tto il mondo ("cristo-centrismo»). Cristo per lui è tutto amore, mansuetudine, mitezza, libertà; esclude da Cristo, come dalla Chiesa, tutto ciò che è autoritario e giuridico. Nel mistero della Redenzione egli mette in rilievo esclusivamente l'esempio di Cristo e la sua influenza rigenerativa psicologicamente cosciente (passando sotto silenzio la parte oggettiva). Il cristianesimo di D. è unilaterale, troppo ideale, astratto e non privo di un certo accento sentimentale. Vi sono tracce di paganesimo (p. es., il culto della terra madre). Il suo cristianesimo è decisamente nazionale
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(de E. La Gatte, Storia della letteratura russa, Firenze BII, iter. 21) Dosfojasskij, Fedor Michajlović - Ritratto dipinto nel 1872.
("Dio russo ", "Cristo russo "), e manca di universalità. Nonostante gli sforzi compiuti, D. non è riuscito a trovare l'equilibrio tra la vera ortodossia russa ed il vero cristianesimo universale, tra il messianismo russo e il riconoscimento della vocazione cristiana di tutti i popoli. Illusoria è la sua teoria che lo Stato dovrebbe divenire Chiesa. Egli manca di mettere in rapporto Cristo e la Chiesa con il campo di attività umana di ogni giorno, con il lavoro, con la cultura, con il campo sociale. Errato è infine il suo punto di vista del cattolicesimo. Egli ha spinto la concezione slavofila (specie di Kirčevskij e Chomjakov) sino agli estremi e cioè che il cattolicesimo sia la continuazione dell'Impero romano pagano, che in fondo sia basato sull'incredulità, che da esso sia nato prima il protestantesimo, poi il razionalismo e l'ateismo moderno, e anche il socialismo ateo, che il cattolicesimo predichi un Cristo sfigurato, un anticristianismo, che, insomma, il papato sia uscito dalla mente del tentatore di Cristo nel deserto. D'altra parte D. mostrava un ingiustificato ottimismo riguardo al "cristianesimo russo ", come ha dimostrato recentemente la storia della Chiesa russa.
Bibl. : L'ultima edizione completa russo-sovietica delle opere di D. in 14 voll., con l'epistolario è terminata nel 1934. Studi: E. Lo Gatto, Storia della letteratura russa, Firenze 1942, pp. 288-306 (con ampia bibliografia alla fine, indicazione delle opere e degli scritti in lineue occidentali ed in italiano, trad. it. delle lettere, ecc.). Tra i più celebri commentatori di D. sono da ricordare: D. Merežkovskij, L'âme de Dostoievsky, Le preplàte de la Révolution russe, 5^{°} ed., Parigi 1922; Antonij (Chrapovitskij), L'âme russe d'après D., Lexique de ses oeuvres, trad. da G. de Leuchtenberg, ivi 1923; V. Ivanov, D., Trasaŭke, Mythos, Mystik, trad. dal russo, Tubinga 1932; N. Berdisiev, La concezione di D., trad. it., Roma 1942; M. J. Nicolas, L'dme religieuse russe dans D., in Revue tleoniste, 46 (1946), pp. 49-94, 201-36; L. A. Zander, D., Le problème du bien, trad. dal russo, Parigi 1946; R. Guardini, Religiöse Gestalten in D.s Werk, 3^{°} ed., Monaco 1947 (trad. francese L'univers religieux de D., Parigi 1947); Th. Steinbüchel, F. M. D., Sein Bild vom Menschen und vom Christen, Düsseldorf 1947. Bernardo Schultze
DOTE. - Nel suo significato originario e più comune è il complesso dei beni che la donna porta al marito per sostenere gli oneri del matrimonio. In forza di derivazione analogica, il termine è usato pure in diritto canonico per indicare la massa patrimoniale del beneficio ecclesiastico e della fondazione pia, e in modo speciale la d. delle religiose.
Circa la d. matrimoniale il diritto canonico, a norma dei cann. 1016 e 1529 , fa proprie le norme stabilite in materia dal legislatore civile per le rispettive nazioni, supposto che nulla osti in esse al diritto divino e al diritto della Chiesa. Nel Codice civile italiano il regime dotale è regolato dagli artt. 177-209.
La d. beneficiaria è quella massa di beni, economicamente utili, che in unione all'ufficio sacro e al diritto di utilizzare i rispettivi redditi, costituisce il beneficio ecclesiastico (can. 1409; v. benefício ecclesiaStico). Nella fondazione pia la d. è rappresentata da una massa di beni a cui è annesso un onere di culto o di beneficenza da mantenersi sui redditi rispettivi (can. 1544 § i; v. fondazionz fía).
La d. delle religiose è quella somma di danaro o quella massa di beni fruttiferi che l'aspirante religiosa è tenuta a portare al suo ingresso in religione, allo scopo di contribuire alle spese per il suo mantenimento (can. 547). E un'istituzione caratteristica del diritto delle religiose, in stretta analogia con la d. matrimoniale.
L'istituto della d. risulta ignorato dal diritto delle Decretali, nel quale l'onere del mantenimento delle moniales è sempre a carico del monastero (c. un. § 1 , in VI, 3, 16; c. 2, C. I, q. 2) : si riteneva anzi reato di simonia di diritto ecclesiastico l'esigere un qualsiasi contributo in occasione dell'ammissione all'Ordine (cc. 19, 23, 30, 40, 5, 5, 3). Sembra tuttavia che qualche eccezione si usasse in favore di monasteri poveri fin dai tempi di s. Tommaso (Sum. Theol., 2^{\mathrm{a}-20}, q. 100, a. 3, ad 4). Il Concilio Tridentino ammise per primo un'indennità per le spese di vitto e vestito durante il noviziato (sess. XXV, c. 16). Si usò in seguito tollerare presso vari istituti l'esazione di un modesto contributo in ragione delle disagiate condizioni delle singole comunità. Sembra sia stato s. Carlo Borromeo il primo vescovo che, con approvazione della S. Sede, introducesse nel diritto particolare della sua diocesi l'esazione obbligatoria della d.
Questa è prescritta per le sole moniales; per le suore di voti semplici non è imposta dal diritto comune, ma può esserlo dal diritto particolare. Circa l'ammontare della d. e circa la natura dei beni costitutivi di essa si deve stare alle norme statutorie dei singoli istituti o, in mancanza di queste, alla legittima consuetudine (can. 547).
La costituzione della d. deve essere fatta prima del noviziato, attraverso il versamento diretto del capitale relativo, oppure a mezzo di obbligazione contrattuale che ne garantisca, anche per il fòro civile, l'adempimento.
Per il condono totale o parziale della d. si richiede l'indulto della S. Sede per le religioni di diritto pontificio, la licenza dell'Ordinario del luogo per quelle di diritto diocesano (can. 547).
L'amministrazione della d. è commessa alla superiora del monastero, se questo è sui iuris, in caso diverso alla superiora provinciale o generale, sotto la vigilanza dell'Ordinario del luogo, il quale in occasione della sacra visita, o anche più spesso, ove lo credesse opportuno, ne esigerà fedele rendiconto (cann. 550, 535 \S 2 ). Il primo atto di amministrazione deve essere l'investimento del capitale in titoli sicuri, leciti e fruttiferi, il che va fatto dalla superiora, udito il parere del suo consiglio, subito dopo la prima professione della religiosa (can. 549).
Per il tempo del noviziato, la d., salvo clausola in
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contrario, resta in deposito sotto la tacita condizione della futura professione. Con l'emissione di questa, passa in proprietà della Religione, vincolata però alla condizione risolutiva della permanenza della religiosa nell'Istituto (l'usufrutto e l'amministrazione spettano alla Religione incondizionatamente); durante questo tempo non può in alcun modo venire alienata o comunque incorporata ai beni della Casa o della Religione; né la religiosa potrà disporne anche solo per atto di ultima volontà. Soltanto con la morte della titolare la d. resta irrevocabilmente acquisita al monastero o all'istituto (cann. 549, 548).
Alla religiosa che in qualsiasi modo rientra al secolo la d. va restituita per intero, ineno i frutti già maturati. Essa segue pure, fin dal giorno del passaggio, la religiosa che passa ad altro monastero del medesimo Ordine. Se invece questa, previo indulto apostolico, passa ad altro Ordine, durante il nuovo noviziato le saranno computati i soli frutti, mentre il capitale le dovrà essere girato per intero nel nuovo istituto appena emessa la nuova professione (cann. 55 \mathrm{I}, 570 § I).
Anche per l'erezione di una chiesa è richiesta in diritto canonico una d. adeguata per il mantenimento dell'edificio sacro, per le esigenze del culto e il sostentamento dei ministri (can. I162 § 2). Altrettanto è richiesto per l'erezione di una nuova casa religiosa (can. 476).
Bibl.: Per la d. beneficiaria: Werra-Vidal, IV, II, p. 240 sgg., n. 769 sgg.; G. Cavigioli, Manuale di diritto canonico, Torino 1938, p. 521 sg.; G. Stocchiero, Il beneficio ecclesiastico - sede plena -, Vicenza 1942, p. 123 sgg. Per la d. delle religiose: Werra-Vidal, III, p. 220 sgg., n. 266 sgg.; G. Cavigioli, Manuale di diritto canonico, Torino 1938, p. 423 sgg.; L. Chelodi-P. Cipretti, Ius cononitum de pervenit, Vicenza-Trento 1942, p. 418 sgg.; Th. Schäfer, De religiosis, Roma 1947, p. 465 sgg., n. 84 I sgg.
Zaccaria da San Mauro
DOTHAIN. - Città a nord di Sichem (Gen. 37, 12-17) e Samaria (II Reg. 6, 13), in una pianura di fronte a Esdrelon (Iudt. 4, 6; 7, 3) e vicino al passo che conduceva al paese di Giuda. Lì Giuseppe, figlio di Giacobbe, fu dai fratelli gettato in una cisterna e poi venduto ai mercanti ismaeliti; il l'esercito di Benadad, colpito da cecità su preghiera di Eliseo, fu dal profeta guidato nel centro della Samaria.
Eusebio (Onom., 76, 13) indica la città a 12 miglia a nord di Sebaste (Samaria). Sembra che non esistesse più nel sec. xim, perché i pellegrini ne ricercarono il luogo vicino al lago di Tiberiade, ma nel 1855 fu identificata nel paesaggio a 18 km a nord di Sebaste sulla via verso il Carmelo, completamente isolata dall'amena valle circostante e alta 25-30 \mathrm{~m}., con il nome ancora di Tell Dój a ̃ n. I dintorni del poggio, coronato da alberi sacri e waddi, sono cosparsi di antiche cisterne e la fertilità del suolo, grazie a due abbondanti fonti, offre ancora oggi i migliori pascoli. Il Tell si trova precisamente a km . 100 sulla via asfaltata Gerusalemme-Nazareth.
Bibl.: L. Heidet, s. v. in DB, II, coll. 1498-1501.
Donato Baldi
DOTTI, Andrea, beato. - Sacerdote, n. a Borgo S. Sepolcro verso il 1250 , m. il 31 ag. 1315. A ca. 28 anni ricevette l'abito dei Servi di Maria dalle mani di s. Filippo Benizi. Ordinato sacerdote nel dic. del 1280 , accompagnò in vari viaggi il Benizi, condividendone le fatiche apostoliche. Dopo la morte del Santo, si ritirò nel deserto della Vallucola presso Borgo S. Sepolcro. Lasciata la solitudine, riprese il ministero apostolico predicando in varie regioni d'Italia. Fu priore a Foligno e a Firenze. Fondò i conventi di S. Stefano in Alessandria e di S. Caterina in Asti. Il suo culto fu approvato da Pio VII nel 1806. La festa si celebra il 3 sett.
Bibl.: L. Raffaelli, Vita del b. A. D., dei Servi di Maria, Roma 1912.
Gabriele M. Roschini
DOTTORATO : v. LAUREA.
DOTTORE. - Si disse in un primo tempo, nella scuola di Bologna, colui che era abilitato all'insegna-
mento e in quel senso il termine di doctor era usato scambievolmente con gli altri di magister e di dominus.
Successivamente, quando la scuola si organizzò per il concorso di professori, il dottorato divenne un grado accademico: allora i d. conferivano il grado al candidato che aveva superato le prove dell'examen (privata examinatio) e del conventus (publica examinatio). Il primo avveniva nella camera dell'arcidiacono, dove il doctor presentator discuteva la tesi letta dal candidato e sui puncta assignata gli altri d. potevano argomentare con i testi pure indicati. Da questo esame il candidato usciva l i centiatus. Il secondo esame avveniva nella chiesa cattedrale, con il concorso degli scholares. Il candidato pronunciava un discorso e leggeva una tesi di diritto. L'arcidiacono o il d. commesso pronunciavano a loro volta un discorso per proclamare il candidato doctor.
Di poi i d. presentatori gli offrivano le insegne : il libro, l'anello e il libretto dottorale. I d. di diritto erano o in diritto romano o in diritto canonico o in entrambi (in utroque iure).
Nel sec. xim si incontrano nelle fonti d. per le altre discipline: doctores medicinae o physicae, grammaticae, logicae, philosophiae et aliarum artium.
Coloro che insegnavano senza essere d. acquistavano il titolo di baccelliere (bachalarius) che non era agli inizi un grado accademico conferito.
Bibl.: C. F. Svique, Storia del diritto romano nel medioevo (trad. Bollati), II, Torino 1839, cap. 21; F. Cavazza, Le scuole dell'antico Studio bolognese, Milano 1896, p. 202 sgg. Antonio Rota
Soprannomi attribuiti al d. più celebri. - Si usò soprattutto nel medioevo qualificare i d. più stimati con epiteti, che ne indicassero la caratteristica principale, deducendoli dal metodo, dall'altezza o dall'acutezza del loro insegnamento. Qui si dà la lista di essi secondo l'ordine alfabetico del soprannome, distinguendoli in due classi :
I. D. in Teologia :
Abstractionum - Francesco Mayron (m. nel 1325 o nel 1327).
Acutissimus - Sisto IV (m. nel 1484).
Acutus - Gabriele Vasquez (m. nel 1604).
Amoenus - Roberto Cowton (m. nel 1340).
Authenticus - Gregorio di Rimini (m. nel 1358).
Averrotius et philosophiae parens - Urbano (m. nel 1403).
Beatus et fundatissimus - Egidio romano (m. nel 1316).
Bonus - Walter Brinkley (m. nel 1310).
Christianus - Niccolò da Cusa (m. nel 1464).
Clarus - Ludovico da Montesinos (m. nel 1621).
Clarus ac subtilis - Dionigi di Cîteaux (m. nel sec. xv)
Collectivus - Landolfo Caracciolo (m. nel 1351).
Columna doctorum - Guglielmo di Champesux (m. nel 1121).
Contradictionum - Giovanni Wessel (m. nel 1489).
Dicitius, Ecstaticus - Giovanni Ruysbroeck (m. nel 1381).
Doctor doctorum-Scholasticus - Anselmo di Laon (m. nel 1117).
Dulcifluus - Antonio Andrea (m. nel 1320).
Ecstaticus - Dionigi il Certosino (m. nel 1471).
Eminens - S. Giovanni di Matha (m. nel 1213).
Emporium theologiae - Lorenzo Gervais (m. nel 1483).
Excellentissimus - Antonio Corsetti (m. nel 1503).
Eximius - Francesco Suárez (m. nel 1617).
Facundus - Pietro Aureoli (m. nel 1322).
Famosissimus - Pietro Alberti (m. nel 1426).
Famosus - Bertrando de Turre (m. nel 1332).
Fertilis - Francesco di Candia (sec. xv).
Flos mundi - Maurizio O'Fiehely (m. nel 1513).
Fundamentalis - Giovanni Faber di Bordeaux (m. nel 1350).
Fundatus - Guglielmo di Ware (m. nel 1270).
Illibatus - Alessandro Alamannico (sec. xv).
Illuminatus - Raimondo Lullo (m. nel 1315).
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Illuminatus et sublimis - Giovanni Tauler (m. nel 1361). Illustratus - Francesco Piceno (sec. xiv).
Illustris - Adamo di Marisco (m. nel 1308).
Inelytus - Guglielmo di Mackelfield (m. nel 1300).
Ingeniosissimus - Andrea di Newcastle (m. nel 1300).
Inter Aristotelicas Aristotelicissimus - Aimone di Faversham (m. nel 1244).
Invincibilis - Pietro Thomas (sec. xiv).
Irrefragabilis - Alessandro di Hales (m. nel 1245).
Magister Sententiarum o Scholasticus - Pietro Lombardo (m. nel I164).
Magnus - Alberto Magno (m. nel 1280).
Magnus - Gilberto di Citeaux (m. nel 1280).
Mirabilis - Antonio Perez (m. nel 1649).
Mirabilis - Ruggero Bacone (m. nel 1294).
Moralis - Gerardo Eudo (m. nel 1349).
Notabilis - Pietro d'Ile (sec. xiv).
Ordinatissimus - Giovanni di Bassolo (m. ca. il 1347). Ornatissimus et sufficiens - Pietro di Aquila (m. nel 1344). Parisiensis - Guido di Perpignan (m. nel 1342).
Plauus et utilis - Nicola di Lyre (m. nel 1340).
Praestiarus - Pietro di Kaiserslautern (m. nel 1330).
Praestantissimus - Tomaso Netter (di Walden; m. nel 1431).
Profundissimus - Paolo di Venezia (m. nel 1428).
Profundissimus - Gabriele Biel (m. nel 1495).
Profundissimus - Giovanni Alfonso Curiel (m. nel 1609).
Profundus - Tommaso Bradwardine (m. nel 1349).
Refolgidus - Alessandro V (m. nel 1410).
Resolutissimus - Durando di St-Pourçain (m. nel 1334).
Resolutus - Giovanni Bacone (m. nel 1346).
Scholasticus - Pietro Abelardo (m. nel 1142).
Scholasticus - Gilberto de la Portée (m. nel 1154).
Scholasticus - Pietro di Poitiers (m. nel 1205).
Scholasticus - Ugo di Newcastle (m. nel 1322).
Singuloris et invincibilis - Guglielmo d'Occam (m. nel 1347 o nel 1359 ).
Solemais - Enrico di Gand (m. nel 1293).
Solidus-Copiosus - Riccardo di Middleton (m. nel 1300).
Speculatiuns - Giacomo da Viterbo (m. nel 1307).
Sublimis - Francesco Bacone (m. nel 1372).
Sublimis - Giovanni Courte-Cuisse (m. nel 1425).
Subtilis - Duns Scoto (m. nel 1308).
Subtilissimus - Pietro di Mantova (sec. xiv).
Succinctus - Francesco di Ascoli (m. ca. il 1344).
Universalis - Alano di Lalla (m. nel 1202).
Universalis - Gilberto (m. nel 1134).
Venerabilis et Christianissimus - Giovanni Gerson (m. nel 1429).
Venerandus - Goffredo delle Fonti (m. nel 1240).
Vitae arbor - Giovanni Vallense (m. nel 1300).
2. D. in Legge :
Aristotelis anima - Giovanni Dondi (m. nel 1380).
Doctor a doctoribus - Antonio Francesco (m. nel 1520).
Fous canonum - Giovanni Andres (m. nel 1348).
Fous iuris utriusque - Enrico di Susa (Ostia; m. nel 1267-81).
Lucerna iuris - Baldo degli Ubaldi (m. nel 1400).
Lucerna iuris pontificii - Nicola de' Tudeschi (m. nel 1455).
Lumen iuris - Clemente IV (m. nel 1268).
Lumen legum - Irnerio (sec. xit).
Memoriosissimus - Ludovico Pontano (m. nel 1439).
Monarcha iuris - Bartolomeo di Saliceto (m. nel 1412).
Os aureum - Bulgaro (m. 1166).
Pacificus (Proficus) - Nicola Bonet (m. nel 1360).
Pater Decretolium - Gregorio IX (m. nel 1241).
Pater et organum veritatis - Innocenzo IV (m. nel 1254).
Pater iuris - Innocenzo III (m. nel 1216).
Pater peritorum - Pietro di Belleperche (m. nel 1307).
Planus ac perspicuus - Walter Burleigh (m. nel 1337).
Princeps subtilitatum - Francesco d'Accolti (m. nel 1486).
Speculator - Guglielmo Durando (m. nel 1296).
Speculum iuris - Bartolo di Sassoferrano (m. nel 1359).
Subtilis - Benedetto Raymond (m. nel 1440).
Subtilis - Filippo Corneo (m. nel 1462).
Verus - Tomaso Dotto (m. nel 1441).
DOTTORI DELLA CHIESA. - I. Teologia. Sono uomini illustri della Chiesa cattolica, che per la
loro santità, l'ortodossia nella fede, e soprattutto per la loro scienza eminente nelle cose sacre, testimoniata specialmente dai loro scritti, sono stati decorati di questo titolo con decreto speciale della Chiesa.
Così come per i "Padri della Chiesa", anche per i D. occorre la santità, l'ortodossia, la scienza e il consenso ecclesiastico, ma la differenza sta in questo, che : i) per i Padri della Chiesa è necessaria l'antichità, devono cioè essere dei primi secoli della Chiesa, di modo che si possa dire che le abbiano quasi dato i natali, mentre ciò non occorre per i D.; 2) per i Padri l'approvazione ecclesiastica esplicita non occorre, basta il consenso pratico, mentre per i D. è necessaria la proclamazione con decreto ufficiale o di un concilio o del sommo pontefice; 3) per i Padri non è necessario che la scienza sia eccezionale, mentre per i D. la scienza deve essere la caratteristica speciale. I Padri quindi hanno per caratteristica "l'antichità ", i D. invece "la scienza ". Questo però non impedisce che un medesimo personaggio possa avere l'una e l'altra qualità, e quindi possa essere insieme Padre e D. della C. Ciò si verifica difatti per diversi personaggi, tra i quali vi sono i quattro più grandi Padri della Chiesa latina: s. Agostino, s. Ambrogio, s. Gerolamo e s. Gregorio Magno, e i quattro massimi Padri della Chiesa greca: s. Atanasio, s. Basilio, s. Gregorio Nazianzeno e s. Giovanni Crisostomo; i quali sono anche considerati come i "grandi D." della C.
Questi concetti, così distinti ora, non erano tali nel passato: poiché "dottore" significa maestro, e nei primi secoli della Chiesa erano chiamati d. quelli che possedevano la dottrina in un grado eminente, ed avevano il dono di saperla insegnare con facilità e frutto. Ne fa cenno anche s. Paolo quando dice che Gesù "altri costitui apostoli, altri profeti, altri evangelisti, altri pastori e d. " (Eph. 4, 11; cf. II Cor. 12, 28; Act. 13, 1).
Col tempo il dottorato divenne titolo sempre più specifico, ma fu da principio attribuito comunemente soltanto ai Padri della Chiesa, e precisamente a quelli che per la scienza emergevano maggiormente.
Si ebbe così il doppio titolo di "Padre e D. della C. ". Il D., quindi, aveva allora anche la caratteristica dell'antichità. Il primo che dà un elenco in questo senso, dei Padri e D. della C. comunemente riconosciuti, è Beda il Venerabile, nel sec. viII (Beda, Epist. resp. ad Accam Ep. : PL 92, 304). Egli dà i nomi di s. Ambrogio, s. Agostino, s. Girolamo e s. Gregorio Magno. Il nome di un martire, come si vede, non figura qui, né figurerà in seguito, anche se il martire, come, p. es., s. Cipriano, è eminente nella dottrina, perché chi ha dato la vita per Cristo, ha il titolo di "martire", che prevale su ogni altro titolo.
Nel sec. xvi si abbandonò la nota esclusiva della antichità; si cominciò, cioè, a proclamare D. personaggi anche di epoca più recente. La prima proclamazione, senza questa nota, fu fatta da Pio V nel 1567, per s. Tommaso d'Aquino (v. sotto). Da allora in poi ne seguirono altre, fino a quella di s. Alfonso de' Liguori (m. nel 1787), che, fra i D. della C., è quello che ha vissuto nei tempi più vicini a noi.
Oltre i D. riconosciuti in tutta la Chiesa, ve ne sono però altri, che sono onorati di questo titolo o in qualche nazione soltanto, o in qualche Ordine religioso, ed hanno, ivi, anche il formolario liturgico dei D., p. es., s. Leandro di Siviglia per la Spagna, s. Prospero di Aquitania per i Canonici Regolari Lateranensi.
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Dottori della Chiesa - I quattro grandi D. della C. latina: Gregorio, Agostino, Girolamo, Ambrogio, Affresco di Cimabue e collaboratori (fine del sec. xili) - Assisi, chiesa superiore di S. Francesco.
Il servigio, che i D. rendono alla Chiesa, è ben simboleggiato dalle quattro statue che, nel 1667 , per ordine di Alessandro VII, il Bernini pose nell'abside della basilica Vaticana: raffigurano s. Atanasio e s. Giovanni Crisostomo, della Chiesa orientale, s. Ambrogio e s. Agostino, della Chiesa occidentale, che sorreggono la Cattedra di S. Pietro.
- Bibl.: Benedetto XIV, De Servorum Dei beatificatione et commicatione, IV, parte 2^{°}, cap. 11, n. 13; J. Didier, La logique surnaturelle subjective, Parigi 1891, p. 123 sgg.; J. B. Franzelin, De divino traditione et scriptura, Roma 1896, pp. 136-73; J. V. Bainvel, De magisterio viva et traditione, Parigi 1903, p. 72 sgg. Vincenzo Pugliese
II. Liturgia. - 1. Le prerogative liturgiche dei D. della Chiesa. - Le feste dei D. della C. hanno il rito doppio, devono essere celebrate da tutta la Chiesa, godono di un formolario proprio per la Messa: In medio Ecclesiae; Vangelo: Vos estis sal terrae; il Credo. Nell'Ufficio seguono quello dei Confessori pontefici o non pontefici, ma hanno alcune parti proprie, soprattutto l'antifona ai Vespri: O doctor optime; un "oremus" proprio; il responsorio VIII proprio: In medio Ecclesiae; lezioni proprie nel 2^{°} e 3^{°} Notturno.
Il formolario: In medio Ecclesiae è derivato dall'Introito della Messa di s. Giovanni Evangelista, il «teologo» fra gli Apostoli ed Evangelisti. Quanto all'antifona: O doctor optime, non consta ancora quando fu introdotta per la prima volta, è certo però che nel sec. xili era già in uso. Il Credo nella Messa, secondo il Gavanti, fu prescritto da Gregorio XI e da Urbano VI, ma egli non indica
alcuna fonte (B. Gavanti-C. M. Merati, Thesaurus sacr. ritnum, I, Venezia 1762, p. 62 sgg.). Il rito doppio fu introdotto da Bonifacio VIII, con la lettera "Gloriosus Deus" (Anagni 24 sett. 1294) indirizzata all'arcivescovo di Reims e ai suoi suffraganei, passata poi nelle sue Decretali (l. III, tit. XXIII, datata Roma 1298); ma valer vedere, come spesso si fa, in questa disposizione di Bonifacio VIII, la formale istituzione dei D. della C. non è esatto; egli conferisce ai quattro grandi luminari della Chiesa, come tali già nominati e venerati sin dal sec. viII, una prerogativa liturgica, divenuta opportuna, dato che il rito doppio era stato assegnato ad altri santi di minore importanza per la Chiesa universale. Del resto, la decretale di Bonifacio VIII non entrò in vigore dappertutto; ancora nel sec. xvi si trovano libri liturgici nei quali i quattro D. hanno il rito semidoppio. Soltanto con la riforma liturgica di s. Pio V (Breviario, 1568; Messale, 1570) si stabilí l'uniformità in tutta la Chiesa. Questi estese gli onori liturgici, dovuti ai quattro D. della C. latina, ugualmente a quelli della Chiesa greco, ss. Basilio Magno, Gregorio Nazianzeno, Giovanni Crisostomo e Atanasio.
2. I due grandi D. medievali: s. Tommaso e s. Bonaventura. - Tutto il medioevo non avrebbe mai concepito l'idea di conferire il titolo di D. della C. ad altri fuorché ai notissimi grandi quattro teologi. Ora, l'enorme fioritura della teologia del medioevo produsse un nuovo tipo di teologo, il «magister» ovvero il «doctor theologiae ». Alcuni, non sempre i più grandi, ebbero ben presto anche un soprannome caratteristico, qualche volta già in vita (Doctor subtilis, solemnis, profundus, ecc.). Fra i "maestri» e i «dottori», ben presto uno venne a superare tutti gli altri, il «doctor communis» Tommaso d'Aquino,
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(fot. Alinari)
DOSSALE IN TERRACOTTA INVETRIATA.
Incoronazione della Vergine, opera di Andrea della Robbia - Siena, Convento dell'Osservanza.
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(1st. Alters)
DOSSALE, eseguito da Betto di Francesco in collaborazione con Giovanni di Francesco - Arezzo, Cattedrale, altare maggiore.
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(fot. Alinari)
LA MAGA CIRCE.
Roma, Galleria Borghese.
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(fat. Alixari)
GRUPPO DI DOTTORI DELLA CHIESA.
Affresco di Luca Signorelli nella vòlta della cappella di S. Brizio (1499-1500) - Orvieto, Cattedrale.
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m. nel 1274 e canonizzato nel 1323 da Giovanni XXII; un elemento molto importante nella sua causa di canonizzazione fu la sua dottrina, come si rileva dalla bolla stessa e dai libri liturgici domenicani (b. Thomas confessor et doctor Ordinis Fratrum Praedicatorum). Il titolo da onorifico incomincia a diventare liturgico dal 28 genn. 1368 in occasione della traslazione del corpo del Santo a Fossanova. Il contemporaneo fra' Raimondo intitola già la sua relazione: Historia translationis corporis s.mi Ecclesiae Doctoris divi Thomas de Aquino, e nella stessa occasione Urbano V, in una lettera (Montefiascone, 22 giugno 1368), scriveva pure: "tamquam doctor egregius per sua perlucida ac salutifera documenta universalem illustravit Ecclesiam" (Acta SS. Martii, I, Parigi 1865, p. 731). Della autorità raggiunta da s. Tommaso in teologia, si ebbe la riprova durante il Concilio di Trento, ove la sua dottrina veramente "illustrava la Chiesa ". Era naturale quindi che s. Pio V, riassumendo in brevi parole la storia dell'influsso della teologia tomistica in tutta la Chiesa, lo equiparaese agli altri quattro grandi D. conferendogli gli stessi onori liturgici (bolla Mirabilis Deus, II apr. 1567: Bullarium Romanum, VII, Torino 1862, pp. 56+-65 ).
Anche Bonaventura da Bagnoregio dei Frati Minori fu da Sisto IV, nella stessa bolla di canonizzazione ( 14 apr. 1482 : Bullarium Romanum, V, Torino 1860, pp. 284-89) aggregato alla schiera dei D. "ipsumque sanctorum confessorum pontificum et doctorum, quos sancta veneratur Ecclesia, consortio solemniter in praesentiarum adscribimus aggregamunque ". Questa proclamazione divenne formale con Sisto V (bolla Triumphantis Hierusalem gloriam, 14 marzo 1588), il quale si uniformò così a quanto s. Pio V aveva fatto per s. Tommaso. In tal modo i due celebri "D. di teologia" dell'Università di Parigi, per un naturale trapasso di idee divennero "D. della C. universale ".
3. Ulteriori sviluppi dell'idea dei D. della C. . Secondo una notizia che appare certa, papa Gregorio IX, dopo la solenne canonizzazione di s. Antonio di Padova avrebbe intonato l'antifona O doctor optine (F. Antonelli, op. cit. in bibl., pp. 258-59). Infatti, Antonio era dottore in teologia, uno dei primi dell'Ordine francescano, stimatissimo dal Papa per la sua predicazione. Nell'Ordine francescano il Santo godette ben presto dei privilegi liturgici dei veri D. della Chiesa, fatto che si ripeté anche in alcuni luoghi per certi dotti e "dottori "di altri Ordini, come per i ss. Ilario, Pier Crisologo, Isidoro, Beda Venerabile, Pier Damiani, Anselmo, Bernardo.
Ero quindi quasi inevitabile che un giorno venisse domandato alla S. Sede di estendere un tale preesistente uso limitato a tutta la Chiesa. Ed infatti, questo passo fu fatto finalmente nel 1720 , sotto Clemente XI, per s. Anselmo, luminare della Scolastica e venerato come D. nell'Ordine benedettino e in Inghilterra. Da allora in poi si susseguono le dichiarazioni di nuovi D. in ritmo crescente, basate quasi sempre sul precedente del culto locale e del fatto che si trattasse di un santo del medioevo.
Un'ultima fase si raggiunse sotto Pio IX, con la elevazione a D. di santi moderni (Alfonso de' Liguori, 1871 e Francesco di Sales, 1877). Leone XIII, per speciale riguardo alle Chiese dissidenti dell'Oriente, elevò a D. della C. universale alcuni grandi Padri e teologi orientali. La preparazione di un tale atto fu affidata, per il suo carattere prevalentemente liturgico, alla S. Congregazione dei Riti.
4. I D. secondo la data di morte:
| 1. | 367 | Ilario |
| :--: | :--: | :--: |
| 2. | 373 | Atanasio |
| 3. | 378 | Efrem |
| 4. | 379 | Basilio |
| 5. | 386 | Cirillo di Gerusalemme |
| 6. | ca. 390 | Gregorio Nazianzeno |
| 7. | 397 | Ambrogio |
| 8. | 407 | Giovanni Crisostomo |
| 9. | 419-20 | Gerolamo |
| 10. | 430 | Agostino |
| 11. | 444 | Cirillo di Alessandria |
| 12. | ca. 450 | Pier Crisologo |
| 13. | 461 | Leone Magno |
| :--: | :--: | :--: |
| 14. | 604 | Gregorio Magno |
| 15. | 636 | Isidoro |
| 16. | 735 | Beda Venerabile |
| 17. | 749 ? | Giovanni Damasceno |
| 18. | 1072 | Pier Damiani |
| 19. | 1109 | Anselmo, doctor Marianus |
| 20. | 1153 | Bernardo, doctor mellifluus |
| 21. | 1231 | Antonio da Padova, doctor evangelicus |
| 22. | 1274 | Tommaso d'Aquino, doctor angelicus, communis, cherubicus |
| 23. | 1274 | Bonaventura, doctor seraficus |
| 24. | 1280 | Alberto Magno, doctor universalis |
| 25. | 1591 | Giovanni della Croce |
| 26. | 1597 | Pietro Canisio |
| 27. | 1621 | Roberto Bellarmino |
| 28. | 1622 | Francesco di Sales |
| 29. | 1787 | Alfonso M. de' Liguori, doctor zelantissimus |
5. I D. secondo l'ordine della dichiarazione:
a) Il gruppo dei "grandi D.", venerati sin dall'alto medioevo :
I «grandi» D. dell'Occidente :
1. Ambrogio (m. nel 397)
2. Gerolamo (m. nel 419-20)
3. Agostino (m. nel 430 )
4. Gregorio Magno (m. nel 604).
I «grandi D.» dell'Oriente:
5. Basilio Magno (m. nel 379)
6. Gregorio Nazianzeno (m. ca. nel 390)
7. Giovanni Crisostomo (m. nel 407)
8. Atanasio (m. nel 373; da notare che gli Orientali riconoscono soltanto tre "grandi» D.; s. Atanasio fu aggiunto dagli Occidentali).
b) I due «grandi D.» medievali :
9. 1567 II apr. Tommaso Pio V
10. 158814 marzo Bonaventura Sisto V
c) Il gruppo dei D. dal sec. xviri in poi :
| 11. 1720 | 3 febbr. | Anselmo | Clemente XI |
| :-- | :-- | :-- | :-- |
| 12. 1722 | 25 apr. | Isidoro | Innocenzo XIII |
| 13. 1729 | 10 febbr. | Pier Crisologo | Benedetto XIII |
| 14. 1754 | 15 ott. | Leone Magno | Benedetto XIV |
| 15. 1829 | 27 sett. | Pier Damiani | Leone XII |
| 16. 1830 | 20 ag. | Bernardo | Pio VIII |
| 17. 1851 | 13 maggio | Ilario | Pio IX |
| 18. 1871 | 7 giugno | Alfonso M. d. Lig. | Pio IX |
| 19. 1877 | 16 sett. | Francesco di Sal. | Pio IX |
| 20. 1882 | 28 luglio | Cirillo Gerosolim. | Leone XIII |
| 21. 1882 | 28 luglio | Cirillo Alessandrino | Leone XIII |
| 22. 1890 | 19 ag. | Giov. Damasceno | Leone XIII |
| 23. 1899 | 13 nov. | Beda Ven. | Leone XIII |
| 24. 1920 | 5 ott. | Efrem | Benedetto XV |
| 25. 1923 | 31 magg'o | Pietro Canisio | Pio XI |
| 26. 1926 | 24 ag. | Giov. della Croce | Pio XI |
| 27. 1931 | 17 sett. | Roberto Bellarmino | Pio XI |
| 28. 1931 | 16 dic. | Alberto Magno | Pio XI |
| 29. 1946 | 16 genn. | Antonio da Padova | Pio XII |
BibL.: F. Mandonnet, Les titres doctoraux de s. Thomas d'Aquin, in Revue thomiste, 17 (1909), pp. 597-608; J. De Ghellinck, Les premières listes des "Docteurs de l'Eglise" en Occident, in Bulletin d'ancienne littérature et d'archéologie chrétienne, 2 (1912), pp. 152-34; G. A. Kneller, Zum Verzeichnis der Kirchenlehrer, in Zeitschrift für hoth. Theologie, 40 (1916), pp. 1-47; Fr. Pelster, Die Ehrentitel der scholastischen Lehrer des Mittelalters, in Theologische Quartalschrift, 103 (1922), pp. 37-57; A. Walz, Historia Canonizationis s. Thomae de Aquino, in Xenia Thomistica, 3 (1925), pp. 105-72; F. Antonelli, L'elemento liturgico nel dottorato di s. Antonio, estratto da S. Antonio, D. dello C. Atti delle due settimane antoniane, tenute a Roma e a Padova nel 1946, Roma 1947, pp. 251-60. Giuseppe Löw
III. Iconografia. - Nella gerarchia iconografica i D. della C. seguono gli Apostoli e gli Evangelisti, ad indicare le forze spirituali della Chiesa militante che combatterono per l'affermazione delle verità di fede.
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I Padri della Chiesa latina che aprono la serie, ebbero maggior diffusione nell'arte di quelli della Chiesa greca. A questi nell'iconografia bizantina si aggiunse anche a. Cirillo d'Alessandria e tutti furono rappresentati con il comune simbolo del libro o del rotolo con inscritte sentenze ricavate dalle loro stesse scritture. Quasi senza eccezione essi ebbero la mano destra levata nel gesto benedicente al modo greco e fu sempre indicato, al loro fianco, il nome rispettivo. Così nei musaici della cupola del battistero di S. Marco a Venezia e in quelli del duomo di Monreale.
Nell'arte occidentale, in conseguenza dello scisma che divise le due agiografie, son rare le raffigurazioni dei D. della C. greca (Pala di S. Giovanni Crisostomo [1510] di Sebastiano del Piombo nella chiesa omonima a Venezia).
Per i Padri della Chiesa latina, a parte le singole indicazioni iconografiche (per le quali v. alle singole voci), il riferimento alla dottrina ricorse assai spesso nelle rappresentazioni occidentali.
S. Girolamo ebbe una larga diffusione nella pittura veneziana del Rinascimento; rappresentato in veste cardinalizia, con la penna, il libro e il leone accovacciato (riferito all'episodio della spina che il Santo gli avrebbe estratto dalla zampa), oppure come penitente ed eremita in un paesaggio brullo e desolato, ebbe sempre il richiamo al titolo di D. della C. con il libro e la penna ai suoi piedi. Più pertinente ancora è l'altra figurazione che presenta il Santo nella sua biblioteca intento allo studio delle Sacre Scritture.
S. Ambrogio, s. Agostino e S. Gregorio Magno ai loro simboli particolari aggiunsero anche essi il libro della scienza.
I D. della C. furono rappresentati isolati o raggruppati insieme (ad es., nella decorazione del Pizzolo, ca. 1449, nella chiesa degli Eremitani a Padova), e anche nelle storie di Gesù e della Vergine o in scomparti laterali di trittici e politici (v. il polittico vivarinesco delle Gallerie dell'Accademia a Venezia).
Delle varie leggende, tradizioni e storie della vita dei D. della C. non tutte tennero conto dell'attributo specifico. Per gli altri D., insigniti più tardi del titolo, a partire da s. Tommaso (Pio V, 1368) fino a s. Antonio da Padova (Pio XII, 1946) non v'è da citare una caratteristica iconografia, che riguardi particolarmente il loro titolo. - Vedi tavv. CXX-CXXI.
Bibl.: E. Valton. in DThC, IV, coll. 1309-10; A. Vacant. Le magistère ordinaire de l'Eglise et ses organes, Parigi 1887, passim; C. E. Clement, Saints in Art, Londra 1899, pp. 134-73. Giovanni Carandente
DOTTRINA DI ADDAI: v. ADDAI.
DOTTRINA GRISTIANA, ARCICONFRA. TERNITA della. - Eretta a Roma da Paolo V con il breve Ex credito nobis del 6 ott. 1607.
Lo slancio, impresso dal Concilio di Trento alla restaurazione cattolica, aveva fatto sorgere a Roma per iniziativa del pio laico milanese Marco de Sadis Cusani una "Compagnia o Congregazione della d. c." (v. catEchesi), che si occupava dell'insegnamento del catechismo ai fanciulli nelle parrocchie, negli istituti, per le vie, e che ebbe come sede la chiesa di S. Martino in Panerella, filiale della basilica di S. Lorenzo in Damaso. Paolo V, testimone del progresso e dei frutti ottenuti, la volle prendere sotto la sua speciale protezione, e la eresse, con il breve accennato, in Arciconfraternita nella basilica di S. Pietro, concedendole, oltre alle indulgenze, la facoltà di aggregarsi tutte le altre simili confraternite erette in Roma dall'Ordinario. L'Arciconfraternita ebbe i suoi statuti e i suoi regolamenti, che si andarono sempre meglio adattando ai tempi e alle varie necessità; con la bolla Substaris doctrinae fontes, del 9 marzo 1746, ebbe da Benedetto XIV trasportata la sede nella chiesa di S. Maria del Pianto.
Pio X con l'enc. Acerbo nimis del 15 apr. 1905 determinò che la Confraternita della d. c. fosse eretta in
tutte le parrocchie cattoliche, affinché i parroci avessero per l'insegnamento del catechismo validi coadiutori nelle pie persone secolari, che vogliono contribuire a questa opera salutare e santa (Acta S. Sedis, 59 [1905], p. 271 sgg.). Lo stesso prescrive il CIC (can. 711 § 2), il quale aggiunge che ogni confraternita legittimamente eretta dagli Ordinari resta ipso iure aggregata all'Arciconfraternita di Roma e ne partecipa le indulgenze e i privilegi. Una speciale organizzazione non è fissata; gli Ordinari, perciò, possono emanare quelle norme che ritengono opportune secundum peculiaria adinncta (cf. risposta del 6 marzo 1927 della Commissione per l'interpretazione del CIC: AAS, 19 [1927], p. 131); in appendice, infatti, ai decreti di vari Concili e Sinodi diocesani vengono proposti per simili confraternite speciali statuti. L'eresione di esse fu di nuovo inculcata dal decreto Provido sane consilio della S. Congregazione del Concilio (12 genn. 1935: AAS, 27 [1935], pp. 145-54).
Bibl.: L. Pavanelli, De catechizandis. ... Italis, secondo la legislazione ecclesiastica; dall'vociol. "Acerbo nimis" al decreto "Provido sane consilio", Torino 1937; F. Pascucci, L'insegnamento religioso in Roma dal Concilio di Trento ad oggi, Roma 1938.
Cristiano Testare
DOTTRINA DEI XII APOSTOLI: v. DIDACHE.
DOTTRINARI. - Congregazione fondata nel 1592 dal ven. Cesare De Bus (v. bus, césar de); è la risultante delle tre Congregazioni della dottrina cristiana: romana o agatista, la napoletana e quella avignonese.
La Congregazione romana ha origine nella Compagnia della dottrina cristiana sorta in Roma nel 1560 ad opera del p. Enrico Pietra, discepolo di s. Filippo Neri, e del nobile milanese Marco Cusani, che nel 1571, insieme con altri sacerdoti, incominciarono la vita comune presso S. Giovanni della Malva. Nel 1575 Gregorio XIII assegnò loro la chiesa di S. Agata in Trastevere. Nel 1598 la Compagnia si divise : i sacerdoti viventi in comunità si costituirono in congregazione; i secolari invece formarono una confraternita.
La Congregazione napoletana, fondata tra il 1610 ed il 1620 a Laurito, diocesi di Capaccio, dai sacerdoti Filippo Romanelli, Andrea Brancaccio e Pompeo Monfort, ebbe un periodo di prosperità, case e collegi in molti paesi del napoletano, ma ben presto decadde.
La Congregazione di Francia, fondata nel 1592 ad Avignone dal ven. Cesare De Bus, si diffuse rapidamente sino ad avere oltre 60 case e collegi, specialmente nel mezzogiorno e nell'ovest della Francia. Il generale risiedeva a Parigi. Era stata ideata come una pia società di sacerdoti secolari senza voti, i quali, dopo alcuni anni dalla morte del fondatore (1607), si unirono ai Somaschi conservando un'attività propria e riconoscendo per fondatore e maestro il De Bus; ma tale unione durò fino al 1647. Nel 1659 ottenne di poter emettere i voti semplici di povertà, castità, obbedienza, con il voto o giuramento di perseveranza. Nel 1683 la provincia di Avignone fondò una prima casa a Sospello nella Savoia, nel 1686 ne aprì un'altra a Ivrea, nel 1700 penetrò nell'Italia centrale con varie case e collegi, di cui una a Roma nella chiesa di S. Nicola degli Incoronati.
Nel 1725 Benedetto XIII distaccò le case d'Italia della provincia d'Avignone e le unì alla Congregazione napoletana della dottrina cristiana, dando così origine alla provincia romana della Congregazione di Avignone, con sede del provinciale in Roma nella chiesa di S. Maria in Monticelli.
Nel 1747 Benedetto XIV unì la provincia romana della Congregazione a quella di Francia. Scomparvero così le Congregazioni napoletana e romana, e rimase soltanto quella di Avignone. Tutti i D. d'Italia accettarono le costituzioni della Congregazione di Francia e riconobbero il ven. Cesare de Bus «come unico maestro e fondatore». Le province d'Italia, pur
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vivendo "sotto l'obbedienza del preposto generale" che risiedeva a Parigi, avevano un ordinamento quasi autonomo, per cui la Rivoluzione Francese, che distrusse la Congregazione in Francia, non danneggio le case d'Italia, le quali nel 1842 ottennero di avere un preposito generale con residenza a Roma. Dopo la soppressione del 1870 , la Congregazione riprese vigore e nel 1947 poté iniziare nuove fondazioni anche nell'America del Sud. Oggi essa ha 8 case con 65 religiosi.
Bibl.: P. Marcel, Vie du p. César de But, Avignone 1610; P. Melanaro, Vita del ven. Cesare de But, Roma 1869. Carlo Rista
DOTTRINA SOCIALE CRISTIANA. - Negli ultimi secoli, di fronte alle sempre più gravi violazioni, nel campo economico e sociale, dell'etica cristiana, sono stati riaffermati con chiarezza da parte dei pontefici e di studiosi cattolici i principi della sociologia cristiana e si è additata nella realizzazione di essi l'unica via di salvezza per il mondo contemporaneo. Il rinnovamento della società avverrà - questo è il pensiero cattolico - solo attraverso il rinnovamento degli spiriti e la subordinazione dell'economia alla morale cristiana : l'emancipazione dell'economia dalla morale ha condotto infatti agli errori e alle ingiustizie del liberismo. Sulle rovine di questo sorgerà un nuovo ordine sociale : esso non dovrà però basarsi sui principi del marxismo che, fondato sul materialismo, conduce allo strapotere dello Stato ed al disprezzo per la personalità umana.
L'ordine sociale cristiano si fonda invece sul riconoscimento della dignità della persona umana; questa deve essere tutelata di fronte all'eccessivo potere del denaro o dello Stato. La proprietà, che ha nel lavoro il suo principale fondamento, deve servire alla conservazione ed al perfezionamento della persona umana ed essere strumento e garanzia di libertà. Diviene invece strumento di oppressione e di servitù quando si abusa di essa, quando non si tien conto della sua funzione sociale e le si riconosce solo una funzione individuale. Il pensiero cristiano non ammette quindi un "ius utendi et abutendi" e condanna gli abusi individualistici come anche la sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, che sono spesso i più disonesti. Lo Stato deve perciò intervenire perché questi abusi non si verifichino, procedendo alla nazionalizzazione delle imprese che portano con sé una preponderanza economica e che non si possono lasciare a privati cittadini senza pericolo per il bene comune, e ponendo dei limiti alla superproprietà, all'accentramento cioè della ricchezza.
La questione sociale deve essere risolta nel senso di tutelare il proletario dagli abusi di proprietari e capitalisti, e di permettere quindi al proletario stesso di giungere alla proprietà, sia con la diffusione della piccola proprietà agricola, sia con forme di compartecipazione operaia alla proprietà ed agli utili delle aziende. Il problema più urgente è dunque la tutela del proletario. Ad esso, in corrispondenza del dovere di lavorare, deve essere assicurato il lavoro : egli ha diritto al lavoro. Questo non può essere considerato come merce perché legato alla persona del lavoratore : ingiusti sono quindi i salari di fame fissati avendo solo riguardo alla legge della domanda e dell'offerta. Il salario è poi sempre ingiusto quando non assicura al lavoratore la sua conservazione; egli ha anzi diritto ad un salario familiare che gli permetta di mantenere i congiunti.
Entro i limiti ora indicati il sistema del salariato è lecito; non è esso però il sistema migliore: si tende quindi all'evoluzione dalla forma salariale a quella associativa. Solo il superamento del salariato potrà infatti distruggere del tutto il predominio del capitale, che negli ultimi secoli ha misconosciuto i prevalenti diritti del lavoro. Si deve perciò tendere a far partecipare gli operai agli utili dell'azienda ed a far si che questi utili vengano investiti in azioni dell'impresa stessa in modo che gli operai ne divengano comproprietari. Partecipazionismo e azionariato sono, come il cooperativismo e la diffusione della piccola proprietà rurale, mezzi tendenti ad accostare i proletari alla proprietà e ad unire nelle stesse mani capitale e lavoro. La scuola sociale cristiana mira infatti all'abolizione della condizione dei proletari ed auspica una società di proprietari. Si ritiene infatti che la proprietà debba essere estesa possibilmente a tutti, poiché tutti hanno il dovere di promuovere lo sviluppo della propria persona e hanno quindi diritto a disporre di quei mezzi che sono necessari all'affermazione di essa.
Ai proletari deve essere permesso, non solo per la propria tutela, ma anche per la propria elevazione, di riunirsi sia in associazioni semplici di soli lavoratori, sia in associazioni miste comprendenti tutti coloro che sono interessati ad una determinata produzione. Queste associazioni, che tenderanno alla difesa e al perfezionamento religioso, morale, sociale ed economico del lavoratore, dovranno vivere entro lo Stato e saranno da questo riconosciute, ma non dovranno essere dello Stato. La scuola sociale cattolica combatte infatti ogni eccessivo potere dello Stato e si oppone perciò anche alla statizzazione totalitaria, integrale e violenta dei mezzi di produzione e di scambio e propugna invece una nazionalizzazione graduale e limitata alle grandi imprese.
Sono questi in sintesi i principi propugnati dal movimento sociale cristiano che si diffuse in tutta Europa nella seconda metà del sec. xix. Esso aveva infatti già raggiunto una notevole diffusione quando Leone XIII, con la Rerum Novarum del 1891, lo approvò, invitando tutti i cattolici a seguirlo. Il movimento sociale cattolico nacque come reazione, da una parte alle ingiustizie e alle disastrose conseguenze del regime capitalistico, dall'altra alle dottrine anticristiane del socialismo che tendeva alla eliminazione di quelle ingiustizie. Esso sorse prima, perciò, nei paesi come Germania, Francia, Inghilterra, ove il capitalismo, già intorno al 1848 , si rivelava nella sua potenza e nella sua iniquità, mentre il marxismo andava sorgendo e diffondendosi tra il proletariato, che vedeva in esso l'unica voce che condannasse il sistema economico del quale era vittima. La reazione cattolica fu quindi imposta dalla nuova situazione economica e si fece udire attraverso gli attacchi di un Ketteler, di un Manning e di un Vogelsang contro l'industrialismo dilagante, deleterio alle anime e ai corpi degli operai.
In Germania, ove già dal 1845 A. Kolping aveva cominciato a creare associazioni operaie, il movimento sociale cattolico si diffuse soprattutto ad opera di mons. Ketteler, dal 1850 vescovo di Magonza. Nel 1869 egli chiede per gli operai la riduzione della giornata lavorativa, l'aumento dei salari, la proibizione del lavoro per i bambini e le madri, ed ammette l'arma dello sciopero.
Il movimento si diffuse poi per opera di uomini come Dasbach, Brandts, Winterer, Moufang, fondatore dell'« Associazione per il benessere dei lavoratori ", Hitze, capo delle opere sociali di München-Gladbach, Hertling, Schings e di giornali come la Germania, le Christlichsoziale Blätter, diretto dall'abate Schings, e l'Arbeiterwohl, fondato nel 1880 ed organo dell'associazione dei padroni cattolici, che aveva a presidente Franz Brandts e l'Hitze come segretario. Si giunse così alla costituzione del "Volksverein" ( 1890 ) ed all'audace legislazione sociale proposta in Parlamento dai deputati del centro cattolico, diretto dal Windthorst.
In questo portito si distinguevano due correnti : una di esse, guidata da Franz Hitze, chiedeva, come il gruppo austriaco del Vaterland, e come i cristiano-sociali francesi,
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il regime corporativo e l'onnipotenza dello Stato, che era osteggiata invece dall'altro gruppo capeggiato dall'Hertling. Hitze abbandonò poi le sue idee medievaliste che mai il centro aveva fatte proprie.
Esse trionfarono invece in Austria ove si pose ogni fiducia nella monarchia sociale e nella nobiltà terriera. Le idee sociali cristiane ottennero infatti largo favore tra i conservatori federalisti cattolici che combatterano i liberali centralisti, industrialisti e laicisti; la lotta contro questi si confondeva poi con quella contro gli Ebrei detentori di tanta parte della ricchezza mobiliare austriaca. L'ideale corporativistico fu propugnato quindi dal massimo organo dei federalisti, il Vaterland, e dagli uomini che intorno ad esso si raccoglievano: il barone Carlo Vogelsang, il conte di Falkenhayn, il conte Blöme, il conte Kuefstein, il conte Belcredi, il principe Liechtenstein e Carlo Loeger, borgomastro di Vienna: loro maestro era l'economista protestante Meyer. La legislazione sociale promossa da questi uomini (che ottennero le 11 ore lavorative) allontanò da essi una parte dei feudali ma guadagnò loro larghi ceti piccolo-borghesi che diedero vita ai Vereinigte Chnisten e, nel 1894, al partito Cristiano-sociale.
In Svizzera il movimento fu promosso dal card. Mer. millod vescovo di Ginevra. Egli aveva pronunciato conferenze sulla questione sociale a Parigi nel 1868; al Concilio Vaticano sostenne la causa dell'infallibilità e quella dei lavoratori. La sua opera fu continuato da Caspare Decurtins, intransigente anch'egli e infa