. millod vescovo di Ginevra. Egli aveva pronunciato conferenze sulla questione sociale a Parigi nel 1868; al Concilio Vaticano sostenne la causa dell'infallibilità e quella dei lavoratori. La sua opera fu continuato da Caspare Decurtins, intransigente anch'egli e infallibilista. Deputato cattolico dei Grigioni, tentò a più riprese di indurre il Consiglio federale a prendere l'iniziativa d'una legislazione internazionale del lavoro ( 1880 sgg.), disegno vagheggiato dall'imperatore Guglielmo II.
I Belgi furono forse i cattolici più lontani dallo statalismo dei corporativisti austriaci. Non solo l'economista Carlo Perin, molto vicino al liberalismo, ma anche cri-stiano-sociali come Woeste e Pottier non intendevano dare eccessivi poteri allo Stato. Per merito di mons. Douteloux, vescovo di Liegi, si svolsero in questa città i grandi congressi internazionali cattolici ove parlarono uomini come Hitze, Winterer, Kuefstein, Blöme, De Mun, La Tour du Pin, Medolago Albani, e si scontrarono, riguardo alla funzione dello Stato nella questione sociale, le due opposte tendenze degli interventisti e degli antinterventisti. Passando all'atto pratico, mentre l'Università di Lovanio istituiva cattedre di scienze sociali, sorgevano gilde nelle città e sindacati nelle campagne, le prime confederate nella Lega democratica belga e i secondi nel Boerehond (v.) o federazione dei contadini. Qualcuno si spingeva troppo oltre: l'abate Daens, deputato d'Alost, fossero democratico cristiano, giudicava la Rerum novarum insufficente : ed arrivò al punto da essere invitato a deporre l'abito ecclesiastico (1897).
I cattolici olandesi gareggiarono con quelli del Belgio e della Germania nell'azione sociale e nelle numerose istituzioni di tutela delle chiss lavoratrici. La più bella figura è quella dell'abate Schaepman (1841-1903).
In Inghilterra emerge la figura del card. Edoardo Manning, che interviene e risolvere lo sciopero dei "docks" (ag. 1889) e sostiene, soprattutto nel discorso di Leeds (1874) su "the dignity and rights of labour", i principi del socialismo cristiano: eliminazione degli abusi del capitale, della concentrazione delle ricchezze, del latifondo; diritto al lavoro; riduzione e determinazione delle ore di lavoro; fissazione di un salario minimo; diffusione del cooperativismo. Tale l'uomo che ispirò l'enc. Rerum novarum. Mons. Bagshave enunciò, nel 1885, in "Mercy and justice to the poor. The true political economy", idee ancor più audaci di quelle di Manning.
Il movimento sociale cattolico si diffuse anche in Irlanda, ove si pose l'accento sul problema delle campagne nella Spagna, ove ebbe però scarsissimo sviluppo; e nell'America del Nord, ove il card. Gibbons impedì la condanna dei "cavalieri del lavoro", organizzazione sindacale non confessionale. Condannata di fatto dai vescovi del Canadà e dal S. Uffizio, perché la credevano società
segreta, il Gibbons la difese e la rimise in buona luce a Roma (1888).
In Francia si erano già manifestate tendenze sociali tra i cattolici liberali (Ozanam, Lacordaire...), ma il problema fu posto con maggiore chiarezza dall's Association catholique "di Alberto De Mun e La Tour du Pin. Tra i cattolici francesi si vennero quindi a distinguere due correnti: quella dei conservatori e quella dei cattolici sociali.
I primi seguivano gli economisti liberali o quei cattolici liberoleggienti che avevano a loro maestro F. Le Play e che facevano capo alla rivista Réfarme sociale di Claudio Jannet. Questi conservatori cattolici esaltavano il patronato e condannavano ogni intervento statale; avevano l'appoggio dell'alto clero, di grandi proprietari e di molti industriali della Francia settentrionale. Da questa corrente venne fuori la "Scuola Amlegavina", che ebbe inizio sotto gli auspici di mons. Fressel (18271891), vescovo di Angers, e che si atteneva ad un certo conservatorismo.
I cristiano sociali dell'Association catholique e dell's Opera dei circoli catiolici di operai e tendevano invece a dare ampi poteri allo Stato e alle corporazioni. L'ideale rigidamente corporativo di La Tour du Pin, che poggiava sul presupposto della restaurazione monarchica, incontrò però l'opposizione della Réfarme sociale, della Rerue catholique des institutions et droit, di Etudes, e dello stesso Léon Harmel, uno dei maggiori realizzatori delle idee sociali cristiane, proprietario delle officine di Val de Bois.
I democratici cristiani, apparsi alla fine del secolo scorso, erano vicini ai cristiano-sociali in campo sociale, ma lontani in quello politico. Le loro idee erano diffuse dalla Justice sociale (Naudet), Vie catholique (Dubry), la Revue du clergé frangais, Annales de philosophie chrétienne, Quinzaine, Démocratie chrétienne, Demain e il Sillon, diretto da Marc Sangnier. Tra il 1908 e il 1910 questo movimento fu sconvolto dalla repressione del modernismo per il quale molti democratici cristiani avevano manifestato simpatie. I cattolici democratici non sospesero la loro azione politico-sociale e, raggruppati dapprima nel partito Democratico popolare e nel movimento della "Giovane Repubblica", si fusero poi con altre correnti cattoliche, come quella della Jeunesse frangoise, per dar vita nel 1944 al Movimento repubblicano popolare, che quasi ininterrottamente dal 1945 ha partecipato al governo della Francia con i suoi uomini (Bidault, Schumann).
Alcuni cattolici italiani (Tommaseo, Rosmini, Ricasoli...) avevano intuito nel primo Ottocento l'importanza della questione sociale; le vicende politiche li allontanarono da essa. Il diffondersi all'estero di un movimento sociale cattolico e di un minaccioso movimento marxista destarono anche in Italia, pur cosi arretrata dal punto di vista economico, un nuovo interesse da parte dei cattolici per il problema sociale che si confuse spesso con quello politico-religioso, cosi come il liberismo si confondeva con il liberalismo dei politici e dei filosofi. Le più audaci posizioni sociali furono quindi generalmente assunte dai cattolici intransigenti, nemici dichiarati del liberalismo al potere; più prudenti furono invece, salvo qualche eccezione (Curci), i cattolici transigenti o liberaleggianti (Cantù, Zanella, Fogazzaro, Bonomelli...). Il movimento sociale cattolico si svolse quindi in Italia in seno all's Opera dei congressi». Nel 1877, mentre il card. Pecci, vescovo di Perugia, condannava in una pastorale il sistema manchesteriano, si propugnavano, al Congresso di Bergamo, libere associazioni di lavoratori. Nel 1889 nascevano l's Unione cattolica per gli studi sociali in Italia" e la Rivista internazionale di scienze sociali e discipline ausiliarie, organo di quella: l'una e l'altra erano promosse e dirette da Giuseppe Toniolo.
L'enc. Rerum novarum e, in misura minore, l'affer-
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sionali cattoliche, soprattutto per opera di giovani studenti e professionisti, che cominciarono ad usare il termine "Democrazia cristiana" (v.). La lotta tra le varie tendenze cattoliche e lo stesso scioglimento dell'Opera, avvenuto nel 1904, non valsero ad arrestare il movimento sociale cattolico. Le organizzazioni cattoliche dipendenti dall'Unione popolare e dall'Unione economico-sociale, favorite nel loro sviluppo dagli accordi clerico-liberali, che capovolsero la situazione di vantaggio goduta spesso fino allora dalle leghe rosse, avevano alla fine della prima guerra mondiale una notevole forza numerica e preoccupavano socialisti e conservatori. Nel 1919, dopo lo scioglimento dell'Unione economico-sociale, nacque l'autonoma Confederazione italiana del lavoro, che subì poi le violenze dei rossi e dei neri; anche il programma del partito Popolare italiano si ispirava alle idee della scuola sociale cristiana. Dopo la caduta del fascismo quelle idee rivissero nelle formulazioni programmatiche della Democrazia cristiana, delle Associazioni cattoliche dei lavoratori italiani (ACLI) e dalla Libera confederazione generale italiana del lavoro (LCGIL).
Il movimento sociale cattolico, del quale si è qui seguito lo svolgimento nelle varie nazioni, fu approvato e incoraggiato dai pontefici.
La Rerum novarum ( 15 maggio 1891) e le altre dichiarazioni di Leone XIII provocarono un meraviglioso espandersi del movimento, che subì una grave crisi tra il 1907 (enc. Pascendi di Pio X) e il 1910 (condanna del Sillou), quando molti suoi valerosi sostenitori furono coinvolti nella condanna del modernismo. Si sviluppò rigoglioso dopo la prima guerra mondiale secondo l'insegnamento impartito da Pio XI nella Quadragesimo Anno ( 15 maggio 1931) e nella Divisi Radiouptoris ( 19 marzo 1937) e da Pio XII nella Sertum laetitiae (i nov. 1939) e in molti suoi messaggi di Natale e di Pentecoste. Le dottrine enunciate dai Pontefici ispirano oggi l'azione di movimenti sindacali e di partiti politici di molte nazioni.
Bib.: F. S. Nitti, Il socialismo cattolico, Torino 1891; T. Vegman, Il movimento sociale cristiano dalla metà di questo secolo, Vienna 1890; G. Goyau, Le pape, les catholiques et la question sociale, 4^{°} ed., Parigi 1907; M. Turmann, Le dicolappement du catholicisme social depuis l'encyclique Rerum novarum, 2^{°} ed., ivi 1009; G. Goyau, Autour du catholicisme social, 3 voll., ivi 1897-1912; F. Olgiati, La questione sociale, 4^{°} ed., Milano 1921; Die soziale Frage und der Katholizismus, Festschrift zum 40 -jährigen Jubiläum der Eazyklika Rerum Novarum, Paderborn 1931; Il XL anniversario della enc. Rerum Novarum, Milano 1931; M. Zanatta (A. De Gasperi), I tempi e gli uomini che prepararono la Rerum Novarum, ivi 1931; V. Mangano, Il pensiero sociale e politico di Leone XIII, ivi 1931; E. Soderini, Il pontificato di Leone XIII, I, ivi 1932; A. M. Knoll, Der sociale Gedanke im modernen Katholizismus von der Romantik bis Rerum Novarum, Vienna 1932; Unione intern. di studi sociali, Codice sociale, Roma 1934; I. Giordani, Il messaggio sociale di Città, Milano 1935; R. G. Ronard, L'Eglise et la question sociale, Parigi 1937; I. Giordani, Il messaggio sociale degli Apostoli, Firenze 1938; id., Il messaggio sociale dei Padri della Chiesa, Torino 1939; M. S. Gillet, Le pape Pie XI et les hésisies sociales, Parigi 1939; A. Moller, La pensée sociale de Sa Sointeté Pie XII, ivi 1939; F. Feroldi, Elementi di sociologia cristiana, Roma 1943; A. Brucculeri, Le dottrine sociali del cattolicesimo, 13 quaderni, ivi 1944; G. Gonella, Principi di un ordine sociale, Città del Vaticano 1944; R. Kothen, La pensée et l'action sociales des catholiques, 1789-1944, Locanio 1945; F. Vito, La riforma sociale secondo la dottrina cattolica, Milano 1945; A. Fanfani, Persona, beni, società in una rinvovata civiltà cristiana, ivi 1945. Raccolte di documenti pontifici sono state curate da F. Vito, Milano 1945; e da G. B. Scaglia e A. Toniolo, Bergamo 1946; I. Giordani, Roma 1948; C. Cocchelli, Fondamenti della società cristiana, ivi 1949; I. Doberts Berger, La politica sociale cattolica al bivio, Pisa 1949. - Germania: G. Goyau, L'Allemagne religieuse: le catholicisme, Parigi 1908; A. Franz, Der sociale Katholizismus in Deutschland bis 2. Tode Kettelers, Gladbach 1914; W. Lutgert, Der christl. Sozialismus im 19. Selett., Halle 1927; K. Bachem, Vorgeschichte, Geschichte und Politik der Zentrumspartei, 7 voll., Colonia 1927-30; J. Schluter, Die katholische-sociale Bewegung seit der Seierhundertvende, Friburgo 1928; A. Schwera, Die Handwerkerfrage in den katholischen Zeitschriften Deutschlands, 1848-70, Würzburg 1937.
Austria: R. Kralik, Karl Lueger und der christliche Sozialismus, Vienna 1923; A. Lesowsky, Karl von Vogelsang. Zeitsichtige Gedanben aus seinen Schriften, ivi 1927; R. Kuppa, Dr. Karl Lueger. Persönlichkeit und Wirken, ivi 1947. - Belgio: H. J. Elias, Priester Doens en de christene volksparili, 1853-1907, Alme 1940; G. Guyot de Mishaegen, Le parti catholique belge de 1830 à 1884, Bruxelles 1946. - Inghilterra: E.S. Purcell, Life of cardinal Manning, Londra 1896; G. P. Mc Enton, The social catholic movement in Great Britain, Nuova York 1927; H. Sommerville, The catholic social movement, Londra 1932. - America: A. Sinclair-Will, Vie du card. Gibbons, archevêque de Baltimore, Parigi 1925; T. Maynard, The story of american catholicism, Nuova York 1941; R. Patree, El catolicismo en Estados Unidos, Città del Messico 1945; C. J. Nuesse, The social thought of america catholic, 1831-1829, Westminster 1945; A. J. Abell, The reception of Leo XIII's labor encyclical in America, 1821-1919, in The Review of politics, 7 (1943), pp. 464-95; id., Origins of Catholic Social Reform in the United States. Ideological Aspects, ibid., 11 (1949) pp. 294-309; H. J. Browne, The catholic Church and the knights of labor, Washington 1949. - Francia: G. Weill, Histoire du catholicisme libéral en France, 1828-1908, Parigi 1909; C. Calippe, Les tendances sociales des catholiques libéraux, ivi 1911; id., L'attitude sociale des catholiques français au XIXe siècle, ivi 1912; A. Rastoul, Histoire de la démocratie catholique en France, ivi 1913; W. Gurian, Die politischen und sozialen Ideen des französischen Katholizismus: 1789-1914, Gladbach 1919; G. Weill, Histoire du mouvement social en France (1831-1912), Parigi 1924, pp. 409-29; E. Barbier, Histoire du catholicisme libéral et du catholicisme social, 5 voll., Bordeaux 1925; C. Laspar (A. De Gasperi), Un maestro del corporatissimo cristiano: René de la Tour du Pio, Milano 1928; E. Lecanuct, L'Eglise de France sous la troisième république, 4 voll., Parigi 1931; J. Zirrehld, Cinquante années de syndicalisme chrétien, ivi 1937; G. Jarlot, Le régime corporatif et les catholiques sociaux, Histoire d'une doctrine, ivi 1938; G. Hoog, Histoire du catholicisme social en France: 1871-1931, ivi 1946; H. Guillenun, Histoire des catholiques français au XIXe siècle (1813-1905), Ginevra 1947; A. Cuvillier, Ph. 7. - B. Buches et les origines du socialisme chrétien, Parigi 1948; J. B. Durusella, Les catholiques de France et la question sociale en 1848, in Atti e memorie del XXVII Congresso nazionale dell'Istituto per la storia del Rinascimento italiano, Milano 1948, pp. 191-95; R. Havard de la Montagne, Histoire de la démocratie chrétienne de Lamennais à Georges Bidault, Parigi 1948; H. Roller, L'action sociale des catholiques en France (1871-1901), Lilla 1948. - Italia: Conservatori : G. Bonamelli, Proprietà e socialismo. Che diversi fare?, Cremona 1886; G. Scalabrini, Il socialismo e l'azione del clero, Piacenza 1899; A. Capocelatro, La questione sociale e il cristianesimo, Capua 1901; F. Fungi, I cattolici transigenti italiani dell'ultimo Ottocento, in Conviviom, nuova raccolta, 3 (1949), pp. 995972. - Movimento sociale: v. DENDORAEA CRISTIANA, e inoltre: A. Sossoli Tomba, La questione sociale nelle nostre campagne, Bologna 1879; C. M. Curci, Di un socialismo cristiano nella questione operaia e nel concerto selvaggio di moderni stati civili, Firenze 1885; G. Avolio, I cattolici di fronte ai mali sociali, Napoli 1893; A. Faviaisch, La questione sociale, Treviso 1902; D. Altri, Dall'oarcio socialista all'attività clericale, Milano 1910; L. De Gobbi, Il pensiero sociale di Giuseppe Toniolo, Alba 1922; F. Marconcini, Profilo di Giuseppe Toniolo economista, Milano 1930, F. Arcà, Il movimento operaio cattolico, in V. E. Orlando, Primer trattato completo di diritto amministrativo italiano, VI, 1, ivi 1930, pp. 248-84; V. Mangano, L'opera scientifica di Giuseppe Toniolo. Una concezione cristiana della sociologia e della economia sociale, Roma 1940; G. Anichini, Anico del popolo e servo di Dio. Vita del professor Giuseppe Toniolo, Firenze 1945; G. Intersimona, Vincenzo Mangano, L'uomo e il pensatore, Roma 1945; G. Toniolo, Opera Omnia, Città del Vaticano 1947. Fausto Forni
DOUAI, BIBBIA di. - Traduzione cattolica inglese della S. Scrittura, compiuta tra il 1578 e il 1610.
Durante il regno di Elisabetta (1558-1603) i testi biblici erano continuamente adibiti dai polemisti protestanti contro la Chiesa. Maneavano versioni cattoliche in inglese corrente ad uno del pubblico; quella medievale era antiquata, e le versioni recenti (Tindale, Coverdale, Bibbie di Ginevra e dei Vescovi) erano protestanti. Nel 1578 il dr. Gregory Martin, con l'aiuto del futuro cardinale Allen, e di Thomas Worthington, Richard Bristows, John Reynolds e altri, iniziò una traduzione, condotta sulla Volgata. Il Nuovo Testamento fu pubblicato a Reims nel 1582; spesso perciò è chiamato The Rhetus Testament (successive edd.: 1600, 1621, 1633, 1728, 1788, 1803); il Vecchio Testamento a D. nel 1609. L'intera Bibbia uscì in 2 voll. in f^{°} nel 1609-10.
Tale versione è buona, accurata ed erudita, ma è troppo latineggiante e di formato ingombrante. La ver-
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sione anglicana authorised (1611) le deve molto, come molti acattolici oggi ammettono. Allen (v.) fornì le note marginali del Rheims Testament; una dotta prefazione spiegava la ragion d'essere del lavoro.
Il nome di B. di D. è ora dato generalmente, ma a torto, alla nuova versione composta da Challoner (v.) nel 1749-52 (varie edizioni posteriori), molto più scorrevole, di formato comodo, molto più vicina nello stile alla anglicana authorised del 1611. Le altre versioni cattoliche, di Carpenter (1783), Troy (1791), Haydock (1811-12), Murray (1835), Denvir (1836),Kenrick (1849-50), ebbero scarsa diffusione; ma quella di Challoner rimase la Bibbia cattolica classica in lingua inglese, finché non fu pubblicata la versione di mons. Knox ( 1945 sgg.). Entrambe godono della piena approvazione e incoraggiamento dell'episcopato.
Bibs.: J. G. Carleton, The part of Rheims in the making of the english Bible, Oxford 1902: B. Ward, Donay Bible, in Cath.Enc., V, p. 140 sg .
Enrico G. Rope
DOUALA, vicariato apostolico di. - Prefettura apostolica dal 1931, per distacco dall'unica missione del Camerun, ed elevata a vicariato apostolico nel 1932, questa missione comprende la parte costiera dell'antica missione, e lasciando a Yaoundé le tribù degli Ewondo e affini, comprende nel suo territorio le altre tribù, ma soprattutto quelle dei Bassa, a Nord, e dei Bulus, al Sud.
Parecenie delle stazioni di D. devono la loro fondazione ai Pallottini, come la stessa D., poi Eden (1890), Kribi (1891), Ngowayang (1908). La superfice è di 71.000 kmq . e la popolazione di ca. 400.000 ab., di cui 120.000 pagani, 5277 mussulmani, 108.959 protestanti. I due grandi ostacoli furono, e in parte ancora sono, la poligamia e il protestantesimo, con il quale, specialmente dopo la guerra, i missionari cattolici gareggiarono d'intraprendenza per occupare il terreno a mezzo dei catechisti. In generale oggi il protestantcsimo, che si è pure organizzato su base locale con un "vescovo» indigeno indipendente, è in declino.
I padri (Congregazione dello Spirito Santo) sono 26, i sacerdoti secolari indigeni 21; fratelli 5, suore 29 di cui 11 indigene. I catechisti sono 1270. La missione conta (1948) 137.916 cattolici e 33.493 catecumeni, distribuiti in 24 stazioni principali e 14 secondarie. Vi sono 75 scuole elementari con 7750 allievi; 50 medie con 7290 alunni; 30 superiori con 4989 alunni, 1 professionale con 25 alunni, una normale con 72 alunni. Fra le opere caritative vi è un asilo per lebbrosi con 330 malati. Il seminario piccolo ha 19 alunni; fuori della missione studiano parecchi altri seminariati.
Due piccoli giornali mensili mantengono il fervore tra i cattolici della missione.
Bibs.: GM, p. 225; Chronique des Missions confides à la Congrégation de St Erprit. Apercu historique es Exercise 1930-31, Parigi 1932, pp. 165-70; Arch. di Prop., Prospectus status missionis, Pos. prot. n. 4903/48.
Giovanni B. Tragella
DOUJAT, Jean. - Canonista, n. a Tolosa nel 1609, m. a Parigi nel 1688. Compì gli studi nella
città natale, dove, seguendo le tradizioni familiari, fu avvocato e, più tardi, professore. Dal 1651 fino alla morte insegnò diritto canonico nella facoltà giuridica della Università di Parigi.
Scrisse : Praenationem cononicarum libri V (Parigi 1687, più volte ristampato). E un compendio storico delle fonti e della letteratura del diritto canonico, ancora oggi utile, specialmente per l'ultimo libro che tratta della storia dei canonisti. Altri scritti : Specimeu turis canonici apud Gallos usu recepti (Parigi 1671) e Notae ad institutiones P. Lancellotti (ivi 1684).
Bibs.: I. F. Schulte, Geschichte d. Quellen u. Literatur dei con. Rechts, III. Stoccarda 1880, p. 608; A. van Have, Prologomena, 2^{°} ed.. Malines-Roma 1645, pp. 535, 548, 549, 564 . Alberto Scola
DOUMÉ, vicariato apostolicO di. - Nel 1949 allo scopo di rendere più efficente la propaganda missionaria nella zona orientale del vicariato apostolico di Yaoundé (Camerun francese), fu eretto il nuovo vicariato apostolico di D., comprendente i due distretti civili dell'al-

DOUMÉ, vicariato apostolicO di. - Neosacerdoti indigeni del Camerun.
to Nyong e Lom e di Kadei. In questa zona orientale già da vari anni lavoravano i padri olandesi della Congregazione dello Spirito Santo.
Il territorio ha una superfice di ca. 105.000 kmq . con 204.000 ab. di cui 20.000 cattolici e 11.000 catecumeni assistiti da una ventina di sacerdoti. Vi sono 8 residenze e altre 5 o 4 saranno aperte tra non molto per potenziare sempre più l'opera della evangelizzazione in mezzo ai numerosi pagani. E da rilevare che il vicario apostolico di Yaoundé sia stato nominato contemporaneamente anche vicario apostolico di D. e gli sia stato dato un ausiliare di nazionalità olandese. Saverio Paventi
D'OVIDIO, Francesco. - Letterato, n. a Campobasso il 5 dic. 1849, m. a Napoli il 24 nov. 1925. Presidente dei Lincei, senatore e per un cinquantennio (dal 1876) docente di filologia romanza all'Università di Napoli. Negli studi di glottologia e di critica letteraria portò scrupolosa metodicità di ricerca e finezza d'intuizione.
In collaborazione con il Meyer-Lübke pubblicò una Grammatica storica della lingua e dei dialetti italiani (1910). Notevoli i suoi saggi su Dante: Sul De vulgari eloquentia, in Arch. Glott. Ital., 2 (1876), pp. 59-100; Studi sulla Divina Commedia (1901); Nuovi studi danteschi (1926); Nuovo volume di studi danteschi (1926); L'ultimo volume dantesco (1931-32). Ma preferito termine delle sue indagini fu il Manzoni, al quale si sentiva spiritualmente vicino: Le correzioni ai Promessi Spasi (1895); Studi manzoulani (1928); Nuovi studi manzoulani (1928). Ebbe probità di vita e ossequio alla religione e alla verità : "parlo unicamente per inculcare quello che a me sembra il vero e il bene».
Bibs.: B. Croce, F. D'O., in Critica, luglio 1909, pp. 246259; M. Scherillo, F. D'O. nella vita e nella scuola, in Nuova Autol., 61 (16 marzo 1926), pp. 105-19; P. Rejns, F. D'O. e la filologia neolatina, ibid., pp. 119-26; G. Vitelli, F. D'O. e la filologia classica, ibid., pp. 126-28; G. Zitarosa, L'opera di
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F. D'O., Napoli 1931; E. Cisfardini, Commemorazione di F. D'O., iv1 1931; F. Quintavalle, Opera onnita di F. D'O., ivi 1933. Enzo Navarra
DOVIZI, Bernardo. - Umanista, cardinale. Detro Bibbiena dal luogo ove n. il 4 ag. 1470 . La sua vita fu legata alle sorti del card. Giovanni de' Medici, poi papa Leone X : fu successivamente suo segretario privato, tesoriere generale, e nel 1513 fu elevato alla porpora cardinalizia. Leone X si servi del D. come consigliere sia nella organizzazione delle feste, sia nei negoziati politici; e lo designò legato nel 1516 presso Carlo V e, due anni dopo, presso Francesco I. M. a Roma nel 1520 . E infondata la notizia di un avvelenamento.
La sua figura morale (s amabilissimus homo - lo definì il Bembo), è affidata al ritratto che ne fece il Castiglione nel Cortegiano, quella fisica al ritratto di Raffaello alla Galleria Pitti. E autore di molte lettere e della commedia Calandria, in 5 atti, rappresentata nel 1513 alla corte di Urbino e in seguito ( 1518 ) in Vaticano. L'opera, variamente giudicata per la sua vis comica, è letterariamente tra le migliori commedie del ' 200 ; si sviluppa su vicende e scherzi immorali e non riflette soltanto l'epoca in cui venne composta, ma anche una particolare concezione della vita gaudente che ebbe l'autore, come può vedersi tra l'altro nei soggetti di Venere e Amore da lui

(per cortesia del prof. E. Josi)
Downside - Chiesa di S. Gregorio, consacrata nel 1932. Navata settentrionale.

voluti, su disegno dell'Urbinate, per la sua "stufetta" (stanza da bagno), in Vaticano. - Vedi tav. CXXII.
Bibl.: A. M. Bandini, Il Bibbiena, o sia il ministro di Stato delineato nella vita del card. B. D., Livorno 1738; A. Graf, Studi drammatici, Torino 1878, pp. 83-114; A. Luzio-R. Renier, Mantoca e Urbino, Isabella d'Este ed Elisabetta Gonzaga nelle relazioni familiari e nelle vicende politiche, Torino-Roma 1893; I. Sanesi, Calandria, in Commedie del ' 300 , Bari 1912, p. 1 sgg.; B. Croce, Intorno alla Commedia del ' 300 , in La Critica, 28 (1930), pp. 1-29; Ponte, IV, pp. 54-56, 358-58; A. Saorelli, Il card. Bibbiena, Bologna 1931. Giovanni Fallani
DOWN e CONNOR, diocesi di. - Nell'Eire. Il nome D. proviene dal gaelico Dun che significa forte. C. proviene pure dal gaelico Connaire.
Nel territorio di D. vi furono numerose sedi episcopali assorbite più tardi da quella di D., fondata da s. Fergus nel sec. vi. La città che dette il nome alla diocesi oggi si chiama Downpatrick.
Ivi riposano le reliquie di s. Patrizio, con quelle di altri santi patroni irlandesi, Brigida e Columcille. Dentro l'ambito di questa diocesi era situato l'antico e celebre monastero di Bennchor (Bangor) dove s. Colombano di Bobbio ebbe la sua prima formazione religiosa (v. contdall).
C., fondata verso la fine del sec. v da s. Macnisse, assorbì a sua volta parecchie antiche diocesi. Fu vescovo di C. s. Malachia prima di diventare arcivescovo di Armagh nel 1134. Quando tre anni dopo si ritirò da Armagh, egli divenne vescovo di D. Le due sedi furono unite nel 144 I .
Le due diocesi comprendono in 2419 \mathrm{kmq} ., 62 parrocchie, 124 chiese, 208 sacerdoti diocesani, 51 religiosi, i seminario, 7 comunità religiose maschili, 30 conventi di suore. Su 755.382 ab. i cattolici sono 185.047 (1949).
La diocesi è suffraganea di Armagh, il vescovo risiede a Belfast.
Bibl.: Annals of Four Masters (compilazione dovuta a 4 Francascani del Donegal nel 1632), ed. da J. O' Donovan, 5 voll., Dublino 1859 (v. indice); W. M. Brady, Episcopal succession in England, Scotland and Ireland, A. D. 1200 to 1275, 3 voll., Roma 1876 (v. indice); A. Bellesheim, Geschichte der katholischen Kirche in Irland, 3 voll., Magonza 1890-91 (v. indice); O. Laverty, Historical account of D. and C., 5 voll., Dublino 1809: Irish catholic directory and almanach 1949, ivi 1949, p. 181. Dionisio Mac Daid
DOWNSIDE. - Monastero di S. Gregorio dell'Ordine benedettino della Congregazione inglese, fondato a Douai nel 1605 , donde i monaci venivano inviati quali missionari in Inghilterra; sei di essi furono martirizzati dai protestanti e beatificati poi da Pio IX.
Chiuso il monastero a Douai nel 1795 per la Rivoluzione Francese esso venne ricostituito a D. presso Bath nel Sommersetshire (diocesi di Clifton) nel 1814 e come abbazia all'inizio del sec. xx. Uno dei lavori a cui si è
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sempre dedicata la comunità è l'educazione della gioventù; attualmente le scuole annoverano ca. 600 giovani.
La chiesa abbaziale di S. Gregorio fu consacrata nel 1935 .
All'abbazia di D. hanno appartenuto il card. Fr. A. Gasquet (v.), l'arcivescovo di Birmingham W. B. Ullathorne, G. B. Polding arcivescovo di Didney e apostolo dell'Australia e gli abati A. Butler e J. Chapman. D. fu fondato il priorato di Ealing, ora indipendente e quello di Worth nel Sussex.
BibL.: F. Barton, The benedictine almanac and guide to abbeys... of the english Congregation, Londra 1926; The D. review, numero unico per il centenario, Downside 1914; F. A. Gasquet, The makers of St. Gregory's D. in England under the old religion and other essays, Londra 1912, pp. 263-87; Cortineau, I, col. 998. Ruggero Bacone
DOWNSIDE REWIEW, THE. - Periodico teimestrale pubblicato dall'abbazia di Downside fin dal 1889 per illustrare il pensiero cattolico in tutte le sue espressioni e la storia monastica; un terzo del suo spazio è riservato a recensire le nuove pubblicazioni. Vi si trovano studi su argomenti di teologia, filosofia, metafisica, liturgia, storia, vita monastica, arti, biografie, ecc.
Enrico Iosi
DOYLE, William. - Gesuita irlandese, n. il 3 marzo 1873 a Melrose, Dalkey (Dublino), caduto a Ypres il 16 ag. 1917 nella prima guerra mondiale.
Chicste le missioni al Congo, i superiori lo destinarono invece all'insegnamento e poi alla predicazione. Dal 1908 al 1915 D. predicò 152 fra missioni ed esercizi. Animato da vivissimo zelo per le anime e da profonda devozione al S. Cuore di Gesù, unite ad una giovialità ed abnegazione straordinarie, ottenne successi meravigliosi, come missionario dei rioni più poveri e come confessore. Nelle missioni, scendeva a mezzanotte verso il molo, incontro ai battelli, per indurre la ciurma a prometters d'andare in chiesa, o accompagnarla subito a confessarsi; alla mattina presto aspettava già al varco le operaie delle fabbriche o gli artigiani che andavano al lavoro con lo stesso scopo apostolico. Le sue attività preferite furono i ritiri, gli esercizi spirituali, l'opera della santa infanzia e il suscitare vocazioni sacerdotali e religiose.
Il 29 sett. 1911 fece il voto "sotto pena di peccato mortale da rinnovarsi quotidianamente, di non rifiutare a Gesù nessun sacrificio, quando comprendeva chiaramente che Egli glie lo chiedeva ". Tale voto fu seguito nel 1913 da quello "di dare al Signore quanto gli chiedeva, ogni cosa ". Da allora la sua spiritualità si diresse sempre più verso l'immolazione e l'unione con Dio, soprattutto per mezzo di aspirazioni e giaculatorie frequentissime. Dal 15 nov. 1915 fu cappellano militare. Passò in Francia, con la 16ª divisione, e dopo due anni di eroismi, a Masingarbe, Loos, ed alla Somme, chiamato il "padre delle trincee", cadde colpito da una granata, mentre assisteva un ferito. Restano di lui due opuscoli: Vocations, Dublino 1913, che in due anni aveva già avuto due edizioni (roo.ooo copie), o Shall I be a priest?; ivi 1915, che raggiunse la 7ª edizione in pochi mesi (40.000 copie). Tradusse in inglese la vita del p. Ginhac scritta da A. Calvet.
BibL.: A. O'Rahilly, Father W. D. S. I., 4^{2} ed., Londra 1930; A. Lemaire, Vie du p. F. W. D., Parigi 1937 (riduzione della precedente).
Arnaldo Lanz
DRACH, David Paul. - Ebraista, n. a Strasburgo il 16 marzo 1791, m. a Roma nel genn. del 1865. Figlio di un noto rabbino e talmudista, all'età di 12 anni frequentò la scuola talmudica di Ederfor e poi quella di Bischheim. A 16 anni fu istruttore a Rappoltsweiler, poi a Colmar. Nel 1808 fu a Parigi, dove ebbe il titolo di rabbino; ivi, mosso dall'esempio di alcune famiglie cattoliche che ebbe occasione di frequentare, in lunghi e severi studi, soprattutto
sui Padri della Chiesa e i Scttanta, si converti. Fu battezzato il Sabato Santo del 1823, con due figlie e un figlio; e questa sua conversione ne fruttò molte altre. Nel 1827 venne a Roma, dove rimase bibliotecario di Propaganda fino alla morte.
D., per fare opera di apostolato fra i suoi antichi correligionari, scrisse Les lettres d'un rabbin converti aux Israilites, ses frères (Parigi 1825); e i fratelli Libermann (v.) si dissero debitori a D. della loro conversione. Convinto sostenitore dell'ispirazione dei libri sacri, ne rivendicò l'interpretazione tradizionale. Curò la 3ª ed. della Bible de Veuce (27 voll., ivi 1827-33). Scrisse inoltre: Du divorce dans la synagogue (Roma 1840); Harmonie entre l'église et la synagogue (Parigi 1844), La Cabale des Hébreux (Roma 1864). Rivide il vocabolario ebraico-latino del Gesenius e vi aggiunse un suo dizionario ebraicocaldaico (ed. Migne, Parigi 1848).
Suo figlio Paul-Apostol, n. a Parigi nel 182 r e m. ivi nel 1895 , studiò a Propaganda (Roma). Sacerdote nel 1846, poi canonico di Notre-Dame, promosse l'ampio commento La Sainte Bible dell'editore Lethielleux (Parigi 1869, sgg.), in cui pubblicò Epîtres de st Paul (1871), Epîtres catholiques (1873), Apocalypse (1879).
BibL.: J. P. Migne, Dictionnaire des couvercious, Parigi 1866, coll. 493-516; D. A. Rosenthal, Concertiendelder, III, Ratubona 1902, p. 48-65; Grube, v. v. in Kirchenlexicon, 3^{2} ed., II, coll. 20112012; Hutter, V, 1, col. 1222; H. Hivernot, s. v. in Jewish Encyclopedia, IV, p. 647; N. Scheid, s. v. in Cuth. Enc., V, p. 152; S. Furlani, Elegri biblica e pubblicistica reazionaria nel Risorgimento, in Aesum. 20 (1946), p. 272. Eugenio Zolli
DRACONZIO, Blossio Emilio. - N. in Africa, forse a Cartagine; compose la maggior parte delle sue opere tra il 484 e il 496 .
Della sua vita si conoscono le notizie che egli stesso dà: studiò sotto la guida del retore Feliciano acquistando larga cultura, che gli permise una felice carriera. Ma per un carme in lode dell'imperatore Zenone, e soprattutto per le mene di invidiosi, cadde in sospetto del re dei Vandali, Gontamondo, che lo chiuse in carcere.
Nella desolazione del carcere il poeta sentì più viva la voce di Dio; dal dolore infatti scaturirono le due opere di ispirazione cristiana di notevole bellezza poetica: la Satisfiocita, in cui chiede perdono al re e il De laudibus Dei, in cui il poeta si volge all'Eterno.
Tali opere sono meno offuscate dagli artifici retorici che appesantiscono i carmi di ispirazione pagana, di largo respiro e notevoli per varietà e ricchezza di motivi. Restano infatti: Romulea in dieci carmi, di cui tre epilli mitologici (II, VIII, X), tre declamazioni retoriche (IV, V, IX), due epitaismi (VI, VII), due prefazioni (I, III), l'Orestis tragoedia in 974 esametri, il De mensibus in 24 esametri, il De origine rosarum in 7 distici elegiaci. Sull'autenticità dell' degritudo Perdiune si hanno dubbi.
D. desta interesse per la sua complessa personalità, in cui sentimenti ed aspirazioni umani e divini, pagani e cristiani, riflessi biblici e classici si alternano come in Agostino.
BibL.: Opere: Dracoutii carmina, ed. F. Vollmer, in MGH. Script. antiquiss., XIV, Berlino 1905; e in bibl. Teubneriana (Poltan lat. min., 3), Lipsia 1914. Studi: Schanz, IV, n. pp. 58-68 (con ampia bibl.); Bardenhewer, IV, pp. 658-61: Moticca, III, pp. 169-91; G. Giarratano, Comment. Dracontionae, Napoli 1906; E. Provena, B. E. D., studio biografico e letterario, in Mem. dello R. Accademia delle scienze di Torino, 2ª serie, 62 (1912), pp. 23-100; G. Procacci, Intorno alla composizione e alle fonti di un carme di D. (Hylas, Rom., II), in Studi it. di filol. class., 20 (1913), p. 438; A. M. Quarriroli, Gli epilli di D., in Athenaeum, 22-24 (1944-47), p. 160 sg. Emanuele Raguarda
DRAGIŚIĆ, Giorgio. - Francescano croato, umanista, filosofo, teologo, n. a Srebrenica in Bosnia verso la metà del sec. xv, m. a Barletta nel 1520. Studiò in Italia, a Parigi e Oxford; nel 1470 si trovava a Roma al seguito del card. Besseyione; nel 1472 educatore di Guidobaldo, figlio di Federico di Montefeltro. Nel 1485 a Firenze era maestro di teo-
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SISTO V PROCLAMA S. BONAVENTURA dottore della Chiesa nella basilica dei SS. Apostoli - Biblioteca Vaticana, Sala Sistina (1585-90).
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(fai. Alisari)
Dipinto di Raffaello - Firenze, Galleria Pitti.
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logia e rettore della scuola francescana; fu chiamato da Lorenzo il Magnifico ad educare i suoi figli Giovanni (il futuro Leone X) e Pietro. Nel 1507 fu eletto vescovo di Cagli e nel 1512 promosso arcivescovo titolare di Nazareth, e come tale, nel 1515 , prese parte al V Concilio Lateranense.
D. è collocato tra i primi teologi del suo tempo ed appare come conciliatore del platonismo con l'aristotelismo. Nella causa dei Savonarola, si schierò dalla sua parte scrivendo Propheticae solutiones pro Hieronymo Savonarola (Firenze 1497). Tra le sue opere è da ricordare: Logica nova secundum mentem Scoti et B. Thomae Agninatis aliorumque, ivi 1480 ( 3^{2} ed., Roma 1520 , sotto il titolo Artis dialecticae praecepta vetera ac nova).
Ibid.: J. Jelenić, Kultura i bosanski franjeoci, I, Saralevo 1912, pp. 230-33; B. Vodnik, Povitvi hrvatshe haitSernosti, I, Zagabria 1913, p. 76; J. Y. Harapin, L'evoluzione della filosofia presso i Croati, in Croazia sacra, Roma 1943, pp. 80-81; M. Vanino, Gli studi teologici presso i Croati, ibid., p. 96. Pietro Capkun
DRAGONE. - Mostro (mitico) che nell'Oriente antico simboleggiava le forze cosmiche ostacolanti la vita e il benessere umano; rappresenta il diavolo (v.) o satana in Apoc. 12-13 e 20, 2. Fiera terribile, rintanata per lo più negli abissi acquosi, era concepita come un immane rettile o serpente.
Il termine greco ( δ páxav, da δ ε \dot{ε} ρ α ω α ι "guardo fisso "), ricorre 26 volte nella versione biblica dei Settanta (Volg. draco), ove traduce 12 volte l'ebr. tannin ( 2 volte tannīn: Ez. 29, 3; 32, 2), 5 volte liwéjáthān (v. Leviathan), 2 volte náháté ("serpente"), le altre volte a torto tan "scioxallo" (anche in Lam. 4, 3, Volg. Iamiae), héphir "leoncino", péthen "vipera", 'attûr "becco". I Settanta usano δ páxav altre 8 volte : Esth. 1, 1 e 10, 3 e (Volg. 11, 6; 10, 7); Sup. 16, 10; Ercli. 25, 16 (Volg. 25); Dan. (Bel et draco, Volg.) 14, 22-27, ove si tratta del culto del serpente a Babel.
Il tannīn (da tnn "protendersi in lungo") era un mostro marino o cetaceo (Gen. 1, 21 è tradotto π \tilde{η} τ o s; ma Aquila, Simmaco, Teodozione: δ páxav; Ps. 148, 7; cf. Iob 7, 12; Is. 27, 1), o un pauroso serpente (Ex. 7, 9-12; Deut. 32, 33; Ps. 91 [90], 13). Questo mostro diventa, in passi poetici, l'immagine delle potenze del male, unito talora a ráhabh "ferocia", che designa anch'esso un mostro marino: Is. 51,9 (Dio spezza ráhabh, trafigge tannin, poi prosciuga idhám; manca nei Settanta), Iob 26, 12 sg. (Dio spezza ráhabh e cattura náháté). Come ráhabh, tannin indica per metafora il nemico politico (l'Egitto: Is. 27, 1; Ez. 29, 3; 32, 2), o in generale le forze nemiche incontenibili dagli uomini, cui recano pericolo e morte (Is. 51, 9; Ier. 51, 34; Iob 7, 12; Ps. 74 [73], 13; 91 [90], 13). Dio non uccide il d., ma lo ferisce o cattura e su di lui dimostra la sua potenza; il d. è creatura di Jahweh (Gen. 1, 21; Ps. 104 [103], 26 : leviathan nel mare), cui deve temere (Ps. 148, 7). Nemico degli uomini, il tannīn (o il leviathan, o il náháté) non appare mai come diretto nemico di Dio, a differenza del d. di Apoc. 12-20.
Da Ex. 7, 9-15 risulta l'equivalenza tra tannin e náhát (Volg. : vv. 9-10 coluber, vv. 12 e 15 draco). Náhaté è tradotto δ páxav in A m .9,3 (nel mare) e Iob 26, 13, mentre altrove è reso δ \varphi 1 ς "serpente", anche
Gen. 3, 1-14, ove P. Joüon propone di intendere "d." o un rettile (cf. P. F. Ceuppens, De historia primaeva, Roma 1934, pp. 166-79).
Anche i greci intendevano δ páxav come enorme serpente, da Omero (Il., XII, 202) a Pausania (II, 28, 1); i tragici usano il femminile δ páxavx per le «rioni: \dot{α} δ v ν δ ρ \dot{α} x α v x (Euripide, Iph. Taur., 286; Eschilo, Eumen., 128).
Dal testi di Rās Śamrah risulta che tra i Fenici di Ugarit erano noti (sec. xv ca. 2. C.) i d. tnn e itn ( = tannīn e liwéjáthān). Il d. doveva rappresentare le forze elementari della natura che minacciano l'uomo: per lo più l'insidia nascosta nelle acque, mentre il serpente con il suo veleno appariva affine alla terra sia in Babilonia sia in Egitto (cf. s. Epifanio, Haer., 45, 1). Nell'India era temuto il nága "serpente" che poteva diviniz- zarsi o antropomorfizzarsi; il principale "re dei serpenti" (nágarā̄a) è Sesa o Ananta "il serpente infinito ", sovrano del mare universale "che è disteso nell'acqua" e porta la terra sul capo o sui molti suoi capi (R. Goossens, p. 413). Questo d. fu detto da Ctesia (fr. 27) σ π \dot{α} λ η ζ, " verme" (cf. Dante, Inf., VI, 22 : "Cerbero, il gran vermos; XXXIV, 108: Lucifero è «il vermo reo»). I Greci (cf. R. Goossens, pp. 428-35) conobbero il "re dei serpenti», è β zot λ í σ ε o ς " \tilde{ω} ν δ ρ α κ \dot{ν} τ o σ. Onde il «basilisco" corrisponde a serpenti velenosi (ebr. péthen e 'eph'eh) nei Settanta (Ps. 90, 13; Is. 59, 5 [Volg. regulus]); nella Volg. 1 volta basilisco (Ps. 90, 13) e 6 volte regulus; Aquila ha β zot λ í σ ε ° (per δ ρ \dot{α} x ω ν ) in Deut. 32, 33 e Is. 59, 5 (con ξ γ ι δ v x ), Simmaco in Is. 30, 6. R. Goossens gli identifica l'ó δ o v τ α δ ρ \dot{α} x ω ν (cf. Sup. 16, 10). Il β zot λ í σ ε ° ha 7 teste, in Pistis Sophia, 88, 34.
Il leviathan ha molte teste (Ps. 74 [73], 14: "d." in Settanta e Volgata), e altri mostri ibridi e terrificanti compaiono nei passi poetici o allegorici del Vecchio Testamento: le 4 bestie di Dan. 7, 3-8, il becco di 1 e 4 corna (Dan. 8, 5-22), ma si tratta di meri simboli non identificabili con il d. Negli apocrifi ricorre il d. come equivalente di Satana o della morte, o di loro strumenti : Ps. Salom., 2, 25-31 (potenza pagana [Pompeo] di cui è rilevata la \operatorname{lo} α ρ η ρ α v i x e \dot{α} β ρ ι ς ); Apoc. Baruch gr., 4 (ventre del d. è l'Ade); Od. Salom., 22, 5 ( 7 teste del d. che ha "radici" e "seme"; vers. 7 è "calunniatore" o diavolo). Midhratīn e Talmud identificano il "serpente" di Gen. 3, 1-14 con Satana, chiamato "serpente antico" (Siphre \boldsymbol{\text { Deut., 32, 33), "serpente invidioso" (Sanhedhrīn, } 59 \text { b; }} Sā̧äh, 9 b), con corna e piedi (Gen. rabbá, 19, 1).
Il d. biblico non presenta affinità con il mitico d. babilonese. Secondo l'interpretazione di molti moderni, in Babilonide si concepiva l'origine del mondo come una lotta contro il caos, qualche volta personificato in un mostro. E certo che Enlil di Nippur era venerato come soggiogatore del d. e artefice del mondo; la città di Babel, raggiunta la supremazia, al posto di Enlil mise Narduk, la cui lotta contro Talmat per la creazione del mondo è narrata dall'Enuma elit, poema recitato ad ogni capo d'anno. Ninurta (Nin-ib) figlio del dio Enlil, era celebrato come vincitore del d. Ogni città babilonese celebrò il suo dio come vincitore del d., trasformando in d. il dio della città sconfitta.
Similmente in Egitto, il nefasto Seth-Typhon (serpente o coecodrillo) fu vinto dal giovane dio del sole Horus, figlio della dea Isis perseguitata da Seth. Gli Hittiti celebravano il dio Tešup per la sua vittoria sul
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serpente Ilujankaš. Gli Indiani naravano del d. Vrtră vinto da Indra; i Persiani del d. serpentiforme AzhiDahāka nemico degli uomini. Nella mitologia greca, Apollo uccise il d. Python, draco ingeno figlio della Terra (B. Allo, L'Apoc., pp. 169 sg. e 197 sg.); Ercole uccise il d. figlio di Tryphon che custodiva i pomi d'oro degli Esperidi, oltre l'idra di Lerna; per il d. di Asklepios, cf. Macrobio, Saturnal., 1, 20. Macrobio (loc. cit., 9) informa: «Phoenices... draconem finxerunt in orbem redactum, caudamque mundum et ex se ipso ali et in se resolvi».
Abusando di qualche immagine poetica biblica,
H. Gunkel (seguito
da A. Jeremias, H. Gressmann, ecc.) afferma che la creazione e la provvidenza divina sono concepite, nella Bibbia, come una lotta contro il caos personificato, e accosta il d. al tēhäm, che identifica con Tiāmat; intende (oltre tanmin e levisihan) rahabh, bēhēmāth (v.) e tēhäm, che pure non sono mai tradotti \mathrm{By} \bar{a} x ω ν dagli antichi, come riflessi del mito babilonese della lotta di Marduk contro il d. La tesi di H. Gunkel ha tuttora vari seguaci. Ma anche ammesso che i Babilonesi avessero una concezione meta. fisico-dualistica dell'origine del mondo,
espressa dalla lotta contro il d., esposta poi a fondo da M. Witzel, nella Bibbia non se ne trova traccia. Nulla permette di affermare che il tamila e il leviathan vi partecipino a un dramma della creazione o vi rappresentino il caos. Il tēhäm «abisso» non vi appare mai come un mostro vivente; è il mare immenso, visto poeticamente, che Dio limita e contiene. E poi falso identificare il d. con Tiāmat, e quindi la lotta contro il d. con la creazione; il d. vinto da Marduk (poi da Nabū) era il mutruštu, misto di leone, serpente e uccello, raffigurato sulla porta del tempio d'Ištar a Babel; in molti cilindri e incisioni babilonesi figura tale d., spesso con corna, talora con diademi.
F. Boll (seguito da W. Bousset, A. Loisy, ecc.) dà al d. un'origine astronomica ellenistica; lo confuta bene J. Freundorfer; per altro si poneva talora un nesso tra d. e costellazioni (Iob 3, 8 : levathan nel cielo). L'errore di questi critici è di cercare sensi precisi e derivazioni ideologiche nei documenti antichi in cui si esprime vagamente l'allegoria del pericolo e del male, ricca di variazioni nelle saghe di tutti i tempi e anche nella figurazione poetica moderna, da Dante a Calderón, a Goethe, a C. Brentano. La lotta d'un dio o eroe contro un mostro o d. fu un tema comune a tutti i popoli, ove la poesia e l'apocalittica hanno potuto attingere.
Nell'Apocalisse il d. è il simbolo principale, dopo l'Agnello (v.), di cui è il nemico capitale, conducente tutte le lotte, aperte o occulte, contro Lui e i suoi santi (B. Allo, L'Apoc., p. 122); è identificato (12,9) al «serpente antico» (di Gen. 3, 1-15), al diavolo (v.) o satana (v.).
Il punto culminante del libro è il cap. 12, in cui appare il d. "Segno grande", una Donna ("Ecclesia" Vittorino di Petrau; "civitas Dei": s. Agostino; senso secondario: Maria S.ma) ammantata dal sole, con la luna per sgabello, con corona di 12 stelle, sta per par-
torire; ma di contro appare "un altro segno": un gran d. color di fuoco (cf. Euripide, Iphig. Taur., 1245 : oívañ́s δ p \dot{α} x ω ν; Plutarco, Is. et Osir., 22 : тóv Túpıvos ... π \cup ρ ρ \hat{ω} ν ) con 7 teste (opposte ai =7 spiriti di Dio": 1,4 ; 3,1 ; 4,5 ; 5,6 ) coronate e 10 corna (Don. 7, 7). E un re: «il capo di questo mondo» (Io. 18, 11, ecc.). Vinto in cielo dall'esercito angelico, il d. è caduto "con i suoi angeli" in terra, ove affronta la Donna per divorarne il neonato (futuro re universale, capito al trono di Dio); la Donna fugge, portata dalle "due ali della grande aquila (Dio)", nel deserto per 3 anni e mezzo (finché il d. non sarà debellato alla parousia), mentre i santi piudono alla caduta del d. (cf. Lc. 10, 18; Io. 12, 31), il quale la "guerra ai rimasti del seme della Donna" (Apoc. 12, 1-17). E, in forma più drammatica, "l'ostilità" descritta in Gen. 3, 15 (J. Bover, p. 325 sg .) tra il serpente (il δ \dot{y} \dot{α} x ω ν dei vv. 3 9.13.16 sg., è detto \hat{ω} \varrho 1 ς "serpente" nei vv. 9 e 14 sg.) e la Donna, il cui "seme" (già in Gen. 3, 15) è perseguitato da Satana (cf. Eath. 12, 6-8 [LXX, 5 e-c] : due d. si affrontano, e il fiume della persecuzione scompare [Apoc. 12, 15 sg. ] ).

Il d. combatte la Chiesa suscitando le due Bestie o Anticristo (v.) biforme (Apoc. 13, 1-18); ma è sconfitto: "il d., il serpente antico, che è Diavolo e Satana" è legato per mille anni ( 20,2 : cf. J. Ph. Vogel, p. 199: il "re dei serpenti" Sesa è appeso la testa in giù per mille anni). Cf. Io. 12, 31; Rom. 16, 20; Hebr. 2, 14. Anche in I Pt. 5, 8 il diavolo è un d. che "divora". Il d. qui non ha nulla di comune con il tamila, meno ancora con Tiāmat come vuole H. Gunkel, che sostiene l'origine babilonese di Apoc. 12; non è un mostro cosmico o mitico, ma è una potenza spirituale malefica, Satana (v.), perpetuo principio del male.
Il d. rimase tra i cristiani metafora frequente del diavolo (Passio s. Perpetuae, 4); nei papiri magici è spesso menzionato (K. Proisendens, 4, 994: 8x8 8y8a ... π α τ \dot{α} χ ω ν δ \varrho \dot{α} x ω ν τ α; cf. II Thess. 2, 6). Ma i naturalisti si preoccupavano di descrivere, oltre il basilisco o "regulus" (Plinio, VIII, 21 [33]; s. Isidoro di Sev., Etymol., XII, 4, 6: "rex serpentium"); il d. in natura: s. Isidoro, loc. cit. 4-5, "draco maior cunctorum serpentium, sive omnium animantium super terram"; s. Alberto Magno, De animalibus, XXV: "dracones indici"; cf. Physiologia, IV, 155 sg. Ulisse Aldovrandi raccolse tale "scienza" in Serpentum et draconum historiae libri duo, Bologna 1640.
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