotenziario a Bogotá e poi ad Atene, ove si appassionò alle ricerche archeologiche. Postume furono pubblicate le Note azzurre (ivi 1912), vasto diario scritto di seguito per quasi 40 anni, che rivelò un D. pensatore, spesso acuto e suggestivo. Ma il D. più schietto è nei bozzetti e nelle narrazioni di Goeze d'inchiarire (Roma 1880), ove si palesa osservatore sottile e di squisita sensibilità. Qualche sua pagina erotica e irreligiosa appare più una concessione alla moda del tempo che l'espressione di una convinzione sincera. L'opera del D. viene collocata in relazione con il tardo romanticismo lombardo.

BibL.: Opere: Opere di C. D., con notizie bibliografiche di G. P. Lucini, 2 voll., Milano 1910-27; Note azzurre di C. D., con l'elogio funebre, di A. Catto, ivi 1912: Le più belle pagine di C. D., a cura di P. Nardi, ivi 1932 (con introd.); C. D., Raccolta di opere, a cura di C. Linati, ivi 1942. Studi: L. Capuana, Studi sulla letteratura contemporanea, Catania 1882, pp. 57-72; G. P. Lucini, L'ora logica di C. D., Varese 1911; L. Russo, I narratori, Roma 1923, pp. 100-101; P. Nardi, La scapigliatura: da G. Rosani a C. D., Bologna 1924, passim; B. Croce, La letteratura della nuova Italia, III, 3^{2} ed., Bari 1929, pp. 201-17; A. Galletri, Il Novecento, Milano 1939, pp. 39-66. Silvio Pasquazi

## Page 1097

![img-31.jpeg](img-31.jpeg)
(Int. Alinari)
Dosso - La Sacra Famiglia di Giovanni D. - Roma, Pinacoteca capitolina.

DOSSO. - Giovanni Dossi detto D., figlio del trentino Nicola dei Luteri, n. a Ferrara probabilmente dopo il 1480, m. ivi, nel 1542.

La prima notizia certa della sua attività pittorica, a Mantova, è del 1512. Allievo di Lorenzo Costa, ne palesa appena la discendenza stilistica nella Circe (già nella collezione Benson, a Londra, e ora nella galleria Nazionale di Washington), ma in questa composizione, già si avverte, accanto a compiacimenti di analitico naturalismo fiammingo, l'influsso di Giorgione. Esso diviene più sensibile nella tela Ninfa e satiro (galleria Pitti di Firenze), mentre nel Giullare (galleria Estense di Modena) si manifesta il suo spregiudicato spirito d'introspezione psicologica che sembra anticipare. Velasquez. Divenuto pittore ufficiale di Alfonso I d'Este, esegui a Ferrara, fino alla morte, una ingente quantita di decorazioni murali (tutte distrutte, mentre si conservano quelle dipinte nel castello del Buon Consiglio, a Trento, e nella villa dell'Imperiale presso Pesaro), e di opere da cavalletto, che spesso documentano, con fervida energia icastica, e talvolta non senza sardonica asprezza, il costume della vita cortigiana estense (si vedano i quadri romboidali, con scene allegoriche, nella galleria modenese, il Baccanale, di gusto tizianesco, in Castel Sant'Angelo, a Roma, la tarda Bambocciata o Stregoneria della galleria Pitti). Nella piena maturità, all'assimilazione del gusto pittorico tizianesco e agli scambi figurativi con il concittadino Garofalo, il D. aggiunse l'imitazione di Raffaello come attesta principalmente il S. Michele della galleria di Dresda, e diede esca all'incipiente manierismo. Rimangono pienamente espressive del suo talento autonomo e della sua tavolozza, amante dei verdi smeraldo, dei rossi infuocati, dei bagliori d'acciaio e d'oro, opere come il S. Sebastiano, il Battista e il S. Giorgio nella pinacoteca di Brera a Milano, l'Antiope dormiente nella raccolta del marchese di Northampton, la Madonna coi st. Michele e Giorgio nella galleria di Modena, il maestoso polittico nella pinacoteca
di Ferrara, dipinto in collaborazione con il Garofalo, e soprattutto la celebre Circe o Melissa della galleria Borghese di Roma, che s'inserisce, per la stupenda fusione dei valori compositivi plastici e cromatici, tra le immagini più suggestive del nostro Cinquecento romantico, o surrealista avanti lettera. V'è inoltre, una produzione, cosiddetta minore, del D. in cui le trasfigurazioni della flora e dell'atmosfera e il tocco fosforico del pennello, operante in perfetta libertà di sintesi quasi impressionista, rendono il maestro padano assai vicino al gusto moderno (e basterà citare la cosiddetta Portenza degli Argonauti, già nella raccolta Continı Bonacossi, a Firenze, e ora nella galleria di Washington). Il D. ad onta delle scorrezioni formali e dei grevi effetti di chiaroscuro, rappresenta la personalità artistica dominante dell'intera regione emiliano-romagnola, nel sec. xvı, dopo il Correggio e il Parmigianino. Dalla scuola di lui uscirono, oltre al fratello minore Battista (v. sotto), quasi tutti i migliori maestri del tardo Cinquecento ferrarese.

Battista. - Si conosce soltanto la data della morte: 1548. Aiutò attivamente il fratello maggiore, replicandone le forme e gli accordi coloristici con risultati spesso mediocri e accentuandone, per i diretti contatti con l'aml'ambiente romano, gli impasti pesanti e bituminosi. Tuttavia taluni suoi motivi paesistici negli affreschi dell'Imperiale, presso Pesaro, la pala della Madonna in Trano, nel Municipio di Portomaggiore (Ferrara), la Vergine e i confratelli della Nece, nella galleria Estense di Modena, il Martirio di s. Stefano, già a Berlino, presso il dott. Gottschewski, attestano una sia pur modesta capacità inventiva. - Vedi tgv. CXIX.

BISL.: L. N. Cittadella, I due Dossi, Ferrara 1870; W. C. Zwanziger, D. Dossi, Lipsia 1911; H. Mendelsohn, in ThiemeBecker, IX, pp. 497-200; id., Das Werk des Dossi, Monaco 1914; Venturi, IX, 11; R. Longhi, Officina ferrarese, Roma 1934, pp. 133-51; B. Berenson, I pittori italiani del Rinascimento, Milano 1936, pp. 238-39; E. Tietze Conrot, Two Dossi, puzzles etc., in Gazette de Beaux Arts, Nuova York 1948, pp. 129-36, Alberto Neppi

DOSSOLOGIA. - Parola greca, da 8652 = gloria e 26705 = discorso, che indica una formola liturgica per glorificare o Dio (come spesso accade nella S. Scrittura e con una frase che quasi sempre contiene la parola 8652) o Cristo (e questa in forme svariatissime ricorrenti frequentemente in tutta la letteratura primitiva cristiana [Rom. 9, 5; Apoc. 5, 12 ecc.]), o la S.ma Trinità (e fra queste si distinguono la d. minore o Gloria Patri, che già nel sec. iv si aggiungeva alla fine dei Salmi, la d. maggiore o Gloria in excelsis della Messa e la d. delle strofe finali degli innii).

Spesso la d. non è che la parafrasi in versi del Gloria Patri; altre volte ha la forma di supplica, secondo quanto si è chiesto nel corso dell'Inno. Molte volte la conclusione è propria, poiché la d. è legata al contenuto particolare dell'Inno, ciò che avviene, ad es., nel tempo pasquale.

Le feste di Cristo hanno una d. di speciale forma cri-stologico-trinitaria, in quanto ricorda il fatto commemorato e poi fa menzione delle altre due persone della Trinità. A volte poi la d. è esclusivamente cristologica. La d. propria si usa negli Inni dello stesso metro in tutte le ore nei giorni di festa e dell'ottava.

BISL.: I. Schuster, Liber Sacramentorum, I. Torino 1934, 83 sgg.; IV, ivi 1938, p. 38 sgg.; Ph. Oppenheim, Notiones liturgiae fundamentales, Torino-Roma 1941, p. 368; P. Albrigi, Sacra liturgia, l'orazione pubblica, Vicenza 1941, p. 278.

Filippo Oppenheim
DOSTOJEVSKIJ, Fedor Michajlovič. - Il più grande romanziere russo, n. da un medico militare, in ristrettezze economiche, a Mosca il 30 ott. 1821, m. a Pietroburgo il 9 febbr. 1881.
I. Vita ed opere. - Dal 1836 frequentò a Pietroburgo la scuola militare d'ingegneria. Terminò gli studi nel 1843 e successivamente fu promosso

## Page 1098

![img-32.jpeg](img-32.jpeg)
(da E. Lo Gatto. Storia della letteratura russa, Firenze 1212, tav. 57) Dostoievskij, Fedor Michajlovic - Pagina del manoscritto autografo da I Demoni con disegni dell'a
ufficiale. Il suo soggiorno nell'esercito, peraltro, non fu lungo. Infatti poco dopo cominciò a dedicarsi interamente alla letteratura.

Il suo primo racconto Povera gente trovò buona accoglienza presso il critico Belinskij, che ne fraintese tuttavia il significato. A Pietroburgo fece conoscenza dei circoli progressisti; e, come frequentatore del circolo di Butalevič-Petraševskij, orientato in grandi linee verso il socialismo utopistico di C. Fourier, nel 1849 fu arrestato insieme con altri giovani. Alcuni di costoro, tra cui lo stesso D., furono condannati a morte: l'esecuzione però fu sospesa all'ultimo momento e la condanna a morte commutata in quattro anni di lavori forzati in Siberia. Il soggiorno nella casa di pena lo avvicinò al popolo e lo allontanò dalla idee europeizzanti e progressive della gioventù. Nel 1857 si ammogliò con una vedova, la quale morì nel 1864. Nel 1859 potè finalmente stabilirsi a Pietroburgo, dove scrisse - frutto della tragica esperienza dell'orgastolo - le Memorie dalla casa di morii (1861-62). Seguirono Umiliati e offesi (1862) e Le memorie dal sottosuolo (1863). Sempre più si delineava nella mente dello scrittore un tentativo di conciliazione tra slavofilismo ed occidentalismo ("conciliazione della civiltà col principio popolare, sintesi della classe colta russa con le forze delle classi popolari, sintesi di tutte le idee sviluppate singolarmente nei vari paesi d'Europa in un'idea di umanità universale»). Tale indirizzo fu infine sviluppato pienamente da D. nel suo famoso discorso su Puškin nel 1880, con un accento sempre più religioso.

Il romanzo Delitto e castigo (1865-66) contribuì potentemente all'universalità della sua fama. Nel 1867 si riammogliò e, perseguitato dai creditori, spesso malato (egli soffriva anche di epilessia), lasciò con la nuova moglie la Russia. Soggiornò all'estero per quattro anni (dall'apr. del 1867 al luglio del 1871). Fu appassionato giocatore. All'estero scrisse Il giuocatore, L'ellota (1869), L'eterno marito e I dèmoni ( 1870 sgg.). Di nuovo in Russia comparvero L'adolescente (1875) ed I fratelli Karamazov (1878-80), romanzo concepito come parte di un'opera più vasta. Riprese pure la sua attività giornalistica e
cominciò a pubblicare, continuandolo fino alla morte, il Diario di uno scrittore. Tornato a Pietroburgo, D. vi mori. Considerato da carta critica russa come mistico rivelatore di un grande ideale tipicamente russo e slave, frainteso da altri come "artista del caos", universalmente anunirato per la sua profonda introspezione dell'anima umana nel bene e nel male, la critica italiana più recente ha ravvisato in lui il grande classico.

Problemi principali per D. sono Dio e l'uomo. D. è tormentato dal problema dell'esistenza di Dio e dell'ateismo (cf. la dialettica e psicologia dell'eroe di Delitto e castigo, Raskol'nikov, degli eroi de I demoni, Kirillov e Stavroghin, di Ivan Karamazov, ecc.). Partendo, come Gogol', dall'analisi dell'uomo russo, della vita russa politica e sociale, arriva a scrutare l'uomo in generale e l'umanità. D. studia l'uomo, non soltanto cosciente, ma anche nel subcosciente, l'uomo tra il bene ed il male, nella duplicità della sua esistenza che ha la scelta tra fede ed ateismo, Dio e sé medesimo, l'unità totale o l'isolamento interiore. Per D. cristiano vale l'alternativa: o l'uomo-Dio (cf. il super-uomo di Nietzsche) o il Dio-uomo Cristo. Secondo D. sono vani tutti i tentativi meramente naturali di organizzare la società secondo i piani prestabiliti, data la natura irrazionale dell'uomo, il quale cerca di affermare illimitatamente la propria libertà, anche per la distruzione ed il caos. Onde la sua avversione per il socialismo, la Chiesa cattolica e specialmente il papato, che andrebbero d'accordo nell'attuazione di una società scristianizzata uniforme, dominata con misure di forza e con autorità puramente esterna (un "formicolo", un "palazzo di cristallo", un "polisio"). Ma, conducendo una tale lotta contro "l'armonia del mondo" (cf. Ivan Karamazov) e la Chiesa cattolica, non vede che egli si ribella indirettamente contro Dio, l'autore di un tale ordine. Perciò D., sebbene l'umanesimo puramente naturale abbia raggiunto in lui il suo culmine e la sua crisi - che consiste nella conoscenza che la pura umanità arriva a distruggersi da sé, a compiere un suicidio, se non viene illustrata dal di sopra, rigenerata, redenta da Cristo -, rimane incapace di confutarlo e di superarlo interamente.

Nel suo messianismo slavofilo D. mostra assai stretti legami con Ivan Kiréevskij e con il Chomjakov. Da Gogol' prese vari spunti nei suoi racconti giovanili, specialmente in Povera gente e nel Sasio (Dvojnik). Stratta fu l'amicizia di D. col giovane Soloviev (dal 1873 in poi) e la loro comunione di idee (essa si rispecchia, p. es., nell'applicazione delle tre tentazioni di Cristo alla storia del cattolicesimo, nelle "Lezioni sulla Divino-umanità» di Soloviev e nella "Leggenda sul Grande Inquisitore" di D.; si confronti pure l'idea della Divino-umanità in Soloviev, con l'uomo-Dio e con il Dio-uomo in D.). D. ha poi ispirato il cosiddetto "Rinascimento russo", al principio del sec. xx, al cui centro stavano V. Ivanov, N. Berdjaev, S. Bulgakov, P. Florenskij, ecc. Deriva da D. specialmente la corrente russa dell'esistenzialismo, di cui erano rappresentanti principali N. Berdjaev e Leone Šestov. D. ha influito notevolmente sulla nuova soteriologia russa modernistica (specialmente su quella insegnata da M. Tarèev, dal metropolita Antonio [Chrapovitskij], da N. Berdjaev, N. Arsenjev e altri).
II. D. dal punto di vista cattolico. - Personalmente D. aveva una fede profonda e sentiva intimamente Cristo. Vedeva Cristo al centro di tutto il mondo ("cristo-centrismo»). Cristo per lui è tutto amore, mansuetudine, mitezza, libertà; esclude da Cristo, come dalla Chiesa, tutto ciò che è autoritario e giuridico. Nel mistero della Redenzione egli mette in rilievo esclusivamente l'esempio di Cristo e la sua influenza rigenerativa psicologicamente cosciente (passando sotto silenzio la parte oggettiva). Il cristianesimo di D. è unilaterale, troppo ideale, astratto e non privo di un certo accento sentimentale. Vi sono tracce