D. per mogli. Probabilmente è soltanto un'inesattezza di Tacito.
Bibl.: E. Beurler, s. v. in DB, II, coll. 1505 sg.; A. C. Headlam, Herod, in Dict. of the Bible, II, p. 361; A. Stein, s. v. in Pauly-Wissowa, V, col. 1741; E. Schürer, Geschichte des Yödischen Volkes im Zeitalter Jesu Christi, I, 3^{°} e 4^{°} ed., Linea rooi, pp. 335-37, 364, 373, 377; E. Jacquier, Les Actes des Apôtres, 2^{°} ed., Parigi 1926, p. 588; G. Ricciotti, Paolo Apostolo, Roma 1946, pp. 477-81.
Teodorico da Castel San Pietro
DRUSO. - Prenome portato da due personaggi della famiglia di Augusto. 1) Nero Claudius Drusus (detto il Maggiore), figlio di Tiberio Claudio Nerone e di Livia seconda moglie di Augusto, n. nel 38 a. C. Sottomise i Reti nelle Alpi tridentine, domò una ribellione di Galli ma la sua maggiore impresa fu la guerra contro i Germani delle varie tribù dei Sigambri, Usipeti, Chatti, Cherusci, Suebi, Marcomanni. Creò il canale navigabile (Fossa Drusiana) tra il Reno e il mare. Morì in Germania nel 9 a. C.; le sue ceneri, accompagnate a piedi dal fratello Tiberio, che fu poi imperatore, e incontrate da Augusto stesso a Pavia, furono tumulate nell'Augusteo. Dalla moglie Antonia, figlia del triumviro, ebbe tre figli : Germanico, Livilla e Claudio. 2) Iulius Caesar Drusus (detto il Minore) figlio di Tiberio e di Vipsania Agrippina, n. tra il 15 e il 12 a. C., sposo di Livilla da cui ebbe i due gemelli Tiberio e Germanico. Combatté vittoriosamente nell'Illirico. Morì di veleno propinatogli dalla moglie per istigazione di Seiano.
Bibl.: C. Pietrangeli, La famiglia di Augusto (Civiltà Romana, 7), Roma 1938.
Nicola Turchi
DRUTMARO (Cristiano di Stavelot). - Esegata benedettino, n. all'inizio del sec. Ix in Aquitania, m. ca. l'870, probabilmente a Stavelot. Si formò nel monastero di Corbie, allora fervido centro di studi. Mandato ai monasteri di Stavelot e Malmédy (diocesi di Liegi), retti da uno stesso abate, vi tenne con onore l'ufficio di maestro.
Frutto del suo insegnamento furono i commenti a Matteo, Luca e Giovanni (di questi ultimi restano solo frammenti), che, stampati da Giacomo Wimpheling a Strasburgo nel 1514 e poi da Menardo Maldero ad Hagenau nel 1530, accesero una vivace polemica tra cattolici e protestanti per il passo di Matteo riguardante l'Eucaristia, tanto più che Stato di Siena attestava d'aver visto e Lione un manoscritto (oggi perduto) dove il testo discusso aveva un senso perfettamente cattolico. I protestanti fino a questi ultimi tempi (ad es., Dümmler) giudicarono D. un precursore di Zuinglio e di EcoIampadio e alcuni cattolici (ad es., Vernet e Geiselmann) ammisero che D. indulge a un simbolismo accentuato. Ben diverso sembra il giudizio da dare oggi, pur ritenendo autentico il testo eucaristico, un po' scabroso, che propone il Lebon in sostituzione di quello edito dal Migne (PL 106, 1474-77). D., cresciuto a Corbie proprio negli anni in cui si svolse la celebre controversia eucaristica tra Pascasio Radberto e Ratramno, si schiera a favore di Ratramno, ne assimila la dottrina e la fraseologia. Ora la critica imparziale diventa sempre più favorevole all'ortodossia del mordace avversario di Pascasio, perché i termini spiritualiter, figura, sacramentum, che abbondano sotto la penna di Ratramno e di D., si armonizzano, in un compiuto sistema, con la verità della presenza reale. Comunque il commento di D. a Matteo è notevole per la fedeltà, più unica che rara in quei tempi, al senso letterale e storico come fondamento di ulteriori considerazioni allegoriche.
Bibl.: E. Dümmler, Ober Christian von Stavelot und seine Auslegung zum Matthäos, in Sitz. der bönig. preussichen Akademie der Wiss. zu Berlin, 36-37 (1890), p. 935 sgg.; Hurter, I, coll. 825-26; F. Vernet, Eucharistie, in DThC, V, col. 1215;
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J. Lebon, Notes sur Christian de Stavelot, in Revue d'histoire ecclésiastique, 9 (1908), p. 491 sge.; F. Bois, Etude sur l'abbaye de Stavelot-Malmódy, Parigi 1924, passim; cf. anche H. Nelis, in Revue d'hist. eccles., 21 (1925), pp. 558-61 (recensione dell'opera precedente); J. Gisselmann, Die Eucharistielehre der Vorscholastik, Paderborn 1926, pp. 133-34; L. M. W. Laistner, A ninth-century commentator on the Gospel according to Matteno, in The Harvard Theol. Review, 20 (1927), pp. 129-49. Antonio Piolanti
DRUZBICKI, Kaspar. - Gesuita polacco, predicatore e scrittore, n. il 6 genn. 1590 a Sierada (Polonia maggiore), m. a Poznań il 2 apr. 1662. Insegnó logica, governò molti collegi, fu per 7 anni maestro dei novizi, 2 volte provinciale di Polonia (1629-33, 16501654). Con il P. Leczycki (Lancicius), D. è la figura più saliente tra i Gesuiti polacchi del sec. xvir. Di santa vita, fu favorito da grazie singolari ed anche del dono dei miracoli.
Scrisse sulle eccellenze di Gesù Cristo e sulla sua passione opuscoli di grande risonanza: Tractatus de variis Passionem D. N. Iem Christi meditandi modis (Lublino 1652). Ad eccezione però di questo e di due o tre altri scritti, la maggior parte delle opere di D. furono stampate dopo la sua morte. Le più celebri sono Drogo doskonalości chrześcijańskiej (Via della perfezione cristiana; Kalisz 1665); Przemysty zysku duchownego (Mezzi del profitto spirituale; Cracovia 1671); ed in lingua latina Tribunal conscientiae (Cracovia 1672); Provisiones sementutis (Kalisz 1673); Negatiatio spiritualis (Cracovia 1674); De perenui Divinae voluntatis intentione (Kalisz 1680); Lapis Lydius boni spiritus (Praga 1690) ecc. Tutte le opere spirituali furono raccolte dal p. D. Pawlowski (2 voll., Poznań-Kalisz 1686-91) precedute da una biografia e seguita dall'elenco completo dei suoi manoscritti.
Bibl.: Semmervogel, III, coll. 212-24; P. de Chastonnay, K. D. Ein ascet aus dem 17. Jahrh., in Stimmen aus Marie Lauch. 83 (1912), pp. 160-69. Arnaldo Lenz
DRYDEN, John. - Il poeta più rappresentativo dell'Inghilterra della restaurazione, n. ad Aldwinkle, nel Northamptonshire, nella seconda metà del 1631, m. a Londra il 10 maggio 1700.
Opportunista in politica, contó la morte di Cromwell in Heroic Stanzas (1658) e il ritorno di Carlo II in Astrea Redux (1660). Si diede poi al teatro, allora in voga ed erma di reazione al puritanesimo : si ricordano The Indian Emperor (1665), Annus mirabilis (1666) e The Conquest of Granada (1670). Nel 1681 passò alla satira, di contenuto storico e di modi aristocratici : nota è l'Absalon und Achilsspiel, contro il duca di Monmouth; più violenta Mac Flechnoe. Nel 1681 scrisse l'opera, in seguito ripudiata, Religio laici, in cui afferma che la religione offre, solo, all'uomo la possibilità di evadere dall'angustia terrena e attingere il divino e proclama la sovranità della Chiesa anglicana. Allorché, regnando Giacomo II, si converti al cattolicesimo, scrisse The Hind and Panther (1687): poecus allegorico in forma di fiaba, in cui la cerva, raffigurante la Chiesa cattolica, si apparta dagli altri animali (la lepre: Quacqueri; la scimmia : liberi pensatori; il cinghiale : anabattisti; ecc.) e discute con la pantera (Chiesa anglicana) sui problemi religiosi del tempo.
Molto interessante la adaptation: The fall of Man, in cui D., avendo ottenuto da Milton di poter mettere in dramma il Paradise Lost per difenderlo dalla critica ostile, trattò lo stesso problema religioso, ma in senso contrario all'autore del poema: "Al dogma egli oppone il dubbio; all'infinito materializzato del Milton che circoscrive l'universo all'antropomorfismo più netto, oppone lo scetticismo, che riduce la vita dell'individuo al sogno ed al fenomeno passeggero nel tempo e nello spazio; infine al Пávra xx^áx Xlay del Vecchio Testamento il suo pessimismo profondo e la realtà indiscussa del dolore universale" (G. Fornell, La restaurazione inglese nell'opera di 7. D., Firenze 1932, p. 46).
In un tempo di travagliate vicende, D., umanista e cattolico, volle e seppe elevarsi al di sopra delle discordie e delle fazioni, per uno sguardo più alto e sereno sulle dee e sugli avvenimenti.
Bibl.: M. Van Doren, The poetry of 7. D., Cambridge 1920, nuova ed. ivi 1931; Th. S. Eliot, 7. D.: the Poet, the Dramatist, the Critic, Nuova York 1932; C. Hollis, D., Londra 1933. Per altra bibl.: L. I. Bradvold-H. Macdonald, s. v. in The Cambridge Bibliography of English Literature, a cura di F. W. Bateson, II, Cambridge 1940, pp. 262-75. Franco Costabile
DUALISMO. - Dal latino dualis (deriv. da duo), è ogni indirizzo o sistema che, nell'interpretazione generale dell'universo, oppure in un particolare ordine di realtà, fatti o fenomeni, ammette l'esistenza di due principi eterogenei e opposti. E, ad es., dualista ogni sistema che difende la irriducibilità radicale di Dio e del mondo, della materia e dello spirito, dell'essere e del pensiero. Il termine, oggi di uso vario e molteplice, si ritrova la prima volta applicato alla religione persiana, in Th. Hyde, Historia religionis veterum Persarum eorumque magorum (Oxford 1700), cap. 9: il mazdeismo infatti, ricomparso più tardi nel manicheismo con la dottrina fondamentale dei due supremi principi indipendenti, del bene (Ormuzd) e del male (Ahriman), presenta un d. religioso-metafisico d'ordine universale ed assoluto; per il contenuto specifico di questa forma di d., che resta sempre uno dei riferimenti principali del termine, v. MANICHEISMO.
Nella storia del pensiero filosofico il d., come sistema di interpretazione della realtà e delle sue manifestazioni opposto al monismo, appare assai presto, determinandosi poi in forme molteplici, a seconda dei vari aspetti formali della realtà e del diverso ordine di fatti presi in esame dall'indagine filosofica. Una classificazione essenziale, se pure non completa fino alle più particolari e specifiche applicazioni, distingue il d. cosmologico-metafisico, antropologico (psicologico), gnoseologico (logico), etico, religioso. Dualistica è la concezione del mondo nella scuola pitagorica (sec. vi a. C.). Riposto nei numeri e nei loro rapporti il valore più intimo e essenziale della realtà, i pitagorici credettero anche di trovare in un'opposizione di ordine matematico la radice dei diversi aspetti antagonistici che presentano le cose: l'immamente antitesi di finito-indefinito, limitato-illimitato, di-spari-pari che vive nei numeri, esprime la radicale opposizione dualistica della realtà cui si riduce ogni altra forma di opposizione nel campo fisico, metafisico, etico, ad es. luce-tenebre, perfetto-imperfetto, bene-male. Il d. cosmologico, in una forma che presenta analogie con la dottrina fondamentale del d. persiano, appare in Empedocle (sec. v a. C.) che riporta tutti i movimenti e fenomeni corporei a due primordiali forze o principi antitetici, l'Amore ( \mathrm{or} \mathrm{Ma} ) e l'Odio (velloso). Poco dopo, Anassagora, elevandosi sulla indagine essenzialmente naturalistica dei primi Ionici, pone, a spiegazione del mondo, accanto alla materia passiva una razionalità ordinatrice (voüc). D., questo, metafisico-teologico, che non sarà superato, anzi verrà espresso in forme più mature nella maggiore speculazione greca: tanto in Platone che in Aristotele, la materia eterna e passiva resterà come posizione assoluta di fronte alla suprema intelligenza artefice e ordinatrice.
Ma in Platone il momento dualistico è essenziale anche per rapporto ai rimanenti motivi della sua speculazione filosofica: il mondo intelligibile separato e opposto al mondo sensibile (i precedenti di questo d. gnoseologico si trovano in Socrate e nella stessa speculazione presocratica, particolarmente in Eraclito e Parmenide), l'anima preesistente e violentemente congiunta con il corpo, costituiscono le espressioni più radicali del d. gnoseologico e antropologico del platonismo. E nonostante la correzione che vi apportò l'aristotelismo, l'indirizzo dualistico della filosofia di Platone passerà, con risonanze prevalentemente etico-religiose, allo stoicismo, alla speculazione ellenistica e al neo-platonismo che accentueranno, in forme diverse, l'opposizione radicale tra materie e spirito, anima e corpo, sensi e ragione, passioni e libertà. La particolare opposizione proclamata
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dallo gnosticismo fra il Dio del Vecchio e il Dio del Nuovo Testamento, è un'analoga espressione di questa forma di d. E un riflesso del d. platonico sembra talora affiorare anche in alcune correnti dell'oscetica cristiana, ove è troppo inasprito, a detrimento dell'armonia e vivente unità psicologica della persona, il contrasto fra carne e spirito, natura e grazia.
Nel pensiero medievale un singolare d., che avrà anche a più riprese echi nella speculazione cristiana dell'Umanesimo e del Rinascimento, è offerto dalla teoria averroistica delle "due verità ", di ragione e di fede, indipendenti e talora contraddittorie fra loro.
Nella filosofia moderna è ripreso con Descartes un rigido d. antropologico: affermata la radicale opposizione fra spazialità (res extensa) e coscienza (res cogitans), l'unità naturale del composto umano è nel pensiero cartesiano nuovamente spezzata, a beneficio di un eccessivo spiritualismo che riproduce in forma nuova la teoria dualistica di Platone. E noto come il d. cartesiano abbia influito sulla posizione antitetica del monismo di Spinoza in cui materia e spirito, spazialità e coscienza sono ridotte a pure espressioni o attributi di un'identica sostanza. In Kant si afferma invece un radicale d. gnoseologico con la separazione introdotta fra realtà e pensiero, dato di esperienza e forma trascendentale, fenomeno e noumeno: d. che ricompare nella teoria morale dell'autore del criticismo, con la irriducibile opposizione stabilita fra natura e moralità, valore etico e finalità.
Accanto a queste forme eccessive di d., v'è una espressione moderata di esso che si impone a una speculazione filosofica oggettiva e che la filosofia tradizionale continua a difendere contro le estreme affermazioni del monismo sia materialistico che spiritualistico. Anzitutto nel campo metafisico-teologico la dualità di finito e infinito, contingente e necessario, mondo e Dio è un risultato positivo dell'indagine razionale sui dati offerti dalla realtà e dall'esperienza : d., questo, fondamentale nella filosofia cristiana, in opposizione alle varie forme di panteismo monistico.
Nel campo psicologico la filosofia tradizionale, se rifiuta l'estremismo platonico-cartesiano, afferma tuttavia la essenziale distinzione e trascendenza dell'anima umana sulle pure forze e attività fisico-fisiologiche della materia, rifiutando cosi tutte le soluzioni materialistiche del problema antropologico, nelle quali sono irreparabilmente compromessi i certissimi valori etico-religiosi della persona umana. Parallelamente e di conseguenza, è anche affermato un temperato d. gnoseologico nel riconoscimento di un superiore valore e funzione dell'intelletto, essenzialmente distinto dalla sensibilità, se pure in intimo e costante rapporto con essa. Inoltre, all'idealismo trascendentale della filosofia moderna, il pensiero tradizionale oppone il d. di essere e pensiero, soggetto e oggetto, come risultato immediato dell'indagine eri-tico-metafisica sul contenuto dell'esperienza. Finalmente, nel campo morale, la filosofia cristiana, se nega la opposizione kantiana fra i valori subordinati del piacevole e dell'utile e il valore etico, tuttavia ne afferma la essenziale eterogeneità, riconoscendo alla moralità, contro ogni forma di edonismo e eudemonismo (v.), una posizione assoluta e incondizionata. v. CONOSCENZA; DIO; IDEALISMO; MONISMO; PANTEISMO.
Bibl.: L. Stein, Dualismus oder Monismus?, Berlino 1909; M. Stedanescu, Le dualisme logique, Parigi 1915; S. Pétrement, Le dualisme chez Platon, les gnostiques et les manichéens, Parigi 1947. Per indicazioni storiche generali: R. Eisler, Wörterbuch der philos Sagr., 4^{4} ed., Berlino 1927, pp. 294-96; W. Windelband, Storia della filosofia, vers it. di C. Dentice D'Accadia, Palermo-Milano 1938.
Ugo Viglino
DU BAY, MICHELE: v. BAIUS, MICHELE.
DUBBIO. - I. Filosofia. - Da dubius, incerto, esitante (forse dalla radice duo, analogicamente al ted. Zwei-fel), è l'indecisione del pensiero fra il si e il no, sia per mancanza di prove positive pro e contro un'affermazione (d. negativo), sia perché le ragioni si equilibrano elidendosi (d. positivo). E lo stato mentale direttamente opposto alla certezza (v.), distinto dall'opinione, o assenso provvisorio dato a una proposizione probabile; diverso anche dall'ignoranza propriamente detta, perché, a differenza di questa, nel d. è presente alla coscienza, anche se con semplice valore di problematicità, l'espressione oggettiva del giudizio. Per questo il d., psicologicamente, non può mai essere uno stato puramente passivo, ma importa una attiva presa di posizione, benché in senso negativo, di fronte a un oggetto di pensiero.
La classificazione comune distingue il d. scettico, che è definitivo per rapporto a un dato oggetto, e il d. metodico che è ammesso provvisoriamente, fino a che la ricerca critica non lo risolva in certezza positiva o negativa. Il d. metodico a sua volta vien distinto in reale, se importa una vera sospensione dell'assenso, e fittizia, se è soltanto simulato ai fini di una ricerca più libera e indipendente. Nel d. fittizio ci si regola come se si dubbasse, manca però lo stato psicologico proprio del d. Quanto al d. scettico (v. scetticismo), è da notare che, quando esso presuma d'essere universale, implica una interna contraddizione psicologico-logica. Infatti ogni d. importa almeno la certezza di sè e del soggetto pensante; e accettare come soluzione il d. universale è esprimersi in un giudizio di valore, quindi di certezza : affermando che tutto è d. si pone la certezza del d. E quanto rilevava già con energica chiarezza a. Agostino contro gli accademici (cf. De vera Relig., 39, 73; De Civit. Dei, XI, 26).
Il d. metodico, d'uso universale nella filosofia fin da Aristotele (cf. Met., I, 1; III, 1), e costantemente praticato dagli scolastici, sebbene per lo più come d. fittizio, costituisce l'essenza del metodo cartesiano che, partendo da un d. esteso a ogni nostra conoscenza e opinione, mira a ritrovare la certezza in seno allo stesso d., nell'affermazione del soggetto pensante, "cogito ergo sum" (Discours de la méthode, parte 4^{2}, Medit. 19). Senza giungere all'estensione del d. cartesiano (da taluni inteso come d. universale e quindi non metodico: Mercier, p. 73), sono evidenti le ragioni di utilità del d. metodico in ogni campo del sapere, stante il vasto margine di incertezza delle conoscenze umane, in funzione dei limiti dei nostri poteri conoscitivi e della complessità del vero. Accanto a questo d. legittimo e prudente, che il pensiero coscientemente ammette e sa nello stesso tempo dominare, la psicologia conosce alcuni stati mentali d'ordine patologico di indecisione e perplessità, sia teoretica che pratica, generalmente circoscritta a un campo determinato di oggetti, in cui il d. prende il sopravvento e sovrasta ogni potere di discernimento dell'individuo che ne è affetto. Rientrano in questa categoria quella che vien denominata follia dal d. e lo scrupolo.
Nella filosofia moderna, di fronte a sistemi decisamente costruttivi (ad es. l'idealismo), il d. razionale teoretico è stato accentuato dalle tendenze positivistiche, pragmatistiche, esistenzialistiche, e, in genere, da tutti gli indirizzi che sostituiscono all'evidenza, come base della certezza, la fede o il sentimento (v. CREDENZA; FIDERMO).
Bibl.: V. Alemanni, Introduzione a una psicologia del d., Torino 1903; R. Mondolfo, Il d. metodico e la storia della filosofia, Padova 1905; F. Solier, Le doute, Parigi 1909; C. Santroui, Doute méthodique et doute fictif, in Revue des sc. phil. et théol., 3 (1909), pp. 433-46; F. H. A. Montaigne, Le doute méthodique selon st Thomas d'Aquin, in Revue thomiste, 18 (1910), pp. 433 36; D. Mercier, Critériologie générale, 8^{e} ed., Lovanio-Parigi 1923, pp. 54-91; P. Cony, Critica, 3^{e} ed., Roma 1932, pp. 39108; R. Verncaux, Doute et croyance, in Rev. philos. de Louvain, 45 (1947), pp. 21-44.
Ugo Viglino
II. MORALE E DIRITTO CANONICO. - Nel d. occorre distinguere l'aspetto filosofico, meramente spe-
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culativo, e l'aspetto pratico, sotto cui soprattutto lo si contempla in teologia morale e in diritto. Innanzi tutto per rispetto all'oggetto il d. che interessa il mondo etico e giuridico è quello che verte circa la norma di onestà in concreto, cioè circa le leggi pratiche della vita e si oppone alla sola certezza morale (v. CERTEZZA), non a qualsiasi certezza.
La certezza morale di cui parlano i teologi ed i giuristi, e che si richiede a ben vivere, non è la certezza morale, perfetta e filosofica, ma la certezza largamente ed impropriamente detta, cioè è sinonimo di massima probabilità. Quindi astrattamente parlando si ha una precisa differenza tra certezza morale, opinione, sospetto e d., tutti gradini di una scala di ascesa verso la determinazione e l'adesione del nostro intelletto al vero speculativo, come al vero pratico. Nella certezza si ha la fermezza di adesione dell'intelletto, nell'opinione si ha un'adesione imperfetta; nel sospetto un'adesione appena incipiente; nel d. sospensione di assenso.
Ma in pratica si parla di d. in morale e in diritto non solo quando la mente si astiene dal pronunziarsi, ma anche quando la mente appena sospetta o aderisce in base a motivi appena probabili. E ciò spiega l'uso di certe locuzioni ormai entrate nel linguaggio teologico: coscienza dubbia, perplessa, le quali in sé considerate sembrano contraddittorie (coscienza=giudizio pratico... - d. = sospensione di giudizio...).
Lo stato di d. si avrebbe, per sé nel senso filosofico, quando di fronte a due tesi contradittorie non si hanno assolutamente motivi per decidersi, né in favore di una, né in favore dell'altra (d. negativo). Ed invece nel campo etico si parla ancora di d., quando i motivi ci sono, ma non sono determinanti né da una parte né dall'altra (d. positivo). Ed infine si parla ancora di d., quando i motivi esistono da una sola parte, ma non sono convincenti e non raggiungono se non un certo grado di probabilità (d. probabile).
Secondo la forza dei motivi che impediscono l'assenso il d. sarà grave o leggero, prudente od imprudente, vincibile od invincibile. Se il d. inoltre tocca l'esistenza, l'obbligazione o l'estensione della legge, si parla di d. di diritto (dubium iuris); se invece il d. volge sull'esistenza del fatto stesso o sulla sua comprensione nell'àmbito della legge, d. di fatto (dubium facti). Il d. «iuris * è speculativo, se la liceità o l'illiceità dell'azione viene considerata in astratto ed in genere; pratica, se il d. verte circa l'azione che si deve porre attualmente.
Si osservi subito che con il d. pratico, non è mai lecito agire, poiché chi in tali condizioni passa all'azione dimostra di essere indifferente ed al bene ed al male, e questa indifferenza è di per sé cattiva, in quanto è un consenso ipotetico al male. E necessario uscirne o se non si può ed il soggetto deve assolutamente agire, è necessario che ci si attenga a ciò che è più sicuro, cioè a quello che più favorisce l'obbligazione, secondo l'assioma : «In dubiis practicis tutior via est eligenda». Si parla di d. positivo, perché in pratica il d. negativo viene trascurato, come se non esistesse. Ma è anche da osservare che non sempre colui che è nel d. speculativo od anche speculativo con riflesso generale alla pratica (spe-culativo-pratico), manca di un giudizio pratico certo della liceità od illiceità soggettiva e formale dell'azione che deve compiere. Spesso la mente ritornando su se stessa può trovare un principio riflesso sufficente a farla determinare in un senso o nell'altro. Ad es., qualcuno può dire a se stesso : «sebbene mi risulti dubbia la moralità di questa azione, è tuttavia certo che la debbo fare, se il superiore me la comanda, perché la presunzione sta per il superiore».
In specie si può avere un giudizio pratico certo, pur rimanendo il d. speculativo, e può sorgere la consapevolezza di una obbligazione, ogni volta che si presenta
l'obbligo certo ed assoluto di ottenere un fine determinato, che altrimenti forse non si conseguirebbe, ad es., ogni volta che l'effetto buono (la salvezza, un Sacramento, la sanità) è da raggiungersi nel modo più sicuro o quello cattivo (dannazione, morte, danno) è assolutamente da evitarsi, e non si dubita soltanto dell'onestà, ma anche della necessità od efficacia del mezzo a ció richiesto e della validità dell'atto o del fatto. Allora interviene una legge superiore certa, che comanda : * in dubiis de validitate actus ponendi tutius esse agendum x.
Per questo giudizio riflesso l'obbligazione oggettivamente incerta diventa soggettivamente certa. E la ragione del ricorso al principio riflesso del tuziorismo è semplice. Non si tratta in questi casi di semplice onestà dell'azione, la quale in fondo dipende solo dalla nostra ragione e coscienza; ma si tratta del valore dell'azione stessa o della rimozione di un danno nostro o altrui, le quali cose non dipendono da noi, non parendo il nostro apprezzamento cambiare la natura delle cose.
Così si spiega come chi dubita ragionevolmente di essere nella verità e tuttavia trascura di conoscere la vera fede, pecchi gravemente o leggermente, secondo il grado di negligenza. Chi, conseguita la vera fede, semplicemente sospenda il suo giudizio su una verità proposta da credere, pecchi contro l'obbligo di fare un atto di fede; e se il d. è pertinace, divenga eretico (can. 1825 § 2). Chi contro il principio riflesso : a nemo censetur malus, nisi probetur "sospenda il proprio giudizio buono sulla condotta morale del prossimo, senza alcuna ragione, pecchi almeno venialmente. Così si spiega come il confessore che dubiti delle disposizioni del penitente debba rifiutare o differire l'assoluzione, trattandosi della validità di un Sacramento.
Colui infine che dubita non già del valore dell'atto o dell'assoluta necessità del mezzo richiesto, ma solo dell'onestà dell'azione o del valore cogente del precetto, dovrà, come si è detto, astenersi dall'azione, od agire secondo ciò che è più sicuro, cioè secondo ciò che più favorisce l'obbligo di legge, oppure dovrà sforzarsi di risolvere il d. pratico attraverso un ulteriore esame o ricerca di motivi o diretti, siano essi intrinseci od estrinseci, o indiretti (principi riflessi).
E a proposito di questi principi riflessi, che valgono a dare una qualche certezza pratica, sufficente ad agire, che si innestano i sistemi morali. Fu appunto quando il Gastani chiari la distinzione tra d. pratico e speculativo, che si aprì la via all'elaborazione dei medesimi.
Alcuni di questi sistemi, tra i principi riflessi, che elaborarono o ricavarono dalle fonti giuridiche, applicandoli indistintamente in tutto il campo etico, insistettero su quello oggi notissimo «Lex dubia non obligat x, originato, come pare, da tre «regulae iuris» poste da Bonifacio VIII alla fine del Liber sextus (cc. II e 30, 37 R. J. in VI), di cui l'ultima, tratta da una «regula iurta» romana, la l. 172, D. 50 , fu generalizzata così : «contra eum qui legem dicere potuit apertius, est interpretatio facienda». Ma l'elaborazione del principio è tutta opera dei moralisti, i quali, dopo aver ripetuto gli argomenti tradizionali che dimostrano la necessità della promulgazione, perché la legge sia obbligatoria, affermano che nel caso che la legge sia dubbia, non si può parlare di una promulgazione sufficente, poiché, anche se la promulgazione è avvenuta con le forme dovute, con essa non è stato reso noto, se non un comando equivoco, dubbio, e perciò, in realtà, nulla è stato reso noto; manca in realtà la promulgazione. Ma poiché, mancando la promulgazione, la legge non obbliga, è possibile affermare il principio : «lex dubia non obligat» (cf. s. Tommaso, De veritate, q. 17, a. 3; Sum. Theol., 1ª-\mathbf{2}^{\mathrm{ae}}, q. 90, a. 4; s. Alfonso, Theologia moralis, I, n. 55 [ed. L. Gaudé, I, Roma 1905, p. 25]).
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Il principio è oggi comunemente accettato con le riserve che abbiamo fatto sopra circa il diverso stato di d., e in fòro interno ed in fòro esterno.
Il CIC lo ha accolto e regolato nel can. 15 che si riappella ancora alla distinzione tra d. di diritto (iuris) e di fatto (facti). In caso di d. di diritto, la legge positiva canonica non obbliga, anche se si tratti di leggi che dichiarano la nullità dell'atto o l'inabilità delle persone (irritanti ed inabilitanti). Va osservato però che qui si tratta di d. oggettivo e non soggettivo, come sopra: tuttavia, stante questa dichiarazione del legislatore, anche soggettivamente lo stato di d. è risolto nel senso della più completa libertà di agire.
Va però ancora osservato che la legge non potrà dirsi oggettivamente dubbia, se non dopo osservate le norme date dal legislatore per l'interpretazione (v; cf. anche cann. 6, 4; 17 § 2, 18, 23, 50, 68).
Nel d. di fatto per sé occorre ricorrere all'Ordinario, il quale è autorizzato a dispensare, quando si tratta di dispensa che la S. Sede suol dare. Accidentalmente, se il d. di fatto si trasforma in d. di diritto, il soggetto che dubita può di per sé ritenersi libero dall'obbligazione.
Inoltre nel CIC stesso vengono date soluzioni legali particolari specialmente in caso di d. di fatto.
Il legislatore si mostra così benigno, quando si tratta di d. sulla sufficenza della causa richiesta per la dispensa : la dispensa si può lecitamente chiedere e lecitamente e validamente dare (can. 84 § 2). Quando sorgesse un d. (positivo e probabile) di diritto o di fatto circa l'esistenza della giurisdizione (v.) richiesta, la Chiesa supplisce di per sé all'eventuale difetto in foro interno ed esterno (can. 209). Così in specie il legislatore dichiara validi gli atti del vicario generale e del vescovo, finché persiste in loro il d. della cessazione della giurisdizione (can. 430 \S 2 ).
Sul d. di diritto o di fatto il CIC fonda varie presunzioni e favori di legge: in favore della libertà a contrarre matrimonio (can. 1035), che non si può impedire, anche in caso di impotenza dubbia (can. 1068 § 2), ma solo in caso di dubbia esistenza di alcuni impedimenti certamente o almeno probabilmente di diritto naturale (can. 1076 § 3); in favore del matrimonio contratto, che è ritenuto sempre valido, ed esistente il vincolo, finché non si dimostri con certezza il contrario (can. 1014, 1069 § 2), anche se il d. cade sulla validità del Battesimo di una delle parti e si affaccia la probabilità di un originario impedimento di disparità di culto (can. 1070 § 2, e v. disparità di culto); in favore della fede, per cui in questioni dubbie connesse o con il privilegio paolino (v.) o con la potestà vicaria, di cui gode il pontefice in materia di matrimoni tra un coniuge battezzato ed uno non battezzato, la questione è da risolversi sempre in favore della libertà della parte fedele (can. 1127), salvo che con ciò vi sia il pericolo di sciogliere un matrimonio rato e consumato; in favore della chiesa parrocchiale in questioni dubbie sorte con altre chiese non parrocchiali (can. 1217); in favore del reo, che nel d. deve essere assolto, fatte alcune riserve, anche in materia civile (can. 1069 § 4); ma soprattutto in materia penale (can. 2233 § 1). Ancora: in caso di d. in materia di azioni e rimedi possessori, il possesso deve essere attribuito ad ambedue le parti (can. 1697 § 2); ed in materia di censure, la riserva della pena non è più vincolante (can. 2245 § 4).
Tuttavia anche in fòro esterno, quando è in giuoco la necessità e l'efficacia del mezzo o la validità dell'atto, il legislatore, in caso di d., comanda di scegliere la via più sicura. Così quando esiste un d. prudente di diritto e di fatto, se i Sacramenti sono stati realmente o validamente conferiti, comanda la reiterazione dei medesimi sotto condizione (cann. 732 § 2; 746 § 4; 747-48). Ciò vale soprattutto per il Battesimo, la Cresima e l'Ordine Sacro, Quanto all'Eucarestia, alla Penitenza e alla Eatrema Unzione la reiterazione è di per sé permessa. Quanto al
Matrimonio, per motivi sociali, come si è visto, il legislatore si attiene ad una contraria presunzione, ma non esclude, anzi favorisce la convalidazione cosiddetta ad cautelam. Per le stesse ragioni quando poi si dubiti della capacità di un confessore o di un predicatore, già approvati, il legislatore concede che possano essere richiamati a nuovo esame (cann. 877 § 2; 1340 § 2). E qui il luogo di accennare appena alla forma dubitativa, in cui nel CIC e nella prassi giudiziaria canonica è concretato l'oggetto della lite: "an constor a (o simili); l'atto processuale stesso attraverso cui avviene la determinazione, è detto concordanza del d. (cf. cann. 2082, 2104, 2124, 2127, n. 2^{°}, 2128,2131,2140 ).
Lo stesso si usa nella prassi amministrativa delle Congregazioni romane per le questioni poste e le risposte date alle medesime. Cosi pure sono formulate le risposte della Pontificia Commissione per l'interpretazione autentica dei canoni di diritto canonico.
Bibl.: Cf. tutti i testi di teologia morale, trattato - De consciencia e testi di diritto canonico, commenta al can. 15 CIC; ed inoltre: G. Wafleburt, De dubio salvando in re morali, Lovanio 1880; L. Ollé-Laprune, De la certitude morale, Parigi 1908; A. Chaffet, Dante, in DThC, IV, coll. 1811-20; D. Mannaiah, De obligatiundant Christoworum propriis quibus in genere dubio baptizati obriusquatur, Roma 1913; A. Trombetta, Sappiet Ecclesia seu Commentarium in can. 109 CIC, Napoli 1931; P. Richard, De la probabilité à la certitude pratique (Etudes de théol. morale, 2), Parigi 1933; J. Mannine, Pressuoption of loss in matrimonial procedure, Washington 1935; C. Perrins, s. v. in Novice dig. ital., V, pp. 242-43; F. Hurt, Adnotationes in Allocutionem 1941, in Periculica de re morali, canonica et liturgica, 31 (1942), pp. 348 66; R. Philippor, De dubio in iure praesertim canonica..., Burges-Namur 1947; R. Naz, Dante, in DDC, IV, coll. 1437-43. Pietro Palazzini
DUBLANCHY, Edmond. - Teologo, n. a Bruville (diocesi di Metz) il 21 genn. 1838, m. il 26 genn. 1938 a Differt (Lussemburgo belga). Compiuti gli studi ecclesiastici a Nancy, entrò già diacono nella Società di Maria (padri maristi), dove fece la professione religiosa e fu ordinato sacerdote. Per 4 anni (1881-82 e 1884-87), insegnò a Dublino S. Scrittura e teologia dogmatica; poi filosofia e dogmatica negli scolasticati della sua società, in patria e all'estero (Spagna e Stati Uniti).
A Washington ottenne il dottorato all'Università cattolica (1895) e pubblicò la tesi Extra Ecclesiam nulla salus (Bar-le-Duc 1895, pp. 442). Tornato in Europa, insegnò teologia al seminario di Moulins (1897-1900), a Montbel (1900-1903) e a Differt (1903-10); nel 1913 fu allo Scolastico internazionale di Roma e nel 1925 ritornò a Differt, a insegnare S. Scrittura, storia e quindi dogmatica e morale fino al 1935. Collaborò a riviste di teologia (ad es., Revue thomiste, 1918-19) e al Dictionnaire de théologie catholique. Scrisse La voie de Pierre pour l'independance du Pape (Parigi 1926). La morte gli impedì di condurre a termine un libro sulla S.ma Vergine.
Bibl.: anon., Necrologio di E. D., in La Scuola Cattolica, 66 (1938), p. 637. Cesare Berrida
DUBLINO (Dublin), arcidiocesi di. - Nell'Irlanda. Il nome proviene dal gaelico Duibhlinin che significa fonte nera. Il territorio dell'arcidiocesi fu visitato da s. Patrizio, l'apostolo dell'Irlanda, che costitul vescovi nel distretto. Il santo organizzó la Chiesa irlandese su base episcopale; ma un secolo ca. dopo la sua morte ( 46 I), questo stato di cose fu sostituito da una organizzazione basata sul monachesimo, da lui stesso introdotto. Ciò significa che l'abate del monastero divenne il moderatore spirituale del territorio adiacente. In molti casi egli era vescovo; altrimenti aveva un vescovo nella sua comunità che disimpegnava le funzioni episcopali. Questo sistema si protrasse sino al sec. xir, quando un sinodo del 1100 organizzò finalmente la Chiesa irlandese su base diocesana come nel resto del continente europeo. Poiché la sede vescovile di D. fu
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fondata solo nel 1038, e d'altra parte non abbiamo alcun ricordo di monasteri in D. per il periodo precedente, bisogna concludere che coloro i quali vengono designati come vescovi di D. prima di questo periodo, appartenessero a comunità monastiche del territorio circostante. Tra questi vescovi primitivi sono da ricordare s. Livino e s. Runoldo primo vescovo di Malines. Entrambi morirono martiri nel Belgio; il primo nel 663 e il secondo nel 775 .
La città di D. fu fondata dai Danesi invasori nell'832, e un regno danese vi si mantenne per i tre secoli successivi. Circa la metà del sec. 2 questi predoni pagani si aprirono all'influsso della fede cattolica per mezzo dei monaci della Nortundria, un regno danese dall'Inghilterra. Nel 1038, Donatus, un irlandese, divenne primo vescovo di D. Ma siccome i Danesi avevano ricevuto il Vangelo dall'Inghilterra, consideravano Canterbury come la loro metropoli spirituale; percio Donatus e i suoi quattro successori immediati furono consacrati dall'arcivescovo di quella sede.
Questa dipendenza cessò quando nel 1331 D. fu eretta a sede metropolitana da un sinodo irlandese presieduto da un legato papale.
Nel 1169 avveniva l'invasione anglo-normanna dell'Irlanda che presto metteva D. tra le sue conquiste. L'arcivescovo durante questo periodo era s. Lorcan o Tuathail (anglicizzato Laurence o Teolo), distintosi per il suo zelo pastorale, patriottismo e carità. Morì a Eu in Normandia nel 1180 , mentre si recava in aiuto del suo popolo e fu canonizzato da Onorio III nel 1226.
Nel 1185 fu stabilito che la diocesi di Glendalech, fondata da s. Goengen (o Kevin) nel sec. vi, sarebbe stata unita a D. dopo la morte del suo vescovo in sede, avvenuta nel 1214 .
Dopo s. Lorcan, gli arcivescovi di D. furono per un periodo di quattro secoli tutti oriundi inglesi, nominati dal monarca di quelle regione. Molti di questi arcivescovi rifiutarono di riconoscere i diritti primaziali di Armagh, ottenendo bolle papali in favore del loro atteggiamento. D'altra parte gli arcivescovi di Armagh (v.) avevano dalla loro diritti esistenti da parecchi secoli che a loro volta furono pure sanciti dalla S. Sede. Un tentativo fu fatto a Roma nel 1353 per regolare la controversia e si decise che l'arcivescovo di Armagh si sarebbe chiamato Primas totius Hiberniae mentre quello di D. Primas Hiberniae semplicemente, ad imitazione dei prelati di Canterbury e York in Inghilterra. Ma la vertenza non ebbe termine e ancora nel sec. xviII l'arcivescovo di Armagh si riservava l'appello su D.
Degno di menzione tra gli arcivescovi del periodo della riforma è Pietro Talbot, morto in prigione nel 1680. E in corso la sua causa di beatificazione.
Preziosi manoscritti liturgici sono conservati nel Trinity College, tra questi il a Libro di Armagh e dell'anno 807; altri nella Royal Irish Academy, tra i quali il messale di Stowe (v. CELTI, IV: LITURGIA).
L'arcidiocesi in kmq. 3184 comprende 90 parrocchie, 170 chiese, 1 vescovo ausiliare, 446 sacerdoti dio-
cesani e 578 regolari, 3 seminari; 40 comunità di religiosi laici, 139 conventi di suore. Su una popolazione complessiva di 709.729 \mathrm{ab} ., 639.542 sono cattolici (1949). La cattedrale è dedicata a Maria SS.ma.
BibL: A. Bellescheim, Geschichte der Kathol. Kirche in Irland, 3 voll., Friburgo in Br. 1891; M. V. Roman, The Reformation in Dublin, 1336-38, Dublino 1926; J. F. Kenney, The Sources for the early history of Ireland. I. Ecclesiastical. Nuova York 1929; Cottinesu, I. 1004; Irish Catholic Directory and Almanach 1949, Dublino 1949, pp. 207-43. Dionisio Mac Dsid DUBLIN REWIEW, THE.-Rivista trimestrale cattolica inglese. Fu fondata nel 1836 da Daniel O'Connel e da Nicholas Wiseman, poi cardinale, con il precipuo scopo di controbattere la Edinburg Review, organo calvinista acerbamente ostile al cattolicesimo, e prese il nome di Dublino dal maggior centro cattolico della Gran Bretagna. Ebbe celebri collaboratori, tra cui i cardd. Waughan e Manning, e, tra i contemporanei, Hilaire Belloo, Christophe Dawson ecc. Si pubblica a Londra presso Burns Oates e Washbourne. Giuseppe Graglia
DUBLOCQ, Jean. - Architetto belga, n. a Mons il 25 marzo 1583 , m. ivi il 25 genn. 1656. Entrato nella Compagnia di Gesù in qualità di fratello coadiutore ( 1606 ), fu occupato tutta la vita nella costruzione di chiese e di collegi.
Le sue opere maggiori sono le chiese dei Gesuiti a Lussemburgo (che fu poi cattedrale nel sec. xix), Arras e St-Omer, le cappelle del noviziato di Tournai e del collegio di Maubeuge.
Caratteristiche sue la fedeltà agli schemi tradizionali del gotico, temperate però da una crescente sensibilità verso le forme nuove, rinascimentali e barocche, che penetravano allora nel Belgio dalla Francia e dall'Italia.
BibL.: J. Braun, Die belgischen Seuchenkirchen, Friburgo in Br. 1907, pp. 46-95; J. H. Plantenga, L'architecture religieuse du Brabant au XVIIr siècle, L'Aix 1926, pp. 77-82; P. Parent, L'architecture des Pays-Bas méridionaux aux XVIr, XVIIr et XVIIIr siècles, Bruxelles 1926, pp. 73-80 e 96-143 e passim. Edmondo Lamalle
DUBOIS, François: v. sylvius françois. DUBOIS, FRANÇOIS-CLÉMENT-THÉODORE. Musicista, n. a Rosnay il 24 ag. 1837, m. a Parigi l'1 i giugno 1924. Vinse il primo premio di Roma, e fu maestro di cappella prima a S. Clotilde (1861) poi alla Maddalena.
Professore di composizione, quindi direttore al Conservatorio (1896-1905). E conosciuto soprattutto per le sue opere vocali ed orchestrali. Gli oratorii Les sept paroles du Christ, e Le paradis perdu (1878) sono tra le sue composizioni più pregiate. Nel 1899 scrisse Le baptême de Clovis, ode latina su un testo del papa Leone XIII e nel 1897 il poema sinfonico Notre Dame de la mer. Compose anche opere da teatro.
D. è autore di un pregiato Trattato di armonia (Parigi 1921) che compose dopo aver prima completato quello del Rèber.
Pietro Thomas
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DUBOIS, LOHIS-ERnEST. - Rilratto.
DUBOIS, Guillaume. - Cardinale ed uomo politico francese, n. a Brives-la-Gaillarde il 6 sett. 1656, m. a Versailles il 10 ag. 1723. Interrotta la carriera ecclesiastica alla quale si era avviato, fu precettore di Filippo d'Orléans, allora duca di Chartres.
Essendo stato questi, alla morte di Luigi XIV, proclamato reggente per il piccolo Luigi XV, il D. entrò a far parte del Consiglio di Stato, ove, benché non più giovane, spiegò un'attività infaticabile nel disbrigo degli affari di politica estera. Suo obbiettivo principale fu quello di tutelare la pace di Utrecht del 1713 contro Filippo V di Spagna e il di lui primo ministro card. Alberoni, attraverso la costituzione di una alleanza antispagnola tra Francia, Inghilterra ed Olanda. La Triplice, grazie alla sua abilità, divenne un fatto nel 1718 e, trasformatasi poco dopo in Quadruplice, per l'adesione dell'Austria, piegò la Spagna, dopo una breve lotta e la costrinse, col trattato dell'Aia del 1720, a desistere da qualunque ulteriore tentativo. In Europa settentrionale la politica del D. condusse nel 1721 alla pace tra la Svezia, la Danimarca e la Russia.
Nel 1721 fu eletto cardinale da Innocenzo XIII, che non seppe resistere alle insistenze della corte di Francia. Un anno prima aveva ricevuto gli Ordini sacri ed era perfino riuscito con abili maneggi a farsi nominare vescovo di Cambrai. Nel 1722 fu investito della carica ambitissima di primo ministro, che conservò fino alla morte.
Il D. fu giudicato assai male dai suoi contemporanei, che ne biasimarono l'ambizione e l'assoluta mancanza di scrupoli.
Bibl.: H. Leclercq, Historie de la régence pendant la minorité de Louis XV, 3 voll., Parigi 1921-22; P. Muret, La prépondérance anglaise, 2^{\text {e }} ed., ivi 1942 (v. indice), e la bibl. ivi citata.
Giuseppe De Rosa
DUBOIS, Jean-Antoine. - N. il 10 genn. 1766 a St-Remèze. Entrato nel seminario delle Missioni estere di Parigi ed ordinato sacerdote nel 1791,
parti il 29 genn. 1792 per il Malabar (India). Dopo un breve soggiorno a Salem, fu inviato (1792) nel Maissour, ove ricondusse alla fede molti fedeli che avevano apostatato e propagò anche la vaccinazione.
In quel periodo scrisse la sua opera Moeurs, institutions et cérémonies des peuples de l'Inde, che fu pubblicato prima in inglese (Londra 1817), poi in francese (Parigi 1825) e in spagnolo (1829) ed ebbe molte edizioni. Ritornato a Parigi, nel 1819 pubblicò le Letters on the state of Christianity in India (Londra 1832), che suscitarono una viva reazione negli ambienti protestanti. M. a Parigi il 17 febbr. 1848.
Bibl.: A. Mazon, Un missionnaire nivarois aux Indes, Privas 1899 .
Antonio Anoge
DUBOIS, Louis-Ernest. - Cardinale, n. a StCalais (Sarthe) il ro sett. 1865, m. a Parigi il 23 sett. 1929. Fin dai primi anni di sacerdozio seppe unire la più zelante cura d'anime con lo studio dell'arte e della storia locali e la pubblicazione di parecchie biografie e buone monografie di storia d'arte. Fondò nel 1893 la rivista Union historique du Maine (ora La province du Maine). Fu vicario parrocchiale, parroco (1895), vicario generale (1898), vescovo di Verdun (18 apr. 1901), arcivescovo di Bourges (30 nov. 1909), di Rouen (13 marzo 1916), di Parigi (13 sett. 1920).
Fin dal 4 dic. 1916 era stato creato cardinale del titolo di S. Maria in Aquiro. Come prima della guerra s'era profuso con zelo instancabile a riparare i danni della legge di separazione nelle successive diocesi affidategli, cosi durante la guerra si fece promotore della union sacrée di tutti i francesi per la difesa della patria, e dopo la guerra compi per incarico del governo numerose missioni diplomatiche nel Canadà, negli Stati Uniti, nel Levante, nei Paesi balcanici, in Cecoslovacchia e Polonia. Tanta attività, riconosciuta da alte onorificenze, facilito alla Chiesi di Francia il ravvicinamento col governo, che porto nel 1924 alla costituzione delle associazioni diocesane. Nello stesso tempo moltiplicò le cure per la sua diocesi di Parigi, usando di tutte le più moderne forme di apostolato.
Bibl.: J. Bricout, s. v. in Dict. pratique de connaissances religieuses, III, col. 953 sg.; Supplément, coll. 342 sg., 384, 858, M. Florissone, Le card. D., Parigi 1930.
Ireneo Daniele
DUBOIS, Pierre (Petrus de Bosco). - Scrittore n. ca. il 1250 a Coutances o dintorni (Normandia) e m. ca. il 1321. Fra il 1269-72 studiò a Parigi. Nel 1300 era avvocato delle cause reali a Coutances, ufficio che dal 1306 esercitò anche a servizio di Edoardo I d'Inghilterra.
Figura tipica di scrittore medievale, prese parte importante nella lotta di Filippo il Bello contro la Chiesa, specie nelle questioni di Bonifacio VIII e dei Templari. Suoi scritti di maggiore interesse a questo riguardo sono la Deliberatio super agendis a Philippo rege contra epistolaın Bonifacii papae VIII, e la Supplication du peuple de France au roi contre Boniface VIII (ed. P. Dupuy, Histoire du différend, ecc., Parigi 1655, pp. 44 il primo e 214-19 il secondo). L'opera sua principale, dedicata a Edoardo I d'Inghilterra, è il De recuperatione Terrae Sanctae (ed. V. Langlois, Parigi 1891).
Bibl.: Hist. litt. de la France, XXVI, Parigi 1873, pp. 471 536; H. Meyer, Die staats-u. wäßerrerlell. Ideen von P. D., Marburgo 1908; K. Hofmann, s. v. in LThK, III, col. 472. Alberto Ghisazo
DU BOIS, Reymond-Emile. - Fisiologo tedesco, n. a Berlino il 7 nov. 1818, m. ivi il 26 dic. 1896. Iniziò la sua attività scientifica come geologo a Bonn ma poi si dedicò alla fisiologia iniziando un capitolo nuovo: l'elettrofisiologia.
Egli ammetrava che i tessuti viventi fossero composti di molecole aventi proprietà elettriche e che il comportamento dell'organo, p. es., del muscolo, in
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(fol. Anderson)
SANTA CATERINA D'ALESSANDRIA. Particolare della "Maestà" - Siena, Museo dell'Opera del Duomo.
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In alto: LE MARIE AL SEPOLCRO. Particolare della "Maestà" - Siena, Museo dell'Opera del Duomo. In basso: APPARIZIONE DI GESU AGLI APOSTOLI. Particolare della "Maestà" - Siena, Museo dell' Opera del Duomo.
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toto nelle varie condizioni fisiologiche e sperimentali, fosse la risultante del comportamento di queste singole molecole elettriche. Questa sua teoria è stata in seguito combattuta, rivelandosi la non necessità di molecole elettriche per spiegare i fenomeni di elettricità animale : lo stato elettrico è una condizione dello stato funzionale dell'organo (muscolo).
In seguito alla morte del suo maestro J. P. Müller, ottenne la cattedra di fisiologia, da questi prima occupata, dell'Università di Berlino. Fu meccanicista e negli ultimi anni sfiduciato e pessimista per quanto riguarda la capacità umana di scoprire l'essenza dei fenomeni vitali.
Diresse dal 1857 al 1877 l'Archiv für Anatomie fondato da Müller. Le sue opere principali: Untersuchungen über tierische Elektrizitat (2 voll., Berlino 1848-84); Ueber die Grenzen des Naturerhewnens (Lipsia 1872); Gesammelte Abhand-

Dubourc, Louis-Guillaume-Valentin - Autografo, Lettera da Baltimora a Elisabetta Seton in procinto di lasciare Nuova York ( 8 giugno 1808) - Emmistsburg, archivio delle Suore della Carità.
lungen zur allgemeinen Muskel und Nervenphysiologie (2 voll., 1875-77); Die sieben Weltraetsel (Berlino 1880), ccc.
Enrico Urbani
DUBOUCHE, ThÉodelinde. - In religione Morie-Thérèse du Coeur de Jésus, n. a Montauban (Tarne-et-Garonne) il 2 maggio 1809, m. a Parigi il 30 ag. 1863 . Lo studio, la natura e l'arte occuparono la sua intelligenza viva e indipendente; alla morte della mamma si ritirò in un convento di Carmelitane, uscita dal quale, per gli avvenimenti politici del 1848 , si consacrò interamente alle opere di carità ed alla riparazione delle ingiurie fatte a Nostro Signore, dando poi vita alla Congregazione delle Suore dell'Adorazione Riparatrice. E in corso la causa della sua beatificazione.
Biol.: anon., Brevi cenni della vita della serva di Dio M. T. D., Roma 1910.
Silverio Mattei