un convento di Carmelitane, uscita dal quale, per gli avvenimenti politici del 1848 , si consacrò interamente alle opere di carità ed alla riparazione delle ingiurie fatte a Nostro Signore, dando poi vita alla Congregazione delle Suore dell'Adorazione Riparatrice. E in corso la causa della sua beatificazione.
Biol.: anon., Brevi cenni della vita della serva di Dio M. T. D., Roma 1910.
Silverio Mattei
DUBOURG, Louis-Guillaume-Valentin - Secondo vescovo della Luisiana e Florida, n. a Cap François (S. Domingo) il 16 febbr. 1766, m. a Besançon il 12 dic. 1833. Ordinato sacerdote nel 1788 a Parigi, entrò nella Compagnia di S. Sulpizio. La Rivoluzione lo costrinse a emigrarene gli Stati Uniti (1794). Fu rettore del collegio di Georgetown dal 1796 al 1799 , anno in cui divenne primo superiore del collegio di S. Maria in Baltimora. Nominato il 18 ag. 1812 amministratore apostolico della Luisiana e Florida, rjordinò la diocesi, della quale fu nominato vescovo. Consacrato a Roma il 24 sett. 1815 , rientrò negli Stati Uniti nel 1817. Nel 1826 lasciò gli Stati Uniti e fu nominato vescovo di Montauban : ivi rimase fino alla sua nomina ad arcivescovo di Besançon ( 25 febbr. 1833).
Biol.: C. M. Chambon, s. v. in Cath. Enc., V. pp. 178-79. Gabriella de Stefano
DUBROVNIK, diocesi di: v. RAGUSA, diocesi di. DUBUQUE, ARCIDIOCESI di. - Arcidiocesi e
città dello Stato di Iowa negli Stati Uniti d'America. Il suo territorio, di ca. 45.250 kmq., si estende nel nord dello stesso Stato con le contee di Polk, Jasper, Poweshick, Iowa, Johnson, Cedar e Clinton, e ad est con le contee di Kossuth, Humboldt, Webster e Boone; ha per suffraganee le diocesi di Nebraska e del Michigan, cioè Omaha, Lincoln, Grand Island, Davenport, Sioux City e Des Moines.
Nel 1948, su una popolazione di oltre 800.000 ab. D. contava 140.620 cattolici sotto la direzione di i vescovo ausiliario, 362 sacerdoti diocesani e 35 religiosi, con 241 parrocchie, 40 cappelle, 43 missioni, 7 stazioni, 2 seminari, 4 collegi, 4 accademie, 79 high schools e 108 scuole parrocchiali. Nel 1946 si ebbero 769 conversioni. Vi sono 3 comunità religiose maschili, tra le quali un'abbazia cistercense di stretta osservanza a Peosta e 17 femminili.
Esplorata ed evangelizzata nei secc. xvir e xviri dai missionari del Canadá, questo territorio di-
venne accessibile alla colonizzazione europea solo dopo la sua annessione agli Stati Uniti, cioè a partire dal 1833. D., grazie alle sue miniere di piombo, attirò molti coloni. Tra questi i cattolici provenivano soprattutto dalla Francia, dalla Germania e dall'Irlanda; su di essi e sugli indi rifalse lo zelo del domenicano Samuele Mazzuchelli. Cresciuto il numero delle parrocchie, il 28 luglio 1837 dalla diocesi di St-Louis veniva staccata la parte est del Visconsin di allora per formare una diocesi suffraganea di Baltimora con sede in D. Divenuta poi suffraganea di StLouis, quando questa venne eretta a sede metropolitana, il 20 luglio 1847, con successivi smembramenti si formarono le diocesi di Davenport (1881), di Sioux (1902) e di Des Moines (1911) fino a divenire a sua volta sede metropolitana il 15 giugno 1893.
Biol.: Louis XIII P. M. Attu, XIII, Roma 1844, pp. 177179, e XXII, ivi 1902, pp. 5-7; J. H. O'Donnell, The catbolic hierarchy of the United States 1700-1921, Washington 1422 (v. indice); C. Stuart, s. v. in Cath. Enc., V. pp. 170-81; anon., in Supplement, pp. 272-73; R. M. Crespeau, Le père SamuelCharles-Gadiau Mazzuchelli, Parigi 1932; M. M. Hoffmann, The Church founders of the Northwest, Milwaukee 1937; D. C. Shearer, Pontificia americana..., 1584-1884, Washington 1933 (v. indice); The official catbolic directory 1947, Nuova York 1947, pp. 105-12.
Corrado Morin
DUC, Joseph-Auguste-Melchior. - Vescovo e storico, n. a Châtillon (Aosta), il 18 febbr. 1835, m. ad Aosta il 13 dic. 1922. Sacerdote il 18 dic. 1857, fu vescovo di Aosta (22 luglio 1872 -dic. 1907) e quindi arcivescovo titolare di Traianopoli (19 dic. 1907). Diede un forte impulso alle opere di azione cattolica, tenne 8 sinodi ed eresse il piccolo seminario di S. Anselmo, aperto il 27 ott. 1890.
Pubblicò 215 pastorali, notevoli per ampiezza di trattazione e solidità di dottrina, e una cinquantina di lavori sulla storia ecclesiastica della diocesi anatana, traendo largo profitto del materiale inedito raccolto dal can. Antonio Gal. Meritano uno speciale ricordo: Cartulaire de l'exèché d'Aoste (XIIIe siècle), in Miscellanea di storia italiana, pubblicata dalla R. dep. di st. patria di Torino, XXIII, Torino 1884, pp. 185-340; Documents sur l'histoire ecclésiastique du moyen âge, ibid., XXIV, ivi 1885, pp. 335-69
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DU CANGE, Charles du Fresne, sieur de. Erudito francese, n. ad Amiens il 18 dic. 1610, m. a Parigi il 23 ott. 1688. A nove anni entrò nel collegio dei Gesuiti di Amiens, ove ricevette la sua prima formazione; passò poi ad Orléans, a studiare diritto. Nel 1631, trasferitosi a Parigi, entrò a far parte degli avvocati al Parlamento, ma pochi anni dopo tornò ad Amiens, dove nel 1638 sposò Caterina du Bos, da cui ebbe dieci figli. Nel 1645 fu nominato tesoriere di Francia nella sua città natale, ufficio già ricoperto dal suocero, venuto a morte nello stesso anno. Nel 1668, scoppiata ad Amiens una disastrosa pestilenza, riparò con tutta la famiglia a Parigi, dove rimase fino alla morte.
Il D. C. condivide col Mabillon, cui fu legato da sincera ammirazione, la gloria del maggior erudito del tempo : i suoi studi si estesero dalla filologia alla storia, dalla linguistica all'ircheologia, dalla numismatica all'araldica. Tra i moltissimi scritti vanno ricordati : 1) Histoire de l'Empire de Constantinople sous les empereurs français, Parigi 1657. L'opera consta di due parti : l'edizione, con traduzione e note erudite, di antichi testi franchi sulle guerre contro Costantinopoli, e una ricostruzione storica delle vicende d'Oriente e di Europa nell'età medievale. Il D. C. stesso ne preparò una 2^{°} ed., che non poté portare alla luce: ma J. A. Buchon nel ripubblicarla (Parigi 1826) si attenne al piano dell'autore per questa edizione mancata. 2) Traité historique du chef de st JeanBaptiste, ivi 1665 : è un saggio di curiosa erudizione, che rivela anch'esso la profonda e molteplice dottrina del D. C. 3) Histoire de st Louis, roi de France, écrite par Jean, sire de Joinville, uscita a Parigi nel 1668 e ristampata in appendice al Glossarium mediae et infimae latinitatis nell'edizione del 1883 : contiene il testo di Jean de Joinville, tratto dai monoscritti, e un numero cospicuo di osservazioni storiche e critiche. 4) Ioannis Cimami historiorum de rebus gestis a Ioanne et Manuele Comnenis libri sex, graece et latine, ivi 1670 : edizione critica con ricco apparato di note storiche e filologiche. 5) De imperatorum Constautinapolitanarum seu inferioris aexi vel imperii uti vocant numismatibus dissertatio, dotto excursus di numismatica pubblicato la prima volta nel 1678 in appendice al Glossarium latino e stampato a parte a Roma nel 1755. 6) Historia Byzantina duplici commentario illustrata, Lione 1680, di vasta mole e di profonda erudizione. 7) Ioannis Zonarae annales ab exordio mundi ad mortem Alexii Comneni, graece et latine, a voll., Parigi 1686, tra le migliori edizioni critiche con commento che siano apparse nel sec. XVII. 8) Chronicon Paschale, in corso di stampa quando il D. C. venne a morte: fu continuato dal Baluce che premise all'edizione l'elogio funebre dell'autore (Parigi 1689). Ma le opere che resero soprattutto chiara la fama del D. C. furono il Glossarium ad scriptores mediae et infimae latinitatis e il Glossarium ad scriptores medice et infimae graecitatis. Il primo usci a Parigi nel 1678, in 3 voll.; l'anno successivo vedeva la luce una nuova ed.a Francoforte sul Meno; nel 1736 i Maurini lo ripubblicavano ampliandolo; nel 1766 si aveva una nuova ed., in 4 voll., col supplemento di dom Carpentier, fuso poi con la parte originale nelle successive ristampe; fra il 1840 e il 1850 , per i tipi di Dolor, veniva fatta un'altra edizione, la più importante dopo la prima, a cura di M. Henschel; nel 1883 L. Favre ne pubblicava un'altra, accresciuta, a Niort, esemplata su quella dello Henschel. Nonostante l'orizzonte degli studi di latino medievale si sia immensamente dilatato nel corso di quasi 3 secoli, e il Glossarium del D. C. si riveli oggi in molti casi insufficente, nessun lessico ha mai potuto sostituirlo: la vastità della documentazione, sempre esattamente citata, e attinta a carte e testi letterari allora per la maggior parte inediti, la sicurezza dell'impostazione che ha per l'età sua del prodigioso (l'aver ricercato le forme del latino medievale nei documenti notarili, più che sui trattati dottrinali o nei libri di letteratura, precorre di molto la concezione moderna della lingua intesa come elemento vivo in evoluzione) ne fanno ancor oggi uno strumento di lavoro apprezzatissimo, quale lo definì, nella prefazione al De re diplomatica (Parigi 1681), il Mabillon : «Amplissimus liber, omnibus apertus, de omnibus agens, ex quo quantum profecerim malo alios quam te iudicare». Il Glossarium greco fu pubblicato la prima volta a Lione nel 1683 in 2 voll., ed ebbe parecchie ristampe (l'ultima, anastatica, è del 1944): non godette della stessa risonanza di quello latino, sebbene abbia costituito il primo impulso allo studio della lingua e della civiltà bizantina, ma è rimasto anch'esso, a tutt'oggi, insostituibile.
Oltre le opere pubblicate, il D. C. lasciò un numero considerevole di lavori manoscritti che andarono variamente dispersi dopo la morte dei suoi figli, ma che il governo francese riusci in gran parte a ricuperare. Si dividono in tre gruppi : uno, il più ricco, pertinente alla storia di Francia, costituito da una mole rilevante di
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saggi monografici, di studi su questioni e periodi storici, da servire a una storia generale della Francia; il secondo relativo alla storia di Piccardia; il terzo miscellaneo che contiene dissertazioni di argomento svariatissimo. Fra le opere postume sono degne di menzione Les familles d'autre mer, lasciata incompiuta dal D. C., proseguita per decreto del ministro della Pubblica istruzione (1854) da N. R. Taranne, e, dopo la sua morte, da E. G. Rey, pubblicata a Parigi nel 1869; e il Glossaire français, dizionario del francese romanzo stampato come appendice al Glastarium mediae et infimae latinitatis nel1'ed. di Niort 1879.
Bibl.: J.-Ch. Dufresne d'Aubigny, Notice des ouvrages manuscrits de m. D. C., Parigi 1730; id., Mémoire historique sur les manuscrits de m. D. C., ivi 1732 ; id., Mémoire historique pour servir à l'éloge de Ch. du Fresne D. C., ivi 1766: H. Hardouin, Essai sur la vie et sur les ouvrages de D. C. Amiens 1849; L.-J. Feugère, Etudes sur D. C., in Journal de l'instruction publique, meroz-aprile 1832 ; Roquefort, s. v. in Michaud, Biographie universelle ancienne et moderne, VI, Parigi s. n., pp. 541-43; [J. Berger de Xivrey], s. v. in Nouvelle biographie générale, XIV, Parigi 1833, coll. 911 914; L. Fovre, nella pref. al Glass. lat., ed.

Duccio di Buoninsegna - Vergine con Bambino fra due Santi. Londra, British Museum.
Londra, British Museum
IUCCI, ZACCARIA. - N. a Salutio di Castelfocognano (Arezzo) il 16 febbr. 1861, m. il 3 ag. 1944 a Fiesole. Entrato nell'Ordine francescano nel 1879, nel 1886 parti missionario in Bolivia, ove rimase fino al 1895 , allorché tornò in Italia e pubblicò il Diario della visita a tutte le missioni boliviane, a cui partecipò come segretario del commissario generale. Dal 1900 al 1915 tornò alle missioni in Argentina (a Corrientes e nel Gran Chaco) aggiungendo allo zelo apostolico lo studio dell'ambiente, specie sulla tribù dei Toba e la loro lingua.
Bibl.: Z. D. pubblicò, oltre al già accennato Diario, Assisi 1893, vari scritti : Notizie etnografiche sui Toba del Gran Chaco argentino, Firenze 1903; Los Tobas de Taceagalle, Buenos Aires 1904; Los pronombres de la lengua Toba, in Revista del museo de la Plata, 18 (1922), pp. 232-45, e altri di minore importanza. Alberto Ghinato
DUCCIO di Buoninsegna. - Pittore senese. Il primo ricordo della sua attività è del 1278, anno nel quale il Comune di Siena gli pagava la decorazione di dodici casse che dovevano servire di custodia per gli atti pubblici. Ma nonostante la modestia di tali inizi, dovette salire ben presto in fama anche fuori della sua città, se nel 1285 la confraternita dei Laudesi di S. Maria Novella di Firenze gli allogava una grande tavola d'altare che oggi la critica, salvo qualche eccezione, è ormai pressoché concorde nell'identificare con la monumentale Madonna nella cappella Rucellai della stessa chiesa. Dal 1285 al 1295 è varie volte ricordato come « pittore di libri», cioè come decoratore delle copertine dei registri di Biccherna e di Gabella (uffici finanziari del Comune di Siena); nel 1295, insieme con Giovanni Pisano ed altri maestri, dava consiglio
sulla costruzione della fonte al Pian d'Ovile di Siena e nel 1302 dipinse una tavola, oggi perduta, per la cappella interna del palazzo Pubblico.
Il 9 ott. 1308 l'operaio del Duomo messer Jacopo di Gilberto Marescotti gli commetteva la grande tavola dipinta da ambo i lati, con predella e cimasa, da porsi sull'altare maggiore della Cattedrale: a questa grandiosa opera, chiamata la Maestà, D. attese ininterrottamente per 32 mesi, e quando egli l'ebbe compiuta, il 9 giugno 1311, una folla di popolo insieme con il clero e con la signoria ne accompagnò con grandi feste il trasferimento dalla bottega dell'artista, sita in via Stalloreggi, alla Cattedrale. Nel 1306 essa fu tolta dall'altar maggiore del Duomo e nel 1795 le due facciate vennero separate e collocate nelle cap pelle di S. Ansano e del Sacramento, dove stettero fino al 1881 , quando furono trasferite nel museo dell'Opera. Sono forse andati perduti quattro pannelli del coronamento, mentre delle storiette della predella due sono perdute e otto se ne conservano a Londra,
a Nuova York e a Washington. Alcuni documenti alludono ad insolvenze pecuniarie dell'artista, che nel 1299 subì due piccole condanne, per aver mancato di giurar fedeltà al capitano del popolo e per non essersi arruolato con le milizie cittadine nella spedizione contro i baroni di Maremma. Morì tra il 1315 e il 1318, e gli sopravvisse la moglie Taviana; dei suoi otto figli risulta che almeno quattro furono pittori ma ci è ignota la loro attività.
La Maestà, oltre che uno dei più grandi capolavori della pittura medievale, è anche la sola opera sicuramente documentata di D., il quale così volle ricordarsi in una invocazione scritta sul gradino del trono della Madonna: MATER SANCTA DEI - SIS CAUSA SENIS REQUIEI - SIS DUCIO VITA - TE QUIA DEPINXIT ITA. Nel prospetto infatti è raffigurata la Vergine con il Bambino in trono, circondata da venti angeli adoranti, da s. Caterina d'Alessandria, s. Paolo, s. Giovanni Evangelista, s. Giovanni Battista, s. Pietro e s. Agnese. In primo piano stanno inginocchiati i quattro patroni di Siena, s. Ansano, s. Savino, s. Crescenzio e s. Vittore, mentre lungo il bordo superiore della tavola si allineano sotto arcatelle i busti degli altri Apostoli. Il tergo è suddiviso in ventisei scomparti illustranti la Passione di Cristo, dall'ingresso a Gerusalemme fino all'apparizione ad Emmaus. La predella reca nella parte anteriore sette storiette dell'infanzia di Gesù, intervallate da sei figure di profeti e in quella posteriore dieci episodi della vita di Cristo: i pannelli che costituiscono il coronamento illustrano la vita di Maria dopo la Risurrezione e le ultime apparizioni di Cristo. La predella e il coronamento furono terminati probabilmente dopo il 1311 : tuttavia il grandioso complesso risulta di una mirabile omogeneità stilistica, e deve ritenersi tutto eseguito dalla mano di D., ad eccezione di qualche pannello nel coronamento, dove il pittore forse si valse dell'aiuto di un collaboratore. Lo schema iconografico delle storiette, al pari di quello della grande composizione del prospetto, è ancor di schietta tradizione bizantina: quella tradizione bizantina rinvigoritasi tra il IX e il XII sec., dal rigerminare di spiriti e forme della
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Ducro di Buoninsegna - La Maestà - Siena, museo dell'Opera del Duomo.
(Ist. Alinari)
classicità, e che si riflette con eccezionale raffinatezza nella pittura toscana del sec. xili. Ma D. imprime una nuova vita, un'immediatezza, il senso di una verità umanamente più profonda a quei venerabili modelli, mentre il suo linguaggio si arricchisce e si addolcisce accogliendo anche, per la prima volta nella pittura italiana, le modulate cadenze del linearismo gotico. La Maestà rappresenta il coronamento di una complessa evoluzione stilistica che si inizia con la Madonna di Crevole (Siena, museo dell'Opera) ormai quasi unanimemente riconosciuta come opera giovanile di D.; del 1285 è la già ricordata monumentale Madonna Rucellai di Firenze, e nel 1288 D. - come è stato dimostrato da recentissime indagini forni i cartoni per la grande vetrata circolare del coro del duomo di Siena: questa si divide in undici scomparti, rappresentanti i quattro evangelisti, i quattro santi protettori di Siena, il seppellimento, l'assunzione e l'inconvenzione della Vergine, nei quali si veggono anticipati alcuni temi fondamentali della Maestà. La vetrata, ancora' conservata in situ, costituisce anche la prima grande creazione italiana nel campo dell'arte delle vetrate istocrate. La piccola, squisitissima Madonna dei Francescani (pinacoteca di Siena, n. 20), per lo sviluppatissimo gusto gotico della linea, appartiene ad un periodo alquanto più avanzato di quanto non si ritenesse fino a poco tempo fa, quando la si collocava agli inizi dell'attività di D. In prossimità della Madonna dei Francescani si collocano le due Madonne nel museo di Berna e collezione Stoclet di Bruxelles e il trittico della National Gallery di Londra: e pure antecedente alla Maestà è la Madonna della galleria di Perugia. Due polittici (n. 47 e n. 28) nella pinacoteca di Siena, dove si nota - specialmente nel secondo una assai larga partecipazione di aiuti, documenterebbero l'ultima fase dello sviluppo del gusto duccesco, dopo la Maestà, mentre per altri notevolissimi dipinti, come ad esempio la Madonna della parrocchiale di Badia a Isola, l'attribuzione a D. è ancor molto controversa. Nella serena visione di questo grande maestro rivive la poesia del naturalismo ellenistico, trasfigurandosi nell'intimità del nuovo sentimento cristiano; nel linguaggio onde si esprimono i personaggi delle sue storie si rivelano già compiutamente i destini di tutta la susseguente scuola pittorica senese. - Vedi tavv. CXXIII - CXXIV.
Bibl.: C. H. Weigelt, D. di B., Lipsia 1911; A. Lisini. Di D. di B., in Russ. d'arte senza, 8 (1912); C. H. Weigelt, s. v. in Thieme-Becker, X (1914), pp. 25-29; R. Van Marle, The Development of the Ital. Schools of Painting, II, L'Ais 1924; E. Cecchi, I trecentisti senesi, Roma 1928 (2a ed. Milano 1948);
E. Carli, Vetrata ducentesca, Firenze 1946; C. Brandi, Carmina o della pittura, ivi 1947.
Enzo Carli
DUGHENNE, Guillaume. - Medico francese, conosciuto nella letteratura medica come D. de Boulogne, n. a Boulogne sur Mer il 17 sett. 1806, m. a Parigi il 17 sett. 1875.
Lavoratore isolato, tenace, perseverante, questo medico dei pescatori di Boulogne, continuando le sue prime esperienze a Parigi (dove s'incontrò col Charcot), osservò per primo gli effetti localizzati della corrente foradica (elettrizzazione localizzata), creando cosi l'elettro-diagnostica e la elettroterapia. Come clinico, descrisse per primo la atassia locomotrice progressiva e corte forme di atrofia nucleare progressiva, introducendo il concetto di impotenza funzionale dei muscoli senza paralisi, dovuta a sola atrofia. Il D. era un uomo religioso e ha lasciato traccia delle sue convinzioni nei suoi scritti.
Bibl.: Opere: De l'électrisation localisée et de son application à la physiologie, à la pathologie et à la thérapeutique, Parigi 1855: Mécanisme de la physionomie humaine ou analyse électrophysiologique de l'expression des passions, ivi 1862. Dati biografici: P. Gully, D. de Boulogne, ivi 1956, con bibliografia completa dei lavori.
Luigi Scremin
DUGHESNE, Louis-Marie-Olivier. - Prelato francese, archeologo, storico-critico insigne e scrittore, n. a St-Servan (Ille-et-Vilaine) il 13 sett. 1843, m. a Roma il 21 apr. 1922. Compi brillantemente il corso dei suoi studi nel collegio di St-Servan, nel piccolo seminario di St-Méen, nella scuola St-Charles di St-Brieuc e nel seminario maggiore della medesima città. Mons. David, suo vescovo, lo mandò a Roma per addottorarsi in teologia al Collegio Romano (1864-66); quivi conobbe Giovanni B. De Rossi e si legò d'amicizia con il futuro mons. M. d'Hulst. Sacerdote a Natale del 1867, mons. David lo destinò all'insegnamento, quindi gli concesse di continuare i suoi studi classici a Parigi all's Ecole des Carmes" (1870-71); nel 1872 si iscrisse all'«Ecole des Hautes-Etudes» dove frequentò i corsi di archeologia, epigrafia e filologia greca e latina (1872). Istituita il 5 marzo 1873 l's Ecole archéologique" francese a Roma, il D. ne fu uno dei primi candidati. Nel febbr. dell'anno seguente il D. e il suo collega Carlo Bayet furono incaricati d'una missione scientifica nell'Epiro e nella Tessaglia che permise ad essi, tra l'altro, di visitare le biblioteche
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dei monasteri di monte Athos e di Patmos: l'esito ne fu oltremodo lusinghiero. Nel 1876 il D. assieme a Massimo Collignon intraprese un altro viaggio di esplorazione archeologica nel sud-ovest dell'Asia Minore, interrotto dagli avvenimenti politici di quell'anno. Il 10 marzo 1877 discusse a Parigi le due tesi, la latina e la francese, per il dottorato. La tesi francese sul Liber Pontificalis ebbe un tale successo che il ministro W.-H. Waddington offri subito al neo dottore una cattedra universitaria, ma il D. declinò il lusinghiero invito per accettare invece la cattedra di storia antica della Chiesa, istituita per lui nell'inelpiente "Institut catholique" di Parigi: si sentiva chiamato a «servir l'Eglise par son histoire consciencieusement étudiée et franchement exposée» (P. Peeters, L'amore des Bollandistes, Bruxelles 1942, p. 116), e di fatto la servì egregiamente con i suoi studi che portarono un contributo di prim'ordine nel rinnovamento della storiografia ecclesiastica, patrocinato da Leone XIII con la lettera Saepe numero del 18 ag. 1883.
Il metodo severo instaurato dal D. nel suo insegnamento e nei suoi studi mise in allarme gli epigoni del dommalismo storico corrente, e il giovane professore, troppo mordace nel parlare e nello scrivere, e spietato nello svelare la presuntuosa ignoranza dei suoi contradditori, ebbe infinite noie e contumolie, ma per sua fortuna a Parigi era protetto da 'mons. d'Hulst e a Roma da Giovanni B. Da Rossi. Nel 1887, lasciato l'«Institut Ca tholique", divenne professore all'«Ecole des Hautes-Etudes " e l'anno seguente membro dell' "Académie des inscriptions». Dal 1895 fino alla sua morte risiedette a Roma nella qualità di direttore della Scuola francese di Palazzo Farnese. Nel 1896 prese parte attiva alla campagna per l'unione della Chiesa anglicana con la romana; nel 1900 organizzò e diresse il secondo Congresso di archeologia cristiana. Dal dic. 1899 al 1922 fu presidente della Società dei cultori della cristiana archeologia. Il 18 maggio dello stesso anno fu annoverato fra i protonotari apostolici; il 18 dic. 1901 fra i consultori della S. Congregazione delle Indulgenze e Reliquie; il 28 nov. 1902 fra i membri della commissione istorico-liturgica, istituita in quel giorno presso la S. Congregazione dei Riti. Finalmente il 26 maggio 1910 fu eletto all'Accademia di Francia. In quello stesso anno, il D. fu oggetto d'una indecorosa campagna d'accuse e contumolie contro cui reagl von estrema decisione, forte del fatto che la sua Histoire ancienne de l'Eglise, contro cui si scagliava il furore del libellisti, portava il regolamentare imprimatur del Maestro del S. Palazzo e che aveva volte per volta presentato personalinente al S. Padre i tre volumi pubblicati. La condanna della sua Histoire ( 22 genn. 1912 : AAS, 6 [1912], pp. 56-57) fu per il D. una grave ferita; egli seppe accettarla e vi si sottomise senza indugio : «Fidèle enfant de l'Eglise - dichiarava il 5 febbr. al card. Della Volpe - je dois me soumettre à ses décisions. Je viens donc déclarer à V. E. que je m'incline respectueusement devant le décret de la S. C. de l'Index relatif à mon livre" (L'Osservatore Romano, 6 febbr.; "laudabiliter se subiecit»: AAS, cit., p. 103). Questo dolore e le alterne vicende della guerra 1914-18, alle quali il D. fu sensibilissimo, ebbero presto ragione del suo forte temperamento. Con l'avvento di Pio XI, il D. sperava ottenere la riabilitazione della sua opera, opportunamente riveduta, ma la morte lo colse con questa speranza; nel corso della sua breve malattia fu assistito dal p. Genocchi al quale chiese gli ultimi Sacramenti e Pio XI, che l'aveva trattenuto lungamente pochi giorni prima, il 10 apr., gli mandò la sua Benedizione. La sua salma riposa nel cimitero di St-Servan. Ad onta di tutte le accuse mossegli, il D. fu un uomo di cuore buono e un sacerdote di vita integerrima, sorretto da una fede schietta ed operosa; gli ha però nociuto la sua naturale causticità.
D'intuito finissimo e d'intelligenza oltremodo perspicace, il D. possedeva una capacità di lavoro che ha dello
straordinario: ne sono una prova i 429 numeri della sua bibliografia, peraltro non completa, raccolta e disposta cronologicamente, dal 1875 , da H. Leclercq (DACL, IV, II, coll. 2711-35). Il D. si limitò alla storia antica della Chiesa e a quella dell'alto medioevo; fu archeologo e storico, ma soprattutto critico e filologo.
Il Liber Pontificalis, il Martyrologium Hieronymianum e il Liber censuum furono i cardini sui quali imperniò la parte migliore della sua produzione scientifica. Del primo e del terzo ha dato l'edizione critica, del secondo ha collaborato all'edizione diplomatica e ha lasciato manoscritto un commento per gli otto primi mesi, di cui ha tratto profitto, ricordandolo, il p. H. Delehaye. Il più delle volte i suoi articoli non sono altro che ricerche su punti particolari dovuti studiare per procedere alla edizione delle fonti su menzionate oppure appena toccati nelle sue opere maggiori.
I. Il « Liber Pontificalis» e gli studi ad esso ispriBATI. - Il D. ne stabilì le varie recensioni e ne classificò 110 manoscritti per la sua tesi di dottorato (Etude sur le Liber Pontificalis, Parigi 1877), quindi ne pubblicò l'edizione critica (Le Liber Pontificalis, texte, introduction et commentaire, 2 voll., ivi 1886 e 1892 , in base a 150 manoscritti), rimasta sinora insuperata sia per il testo da lui stabilito, come per il commento archeologico, agiografico e storico che l'accompagna. Lo stesso Th. Mommsen, pur avendone, nella edizione del 1898 (MGH : Gectorum Pontificum Romanorum, I), migliorato l'apparato critico e pur dissentendo dal D. per questioni secondarie, faceva questa aperta constatazione per la classificazione dei manoscritti: «Hsee mea editis Ducheunianum non reformat, sed comprobat et confirmat» (p. 172). Polemizzò con G. Waitz e con R. A. Lipsius circa la classificazione dei manoscritti e la data del Lib. Pont. (La date et les recensions du Lib. Pont., in Revue des questions hist., 26 [1879], pp. 493-530; Le premier Lib. Pont., ibid., 29 [1881], pp. 246-83; Un mot sur le Lib. Pont., in Mélanges d'arch. et d'hist., 6 [1886], pp. 275-83). Gli articoli che seguono sono studi preliminari per il commento al Lib. Pont. o sviluppi dati a questioni toccate nell'introduzione o nel commento: Le Lib. Pont. en Gaule au VIe siècle (in Mélanges d'arch. et d'hist., 2 [1882], pp. 3-13); La succession de Félix IV (ibid., 3 [1883], pp. 239-66); L'historiographie pontificale au VIIè siècle (ibid., 4 [1884], pp. 232-73); Vigile et Pélage. Etude sur l'histoire de l'Eglise romaine au milieu du VIe siècle (in Revue des questions hist., 36 [1884], pp. 369-440); Serge III et Jean XI (in Mélanges d'arch. et d'hist., 33 [1913], pp. 23-64); Le Lib. Pont. aux mains des guibertistes et des pierléonistes (ibid., 38 [1920], pp. 165-93).
Con Les circonscriptions de Rome pendant le moyen âge (in Revue des questions hist., 24 [1878], pp. 217-25), il D. iniziò un'interessante e vasta indagine sulla topografia romana, che riprese poi qualche anno dopo con il titolo: Notes sur la topographie de Rome au moyen âge, pubblicate in 14 puntate nei citati Mélanges dal 1886 al 1915. A queste Notes si aggiunga: Les légendes de l'Atlas Semiin (ibid., 36 [1916-17], pp. 27-36) e Le sanctuaire de St-Laurent (ibid., 39 [1921], pp. 3-24).
Altra opera che sta in stretto rapporto con lo studio del Lib. Pont., è quella intitolata: Les premiers temps de l'Etat pontifical (Parigi 1898, 3^{\text {e ed., }} ivi 1911, vers. it., Torino 1947), che descrive con stringata sobrietà il sorgere e l'affermarsi del potere temporale dal 754 al 1073.
II. Il «Martyrologium Hieronymianum». - Nel suo primo anno d'insegnamento all' «Institut catholique» (1877), il D. prese questa importante fonte agiografica come tema di studio e di esercitazioni pratiche. Le conclusioni raggiunte furono tali che il De Rossi lo volle suo collaboratore per l'edizione che aveva in mente di pubblicare (cf. Roma antierranea, III, Roma 1877, p. 2221). L'edizione diplomatica riproducente su quattro colonne il testo integrale dei principali manoscritti comparve infatti negli Acta SS. Novembris (II, 1, Bruxelles 1894; Martyrologium Hieronymianum ad fidem codicum adiectis prolegomenis). La parte maggiore dell'introduzione è del D.; vi tratta delle origini, delle fonti e della restituzione del testo proponendo con discrezione una classificazione
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di manoscritti che era in contrasto con quella del maestro, classificazione adottata poi dal Quentin. Già aveva trattato quest'argomento nell'articolo: Les sources du martyrologe hileronymien (in Mélanges d'arch. et d'hist., 5 [1885], pp. 120-60), cui il De Rossi premise una breve introduzione (ibid., pp. 115-19). Il D. precisò la sua parte nell'edizione e insistette nelle sue conclusioni nella dignitosa risposta alla stroncatura e alle quisquilie di Br . Krusch: A propos du martyr. hiér. (in Analecta Bollandiana, 17 [1894], pp. 421-47); Un dernier mot sur le martyr. hiér. (ibid., 20 [1901], pp. 241-45). Nel 1920 indicava tra l'altro come regolarsi per restituirne il testo : Sur le martyrologe dit de st Yérôme, in Miscellanea geroniminum (Roma 1920, pp. 221-26).
III. Il «Liber CENSUUM». - L'edizione di quest'importante fonte per la storia della Chiesa romana era stata iniziata da P. Fabre, che ne pubblicò un solo fascicolo nel 1889. In ricordo dell'amico e traendo profitto del materiale da lui raccolto, il D. la portò a termine nel 1910 (Le Liber censuum de l'Eglise romaine, I, Parigi 1889-1910; II, Le Liber censuum remanié sous Grégoire IX et Innocent IV avec ses suppléments, ivi 1905). L'articolo: L'auteur des «Mirobilia» (in Mélanges d'arch. et d'hist., 24 [1904], pp. 479-89), in cui il D. ne ravvisa l'autore in Benedetto Canonico, sta in stretto rapporto con questa edizione.
IV. I « FASTES EPISCOPaux » E STUDI AFFINI. - Dal 1883 al 1915, il D. studiò le origini del cristianesimo nelle Gallie e gli antichi cataloghi episcopali delle sedi vescovili della stessa regione. Dopo una serie di articoli preliminari di cui i principali sono: Les origines du christianisme en Gaule (in Annales de philosophie chrétienne, 8 [1885], pp. 1-15); Mémaire sur l'origine des diocèses épiscopaux de l'ancienne Gaule (in Mémoires de la Soc. des antiquaires de France, 50 [1890], pp. 337-416); St Martinl de Limoges (in Annales du Midi, 5 [1892], pp. 289-330); La légende de ste Marie-Madeleine (ibid., 5 [1893], pp. 1-33), il D. consegnò il risultato delle sue vaste indagini agiografiche e storiche nei tre volumi dei Fastes épiscopaux de l'ancienne Gaule (I, Parigi 1894; 2^{\text {a }} ed. ivi 1907; II, ivi 1900; 2^{\text {a }} ed. ivi 1910; III, ivi 1915). Opera coraggiosa condotta con impeccabile rigore scientifico, in cui i dati

(Ivi. Ens. Cass.)
Duchesne, Louis-Marie-Olivier - Ritratto. Dipinto di Mahaut (1899) - Roma, Scuola Franccae di Palazzo Fattace.
storici vengono liberati da tutte le scorie leggendaric. L'aver dimostrato l'assoluta inconsistenza delle origini apostoliche di varie sedi episcopali franche fruttò all'autore vivacissime polemiche. Intimamente uniti alle ricerche per i suoi Fastes sono gli articoli: St Barnabé (in Mélanges 7.- B. De Rossi, Roma 1892); Les anciens recueils de légendes apostoliques (in Compte-renale du 7e Congrès scientifique international catholique tenu d Bruxelles du 3 au 8 sept. 1894, Bruxelles 1895, pp. 67-79); St Jacques en Galice (in Annales du Midi, 12 [1900], pp. 145-80).
V. I Vescovati d'Italia. - Dal 1885 al 1906 pubblicò vari articoli sui vescovati d'Italia tra i quali sono notevoli : Le sedi episcopali dell'antico ducato di Roma (in Archivio della Soc. rom. di st. patrin, 15 [1892], pp. 473503); Les évêchés de la Calnbre (in Mélanges Paul Fabre, Parigi 1902, pp. 1-16); Les évêchés d'Italie et l'invasion tombarde (in Mélanges d'arch. et d'hist., 23 [1903], pp. 83116: 25 [1905], pp. 365-99).
VI. L'Africa cristiana. - Degli studi sull'Africa cristiana pubblicati dal 1884 al 1896 , il più importante è il Dossier du donatisme (in Mélanges d'arch. et d'hist. 10 [1890], pp. 589-650), con cui il D. ha messo in piena luce l'origine dello scisma africano.
VII. Varia. - Curò la versione francese del Bullettino del De Rossi dal 1880 al 1883 (Bulletin d'archéologie chrétienne de M. le Comm. 7.-B. De Rossi, Parigi). Collaborò sin dal suo nascere, 15 maggio 1880, al Bulletin critique de littérature, d'histoire et de théologie (continuazione dell'Echo) che diresse poi dal 1881 con un gruppo di altri studiosi, per un ventennio, rivista «absolument orthodoxe et inexorablement scientifique» destinato principalmente al clero onde fargli conoscere le opere di valore e premurarlo "contre les innombrables publications mauvaises ou médiocres qu'on lui sert quotidiennement" (cf. ibid., 2 [1881-82], p. 2). Il D. si mantenne fedele al suo programma, però la sua penna inesorabile con cui mise a nudo la scarsa preparazione scientifica di molti scrittori ecclesiastici e il severo controllo critico di opere dovute ad autori allora di grido come il Renan, il Krusch, lo Schultze e altri gli creò molti nemici. Altro libro assai apprezzato sono le Autonomies ecclesiastiques. Eglises séparées (Parigi 1896, 2^{\text {a }} ed. ivi 1905), scritto mentre si lavorava per l'unione con la Chiesa anglicana. Dopo un primo capitolo sulla Chiesa anglicana, confuta la lettera scritta dal patriarca Antimo contro la lettera Praeclara di Leone XIII del 20 giugno 1894 ed espone le cause dello scismo orientale. Molto note sono le Origines du culte chrétien. Etude sur la liturgie latine avant Charlemagne (ivi 1889; 5^{\text {a }} ed. ivi 1909 con ristampe, ivi 1920, 1925). Con quest'opera il D. portò un notevole contributo al rinnovamento degli studi liturgici; talune conclusioni sono oggi superate, ma il libro rimane sempre un modello di erudizione. Polemizzò con dom Cagin sull'origine della liturgia gallicana con l'articolo: Sur l'origine de la liturgie gallicane (in Revue d'hist. et de littérature religieuse, 5 [1900], pp. 31-47). Brioso il suo discorso all'Accademia di Francia (Discours de réception d l'Acad. Française, prononcé le 26 janv. 1911, suivi de la réponse de M. E. Laney, Parigi 1911). Per l'epigrafia cristiana romana va ricordato il suo acuto studio sulla silloge di Cambridge: Le recueil épigraphique de Cambridge (in Mélanges d'arch. et d'hist., 30 [1910], pp. 279-311). Meritano un ricordo speciale: L'iconographie byzantine dans un document grec du IXe siècle (Grotraferrata 1913), contenente il testo di una lettera del Concilio di Gerusalemme dell' 836 dove è questione del musaico della chiesa della Natività a Betlemme; e L'Ecole française de Rome, in Nouvelle revue d'Italie, 16 (1919), pp. 106-12. Di particolare interesse archeologico e liturgico è lo studio pubblicato dopo la sua morte da H. Quentin, intitolato: La «Memoria Apostolorum» de la via Appia (in Memorie della Pont. acc. rom. di arch., 1 [1923], pp. 1-22).
VIII. L's Histoirn ancienne de l'Eglise». - Questa opera ha la sua lontana origine nelle lezioni tenute nei primi anni d'insegnamento all' «Institut catholique» intitolate: Les origines chrétiennes, più volte litografate a cominciare dal 1880. L'opera suscitò sin dal suo apparire aspre polemiche; mons. d'Hulst che l'aveva letta a corretta ne prese la difesa. Scopo del D. era di mettere
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"en relief le grand fait de l'apparition du christianisme au sein du monde antique et à suivre ses premiers développements" (introduzione). Completate e rimaneggiate queste lezioni divennero l'Histoire ancienne de l'Eglise (I, Parigi 1906; II, ivi 1907; III, ivi 1910; vers. inglese, Londra 1907, 1912; vers. spagnola, Barcellona 1910. vers. it., Roma 1911), opera di grande pregio letterario e storico. L'autore vi dimostra una padronanza assoluta delle fonti ed è al corrente degli studi più recenti. Ma volendo fare opera di pura storia, ha sorvolato di proposito sul fattore soprannaturale, fulcro della vita della Chiesa; perfino la persona del suo Fondatore è rimasta nella penombra. A prescindere dalla dichiarazione formale dell'autore che "l'azione dello Spirito Santo nella Chiesa, l'intervento della Divina Provvidenza nei fatti umani in genere, e specialmente negli affari religiosi, non sono realtà contestabili" (Protesta, p. 6), si tratta di una grave lacuna capace di fuorviare i principianti e i comuni lettori; si capisce cosi il perché della condanna dell'opera. Che il D. non intendesse seguire la via battuta dai modernisti ne fanno fede la sua sottomissione al decreto di condanna (scriveva subito dopo: "L'Eglise est toujours l'Eglise. Une mère peut gronder avec exhubérance, c'est toujours une mère. Il faut la respecter, l'aimer quand même. Dieu aidant je ne faillirai pas à ce devoir ", C. D'Hableville, p. 153) e il desiderio, misto a molto timore (cf. P. Monceaux), di pubblicarne il IV vol. che è stato poi dato alle stampe dall'abate dom H. Quentin (L'Eglise au VIe siècle, Parigi 1925, non all'Indice). Presentando il volume il Quentin scriveva: "Tous ceux qui ont approché plus intimement mgr Duchesne, dans les dernières années de sa vie, savent combien il était désireux de voir paraitre ce volume avec l'approbation de ses supérieurs ecclésiastiques; il avait saisi avec bonheur cette occasion de montrer l'esprit qui l'animait" (prefazione, p. viI). Con la sua poderosa opera scientifica, ricordata quisolo di scorcio, il D. si è acquistato un posto di prim'ordine nel campo della filologia e della storiografia ecclesiastica.
Bull.: Autodifesa: Lettre à un ami à propos de l'Histoire ancienne de l'Eglise, Roma [1911]: Protesta [1911], risposta alI'Unità cattolica. - A. Baudrillard, Vie de mgr d'Hulst, I, Parigi 1912. pp. 361-62, 398, 438-74; II, ivi 1914 (indice). Necrologie : P. Monceaux, in Académie des inscriptions et belles lettres. Comptes revolus des séances, 1922, pp. 119-24; S. Reinach, in Revue archéologique, 5^{°} serie, 16 (1922), pp. 138-50: J. Colin, in Nouvelle revue d'Italie, 19 (1922), pp. 313-35. E. Dupont, Mgr D. chez lui en Bretagne, 1817-1921, Rennes 1923; E. Vancandard, s. v. in J. Bricout, Dictionnaire des connaissances religieuses, II (1923), coll. 953-56; C. D'Habloville, Grandes figures de l'Eglise contemporaine, Parigi 1925, pp. 1-177; A. Jeannoy, Notice sur la vie et les travaux de M. L. D., in Arad. des inscriptions et belles lettres. Comptes rendus des séances, 1926, pp. 339-85; M. Pernot, Mgr L. D., in L'histoire et l'oeuvre de l'Ecole française de Rome, Parigi 1931, pp. 57-64; H. Leclercq, Historiens du christianisme, in DACL, VI, II, coll. 2680-2735.
A. Pietro Trutaz
DUCHESNE, Philippine-Rose, beata. - N. a Grenoble il 29 ag. 1769, m. a S. Carlo del Missouri il 18 nov. 1852. Nel 1787 entrò nel monastero di S. Maria della Visitazione in Grenoble, dove rimase come novizia fino al 1791, allorché fu imposto alle Visitandine di secolarizzarsi o di lasciare il convento. Il padre non le permise di seguire le religiose fuori di Francia e la rivolle in casa.
Durante la Rivoluzione spiegò tutte le qualità del suo carattere coraggioso e tenace. Visitava i prigionieri e gli infermi, era a contatto con i sacerdoti proscritti e nascosti e li conduceva, tra infiniti pericoli, al capezzale dei moribondi. Nel 1805 la D. entrò nella Società del S. Cuore. Il suo desiderio era di portare la Società in America, ma solo dopo dodici anni poté ottenere l'assenso. Finalmente il 21 marzo 1818 fu nominata superiora della Missione e con quattro sue consorelle salpò da Bordeaux. Il 21 ag. 1818 era a St-Louis. Insudite, scoraggianti le difficoltà dovute al clima, alle malattie, all'ambiente, alla mancanza quasi completa di mezzi; ma nulla piegò la fermissima fede della D. e nel 1829 già cinque fiorenti case erano stabilite nella Luisiana, con complessivamente 64 religiose e 350 alunne. Nel 1840 chiese ed ottenne di essere esonerata dall'ufficio di superiora e di ritornare

(per cortesia delle reu.me suore del S. Cuore)
Duchesne, Philippine-Rose, beata - Ritratto.
semplice suora a St-Louis. Nel 1841, a 73 anni, domando di far parte di una nuova fondazione fra gli indiani e le fu concesso. Ma dopo un anno il suo deperimento era tale che fu richiamata a S. Carlo del Missouri, dove trascorse ancora dieci anni, "non vivendo più che per Celui che vive per me in Sacramento", come ella stessa scrisse in una delle sue lettere. Fu beatificata il 12 maggio 1940.
Bibl.: L. Bannard, La b. F. D., 2^{°} ed., a cura di J. Giordani, Roma [1940].
Claudia De Sanctis
DUDON, Paul. - Gesuita, storiografo, n. a Sabres (Landes) il 6 febbr. 1859; m. a Tolosa il 23 marzo 1941. Compiuti gli studi, fu addetto al periodico Etudes (dal 1889 al 1932), dove si scelse, quale campo di lavoro, la storia religiosa dei tempi moderni, orientandosi con particolare riguardo a quella della Compagnia di Gesù. Nel 1933 passò, per ragioni di salute, a Tolosa e vi continuò la sua opera di scrittore.
Molti articoli compose e pubblicò per le principali riviste di cultura cattolica, oltre gli Etudes; ad es., Recherches de science religieuse, Revue d'ascétique et de mystique, Architcum Historicum S. I., ecc.; di altre opere particolari vanno ricordate : Le quieèiste espagnol Michel Molinos, 1628-96 (Parigi 1921); Le gnostique de st Clement d'Alexandrie, epusc. inédit de Fénelon (ivi 1930); St Ignace de Loyola (ivi 1934).
Bibl.: E. Lamalle, Necrologia, in Archiv. Hist. S. I., 11 (1942), pp. 206-207.
Celestino Testore
DUELLO. - Il d. (duellum = bellum, secondo il significato delle fonti antiche, combattimento in genere o combattimento singolare) è oggi detto qualsiasi combattimento, convenuto, tra due o più persone a pari numero, per causa privata, con l'osservanza di alcune norme stabilite dalla consuetudine cavalleresca. Il d., così condotto, nella legislazione ecclesiastica è anche punito come delitto. Nella convenzione per il d., preceduta ordinariamente dalla sfida o comunicazione della volontà di battersi, si stabiliscono il luogo, il tempo e le armi con cui battersi.
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Nella preparazione per il d. e nella sua esecuzione entrano, quando il d. è solenne, tutto un contorno di persone, come portatori della sfida, padrini, cioè arbitri del d. e dell'osservanza delle norme cavalleresche, medici per l'assistenza ai feriti ed altri favoreggiatori, come gli addetti all'allarme per eventuali interventi della polizia.
Si distingue pertanto il d. dalla rissa che è un combattimento improvviso senza norme prefisse. Si distingue dalla guerra, scontro o serie di scontri tra due eserciti, e si distingue ancora da quella forma di combattimento fra due o pochi soldati, per definire le sorti d'una guerra in modo più semplice, che con lo scontro di due eserciti, come il combattimento di David con Golla nella storia sacra, degli Orazi e Curiazi nella storia classica: forma di combattimento senza dubbio lecita, com'è lecita, in determinate condizioni, la guerra. Si distingue ancora dal pugilato (boxing), il quale non è un vero combattimento fatto con armi di per sé letali, per quanto anche questa forma di lotta diventi spesso illecita, se protratta fino allo stordimento completo dell'avversario (to knock out).
Forse derivazione dei giudizi di Dio, il d. è il prodotto di un'epoca barbarica, nella quale i torti, non riparati dall'intervento della forza pubblica, venivano abbandonati alla vendetta privata; conservato e fatto rivivere da una società, non permeata dallo spirito del Vangelo ed in opposizione all'ingentilimento dei costumi, prodotto dal cristianesimo; legittimato da false concezioni di onore e stima. Il d. si può attuare in varie forme e con varie armi. Usitatissima è la distinzione tra d. solenne e semplice, tra d. al primo o all'ultimo sangue, cioè fino alla morte di uno almeno dei contendenti. Non risponde alla configurazione di delitto del d., pur meritando sempre riprovazione morale, il d. all'americana, nel quale l'accettante deve scegliere tra due armi, di cui una è carica e l'altra no, e tra due pillole, di cui una è avvelenata e l'altra no, e combattere cosil ad armi disuguali. Risponde invece al concetto di d. sopraaccennato, la prova di forza (Bestimmungsmensur) in uso presso gli studenti delle università germaniche, in quanto non è un semplice esercizio di scherma, ma è un vero combattimento convenuto tra due persone, anche se al primo sangue (cf. S. Congregazione del Concilio, 9 ag. 1890; 23 genn. 1904; 10 febbr. 1923; 13 giugno 1925).
Il d. è contro il diritto naturale, che proibisce di uccidere o di ferire altri, nonché di esporre la propria vita ad un grave pericolo. Il d. partecipa della malizia dell'omicidio e del suicidio insieme: omicidio in quanto attentato contro la vita altrui; suicidio in quanto espone temerariamente a grave pericolo la propria, senza nessuna ragione plausibile. Ed anche escluso nell'intenzione dei duellanti il persistere nel d. fino all'ultimo sangue, va ugualmente contro la legge naturale e divina, la quale vieta non solo l'omicidio voluto, ma anche quello al quale si può, pur non volendo, dare una remota occasione, e vieta qualunque volontaria lesione del prossimo. Né vale il dire che v'è compenso tra le due parti, essendo ambedue ugualmente assalite, e non correndo una maggior pericolo dell'altra. Sia pure che siano assalite; ma sono anche assalitrici, e perciò ambedue colpevoli. Ed ammesso pure che il pericolo in sé e per sé sia piccolo, gli eventi però superano talora le previsioni. Comunque il ferire o cercar di ferire è sempre cosa proibita dalla legge divina e umana.
Inoltre il d. va anche contro l'ordine sociale, perché sostituisce all'autorità dello Stato e alla maestà della legge la vendetta o giustizia personale. Le false massime sull'onore che si portano per giustificarlo, non valgono allo scopo. L'offeso, o che offeso si crede, sfida l'offensore, e gli impone un atto, al quale soggiace egli pure con gli stessi rischi e doveri.
Dov'è la riparazione, se l'offeso deve pagare lo stesso prezzo e la stessa soddisfazione dell'offensore?
A queste osservazioni accede l'opinione ed il giudizio dei più. Finché si discute teoricamente non è difficile trovare consensi al giudizio di condanna del d., come portentosa incoerenza, pregiudizio feroce, residuo di feudalismo e di barbarie. Al caso pratico spesso il pregiudizio prevale su tutto.
I d. si fanno e si accettano (le nostre cronache conoscono esempi assai recenti), contro coscienza bensi, per paura di esvere chiamati vili, cioè per paura di aver paura.
Gli sforzi uniti della religione e della civiltà valsero a mostrare l'assurdo, non valsero finora a sradicarlo. I codici fissano sanzioni, ma i processi non si fanno, le sentenze non sono di condanna, le condanne non si espiano. Il delitto, a differenza di altri, infligge disonore, secondo i preconcetti, a chi non lo consuma.
Qualche cosa si sperò nel secolo scorso dal moto antiduellista, sorto in seguito ad un doppio scandalo dato dallo Stato maggiore austriaco, il quale contro i codici militare e civile, condannanti il d., cancellava dall'elenco degli ufficiali un cattolico (marchese Tascali), reo di non aver accettato il d. ed un altro (conte Leodochowski), reo di aver dato il consiglio di rimettere la vertenza al tribunale militare d'onore.
Il movimento ebbe a promotore il principe don Alfonso di Borbone e d'Austria d'Este, e per sua iniziativa sorsero leghe antiduellistiche con il programma di riformare la legislazione, promuovere l'istituzione di consigli d'onore, destinati a sostituire l'uso delle armi, fiancheggiando cosi la parola di condanna rinnovata dalla S. Sede con la lettera di Leone XIII ai vescovi di Germania (Pietarollo e/fei, 22 sett. 1891), ma le speranze caddero miseramente.
Sempre rimanendo per sé illecito il d. per i motivi sopra esposti, stante tuttavia questi persistenti pregiudizi sociali, i moralisti si domandano, se sia lecito accettare il d. vero e proprio nel caso che, rifiutando la sfida, si venisse a perdere il proprio posto a scapito della propria dignità e di vantaggi economici di notevole entità. Le opinioni sono contrastanti, di modo che non si potrebbe ritenere reo di colpa grave chi, in queste condizioni, cede si pregiudizi correnti sull'onore e sulla cavalleria, dopo aver fatto il possibile per esimersi. E un caso piuttosto raro, che in Italia, p. es., dove il d. è proscritto anche per legge civile (Cod. pen. ital., artt. 394-401), difficilmente potrebbe verificarsi.
E proibito in