volume-04

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nome di Opus Oxoniense ( = Ordinatio) e Opus Parisiense ( = Repertorioues). Mentre infatti è relativo il valore delle Repertoriones (a parte qualche redazione che D. S. stesso ha approvato), perché scritte dai discepoli secondo le lezioni del maestro, grandissimo e decisivo invece è il valore dell'Opus Oxoniense, in quanto che fu scritto, dettato e preparato per l'edizione dallo stesso S. Quest'opera infatti, pur sotto la forma di commento, era un lavoro definitivo che D. S. componeva, elaborava e perfezionava raccogliendo il meglio delle sue lezioni. Purtroppo la morte lo colse prima che il lavoro fosse finito: e questo spiega come alcune questioni o manchino affatto a siano state appena abbozzate, e come in margine alle pagine abbondino i rimandi, le aggiunte, le correzioni. Dopo la sua morte fu subito curata una ben preparata editio princeps: ma da essa si sviluppò tale copia di recensioni differenti e spesso arbitrarie, che a un certo momento parve impossibile distinguere le pagine autentiche di S. dalle manipolazioni dei discepoli. Per fortuna non mancarono tentativi per ristabilire il testo critico; grazie al cod. 137 della biblioteca comunale di Assisi, scritto una ventina d'anni dopo la morte di S. tenendo presente lo stesso autografo del maestro e altri ca. 200 codici, ci è possibile ricostruire la primitiva Ordinatio, quale fu lasciata dal Sottile.

Devesi anche notare che non esistono soltanto due Opus di S. sul Lombardo, come finora credevasi, ma molte di più; cosi sul I. I accanto alla Ordinatio c'è una Lectura (inedita) di Oxford, e poi sei diverse redazioni della Reportatio, fra le quali una esaminata dallo stesso autore e finora inedita. Anche sul I. II esiste una Lectura (inedita) di Oxford, e poi le Additiones (inedite). Sul I. III oltre alla Ordinatio e alla Lectura (inedita), ci sono quattro redazioni della Reportatio, delle quali soltanto una è stata finora pubblicata.
III. Carattere. - Venuto quando l'edificio della scienza scolastica era già elevato, D. S. era destinato, anche per una speciale tendenza del suo spirito acuto e sottile, ad assumere l'atteggiamento preponderante di critico nei riguardi dei suoi predecessori. Non fu né volle essere un meccanico ripetitore di ciò che s'era già scritto. Per lui la conoscenza della verità e dinamica, progredisce sempre: «In processu generationis humanae - egli scrive - semper crevit notitia veritatis" (Ox., IV, d. 1, q. 3). Obiet-

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tivo e imparziale, egli amò, più che i sistemi, la verità. Discepolo di Guglielmo Ware ed erede della scuola di Oxford, preferì - è vero - gli argomenti metafisici e come esempio della più stretta dimostrazione pose la matematica, ma ciò non gl'impedi di elaborare una sintesi dominata dall'idea dell'amore e della volontà. Francescano, egli fu certamente in armonia - soprattutto nella maniera di sentire e impostare i problemi - con la tradizione plato-nico-agostiniana del suo Ordine; ma nello stesso tempo ebbe in somma ammirazione Aristotele; in molte tesi abbandonò il suo confratello s. Bonaventura (v.) e non mancò di portare i più severi giudizi su Enrico di Gand, considerato allora come un tenace oppositore alle teorie tomiste. Lo si è giudicato qualche volta (p. es., dal Festugière) come un sistematico e invidioso rivale di s. Tommaso d'Aquino, ma se alcune volte ne rigettò la dottrina, non lo fece che amore veritatis, usando di una legittima libertà nel giudicare questioni discusse. Correggendo il sistema antico, mirò soprattutto a costruire un suo proprio sistema filosofico-teologico. Partendo dal punto di vista che fides-ratio-auctoritas non si contraddicono, si sforzò di rintracciare gli elementi essenziali della sua sintesi nelle fonti della Rivelazione e nell'insegnamento della Chiesa, al cui giudizio sottometteva interamente il suo pensiero: "Non est aliter sentiendum quam sentit Ecclesia Romana" (Ox., IV, d. 26). Per la modestia dimostrata nell'esporre le proprie opinioni, giustamente Gersone osservava che D. S. non fu guidato "singularitate contentiosa vincendi, sed humilitate concordandi" (I. Gerson, Opera omnia, I, Aia 1728, p. 100).

È inoltre divulgata l'opinione che D. S. sia oscuro e difficile. Gli stessi suoi discepoli confessano che "cius dicta communem transcendunt facultatem" (G. Vorlion, Opus super libros IV Sent., Venezia 1502, f. 302^{\text {va}} ). A dire il vero, non è facile - allo stato attuale delle cose - penetrare e formolare esattamente e in concreto la complessa sintesi dottrinale di S. perché è mancata finora un'edizione critica che abbia liberato le opere scotiste da quel grave disordine letterario con cui esse sono trasmesse. Per questa ragione, bisogna limitarsi a fissare i soli punti fondamentali e caratteristici della tradizionale dottrina filosofico-teologica scotistica.
IV. Filosofia. - Gran parte della speculazione scotistica viene riservata alla metafisica: e in modo particolare alle tre teorie : dell'ilemorfismo, del formalismo e del principio d'individuazione. La materia non è una semplice e pura potenza, ma una entità positiva e assoluta, la quale potrebbe esistere - de potentia Dei absoluta - anche senza il principio informante. In ogni essere individuale ( = res) ci son degli elementi metafisici ( = realitates, entitates, formalitates) che, pur identificandosi realmente, adeguatamente e formalmente, però non si includono o confondono bensì si differenziano. Questa differenza (distinctio formalis a natura rei) o meglio la non-identità formale delle diverse realtà di una stessa cosa, è ante omnem actum intellectus, creati et non creati essenzialmente differente da quella rationis (che è prodotta dall'intelletto), ed ha luogo, p. es., tra l'essenza e l'esistenza, tra l'anima e le sue facoltà, e tra queste stesse facoltà; tra l'essenza divina e le tre Persone divine da una parte, e i suoi divini attributi dall'altra, nonché tra questi stessi attributi divini. Il principio d'individuazione di un essere non consiste né nella sua esistenza né nella sua natura
specifica né nella materia né nella forma e neppure in qualcosa di negativo; ma in una particolare realtà positiva che si chiama heccotas.
I. Teodicea. - Conosciamo Dio non per intuizione ma dalle creature, per via di causalità, negazione ed eminenza. Il concetto di essere è univoco a Dio e alle creature. Questa univocità non è contraria alla semplicità di Dio. Infatti D. S. scrive : "Teneo opinionem mediam, quod cum simplicitate Dei stat quod aliquis conceptus sit communis sibi et creaturas, non tamen aliquis conceptus communis ut generis" (Ox., I, d. 8, q. 3). A sua volta l'idea di Essere infinito esprime nei modo più perfetto la natura di Dio, e cioè "conceptum... perfectissimum conceptibilem vel possibilem a nobis haberi de Deo" (Ox., I, d. 2, q. 2; d. 3, q. 1-2). Sugli attributi divini il primato lo detiene la volontà, la quale però, pur essendo essenzialmente libera, non è affetto dispotica o capricciosa, essendo governata dall'intelletto "cum sit Deus agens rectissima ratione" (Rep. Paris., IV, d. 1, q. 5).
2. Psicologia. - L'anima è la forma sostanziale del composto umano vivente, ma anche nel corpo c'è una forma propria, sia pure secondaria, per la quale è corpo indipendentemente dall'anima che dona l'essere a tutte le sue parti : è la forma corporeitatis. La cognizione incomincia dai sensi, i quali però non possono attingere l'esistenza attuale delle cose in modo sicuro e adeguato senza l'aiuto dell'intelletto, il cui oggetto formale e proprio è l'ens. Anche nell'uomo l'intelletto è vinto per nobiltà dalla volontà, la quale, essendo una potenza essenzialmente attiva e libera, è responsabile di ogni ordine o disordine dell'anima, comanda a se stessa, all'intelletto e alle altre potenze e sceglie tra il bene ed il male o tra due beni.
3. Etica. - Anche l'etica è poggiata su basi volontaristiche. Infatti la moralità è un affare soprattutto della volontà. La bontà morale consiste formalmente nella elezione della volontà (actus elicitus voluntatis), la quale elezione è già una prassi; invece nelle prassi imperate ad extra vi è soltanto la bontà materialiter. La perfezione risiede più nell'amore Dio che nel conoscerlo. La legge naturale è contenuta nel decalogo, ma principalmente e in senso stretto nei precetti della prima tavola, in quanto sono principi etici d'immediata evidenza e di valore assoluto riguardanti direttamente l'Essere infinito; mentre gli altri precetti racchiudono in sé degli elementi contingenti, e sebbene siano pienamente conformi all'intelletto, Dio può dispensare da essi. L'uomo non è obbligato a dirigere ogni sua azione, anche la minima, verso Dio; e può compiere anche delle azioni, che in concreto non sono né buone né cattive, ma semplicemente indifferenti.
V. Teologia. - Dal fatto che Dio è amore (Deus caritas est), S. trae molteplici e molto significative conclusioni. La teologia stessa è una scienza (sebbene non in senso aristotelico) eminentemente pratica, perché tratta di Dio non propter speculari, ma precisamente propter operari, cioè non per soddisfare la vana curiosità nostra, ma per illuminarci sul nostro ultimo fine. La creazione tutta è anch'essa un'opera di amore, perché Dio, sommo bene, amando necessariamente se stesso, vuole l'esistenza di altri esseri che possano amarlo liberamente. La Grazia - che si identifica con la carità - risiede nella volontà; e siccome la volontà - che è anche sede delle virtù cardinali - può con l'aiuto della Grazia compiere degli atti supernaturali, ne deriva che non sono necessarie e non esistono le virtù morali infuse. La beatitudine celeste consiste nell'amore beatifico verso Dio; e questo amore, pur restando libero, è tuttavia stabile e indefettibile in seguito a una positiva predeterminazione della volontà divina.

Ma l'amore di Dio trionfa soprattutto nell'Incarnazione, giacché l'esistenza di Cristo - archetipo,

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Duns Scoto, Giovanni - Volto di D. S. Particolare della Disputa del S.mo Sacramento di Raffaello (1509-11) - Vaticano, zanza di Raffaello.
centro e fine dell'universo nel suo duplice aspetto naturale e soprannaturale - non è stata predestinata unicamente a causa della redenzione. Cosl pure l'amore costituisce l'elemento formale della redenzione ed è la causa ultima degli insigni meriti di Cristo : meriti peraltro che solamente in senso largo possono dirsi infiniti.

Una parte importantissima nel sistema teologico scotista è attribuita alla mariologia. Maria è innanzi tutto la Madre vera di Dio, perché ha cooperato attivamente alla concezione di Cristo, che cosil ha una doppia relazione reale: una con il divin Padre e l'altra con la Madre. Ma uno speciale titolo di gloria si è acquistato il Dottore mariano nella difesa strenua e coraggiosa della Concezione Immacolata di Maria (v. immacolata concezione). Con la sua insuperabile logica egli ha infatti risolto le difficoltà, che avevano proposto contro questo privilegio mariano i grandi dottori del sec. xiri (Tommaso, Bonaventura, Alberto...) provando che l'Immacolata Concezione non è contraria né al dogma del peccato originale né a quello della redenzione di tutti i figli di Adamo. Anzi dal concetto nuovo di Cristo, perfettissimo redentore, passò ad attribuire alla creatura più perfettamente redenta la forma più perfetta della redenzione: quella preservativa. Con il suo principio : «Si auctoritati Ecclesiae vel auctoritati Scripturae non repugnet, videtur probabile quod excellentius est attribuere Mariae» (Ox., III, d. 3, q. 1) - che i suoi immediati discepoli trasformarono nel celebre assioma: "Potuit, decuit, ergo fecit» D. S. ha posto il fondamento solido e altamente fecondo della scienza mariologica francescana.

Tra le altre tesi teologiche di S.: il mistero della S.ma Trinità, pur non contrario alla ragione, non può essere il frutto di una argomentazione quia o propter quid. Il peccato originale consiste nella privazione della giustizia originale dovuta all'uomo. Gli angeli sono anche essi, come gli uomini, individui raggruppati sotto una stessa specie; e come potevano peccare nel primo momento della loro creazione, cosl potevano durante la loro
prova, pentirsi e convertirsi. I Sacramenti non sono cause fisiche della Grazia, benché realmente la producano. L'essenza del sacramento della Penitenza consiste principalmente nell'assoluzione del sacerdote, non già nei tre atti del penitente. Nell'Eucaristia le parole della consacrazione, delle quali quelle che sono usate della Chiesa occidentale non sono tutte essenziali, non hanno la forza di dimostrare invincibilmente e pienamente il mistero della transustanziazione, senza l'esposizione della tradizione e la dottrina della Chiesa.
VI. Giudizio complessivo. - Non sono mai mancati lungo il corso dei secoli attacchi più o meno gravi alla figura e all'opera di D. S. In modo speciale nei primi decenni del movimento neoscolastico era quasi di moda presentarlo come il precursore del kantismo, del modernismo, del positivismo e degli altri errori contro i quali si è trovata a combattere la Chiesa. Basta leggere i giudizi severi e ostili di Z. Gonzales, di A. Werber, di W. Fox e di B. Landry.

Però in questi ultimi anni, grazie ad un più accurato studio storico-critico della scolastica in genere e delle opere scotistiche in particolare, si è andato molto sensibilmente evolvendo e modificando l'atteggiamento degli studiosi nei riguardi del Dottore Sottile, e sempre più frequenti e significativi son diventati, anche fuori degli ambienti francescani, gli omaggi alla sua grandezza profondamente costruttiva. Cosi, mentre D. S. viene salutato come "l'ultima grande figura dell'alta scolastica" (M. Grabmann, Storia della teologia cattolica, vers. it., Milano 1937, p. 119), lo scotismo a sua volta viene giudicato da alcuni come una originale e potente scolastica pregua di metafisica e una sintesi omogenea ove tutto è stato ridotto a una mirabile unità (M. De Wulf, Histoire de la philosophie médiévale, 6ª ed., Lovanio 1936, pp. 347-48); da altri è considerato come il più grande tentativo di conservare e dimostrare in tutta la loro integrità le idee filosofiche, che nel medioevo erano insegnate come i fondamenti della visione cristiana del mondo e della vita (J. Carreras y Artau, op. cit. in bibl.), per altri ancora esso rappresenta la sintesi più completa e più fondamentalmente cristiana della filosofia scolastica (C. R. S. Harris, op. cit. in bibl., I, pp. 246-512). Né prive di significato sono le parole ammonitrici del p. Monot (Dictionn. des connaissance relig., VI, col. 268): «Lo scotismo, che qualche volta è stato disprezzato da cattolici male informati, resta nella filosofia e nella teologia una delle forme riconosciute del pensiero cristiano".

Certamente all'affermazione progressiva del pensiero scotista ha anche molto contribuito la funzione storica che ha esercitato e va tuttora esercitando nel definitivo svolgimento di alcuni dogmi e nella elaborazione della sintesi teologica. Non può essere dimenticato il valore e il peso che l'insegnamento di S. ha avuto in non poche decisioni del Concilio Tridentino. L'avere stabilito e difeso il dogma dell'Immacolata Concezione, è un titolo che basta da solo ad assicurargli una gloria imperitura (cf. J. Pohle, Lehrbuch der Dogmatik, 7ª ed., II, Münster in West. 1928, p. 241). Cosi pure la dottrina dell'assoluta predestinazione di Cristo "oggi va guadagnando terreno, e forse verrà tempo, che come la scuola scotista l'ebbe vinta sulla tomista quanto all'immacolato concepimento di Maria, cosl la potrà vincere quanto a questa sentenza, che mirabilmente ci arride " (O. Bonomelli, cf. Etudes franciscaines, 2 [1899], p. 577).

Nè bisogna dimenticare, a proposito della perfetta ortodossia di S., che la Chiesa non soltanto non ha condannato sinora alcuna sua proposizione dottrinale, ma ha dichiarato anche espressamente, con un decreto della Congregazione per ordine di Paolo V, "immunem esse a censuris doctrinam Scoti» stabilendo in pari tempo "ne quis librorum censor prohibere auderet quod certo constaret ex Scoto deprimptum esse" (cf. Hurter, IV, col. 369). Cosl la S. Sede ha approvato a varie riprese le costituzioni generali dell'Ordine francescano, le quali prescrivevano ai lettori "ut litteram Scoti solum et non alios auctores ex professo explicare conentur" (cf. W.

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Lampen, B. Ioannes Duns Scotus et Sancta Sedes, Quaracchi 1929). Altre volte ha confermato gli statuti di varie università e facoltà teologiche d'Italia, Francia, Inghilterra, Polonia, Spagna ecc., ove esistevano le cattedre di S., accanto a quelle di s. Tommaso. Così, ad. es., Clemente XII approvò gli statuti dell'Università di Cervera, fondata da Filippo V, dove era prescritto: «Scoti cattedrac proefectus praecipue caveat ne in conficiendis ad praelectiones suas tractatibus, a mente eiusdem doctoris deflectat» (Bullarium Romanum, ed. Torino, XXIII, pp. 163, 170, 172).

Con questo non s'intende ignorare il favore preponderante attribuito giustamente dalla S. Sede alla dottrina di s. Tommaso d'Aquino, né diminuire i pregi indiscutibili della Somma teologica, che per la chiarezza e semplicità dell'esposizione e per la ricchezza e l'ordine architettonico del contenuto, ha meritato di essere scelta quale testo d'insegnamento nelle scuole cattoliche. L'alternativo curiosa «o Tommaso o D. S.», che mezzo secolo fa si era posta e cui si era da alcuni risposto «Tommaso e non D. S. s, si è dimostrata oggi non più attuale e deve essere perciò trasformata nell'affermazione più giusta e più serena di Bazala (Povijest filozofije, II, p. 174): «Col nome di Tommaso sempre degnamente risuonerà anche il nome di D. S.».

Scriveva a proposito il grande studioso della scolastica, card. F. Ehrle (La scolastica e i suoi compiti odierni, Torino 1933, p. 92): «Sappiamo, infine, pienamente sp. prezzare il fatto che la Chiesa, con tutta la stima che ha per il Dactar communis, rifiuta di accentuare la dottrina del Santo in maniera che le opinioni d'altre importanti scuole ne possano risaltare condannate o per lo meno eminuite. Essa conosce troppo bene quale importanza ha, nella ricerca della verità, la libera gara delle idee che rende possibile la chiarificazione completa d'un problema, anche quando si parte da punti di vista diversi. Sino a che si conserva la fede e l'amore, ciò non può essere che di vantaggio per la verità e anche per la Chiesa stessa, protettrice d'ogni verità. Perciò essa concede a tutti i maestri, studenti e indagatori la iusta libertas. Se un singolo dotto, istituto o Ordine religioso, vogliono aderire più strettamente a Tommaso o a un altro maestro, hanno il pieno diritto e la piena libertà di farlo».

In ogni modo è ora perfettamente pacifico che D. S. con il suo eccellente metodo critico, con il suo largo uso della più rigorosa argomentazione razionale, con l'esaltare il primato della volontà, della libertà, dell'attività, dell'amore, e con la sua singolare speculazione cristocentricomariana ha creato un sistema dottrinale solido e duraturo, che - abbracciato e difeso lungo i secoli da una pleiade di teologi, di filosofi, santi predicatori e invitti polemisti - s'impone anche e, diremmo, soprattutto alle ricerche e allo studio spassionato del nostro tempo, cui è stato riserbato il merito di porre, per la prima volta, nella sua piena luce storico-critica, la figura e l'opera dei grandi artefici della scolastica integrale, fra i quali D. S. occupa un posto che tutti riconoscono, senza riserva, di non lieve importanza.

Biall. Edizioni: L. Waddingus, Johannis Duns Scoti... Opera Omnia, 12 voll., Lione 1639; 2^{2} ed., 26 voll. in-40, ParigiVivès. 1891-93. Tra le molte edizioni particolari si accenna solo a quella di M. Fernandez Garcia, B. 7. Duns Scoti. Commentaria Osoniornia (due primi libri), Quaracchi 1912-14. Estratti di testi : H. De Monte Tertino (Arena), Summa ex Scoti operibus..., Roma 1728; 2^{2} ed., 6 voll., ivi 1902; Deodatus Maria a Ballisco, Capitella opere B. I. D. Scoti, Le Havre 1908; D. Scaramuzzi, D. Scoto Simonula, Firenze 1932; C. Balić, I. D. Scoti Theologine narriense idemena, Sebenico 1933; M. Müller, I. Duns Scoti Tractatus de prima priusipia, Friburgo in Br. 1941. Disionari: C. De Varesio, Promptuarium scoticum, Venezia 1690; M. Fernandez Garcia, Lexicon scholasticum, Quaracchi 1910.

Il «compectus e della letteratura scotista moderna si trova in E. Bettoni, Venti ultimi anni di letteratura scotista, Milano 1943; Franciabanische Studien, 8 (1911), pp. 48-66; Antonianum 3 (1928), pp. 451-84; Quatrième congres des lecteurs de la langue française, Parigi 1934, pp. 190-254; M. De Wulf, Storia della filosofia medievale, vers. it., II, Firenze 1945, pp. 304-23.

La bibliografia più antica presso: P. Raymond, s. v. in DThC, III, coll. 1863-1947; U. Smeets, Lineamenta bibliographiae scotisticae, Roma 1942.

Per la vita e le opere di D. S. : B. Brkić, Zivot Ivana D. S., Sarajevo 1908; A. Bertoni, Le b. 7. D. S., Levanto 1917; E. Giusen, La vita del b. G. D. S., Assisi 1919; A. Pelzer, Le premier livre des Reportata Parisiensia de 7. D. S., in Annales de l'Institut supérieur de philosophie, V, Lovanio 1923; F. Pelzzer, Handschriftliches zu Shatus mit neuen Angaben über sein Leben, in Franciabanische Studien, 10 (1923), pp. 1-32; A. Callebaut, A prepos du b. 7. D. S. de Littledaan, in Archivum Franc. Histori. com, 24 (1931), pp. 305-29; Ch. Balić, Les commentaires de 7. D. S. sur les quatre livres des Sentences, Lovanio 1927; id., Ratio criticae editionis operum annitum 7. D. S., 2 voll., Roma 1939-41; Béraud de S.-Maurice, 7. D. S., un docteur des temps nouveaux, Montréal 1944.

Una sintesi generale della dottrina di S. è stata fatta negli Atti del Congresso scotista di Zagabria. Collectanea Franciscana Slavica, I. Sebenico 1937; cf. anche: R. Seeberg, Die Theologie des 7. D. S., Lipsia 1900; E. Longpré, La philosophie du b. D. S., Parigi 1924; P. Minges, I. D. S. doctrine philosophica et theologica, 2 voll., Quaracchi 1930; C. R. S. Harris, D. S., 2 voll., Oxford 1930; Z. Van de Woestyne, Scholae franciscanae aptatus corens philosophicus, Malines 1932; S. Belmond, Essai de synthèse philosophique du scotisme, in La France franciscaine (1933), pp. 73131; Déodat Marie de Basly, S. docens, Parigi 1934; E. Bettoni, D. S., Brescia 1946.

Sulle singole questioni filosofico-teologiche: Déodat M. de Basly, Grandes thèses catholiques, I, Parigi 1900; II, RomaParigi 1903; P. Minges, Die Gnadenlehre des D. S. ..., Münster 1906; id., Der Gottesbegriff des D. S., Vienna 1907; id., Das Verhältnis zwischen Glauben und Wissen, Theologie und Philosophie nach D. S., Paderborn 1908; J. Belmond, Dieu, Parigi 1913; J. Klein, Der Gottesbegriff des 7. D. S., Paderborn 1913; M. Heidegger, Die Kistegarien und Bedeutungslehre des D. S., Tubinga 1926; J. Carreras y Artau, Ensayo sobre el voluntarismo de 7. D. S., Ceresca 1923; J. Klein, Die Chavitaslehre des 7. D. S., Münster 1926; E. Gilson, Avicenne et le point de départ de D. S., in Archives d'histoire doctrinale et litt. du moyen âge, 11 (1927), pp. 88 149; J. Kraus, Die Lehre des 7. D. S. von der nature communis, Paderborn 1927; D. Scaramuzzi, Il pensiero di G. D. S. nel mezcagiorno d'Italia, Roma 1927; H. Klug, B. 7. D. S., doctrina de sacrificio, praesertim de sacrosancto Missae sacrificio, Barcellona 1929; H. Schwamm, Das Göttliche Vorherscissen bei D. S. und seinen ersten Anhängern, Innsbruck 1934; F. Chauvet, Las pasiones, Barcellona 1936; H. Storff, De natura transsubstantiationis iusta I. D. S., Quaracchi 1936; J. Binkowski, Die Wertlehre des D. S., Berlino 1936; E. Gilson, Les seize premiers Theoremata et la pensée de D. S., in Archives d'histoire doctrinale et litt. du moyen âge, 22 (1938), pp. 3-86; N. Petruzzellin, Studi sull'Etica di D. S., in Archivio di filosofia, 10 (1940), pp. 66-87, 219-33, 390-416; C. Balić, Da debito peccati originalis in B. V. Maria. Investigaciones de doctrina quam tenuit I. D. S., Roma 1941; E. Bettoni, L'ascesa a Dio in D. S., Milano 1943; M. Grajewski, The Formal distinction of D. S., Washington 1944; A. B. Wolter, The Transcendentals and their function in the Metaphysics of D. S., Nuova-York 1946.

Carlo Balić
DUNSTABLE, John. - Compositore astronomo, n. forse a Dunstable nel Bedfordshire intorno al 1370 e m. a Walbrooke il 24 dic. 1453. Fu sepolto nella chiesa di S. Stefano a Londra. Poco si conosce della sua vita: si sa che fu al servizio del duca Giovanni di Bedford e si suppone che lo seguisse a Parigi quando il duca vi andò quale rappresentante di Enrico V e reggente di Francia.

E degna di credito la ipotesi di un suo soggiorno in Italia, convalidata dall'essere egli vissuto quasi sempre fuori del paese e dalla presenza della maggior parte delle sue opere in codici italiani (Bologna, Modena, Trento), mentre un solo codice inglese, l'Old Hall ms., ci dà una sua composizione, Veni Sancte Spiritus a 4 voci; tale soggiorno italiano, secondo il Van Den Burren, si potrebbe porre tra il 1425 e il 1440 , epoca in cui il Dufay era cantore alla Cappella pontificia. Parlando di lui il contemporaneo Martin Franc dice che Dufay e Binchois furono suoi seguaci. Egli fuve in una mirabile sintesi la melodia e l'armonia, dando, specie alla prima, una rara plasticità espressiva, la cui fonte immediata è nell'Ars nova italiana del sec. xiv.

Delle sue 54 composizioni finora note, quelle stampate sono una parte minima. I Denkmäler der Tonkunst in Österreich, contengono opere sue nei voll. VII, XXVII, XXXI e L (Lipsia 1913 sgg.). L'elenco completo delle

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sue opere finora conosciute con le relative fonti, si trova in C. Steiner, D. and various settings of O Rosa Bella (Sammelbände der Internat. Musikgesellschaft, 2 [1900], p. i sgg.; tale elenco è completato da M. Bukofzer, Uber Leben u. Werke von D. in Acta musicologica, 8 [1936], p. 111 sgg.

Bibl.: U. Riemann, Handbuch der Musikgeschichte, II, Lipsia 1907, p. 106 sgg.; C. Van Den Borren, The Genius of D., in Proceedings of the musih association, Londra 1921; M. Bukofzer, I. D. and the music of his time, ivi 1938. Luisa Cervelli

DUNSTANO, santo. - N. ca. il 925 (secondo il Toke [The Bosworth Psalter, ed. Gasquet-Bishop, Londra 1908, pp. 131-43] nel 910), m. il 19 maggio 988. Fu educato nel monastero di Glastonbury e alla corte di Etelstano ( 924-40 ), di cui era parente. Ne fu allontanato perché il suo amore dello studio lo rese sospetto di magia. Si rifugio presso il suo parente s. Elfego, vescovo di Winchester; e quindi tornò, monaco, nel monastero di Glastonbury, di cui Edmondo ( 940-46 ), successo ad Etelstano, lo fece abate ( 945 ca.). Vi educò uno stuolo di vescovi ed abati. Consigliere di Edredo ( 946-55 ) negli affari ecclesiastici ed anche politici, cadde in disgrazia di Edwig ( 955-58 ), al quale aveva rimproverato i cattivi costumi, e dovette andar esule nelle Fiandre a Mont Blandin, presso Gand. Dopo due anni fu richiamato da Edgardo il Pacifico ( 958-75 ), che lo fece vescovo di Worcester (957), poi di Londra (959) e finalmente primate di Canterbury ( 960 ). Andò a Roma ed ottenne da Giovanni XII il pallio.

Si dedicò con grande energia e successo alla riforma dei costumi del popolo, alla restaurazione dello spirito ecclesiastico nei monaci e nel clero, alla costruzione di chiese e monasteri e alla ricostruzione di quelli distrutti dai Danesi. Per 28 anni fu anima della Chiesa inglese. Non gli appartengono il Tractatus de lapide philosophorum (Cassel 1649) e la Regularis concordia Angliae (ed. Dugdale, in Monasticou Angliavumu, I, Londra 1817, pp. xxvii-xly) che un tempo gli furono attribuiti.

BibL.: La biografia contemporanea e parecchie altre posteriori, in Acto SS. Maii, IV, Parigi 1866, pp. 344-84; W. Stubbs, Memorials of st. Dunston, Londra 1874; BHL 352-54; F. Cabrol, L'Angleterre chrétienne avant les Normands, 2^{°} ed., Parigi 1909, pp. 240-50; J. De la Servière, Dunston (a.), in DThG, IV, II, coll. 1947-49; J. A. Robinson, The Times of st Dunston, Oxford 1923; E. Amann, in A. Fliche - V. Martin, Histoire de l'Eglise, VII, Parigi 1940, pp. 412-13. Ireneo Daniele

DUPANLOUP, FÉLIX-ANTOINE-PHILIBERT. Vescovo di Orléans, n. a St-Félix nella Savoia il 3 genn. 1802, m. a Lacombe (Savoia) l'1 1 ott. 1878. Educato nel seminario minore di St-Nicolas du Chardonnet e poi a St-Sulpice, ne uscì sacerdote il 18 dic. 1825 . Iniziò la sua attività come vicario all'Assunzione, dove si distinse subito per le eccezionali doti di catechista, tanto che gli fu affidata l'istruzione religiosa dei principi reali. Vi fondo l'Accademia di S. Giacinto, benemerita dell'educazione giovanile. Passò quindi, pure come vicario, alla Maddalena e quindi, nel 1836, a S. Rocco. Fin dal 1833 aveva inaugurato a Notre-Dame quelle celebri conferenze, che poi dovevano essere continuate da tanti illustri oratori. Nel 1838 ricevette la ritrattazione e l'ultima confessione di Talleyrand. Dal 1837 al 1845 fu rettore del Chardonnet, acquistandovi e profondendovi tesori di esperienza pedagogica. Ne è testimone E. Renan, suo alunno, purtroppo degenere: "Solo quelli che hanno conosciuto St-Nicolas du Chardonnet negli anni brillanti dal 1838 al 1844 possono farsi un'idea della vita intensa che vi si sviluppava. E questa vita non aveva che un'unica sorgente, un solo principio, mons. D. ... Era uno stimolatore senza pari. Non aveva l'eguale nell'arte di trarre da ognuno dei suoi alunni la somma
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(da P. Frond, l'unition des illustrations franciques au XIX { }^{°} cileth, Clerge, Parigi s. al Dupanloup, F'flix-Antoine-Philibert - Ritralio. Litografia.
di quanto poteva dare" (Sonvenirs d'enfance et de jeunesse, Parigi [s. a.], pp. 136-38).

Le sue esperienze d'educatore le raccolse più tardi in una grande opera, in due parti : De l'éducation en général ( 3 voll., Parigi 1850-62) e De la haute éducation intellectuelle ( 3 voll., ivi 1855-57). Versatilissimo qual'era trovava il tempo per dedicarsi anche all'apostolato esterno come scrittore efficace su tutte le più grandi questioni del tempo: De la pacification religieuse (ivi 1845); La situation intellectuelle et religieuse du clergé; Les petits séminnires. Etat de la question (ivi 1847), sulla libertà di insegnamento ecc. Nel 1841 divenne professore di eloquenza sacra alla Sorbona e nel 1845 vicario generale di mons. Affre, canonico di Notre-Dame e direttore de L'Ami de la religion. Membro nel 1849 delle commissione incaricata dal ministro Falloux di preparare la legge sulla libertà d'insegnamento, vi esercitò un influsso decisivo.

Nell'apr. di quello stesso anno fu eletto alla sede vescovile di Orléans. Si distinse per lo zelo intelligente ed infaticabile nella formazione del clero, nell'educazione della gioventù e per l'insegnamento del catechismo. Nel 1852 in una lettera ai professori del suo seminario minore difese lo studio dei classici pagani contro le preoccupazioni del Gaume. Il 9 nov. 1854 fu accolto nell'Accademia francese. L'anno dopo tenne nella cattedrale il ponegirico di Giovanna d'Arco, un altro ne tenne nel 1869, nel quale anno fece i primi passi a Roma per l'introduzione della causa di beatificazione dell'eroina e nel 1876 trasmise a Roma i risultati del processo informativo diocesano.

Dal 1859 al 1870 con la parola e con gli scritti fu l'indomabile campione del potere temporale del Papa. Non era però ultramontano. Nel 1862 s'impegnò nel castello di La Roche-en-Brèny con Montalembert e Falloux di combattere "pro libera Ecclesia in libera patria ". Era il motto programmatico del liberalismo cattolico francese. Desideroso di conciliare gli imprescrittilili diritti della Chiesa con l'anima moderna scrisse La convention du 15 septembre et l'encyclique du 8 septembre 1864, in cui commenta il Sillabo con glosse lenitive che ne spie-

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gano la ragionevolezza. Ebbe elogi da ben 630 vescovi e dallo stesso Pio IX (4 febbr. 1865). Sempre sulla breccia, respinse gli attentati del ministero Duruy all'educazione cristiana; combatté l'ammissione del Littré all'Accademia; partecipò ai Congressi di Malines del 1864 e del 1867; alle riunioni episcopali di Roma del 1862 e 1867; continuò ad essere presente con opuscoli e lettere pastorali in ogni dibattito religioso e sociale del suo tempo. Peccato che certe sue tendenze gallicane gli abbiano fatto prendere per ragioni di opportunità un atteggiamento ostile alla definizione della infallibilità pontificia, mentre non aveva mancato di sostenerla e difenderla proprio nelle sua tesi di laurea a Roma nel 1842 . Temeva che quella definizione potesse ostacolare la conversione dei protestanti e compromettere la fede, ancor troppo debole, di tanti cattolici. Pubblicò perciò nel nov. del 1869 le Observations sur la controverse soulevée relativement à la définition de l'infaillibilité au futur concile. Sostenne quindi la inopportunità di quella definizione fino all'ultimo e nell'imminenza della sessione definitiva, piuttosto che ripetere il non placet alla presenza del Papa, preferì tornare in diocesi. Però appena il dogma fu definito, si affrettò a compiere atto di sottomissione.

Durante l'occupazione tedesca di Orléans fu il vero defensor civitatis: i fedeli riconoscenti lo elessero loro rappresentante all'Assemblea nazionale, ove parlò ogni volta che si trattò di difendere un interesse religioso, specialmente a proposito della libertà dell'insegnamento superiore (luglio del 1875). Rifiutò la sede di Lione (1873) e invece accettò di far parte del Senato (1876). Nonostante la tarda età continuò a lottare con giovanile energia contro l'incredulità e la massoneria invadenti. Ottenne, con le sue fiere proteste, che il governo disapprovasse i festeggiamenti organizzati nel 1878 dal Consiglio municipale di Parigi per il centenario della morte di Voltaire. Leone XIII voleva concedergli la purpora; ma il governo fece difficoltà e intanto il D. moriva improvvisamente. Non fu certamente un grande teologo, ma in compenso fu un grande pastore d'anime. Tenendo conto di questo si spiegano certi suoi atteggiamenti, anche se non tutti si possono giustificare.

L'elenco delle opere del D. in Herluisson, Liste bibliographique des écrits de mgr D. (Orléans 1878; in Polybiblion, 2 [1888], p. 463 sgg., nonché in F. Lagrange, Vie de mgr D. (III, Parigi 1894, p. 486 sgg.). Posteriormente sono stati pubblicati il Tournoi intime, ed. L. Brancheriau ( 2^{2} ed. Parigi 1910) ed una scelta delle pagine migliori, curata da H. E. Dutoit, D. (collezione Choisir, I, ivi 1933 ).

Bist..: Biografic di D. furono scritte da V. Pelletier, 10^{2} ed., Parigi 1876; M. Salomon, in Les grands hommes de l'Eglise au XIXe siècle, ivi 1904; E. Faguet, Mgr D., ivi 1914; F. Lagrange, Vie de mgr D., 3 voll., ivi 1883-84; 7* ed., ivi 1894, la più importante, e però non del tutto imparziale, come dimostrò U. Maynard, Mgr D. et mgr Lagrange son historien, ivi 1884; I. Briconi, s. v. in Dict. pratique des connaissances religieuses, II, pp. 964-73; A. Largent, s. v. in DThC, IV, II, coll. 19491953. Studi particolari di Fr. Pon, Une page de Sarnaturel au Concile Vatican, Parigi 1905; J. M. Peters, Die Stellungnahme D.r zu den Fragen der Mädchenerziehung, Friburgo in Br. 1929. Sull'atteggiamento di D. durante il Concilio Vaticano si vedano le storie di questo Concilio scritte da E. Cecconi, Roma 1878; P. Th. Granderath, trad. dal tedesco in francese, Bruxelles 1908; E. Campagna, I, Lugano 1926; C. Buther, 2 voll., Londra 1930.

Ireneo Daniele
DUPASQUIER, Sébastien. - Filosofo e teologo scotista del sec. xvir, ritenuto uno dei più rappresentativi della scuola sullo scortio di quel secolo. N. a Chambéry ca. il 1630 , m. nel 1718. Religioso pio, appartenne alla provincia di S. Bonaventura dei Conventuali in Francia, dei quali fu ministro provinciale nel 1665 . Con l'insegnamento e con gli scritti, notevoli soprattutto per chiarezza e concisione, contribuì molto a divulgare e difendere la dottrina scotistica. Filosofo e teologo tradizionale, ebbe però vedute originali ed importanti per lo sviluppo delle due scienze.

Opere principali : Summa philosophiae scholasticae et scotisticae (4 voll., Lione 1692; Padova 1705, 1718, 1732);

Summa theologiae scotisticae ( 8 voll., ivi 1695; Padova 1706, 1719, 1743; Chambéry 1698-1706); Tractatus postumus et ultimus de novissimis nostris et mundi (Chambéry 1718; a cura del pronipote p. Bruiset). Scrisse inoltre : De obligatione ad mortale in praeceptis aequipollentibus Regulae franciscanae adversus P. Nicolas stantem pro sola obligatione ad veniale (Annecy 1685); L'attrition suffisante pour la rémission des péchés dans le sacrement de Pénitence (2 voll., ivi 1687 ).

Bist..: G. Franchini, Bibliomfia di scrittori francescani conventuali, Modena 1693, pp. 548-49; I. Schwane, Hist. des Dogmes, trad. A. Degert, 2* ed., VI, Parigi 1904, pp. 44, 195, 364, 413; D. Spasson, Frammenti bibliografici di scrittori... min. conv., Assisi 1931, pp. 79-80; Sbaralea, III, p. 293; B. Jansen, Zur Philosophie der Scotisten des XVII. Jahrb., in Franzisk. Studien, 23 (1936), pp. 139-61. Lorenzo Di Fonzo

DU PERRON, Jacques Davy. - Cardinale, teologo-controversista, diplomatico e uomo di Stato, detto «l'Agostino di Francia». N. a St-Lô in Normandia il 25 nov. 1536, m. a Parigi il 5 sett. 1618. Figlio di calvinisti, compì a Parigi gli studi sui Padri, gli scolastici e sui teologi cattolici e protestanti del suo tempo; poi ebbe discussioni pubbliche. Fattosi cattolico nel 1577, ordinato sacerdote nel 1591, eletto vescovo di Evreux, lottò tenacemente contro il gallicanismo e il calvinismo. Nel 1593 lo stesso re Enrico IV, per suo consiglio, abiurò il calvinismo, e fu proprio durante il suo regno che il D. svolse la sua maggiore attività politico-religiosa. Intervenne alle conferenze di Nantes; a quella di St-Denis nel 1593; e nel 1595 fu inviato a Roma per cooperare con il d'Ossat alla riconciliazione della S. Sede con il re di Francia. Raggiunta questa felicemente il 17 sett. 1595 , fu nominato primo elemositiere del re e consigliere di Stato.

Come controversista riportò notevoli vittorie a Parigi nel 1597 e a Fontainebleau il 4 maggio 1600 , nella conferenza religiosa, in cui trionfò pienamente sul "papa degli ugonotti" Du Plessis Mornay (v.). Per i suoi meriti il 9 giugno 1604 fu creato cardinale e il 9 ott. 1606 ottenne l'arcidiocesi di Sens. Dopo un soggiorno a Roma (1606-1607), dove cooperò alla soluzione della controversia sulla Grazia e alla conciliazione del Papa con la Repubblica veneta, rientrò in Francia e assunse la direzione del Collège Royal. Morto il re nel 1610, il D. divenne membro del consiglio di reggenza, ma continuò nelle sue polemiche religiose. Delle sue ultime fu quella in cui difese, contro i principi gallicani del Parlamento, la piena e diretta potestà del Papa nello spirituale e quella indiretta nel temporale.

I suoi scritti, densi di erudizione e di dottrina, editi separatamente, e solo in parte durante la sua vita, furono raccolti in vari volumi con biografia dopo la sua morte. L'ed. di Parigi del 1620-22, in 3 voll., porta il titolo Les diverses oeuvres de l'ill.me card. D.

Bist..: L. De Burigny, Vie du card. D., Parigi 1768; P. Feret, Le card. D. orateur, controversiste, écrivain, ivi 1877; G. Grette, Opice fuerit in card. D. vis oratoria, ivi 1903; Hurter, III, coll. 495-11; C. Constantin, s. v. in DThC, IV, coll. 19531960; Pastor, XI-XII, passim; Eubel, IV, pp. 7, 39, 179, 313; G. Thils, Les notes de l'Eglise dans l'apologétique catholique depuis la réforme, Gembloux 1937, passim. Giovanni Orloardi

DUPHOT, Léonard. - Generale francese, n. il 21 sett. 1769 a Lione, m. il 28 dic. 1797 a Roma. Nutrito di buona cultura nel collegio di Jully, abbracciò nel 1785, la carriera delle armi, arruolandosi come semplice soldato. Fece parte dell'armata dei Pirenei orientali, e nel nov. del 1793 fu promosso generale di brigata. Nel 1796 fu trasferito all'armata d'Italia. Dopo l'armistizio di Leoben fu inviato dal Bonaparte a Genova per riorganizzare le truppe della Repubblica ligure. Acceso giacobino, si trovò a Roma nel nov.-dic. del 1797 ed appoggiò i tentativi antipapali dei rivoluzionari romani. Fu ucciso nel corso di una

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scaramuccia dei repubblicani romani coi soldati pontifici. La morte di D. offri pretesto al Bonaparte per occupare Roma.

BibL.: M. Besse, Le général L. D., Parigi 1908; G. Boulot, Le général D., ivi 1908; A. Dufourcq, Le régime jacobin en Italie. Etude sur la République romaine (1798-99), ivi 1900, pp. 74-82.

Sihon Furioni
DUPIN, Louis-Ellies. - Teologo e storico giansenista, n. a Parigi il 17 giugno 1657, m. il 6 giugno 1719. Dottore alla Sorbona e professore al Collegio reale, pubblicò a Parigi dal 1686 al 1714 in 47 tomi la Nouvelle bibliothèque des auteurs ecclésiastiques.

L'opera suscitò, aspri giudisi e fu posta all'Indice il 1^{°} luglio 1693 e il 10 maggio 1757. Il D. merito le censure per i dubbi mossi sui libri canonici, per il disprezzo della tradizione patristica e conciliare, per la negazione del primato della S. Sede, per la simpatia verso Ne storia, per gli errori sulla devozione alla Vergine. Pensa la cattedra, il D. si illuse di riconciliare la Chiesa cattolica con la greca scrivendo a Pietro il Grande durante il soggiorno di lui a Parigi, per farlo intermediario; trattò pure con l'arcivescovo di Canterbury, sperando l'unione della Chiesa anglicana con la cattolica.

Oltre alle opere nominate, il D. compose il Traité de la puissance ecclésiastique et temporelle (1707), il Traité historique des excommunications (1713), tutti e due all'Indice (decreti 14 marzo 1708; 12 ag. 1716) e altre varie di soggetto religioso.

Bibl.: Hurter, IV, pp. 839-47; Pastor, V, pp. 128, 220, 232. Carlo Angeleri

DU PLESSIS MORNAY, Philippe. - Scrittore calvinista, n. a Buhy nel Vexin il 5 nov. 1549, m. a La Forêt-sur-Sèvre l'11 nov. 1623. Attirato sin da piccolo verso il calvinismo, mise a servizio dell'eresia le risorse di un brillante ingegno e soprattutto d'una attività intensissima che gli valse il titolo di "papa degli ugonotti». Il doloroso episodio della notte di S. Bartolomeo lo spinse a pubblicare con lo pseudonimo di Brutus Stephanus Iunius l'impotante lavoro: Vindiciae contra tyrannos, Edimburgo 1579 (tale paternità tuttavia non è ancora definita dalla critica), dal quale gli ugonotti trassero le armi polemiche per difendere il diritto di ribellione. Riusci con la sua abilità a guadagnarsi la confidenza di Enrico IV, re di Navarra, che lo nominò suo consigliere. Tale posizione egli sfrutto a vantaggio dei suoi correligionari, insistendo presso il re perché fosse promulgato l'editto di Nantes ( 1598 ).

La pubblicazione di una sua opera sull'Eucaristia: De l'institution, usage et doctrine de l'Eucharistie en Eglise ancienne, comment, quand et par quels degrez la Messe s'est introduite à sa place (La Rochelle 1598), riaccese vivacissima la lotta con i cattolici, i quali trovarono il loro difensore nel vescovo di Evreux, Jacques Davy Du Perron. Il D. P. aveva addotto a sostegno della sua tesi un abbondante materiale, quasi 5000 citazioni, ricavate dai Padri e dagli scrittori ecclesiastici con visibile fretta, senza la critica più elementare. Fu facile al Du Perron accusare dinanzi all'opinione pubblica l'imperizia e la malafede del D. P., il quale, punto sul vivo, chiese il contradditorio. Il fatto trascese i limiti di una semplice polemica; la notorietà dei due personaggi creò nel pubblico un'aspettativa singolare. Enrico IV, divenuto nel frattempo cattolico, manifestamente favoreggiatore del ritorno dei calvinisti alla Chiesa, consentil ben volentieri che la disputa avesse luogo a Fontainebleau, affidando la presidenza al Bellière e nominando arbitri due cattolici e due calvinisti. Il D. P. cercò in un primo momento di differire l'incontro; costretto poi dalle circostanze a sostenere il dibattito, si difese cosi meschinamente che il Du Perron riportò facile trionfo. Il D. P., tuttavia, volle fare l'autodifesa e presentò l'incontro di Fontainebleau sotto ben altra luce nel Discours véritable de la conférence tenue a Fontainebleau (Parigi, Sedan, La Rochelle, Montauban 1600), che non solo non
valse a riconciliargli il favore, ma gli nocque maggiormente perché l'avversario si vide costretto a rendere noti gli atti dell'incontro: Actes de la conférence tenue a Fontainebleau (Evreux 1601). Il D. P., irritato, tentò di riaprire il dibattito, pubblicando una Réponse au livre publié par le sieur Evesque d'Eureux (Saumur 1602), ma ormai il suo prestigio era compromesso. Né gli giovò l'altra sua opera pubblicata ca. 10 anni dopo: Le mystere d'iniquité (ivi 1611), piena di velenosi attacchi contro il Papa, da lui presentato come usurpatore di autorità. Scrisse pure 4 voll. di Mémoires, pubblicati postumi, i primi due a La Forêt 1624-25 e gli altri due ad Amsterdam 1652-53. Tutte le sue opere sono all'Indice (decr. 31 maggio 1629; 31 sett. 1629).

BibL.: C. Constantin, Du Perron Jacques Davy, in DThC, IV, coll. 1922-36; Pastor, XI (v. indice delle persone); F. Nicolini, Marnix, Philippe du Plessis, in Enc. Ital., XXIII (1934), pp. 864-65, con scelta bibl. recente: P. Sarpi, Lettere ai protestanti, a cura di M. D. Busnelli, 2 voll., Bari 1931 (v. indice).

Cosimo Petino
DU PLESSIS de RICHELIEU, AlphONSE: v. RICHELIEU DU PLESSIS, ALPHONSE.

DU PRAT, AnToine. - Uomo politico francese, n. a Issoire il 17 genn. 1463, m. a Nantouillet il 9 luglio 1535. Compiuti gli studi presso i Benedettini, si avviò alla magistratura, percorrendo una brillante carriera; nel 1507 veniva infatti nominato presidente del Parlamento di Parigi. Scelto da Francesco I come cancelliere ( 1515 ), ne fu uno dei principali consiglieri. A lui furono affidate le trattative con Leone X per la conclusione di un concordato.

Nel 1520 ebbe parte importante nelle trattative del campo del drappo d'oro con gli Inglesi. Rimasto vedovo nel 1517 entrò negli ordini, fu nominato cardinale nel 1527. Nel 1530 divenne legato a latere per la Francia. In politica interna fu fautore tenace dell'assolutismo monarchico, lottando contro i parlamenti; durante la prigionia di Francesco I, fu autorevole consigliere di Luisa di Savoia, che aveva sostenuta contro il connestabile di Borbone. Attivo difensore dell'ortodosso ottenne dal re severe misure contro i luterani. Grande impopolarità gli valse la sua politica fiscale, culminata nell'introduzione della venalità delle cariche.

Bibl.: A. Th. Du Prat, Vie d'A. du P., Parigi 1857; R. Doucet, Etudes sur le gouvernement de François I. I, ivi 1921, passim; C. Terrasse, François I, ivi 1935, passim. Sergio Cotta

DUPRÉ, GIOVANNI. - N. a Siena il 1^{°} marzo 1817, m. a Firenze il 10 genn. 1882. Scolaro a Firenze di L. Magi e V. Cambi fu anche sotto l'influsso di Lorenzo Bartolini (v.) il cui programma, in opposizione al Canova e Thorwaldsen, era quello di realizzare immagini studiate dal vero.

Tra le prime opere del D. va posto l'Abele, eseguito in marmo nel 1842 per l'Imperatore di Russia (in bronzo nella galleria d'Arte moderna di Firenze), una delle sue sculture migliori e caratterizzata dalla intensa rappresentazione naturalistica del soggetto. L'anno successivo modellò il Caino, senza dubbio inferiore, e quindi, nel 1844, il Giotto per i portici degli Uffizi.

Ebbe quindi inizio una sua vastissima attività quale scultore di monumenti funebri nei cimiteri di Firenze, Siena, Pisa, Bologna ecc., di monumenti onorari e di sculture di vario soggetto oltre che di ritratti. Tra le sue opere più famose oltre le già ricordate sono da annoverare la Saffo della galleria d'Arte moderna di Roma, l'Addolorata e l'Esaltazione della Croce per la Societa di S. Croce a Firenze (1860-61) e soprattutto la Pietà nella cappella Bichi-Ruspoli nel camposanto di Siena. Nella quale ultima scultura, certo tra le più significative del suo tempo, la forte umanissima caratterizzazione del soggetto non vela completamente lo schema quattrocentesco della composizione. - Vedi tav. CXXV.

Bibl.: A. Colasanti, s. v. in Enc. Ital., XIII (1932), p. 287; A. M. Brizio, Ottocento-Novecento, Torino 1939, pp. 441-65. Emilio Lavagnino

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Dupre, Giovanni - S. Francesco - Assisi, chiesa di S. Rufino.
DUPUIS, Charles-François. - Erudito e uomo politico francese, n. a Trie-Château (Oise) il 16 ott. 1742, m. a Is-sur-Tille (Côte d'Or) il 29 sett. 1809. Professore di eloquenza latina al Collège de France (1787), l'anno seguente entrò a far parte dell'Académie des Inscriptions. Fu deputato alla Convenzione; nel 1802 si ritirò a vita privata in Borgogna, dedicandosi completamente ai suoi studi.

Delle sue opere a base di astronomia erudita va so-, pratuito ricordata: L'origine de tous les cultes ou la religion universelle ( 3 voll., Parigi 1794) in cui spiega con la chiave dell'astralismo tutta la mitologia e fa delle grandi figure delle religioni antiche, Osiride, Bacco, Mithra, personificazioni del sole, alla maniera della teologia solare in voga alla fine del paganesimo. Lo stesso Fondatore del cristianesimo non si sottrae alla regola: infatti è nato di dic., nel solstizio invernale, dentro una grorta come Mithra, è risorto all'equinozio di primavera, nel segno zodiacale dell'Ariete (Agnello dell'Apocalisse) ha avuto al suo seguito dodici Apostoli, quanti i segni dello Zodiaco. Questi superficiali, ingenui e talora grotteschi ravvicinamenti, provocarono copiose confutazioni. L'opera è all'Indice (decr. 27 luglio 1818).

A altre un secolo di distanza il mito astrale applicato a Gesù è stato ripreso da H. Drews, filosofo monista, Die Christus Mythe (1910), che vi associò le speculazioni apocalittiche del giudaismo precristiano di ispirazione gnostica, provocando la reazione di tutti gli storici delle origini cristiane. P. L. Couchoud, Le mystere de Jésus (1924), che pure nega l'esistenza storica di Gesù, scarta la mitologia astrale insistendo piuttosto sulla tradizione giudaica di orientamento messianico.

Biol.: v. Gesù Cristo.
Nicola Turchi
DU QUESNOY, François, detto il Fiammingo