ino-Lipsia 1926, pp. 138-41; id., Altorientalische Bilder zum A. T., ivi 1927, pp. 106-17; P. Joüan, Le grand dragon, l'ancien serpent (Apoc. 12, 9 et Gen. 3, 14), in Recherches de science rel., 17 (1927), pp. 444-46; C. Rösch, Mulier, draco et bestia in Apoc. 12 29., in Virbam Domini, 6 (1928), pp. 271-74; E. Landett, Dragons et génies, Parigi 1928; 1. Freundorfer, Die Apokalypse des Apostels 70b. und die hellenistische Krumologie und Astrologie (Biblioche Studien, 23, 1), Friburgo in Br. 1929, pp. 124146; B. Renz, Der orientalische Schlangenfracht, Augusts 1930; W. Foersser, Die Bilder in Offenbarung 12f. und 12f., in Theologische Studien und Kritiben, 104 (1932), pp. 279-310; id., Aphnos ( = cgibva, \dot{α} ρ \varphi ), in G. Kittel, Theol. Wörterbuch zum Neuen Test., II, pp. 284-86; R. Lehmann-Nitsche, Der apabolyptische Droche (Apob. 12), in Zeitschrift für Ethnologie, 63 (1933), pp. 293-230; R. W. Schütz, W. Foersers Erhlihrung der Bilder in Offenbarung 70b. 12f. u. 12f., in Theol. Studien u. Kritiben, 103 (1935), pp. 456-66 (contro W. Foersser); A. Delatte e C. Josserand, Contribution d l'étude de la démonologie byzantine, in Mélanges 7. Bidez. I (Annuaire de philologie et d'histoire orientales, 2 [1934, 1]), pp. 207-32; R. Goussard, Les nógus et le basilic dans le monde gréco-romain, ibid., pp. 415429; P. Humbert, A propos du «serpent» du mythe de Mót et Alelu, in Archim für Orientforschung, 11 (1936), pp. 233-37; id., Etudes sur le récit du paradis et de la chute dans la Genèse, Neuchâtel 1940, p. 78; E. D. van Buren, The dragon in ancient Mesopotamia, in Orientalia, 15 (1946), pp. 1-14; J. Cognons, La connoissance du bien et du mal et le péché du Paradis, GemblouxLavanie 1048, pp. 36 sE., 89-131. Sul d. nei papiri magici e negli scrittori posteriori: H. van Herwerden, Lexicon grecum supplementum et dialecticum, I, 2^{2} ed., Leida 1910, p. 402; J. H. Moulton e G. Milligan, The vocabulary of the grech Testament, Londra 1914-29, p. 170; K. Preisendanz, Die griechischen Zauberpapyri, I-II, Lipsia-Berlino 1928-31, passim. Sul d. ( = Satana) nel folklore greco medievale e moderno: B. Schmidt, Das Volbs leben der Neugrieche, Lipsia 1871, p. 190 sg.; Pradel, Griechische und ziditidionische Gebete, Beschwörungen und Rezepte des Mittelalters, Giessen 1907, p. 86; C. Josserand, Ancedota Atheniensis: I. Textes grecs relatifs à l'histoire des religions, Liegi 1927, p. 235 . Antonino Romeo
Archeologia. - Il draco magnus venerato dai Babilonesi fu fatto scoppiare da Daniele mediante una focaccia (Dan. 14, 22-26). La scena, sconosciuta nelle pittura cimiteriale, viene invece rappresentata più volte in sarcofagi cristiani di Roma, d'Italia, delle Gallie e d'Africa. Il profeto, spesso assistito da un angelo, è rappresentato nell'arto di offrire la focaccia al draco il quale ha la forma di serpente, talvolta con una cresta (galeatus) e si erge da terra o si protende da un albero al quale è attorcigliato.
In qualche esempio (Verona e Grozon, Wilpert, Sarcofagi, I, p. 150, 2; tav. 197, i) si trova anche il tempio e, vicino al profeta, un'ara o accesa o rovesciata, ovvero una fiaccola rovesciata (ibid., 197, 3). Il profeta Daniele prefigura in questa scena Cristo, mentre il draco è il "serpens antiquus qui vocatur diabulus et satanas, qui seducit universum orbem" (Apoc. 12, 9).
Bibl.: Wilpter, Sarcofagi, II, 233-36. Enrico Josi
DRAGONETTI, Luigi. - Patriota ed uomo politico, n. ad Aquila il 1^{°} ott. 1791, m. ivi, il 21 febbr. 1871. Deputato al Parlamento napoletano, fu in seguito nominato da Ferdinando II visitatore dei luoghi di pena (1831), contribuendo validamente al miglioramento degli antichi sistemi punitivi.
Accusato di aver preso parte alla sollevazione aquilana del 1841, benché assolto dal tribunale militare, venne relegato a Montecassino, ove divenne amico fedele e diletto dell'abate Tosti. Liberato nel 1846 , si stabilì a Roma, e vi fondò alcuni periodici liberali. Di ritorno a Napoli ( 1848 ), fu per qualche tempo Ministro degli esteri. Arrestato l'anno seguente sotto felse impunzione, fu tenuto in prigione per quattro anni. Partito dall'Italia (1852), poté rientrare a Napoli, dopo un lungo periodo di esilio, solo in seguito alla caduta dei Borboni. Nel 1861 venne nominato senatore del nuovo Regno d'Italia. Resta di lui una Raccolta degli scritti polemici e vari

(du G. F. Hill, Coles of ancient Sicily, Westminster 1565, tav. I) Dramma - Exemplari di d.
(Aquila 1868), nella quale in accorate e nobili pagine ebbe modo di esprimere tutta la sua delusione e tutto il suo dolore per la fiera lotta, che la nuova Italia andava conducendo, in nome d'una libertà e d'un amore di patria malamente intesi, contro la religione degli avi e contro la Chiesa ed il papato.
Bibl.: E. Gualtieri, Orazione funebre del march. L. D., Aquila 1871; P. Castagna, Pila del march. L. D., Firenze 1878. Niccolò Del Re
DRAGONI, Giovanni Andrea. - Musicista, n. a Mendola ca. nel 1540, m. a Roma nel 1598. Allievo del Palestrina fu maestro di cappella di S. Giovanni in Laterano dal 1576 .
Pubblicò un libro di Mottetti per tutti i santi dell'anno a 5 voci (Venezia 1578); 4 libri di Madrigali a 5 (ivi 1574, 1575, 1594, 1594), un libro di Madrigali a 4 (ivi 1581), uno di Madrigali a 6 (ivi 1584) e un Benedictus a 8, che venne eseguito per 200 anni nella basilica Lateranense. Un altro libro di Madrigali a 6 fu pubblicato postumo dal Muzio (Roma 1600). Anna Maria Gentili
DRAGONNADES : v. CAMISARDI.
DRAMMA ( δ ρ α χ μ \dot{η}). - Moneta ellenica. Secondo la traduzione greca dei Settanta e la Volgata, appare già nel sec. v a. C. come unità monetaria (Ezd. 2, 69); ma il cod. Vaticano (B) omette drachmās. Generalmente si ritiene che si tratti della d. lidia, in uso fin dal tempo di Creso. Molti moderni, però, giustamente vedono nella parola ebraica darkēmāu (Neh. 7, 70) non la trascrizione di δ ρ α χ μ \dot{η}, ma di δ α ρ α ι α δ ς ( = darico), unità monetaria dei Persiani.
Nel periodo ellenistico anche in Palestina si usava la d., che corrispondeva probabilmente alla d. attica, assimilata in seguito al denaro (v.) romano (cf. II Mach. 4, 19; 10, 20; 12, 43). Nel Nuovo Testamento è nota la parabola della donna che ricerca affannosamente una d. smarrita (Lc. 15, 8-9). v. didramma. Angelo Penna
## DRAMMA SACRO : v. teatro.
DREUX-BRÉZÉ, Pierre-Simon-Louis-Marie de. - Vescovo francese, n. il 2 giugno 1811 a Brézé (Maine-et-Loire, diocesi di Angers), m. il 5 genn. 1893 a Moulins. Studiò al seminario di S. Sulpizio e fu ordinato sacerdote nel 1835 .
Vicario generale di mans. Quélen, arcivescovo di Parigi, fu preconizzato vescovo di Moulins il 7 genn. 1850. Durante il Secondo Impero incorse due volte nei rigori del consiglio di Stato: la prima volta, nel 1857, per aver rimosso, con il consenso del Papa e nell'intento di riformare l'amministrazione diocesana assai disorganizzata per la debolezza del predecessore, vari parroci e per aver creato nuove parrocchie senza l'autorizzazione del governo come richiedevano gli articoli organici; la seconda volta, nel 1865, per aver ordinato nella sua diocesi la lettura dell'encicl. Quanta cura e del Sillabo. Sotto la Terza Repubblica sostenne un processo, dal 1881 al 1887, per impedire l'espropriazione dei beni appartenenti al grande seminario della sua diocesi.
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BibL.: G. Vapereau, Dictionnaire universel des contemporains, 6^{\mathrm{e}} ed., Parigi 1893, pp. 481-82; J. Maurain, La politique ecclésiastique du Second Empire de 1832 à 1869 , ivi 1930, passim. Silvio Furlani
DREVES, Guido Maria. - Gesuita, poeta e studioso di innologia medievale, n. ad Amburgo il 27 ott. 1854, m. a Mitwitz (Baviera) il 1^{°} giugno 1909. La passione per la poesia (era figlio di un poeta) determinò l'orientazione del suo lavoro; consacrò, infatti, la sua vita alla ricerca, nelle varie biblioteche di Europa, di inni, sequenze, cantici, preghiere rimate e prose liturgiche latine del medioevo, prima da solo (1886-96), poi associandosi il p. C. Blume. Suo scopo era preparare il materiale per una storia dell'innologia ecclesiastica, che poi non poté eseguire. Nel 1906 abbandonò l'Ordine e si dedicò al mininistero spirituale a Mitwitz.
Dalle ricerche, vagliate e studiate, derivarono anzitutto gli Analecta hymnica medii aevi ( 55 voll., Lipsia 1886-1920); Die Kirche von Lateiner in ihrer Liedern (ivi 1908); Hymnologische Studien zur Venantius Portunatus und Rubanus Maurus (ivi 1098); Ein fahrtiausend lateinischer Hymnendichtung (postumo, a cura di C. Blume, ivi 1909); e una serie di articoli sul periodico Stimmen aus Maria Laach, che contengono versioni di fine gusto artistico e commenti di numerosi inni principali. Il D. pubblicò anche parecchi volumetti di poesie religiose, sotto lo pseudonimo di Ulrich von der Uhlenhorst: Kränze ums Kirchenjahr (1886); Stimmen der Vorzeit (1888); Schwertlilien (1888).
BibL.: H. Leclercq, s. v. in DACL, VI, coll. 2917-22; anon., Necrologio, in Rassegna grevoriana, 8 (1909), coll. 341-02; A. Baumgarten, Ein Jahrb. latein. Hymnendichtung, in Stimmen aus Maria-Laach, 78 (1910), pp. 531-34; L. Koch, ZemitenLexikon, Paderborn 1934, col. 455 Celestino Testore
DREVES, Lebrechit. - Poeta tedesco, n. ad Amburgo il 12 sett. 1816, m. a Feldkirch il 19 dic. 1870. Redattore dei Neue Hamburger Blätter, dopo avere studiato legge presso l'Università di Jena e di Heidelberg, si converti al cattolicesimo nel 1846. La sua lirica è caratterizzata da una semplice melodiosità del verso, da una sincera pietà e da un vivo amore della natura. Fra le sue opere si ricordano Lyrische Anklänge (1837), Vigilien (1839), Der Lebensretter (1841), Schlichte Lieder (1843). Nell'anno della sua conversione pubblicò una bella raccolta di canti della Chiesa (Lieder der Kirche) libere traduzioni di antichi inni latini. Amico personale di Eichendorf, che nel 1849 curò un'edizione delle sue poesie, ne fu grandemente influenzato, specialmente nelle sue ultime liriche, di fresco tono popolaresco. A lui è anche dovuta una traduzione del Nachtigallenlied di s. Bonaventura.
BibL.: G. Müller, s. v. in LThK, III, col. 457; Hurter, V, II, col. 1728.
Alda Manghi
DREXEL (Drexelius), Jeremias. - Gesuita, scrittore di ascetica, n. il 15 ag. 1581 ad Augusta da genitori protestanti; m. a Monaco di Baviera il 18 apr. 1638. Perduto il padre, si fece cattolico; nel 1598 entrò nella Compagnia di Gesù e fu professore a Monaco e ad Augusta e dal 1615 predicatore alla corte del duca Massimiliano di Baviera.
Il D. si distinse come oratore elegante, di forma originale, denso di dottrina; e per 23 anni fu udito con grande pieuso. L'efficacia della sua oratoria era accresciuta dall'esempio della sua vita. Per giovare maggiormente al numeroso pubblico che affollava il suo pulpito, D. ridusse in opuscoli ascetici molti soggetti della sua predicazione, che ebbero grande diffusione. Nei soli anni dal 1620 al 1639 vennero alla luce 21 suoi scritti, con una tiratura complessiva di 158.700 esemplari. A queste si aggiunsero le riedizioni all'estero con molte versioni nelle lingue principali. La sua opera più im-
portante fu il Deliciae gentis humanae, in 3 voll. (Monaco 1638). Vasto successo ottennero anche gli opuscoli De aeternitate considerationes (ivi 1820), che in soli 4 anni ebbe 9 ristampe, e lo Zodiacus. Christianus locupletatus seu signa duodecim Divinae praedestinationis (ivi 1622).
Bibl.: Semmervogel, III, coll. 181-202; G. Duhr, Geschichte der Trauiten in den Ländern deutscher Zange, II, 15, Friburgo in Br. 1913, pp. 444-50 (v. anche indice). Arnaldo Lanz
DREY, Johann Sebastian. - Teologo ed apologista, n. a Killingen il 16 ott. 1777, m. a Tubinga il 16 febbr. 1853. Sacerdote nel 1801 , fu destinato al ministero parrocchiale, e si dedicò contemporaneamente allo studio della filosofia allora in voga. Nel 1806 iniziò il suo insegnamento nel ginnasio di Rottwell, da cui passò nel 1812 all'Università di Ellwangen e poi a quella di Tubinga, dove fondò con altri 3 colleghi, due anni dopo, la Theologische Quartalschrift, che ha reso immensi servizi alla scienza cattolica. Alternò la cattedra di dogmatica con quella di apologetica, lasciando una copiosa produzione scientifica in cui è notevole l'apporto filosofico-storico dato alla materie che trattano della Rivelazione. La teologia del sec. xix, soprattutto quella tedesca, è debitrice al D. dell'indirizzo positivo nello studio del dogma.
Delle sue opere meritano ricordo : Observata quaedam ad illustrandum fustini martyris de regno millenario sententiam (Gmund 1814); Dissertatio historico-theologica originem et vicissitudinem exomologeseos in Ecclesia catholica ex documentis ecclesiasticis illustrans (Ellwangen 1815); Einleitung im Studium der Theologie (Tubinga 1819); Neue Untersuchungen über die Constitution und Kanones der Apostel (ivi 1832); Die Apologetik als wissenschaftliche Nachweisung der Göttlichkeit des Christentums (3 voll., Magonza 1838-47).
Bibl.: P. Godet, s. v. in DThC, IV, coll. 1825-28 (con bibl.); J. Geiselmann, Die Glaubenswissenschaft der Katholischen Tubingen Schule in ihrer Grundlegang durch 7. E. v. D., in Theologische Quartalschrift, 117 (1930), pp. 49-117; M. Grabmann, Storia della teologia cattolica, Milano 1939, p. 328. Cosimo Potino
DREYFUS, Alfred. - Ufficiale francese, n. il 9 ott. 1859 a Mulhouse, m. il 12 lugliò 1935 a Parigi. Capitano di stato maggiore nel 1893 , fu arrestato il 15 ott. dell'anno successivo, perché sospetto di alto tradimento.
Sulla base di una lettera, il cui esame grafologico presentava caratteristiche non molto divergenti dalla scrittura di D., l'ufficiale, sebbene proclamasse la sua innocenza, fu condannato da un tribunale militare all'ergastolo ed internato nell'isola del Diavolo, nella Guiana francese. La moglie ed il fratello, convinti dell'innocenza del congiunto, scoperto il vero colpevole, ricorsero all'aiuto del vice-presidente del Senato, Scheurer-Kestner, e di Leone XIII, ma il Pontefice, non volendo dare all'anticlericalismo francese il pretesto di sfruttare il suo intervento per una campagna anticattolica, non credette opportuno di provocare una revisione del processo con un intervento diplomatico. Con la Francia divisa in due partiti, i favorevoli alla revisione del processo da una parte, i convinti del tradimento di D. dall'altra, la lotta continuò, finché, celebrato un nuovo processo nel 1899, D. fu graziato e reintegrato nel 1906 con il grado di maggiore nell'esercito. L'atteggiamento di buona parte della stampa cattolica e degli uomini politici ad essa vicina, contrari al D., determinò un vivo risentimento nei riguardi del cattolicesimo ed influí non poco sulla campagna anticlericale, allora in atto, che provocò, nel 1905, la legge sulla separazione della Chiesa dello Stato.
BibL.: J. Reinach, Histoire de l'affaire D., 7 voll., Parisi 1901-11; A. Debidour, L'Edilie catholique et l'Etat sous la Troisième République (1870-1906), II, ivi 1909, passim; W. Herzog, Der Kampf einer Republik. Die Affäre D., Zurigo 1932 (con bibl.); L. Capérant, L'anticléricalisme et l'affaire D., Tolosa 1948 (con bibl.).
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DRIADI. - Divinità minori greche. Sono le ninfe degli alberi, giuocano con Pane, i satiri e i fauni. Generalmente non erano considerate immortali.
Appartengono alla mitologia, non al culto: difatti il loro nome ricorre specialmente nei grammatici e negli antiquari greci e romani che divisero le ninfe in numerose categorie; nel culto sono ricordate solo le ninfe in generale. Come altre divinità campestri ebbero invece importanza nelle credenze e superstizioni popolari.
Lulsa Baati
DRIEDO, Jean. - Teologo, n. a Darisdonk (donde il nome D.; quello di famiglia era Neys) presso Turnhout in Brabante nel 1478 o inizio del 1479, m. a Lovanio il 4 ag. 1535. Insegnò dapprima filosofia dal 1499 al 1509, quando divenne anche membro del consiglio dell'Università per le arti; Baccalaureus formatus nel 1511, fu nel 1512 promosso dottore in teologia dal suo maestro Adriano di Utrecht (il futuro Adriano VI). Professore e poi decano della facoltà teologica, nel 1518 fu eletto rettore dell'Università (per la seconda volta nel 1533), e dal 1520 godette un canonicato nella collegiata di S. Pietro.
Scrinse: De ecclesiasticis scripturis et dogmatibus I. IV (ed. R. Tapper, t. I), trattato d'introduzione alla S. Scrittura, notevole per le regole ermeneutiche e le idee sulla autenticità della Volgata, adottate nelle decisioni della IV sess. del Concilio di Trento; De captivitate et redemptione generis humani liber unus (ed. Tapper, t. II); De concordia liberi arbitrii et praedestinationis divinae liber unus (ed. Tapper, t. III); De Gratia et libero arbitrio libri duo (ed. Tapper, t. III); De libertate christiana, rimasto incompleto (ed. Tapper, t. IV).
La sua teologia si appoggia sulla S. Scrittura e sui Padri, fra i quali predilige s. Agostino, inserendosi nella corrente agostiniana del suo tempo, che continuerà in Lovanio fino a Baio e oltre.
L'edizione integrale delle opere del D. fu curata da R. Tapper, Lovanio 1546, 1552, 1556, in 4 tomi.
Bibl.: H. De Jongh, L'ancienne faculté de Théologie de Louvain au premier siècle de son existence (1432-1540), Lovanio 1911, p. 136 sg.; R. Seeberg, Der Augustinusmus des Johannes D., in Geschichtliche Studien A. Hauch zum 70. Geburtstage, Lipsia 1916, pp. 210-19; P. Palmon, L'élément historique dont la controverse religieuse du XVIe siècle, Gembloux 1932, passim; H De Vocht, Texts and Studies about Louvain humanists of the first half of the XVI century, Lovanio 1934, p. 344 sg.; H. Peeters, Doctrina Joannis Driadonis a Turnhout de concordia gratiae et liberi arbitrii, Malinca 1938; R. Draguet, Le maître louvaniste D. inspirateur du décret de Trente sur la Vulgate, in Miscellanea historica in honorem Alberti de Meyer, Lovanio-Bruxelles 1946, pp. 836-54.
Igino Rogger
DRIESCH, Hans. - Biologo e filosofo, n. a Kreuznach il 28 ott. 1867, m. il 16 apr. 1941. Studiò ad Amburgo, Friburgo, Monaco e Jena, dove si laureò (1889) in scienze naturali.
Fu discepolo di Haeckel, ma presto si allontanò da lui e contrasse amicizia con G. F. Wolff e W. Roux. Dal 1891 al 1900 lavorò alla Stazione zoologica di Napoli e poi andò ad Heidelberg, dove nel 1911 divenne professore di filosofia. Nel 1920 insegnò filosofia naturale a Colonia e nel 1921 fu nominato professore a Berlino. Viaggiò moltissimo in Cina e in America e ottenne varie lauree ad honorem e riconoscimenti da molte accademie.
Iniziò la sua attività scientifica sotto la guida di Haeckel, ma in seguito, pur risentendo l'influenza dell'insegnamento di Wolff e Roux, divenne il sostenitore del vitalismo dinamico. La sua dottrina che le funzioni del protoplasma non possono essere spiegate meccanicamente è conseguenza dei suoi risultati sulla regolatività delle uova di riccio di mare, che dimostrarono come blastomeri isolati possano dare embrioni completi.
In base a queste esperienze egli concluse che l'organismo deve essere un sistema armonico equipotenziale possedente una «entelechia * vitale individualizzante che lavora attraverso la materia con una visione del com-

(da V. Larguenti, Les ractumennizites et moxeuties ines des bôls, puis, de France, Parigi IVF, sec. 1) Drogone - Miniatura del Sacramentario di D. raffigurante l'Ascensione, racchiusa nell'iniziale C. (sec. (5) - Parigi, Biblioteca Nazionale, ma lat. 9428 f. 71^{°}.
plesso. Il suo antimeccanicismo nella sfera psicologica è espresso in Philosophie des Organischen (2 voll., Lipsia 1909), Analytische Theorie der organischen Entwicklung (ivi 1894), Science and philosophy of the Organism (Gifford lectures 1907-1908), History and theory of vitalism (1914), The problem of individuality (1914), Wissen und Denken (Lipsia 1919), Leib und Seele (ivi 1920).
Insieme a W. Roux fondò la meccanica dello sviluppo, che oggi viene più propriamente chiamata, con G. F. Wolff, fisiologia dello sviluppo. La concezione vitalata del D. è oggi molto combattuta.
Bibl.: Uberweg. IV, pp. 591-97; C. Herbst, D. als experimentelle und theoretischer Biologie, in Roux Archiv., 141 (1941, 10), pp. 111-53.
Enrico Urbani
DRISDALE RIVER, missione di. - E una missione autonoma distaccata dal vicariato apostolico di Kimberley nell'Australia occidentale ed eretta con decreto del 4 maggio 1910 per l'evangelizzazione degli aborigeni. Già dal 1908 i benedettini di Nuova Norcia l'avevano fondata. Vi hanno sempre lavorato ca. 5 padri. Durante l'ultima guerra la missione fu bombardata con gravi danni.
Bibl.: Centenary of the catholic Church in Western Australia 1846-1946 (senza numerazione).
Saverio Paventi
DROGONE. - Vescovo di Metz, vicario papale. Figlio naturale di Carlomagno, n. il 17 giugno 801, costretto da Ludovico il Pio nell's 8 ad abbracciare lo stato ecclesiastico, fu ordinato sacerdote nell'822 e creato vescovo di Metz. Riconciliatosi con Ludovico, ne divenne l'arcicappellano con il titolo di arcivescovo e gli restò fedele nella buona come nell'avversa fortuna. Fu lui che ne fece portare il cadavere da Ingelheim a Metz, dove lo volle onoratamente sepolto. Sostenitore dell'idea imperiale, si schierò subito con Lotario (MGH, Concilia aevi Karolini, II, p. 792 ) il quale lo diede compagno e consigliere al figlio Lodovico, mandato a reggere l'Italia (844). Proprio allora era stato eletto papa Sergio II (844847) senza il consenso imperiale. D. accompagnò Lo-
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(per curtesla di Dionisio Mac Deld)
Dromore, diocesi di - Cattedrale di Nenvy (sec. xix).
dovico a Roma, riconobbe Sergio; ma volle che giurasse fedeltà all'Imperatore ed ottenne l'ufficio di vicario papale su tutti i territori al di là delle Alpi, come già s. Bonifacio e s. Crodegango (Jaffé-Wattenbach, 2586, 2607, 2608). Pare che tale delegazione praticamente si sia risolta in un puro titolo: non se ne fa parola nel sinodo di Thionville dell'ott. 844, benché presieduto dallo stesso D. (MGH, Capitularia regum Francorum, II, p. 113), e il Concilio di Ver, nel dic. dello stesso anno, rinvia la discussione sul valore di tale titolo ad altro concilio (MGH, ibid., II, pp. 362-87 ).
Ordinò vescovo di Amburgo s. Ansgario, apostolo dei Danesi (831) ; fu abate di Gorze, Luxeuil e StTrond. Morì nel nov. o dic. dell'855 o 856 . Aveva fatto approntare tra l'823 e l'855 un Sacramentarium Drogonis (biblioteca Nazionale di Parigi, ms. ist. 9428), ch'è uno dei monumenti paleografici più significativi della rinascenza carolingia.
BibL. C. Pfister, in Mélanges Paul Fabre, Parigi 1902, pp. 101-45; E. Amann, L'epoca carolingia, in Fliche-Martin-Frutaz, VI, p. 225 sg. e passim; H. Leclercq, Drogon (Sacramentaire de), in DACL, IV, 2, coll. 1540-47. Ireneo Daniele
DROGONE, detto di Reims (Drogo cardinalis). Cardinale vescovo di Ostia, n. nella Champagne ( 2ª metà del sec. xi), m. il 19 dic. 1138. Abbracciò la vita monastica a S. Nicasio di Reims, ove fu eletto priore ; ma il desiderio di una vita più perfetta lo fece decidere per l'Ordine cistercense, e scelse, all'insaputa del suo abate, Pontigny, seconda filiale di Cîteaux.
Il fatto provocò una animata corrispondenza fra s. Bernardo, i due abati e lo stesso D. (s. Bernardo, Epist., 32-34: PL 182, 136-40). Sorprendente è l'atteg-
giamento di s. Bernardo: scrivendo all'abate di S. Nicasio che richiedeva il ritorno di D., si doleva con lui; scrivendo invece all'abate di Pontigny lo esortava a trattenerlo, e raccomandava a D. di star saldo; forse il Santo ebbe da D. confidenze che non poteva rivelare. Comunque, D. tornò a Reims. Nel i 128 , tolto il monastero di S. Giovanni di Leon a religiose decadute, e dal vescovo ceduto ai Benedettini (cf. s. Bernardo, Epist., 48 : PL 182, 154), D. ne fu nominato primo abate. La fama della sua dottrina e delle sue virtù giunse a Innocenzo II, soggiornante in Francia, il quale, nel Concilio di Pisa del 1136, lo creò cardinale vescovo di Ostia. Di D. ci sono pervenuti 4 opuscoli spirituali (PL 166, 1513-64): De sacramento Dominicae Passionis, spiegazione allegorica delle varie circostanze della Passione di Gesù; De creatione et redemptione primi hominis, ove si riflette il pensiero di s. Agostino; De septem donis Sancti Spiritus (ac de Beatitudinibus), parallelo tra i doni dello Spirito Santo e le Beatitudini evangeliche; De dieinis Officiis (seu horis canonicis), sul valore spirituale delle singole ore dell'officiatura divina: lavoro degno d'essere divulgato ancor oggi.
BibL.: J. Mabillon, Annales Ord. S. Ben., VI, Lucca 1742, pp. 60, 101, 149, 163, 607; M. Ziegelbauer, Historia rei literariae Ord. S. Ben., III, Augusta 1754, p. 140; IV, ivi 1754, pp. 80 e 269; PP. Maurini, Hist. Litt. de la France, XI, Parigi 1750, pp. 699-702; U. Chevalier, Répert. Bio-bibliogr., I, Parigi 1903, col. 1239.
Igino Cecchetti
DROMORE, diocesi di. - Nell'Irlanda. Il nome deriva dal gaelico Drom-mór che significa una grande roccia. Comprende parte delle contee di Down, Armagh e Antrim. Il vescovo risiede a Newry. La diocesi fu fondata nel vi sec. da s. Colman, suo primo vescovo e patrono; però per alcuni secoli ben pochi sono i nomi dei suoi vescovi; si ritiene perciò che durante questo periodo fosse governata da Armagh.
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La successione può essere stabilita dal sec. xiri in poi. Ca. la fine del sec. xv fu vescovo di D. Giorgio Brann. Si dice che egli fosse un greco nato in Atene, poi procuratore in Roma dell'ospedale di S. Spirito in Sassia. Egli fu trasferito alla sede di Elphin, sempre in Irlanda. Nella moderna cattedrale di Newry i «Christian Brothers» dirigono una scuola nel luogo stesso dell'abbazia cistercense fondata nel 1144 da s. Malachia, prima arcivescovo di Armagh, poi vescovo di Down.
La diocesi ha un'estensione di 1650 kmq.; conta ca. 100.000 ab. dei quali 41.807 cattolici; comprende 19 parrocchie con 42 chiese, 75 sacerdoti diocesani e 5 regolari; un seminario diocesano «St. Colman's College» 2 Newry; 3 comunità religiose maschili e 16 conventi femminili (1949). La diocesi è suffraganca di Armagh.
Bint.: Aqueles of the Four Masters, ed. J. O'Donovan, 7 voll., 2^{2} ed., Dublino 1856 (v. indice); M. W. Brady, Episcopal succession in England, Scotland, and Ireland, 3 voll., Roma 18761877 (v. indice); Irish catholic directory and almanach 1949, Dublino 1949, pp. 192-95.
Dionisio Mac Daud
DROSTE-HÜLSHOFF, Annette von. - Poetessa e scrittrice cattolica tedesca, n. nel castello di Hülshoff (Münster), il 10 genn. 1797, m. nel castello di Mersburg (Costanza) il 24 maggio 1848. Vissuta in piena epoca romantica, non si riallacciò con la sua opera a nessuna delle correnti contemporance: suoi principali motivi di ispirazione sono la fede in Dio e l'amore per la natura: fede assoluta, ma non ignara del dubbio (v. Ich glaube, Gott, hilf meinem Unglauben) e amore intenso della sua terra.
L'isolamento della sua esistenza non fece che approfondire la sua ispirazione, e se ai suoi versi, di non facile lettura, manca spesso il ritmo melodioso, ad essi son sempre presenti la serietà e l'impegno morale. Dopo un volume di poesie (Gedichte) pubblicato anonimo nel 1838 (sarà poi ristampato con il suo nome nel 1844) essa pubblicò nel 1842 la novella Die Judenbuche, la sua migliore opera in prosa, nella quale fa rivivere leggende e superstizioni della sua terra. Il suo capolavoro è Das geistliche Jahr (1852), raccolta di poesie scritte dal 1820 al 1839 , che accompagnano giorno per giorno il fluire dell'anno liturgico, con le sue feste e le sue commemorazioni, rivissute con profonda adesione interiore. Notevole inoltre Letzte Gaben (1860). Le ultime due, opere postume.
Bint.: Opere: Gesammelte Werke, Monaco 1923. Studi: M. Schilling, A von D. H., Lipsia 1920; A. Waldmann, Die religiose Lyrik des deutschen Katholizismus in der ersten Hälfte des 19. Jahrhunderts unter besonderen Berücksichtigung der D. H., ivi 1921; J. Werle, Der Gotteshausd der D., Magonza 1923; J. Karp, Die religiöse Entwicklung der D., Köln 1927; K. Möllenbrock, Die religiöse Lyrik der D. und die Theologie der Zeit, Berlino 1935 .
Alda Manghi
DROSTE ZU VISCHERING, KLEMENS AUGUST von. - Vescovo, n. il 21 genn. 1773 a Münster, m. ivi il 19 ott. 1845. Ordinato sacerdote nel 1798, fu dal 1815 al 1820 vicario generale della diocesi di Münster. Nel 1818 emanò una ordinanza con cui, per porre freno al dilagare dell'hermesianismo, vietava agli studenti in teologia la frequenza dei corsi a Bonn. Nel 1827 accondiscese a fungere da ausiliare al fratello Massimiliano, vescovo di Münster.
Morto l'arcivescovo di Colonia, Spiegel, il D. fu nominato a questa sede nel 1836 ; venuto a conoscenza della convenzione a proposito dei matrimoni misti conclusa dal suo predecessore col governo prussiano e contraria al breve di Pio VIII del 25 marzo 1830, scoppiò il conflitto tra l'arcivescovo e l'autorità statale che si concluse con l'arresto del D. (20 nov. 1837) ed il suo internamento nella fortezza di Minden, donde fu dimesso nell'apr. 1839 senza però poter rientrare nella sua sede, che fu affidata al Geissel come coadiutore. Si ritirò quindi in una dignitosa oscurità, dopo aver provveduto con la sua resistenza a salvare i diritti della Chiesa.
Bint.: F. Leuchert, s. v. in LThK. III, p. 462-64. Cf. inoltre H. Brück, Geschichte der katholischen Kirche in Deutschland im
neunzehnten Jahrhundert, II, Magonza 1889, soprattutto pp. 291 sgg., 368 sgg.; F. Schnabel, Deutsche Geschichte im neunzehnten Jahrhundert, IV, Friburgo in Br. 1937, p. 106 sgg. (trad. it., Storia religiosa della Germania nell'Ottocento, Brescia 1944, p. 129 sgg.): J. Geiser, Die Allabation Gregors XVI. vom 10. Dezember 1837, in Gregorio XVI. Miscellanea commemorativa, II, Roma 1948, p. 4+1-560.
Silvio Furlani
DROSTE ZU VISCHERING, MARIA (MARIA del Divin Cuore). - Religiosa delle Suore del Buon Pastore, n. da nobile famiglia a Münster l'8 sett. 1863, m. a Porto (Portogallo) l'8 giugno 1899, in concetto di santità. Fattasi religiosa zelò la consacrazione del genere umano al S. Cuore di Gesù, scrivendone più volte a Leone XIII, il quale poi accolse le insistenti preghiere della serva di Dio. Offrì se stessa vittima di amore e di riparazione.
La sua causa di beatificazione fu introdotta il 28 nov. 1941.
Bint.: L. Casle, Suor Maria del Divin Cuore, 2^{2} ed., Torino 1929; AAS, 34 (1942), pp. 41-43.
Silverio Mattei
DROUART DE LEZEY, LOUIS - FrÉdÉRIC - AuCOSTE. - Oriundo della vecchia nobiltà forensea, n. a Dunkerque il 27 apr. 1849. Entrato il 30 sett. 1869 nel seminario delle Missioni Estere di Parigi ed ordinato sacerdote il 7 giugno 1873 parti nello stesso anno per il Giappone, ove, dopo aver ricoperto varie cariche, fu nominato (1907) curato della cattedrale di Sékiguchi.
Si diede quindi all'apostolato della stampa dirigendo la Revue catholique (Kôkyô Zasshi) e pubblicando vari libri di propaganda, di cui parecchi più volte ristampati. Nel 1917 si offrì per dirigere un lebbrosario, ove m. il 3 nov. 1930.
Bint.: Streit, Bibl., X, p. 267, con lista completa delle sue opere.
Antonio Anoge
DROUIN, Hyacinthe-René. - Teologo domenicano, n. a Tolone ca. il 1680, m. a Ivrea (Piemonte) il 30 sett. 1740. Entrato nell'Ordine a Tolone (1696), si laureò a Parigi (1713), ove fu reggente nel convento di S. Onorato. Nel 1719 insegnò teologia a Caen. Ma nel 1722, costretto a lasciare la città per l'ostilità di altri religiosi che erano in contrasto con suo zio, il noto domenicano G.-G. Serry, accolse l'invito di Vittorio Amedeo II e per un decennio inseguò teologia a Chambéry. Infine si ritirò a Ivrea.
Ricordiamo il De re sacramentaria contra perduelles haereticos libri decem duobus tomis comprehensi (Venezia 1737), opera poderosa e personalissima che vide più edizioni, specialmente a cura del p. Patuzzi ( 2ª \mathrm{ed}., ivi 1756).
Bint.: G.-G. Triverio, In fastos provinciae d. Petri martyris S. Ord. FF. Praed. commentarii, manoscritto del 1751, quasi totalmente inedito: arch. gen. dei Domenicani, XIV, FF, t. I, pp. 261-62; R. Coulon-A. Papillon, Scriptores Ord. Praed., 2^{2} ed., Parigi 1910-34, pp. 696b-99b. Abele Redigonda
DRÜIDI e DRUIDISMO. - Dal celtico druis (dru- accrescitivo e -rids veggente: "colui che è molto sapiente»; cf. irlandese sui, gallese syw nel medesimo significato), secondo alcuni; dal celtico trûa ("aver confidenza», "credere"), secondo altri; o, ancora, dalla radice indoeuropea di «quercia» (cf. greco δ ρ 5 ς ) : corpo sacerdotale celtico basato su un reclutamento per cooptazione e un ammaestramento attraverso pratiche iniziatiche a carattere esoterico, (Cesare, De bello Gallico, VI, 14), incaricato di presiedere ai rapporti fra la popolazione e le divinità. Alla caratteristica originaria esoterica, che lentamente andò obliterandosi, il druidismo sostituì funzioni di ordine sociale e civile.
Circa l'origine del druidismo, S. Reinach, M. Pokorny, A. Grenier e altri credono di vedervi lo
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sviluppo di un sacerdozio delle popolazioni autoctone di Gallia, Britannia, Scozia e Irlanda, alle quali risalgono le costruzioni megalitiche; l'Hubert, il Dumézil e altri, notando invece nel druidismo strettissimi contatti con simili sacerdosi indoeuropei, e che sarebbe difficile il verificarsi d'una supremazia degli autoctoni in fatto di religione uniformemente in Gallia, Britannia e Irlanda, propendono piuttosto a inserirlo nel quadro della religiosità indoeuropea. A queste due tesi estreme si deve aggiungere quella del D'Arbois de Jubainville che ritiene il druidismo portato in Inghilterra da quei primi Celti che, conosciuti con il nome di Goideli e Pieti, si stanziarono nell'isola a una data compresafrail 1300 e l'Soo a. C. La dottrina druidica avrebbe quindi trovato la sua elaborazione nel corso del 1^{°} millennio a. C., dall'unione delle credenze degli autoctoni con quelle dei Celti, e sarebbe giunta in

(da W. Krauss, Religion der Kelten, Blddcratias zur Religionsgeschichte.
(C. Lipita IIII. p. 7)
Drúidi e druidismo - Dolmen sormontato da una croce, a nord di Carnae (Bretagna).
Gallia nel corso del sec. III a. C. portata da quei Belgi, che, scacciati dalle loro sedi originarie dall'avanzare dei Germani, erano giunti, attraverso la Gallia, in Inghilterra e nell' Irlanda orientale, donde avrebbero riportato poi sul continente la dottrina colà appresa.
A questa tesi è di suffragio il fatto che il druidismo appare solo fra i Celti d'occidente, e non tra quelli che, anteriormente al zoo a. C., si diffusero per tutta Europa, avendo come base di partenza l'occidente. La sola testimonianza sulla presenza d'un corpo sacerdotale celtico nella Gallia cizalpina anteriormente al sec. III (Livio, XXIII, 24), corpo sacerdotale interpretato da taluno come il druidico, non infirmerebbe la validità della tesi, in quanto i rapporti fra l'una e l'altra sponda della Manica dovevano essere frequenti anche antecedentemente allo stanziamento dei Belgi. E, ancora, è da notare che la presenza del druidismo presso quelle bande che, a partire probabilmente dal sec. v, incominciarono, seguite da altre durante tutto il sec. III a. C., a invadere la penisola balcanica, sarebbe da escludere: il drunemeton, assemblea incaricata di giudicare i processi d'assassinio (Strabone, XII, 5, 1), nonostante l'affinità fonetica e l'identità della funzione giuridica, non sarebbe, per ragioni filologiche, da connettersi con l'istituto druidico. E, comunque, sembra logico che tale sacerdozio abbia trovato la sua origine in un sol posto: o in Inghilterra (c disciplina in Britannia reperta alque inde in Galliam translata esse existimatur: (Cesare, De bello Gallico, VI, 13), donde i Celti l'avrebbero successivamente diffusa; o nell'insondabile culla della razza celtica, ammettendo pure, per la seconda ipotesi, un centro europeo donde abbia avuto poi inizio la diaspora della dottrina.
Fonti letterarie per la conoscenza del druidismo sono autori classici greci e latini e gli scritti degli evangelizzatori dell'Irlanda. Ambedue i gruppi forniscono notizie non esaurienti; ma mentre il primo ha valore in quanto coevo al druidismo e rappresentando un compendio di notizie storiche e un onesto tentativo di interpretazione,
il secondo, e per la diminuita importanza del druidismo ai tempi della diffusione del cristianesimo e per la comprensibile ostilità degli evangelizzatori, abbonda di travissmenti ed inesattezze, per cui può servire al massimo come termine di confronto.
Prescindendo da un trattato sulla magia, già attribuito a Aristotele, e dalla Successione dei filosofi di Sotione (in Diogene Laetzia), inficiato per scarsa attendibilità, solo con Cesare, Diodoro Siculo e Strabone si raccolgono testimonianze degne di fede. A questi (che si valevano anche delle notizie di Posidonio d'Apamea che aveva soggiornato intorno al 100 a. C. a Marsiglia e nella Gallia narbonese, sono da aggiungere Ammiano Marcellino, che, pur scrivendo nel sec. IV, attingeva a Timagene (anch'egli tributario di Posidonio), autore di una storia della Gallia scritta ca. il 14 d . C., e molti altri.
Il corso d'ammaestramento druidico aveva la durata di vent'anni (Pomponio Mela, III, 2, 19). I drúidi praticavano inoltre un magistero di insegnamento cui partecipava tutta la giu-
ventù delle classi privilegiate galliche. L'istituto era ordinato in classi, fondate su diversi gradi di cultura, di dignità ed anche, è da credere, di iniziazione. Diodoro Siculo (V, 31) distingue i drúidi in bardi, drúidi e indovini: della medesima suddivisione fan fede Strabone (IV, 4, cap. 197, 4), che però parla di vati anziché di indovini, Ammiano Marcellino (XV, 9, 8) e le fonti irlandesi. A tutto il complesso «praecei unus» (Cesare, De bello Gallico, VI, 13; cf. la Vita tripartita di s. Patrizio) che, verosimilmente, presiedeva all'assemblea generale dei Carnuti, quando, in un certo periodo dell'anno, i drúidi si raccoglievano in un luogo considerato sacro (Cesare, De bello Gallico, XVI, 13). Tale riunione si svolgeva forse in una foresta (Pomponio Mela, III, 2, 19; Lucano, Pharsalia, 447-48; Plinio, Nat. hist., XVI, 249), che i moderni individuarono in quella di Orléans sul corso della Loira, o a Dreux, o a Chartres.
Ancora all'epoca di Cesare i drúidi rappresentavano una classe privilegiata (De bello Gallico, VI, 14) : erano esclusi del servizio militare e dal pagamento delle tasse. L'esenzione dal servizio militare piuttosto che come un veto religioso presente anche presso altri corpi sacerdotali, tra i brahmani, ad es., può apparire come riconoscimento della funzione intertribale dei drúidi che li rendeva estranei alle lotte intestine e li poneva in grado di sottoporre, eventualmente, un dato popolo a giudizio, o di intervenire nel mezzo d'una battaglia a separare i combattenti (Cesare, De bello Gallico, VI, 13; Strabone, IV, 4, 4; Diodoro Siculo, V, 31, 5).
I drúidi avevano anche funzioni di giudici nelle controversie, nelle cause di omicidio, di eredità, di confini. Chi non rispettava la loro sentenza era interdetto dai sacrifici, pena che comportava l'esclusione dalla società (in Irlanda l'esercizio della giustizia spettava ai + fili x, corrispondenti ai vati della Gallia). Inoltre essi avevano il potere di nominare il re o altri magistrati (Cesare, De bello Gallico, VII, 33).
Quale attività spiccatamente religiosa i drúidi avevano quella di assistere ai sacrifici (Diodoro Si-
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culo, V, 31, 3; Strabone IV, 4, cap. 198), praticati nell'intento di procurarsi maggiori raccolti : motivo agrario cui non era estraneo il costume dell'exccratio, per la quale i Celti tendevano a distruggere con il fuoco, il ferro o l'acqua tutto il bottino. Cesare (De bello Gallico, VI, 16) e Strabone (IV, 4, 189) parlano d'un colosso intessuto con erbe e fieno, ripieno d'uomini al quale si dava fuoco. Vittime del sacrificio erano i criminali, ma, in mancanza d'ossi, si ricorreva agli innocenti, forse prigionieri di guerra. Prima di essere sacrificate le vittime erano mantenute in vita per cinque anni: o per dar modo ai parenti di procurarsi la somma necessaria per il riscatto o perché i sacrifici erano quinquennali. Le immolazioni erano fatte anche colpendo le vittime con frecce o crocefiggendole (Strabone, IV, 4, 198). I sacrifici avevano anche scopo divinatorio attraverso le convulsioni delle vittime umane o dal modo di colare del sangue (Diodoro Siculo, V, 31, 2-5; Strabone, IV, 4, 198). Si sacrificava inoltre per preservarsi dalla morte in battaglia (Cesare, De bello Gallico, VI, 16). Con l'andar del tempo i sacrifici a scopo divinatorio vennero sostituiti da un rito durante il quale si estraevano poche gocce di sangue alla presunta vittima (Pomponio Mela, III, 2, 18). I druidi raccoglievano anche il vischio di quercia (Plinio, Nat. hist., XVI, 249), il samolus, la selago e altre piante delle cui virtù terapeutiche erano al corrente (id., op. cit. XXIV, 103-104). Accertato sembra anche il culto dei megaliti, in particolare dei menhir, che i Galli avrebbero continuato ad adorare per la proibizione dei druidi di dare una veste antropomorfa alle divinità. Anche in età medievale in Gallia è presente il culto delle pietre, in sincretismo con il cristianesimo; culto contro il quale si pronunciarono i Concili di Arles (452), di Tours (567), di Nantes (658) e un capitolare di Carlomagno (789).
Tra il patrimonio delle credenze la più elevata era certamente quella nell'immortalità dell'anima (Cesare, De bello Gallico, VI, 14) che rivela un anelito alla continuazione della vita dopo la morte, e si riconnette alla tesi che anche i monumenti megalitici fossero frutto di una concezione della sopravvivenza dell'anima. A questa credenza si ricollega l'abitudine dei Celti di cremare quanto poteva servire al morto nell'al di là (Cesare, op. cit., 19; Pomponio Mela, III, 2, 19), all'uso di gettare lettere sul rogo perché il morto le recasse agli altri che lo hanno preceduto nell'oltretomba (Diodoro Siculo, V, 28,6 ) e a quello di prestarsi denari rimborsabili nell'al di là (Valerio Massimo, II, 6, 10; Pomponio Mela, III, 2, 19). Tutti avevano questa certezza di vita immortale fino al giorno in cui il fuoco e l'acqua avrebbero distrutto ogni cosa (Strabone, IV, 4, 197, 4). Sempre connessa a questa dottrina dell'immortalità era la credenza dei Galli di esser discesi da Dispater, il dio dei morti, dal quale tutto ha inizio e al quale tutto ritorna.
Le sorti del druidismo decaddero con la conquista romana della Gallia; data la funzione di capi nazionali che i druidi avrebbero potuto assumere, da parte dello Stato romano si cercò di relegarli il più possibile nell'ombra. A questo scopo Augusto, secondo Svetonio, proibì la pratica del druidismo ai cittadini romani e Tiberio, prima, e Claudio poi (Svetonio, Claudios, XXV) lo abolirono del tutto. L'istituto permase invece molto più a lungo in Inghilterra dove si oppose strenuamente alla introduzione del cristianesimo.
BibL.: Una raccolta completa delle fonti classiche in I. Zwicker, Fontes historiae religionis Celticae, Berlino 1934, passim. Studi: S. Reinach, Celtes, mythes et religions, I, Parigi 1903, pp. 184 194; H. D'Arbois de Jubainville, Les druides et les dieux celtiques à forme d'animace, ivi 1906; M. Pokorny, The Origin of Druidism, in The Celtic Review, 5 (1908), pp. 1-20; T. D. Kendrik, The Druids. A study in Celtic prehistory, Londra 1927; H. Hubert, Les Celtes depuis l'époque de La Tène et la civilisation celtique, Parigi 1932, pp. 273-300; J. Pokorny, Zur Urgeschichte der Kelten und Illyrier, Halle 1938, v. indice; G. Dumézil, Mitra-Voruna: eiscis sur deux représentations indoneropeeunes de la souveraineté, Parigi 1940, v. indice; A. Grenier, Les Gaulois, ivi 1945, pp. 332 373; J. Vendryès, Les religions des Celtes... (Mama, 2), ivi 1948, pp. 291-307, 315 sg., 319.
Mario Camozzini
DRUMONT, Edouard. - Scrittore, n. a Parigi il 3 maggio 1844, m. ivi il 3 febbr. 1917. Convertitosi al cattolicesimo, iniziò la lotta antisemitica, denunciando le responsabilità giudaiche con il libretto La France juive (1886) e con il giornale La libre parole, fondato a tale scopo nel 1892 . Fu giornalista brillante e vigoroso, collaboratore dell'Univers, La liberté, Le monde : i suoi articoli furono raccolti nel volume Sur le chemin de la vie [1914).
Tra le sue opere più importanti sono da ricordare : Mon vieux Paris: hommes et choses (1878), premiato dall'Académie française; Les fêtes nationales de la France (1879); La fin du monde (1888); La dernière bataille (1890); Le testament d'un antisémite (1891); De l'or, de la boue, du sang (1896); Les fuifs et l'affaire Dreyfus (1899); Vieux portraits, vieux cadres (1903).
BibL.: G. Audiffrent, Ed. D., auteur de * La France juive * et de «La fin d'un monde», Parigi 1889; Ch. Renaut, L'irradite E. D. et les sociétés sévéres actuellement, ivi 1896; M. Laurel, M. E. D., ivi 1898; S. Arnoulin, L'action cléricale en France: E. D. et les Jésuites, ivi 1904; L. Daudet, Les oeuvres dans les hommes (E. D. au le sens de la race), ivi 1922, pp. 143-96; R. Cornilleau, Types et silhouettes (E. D. peintre d'histoire), Mamers 1923, pp. 131-49; G. Bernanos, La grande peur des bienpensants, E. D., Parigi 1931; A. Thibaudet, Auteur de D., in La nouvelle revue française, 1 (1931), pp. 904-12.
Giovanna Fusco
DRUSI. - Popolo che abita il Libano e l'Antilibano, nei dintorni di Damasco e nel massiccio del Hawran. I D. si distinguono per una religione loro propria e godevano nell'Impero ottomano di una situazione particolare dal punto di vista amministrativo. Sembra avessero anche caratteristiche eniche particolari già prima della fondazione della loro religione, per opera di Hamzah e Darazi, nel sec. xi d. C. : curiosa l'affermazione degli emiri drusi nel sec. xvir di discendere da Goffredo di Buglione.
Il sistema religioso ha conservato la dottrina isma'ilita (v. cârmati; isLAM); secondo la quale Dio si incarna in ogni epoca nell'umanità : Dio stesso (o almeno la sua forza creatrice) è concepito come composte di parecchi principi emananti l'uno dall'altro, ciascuno dei quali si incarna in un uomo. Per i D. il califfo fatimita al-Hâkim (386-41 I ègira) è la rappresentazione di Dio in quanto unità : egli è addirittura adorato e ha il titolo di «nostro signore»: è l'ultima incarnazione di Dio e non si ammette che sia morto; è solo nascosto e un giorno ricomparirà. Al di sotto di al-Hâkim vi sono cinque ministri incarnanti diversi principi emanati da Dio (l'Intelligenza universale, l'Anima universale, la Parola, il Precedente, il Seguente). Seguono 3 classi di ministri inferiori. Il sistema morale della religione drusa, che vale per ambo i sessi, consiste in sette precetti : veridicità, obbligo per gli adepti di vegliare alla loro mutua sicurezza, rinuncia a qualsiasi altra religione, obbligo di allontanarsi dal demonio e dai miscredenti, obbligo di riconoscere in tutte le epoche il principio dell'unità divina incarnata nell'umanità, approvare le opere di al-Hâkim quali esse siano, esser rassegnato alla sua volontà rappresentata dai suoi ministri.
Questo sistema dotto è però conosciuto solo dagli 'uqqâl («intelligenti»): la massa è invece composta dai guhhâl ("ignoranti»). Gli 'uqqâl soltanto prendono parte alle
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(fot. Alinari)
Druso - Ritratto ernicizzato di D. il Maggiore - Scultura d'arte romana del i sec. - Napoli, Musco Nazionale.
assemblee religiose, che si tengono nella notte tra il giovedi e il venerdi. I più meritevoli di essi (uno su cinquanta) divengono i « perfetti» e sono i capi religiosi della «nazione». Il popolo crede generalmente alla metempsicosi : i buoni rinascono in forma di bambini, i cattivi invece in forma di cani. La poligamia è permessa e, malgrado che la legge lo proibisca, pare talvolta sia praticato il matrimonio fra fratello e sorella.
I D., popolazione guerriera e ardita, hanno avuto nel corso della storia degli emiri celebri, come Fahr ad-dîn (noto in Italia con il nome di "Faccardino"), che nel sec. xvir ebbe rapporti con il granduca di Toscana; e l'emiro Bašir nel sec. xix.
Bibl.: Ph. K. Hitti, The origins of the Druse people and religion, Nuova York 1928; N. Bouron, Les Druses, Parigi 1930. Alessandro Bausani
DRUSILLA ( Δ poóoı λ λ α ). - Terza figlia di Erode Agrippa I, sorella di Agrippa II, di Berenice e di Mariamme.
Aveva 6 anni alla morte del padre ( 44 d . C.), dal quale era stata fidanzata, circa un anno prima, ad Epifane, figlio di Antioco IV di Commagene, dietro promessa di conversione al giudaismo. Ma Epifane non volle poi assoggettarsi alla circoncisione, e il matrimonio non avvenne. Vi si assoggettò, invece, Aziz, re di Emesa, al quale D. andò sposa verso i 15 anni (Flavio Giuseppe, Antiq. Iud. XIX, 9, 1; XX, 7, 1). Ella, però, due anni dopo, cedette alle basinghe del procuratore Felice, che, invaghito della straordinaria bellezza di lei, la fece sua sposa, con la complicità di un mago di Cipro, giudeo di nome Simone ( o Atomos: variante di Antiq. Iud., XX, 7, 2). Da Felice, D. ebbe un figlio, perito o con lei o con la propria moglie (l'espressione di Flavio è ambigua) nell'eruzione del Vestvio il 79 d. C. (Antiq., Iud., XX, 7, 2). D., che, come altre giudee aristocratiche del tempo, ostentava interesse per le questioni religiose, figura a fianco di Felice, in un incontro quasi confidenziale con Paolo durante la prigionia di Cesarea (Act. 24, 24 sg.). L'Apostolo parlò «di giustizia, di continenza e del giudizio futuro», colpendo, cosi, Felice nel vivo. Dato che Svetonio (Claudio,
28) chiama Felice "marito di tre regine ", e, d'altra parte, Tacito (Hist., V, 9) dice che D., moglie di Felice, era nipote di Antonio e di Cleopatra, s'è pensato che il procuratore abbia avuto due D. per mogli. Probabilmente è soltanto un'inesattezza di Tacito.
Bibl.: E. Beurler, s. v. in DB, II, coll. 1505 sg.; A. C. Headlam, Herod, in Dict. of the Bible, II, p. 361; A. Stein, s. v. in Pauly-Wissowa, V, col. 1741; E. Schürer, Geschichte des Yödischen Volkes im Zeitalter Jesu Christi, I, 3^{°} e 4^{°} ed., Linea rooi, pp. 335-37, 364, 373, 377; E. Jacquier, Les A