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me dell'umanità. Se quindi le loro risorse rimangono infruttuose nelle mani di un popolo, questi ne può essere privato giustamente da un altro più progredito, affinché il loro sfruttamento concorra al benessere generale.

Su questo argomento si sono fondati due nuovi titoli: la necessità economica delle nazioni fortemente industrializzate, bisognose di materie prime e di sbocchi commerciali, l'espropriazione per causa di utilità pubblica. Contro di essi si è fatto osservare che il principio, secondo il quale i popoli sono soltanto amministratori dei loro beni, è errato. I popoli, come gli individui, sono veri proprietari, sebbene subordinati alle leggi che regolano l'uso della proprietà, giacché la comunità originaria dei beni, sulla quale fa leva l'argomento, fu semplicemente negativa e non positiva, e il modo stabilito dalla natura, affinché i beni terreni servissero all'umanità, consiste nella divisione della proprietà, mediante l'atto di occupazione, che lega tali beni alla persona fisica o morale, generando un vero diritto.

E stato inoltre riproposto il titolo di civiltà, fondandolo sopra una supposta delega, che la nazione colonizzatrice riceverebbe dalla società delle genti, di educare il popolo arretrato. La tradizione, come si è accennato sopra, è contraria a questo titolo. Esso si appoggia sopra un doppio equivoco: immagina una delega inesistente, giacché la società delle genti, come società inorganica, non possiede né personalità né organi per esercitare poteri; lascia al giudizio soggettivo della nazione progredita l'opportunità dell'occupazione a scopi di civiltà; dimentica che il proprio perfezionamento non è un dovere giuridico, la cui osservanza possa essere imposta con la forza.

Più recentemente si è fatto appello alla necessità vitale. Dal fatto dell'esistenza di territori scarsamente popolati e ricchi di risorse lasciate inerti e della contemporanea esistenza di nazioni sovrapopolate, con suolo povero e incapace di nutrire l'eccedenza demografica, appoggian-

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dosi sul principio che questa condizione pud far sorgere un caso grave di neccssità, alla quale la natura collega il diritto di occupare il bene altrui, entro i limiti della stessa necessità donde il diritto procede, si è concluso che una nazione sovrappolata pud legittimamente espandersi in territori coloniali con scarsa popolazione e abbondanti risorse non utilizzate.

Nemmeno questo argomento è ammesso da tutti. Il Codice di morale internazionale lo respinge, ritenendo che l'emigrazione sia il mezzo più adatto per alleggerire la pussione demografica e sciogliere il caso di necessità. In contrario, tuttavia, si è fatto osservare che l'emigrazione non è un mezzo scevro di danni per la nazione costretta ad adottarla, giacché porta via i migliori impoverendola di forze valide e capaci, e non risolve poi il problema. E chiaro, infatti, che un popolo prolifico sarà sempre tormentato dalla pressione demografica, nonostante la valvola dell'emigrazione. Nessuna legge naturale infine lo costringe a fare la funzione di vivaio umano, per disperdere i suoi figli nel mondo, costringendoli a rinunziare al patrimonio della loro lingua e della loro cultura.

La dottrina cattolica rimane quindi tuttora incerta su questi ultimi sviluppi teorici, mentre è unanime nel sostenere che, avvenuta l'occupazione dei territori coloniali, la c. deve provvedere innanzitutto al benessere delle popolazioni assoggettate. E obbligo dello Stato colonizzatore di amministrare le colonie in modo da armonizzare il proprio vantaggio con gli interessi materiali e culturali delle popolazioni indigene, verso le quali deve adempiere tutte le funzioni dell'autorità pubblica, che provvede al bene comune del paese passato sotto il suo controllo. Avvenuta l'occupazione, entrano cioè in vigore le leggi morali e giuridiche del retto governo, che nel campo coloniale non sono differenti da quelle esistenti all'interno della stessa potenza colonizzatrice. - Vedi tav. I.

Rom.: F. de Vitoria, De Indis insulante; F. Suárez, De Charitate, disput. XIII: De bello; C. Llorente, Oeuvres de dom Barthélémy de Las Casas, Parigi 1827; A. Vonderpol, Le droit de guerre d'après les théologiens et les canonistes du moyen dge, Parigi 1911; J. Toussaint-Bertrand, Histoire de l'Ambrique, (vi 1920; R. Trellez, Francisco de Vitoria et l'école moderne du droit intern. in Rec. des cours de l'Acad. du droit intern., 1927, II. pp. 113-337; H. Rolin, La pratique des mandats intern., ibid., 1927, iv, pp. 497-627; P. Borde, Conscience chrétienne et colonisation, in Les dossiers de l'Actim papulaire, 1929, p. 397 sgg.; J.-T. Delos, L'expansion coloniale est-elle légitime?, in Semaines sociales de France, Marsiglia-Parigi 1930, pp. 109-36; J. Folliet, Le droit de colonisation, Parigi 1930; R. Octavio, Les sauvages américains devant le droit, in Rec. des cours de l'Acad. de droit intern., 1930, I. pp. 181-91; Y. De la Brière, Les mandats de la Société des nations et leur rapport avec la problème social dans les colonies, in Semaines sociales de France, Marsiglia-Parigi 1930, pp. 239-38; P. Collin, Catholicisme et colonisation (Brochures de l'« Ancam», 3); J. B. Scott, The spanish origin of intern. Law, parte 1*: Francisco de Vitoria and his Lato of Nations, Washington 1934; id., The catholic conception of international Law, Vitoria and Suárez, (vi 1934; A. Messineo, Giustizia ed espansione coloniale, Roma 1937: Codice di morale internazionale, ivi 1943, pp. 76-90; L. Tapanell, Saggio teoretico di diritto naturale, II, 2^{°} ed., (vi 1940, n. 1129 .

Antonio Messineo

## COLONIZZAZIONE INTERNA: v. emigrante; emigrazione.

COLONNA. - E un elemento portante di sezione circolare generalmente in marmo o pietra con base e capitello raccordato con gli altri simili da trabeazione o da arcate; è destinata a resistere all'azione verticale degli elementi sovrastanti (v. anche ORDINI architettonici). Può anche usarsi isolata o addossata a pareti e pilastri con funzioni eminentemente decorative. Gli architetti delle più antiche basiliche cristiane ne fecero larghissimo uso per dividere in più navate il grande vano della chiesa.

Sono notevoli in tale periodo le c. vitinee dell'antica
basilica di S. Pietro destinate alla recinzione dell'iconostasi o quelle fasciate di fogliami nel coro di S. Prassede. Derivano dal tipo di c. figurata romana le c. di provenienza orientale del ciborio di S. Marco con figurazioni che si svolgono ed anelli sovrapposti. Da notare pure al principio del sec. vi le c. ricoperte di ornati del ciborio di prete Mercurio nella chiesa di S. Clemente. Durante l'alto medioevo vennero quasi ovunque usate c. di spoglio e fu solo nell'età romanica che le c. acquistarono nuovi e inusitati rapporti di proporzioni. Più tardi, agli inizi del gotico, la c. prende spesso l'aspetto di un tortiglione a tre o più elementi e spesso i tortiglioni sono ad andamenti diversi in una stessa c. divisa da pause orizzontali in tratti differenti. Allora, specie a Roma come nell'Italia meridionale, i fusti vengono spesso venati di musaico. La c. tortile sparisce nel Rinascimento quando la rigidità degli ordini classici viene ristabilita. Nel trapasso al barocco la c. subisce qualche più libera interpretazione di proporzioni; il Bernini nel baldacchino di S. Pietro si ispira a quelle vitinee ma conferisce al motivo nuova coerenza; il Borromini usa anche c.-cariatidi; il Fuga riveste di fogliami metallici quelle del tabernacolo di S. Maria Maggiore. Specie l'innovazione berniniana ebbe larga risonanza anche nelle prospettive dipinte (Frascati, Gesù). Ristabilitasi con il neoclassicismo la rigida antica norma delle proporzioni, l'architettura ottocentesca fece largo uso della c., fin quando l'introduzione dei nuovi materiali da costruzione, ferro e cemento armato soprattutto, non snaturà del tutto il carattere degli originari rapporti fra questo e gli altri elementi architettonici.

Guglielmo Matthise
COLONNA, Egidio: v. egidio romano.
COLONNA, famiglia. - Il primo C. che la storia ricordi è quel Petrus de Columna che sotto Pasquale II (1099-1118) aveva occupato Cave, territorio della S. Sede, e ne era stato ricacciato con la perdita di Colonna e di Zagarolo (Lib. Pont., II, pp. 298, 307 n. 15).

Egli era probabilmente figlio di Gregorio dei conti di Tuscola, fratello di Benedetto IX. Nella gerarchia ecclesiastica ci si presenta primo quel Giovann, creato cardinale di S. Prassede nel 1212, che nel 1223, al ritorno da un viaggio in Palestina, riportò la creduta colonna della flagellazione e la collocò nella sua chiesa titolare. Fu a fianco di Gregorio IX nella lotta contro Federico II imperatore, finché nel 1240 passò nel campo imperiale ed al partito ghibellino del quale poi la cassa C. fu costante aderente. Morì nel 1245.

Nipote di questo cardinale fu un altro Giovanni C. che, inviato per gli studi a Parigi, si fece domenicano nonostante l'opposizione dello zio che tentò di metterlo in cattiva luce presso Gregorio IX. Fu nominato antivescovs di Messina da Alessandro IV nel 1253 e di là fu trasferito a Vicosis nel 1262. Nel 1262-64 sotto Urbano IV fu vicario di Roma. Non si conosce l'anno della sua morte. Compilò un Mare historiarum dalle origini del mondo fino a Lodovico IX che fu stampato tradotto in francese nel 1488; se ne hanno i brani più importanti in MGH, Scriptores, XXIV, pp. 266-84.

Scrisse pure De viris illustribus sia pagani che cristiani (Hurter, II, p. 438).

In Roma la famiglia C. aveva le sue case contigue alla chiesa dei SS. Apostoli, ma allargò il suo potere su tutta quasi la regione di Trevi occupando anche il mausoleo di Augusto: l'Agosta. Verso la fine del sec. xiri, la casata era divisa nei tre rami : di Palestrina che era il principale e prendeva il nome dalla città omonima, il più importante fortilizio della regione, di Gallicano e di Genazzano.

Figlia di Oddone C. di Palestrina fu quella Margherita che datasi a vita religiosa, fu monaca clarissa, mori a Castel S. Pietro sul Monte Pramestino il 30 dic. 1280 e fu venerata come beata; il suo culto fu confermato il 17 sett. 1847 ed il suo corpo fu trasferito a S. Silvestro in Capite (cf. L. Oliger, B. Margherita C. - Le due vite scritte dal fratello, ecc., Roma 1935).

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Fratello maggiore della beata fu Giacomo che compi i suoi studi a Bologna ed il 12 marzo 1278 fu creato cardinale di S. Maria in via Lata da Niccolò III.

Casa C. seppe conquistarsi il favore di Niccolò IV il quale il 16 maggio 1288 creò cardinale di S. Eustachio Pietro C., figlio di Giovanni, fratello del card. Giacomo, che aveva studiato diritto canonico a Padova. Stefano, fratello del card. Pietro, ebbe dal Papa speciali incarichi per la pace in Romagna, di modo che la famiglia in quegli anni divenne assai potente in Roma (cf. P. Balan, Storia d'Italia, IV, Modena 1895, p. 154 sgg.).

Matteo, OdDONE e LANDOLFO si lamentarono del governo del fratello card. Giacomo, capo della famiglia dopo la morte di Giovanni; s'intromise nelle questioni papa Bonifacio VIII, ma i due cardinali ribellatisi alla sua autorità furono da lui privati del cardinalato e scomunicati il 23 maggio 1297. Nella guerra che ne segui Palestrina fu distrutta ed i C. dovettero fuggire. Fu allora che Stefano e Giacomo SciarRa, fratelli del card. Pietro, ripararono in Francia presso il re Filippo il Bello; e lo Sciarra, come è noto, fu tra coloro che con gli emissari del re assalirono il Papa ad Anagni il 6 sett. 1303. La morte di Bonifacio VIII, avvenuta un mese dopo, mutò le sorti dei C.: i due cardinali furono da Benedetto XI liberati dalle censure,
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(Ed. Senatiol)

Colonna - Il card. Giacomo C. nel musico di J. Torrisi nell'abside di S. Maria Maggiore (ca. 1290) - Roma.

Mori vecchissimo non molto dopo. Continue furono in quegli anni le lotte dei C. contro i baroni romani: Orsini, Savelli, Caetani, condotte con alterne vicende e causa di rovina per tutto il paese.

Il maggiore della casa era rimasto Stefano; da lui nacque Stefano il giovane e Giovanni C., creato cardinale diacono di S. Angelo da Giovanni XXII il 13 dic. 1327, uno tra i pochissimi italiani di quegli anni; anch'egli fu arciprete del Laterano e mori il 3 luglio 1348. E ben nota la sua amicizia con Francesco Petrarca che fu suo ospite per qualche anno in Avignone. Fratello del card. Giovanni fu quel Giacomo C., canonico di Noyon, che, nominato vescovo di Lombes in Guascogna il 23 mag gio 1328 a 27 anni (m. nel 1341), fu anch'egli legato d'amicizia speciale col Petrarca.

Urbano VI si fece premura, appena scoppiato lo scisma, di conciliarsi la famiglia C., poiché quella degli Orsini gli era avversa; e nella sua grande creazione del 18 sett. 1378 creò cardinali Agapito del titolo di S. Frisca e Stefano preposito di S. Omer; questi mori prima di avere avuto il titolo e Agapito mori nell'ott. 1380. Agapito aveva acquistato al suo tempo una certa fama; arcidiacono di Bologna prima, era stato successivamente vescovo di Ascoli, di Brescia e di Lisbona; amico del card. Roberto di Ginevra, per non averlo seguito nello scisma, aveva perduto il vescovato; solo dopo reiterate sollecitazioni aveva accettato il cardinalato.

Niccolò e Gio-
vanni C. di Palestrina presero parte attiva alle lotte che con alterne vicende si svolsero a Roma e nei dintorni durante il periodo dello scisma, destreggiandosi fra le diverse fazioni che dominavano in quei tristi giorni.

Il 12 giugno 1405 Innocenzo VII creava cardinale OdDO C. che apparteneva al ramo di Gallicano e che fu eletto papa a Costanza I'II nov. 1417 col nome di Martino V. Per ristabilire la pace nello Stato della Chiesa il Papa si servì particolarmente di Giordano, suo fratello maggiore, e di Antonio, Prospero ed Odoardo figli del terzo suo fratello Lorenzo morto tragicamente. Prospero fu creato cardinale diacono di S. Giorgio in Velabro il 24 maggio 1426, ma pubblicato solo l'8 nov. 1430. Ebbero pure la porpora in quegli anni valenti aderenti di casa C. come Giuliano Cesarini e Domenico Capranica.

La potenza della famiglia fu portata al suo maggior splendore col crearsi larghi interessi nel regno di Napoli che continuarono incessanti nell'età seguente. Tutto ciò provocò la gelosia nelle famiglie baronali rivali dei C.,

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particolarmente in quella degli Orsini. Se ne videro le conseguenze dopo la morte di Martino V (1431), quando gli Orsini riuscirono a prevalere, forti del favore del nuovo papa Eugenio IV. Ne sorse una guerra che si complicò ben presto con le vicende del regno di Napoli e con quelle dei capitani di ventura desiderosi di far fortuna. Il card. Prospero sperò di diventare papa nel 1447, ma gli fu preferito il card. Parentucelli che fu Niccolò V. Il cardinale morì poi a Roma il 24 marzo 1463.

Una nuova fase della lotta con gli Orsini e con la Chiesa si ebbe con Sisto IV. Questo pontefice aveva il 15 maggio 1480 creato cardinale di S. Maria in Aquiro Giovanni C., il quale ebbe tosto in commenda il vescovato di Rieti. I C. favorirono le parti di Ferdinando, re di Napoli, insieme coi Savelli, mentre gli Orsini tenevano le parti del conte Girolamo Riario, nipote del Papa. Venuto in sospetto del Papa, il card. Colonna, insieme col card. Savelli, fu tenuto come ostaggio il 2 giugno 1482 e non fu liberato che il 14 nov. 1483.

Cresciuti i contrasti, per opera del Riario il protonotario Lorenzo C., capo della casa, fu mandato a morte il 30 giugno 1484 e le fortune dei colonnesi subirono un duro colpo; tuttavia si sostennero anche durante i pontificati seguenti in mezzo alle competizioni politiche, servendo come capitani. Morto il card. Giovanni il 28 sett. 1508 e sepolto nella chiesa dei SS. Apostoli, ebbe il vescovato di Rieti Pompeo suo nipote, abate di Grottaferrata e Subiaco, più uomo di parte e d'armi che ecclesiastico, fiero avversario di Giulio II nel 1511 ; fu creato cardinale dei SS. Apostoli da Leone X il 1^{°} luglio 1517 e vicecancelliere nel 1524 sotto Clemente VII.

Di parte imperiale come Prospero (m. nel 1523) e Fabrizio C. (m. nel 1520) che furono i più illustri capitani di quegli anni, Prospero fu tra i più aspri avversari di Clemente VII sia in conclave che in seguito. Insieme coi parenti Vespasiano ed Ascanio condusse l'assalto contro il Vaticano il 20 sett. 1526 (Pastor IV, in, p. 215 sgg.); per cui fu destituito il 21 nov. da tutti i suoi uffici e benen
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Colonna, Vittoria - Ritratto, dipinto da G. Muziano (1540). Roma, galleria Colonna.
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(da E. Ferrero e G. Maller, Cartesnia di Vittoria C., Tarina 1693) Colonna, Vittoria - Lettera autografa, indirizzata probabilmente al card. Ercole Gonzaga (ca. 1536) - Parma, biblioteca Palatina.
fici (ibid., p. 222). Solo quando l'anno seguente, nel maggio, il Papa era chiuso in Castel S. Angelo durante l'orribile sacco, Pompeo venne in aiuto di lui. Nel 1528 riammesso già nei suoi uffici ecclesiastici, divenne viceré di Napoli per Carlo V; dopo aver avuto temporaneamente in commenda le diocesi di Acerno, Potenza, Sarno, Cabora, Catania, Aquila, Aversa, fu anche arcivescovo di Monreale il 14 dic. 1530. Morì in Curia il 28 giugno 1532.

Un altra impresa dei C. contro lo Stato papale fu quella condotta da Ascanio, figlio di Fabrizio, sul principio del 1541 contro Paolo III in occasione della guerra del sale e terminò con un disastro per il colonnese (P. Balan, op. cit., VI, p. 468). Suo figlio Marcantonio ebbe parte anche nella guerra condotta dal duca d'Alba contro Paolo IV nel 1556-57 (ibid., p. 583 sgg.); e fu l'ultima contesa del genere da parte dei C. contro lo Stato del Papa. Essi continuarono però a mantenersi nel loro prestigio ed a conservare i rapporti che li legavano col regno di Napoli, grazie ai feudi ed uffici che possedevano colà.

Figlia di Fabrizio e di Agnese di Montefeltro, sorella di Ascanio, ma ben diversa da lui, fu Vittoria C., n. a Marino nel 1490 o nel 1492, m. a Roma il 27 febbr. 1547; donna di eletto ingegno, che fu in relazione coi maggiori letterati dell'età sua, il Molza, il Castiglione, il Bembo e si conquistò la stima e la riverenza del Papa e di sovrani ed in particolar modo del Buonarroti. Andò sposa ad Ischia il 27 dic. 1509 a Ferrante d'Ávalos, marchese di Pescara, di nobile famiglia spagnola stabilitasi a Napoli, che si rese celebre nella guerra fra imperiali e Francesi nell'Italia settentrionale in questi anni. Sebbene convivesse per breve tempo con la moglie, quand'egli morì a Milano il 25 nov. 1525, Vittoria, ritiratasi in un primo tempo ad Ischia, non pensò che a glorificare il suo «sole» (il D'Avalos) in versi improntati a quel petrarchismo platoneggiante che era allora in auge. Ma presto cominciò a prendere viva parte a quel movimento di riforma spirituale che formava l'aspirazione di molti in quell'età. Sostenne

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fino dal suo principio la riforma francescana dei Cappuccini e favorì in particolare frate Bernardino Ochino finché rimase cattolico; e, senz'essere stata discepola di Juan Valdés a Napoli, mantenne viva amicizia con alcuni di coloro che erano imbevuti delle sue idee come Giulia Gonzaga, Marcantonio Flaminio, Alvise Friuli, Pietro Carnesecchi.

Nel 1541-44, mentre soggiornava a Viterbo, fu in relazione con il card. Reginaldo Polo e con quei suoi amici tutti presi dal problema della Grazia suscitato da Lutero e disposti ad attribuire la giustificazione dell'uomo esclusivamente ai meriti di Cristo, senza riguardo alla cooperazione nostra ed al valore delle opere buone. In questi anni ella compose le Rime spirituali, incitando alla imitazione di Cristo, conducendo vita ascetica e soggiornando di preferenza nei monasteri di Ferrara, Orvieto sino a ridursi a morire in quello di S. Anna dei Funari a Roma, dove fu anche temporaneamente sepolta. Come i migliori dei suoi amici ella intese di essere figlia davvero della Chiesa dalla quale non pensò mai di separarsi, ma solo di contribuire a quella corrente spirituale che ne voleva la riforma, preoccupandosi della vita dello spirito al disopra di qualunque interesse di parte o di setta.

Opere: Le Rime di Vittoria furono stampate la prima volta a Parma nel 1538; altre 11 edizioni si susseguirono durante la sua vita. Il pianto sopra la Passione di Cristo apparve postumo presso Aldo Manuzio, Venezia 1556; seguirono altre 5 edizioni; poi cadde del tutto in oblio. Il Carteggio fu pubblicato da E. Ferrero e G. Müller con supplemento di D. Tordi, Torino 1899.

BibL.: V.C., in L'Italia francescona, 2⁴ serie, 22 (1947), pp. 1 134 (numero unico con studi di H. Jedin e altri). - F. Alicarnasso, Vita di V. C., Napoli 1844; B. Fontana, Documenti vaticani di V.C. marchesa di Pescara per la difesa dei Cappuccini, in Arch. della R. Soc. romana di storia patria, 9 (1886), pp. 345 371; id., Remata di Francia, II, Roma 1893, pp. 41-83; J. J. Wyss, V. C., Leben, Wirken und Werke, Frauenfeld 1916 (dal punto di vista protestante): W. Rothes, V. C. als Saale der Gegenrefarmation, in Festschrift für Merkel, Düsseldorf 1922 (replica cattolica): A. Amy Bernardy, La vita e l'opera di V. C., Firenze 1928.

Quando Pio V ebbe bisogno di un uomo d'arme per crearlo capitano generale dell'armata papale contro il Turco, affidò tale ufficio l'11 giugno 1570 a Marco Antonio C., n. a Civita Lavinia il 26 febbr. 1535 da Ascanio e Giovanna d'Aragona, nipote di Vittoria. Passata la burrasca subita sotto Paolo IV, il C. era ritornato a Roma il 21 ag. 1559, ricuperando presto Paliano con la protezione di Filippo II. S'era rimesso a far risorgere le fortune della casa e a difendere anche sul mare le spiaggie pontifice del Tirreno. Partecipò con le navi veneziane e spagnole a quella spedizione contro il Turco che ebbe il suo più glorioso episodio nella vittoria navale di Lepanto del 7 ott. 1571. Il C. comandò le forze papali anche nella spedizione del 1572 senza però poter eguagliare le prodezze dell'anno precedente. Egli fu poi nominato da Filippo II viceré di Sicilia; morì a Medinaceli il 1^{°} ag. 1584.

BibL.: A. Guglielmotti, M. A. C. alla battaglia di Lepanto, Firenze 1862; P. Balan, Storia d'Italia, VII, Modena 1896, p. 43 sgg.; Pastor, VIII, p. 530 sgg.; L. Serrano, La liga de Lepanto, 2 voll., Madrid 1918-20, passim; A. Dragonetti de Torres, La liga di Lepanto, Torino 1931, passim; A. Salimoi, Gli Italiani a Lepanto, Roma 1931, passim; G. Borino, Il trionfo di M. A. C., ivi 1938, Su Lepanto v. ora il fondamentale: F. Braudel, La Méditerranée et le monde méditerranéen à l'époque de Philippe II, Parigi 1949, pp. 923-82.

Fabrizio, figlio di Marco Antonio, sposò Anna Borromeo, sorella di s. Carlo e devota discepola di s. Filippo Neri.

Seguendo la tradizione, diventata costante nel loro casato, i C. furono in questo e nei due secoli seguenti
fedeli aderenti alla politica spagnola e ne favorirono le parti in seno alla Curia nella quale ricominciarono ad essere presenti col rivestire i più alti uffici ecclesiastici.

Nipote di Marco Antonio e figlio di Camillo duca di Zagarolo e di Vittoria C. iuniore fu Marco Antonio che il 9 luglio 1560 fu nominato da Filippo II, arcivescovo di Taranto, creato da Pio IV cardinale l'11 marzo 1565 e trasferito all'arcivescovato di Salerno il 13 ott. 1568; per questa diocesi pubblicò nel 1579 le Constitutiones synodales. Fu poi vescovo di Palestrina l'11 maggio 1587, bibliotecario alla Vaticana, membro di parecchie congregazioni e commissioni, perché molto perito nelle scienze sacre. Nel Conclave del sett.-ott. 1590 parve un momento sicura la sua elezione al papato, ma fu avversato dagli zelanti, ai quali i suoi costumi non apparvero senza macchia; ebbe parte attiva anche nei conclavi seguenti. Morì a Zagarolo il 14 marzo 1597.

Molto favorito da Filippo II fu poi Ascanio C. figlio di Marco Antonio, abate di S. Sofia di Benevento che Sisto V creò cardinale diacono di S. Vito il 17 nov. 1586 e arciprete del Laterano. Uomo dotto e generoso, viceré di Aragona ( 1602-1604), fu vescovo di Palestrina il 5 giugno 1606. Sostenne i cosiddetti diritti della monarchia sicula contro il Baronio. Fu fortemente ostile ai Veneziani durante il celebre interdetto. Morì a Roma il 17 maggio 1608.

A questi due C. tenne dietro nel Sacro Collegio, alcuni anni dopo, Girolamo C. che Urbano VIII creò cardinale diacono il 30 ag. 1627, ma pubblicò solo il 7 febbr. 1628; anche egli fu arciprete del Laterano; creato arcivescovo di Bologna il 24 nov. 1632 , vi aveva già rinunciato prima del 6 febbr. 1645 . Vescovo di Tuscolo il 21 nov. 1661, mori fuori della Curia il 4 sett. 1666 (Pastor, XIV, i, p. 38).

Quasi contemporanei fra loro furono: Carlo C. dei duchi di Paliano, n. il 17 nov. 1665 , che fu maggiordomo di Innocenzo XII nel 1696 e poi di Clemente XI. Questi lo creò cardinale diacono di S. Maria della Scala il 17 maggio 1706; m. a Roma l'8 luglio 1739 (G. de Novaes, Storia dei pontefici, XII, Siena 1806, p. 91). Prospero C. romano dei principi di Sonnino, n. a Marino il 17 nov. 1662, chierico di Camera e poi uditore sotto Innocenzo XIII, fu creato cardinale di S. Angelo il 30 sett. 1739 da Clemente XII. Morì a Roma il 3 marzo 1743 (G. de Novaes, op. cit., XIII, p. 291).

Girolamo C., n. l'8 maggio 1708, fu maggiordomo di Clemente XII nel 1732 e poi di Benedetto XIV che lo creò cardinale di S. Angelo il 9 sett. 1743. Continui però nel medesimo ufficio sino al 1758 tenendo come coadiutore il nipote Marco Antonio. Fu arciprete di S. Maria Maggiore prima del 1750, vicecancelliere nel 1753, vicecancelongo nel 1756. Era fornito di gran senso d'arte. Morì il 18 genn. 1763 (G. de Novaes, op. cit., XIV, p. 67).

Marco Antonio, di cui si è fatto cenno, era nato a Roma il 16 ag. 1724 e Clemente XIII lo creò cardinale diacono il 24 sett. 1759. Godette grande stima come uomo dotto, caritatevole e virtuoso; arciprete di S. Maria Maggiore, prefetto di Propaganda nell'apr. del 1763, vicario di Roma, fu anche nel Conclave del 1769 portato come candidato al papato. Vescovo di Palestrina il 20 sett. 1784, mori il 4 dic. 1793.

Fratello del precedente fu Pietro Panfili C. dei duchi di Paliano, n. a Roma il 7 dic. 1725 : stette come nunzio a Parigi, proprio nei momenti in cui si cacciavano i Gesuiti di Francia. Clemente XIII lo creò cardinale di S. Maria in Trastevere il 26 sett. 1766. Morì a Verona il 4 dic. 1780.

In un momento in cui non c'era nel Sacro Collegio nessun membro di casa C., Clemente X volle che Egidio Sciarra C. principe di Carbognano adottasse nella sua famiglia Federico Baldeschi chiara stato segretario di Propaganda ed assessore del S. Uffizio. Egli poi lo creò cardinale il 12 giugno 1673 e lo pubblicò il 17 dic. 1674. Il Baldeschi fu quindi chiamato comunemente il card. C., ebbe larga parte negli affari di quegli anni, e mori a Roma il 4 ott. 1691.

Alla famiglia C. di Carbognano appartenne Prospero,

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n. il 17 genn. 1707, che fu maestro di Camera di Benedetto XVI sino dal momento della sua elezione e da lui creato cardinale di S. Giorgio al Velabro il 9 sett. 1743. Fu prefetto della Segnatura e della Congregazione di Propaganda e considerato persona di particolari esperienze. Durante il Conclave del 1758, grazie a speciali preoccupazioni elettorali, fu nominato protettore del regno di Francia dall'ambasciatore francese; mori il 20 apr. 1765 (G. de Novass, op. cit., XIV, p. 63; Pastor, XVI, I, passim).

Va ricordato finalmente, come ultimo cardinale di casa C., Niccolò C. di Stigliano, napoletano, n. il 15 luglio 1730, che fu nunzio in Spagna; fu creato cardinale da Pio VI il 4 febbr. 1785 e mori a Savignano il 31 marzo 1796 (G. de Novass, op. cit., XVI, p. 132).

Non si trovano cardinali di casa C. dopo la Restaurazione. - Vedi tav. II.

Bibs.: Manca un'csuriente storia complessiva di casa C. e conviene perciò ricorrere alle storie generali del Gregorovius, del Pastor, del Balan ecc. ed ai diversi volumi della Deputazione romana di storia patria. P. Colonna, I. C. della original al ver. XIX, Roma 1937, è un riassunto non senza errori; P. Litta, Famiglie celebri italiane: I C., Roma 1836; A. Coppi, Memorie colonnesi, ivi 1825 ; L. Ross, Die C., Lipsia 1912; R. Neumann, Die C. und ihre Politik von der Zeit Nikolaus IV bis zum Absuge Ludwigs des Bayern aus Rom, Langensalza 1916.

Pio Paschini
Particolare menzione merita per l'età più recente Filippo C. Assistente al soglio pontificio, n. a Napoli il 3 sett. 1760 dal principe don Lorenzo e in Marina dei marchesi Estensi di S. Martino, m. in Roma il 26 giugno 1818. Quando nel 1796 i Francesi invasero le Legazioni, concorse al riarmo delle truppe. Nel 1797 fu promosso generale di brigata e poi il 15 ag. seguente tenente generale. FedeIissimo alla S. Sede, soffriva gravi malversazioni nel corso delle due occupazioni napolonniche di Roma (1798, 1808). Primo fra i signori romani, assecondando i desideri del card. Consalvi, nel 1816 rinunciò ai diritti feudali sui suoi domini.

Nel 1834 Gregorio XVI rese ereditari nelle case C. e Orsini l'ufficio onorifico di assistente al soglio pontificio, che membri delle due famiglie avevano in precedenza tenuto saltuariamente.

Bibs.: A. Da Musto, Milizie dello Stato romano (1600-1707), in Memorie storiche militari, a (1914), p. 250; P. Dalla Torre, Materiali per una storia dell'esercito pontificio, in Rass. stor. d. Riure, 28 (1941, 1), pp. 10-32 dell'estutto. Paolo Dalla Torre

COLONNA, Francesco. - Domenicano e scrittore, n. a Treviso c.. il 1432 o il 1433 , m ca. il 1527.

Da un acrostico: Poliam frater Franciscus Columna paramauli, è ritenuto autore del singolare romanzo Hypoevotomachia Polyphili (Pugna d'Amore in sogno o Sogno di Polifilo), compiuto nel 1467 e stampato nel 1499 coi tipi del Manuzio, ornato d'incisioni, capolavoro dell'arte libraria del Rinascimento. L'immaginosa narrazione in un linguaggio misto d'italiano e di latino, in un curioso sincretismo di allegorismo medievale e di misticismo pagano, descrive il viaggio ideale di Polifilo alla conquista dell'amata Polia per i regni dell'arte e della libertà, finché giunge alla presenza di Venere.

Bibs.: R. Zagaria, A proposito del * Principiato stylo e della - Hypoevotomachia Polyphili, e due congetture recenti, in Giorn. stor. della lett. it., 41 (1903), pp. 454-56; P. Molmenti, Alcuni documenti concernenti l'autore della Hypoevotomachia Polyphili, in Arch. stor. ital., 9* serie, 38 (1906), pp. 291-314; R. Barraud, Essai de bibliographie du * Songe de Polyphile s, in Bibliophilia, 15 (1913-14), pp. 21-29, 121-34, 186-93, 217-20; F. Flore, Storia dello lett. ital., I, 2* ed., Milano 1948, pp. 551-57. Raffaello Prati

COLONNA, Giovanni Paolo. - Figlio di un costruttore di organi, n. il 16 giugno 1637 a Bologna, ivi m. il 28 nov. 1695. Studiò dapprima in patria con l'organista Filippuzzi, e poi a Roma con Carissimi, Abbatini e Benevoli. Alla scuola che egli tenne in Bologna si formarono valenti musicisti, fra cui si ricordano G. Bononcini, G. F. Tosi, p. Francesco Antonio Urio, G. C. M. Clari, G. C. Predieri, G. Silvani, ecc. Egli
fu organista nel collegio di S. Apollinare in Roma e, nel 1659 , a S. Petronio, di cui il 1^{°} nov. 1674 divenne maestro di cappella. Fu confondatore e primo presidente dell'Accademia filarmonica.

Scrisse molti oratori: L'alloro trionfato (1672) con G. B. Vitali, l'Assalonne (1686), San Basilio (1679), La Betulia liberata (1690), La caduta di Gerusalemme (1688), Giuliano (1694), La morte di s. Antonio (1676), Il Modè legato di Dio e liberatore del popolo ebreo (1686), La Profezia di Elites nell'assedio di Samara (1686), Salomone umano (1679), Sansone (1677), S. Teodoro (1678), Il transito di s. Giuseppe (1681), oltre messe, salmi, litanie, lamentazioni, motteti, ecc. da i a 8 voci anche con strumenti. Alcune opere si conservano manoscritte, altre in stampe dell'epoca e ristampe posteriori, nelle biblioteche di Bologna Modena, Berlino, Vienna, Dresda, Cambridge, Londra, ecc.

Luisa Cervelli
COLORE. - Si dice c. sia la sensazione prodotta dalla materia permeata di una luce che ne determina una «qualità», sia la luce stessa che tale qualità definisce. In arte, il c. è uno degli elementi del linguaggio figurativo e come tale esso interviene a costituire l'essenza stessa dell'opera d'arte, variamente partecipandovi con gli altri elementi, a seconda dell'esigenza stilistica cui l'artista informò la sua creazione.

Le proprietà pittoriche del c. sono la qualità, l'intensità e il tono. La qualità è la distinzione della materia nello spettro luminoso (ad es., il rosso, il giallo, l'azzurro, ecc.); l'intensità è data dalla maggiore o minore distanza della qualità dei neutri; il tono è la fusione della materia e della luce, o ancora il valore che un determinato c. acquista a seconda della quantità di luce che assorbe e riflette.

Per neutri si intendono quelle gradazioni di grigi, dal bianco al nero, che, mancando di luce, hanno in sé implicita la negazione del c.

Su tali proprietà si fonda la vicenda della storia dell'arte per il vario alternarsi dei mezzi espressivi atti a provocare le sensazioni luminose o cromatiche.

Al tono propriamente detto, che fu conquista recente nella pittura moderna (è noto come al «tono» sia legato il nome di Giorgione [1480-1510]) si oppone infatti il chiaroscuro (v.) che ha più antica tradizione (fu Masaccio ad intendente per il primo totalmente le facoltà); esso si basa sulle gradazioni dei neutri che si sovrappongono ai colori puri per creare gli effetti d'ombra, contrastanti con gli effetti di luce da quelli suggeriti. A differenza, il tono sarà ottenuto con la successione delle qualità di c. in funzione di luce e in funzione di ombra (un giallo chiaro e un viola scuro, ad es., uniti insieme a creare rispettivamente il partito di luce e l'adiacente partito d'ombra).

Ben diversa fu la visione stilistica di Leonardo da Vinci che all'uso dei toni di c. oppose quello delle gradazioni di neutri, sfumate nel loro chiaroscuro (v. chiaroscuro). Così che le ombre predominanti nel suo ideale pittorico, allontanandosi dalla ricchezza del c., delinearono uno dei più suggestivi e poetici atteggiamenti della pittura occidentale.

Bibs.: C. A. Petrucci, P. Zancani Montuori, G. Giorgi, s. v. in Enc. Ital., X (1931), pp. 881-86; S. Bottari, I miti della critica figurativa, Milano-Messina 1936, passim; id., Il linguaggio figurativo, ivi 1940, passim; L. Venturi, La pittura, Roma 1947, passim; M. Marangoni, Saper vedere, 3² ed., Milano 1948, passim; C. Brandi, The Cloning of pictures in relation to pathos, varnish and glaser, in The Burlington Magazine, Londra 1949, pp. 183-88; id., Restauro, in Enc. Ital., Appendice II (1949), pp. 698-701.

Giovanni Carandonte
COLORI LITURGICI. - Secondo il carattere del giorno o dell'occasione della funzione sacra, sono prescritti diversi colori per i paramenti sacri, e cioè bianco, rosso, verde, violaceo e nero. Inoltre nelle domeniche Gaudete ( 3² di Quaresima) e Laetare ( 3² di Avvento)

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è permesso, per le chiese maggiori, il rosaceo. Il c. oro può essere usato in luogo del bianco, del rosso e del verde, a causa della preziosità o della solennità (S. Rit. Congr., n. 3646 ad 2), l'argenteo solo al posto del bianco (ibid., ad 3).

I primi cristiani non conobbero un c. l. determinato per le vesti che indossavano nel culto; presto, però, si hanno notizie di una veste bianca, richiesta specialmente per i sacerdoti (Constitutiones Apostolorum, VIII, 12; Canones Ps. Athanasi, can. 28; Canones Ps. Basilii, can. 99). Traccedici suddetti c. si trovano nell'evo carolingia, e anche prima negli Ordines Romani; nel sec. xir esisteva però a Roma un canone preciso per i c. dei paramenti, a seconda del tempo, come è attestato e spiegato da papa Innocenzo III (De Sacro altaris mysteria, I, 65: PL 217, 799 sg.; cf. Durando, Rationale, 3, 18). Non vi era però uniformità, e i c. continuavano a differire a seconda dei luoghi e dei tempi. Inoltre erano usati il giallo, bruno, azzurro, grigio e, non essendovi un apposito precetto, in molti luoghi serviva di regola l'uso o la tradizione o anche il gusto del celebrante. L'uniformità fu raggiunta solo dopo la promulgazione del Messale di s. Pio V, ma soltanto presso i Latini; gli Orientali continuarono ad usarne differenti; la liturgia ambrosiana conservava i suoi e la Spagna otteneva il privilegio dell'azzurro nelle feste mariane.

Altre norme complementari che riguardano i c. l. per l'amministrazione dei Sacramenti o Sacramentali si trovano nel Rituale romano e nei decreti della S. Congregazione dei Riti. La scelta di un dato c. per determinati giorni proviene da considerazioni simboliche, volendosi anche con esso esprimere il carattere e il senso di una solennità. Secondo Innocenzo III, il bianco, nelle feste di vergini e confessori, simboleggia la purezza e l'innocenza; a Pasqua e all'Ascensione ricorda le bianche vesti degli angeli; dovunque è simbolo della gioia. Il rosso, prescritto per le feste degli Apostoli e dei martiri, simboleggia il sangue da essi versato; alla Pentecoste, la carità e l'ardore dello Spirito Santo. Il nero è segno di lutto nella Messa per i morti, e di penitenza, come, anticamente, nei giorni dell'Avvento e della Quaresima. Il verde, sempre secondo il detto Papa, è un c. intermedio tra il bianco e il rosso, ed è usato nelle domeniche, salvo quelle dell'Avvento e della Quaresima. Il violaceo è una specie temperata di nero, perciò un tempo era usato nelle domeniche Gaudete e Laetare, nelle quali oggidì si usa il rosaceo.

Bibl.: J. Braun, Die liturgische Gewandung in Okzident und Orient. Friburgo 1907, pp. 728-60; J. Braun, I paramenti sacri, Torino 1914, pp. 38-46; L. R. Barin, Catechismo liturgico, I, 5² ed., Rovigo 1927, pp. 388-91; L. Eisenhofer, Compendio di liturgia, Torino 1940, p. 60 sgg.

Filippo Oppenheim
COLOSSE (Koloosai, Kolósai, lat. Calossee). Città della Grande Frigia, sulla sponda sinistra del Lico, a 25 km . da Laodicea. Costruita nello sfondo severo e pittoresco del Cadmos, sulla via che univa Efeso all'Asia centrale, fu la città più importante della Frigia sud-occidentale e centro attivo di commercio, finché non fu eclissata da Laodicea (v.), fondata da Antioco II Theos (261-46), la quale ne assorbì il traffico. Per questo, mentre Erodoto (VII, 30) e Senofonte (Anab., I, 2, 26) ricordano C. come città bella e popolosa, e ancora Plinio (Hist. nat., V, 145), certamente riferendosi al suo passato, la pone tra gli oppida celeberrima, Strabone (XII, 576) invece la classifica tra le piccole città ( σ α λ λ σ μ α v a ). Di essa, anche in conseguenza dei terremoti che colpirono la regione, restano scarse e non importanti rovine a 4 km . dall'odierno villaggio di Khonas.
C. è ricordata quasi solo per la lettera che s. Paolo indirizzò alla sua comunità cristiana (v. colossezi, EPISTOLA ai). Questa era stata fondata, con ogni probabilità, mentre Paolo dimorava a Efeso (54-57), durante il terzo viaggio missionario, da Epafra, che vi occupa una posizione di prim'ordine (Col. 1, 7). Constava, in prevalenza, di etnico-cristiani (Col. 1, 21,

27; 2, 13), ma non mancavano i giudei, assai numerosi nella vallata del Lico, come sembrano confermare gli errori che s'andavano spargendo tra i fedeli. Epifanio, vescovo di C., partecipò al Concilio di Calcedonia (451) e Dositeo al II Concilio di Nicea (787). Oggi è sede Arciv. titolare.

Bibl.: W. M. Ramsey, Cities and Bishoprics of Phrygia, I, Oxford 1895, p. 208 sg.; id., The Church in the Roman Empire, 9² ed., Londra 1901, pp. 486-80; E. Le Camus, Voyage aux sept Eglises de l'Apocalypse, Parigi 1896, pp. 167-81; id., s. v. in DB, II, coll. 860-66; V. Schultze, Altshristl. Städte und Landschaften, II, 1, Gütersloh 1923, pp. 445-50.

Teodorico da Castol S. Pietro
COLOSSESI, EPISTOLA ai. - Una delle lettere "della prigionia", indirizzata da s. Paolo ai fedeli di Colosse (v.).

Sosdando: I. Il contenuto. - II. Gli errori combattuti. - III. L'occasione, il luogo e la data di composizione. - IV. L'autenticità.
I. Il contenuto. - Il prologo ( 1,1-14 ), nel consueto saluto, introduce, con l'espressione «fratelli fedeli in Cristo», una nota fondamentale della lettera: la vita in Cristo, capo del corpo mistico ( 1,1 mathrm{sg}.). Segue un rendimento di grazie a Dio, che è anche un elogio della comunità, la quale cammina secondo gli ammaestramenti di Epafra, "dilettissimo compagno di servizio" e «ministro di Cristo" (1, 3-8); un augurio di progresso costante nella conoscenza di Dio, nella feconda santità della vita e nella gratitudine verso il Padre, che ci ha voluti partecipi di doni meravigliosi per opera del "Suo Figlio diletto" ( 1,9-14 ).

Il corpo della lettera si può dividere in tre parti : esposizione dottrinale ( 1,15-2,5 ); confutazione degli errori che serpeggiano nella comunità ( 2,6-3,4 ); applicazione morale alla vita del cristiano, come membro del corpo mistico e della società ( 3,5-4,6 ).
I) Le ultime battute del prologo introducono la parte dottrinale ( 1,15-2,5 ), che illustra la persona e l'opera del Figlio, capo di tutto il creato, e, in particolar modo, dell'umanità redenta. All'esposizione di questi punti segue un'applicazione pratica, che dà modo a s. Paolo di toccare la missione affidatagli: annunciare il "mistero" svelato in Cristo ( 1,21-2,5 ).

L'eccellenza del Figlio ( 1,15-19 ) viene, dapprima, considerata in quanto è immagine perfetta di Dio e capo del creato (v. 15 sgg.), poi, in quanto è capo della Chiesa e in lui abita la pienezza ( π λ λ ρ α μ α ) dei doni divini ( 18 sg .).

L'opera del Figlio è riconciliazione universale, compiuta in virtù della Croce ( 1,20 ). I destinatari, che un tempo erano estranei all'economia divina, ne sono ora pienamente partecipi, chiamati da quel messaggio evangelico, di cui Paolo è portatore ( 1,21 sgg.). Egli, che all'attuazione del piano salvifico di Dio porta un contributo di sofferenze personali ( 1,24-27 ), ha dimostrato ogni sollecitudine anche per i fedeli di Colosse, di Laodicea e per quanti, in genere, non hanno usufruito della sua diretta attività apostolica, volta a rendere noti a tutti i tesori divini nascosti in Cristo ( 1,28-2,3 ).
2) Passando alla seconda parte ( 2,6-3,4 ), polemica, Paolo ammonisce di stare in guardia contro i seduttori. Raccomanda, in genere, di attenersi scrupolosamente alla dottrina ricevuta, senza lasciarsi fuorviare da chi predica tradizioni umane, in luogo del genuino insegnamento di Cristo ( 2,6 mathrm{sgg} ). In Lui abita la pienezza della divinità, di cui noi siamo divenuti partecipi; non per l'inutile circoncisione carnale, ma per il Battesimo, che è un morire misticamente e risorgere con Cristo; in virtù della Croce, alla quale è stato confitto il chirografo che ci accusava debitori (2,9-15).

In particolare, i lettori non debbono lasciarsi aggirare da coloro che inculcano vuote osservanze giudaiche ( « ombra * delle cose che dovevano venire) o superstiziosi culti di angeli, dimenticando il capo, da cui tutto il corpo trae vita e aumento ( 2,16-19 ).

Il cristiano deve regolare la propria condotta sul fatto che egli è morto, con Cristo, agli « elementi del mondo » (2,

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20-23), e, con Cristo, è risuscitato a novella vita: nascosta ora, ma destinata a manifestarsi, un giorno, gloriosa con Lui (3, 1-4).
3) Delle applicazioni morali ( 3,5-4,6 ), derivate dalla dottrina di Cristo capo e della nostra vita nel corpo mistico, il primo nucleo ( 3,5-11 ) pone sott'occhio i vizi che il cristiano deve evitare per impegno di vocazione. Dalla metafora «spogliarsi dell'uomo vecchio» e «vestirsi del nuovo» 2. Paolo passa ( 3,96 , 10) alle raccomandazioni di carattere positivo, precedute dalla solenne dichiarazione che nella vita in Cristo ogni distinzione di razza, nazionalità e cultura è abolita ( 3,11 ). Sopra ogni altra cosa viene raccomandata la carità, anima della vita cristiana. Questa va vissuta gioiosamente, con lo sguardo fisso in Cristo, in rendimento di grazie al Padre (3, 12-17).

Seguono insegnamenti relativi alle condizioni sociali del cristiano ( 3,18-4,1 ): doveri delle mogli verso i mariti e dei mariti verso le mogli ( 3,18 mathrm{sg}.), dei figli verso i genitori e viceversa ( 3,20 sg.). Agli schiavi viene raccomandato un'obbedienza dignitosa, da servi di Dio, non degli uomini; ai padroni si ricorda che essi pure hanno un padrone in cielo ( 3,22-4,1 ).

Ultima è inculcata la preghiera perseverante (anche come cooperazione all'apostolato di Paolo) e la saggezza esemplare, specialmente del linguaggio (4, 2-6).

In 4, 7-18 si hanno notizie personali e saluti. Informazioni più dettagliate daranno ai lettori Tichico e Onesimo ( 4,7 mathrm{sgg}.). Dopo i saluti dei collaboratori di Paolo e quelli indirizzati al più in vista tra i destinatari ( 4,10 - 15 ), segue l'ingiunzione di uno scambio di lettere tra C. e Laodicesi, il monito ad Archippo, il saluto personale e le ultime raccomandazioni ( 4,16 sgg.).

## II. Gli ebiori combattuti. - Tutta la lettera ha

lo scopo evidente di combattere opinioni erronee che s'andavano spargendo tra i fedeli di Colosse. Essa però - che è la fonte più autorizzata, per non dire unica - non ci offre elementi bastevoli per una rigorosa determinazione.

Oltre che insistere sulle prerogative di Cristo capo, per cui parremmo orientati verso errori e questioni d'indole cristologica, la lettera ci parla del pericolo di lasciarsi sedurre da una falsa sapienza, fondata su tradizioni umane, che tien conto degli «elementi del mondo», e non è secondo Cristo, nel quale abita la pienezza della divinità ( 2,8 ). Alla «circoncisione carnale» è opposta la «circoncisione di Cristo» (2, 11). Mediante la propria Croce, Cristo ha trionfato dei "principati» e delle "potestà» (2, 15). Sono condannati coloro che vorrebbero imporre ai fedeli inutili osservanze riguardanti cibi, bevande e giorni sacri, che avevano, un tempo, una funzione adombratrice del futuro (2, 16); coloro che, trascurando il capo, da cui tutto il corpo trae vita ed accrescimento, tentano di imporre un culto superstizioso degli angeli; coloro, infine, che accettano arbitrarie prescrizioni di astinenze corporali, essi che sono già morti, con Cristo, agli «elementi del mondo» (2,18-23).

Tra gli errori diffusi a Colosse erano, dunque, un culto malinteso degli angeli e pratiche ascetiche come l'astenersi da certi cibi e da certe bevande, che fanno pensare a un influsso giudaico. Questo è chiaro nell'opposizione tra la «circoncisione carnale» e quella "spirituale» 0 «di Cristo». Ma non pare che l'influsso giudaico basti a spiegare gli errori qui combattuti. Né sembra che a Colosse si annettesse un valore sostanziale alla circoncisione, a differenza dei giudaizzanti della lettera ai Galati, ché, diversamente, non si comprenderebbe il tono piuttosto mite usato da Paolo.

Con poca probabilità è stato affermato che in questa epístola si abbiano tracce di culti frigi e di gnosticismo propriamente detto. Il culto degli angeli era, nel pensiero dei nuovi predicatori, non tanto parte di un sistema filosoficoteologico, quanto un'aggiunta complementare e innocua al culto di Cristo, a difesa, forse, contro le forze cosmiche, alle quali si pensava che gli angeli fossero preposti. Si trattava di un tentativo di grossolano sincretismo.
j. B. Lightfoot (St. Paul's Epistles to the Colossians and to Philemon, 3^{mathrm{a}} ed., Londra 1879, pp. 82-98) ha messo in rilievo ipotetiche analogie tra gli errori disseminati a Colosse e le dottrine degli Esseni, che, al dire di Flavio, davano un posto d'onore agli angeli. Ma Lightfoot stesso riconosceva che le analogie non sono sufficienti per concludere ad una dipendenza. Neppure è verosimile l'ipotesi di un influsso delle religioni e delle filosofie orientali, o dello stoicismo (per l'importanza che questo attribuiva ai quattro elementi del cosmo e agli astri), o delle teorie neoplatoniche e pitagoriche sugli esseri intermedi tra Dio e il mondo. Cf. E. Jacquier, Histoire des livres du Nouveau Testament, I, 10a ed., Parigi 1924, p. 316 sgg.
III. L'occasione, il luogo e la data di composizione. - Occasione della lettera fu una visita di Epafra a Paolo prigioniero. Non è improbabile che lo stesso Epafra, date le minacce per la purezza della fede, sollecitasse un intervento chiarificatore di Paolo.

Latore della lettera fu Tichico ( 4,7 sg.), che ebbe pure l'incarico di portare a destinazione la lettera agli Efesini (Eph. 6, 21 sgg.); e a Tichico era accompagnato Onesimo, portatore del biglietto a Filemone.

Ma durante quale prigionia è stata scritta? Per rispondere a questa domanda, occorre tenere presenti tutte le lettere della prigionia, e partire da quella ai Filippesi, scritta (pare certo) a Roma durante la prima prigionia. Per le altre, gli antichi non pensavano diversamente. Ora, invece, la grande maggioranza dei protestanti e alcuni poohi cattolici distinguono tra l'epistola ai Filippesi e le altre tre, opinando che queste siano state scritte da Cesarea, nel biennio trascorso sotto i procuratori Felice e Feszo.

Solo da un cinquantennio è stata affacciata, prima da A. Deissmann (in Licht vom Osten, 4ᵃ ed., Tubinga 1923, p. 201, n. 4 egli afferma di aver emessa l'idea nel 1898), poi da H. Lisco (Vincula sanctorum, Berlino 1900), col consenso di pochi, una terza opinione, che farebbe risalire l'epistola ai C. e le altre tre lettere ad una presunta prigionia di Paolo ad Efeso, durante il terzo viaggio missionario. I fondamenti sono assai fragili. Il testo su cui maggiormente s'insiste è I Cor. 15, 32, che, se non si trattasse di una metafora (cf. S. Ignazio M., Rom. 5, 1), supportrebbe un processo e una condanna, e, di conseguenza, una prigionia. Ma, a parte che la condanna potrebbe essere stata la conseguenza d'una sollevazione popolare, senza processo e senza prigionia, se realmente fosse stato condannato alle fiere, Paolo avrebbe perduto quel titolo di cittadinanza romana, di cui si farà forte e che gli verrà riconosciuto anche dopo la sua dimora ad Efeso (Act. 22, 25-29; 25, 10 sgg. 21). D'altronde, facciono completamente, in proposito, gli Atti e II Cor. 11, 23-29, mentre nella serie delle prove sostenute dall'Apostolo, un fatto così grave avrebbe d