minatore. Sembra dunque che il culto del Cielo, di cui l'atto più solenne era il sacrificio fatto dall'imperatore una volta l'anno al solstizio d'inverno, abbia ritrovato negli ultimi cinquecento e più anni dell'Impero quasi tutta la freschezza e la purezza dei primi secoli. Questo culto non era né buddhista né taoista e si svolgeva in seno e secondo i principi del c.
Confucio però, come in genere i Cinesi, più che alla metafisica e alle questioni astratte era portato all'etica e alla pratica della vita. Ed in questo eccelle, come si ricava dai suoi Discorsi ai quali si riferiscono tutti i seguenti rinvii bibliografici quando non portano altra indicazione.
Quanto all'etica individuale, Confucio non si pronunciava ancora sulla questione, poi tanto dibattuta dai filosofi cinesi, se la natura umana è di per sé buona o cattiva. Egli sostiene che gli uomini nascono uguali, ma che poi essi si diversificano secondo le abitudini che contraggono (XVII, 2), dividendosi in quattro classi. In cima vi è il "santo" a cui tanto la scienza quanto la virtù sono connaturali; immediatamente dopo viene l'«uomo superiore" che acquista l'una e l'altra con lo studio e con la diligenza; segue lo stupido che, nonostante la sua poca capacità, fa degli sforzi per arrivare all'una e all'altra; e finalmente lo sciocco che non fa niente per sollevarsi al di sopra della sua stupidità (XVI, 9). Pochi infatti sono quelli che seguono la virtù (XV, 3), mentre molti si lasciano rapire dalla bellezza (IX, 17; XV, 12). Eppure l'uomo di carattere, l'uomo di virtù, non cerca di salvar la vita a costo della virtù, ma piuttosto è pronto a sacrificare la vita per mantenersi nella virtù (XV, 8). Questo poi consiste nel "ne quid nimis" (VI, 27). Tra le virtù, Confucio raccomanda la sincerità, la giustizia, il coraggio, la sapienza, l'urbanità, e il modo speciale la gos che può significare benevolenza, filantropia o anche umanità. E degno di nota che egli sia arrivato fino alla carità negativa; a un discepolo che gli domandava un motto da ser-
vire d'ideale durante tutta la sua vita, il maestro rispose: [Questo motto] "non sarebbe forse la carità, cioè ciò che non vuoi per te non lo fare ad altri?" (XV, 23). Per lui lo studio era una gioia (I, i). Poteva quindi dire al discepolo: "Studia come se mai dovessi arrivare alla meta e come se il pericolo di dimenticare quello che hai imparato fosse sempre attuale" (VIII, 17). Del resto lo scienziato non deve farsi illusione: «la scienza consiste nel sapere che sai quello che sai e che non sai quello che non sai" (II, 17). Il più alto ideale dell'umanità dopo il "santo" è l'«uomo superiore», di cui ecco il ritratto morale. Egli cerca la chiarezza in quello che vede, il discernimento in quello che sente; è affabile nelle maniere e modesto nel comportamento; è sincero nel parlare e rispettoso nell'agire; se dubita interroga, e se sente i movimenti della collera, si frena pensando agli inconvenienti che ne deriverebbero; quando fa dei buoni affari, si preoccupa della giustizia (XVI, 10).
Se dall'individuo si passa alla famiglia, Confucio ai figli inculca in modo speciale la pietà filiale verso i genitori, la quale consiste "nel servirli secondo le prescrizioni mentre sono in vita, e dopo morte nel seppellirli e nel fare loro delle oblazioni sempre secondo le prescrizioni" (II, 3). Un figlio pio deve aver cura della persona dei suoi genitori, cura di quello che da loro ha ricevuto, cioè del proprio corpo, e cura di assicurare loro di che perpetuarsi attraverso i secoli per mezzo della prole maschile ottenuto nel matrimonio, magari anche nella poligamia. Egli inoltre deve confermare la sua volontà alla loro mentre sono in vita, e dopo morte deve continuamente tenerne desta in sé la memoria facendo loro spesso delle oblazioni. L'apice della perfezione della pietà filiale consiste nell'imitare gli antichi savi, i quali "servivano i defunti come li avevano serviti in vita, li servivano sepolti come li avevano serviti quando erano presenti" (Immutabile medio, 19 ). Un figlio infatti, nella mentalità confuciana, resta sempre figlio, quasi come una creatura resta sempre una creatura per rispetto a Dio. Ne segue che gli atti fatti verso i defunti non sono che la continuazione di quelli fatti mentre erano ancora in vita. Il figlio si metteva in ginocchio dinanzi a un padre o una madre in vita e presentava loro da mangiare; ora che essi sono morti, egli vuol continuare a fare lo stesso come se vivessero ancora, ciò che è richiesto dalla pietà filiale quale fa intendono i Cinesi.
Dalla famiglia si passa poi allo Stato. Nel sistema confuciano, chi sa governare la propria famiglia, sa anche governare lo Stato che non è che una famiglia più grande. Il sovrano regna in virtù del "mandato celeste" che ha ricevuto, ma che non è eterno, perché può, con i vizi dell'investito andare perduto o passare ad altre mani. Scherzando probabilmente sulla voce "cem", che può significare tanto "governare" quanto "essere retto", Confucio dichiara: "governare è esser retto" (XII, 17). Egli sostiene che l'influsso del sovrano sul popolo in bene o in male è enorme. "L'uomo superiore somiglia al vento e l'uomo volgare all'arbusto; quando il vento soffia sopra l'arbusto, questo necessariamente si curva" (XII, 18), vale a dire subisce l'influsso del più forte. Quando il principe "è retto, il popolo fa il suo dovere, anche senza che nessun ordine sia emanato; quando invece egli stesso non è retto, anche se emana tutti gli ordini che vuole, non sarà mai ubbidito" (XIII, 6). Inversamente i vizi del principe sono causa dei vizi del popolo; e chi aveva usurpato una dignità che non gli spettava, e ciò nonostante si lagnava del gran numero di ladri che vi erano, Confucio con coraggio fece osservare: "Se tu non fossi così rapace, nessuno ruberebbe, anche nel caso che fossi disposto a dare un premio al ladro" (XII, 17). Per Confucio il sovrano virtuoso è simile alla stella polare, la quale, pur restando immobile, attira a sé tutte le altre stelle (II, i).
Questo corpo di dottrine, che, dai primi secoli dell'era cristiana fino ai primi anni del sec. xx è stato considerato come la sola e vera ortodossia della Cina, è stato sempre gelosamente custodito dai letterati confuciani. In questa pleiade immensa due nomi emergono: Mencio e Ciusci. Il primo consacrò tutta la sua vita alla pratica e
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alla diffusione dei principi sopra esposti e il secondo ha impresso un indirizzo nefasto al c. dando ai testi più chiari dell'antichità sul Cielo e sul Supremo Dominatore una interpretazione nettamente materialistica, che purtroppo ha durato almeno fino al 1904.
Quindi è che quando il p. Matteo Ricci si trovò alla fine del Cinquecento per la prima volta di fronte a questo insegnamento, incrinato dalla scuola di Ciusci, egli molto saggiamente, rigettando le inter pretazioni arbritarie di questa scuola, riprese i testi dell'antichità cinese, ridando loro il senso che avevano avuto nel passato. Fatta questa necessaria purificazione, gli sembrò che il c. non fosse una religione propriamente detta, ma un'accademia poli-tico-letteraria, la quale del resto non imponeva nulla contro la verità della fede e in etica concordava abbastanza con l'insegnamento della Chiesa, eccetto, naturalmente, sulla poligamia; anche il culto degli antenati, ben inteso, poteva essere tollerato, almeno fino a che fosse possibile cristianizzarlo completamente. E cosi fecero pure in genere i missionari gesuiti del sec. xili, mentre altri missionari di altri Ordini la pensarono diversamente. Eppure anche nel 1934 il ministro degli Esteri del governo nazionalista di Nanchino dichiarava in termini inequivocabili alla stampa che il c., privo di teologia e senza nessuna pretesa all'infallibilità dottrinale, è una scuola filosofica non già una religione, e che Confucio è un grand'uomo da onorarsi si ma non da adorarsi. E nel 1948, un antico seguace di Confucio, già ministro degli Esteri e presidente del Consiglio dei ministri, diventato in seguito cattolico, sacerdote e monaco, scriveva alla fine della lunga vita: «il c., le cui norme di vita morale sono cosi ben fondate e benefiche, trova nella Rivelazione e nell'esistenza e nella vita della Chiesa cattolica la giustificazione più lampante di tutto ciò che possiede di umano e di immortale, e nello stesso tempo vi trova il completamento di luce e di potenza morale che risolve i problemi, dinanzi ai quali i nostri savi ebbero l'umiltà di fermarsi, comprendendo che non spetta all'uomo di sentenziare sul mistero del Cielo e che bisogna, nel venerare la provvidenza del Cielo, aspettare che il creatore stesso si riveli, se si compiace di farlo «(C. Lou Tseng tsiang, Souvenirs et pensées, 2^{mathrm{a}} ed., Parigi 1948, p. 78 ).
Bisc.: Fonti: I Classici e i Quattro libri sono stati tradotti con il testo cinese a fianco: in inglese da J. Legge, The Chinese Classics, 2 voll., Londra 1893-95; in francese da S. Courveur, Ho bien fou, Les Quatre livres, 2² ed., Parigi 1910 (in francese e latino); Li bi, 2² ed., 2 voll., ivi 1913; Tch'ouen Ts'ou, 3 voll., ivi 1914; Cteisennial, Hsien Hsien 1916; in latino da A. Zornil, in Corso litteralurae Sinicae, Il e III, Sciancai 1877-79. Esistono traduzioni parziali in italiano: G. Tucci, Scritti di Mencio, Lanciano 1920; A. Castellani, I dialoghi di Confucio, Firenze 1924; L. Ma-grini-Spreafico, Confucio e Mencio, Milano 1945. Studi: Il primo che fece conoscere il c. all'Europa dopo il 1600 fu il p. Mntro Ricci attraverso la versione latina del suo manoscritto. Per sapere quello che ne disse cf. P. D'Elia, Fonti riccione, I, Roma 1942; II, ivi 1949, nn. 133, 173-77, 180-81, e per conoscere l'atteggiamento che egli ebbe verso di esso, cf. ibid., I, p. 118, n. 2; p. 120, n. 5; II, p. 296, n. 2. Sul c. cf. P. Intoccetta, Confucius Sinarum philosophus (Proemialis declaratio), Parigi 1887, pp. (s-xxII, xxxiv-Liv; C. Puiui, Il Buddha, Confucio e Lao-tse, Firenze 1878; J. Legge, The religions of China, Londra 1880; Inquirer ( = A. P. Happer), The State religion of China, Scianqui 1881; J. Edkins, Religion in China, 3² ed., Londra 1884; R. Dvorak, Chinas Religionen, I: Confucius und seine Lehre, Münster in W. 1895; M. von Brandt, Die chinesische Philosophie und der Staats-Confucionismus, Stoccarda 1898; G. Franke, Studien zur Geschichte des konfucianischen Dogmus und der chinesischen Staatsreligion, Amburgo 1920; A. Forke, Geschichte der alten chinesischen Philosophie, ivi 1927, pp. 121 139; L. Wieger, Histoire des croyances et des opinions philosophiques en Chine, 3² ed., Hsien Hsien 1927; J. B. Kao, La Philoso-
phie sociale et politique du confucianisme, Parigi 1938; S. Lakuang, La sapienza dei Cinesi, Roma 1945. Per altre indicazioni bibliografiche, cf. H. Cordier, Bibliotheca Sinica, Parigi 1904-14, coll. 709-13. 3112, 3333-36.
Passuale D'Elia
CONFUCIO. - Forma italianizzata, dal cinese Ccomfuze [K'ung Fu-tzu] che significa «Il Maestro (o il Filosofo) Ccom», accettata poi da quasi tutte le lingue occidentali, sotto la quale il gesuita Matteo Ricci (v.) verso il 1600 fece conoscere il savio cinese all'Europa. N. nel 55 I a. C. nell'antica città di Tsou, a ca. 25 km . sud-est del distretto di Szushui nei dintorni di Yenchow in quello che fu il principato di Lu e corrisponde in parte all'attuale provincia dello Shantung. Suo padre, all'età di più di 70 anni aveva sposato una ragazza di 15 anni, e dalla loro unione nacque C. Egli, non però il padre di lui, aveva per cognome Ccom [K'ung], per nome Cchieu [Ch'iu] ossia collina, e per agnome Ciomxi [Chung-ni] che vuol dire secondogenita collina a cratere, dalla forma del suo cranio che avrebbe avuto vagamente l'aspetto di una collina dalle falde scoscese e concava sulla cima. Molto poco si sa dalla sua fanciullezza e della sua gioventù. Restato orfano di padre all'età di tre anni e di madre dopo i venti, visse costantemente povero, benché la sua famiglia si riallacciasse agli antichi re della seconda dinastia (1558-1049 a. C.). Come il padre, ebbe alta statura che superava i due metri e che lo faceva chiamare «il gigante». Dal matrimonio contratto verso l'età di 20 anni egli ebbe un figlio che visse mezzo secolo, dal 532 al 483 a. C.
Presto egli si vide circondato da numerosi ed ardenti discepoli, i cosiddetti «discepoli della porta», dal nome della porta che metteva negli appartamenti privati in fondo al cortile dove il maestro teneva le sue lezioni. Sedeva col viso rivolto verso il sud e dominava di alcuni gradini l'assemblea dei discepoli. Questi pagavano come modestissimo salario un pacco di dieci fette di carne salata, espressione che poi è venuta a significare "onorario". Si è parlato di pooo discepoli, cifra probabilmente esagerata; tra essi 72 erano i prediletti, e di questi 10 erano il fiore della scuola. Egli esigeva molta riflessione e soleva dire: «Non insegno niente a chi non fa sforzi per comprendere; non aiuto ad esprimersi colui che non si ingegna di parlare; se dopo aver esposto un angolo della questione, qualcuno non è capace di trovare gli altri tre angoli, io non ripeto la cosa" (Discorsi di C., VIII, 8). Delle sei arti liberali che i giovani cinesi studiavano dai dieci ai venti anni, vale a dire la danza, il tiro a segno, la condotta dei carri, la scrittura, il calcolo e la musica, C. non insegnava che le tre ultime. Egli tenne ad onore di non inventare niente di nuovo, ma di trasmettere soltanto la pura dottrina dell'antichità. "Io trasmetto e non invento, ho fede nell'antichità e ad essa consacro il mio amore" (Discorsi di C., II, 14), dichiarava, contento di trasmettere ai posteri l'interpretazione esatta del vero pensiero degli antichi.
La Cina del tempo di C. era una Cina feudale, divisa in un gran numero di staterelli, di cui almeno un centinaio si trovavano nel bacino del Fiume Giallo. Su di loro regnava un re della già decadente dinastia Ceu [Chou], la cui sovranità in pratica era solo nominale. Il re risiedeva nella capitale di Loyang, l'attuale Honan, nella provincia omonima. Non prima dell'a. 517 C. si recò alla corte dei Ceu per meglio studiarvi l'antichità. Difatti egli da questa visita ricavò una grande e profonda ammirazione per gli antichi savi, e specialmente per il duca di Ceu (xi sec. a. C.), fratello del primo re
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della terza dinastia. Secondo racconti sospetti di autori taoisti, che avevano per scopo di umiliare il savio e la sua scuola, durante questo soggiorno nella capitale, C. avrebbe incontrato Laoza [Lao Tzu] e ne avrebbe ricevuto una forte riprensione. Tornato in patria, C. continuò ad insegnare ai discepoli che ora accorrevano anche dalle più lontane regioni. Dal 313 al 501 studiò profondamente la poesia, la storia, le cerimonie e la música del paese.
Tra il 501 e il 499 accetto prima la carica di governatore di una città, poi quella di intendente dei lavori pubblici e finalmente quella di ministro della giustizia. Si dice che mentre egli era ministro, tutto procedeva benissimo: negli uomini si ammirava la sincerità e la fedeltà e nelle donne la castità e la sottomissione; nemmeno i commercianti avrebbero osato ingannare sui prezzi. In breve percio C. divenne l'idolo del popolo e l'oggetto dei canti popolari. Ma gli Stati vicini se ne impressionarono. Con un governo diretto da un tal ministro, si diceva, il principato di Lu avrà facilmente il sopravvento sugli altri Stati e quindi potrà minacciare di amnetterseli. Per scongiurare questa minaccia si ebbe cura di distogliere dalle preoccupazioni di governo il principe di La e i suoi ministri. A questo effetto furono mandate al principe So bellissime danzatrici e 40 quadrighe di eccellenti cavalli. Il principe cadde nel laccio e C., vedendo l'inutilità dei suoi sforzi per ricondurlo a migliori sentimenti, preferì abbandonare la patria e mettersi a percorrere vari altri Stati nella speranza d'incontrare chi prestasse ascolto ai suoi consigli di sana politica: voleva essere la campana che chiama gli uomini a raccolta per ascoltare la verità. La campana difatti suonò, ma purtroppo ben pochi gli dettero ascolto. Egli diceva: "Se qualcuno volesse servirsi di me, dopo un anno si avrebbero già buoni risultati, e dopo tre sarei capace di metter su un governo perfetto" (Discorsi di C., XIII, 10).
Dopo 14 anni di esilio volontario e in fondo inutile, C. venne richiamato in patria nel 483 , a 69 anni di età. Gli altri cinque che gli rimasero di vita non furono più felici dei già trascorsi. Non vedendosi affidata nessuna carica pubblica, si mise a rivedere con cura gli antichi libri classici ai quali doveva legare per sempre il suo nome.
Nei primi giorni della IV luna del 479, C., già ammalato e conscio della prossima fine, appoggiato a un bastone, passeggiava lentamente dinanzi alla porta di sua casa e canterellava lagrimando: «La più alta montagna sta per cedere; - La trave maestra sta per cedere; - Il savio sta per appassire! n.
Difatti sette giorni dopo era morto. Venne sepolto in un luogo chiamato oggi "bosco di C.", a I km . al nord della città di Nüfow sempre nello Shantung; un muro di cinta di parecchi chilometri circonda il terreno che racchiude la tomba. Uno scrittore del in sec. d. C. dice che essa era circondata da cento alberi, tutti diversi l'uno dall'altro, alberi che sarebbero stati piantati dai discepoli, i quali ne avrebbero portato le pianticelle dai loro paesi di origine.
Il più completo ritratto morale di C. ci viene dato dai suoi discepoli nei Discorsi di C. specialmente al cap. io. In pubblico, nel tempio ed a corte, egli era costantemente l'uomo della regola, benché in privato fosse molto semplice. Pieno di venerazione e di rispetto per il principe, parlava con ogni libertà ai funzionari superiori e agli inferiori con molta fermezza. Soleva dire : "Son contento anche se debbo cibarmi di cibi grossolani, se non ho che acqua da bere, c se il mio braccio deve servirmi di guanciale; ma le ricchezze e gli onori acquistati con mezzi ingiusti sono per me come nuvole fluttuanti" (Discorsi di C., VII, 15). Queste od altre simili virtù naturali fecero pensare a taluni letterati cristiani o amici dei cristiani del sec. xvir che, se avesse conosciuto il messaggio evangelico, C. sarebbe stato il primo a domandare il Battesimo; cosi riferisce il gesuita siciliano Prospero Intorcetta nel suo Confucius Sinarum philosophus, Parigi 1687, p. cxix.
La fortuna di C., quasi insignificante durante la sua vita, incomincia con la sua morte. Il principe di Lu, che pure non aveva saputo servirsi di lui mentre era
vivo, fu il primo a tesserne le lodi subito dopo la morte di lui e a erigergli un tempio dove a ogni stagione gli veniva offerta un'oblazione. Al principio il culto non varcò le frontiere del principato di Lu, ma l'a. 57 d. C. fu decretato che gli sarebbero offerti dei sacrifici nel Collegio Imperiale e nei principali collegi dell'Impero. Durante qualche tempo il culto aveva per oggetto inscindibile C. e il duca di Cau; solo nel 609 d. C. si incominciarono ad erigere delle sale unicamente in onore di C. Invalse allora l'uso, durato fino all'inizio del sec. xx, di erigere questi monumenti, abusivamente chiamati templi, in onore di C. accanto ai collegi e alle sale di esami. In essi non vi sono statue di idoli, ma soltanto delle tavolette sulle quali è iscritto il nome dei discepoli del savio e dei migliori esponenti della sua dottrina. Prima del 1912, due volte l'anno, in primavera e in autunno, l'imperatore offriva un sacrificio solenne in suo onore. Gli imperatori attraverso i secoli sono stati larghi verso C. di titoli inneggianti alla sua scienza e alla sua virtù. Sul carattere civile o religioso delle onoranze rese dai Cinesi a C., e quindi lecite o meno ai cattolici convertiti, molto si discusse durante la famosa questione dei riti cinesi (v.). Sta il fatto, però, che, avendo il governo cinese in questi ultimi anni, non meno che nei secoli scorsi, spesso ed esplicitamente proclamato il carattere civile di tali onoranze, esso, entro certi limiti, è stato dichiarato lecito da Pio XII l'8 dic. 1939 (cf. AAS, 32 [1940], p. 25). Per sottolinearne il carattere civile, oggi in Cina si paga per entrare nei templi di C., mentre l'ingresso a tutti gli altri templi è gratuito e libero. Un tempio di C. è dunque praticamente considerato come un museo.
Mai un semplice mortale ha avuto tanto influsso sopra un essi gran numero di uomini come C. Durante quasi due milizoni, per raggiungere qualunque carica pubblica in Cina era assolutamente indispensabile ben possedere i classici cinesi con i quali il nome di C. era indissolubilmente legato. I magistrati dell'antica Cina, fino all'inizio del sec. xx, erano tutti dottrori in scienze confuciane, e in queste soltanto. Agli occhi di ogni buon Cinese d'antico stampo, C. ha avuto l'incontestabile merito di averci conservato i monumenti letterari dell'antichità e di aver vissuto una vita morigerata, tanto da essere un modello per le generazioni future e venir considerato come l'ideale della perfezione umana e della scienza in Cina. Mencio ed altri discepoli hanno messo C. molto al di sopra degli imperatori Iao [Yao] e Scioen [Shun] dell'antichità, che pure in tutta la letteratura cinese sono ritenuti come i modelli impareggiabili di ogni virtù; anzi hanno addirittura sostenuto che dall'inizio del genere umano in poi nessun uomo ha mai raggiunto la perfezione e la scienza di C. Il primo storico cinese, in ordine di tempo e d'importanza, Semazzien [Szu-ma Ch'ien] (145-80 a. C. ca.), ben conscio dell'influsso enorme avuto da C. su tutto il mondo intellettuale del suo paese, fin dal 99 a. C. ca., gli dedicò uno dei più importanti e più lunghi capitoli delle sue Memorie storiche, capitolo che non si trova tra le monografie degli uomini celebri, come è il caso per Laoze, ma in quella parte che tratta delle varie case dei signori feudali; lo storico quindi lo considerò come un re non coronato, il re del pensiero. La sua trattazione, che è la più completa monografia del gran savio e la più degna di considerazione, quella che ha servito di fonte a tutti gli altri autori cinesi e non cinesi fino all'epoca moderna, si chiude con questo elogio: «Numerosi sono nel mondo coloro che, come i sovrani e i savi, sono stati onorati durante la vita loro e sono finiti nella dimenticanza dopo la loro morte. Ma C., benché semplice particolare, ha trasmesso la sua fama da più di dieci generazioni (difatti negli aa. 91-87 a. C., quando scriveva questo storico, si era alla 14 e generazione dopo C.). Quelli che si dedicano agli studi lo considerano come un esemplare da imitare. E tutti coloro che, dal Figlio del Cielo ai principi e ai signori, parlano in Cina delle sei arti liberali, prendono modello sopra di lui. Si può dunque chiamarlo il più savio di tutti».
Tale è restato sempre C. agli occhi dei Cinesi,
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fino al 1905, quando venne abolito l'antico sistema degli esami letterari che durava da ca. due millenni; spariva cosil l'educazione tanto intimamente legata con la dottrina di C. Col penetrare delle scienze e delle lingue europee nelle scuole cinesi, le dottrine confuciane venivano abbandonate; ed il "Maestro" fu cosi deposto dal suo piedestallo due volte millenario. Il colpo di grazia venne con la caduta dell'Impero e la fondazione della Repubblica nel 1912, quando C. fu messo tra le cose vecchie. I giovani cinesi che avevano imparato l'arte della critica letteraria nelle università d'Europa e d'America voliero esercitarla immediatamente sui classici della Cina e sui testi di C. : si gettò il dubbio sui libri antichi, si vollero ritrovare le interpolazioni tardive, si buttarono a terra non pochi monumenti fin là creduti antichi. Oggi C. non solo è poco o niente studiato, ma non di rado è vilipeso e rinnegato specialmente da parte dei giovani studenti che vedono in lui il rappresentante dell'antichità e il patrono della monarchia che fu. Già si nota però una certa reazione da parte dei letterati ben pensanti. E difatti impossibile di non tener conto di colui che durante secoli e secoli ha foggiato le menti e i costumi di una cosi grande nazione. - Vedi tav. XII.
Brac.: Come è stato già detto, la prima monografia su C. venne data ai Cinesi dallo storico Semazzien fin dal 99 a. C. ca., nel cap. 47 delle sue Memorie storiche, tradotto in francese dal sinologo Eduardo Chavannes. Les Mémoires historique de Se-ma T'ien, V. Parigi 1903, pp. 283-435. Per avere una vita più esatta e più completa i Cinesi hanno dovuto aspettare fino all'opera grandiosa di critica storica che va sotto il tondo di Esame delle opinioni del grande autore Zasciocio (Ts'ui Sho) (1740-1814), in cui una parte, scritta negli aa. 1791-1810, tratta in modo magistrale della vita di C. e dei suoi discepoli; questa vita, basata su tutte le fonti possibili, illustrate e inquadrate nel loro fondo storico e culturale, non è stata però tradotta in nessuna lingua occidentale. Colui che per primo fece conoscere C. in Europa fu il gesuita p. Matteo Ricci (1552-1610) nella sua Storia dell'introduzione del cristianesimo in Cina (Pasquale M. D'Elia, Fonti riccione, I, Roma 1942; II, iv) 1949, nn. 53, 61, 176, 333-57, 709), restata inedita fino al 1911, ma conosciuta attraverso la sua traduzione latina De christiana expeditione apud Sinos del gesuita Nicola Trigault, che a torto se ne dette per autore, apparsa per la prima volta nel 1613 e spesso dipoi tradotta a sua volta in diverse lingue occidentali. La prima vita, breve ma esatta, in lingua europea ci venne data dal gesuita siciliano Prospero Intonceta nel suo libro Confucius Sinarum philosophus stampato a Canton e Goa negli aa. 1667-69, poi di nuovo a Parigi nel 1687, sotto il titolo di Philosopharum Sinonaium principio Confucii vita (nell'ed. del 1687, pp. covi-ccxiv). Nel 1697 una Vita di C., narrata probabilmente dal gesuita austriaco Giovanni Grueber, vede la luce a Firenze in Notizie varie dell'Impero della Cina. Molto più lunga invece, ma con scarsa critica, è la Vie de Koang-tele, vulgairement appelé Confucius che il gesuita francese Giovan Giuseppe Maria Amist scrisse nel 1. XII (pp. 1-430) di Mémoires concernant les Chinois, Parigi 1786. La vita di C. è stata pure raccontata in inglese, forse in tono troppo dogmatico, da Giacomo Legge nel cap. 4: Confucius and his immediate disciples dei suoi Prolegomena (pp. 56-128) al vol. I della sua opera The chinese classics, Londra e Hongkong 1861. Pochi anni dopo J. H. Plath scrisse una vita molto critica di C. sotto il titolo Confucius und seine Schïler, Leben und Leben, 3 voll., Monaco di Baviera 1869, 1871, 1873. Tra le pubblicazioni più recenti vanno annoverate: Alberto Tschepe, Konfucian, I: Sein Leben, Yentschoufu 1910, a Francesco Saverio Biallas, S. V. D., Konfucian und sein Kult, PechinoLipsia 1928. Per altre indicazioni bibliografiche, cf. H. Cordier, Bibliotheca Sinica, Parigi 1904-1908 e Suppl., iv) 1924, coll. 667670, 1413-14, 3107, 3303-3506.
Pasquale M. D'Elia
CONFUSIONE MENTALE. - Stato caratteristico proprio dell'amenza (v.), consecutivo a intossicazioni acute e croniche o al grave disordine ideat ive prodotto da violenti traumi emozionali. Le idee perdono la loro chiarezza e i rapporti di correlazione logica, richiamandosi tra loro attraverso legami di semplice contiguità. L'attività raziocinativa e critica è più o meno abolita, per cui l'attività mentale si
svolge spesso in condizioni di assurdità simili a quelle del sogno, fino a una dissociazione della personalità tale da abolire ogni forma di pensiero. Nel corso di un'attività mentale cosi vaga e caotica, l'individuo colpito da c. m. è da considerarsi incapace di porsi in rapporto logico con chi lo circonda e privo di responsabilità morale.
Brac.: O. Bumke, Trattato di psichiatria, I. Torino 1927; G. Moglie, Manuale di psichiatria, Roma 1946. Giuseppe de Ninno
CONGO BELGA. - Anticamente sotto il nome C. si comprendevano l'attuale Africa Equatoriale Francese, i possedimenti portoghesi di Angola e C. e quelli della Corona del Belgio. Attualmente si dà il nome di C. B. al vasto ( 2,3 milioni di kmq., So volte il territorio della metropoli) dominio coloniale del Belgio in Africa che si estende, a cavallo dell'Equatore, dai laghi Alberto e Tanganica all'Atlantico, abbracciando i 4 / 5 dell'area totale del bacino del gran fiume che gli dà nome.
1. Geografia. - Il bacino corrisponde ad un altopiano depresso nella parte centrale a mo' di conca e recinto sui margini da rilievi o da alte terre, bastionate di regola in forma di gradini. La regione ha clima equatoriale con precipitazioni costanti nelle zone basse, tropicale con piogge periodiche nelle alte; ciò che determina nelle prime il prevalere della foresta, della savana nella seconda. Il gigantesco fiume ( 4,6 mila di km . di lunghezza; 3,7 milioni di kmq . di bacino), per quanto costituisca, con i suoi numerosi affluenti, una estesa rete fluviale atta alla grande navigazione, non ha l'importanza dell'Amazzoni, perché interrotto nel suo corso da rapide e cateratte che sono aggirate con tronchi ferroviari. Il C. B. è uno dei paesi più ricchi del mondo, ma la sua valorizzazione è ritardata soprattutto dagli ostacoli che clima e ambiente oppongono alla colonizzazione europea. L'agricoltura indigena, pur consentendo qualche eccedenza sul fabbisogno interno (mais, arachidi, sesamo, ricino), rimane arretrata; scarsa è anche l'importanza dell'allevamento (coprini soprattutto), al quale il diffuso flagello della mosca tse-tse sortrae larghissime zone. Più che la foresta, che copre metà della superficie territoriale e fornisce legnami pregiati e noci di palma e alimenta una attiva industria olearia, più che le piantagioni (cotone e caffè in forte sviluppo), dominano oggi l'economia del C. B. le immense risorse minerarie, che hanno fatto del suo settore sud-orientale, il Catanga, il centro industriale più attivo di tutto il continente (rame, ferro, cobalto e stagno; altrove, e soprattutto nel Cussai, diamanti, oro, argento, uranio, carbone, ecc.). Le comunicazioni hanno avuto un notevole impulso nell'ultimo ventennio ( 4662 km . di ferrovie; 94.476 km . di strade; oviditore con 167 aerodromi; accresciuta attrezzatura dei porti di Matadi, Banana, Boma e Léopoldville), si da rendere ormai abbastanza agevole la penetrazione dell'immenso paese, la cui valorizzazione è tuttavia limitata ancora a settori relativamente ristretti.
Dei 10,7 milioni di ab. della colonia la quasi totalità è rappresentata da negri Bantu, con Sudanesi a N. e Pignati nelle foreste. I bianchi ammontano a 36.000 dei quali 24.000 Belgi, 2900 Portoghesi e 1300 Italiani, in massima parte funzionari e missionari. I centri abitati hanno solo in pochi casi carattere urbano. Léopoldville (o Léo-Kin), la capitale, conta oggi ca. 120.000 ab. (di cui 7244 bianchi), Elisabethville 69.000; vi sono poi altri cinque insediamenti con più di 10.000 ab. ognuno.
Gli indigeni inclinano di regola a culti feticisti, e verso N. si nota una cospicua penetrazione musulmana. I cattolici si fanno ammontare a 2.179.303 (31 dic. 1946), i protestanti a 446.805 ed i musulmani a 70.000 ca .
Il C. B., che era sorto come «Stato indipendente del C. " nel 1882, per iniziativa del re del Belgio Leopoldo II, fu nel 1908 convertito in colonia del Belgio, amministrata da un governatore generale di nomina regia. Contiguo al C. B. è il territorio di mandato
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Congo Belga - 1. Confini di Stato; 2. Confini di circoscrizione ecclesiastica; 3. Ferrovie; 4. Strade.
comprendente i due reami indigeni di Ruanda e Urundi (v.).
Suddivisione amministrativa della colonia :
| Province | Superfice in 1000 kmq . | Popolas. <br> in 1000 ab. | Capoluogo (popol. in rooo) |
| :--: | :--: | :--: | :--: |
| Léopoldville | 354 | 2066 | Léopoldville (117) |
| Conquilhatville | 409 | 1566 | Conquilhatville ( 9 ) |
| Stanleyville | 510 | 2380 | Stanleyville (14) |
| Costermansville | 226 | 1310 | Costermansville (3) |
| Elisabethville | 484 | 1043 | Elisabethville (69) |
| Lusambo | 353 | 1961 | Lusambo (7) |
| Totale | 2336 | 10326 | |
Bibl.: P. Baccari, Il C., Roma 1908; P. Daye, L'empire colonial belge, Bruxelles 1923; L. Franck, Le C. Belge, ivi 1930; H. Kermans-C. Monheim, La conquite d'un empire. Histoire du C. Belge, ivi 1932; C. Leclerc, La formation d'un empire colonial belge, ivi 1932; A. Michiels-N. Lande, Notre colonie, 10e ed., ivi 1932; J. Maes-O. Boone, Les peuplades du C. Belge, ivi 1932; M. W. van de Velde, Economie belge et C. Belge, Anversa 1936; R. de Rouck, Atlas géographique et historique du C. belge et des territoires sous mandat du Ruanda-Urundi, Bru-
xelles 1938; A. Bollati, Il C. B., Milano 1939; C. Monheim, C. Bibliographie, Anversa 1942; A. François, C., terre d'hérolsme, Bruxelles 1943; A. Robert, Le C. physique, Liegi 1946; D. Denuit, Le C. d'aujourd'hui, Bruxelles 1948; L. G. Pugh, The Changing C., Londra 1948.
Giuseppe Caraci
II. Storia dell'evangelizzazione della regione GIÁ COMPRESA SOTO il. NOME di C. - I. Missione antica. - Scoperto il fiume Congo (Zaire) nel 1482 (Padrão al Cabo Agostinho) da Diogo Cão ben presto cominciò l'evangelizzazione del regno del C. al sud del fiume. Non ancora è ben chiaro quali siano stati i primi missionari, Francescani, Terziari francescani, Domenicani, Canonici regolari di S. Giovanni Evangelista, denominati Lojos.
E più che probabile che la prima spedizione missionaria del 1490 sia stata composta di frati di diversi Ordini e "outros clerigos", dunque clero secolare. Informazioni più precise si hanno sull'attività dei Lojos: nel loro convento di Lisbona furono educati e battezzati negri trasportati lì da Cão dopo la seconda spedizione del 1485-86. Tre spedizioni di Lojos nel 1490, 1509 e 1521 sono accertate. Già nel 1491 il re del C. si fece bat-
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tezzare, per apostatare dopo breve tempo. Soltanto sotto il suo successore Alfonso, cristiano convinto e zelante, il cristianesimo poté radicarsi. Mandò nel 1513 una ambasciata a Leone X, inviò pure suo figlio Henrique e parecchi figli di capi in Portogallo, dove, dopo conveniente formazione, furono ordinati preti; Henrique anzi fu consacrato vescovo titolare di Utica. La loro attività nel C. è poco conosciuta. Damião de Goes nella sua Chronica do felicissimo Rey Dom Emmanuel (Lisbona 1619) ci parla del loro zelo per la propagazione della fede. Nella seconda metà del sec. xvi Gesuiti e Carmelitani si adoperarono per la diffusione della religione cristiana nel C. Dopo parecchi vani sforzi per avere una diocesi nel paese, nel 1596 si eresse la diocesi di Sāo Salvador do C. Nel frattempo, però, il centro della colonizzazione portoghese si era spostato nell'Angola dove già dal 1560 i Gesuiti lavoravano e ne battezzarono il re nel 1584 . Nel 1626 la sede vescovile de facto, se non de iure, fu trasportata a Sāo Paulo de Loanda, dove i Gesuiti ebbero un collegio nel sec. xvir. Dal 1645 i principali missionari furono i Cappuccini italiani, mandati da Propaganda, ai quali venne affidata la prefettura eretta nel 1640 e per ca. due secoli la missione del C. e dell'Angola rimase nella loro mani. Nel 1653 il p. Giorgio van Gheel vi fu martirizzato. I Cappuccini riuscirono ad estendere la loro attività ai regni di Matamba, la cui regina Zinga si convertì nel 1656 e al regno di Loango, dove pure per breve tempo (1766-76), alcuni preti secolari francesi tentarono una missione. Nel sec. xvin, però, la missione dei Cappuccini andò sempre più declinando, riducendosi in fine a poche stazioni. Nel sec. xix cadde completamente in rovina e fu da loro abbandonata. Rimase solo la sede vescovile di Loanda con poche città marittime dove il clero secolare portoghese esercitava il ministero parrocchiale. La sede di Loanda oltre a ciò rimase vacante dal 1826 al 1852.
Bisc.: G. A. Cavazzi, Istorica descrizione dei tre regni C., Angola e Matamba, Bologna 1687, nuova ed. Tivoli 1933; E. Weber, Die portugiesische Reichsmision im Kénigreich Kongo, Aquitutona 1924, p. 186; L. Kilger, Die Missionen im Kongoreich und Nachbarländern, in Zeitschrift für missionssissenschaft, 20 (1930), pp. 106-24; Hildebrand [Van Hooglede], Le martyr Georges de Geel et les débuts de la mission du C. (1643-52), Auversa 1940, p. 430; J. Cuvelier, Het Oud Koningrijb Kongo, Brugge 1941, p. 418.
2. La missione moderna. - La missione moderna fu iniziata dai missionari della Congregazione dello Spirito Santo, o piuttosto della Congregazione del S. Cuore di Maria del p. Libermann, la quale nel 1848 si riunì con quella dello Spirito Santo. Nel 1844 il p. Giovanni Renato Bessieux (1803-76) fondò la prima stazione di S. Maria del Gabon; nel 1849 fu nominato vicario apostolico delle due Guinee. Nel Gabon l'attività si limitò sul principio ai dintorni della città di Libreville, fondata nel 1849 dal Francesi. Ivi crearono una grande azienda agricola con annesse scuole e ospedale, allo scopo di ridurre a vita meno selvaggia gli indigeni e fondare delle famiglie cristiane. Gabon divenne in seguito il punto di partenza delle missioni della Congregazione dello Spirito Santo nella Nigeria e nel C. Nel 1865 Propaganda affidò l'antica prefettura del C. a questa Congregazione. L'opposizione del governo portoghese impedì in un primo tempo ogni feconda attività; soltanto nel 1873 i missionari poterono fissarsi in Landana, territorio indipendente al nord del fiume del C., visitando con ardite escursioni il campo missionario.
Le esplorazioni di Henry Stanley (1841-1904) e di Pietro Savorgnan di Brazzà (1852-1905) ebbero come risultato la divisione del territorio congolese. Nel 1884-85 fu fondato lo Stato indipendente del C. e ne furono stabiliti i confini con trattati con la Francia e il Portogallo (1885). Di conseguenza nel 1886 si rese necessaria la riorganizzazione dell'attività missionaria. Il territorio di Landana, assegnato al Portogallo, costitui la prefettura del C. inferiore, insieme alla parte settentrionale del possedimento portoghese al sud del fiume. Nella parte francese, accanto al vicariato delle due Guinee fu eretto il vicariato del C. Francese. Lo Stato indipendente del C. divenne missione autonoma, elevata a vicariato nel 1888, con il nome di C. indipendente o B.
a) Il C. Portoghese (v. angola).

Congo Belga - Porto di Matadi.
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(1st. J. Mulders)
Congo Belga - Scuola di economia domestica di Mugera, fondata nel 1940.
b) Il C. Francese. - Nel C. Francese, denominato dal 1910 Africa Equatoriale Francese (v. cartina s. v. afbica: I, coll. 379-80), i missionari furono pure i padri della Congregazione dello Spirito Santo. Nel vicariato delle due Guinee, ristretto nel 1890 al Gabon con la denominazione di Gabon, i missionari dal 1880 penetrarono nell'interno, evangelizzando le tribù nere sui fiumi Ogouè e Ngoumie. Nel medio C. si eresse nel 1883 la stazione di Linzolo, centro e punto di partenza di ulteriori avanzate. Nel 1886 fu eretto il vicariato apostolico del C. Francese; questo fu diviso nel 1890 in due: C. Francese inferiore (dal 1907, Loango ed ora Pointe-Noire) e C. Francese superiore o Oubangui (dal 1922, Brazzaville). Il primo vicario apostolico dell'Oubangui, Filippo Prospero Augouard (18521921) spinse l'attività più verso nord fino al fiume Oubangui. Il Vangelo riusci difficilmente a radicarsi tra quelle tribù in parte ancora dedite al cannibalismo. La parte settentrionale del vicariato fu distaccata nel 1909 come prefettura di Ubanghi-Chari (denominato nel 1940 Bangui). Qui i Cappuccini vennero in aiuto dei padri della Congregazione dello Spirito Santo e per loro fu eretta nel 1940 la prefettura apostolica di Berberati.
c) Il C. B. - Nel 1880, con rescritto della S. Congregazione di Propaganda Fide al card. Lavigerie, furono autorizzati due centri di missione dei Padri Bianchi, uno del C. superiore meridionale e l'altro del C. superiore settentrionale, che comprendevano tutta la regione congolese ad est di Stanley Pool e le regioni confinanti a nord e a sud. Soltanto nel 1885 i primi tre missionari del card. Lavigerie fondarono la prima stazione missionaria, penetrando nell'interno dall'ovest. Ma già dal 1879 i Padri Bianchi avevano iniziato la loro attività nella regione del Lago di Tanganika. Dopo la fondazione dello Stato indipendente del C. re Leopoldo II ottenne dalla S. Sede che quelle missioni fossero riservate agli istituti religiosi del Belgio. Perciò nel 1886 fu creata la missione
del C. indipendente o B. che nel 1888 divenne vicariato apostolico, costituita dal territorio di questo nome, escluso soltanto il tratto orientale assegnato al vicariato apostolico del C. superiore per i Padri Bianchi. La nuova missione del C. B. fu affidata ai padri di Scheut. che posero il centro della loro attività a Léopoldville. Più tardi altre congregazioni sopraggiunsero dal Belgio: nel 1891 i Gesuiti, nel 1894 i Trappisti, nel 1897 i Sacerdoti del Sacro Cuore, nel 1898 i Premostristensi, nel 1899 i Redentoristi, nel 1905 la Società di Mill Hill, nel 1907 la Congregazione dello Spirito Santo, nel 1910 i Benedettini e i Cappuccini, nel 1911 i Domenicani e i Salesiani e, dopo la guerra del 1914-18, altri istituti. Cosi le circoscrizioni ecclesiastiche del C. B. e del C. superiore, mediante successive divisioni, divennero sempre più numerose e oggi sono affidate a 19 istituti missionari. Parimenti numerose congregazioni femminili vi fondarono casc. Nel 1891 le suore «de la Charité de Jésus et de Marie» di Gand arrivarono nel C. B.; seguirono numerose altre; fino al 1935 erano già 52 congregazioni. Nel 1888 fu concessa la personalità civile alle associazioni religiose, scientifiche e caritatevoli e per la convenzione del 26 maggio 1906 fra lo Stato indipendente e la S. Sede si ebbe una intima collaborazione tra missione cattolica e governo coloniale, la quale non impedì che negli anni susseguenti si scatenasse una vera campagna di attacchi e calunnie contro i missionari nel Belgio stesso. Il precipuo difensore delle missioni fu il noto moralista gesuita Arturo Vermeersch. In contraccambio la missione del C. B. si radicò sempre più profondamente nel cuore dei cattolici della madrepatria. Ne risultarono, cooperando il governo e il popolo belga, per le missioni grandi progressi, sia nel campo religioso, dove il numero dei cattolici si è elevato a 3.247 .597 (1948) e quelli dei catecumeni a 848.270 (1948), sia nel campo sociale, economico e igienico, e principalmente nel campo scolastico. Cospicue sono pure le pro-
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duzioni etnologiche e linguistiche dovute ai missionari, vista la molteplicità delle tribù congolesi. Vi sono 27 vicariati apostolici e 3 prefetture apostoliche.
Nel 1929 fu creata per le missioni del C. B. e del Ruanda-Urundi una delegazione apostolica. Si sono ovute tre conferenze di tutti i superiori ecclesiastici delle missioni negli aa. 1932, 1936 e 1945 ove si trattarono le questioni principali dell'attività missionaria circa il clero indigeno, matrimonio, scuole, questione sociale, Azione Cattolica, ecc., e furono emanate direttive comuni. - Vedi tav. XIII.
Bibl.: P. Augouard, 36 anndes au C., Poitiers 1910; Chronique des missions confiées à la congrégation du St Esprit. Aperçu historique et exercice 1930-31, Parigi 1932, pp. 171-229; A. Cormon. Annuaire des missions catholiques au C. Belge, Bruxelles 1935.
Giovanni Rommerskirchen
CONGREGAZIONALISTI. - Denominazione di protestanti che professano l'assoluta indipendenza da ogni comunità (congregazione) di fedeli. La pseudoriforma in Inghilterra si sviluppò su tre linee differenti, sfociando nell'anglicanesimo, nel puritanesimo e nel separatismo. L'anglicanesimo, soprattutto nella sua forma primitiva di Enrico VIII, aveva conservato molte dottrine e costumi della Chiesa cattolica, ed anche al presente ne conserva qualcuna, come l'episcopato. Il puritanesimo, formato da elementi calvinizzanti, aderiva bensi all'anglicanesimo in quanto chiesa dello Stato, ma voleva una Chiesa più pura, cioè senza tanti vestigi del cattolicesimo e con maggior partecipazione dei fedeli nella scelta dei ministri e nel governo della Chiesa. Il separatismo, costituito dai cosiddetti "indipendenti", condannava tutta la Chiesa d'Inghilterra, dalla quale in coscienza credeva doversi separare, perché riteneva esser l'episcopato contrario alla S. Scrittura. Per molto tempo le linee che separavano un partito dall'altro non erano cosi determinate da non trovarsi nell'uno partigiani, almeno parziali, dell'altro: di
qui una grande confusione. Uno dei principali esponenti del separatismo, chiamato in seguito congregazionalismo, fu Roberto Browne (v.). Le sue dottrine si svilupparono prima in Inghilterra e poi principalmente in Olanda, dove i suoi partigiani ed egli stesso dovettero rifugiarsi per sfuggire alla persecuzione della Chiesa di Stato. Ma l'organizzatore principale fu Giovanni Robinson (1575-1625), il quale, benché ministro anglicano, abbracciò le dottrine del Browne e dovette anch'egli rifugiarsi in Olanda. Da questo paese organizzò la spedizione di una parte dei suoi seguaci e di alcuni profughi puritani ( 1620-21 ), conosciuti con il nome di "padri pellegrini", i quali, emigrati nella colonia inglese dell'America del Nord, diedero principio al congregazionalismo americano.
Congregazionalismo inglese. Quattro anni prima della spedizione dei "padri pellegrini", cioè nel 1616, Enrico Jacob, amico del Robinson dall'Olanda ritornato in Inghilterra, vi aveva fondata occultamente una Chiesa congregazionalista. Dopo se ne stabilirono alcune altre, sempre occultamente; ma solamente al tempo di Oliviero Cromwell (v.; 1647-58) ebbero un po' di respiro, anzi poterono formolare una dichiarazione dei loro principi e delle loro dottrine, che presentarono al governo poco dopo la morte del Cromwell. E la famosa Dichiarazione di Savay, cosi chiamata dal palazzo nel quale si riunirono. Questa Dichiarazione che è ancora considerata carta fondamentale, vuole l'indipendenza assoluta delle Chiese locali o congregazioni, dichiara che l'autorità civile non può immischiarsi nelle questioni religiose, riconosce come ministri del culto solamente coloro che le singole Chiese locali abbiano scelto, chiede la tolleranza religiosa, ecc. Quando nel 1660 fu ristabilita la monarchia e con essa la Chiesa ufficiale, i c. furono di nuovo perseguitati, ma dopo la rivoluzione del 1688 fu concessa loro piena libertà. L'estremo individualismo delle Chiese locali causò alcuni inconvenienti, per ovviare ai quali si fece ricorso alla formazione di unioni parziali delle Chiese più vicine, e nel 1833 a una più generale, la "Congregational Union of England and Wales". Però

(fot. E. Lebied)
Congo Belga - Allievi del corso di fisica, tenuto dai Fratelli della Carità - Ruanda-Urundi.
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si deve ricordare che le decisioni prese nelle giunte generali non hanno nessuna forza senza il libero consenso delle singole Chiese locali. Esse possono soltanto dare consigli e favorire la mutua cooperazione e intelligenza nelle cose di interesse comune a tutte le Chiese congregazionaliste.
Congregazionalismo americano. Le spedizioni dei "padri pellegrini» trasportati dal Mayflower nell'America del Nord, fu seguita da molte altre. Quasi tutti gli emigrati erano indipendenti o c., alcuni pochi puritani, i quali però adottarono le dottrine e il regime della maggioranza. Anche nell'America del Nord si vide la necessità di qualche unione tra le Chiese locali indipendenti, e così si ebbero, tra gli altri, i Sinodi di Cambridge del 1648, di Boston del 1680 e del 1865 , e soprattutto il Concilio nazionale di Oberlin nel 1871, ma senza autorità veruna sulle Chiese. Dai c. americani si separarono gli unitari con a capo G. Elleri Channing. Nel 1929 si unirono con i cristiani. Il sistema congregazionalista dell'assoluta indipendenza delle Chiese locali è il sistema adottato da molte sètte come i battisti, i cristadelfiani, i discepoli ecc.
I c. americani hanno organizzato la società missionaria protestante americana più antica e una delle più attive, cioè l'American Board o Segretariato americano. Il suo nome completo è American Board of Commissioners for Foreign Missions, con la sigla A. B. C. F. M. cioè = segretariato o giunta americana di delegati per le Missioni Estere». E la più antica delle società missionarie protestanti americane. Nacque nel 1810 fra alcuni studenti che decisero di dedicarsi alle Missioni Estere. Il loro piano fu accolto dall'Associazione generale delle Chiese congregazionaliste del Massachusetts. Lo scopo del segretariato era di predicare il Vangelo nei paesi stranieri, fondare Chiese indigene che bastassero a se stesse (self-directing, self-supporting, selfexpanding), istituire scuole preparatorie di guide e istruttori, e cooperare con le altre sètte. Attratte dall'idea delle Missioni Estere, alcune sètte si unirono all'American Board, ma in seguito se ne separarono per dedicarsi a missioni proprie, e i c. rimasero quasi soli a formare l'A. B., società molto bene organizzata, con un comitato prudenziale attivo ed efficace, composto di missionari antichi ed experimentati, che studiano tutte le questioni missionarie che vengono presentate. L'A. B. considera con speciale predilezione le missioni che sostiene tra i cattolici. In Italia i c. furono chiamati nel 1872 dalla "Chiesa libera italiana", ma l'abbandonarono nel 1874 per le difficoltà di trovarvi un campo adatto, essendovi già tante altre agenzie "erangeliche». Difatti in quegli anni vi affluivano missionari metodisti, battisti, ecc. L'attività missionaria dell'A. B. si può dedurre dalle 17 missioni che sostiene, sparse per tutto il mondo, tra le quali cinque in quelle che esso chiama "terre o paesi papali» e stima "cristiani solamente di nome", cioè le isole Filippine, le Caroline, il Messico, la Spagna e la Cecoslovacchia.
Biel. J. Waddington, Congregational History, 4 voll., Londra 1880; E. Dunning, Congregationalism in America, Nuova York 1894; A. Mackennal, Shetchet of the Evolution of English Congregationalism, L