volume-04

Back to Volumes
rebbe perduto quel titolo di cittadinanza romana, di cui si farà forte e che gli verrà riconosciuto anche dopo la sua dimora ad Efeso (Act. 22, 25-29; 25, 10 sgg. 21). D'altronde, facciono completamente, in proposito, gli Atti e II Cor. 11, 23-29, mentre nella serie delle prove sostenute dall'Apostolo, un fatto così grave avrebbe dovuto essere menzionato. Inoltre, Marco e Luca non sarebbero stati con Paolo (contrariamente a Col. 4, 10.14; Philem. 24) nel caso di una prigionia efesina, perché il primo lavorava allora, probabilmente, con Pietro a Roma, e il secondo non narra in prima persona i fatti del soggiorno in Efeso (Act. 19, 1-20,1), come suole quando è presente.

La scelta resta tra Cesarea e Roma. L'argomento principale in favore di Cesarea è d'indole negativa: la distanza tra Colosse e Cesarea era minore di quella tra Colosse e Roma, per cui il fuggitivo Onesimo poteva raggiungere Paolo più facilmente a Cesarea che a Roma. Si fa osservare, in contrario, che la capitale dell'impero era il luogo di convegno di tutti i fuggiaschi e fuorilegge, offrendo essa maggiori possibilità di rimanervi ignorati.

Altro testo addotto in favore di Cesarea è Col. 4, 3, in cui Paolo domanda preghiere perché gli sia concessa una maggiore libertà di apostolato. Ma anche la libertà relativa della custodia militaris di Roma era ben poca cosa per l'ardore apostolico di Paolo!

## Page 40

Il silenzio di Paolo circa il terremoto che, nel 60-61, colpi Laodicea e la regione circostante non è decisivo in favore di Cesarea e di una data anteriore all'inizio della prigionia romana, non essendo certo che Colosse sia stata gravemente colpita. Del resto, l'Apostolo è abitualmente molto sobrio di notizie riguardanti la storia profana contemporanea.

Positivamente, va notato che il complesso di amici e di ospiti, che circondano Paolo, secondo le informazioni dell'epistola ai C. e delle altre lettere scritte nello stesso torno di tempo, s'accorda molto meglio con il tipo di prigionia romana e con la casa presa in affitto a Roma (Act. 28, 30 sg .), che non con il carcere di Cesarea.

Come si è già accennato, ammessa l'origine romana dell'epistola, viene fissata, per l'interdipendenza delle due questioni, anche la data approssimativa di composizione al 61-62, pure non potendosi determinare nulla di certo sulla precendenza o meno di essa rispetto alle altre lettere della prigionia. Cf. E. Percy, op. cit. in bibl., cap. 9.
IV. L'AUTENTICITÀ. - Superate già le recise negazioni della scuola di Tubinga, la paternità paolina dell'epistola è accettata, oltre che dai critici cattolici, anche da molti protestanti e razionalisti. Ci si limita a citare il più aggiornato tra questi ultimi, E. Percy, che difende l'autenticità dell'epistola ai C. e di quella agli Efesini sia pure con qualche riserva, che non tocca la sostanza.

Il pensiero favorevole della tradizione (citazioni implicite dei Padri Apostolici; attribuzioni esplicite di s. Ireneo, Frammento muratoriano, Clemente Alessandrino, Tertulliano, Eusebio; di eretici, come Marcione, Valentino e i Doceti, che abusavano delle lettera per la difesa dei propri errori) è confermato da buoni argomenti di critica interna o, almeno, dalla possibilità di dare una risposta soddisfacente alle obbiezioni degli avversari. Così, se la lingua e lo stile di questa lettera si distinguono dalla lingua e dallo stile delle altre lettere paoline, sotto certi aspetti offrono, però, anche delle somiglianze notevoli, non solo con quella ai Filipposi (più generalmente ritenuta paolina), ma anche con il vocabolario e lo stile delle grandi lettere. Le peculiarità si spingano, non di rado, con la diversità degli argomenti trattati, con la novità dei concetti, alcuni dei quali sono appena accennati nelle altre lettere di s. Paolo.

Né si opponga lo sviluppo dottrinale di questa epistola e che gli errori in essa combattuti si diffusero solo verso la metà del sec. II; perché, oltre tutto, non è facile stabilire con esattezza la natura degli errori che provocarono questo scritto.

Bibl.: J. B. Lightfoot, St. Paul's Epistles to the Colossians and to Philemon, Londra 1875, 14* ed. ivi 1904; H. v. Soden, in Hand-Kommentar zum N. T., III, 1, Friburgo in Br. 1891, 2* ed. ivi 1893; A. Padovani, Commentarius in Epistolas ad Ephesias, Philippenses et Colossenses, Parigi 1892; T. R. Abbott, Ephesians and Colossians, in The International Critical Commentary, Edimburgo 1897, 2* ed. ivi 1909; P. Ewald, in Kommentar zum N. T. di T. Zahn, X, 2* ed., Lipsia 1910; J. Knabenbauer, Commentarius in s. Pauli Apostoli Epistolas ad Ephesias, ad Philippenses et ad Colossenses, Parigi 1912; M. Sales, in La S. Bibbia. Nuove Testamento, II, Torino 1914, pp. 320-40; M. Meinertz, Die Gefangenschaftsbriefe des heil. Paulus, Bonn 1917, 4* ed. ivi 1931; M. Dibelius, An die Kolosser, an die Epheser, an Philemon, in Handbuch zum N. T. di H. Lietzmann, XII, 2* ed., Tubinga 1927; J. Huby, Les Epîtres de la Captivité, in Verbum Salutis, VIII, 2* ed., Parigi 1935; A. Médebielle, in La Sainte Bible di L. Pirot, XII, ivi 1938, pp. 101-26.

Per le questioni introduttorie : A. Steinmann, Gegen welchen Irrlehrer richtet sich der Kolosserbrief?, Strasburgo 1906; J. Schmid, Zeit und Ort der paulinischen Gefangenschaftsbriefe, Friburgo in Br. 1931; E. Percy, Die Probleme der Kolosser- und Epheserbriefe (Acta Reg. Soc. Human. Litt. Londensis, 39), Lund 1946.

Tecdorico da Castel S. Pietro
COLPA. - La voce c. può essere considerata secondo due concetti abbastanza diversi, benché non contrastanti fra loro: c. in senso morale, e c. in
senso giuridico. Questa, di più, si può considerare sotto l'aspetto civile o sotto l'aspetto penale.
I. La c. morale. - Consiste essenzialmente nell'atto della volontà libera in opposizione all'ordine razionale. Essendo questo tutto fondato sull'essenza divina, la c. morale è un atto libero contrario alla legge divina. Quindi non è altro che il peccato (v. peccato). Quando l'atto colpevole non è puramente interno, ma misto, cioè atto esterno la cui origine si trova nella volontà libera dell'agente, la c. risiede formalmente nell'atto della volontà : esso dà all'atto esterno la sua moralità. Questo invece non cambia la specie morale dell'atto interno, però non manea d'influire in diversi modi sulla c., ad es., pervertendo maggiormente la sensibilità dell'agente, causando scandalo, producendo danni con obbligo di risarcimento, ecc.

Se la c. morale, con l'essere una violazione della legge divina, costituisce il peccato, giustamente i moralisti cattolici identificano i due concetti, tuttavia parecchi grandi teologi del secc. XVI e XVII credettero possibile una c. morale che non fosse peccato. Pareva loro che un uomo, pur conoscendo il contrasto tra un atto di volontà e l'ordine razionale o le esigenze morali della natura umana, potesse non occorgersi, sia abitualmente sia in un caso particolare, del contrasto tra questo atto ed una volontà divina. Sarebbe stato il caso di stai in buona fede o di persone a cui il pensiero di Dio fosse assolutamente estraneo nel momento dell'atto libero opposto all'ordine razionale. Si potrebbe dunque distinguere il peccato filosofico dal peccato teologico.

Alessandro VIII ha condannato l'opinione secondo la quale i peccati sarebbero da dividersi in filosofici e teologici (Deor. S. G., 24 ag. 1690: Denz-U, 1290). Con questo decreto la semplice possibilità del peccato filosofico non sembra ancora a tutti chiaramente condannata.

La c. morale suppone essenzialmente : a) la coscenza della legge morale e del contrasto tra questa legge e l'atto di volontà; b) la libertà della volontà nella scelta dell'oggetto opposto alla legge morale.

Dove manca il primo elemento, l'oggetto non è conosciuto come moralmente cattivo; quindi non può rendere colpevole la volontà che vi adotece. Quanto al secondo, non si può, di fatti, imputare all'uomo come meritevole di lode o di biasimo, di ricompensa e di pena, un atto del quale fosse autore soltanto nel senso materiale o fisico. I moralisti chiamano un tale atto: actus hominis, vale a dire un atto che ha come autore un uomo, ma privo dell'uso delle sue facoltà propriamente umane; lo oppongono all'actus homanno, che procede dall'uomo quale uomo, cioè quale ente intellegente e libero (v. AtTO UMANO).

Quindi tutte le cause che diminuiscono l'uso della ragione o indeboliscono la volontà modificano parzialmente o tolgono totalmente la colpevolezza dell'atto umano. Da parecchi anni i moralisti hanno studiato con maggiore cura le diverse cause di attenuazione della responsabilità, siano esse di carattere normale (età, passioni, ignoranza, errore, sonno) o di carattere patologico (diverse forme di malattie mentali, impulsioni morbose, ecc.). Nozioni sicure di patologia mentale sono un complemento utilissimo allo studio della teologia morale e pastorale.

L'oggetto della volontà può essere voluto direttamente o indirettamente, in se stesso come fine o mezzo (voluntarium directum), oppure attraverso un atto più complesso del quale esso fa parte come causa o condizione (voluntarium indirectum; voluntarium in causa). Le conseguenze di questa divisione sono di grande importanza, perché l'imputabilità degli effetti previsti o prevedibili dell'atto umano fa sorgere un problema difficile ed accuratamente studiato dai moralisti. Infatti, se gli effetti previsti e voluti in se stessi sono imputabili alla volontà, che dire degli altri?

## Page 41

L'obbligo di osservare la legge crea in ciascuno l'obbligo d'informarsi delle leggi che lo riguardano e di usare i mezzi necessari per osservarla. Questi obblighi positivi sono tanto più gravi quanto più importante è l'oggetto della legge e maggiore il danno morale o materiale della violazione di essa.

Su questi principi è basata la divisione della ignoranza in ionisulible (moralmente non colpevole) e visacible (colpevole). La seconda è tanto più colpevole quanto più grave era l'obbligo di correggerla e più accessibili all'agente i mezzi di farla. Si distingue quindi l'ignoranza direttamente voluta (ignorantia affectata) o no; questa sarà leggera, grave, crassa (v. ignoranza).

Senza dubbio, nessuno può essere tenuto responsabile degli effetti normalmente imprevedibili della sua azione. Se invece erano prevedibili e dovevano esser evitati, la responsabilità corrisponde al grado di negligenza nel procurarsi adeguata informazione e nell'usare i mezzi capaci di produrre effetto cattivo e danno.

Qui si presenta al moralista il difficile problema del "doppio effetto". Le azioni umane sono inserite in una rete molto complessa di influssi esterni necessari o di azioni libere d'altri uomini. Anzi la sola complessità della persona umana (corpo e anima, parti diverse con la ripercussione dell'una sull'altra) basta a diversificare gli effetti di un'azione. Quale sarà la responsabilità di questi effetti, generalmente non immediati, previsti o non previsti?

Quando alle conseguenze risultanti direttamente ed unicamente dall'attività dell'agente se ne aggiunge una o parecchie altre dovute ad una causa estranea, necessaria o libera, la responsabilità dipende dalle condizioni seguenti : il carattere lecito o illecito dell'azione principale; il grado di connessione tra l'azione e il «doppio effetto»; la proporzione tra il bene che risulta immediatamente dall'azione e il danno causato dal doppio effetto. Il doppio effetto non è imputabile all'agente se la sua azione era lecita, mentre l'effetto era accidentale e non voluto in se stesso, benché previsto; se vi era tra il bene che risulta dall'azione e il danno causato dal doppio effetto una tale proporzione che l'agente non avesse l'obbligo di impedire l'effetto.

L'obbligo di risarcire il danno causato per ignoranza o negligenza ha il suo fondamento nell'obbligo positivo menzionato sopra (conoscenza della legge; uso dei mezzi necessari) e gli è proporzionato. Benché l'effetto non sia stato voluto in se stesso, anzi nemmeno previsto, è tuttavia imputabile alla volontà dell'agente che ha, come si suppone, liberamente negletto d'acquistare la conoscenza o di usare i mezzi che avrebbero impedito il danno. Il danno è voluto nella sua causa o nelle sue condizioni.

L'applicazione di questo principio dà luogo a dei problemi molto delicati e molto più complessi nel campo morale che non nelle soluzioni puramente giuridiche. Basta pensare all'obbligo del confessore, del medico, del farmacista, dell'ingegnere che, per difetto colpevole di conoscenza, hanno dato parere falso e dannoso o direttamente causato danno col loro intervento.
II. La c. giuridica. - Il legislatore umano non può penetrare nella coscienza dei sudditi; la conosce soltanto per una confessione spontanea o coatta; perciò deve supplire a tale difetto con l'analisi delle circostanze esteriori e con delle presunzioni, ad es. «nessuno è considerato come ignorante della legge». Per adempiere alla sua missione di salvaguardare i diritti dei cittadini e garantire la sicurezza delle relazioni sociali e l'ordine pubblico, egli deve esigere il risarcimento del danno anche da chi non è colpevole e proporzionare le pene non soltanto alla
colpevolezza del delinquente, ma anzitutto all'entità del danno causato all'ordine sociale. Di qui l'importanza della distinzione nel diritto civile e penale tra il dolo (in senso largo) e la c. (in senso stretto).

Il dolo (v.), in senso lato, indica la volontà di porre un atto proibito dalla legge e conosciuto come tale. Il delitto doloso (v. delitto) perciò è la violazione della legge direttamente voluta, qualunque sia il motivo di questa volontà. Non è dunque necessaria la malvagità nel delinquente. Nel senso stretto, la parola "dolo" viene usata per significare ogni macchinazione volta ad ingannare una persona per recarle un danno.
C., nel senso lato, s'intende sempre della c. morale, della violazione libera della legge. Nel senso stretto, questa voce significa, nel diritto positivo, un atto dannoso, contrario al diritto, liberamente voluto, ma senza che l'agente abbia voluto il danno che ne doveva o poteva sorgere. La causa del danno antigjuridico è l'ignoranza o la disattenzione, il difetto di previsione, di cura, di sollecitudine da parte dell'autore.

La c. giuridica consiste anche nella imperizia dell'arte, del mestiere, della funzione, e nella violazione degli statuti e ordini (contravvenzioni). Nel primo caso la probabilità del danno è evidente per l'imprevidenza o la trascuratezza; nel secondo vi è un atto illecito che tende a creare danno o pericolo di danno.

La c. si divide in c. civile e c. penale; però gli studiosi non concordano sul principio di questa divisione. Senza dubbio, è vero il dire che vi sia c. penale quando l'atto illecito viene costituito dalla legge come delitto (delitto colposo) o sia proibito con una sanzione speciale. Ma si può indicare un criterio più intrinseco: secondo C. Ferrini vi è la c. civile quando il diritto leso ha un carattere privato, cioè quando proviene da un rapporto giuridico speciale tra due persone; ci si trova davanti alla c. penale, quando il diritto leso risulta dal fatto stesso che uno è cittadino, membro del gruppo sociale (v. Illecito, in Nuovo Dig. Ital., VI, p. 662, n. 14). Nel primo caso, il legislatore esige il risarcimento del danno (v. danno); nel secondo, infligge una pena.

Nel diritto civile si distingue anche la c. contrattuale nell'omissione, ritardo o imperfezione dell'adempimento d'un obbligo risultante da una libera convenzione tra le parti (v. contratto). I giuristi studiano questa c. nel trattato delle obbligazioni. Vi è c. contrattuale in ogni fatto o omissione imputabile al suo autore, che, violando il diritto altrui fuori di ogni convenzione, fa sorgere contro l'agente un diritto al risarcimento.

Evidentemente nel diritto penale la nozione della c. dà luogo a più importanti problemi; però parecchi di essi si riferiscono al concetto stesso della c. e si estendono quindi a tutto il campo del diritto positivo.

Il diritto romano ha fornito alla teoria della c. giuridica alcuni importanti elementi : anzitutto una nozione astratta, dunque generale, della c. : a culpam autem esse quod cum a diligente praevideri poterit, non esset provisum aut tum demuntiatum esset, cum periculum evitari non possit (1. 31, D. ad legem Aquiliam, IX, 2) e inoltre l'analisi di delitti colposi che rimarranno classici. Poi ha somministrato gli elementi della famosa distinzione tra c. grave (culpa lata; 1. 223, D., de v. s., L. 16), c. leggera e leggerissima ed introdotto il criterio (soggettivo) della cura che il buon padre di famiglia ha dei suoi interessi.

La legge determinava i casi nei quali esso doveva esser applicato (D. 17, 2, 72). Infine il diritto romano conosceva anche la responsabilità civile per c. d'altri. Ma, secondo C. Ferrini, occorre ben notare che esso non faceva una

## Page 42

distinzione tra il risarcimento del danno e il carattere pubblico della pena.

Come ogni diritto primitivo, il diritto dei popoli germanici considerava anzitutto il danno privato, senza preoccuparici del grado di responsabilità dell'autore. Ha esercitato un certo influsso sul diritto canonico nella Germania e sui libri penitenziali (v. penitenziali, libri). Più tardi, fu invece perfezionato a sua volta sotto l'influsso del diritto canonico e del diritto romano (A. Pertile, Storia del diritto italiano, mathrm{V}_{1}{ }² 2² ed., Torino 1892-93, cap. 1).

Le soluzioni date oggi dai moralisti e dai canonisti sulla responsabilità degli effetti previsti o non previsti dei nostri atti volontari sono il frutto di una secolare rielaborazione dovuta anzitutto ai decretisti che preparavano la via ai teologi del sec. xirI.

Per spiegare decisioni contrastanti di parecchie decretali e di decreti di concili particolari, alcuni canonisti distinsero il forum Dei (c. morale) e il forum criminale (c. giuridica). Altri, ai quali dispiaceva questa opposizione, cercarono la soluzione nel contrasto tra gli effetti degli atti leciti ed illeciti. L'autore di un atto illecito doveva essere tenuto responsabile di tutte le conseguenze dannose di quell'atto, anche se fossero state imprevedibili o se l'agente avesse adoperato tutte le cauzioni requisite per evitarle (cf. L. Zeiger, De voutua inter theol. mor. et ins canon. habitudine, in Periodica, 21 [1942], p. 333-45).

La dottrina si fa strada, attraverso le discussioni sull'ignoranza vincibile ed invincibile, verso le soluzioni «volontaristiche» moderne. A poco a poco si sviluppa anche la teoria del «doppio effetto» che ha una cosi grande importanza nella teologia morale (v. la discussione tra A. Gemelli e A. Vermeersch, nella Nouv. rev. théol., 60 [1953], p. 500 sgg.).

Il concetto della c. giuridica ed i principi che la reggono, specialmente nel diritto penale, sono anche oggi oggetto di vivaci discussioni tra i giuristi.

La dottrina comune ammette ancora che la prevedibilità del danno costituisce un elemento essenziale della c. Però alcuni seguaci dello Stoppato (Evento punibile, Padova 1938) vorrebbero, senza successo, sostituirla con un criterio più oggettivo, cioè l'uso nell'atto volontario di mezzi antigluridici. Continua anche la disputa sul criterio che deve determinare il grado della c. : come si può definire la cura che un uomo diligente o un padre di famiglia hanno dei loro interessi? Perché si applica questo criterio il quale non considera condizioni psicologiche personali del colpevole?

Altra questione : perché la c. è punibile? Il motivo proprio si deve cercare nella volontà dell'agente o nel danno sociale? Infine si discute anche sulla possibilità o meno della correità nei delitti colposi.

Il CIC distingue chiaramente il dolo dalla c. in materia penale. "L'imputabilità del delitto dipende dal dolo del delinquente ovvero dalla sua c. nell'ignoranza della legge o nell'omissione della diligenza obbligatoria" (can. 2199). Il Codice ammette la prova dell'ignoranza della legge o della pena; questa attensa la gravità del delitto; quella diminuisce l'imputabilità nella misura nella quale si possa giustificare (can. 2202).

Quando il danno è stato previsto, senza esser stato voluto direttamente, ma non è stato impedito con le precauzioni requisite, alcuni giuristi pensano che siamo davanti al dolo e non alla c. Il CIC ci vede una c. grave, prossima al dolo (can. 2203). Il criterio della colpevolezza è diverso secondo che l'effetto sia stato previsto o meno; nel primo caso, il Codice, collegandosi con il diritto romano, esige *le precauzioni che ogni uomo diligente avrebbe usate *; nell'altro caso, dovrà il giudice valutare il grado di colpevolezza, tenendo conto delle circostanze.

E però importante notare che non si incorre in una pena ecclesiastica, né essa può essere inflitta se
non vi sia c. morale grave da parte del delinquente (can. 2218 § 2). Va appena rilevato che ciò costituisce una differenza essenziale con il diritto penale statale. Questa preoccupazione morale si manifesta nel fatto che nello stesso l. V del codice De delictis et paenis, la voce c. viene molto spesso usata nel senso morale e non nel senso giuridico; è quasi sempre il caso nell'espressione: "pro gravitate culpae».

BimL.: I moralisti trattano la questione della volontarietà diretta ed indiretta nel trattato: De aetibus humanis. Sulla responsabilità degli effetti, sono da consultare dove parlano del - doppio effetto \%. Basterà in genere rimandare al manuali di teologia morale di A. Vermeersch, D. Prümmer, A. PiscettaA. Gennaro, ecc. Sulla c. giuridica in genero, nel diritto civile e penale, cf. E. Altavilla, s.v. in Nuovo Digesto Ital., III, pp. 320-23; C. Feroni, G. Scoduto, D. Rubino, Illecito, ibid., VI, pp. 657-708; v. anche : E. Florian, Trattato di diritta penale, parte generale, I, Milano 1934, n. 367 sgg . I canonisti sono da consultare nel commento al CIC, can. 2199 sgg. Si veda ad es.; G. Michiels, De delictis et paenis, Lublino 1934, p. 101 sgg.; S. Kuttner, Kanonistische Zehnlelehre von Gratien bis auf die Dehretalen Gregors IX, Città del Vaticano 1935; O. Lottin, Psychologie et morale aux XII et XIII siècles, Lovanio 1946.

Giuseppe Creusen
COLUCCI, Giuseppe. - Archeologo e storico delle Marche, n. a Penna S. Giovanni (arcidiocesi di Fermo) il 19 marzo 1752, m. a Fermo il 16 marzo 1809.

Fatti i primi studi in patria, li proseguii a Fermo dal 1767 sotto la guida dei Gesuiti. Sacerdote nel 1775, si laureò in giurisprudenza presso la locale università, ove poco dopo fu nominato "lettore" nella facoltà di Diritto. Protonotario apostolico nel sett. 1784, fu da molte accademie aggregato tra i loro membri.

Le sue principali cure furono rivolte allo studio delle antichità regionali, attrattovi fin da giovinetto dai vistosi ruderi dell'antica Faleria (oggi Piano di Falerone). Esordì con: Delle antiche città picene Faleria e Tignia (Fermo 1777; con appendice, Macerata 1778) e continuò a Macerata con Cupra Marittima antica città picena (1779), Treja antica città picena, oggi Montecchio (1780), Dei Castello navale degli antichi Fermoni (1783), Memorie istoriche della antica Terra di Monte Rubbiano, Osservacioni critiche e Lettere apologetiche.

Dalla storia particolare dei luoghi passò a quella generale di tutta la regione : Dei primi abitatori del Piceno (Fermo 1781 e 1785), Dei vari confini del Piceno (ivi 1785), Dei vari popoli che hanno abitato il Piceno (ivi 1785) e Delle varie Metropoli del Piceno (ivi 1785); c, fidando sulla collaborazione altrui, concepì il vasto disegno di raccogliere le antiche memorie di tutte le località del Piceno, e per questo impiantò anche una tipografia.

Nacquero così gli in-folio delle Antichità picene che costituiscono, ancor oggi, per gli studiosi, la fonte principale delle loro ricerche.

Il I vol. (Fermo 1786) fu dedicato a Pio VI, il quale, avendolo apprezzato assai, ordinò, con chirografo del 27 giugno 1786, che «ciascuna città, terra o castello del Piceno dovesse fornirsi di un esemplare dello storico marchigiano». Nel 1796 uscì, "dai torchi dell'autore", il vol. XXX interamente consacrato al suo paese natale (Memorie istoriche della Terra di Pennatangiovanni).

L'opera fu interrotta al vol. XXXI (cui si aggiungono 4 fasce. di tavoie, considerati come vol. XXXII) delle vicende politiche del periodo giacobino e napoleonico, che costrinse il C., il quale aveva in animo di fare delle pubblicazioni anche sulla diplomatica picena e sugli uomini illustri della regione, a cessare ogni lavoro.

Con il 1800 , C. avrebbe ripreso le opere sospese, se il suo intimo amico C. Brancadoro, fatto cardinale e vescovo di Orvieto, non lo avesse forzato a seguirlo come vicario generale di quella diocesi. Trasferito il card. Brancadoro alla sede arcivescovile di Fermo, sua patria (1803), confermò il C. come vicario generale.

Dalla dispersione della ricca biblioteca ed archivio di C. la biblioteca Comunale di Macerata ha salvato, nel 1932-33, il fondo principale dell'archivio, cioè quello in cui si conservano i 20 volumi ancora inediti delle

## Page 43

![img-9.jpeg](img-9.jpeg)

Tav. I

## Page 44

![img-10.jpeg](img-10.jpeg)

FACCIATA INTERNA DEL PALAZZO COLONNA (sec. xvi) - Roma

## Page 45

![img-11.jpeg](img-11.jpeg)
(fol. Goliustia jolografica nazionale)
Colucci, Giuseppe - Ritratto del 1730 ca., con l'inizio del saggio su Tricia, antica citta picena - Penna S. Giovanni, palazzo Comunale.

Antichità picene (cf. G. Spadoni, in La Biblioteca comunale Mazzi-Bargetti di Macerata, relazione storico-bibl. nel CL anniversario della inaugurazione, Macerata 1937, pp. 21 -25).

Il C. è considerato il «Muratori delle Marche».
Bibl.: Notizie biografiche del C. sono sparse nelle sue opere, specialmente nelle introduzioni al I e al XXX vol. delle Antichità picene: F. Vecchietti e T. Moro, Biblioteca picena, III, Unimo 1793, pp. 264-68 (vivente il C.); R. De Minicis, G. C., in Biografie e ritratti di uomini illustri piceni, a cura di A. Hercolani, II, Forlì 1839, pp. 43-56 (con ritratto): id., Monamento di G. C. eretto nel tempio metropolitaon di Fermo. Roma 1821; G. Da Fieno, Del risorgimento dngli studi storici nel Pizzao, in Atti della societa storico-archastogica delle Marche in Fermo, I (1875), pp. 5-19; G. Brezzi, Una lettera inedita di G. C., in Pizenam, 18 (1921), pp. 168-190; G. Spadoni, Relazione sull'archivio C., in Atti e memorie della R. Deputazione di storia patria per le Marche, 41* scric, 10 (1933), pp. 133-39. Igino Cecchetti

COLUMBUS, diOCESI di. - Capitale dello Stato di Ohio negli Stati Uniti e sede di una diocesi suffraganca di Cincinnati, comprendente come territorio il sud-est dell'Ohio e cioè 23 contee dell'Ohio, con una superfice di 11.310 miglia.

Nel 1947 in una popolazione di 1.169 .16 I ab. vi erano 103.100 cattolici, sotto la direzione di 168 sacerdoti diocesani, 100 regolari, 8 parrocchie, 27 cappelle, 21 missioni, un seminario diocesano maggiore e uno minore, un collegio pontificio Josephinum per la formazione dei: acerdoti destinati alle diocesi bisognose, 15 High schools, 50 scuole parrocchiali. Nel 1946 vi furono 2876 conversioni. Inoltre lavorano nella diocesi 8 comunità religiose maschili e 19 femminili, con fiorenti istituti di educazione.

Dentro i limiti di questa diocesi i Domenicani costruirono agli inizi del sec. xix la prima cappella cattolica dell'Ohio, quella di S. Giuseppe (Sommerset) nella contea di Perry. Allora tutto l'Ohio aveva una sola diocesi, Bardstown (oggi St-Louis); ma poco dopo, nel 1821,
veniva eretta in diocesi, insieme con la sede di Cincinnati. Avendo la colonizzazione e l'emigrazione condotto molti cattolici in queste regioni, la S. Sede, su domanda del secondo Concilio Plenario di Balimora (1866), li separò dall'arcidiocesi suffraganea con sede in C.

Bibl.: L. W. Mulhane, s. v. in Cath. Enc., IV, pp. 149-50; Anon., History of fifty years, Columbus 1918; J. H. O'Donnel, The catholic hierarchy of the United States 1750-1922, Washington 1922 (v. indice); D. C. Shearer, Pontificia Americana 1561 1884, Washington 1933 (v. indice); The Official catholic directory 1947, Nuova York 1947, parte 2*, pp. 397-402. Corrado Morin

COLYMBION (Kokóy β iov). - E una vasca o vaso nel quale si benediceva e si conservava l'acqua benedetta (acquasantiera), prima nell'atrio, poi nell'ingresso della chiesa. E chiamato anche cantharus, varkappa 0 λ η μ β λ θ ρ α in greco, ed era fisso o mobile. L'eucologio di Bessarione (sec. xi), conservato nel monastero di Grottaferrata, contiene una orazione speciale per benedire l'acqua del c. del palazzo delle Blacherne a Costantinopoli, Eó χ ἠ τ o ω̃ varkappa 0 λ ω μ β i o u τ ω̃ ν quad β λ α χ ε ρ ν ω̃ ν (Goar, Eó χ 0 λ ó γ ı 0 ν, 2² ed., Venezia 1730, p. 364).

Piscidio de Meester
COMA. - Assopimento profondo (da varkappa 0 ι μ α ἀ ω= dormo) con rilasciamento muscolare, abolizione della sensibilità, perdita della coscienza, rimanendo pressoché invariate le condizioni del respiro, della circolazione, della termo-regolazione. Prodotto da svariate cause: disturbi del ricambio degli idrati di carbonio (c. ipoglicemico e diabetico), accumulo nel sangue di sostanze tossiche del ricambio (c. uremico, c. epatico), gravi traumatismi, alterazioni circolatorie dei centri nervosi per spasmi vasali o per emorragie (v. APOPLESSIA).

Da forme assai leggere, con semplice torpore, in cui la coscienza facilmente può risvegliarsi con stimoli più o meno forti (c. vigile), si giunge alle forme più gravi con sintomatologia pienamente sviluppata: paralisi degli sfinteri, respiro lento e russante (respiro stertoroso), difficoltà alla deglutizione, completo spegnimento della coscienza. Nel c. grave l'individuo deve esser considerato privo dei mezzi per mettersi in rapporto con il mondo esterno, incapace di sentire e di volere. Il c. può regredire e l'individuo riacquistare coscienza e attività, se la causa produttrice del suo stato è riparabile ed è vinta.

Giuseppe de Ninno
COMACCHIO, diOCESI di. - Sede vescovile dell'Emilia, in provincia di Ferrara, suffraganea di Ravenna. La sua origine si è spesso fatta risalire al sec. vi assegnando come primo titolare della diocesi il vescovo Pacaziano (502) che appartiene invece a Imola. Cosi pure un altro vescovo anonimo del 592 proviene da un diploma spurio di Gregorio Magno a Martiniano vescovo di Ravenna (Jaffé-Wattenbach, 1883 a.).

Il primo vescovo di C. storicamente accertato è Vincenzo vivente nel sec. viII, come fa fede una epigrafe esistente nella cattedrale di C., che lo dice con-
![img-12.jpeg](img-12.jpeg)
(da A. Bellronelli, Da C. ad Argenta, Bergamo 1865, p. 18) Comacchio, diocesi di - Epigrafe del vescovo Vincenzo (sec. viII), rinvenuta nella cattedrale.

## Page 46

temporaneo dell'arcivescovo di Ravenna Felice (708724). In seguito è fatta menzione di Vitale in un diploma di Carlomagno del 787; di Cipriano, che nell'858 sottoscrive una costituzione a favore del monastero di Pa lazziola; di Stefano, nominato da Giovanni VIII e ricordato in due diplomi dello stesso Papa al conte Berengario. Come suffraganei di Ravenna i vescovi di C. prendono spesso parte ai sinodi della sede metropolitana; cosi, ad es. : Orso (954), Giorgio (997), a cui succede Giovanni, del quale parla s. Pier Damiani, e morto da penitente nel monastero di Pomposa. C. prese parte allo scisma guilbertata (Clemente III) sotto il vescovo Adalberto che firmava i suoi atti con la data dell'antipapa. Cosi pure durante lo scisma d'Occidente C. fu campo di contestazione dei papi in lotta tra loro.

La situazione fu normalizzata con l'elevazione al trono di Martino V. Del ducato di C. disposero prima i papi; nel sec. x era tenuto dall'imperatrice Adelaide, morta la quale Gregorio V l'affidava all'arcivescovo di Ravenna Gerberto. In tempi recenti fu oggetto di lunghe contestazioni tra la S . Sede e l'Austria, e nel sec. xviri si versò inchiostro intorno ai diritti della Chiesa e dell'Impero sul ducato.

Tra le antiche abbazie del territorio di C. che esercitarono un influsso notevole sulla vita religiosa italiana medievale vanno citate: S. Maria in Aula Regia (benedettina) già fiorente nel sec. x, caduta poi in abbandono e restaurata nel sec. xv dal vescovo Mainardino; S. Giacomo de Cella Volana e specialmente l'abbazia di Pomposa (v.), esistente nell'874, ma di origini più remote assai, spesso oggetto di privilegi imperiali e regali.

Ebbe uomini rappresentativi come Pier Damiani e il nussico Guido d'Arezzo. Decaduta, in parte a causa del clima malsano, fu più tardi convertita in prepositura secolare sotto Alessandro VI e Innocenzo VIII.

La cattedrale di C., dedicata a S. Cassiano, fu ricostruita dal vescovo Sigismondo Iseì nel 1659 e portata a compimento dal suo successore Nicolò Arcani.

La diocesi in una superfice di 1600 kmq . conta 27 parrocchie, con una popolazione di 73.000 ab., tutti cattolici, 27 sacerdoti diocesani, e 10 regolari (1948).

Bim.: G. F. Ferro, Istoria dell'antica città di C., Ferrara 1701; G. Fontanini, Il dominio temporale della sede apostolica sopra la città di C., Roma 1709; id., Difesa seconda sul dominio temporale della sede apostolica sopra la città di C., ivi 1711; Ughelli, II, pp. 481-89; Cappelletti, II, pp. 579-624; F. Lanzoni Il primo vescovo di C., in Atti e memorie della R. Deputazione di storia patria per le provincie di Romagna, 3² serie, 27 (1909), pp. 62-70; Lanzoni, p. 819; P. Kehr, Italia pontificia, V, Berlino 1911, pp. 174-87; Pastor, XV, p. 50 e passim.

Mario Scaduto
COMACINI, MAESTRI. - Costruttori, oriundi dall'antica diocesi di Como. L'espressione «Magister Comacinus cum colligantes[sici] suis» e «cum consortibus suis " compare per la prima volta in 2 articoli dell'Editto di Rossci (643); nel 741 fu aggiunta all'Editto di Liutprando (713) un'appendice dal titolo «Memoratorio de mercede Comacinorum », composta di sette articoli in cui sono norme e disposizioni relative all'at-
![img-13.jpeg](img-13.jpeg)
(fot. Gabinetto fotografico nazionale)
(scec. x-xi) - Civate.
tradizioni classicheggianti delle basiliche romane, adotta ed elabora in forma rozza ed embrionale partiti e soluzioni che troveranno poi il loro sviluppo nell'architettura lombarda. Infatti, quando questa, nel sec. xi, avrà del tutto maturato i suoi caratteri stilistici, non bisognerà parlare di arte comacina, se non in relazione alla provenienza dei singoli artefici o delle masstranze impiegate in determinate imprese : che, una volta convogliate nel vasto corso dell'architettura lombarda, le esperienze dei c. perderanno ogni valore autonomo e si limiteranno a determinare particolari inflessioni nell'ambito di un linguaggio sostanzialmente unitario pur nella varietà delle sue componenti. Tra le testimonianze dell'arte dei c. ci sono alcune opere che preludono aspetti propri agli edifici romanici lombardi, quali il S. Ambrogio di Milano, il S. Vincenzo in Prato di Milano e il S. Pietro di Agliate. Pure grande importanza ebbero i c. nell'elaborare edifici a sistema centrale con vôtre e cupola nascosta dal tiburio, come attestano i battisteri di Agliate, di Biella, di Galliano, e la chiesa di S. Benedetto al Monte di Civate, a tre abuidi ricadenti su un vano rettangolare. - Vedi rev. III.

Bibl.: G. Mercurio, I m. c., Milano 1893; G. T. Rivoira, Le origini dell'architettura lombarda, 2² ed., ivi 1908; F. Toesca, Storia dell'arte italiana, I, Torino 1927, passim. Enzo Carli

COMANA. - Città armena dell'Asia Minore, .ella provincia di Ponto. Fu celebre nel paganesimo quale città di governo teocratico della dea Enyo-Ma; i suoi templi sono nominati anche da Strabone. Fu una delle città più antiche dell'Asia Pontica, con sede vescovile: è stata molto celebrata per la santità di numerosi dei suoi vescovi. C. d'Armenia Minore è differente dalla città omonima della Cappadocia, anch'essa sede vescovile.

## Page 47

Bibl.: M. Le Quien, Oriens Christianus, I, Parigi 1740, p. 448; W. M. Ramsay, Cities and Bishaprics of Phrysia, Oxford 1895, pp. 95, 102, 139 ecc.; K. Prümm, Religionsgeschichtl. Handbuch, Friburgo in Br. 1943, pp. 645-46. Serafino Akclian

COMAYAGUA, DIOCESI di: v. TEOUCIGALPA, DIOCESI di.

COMBA, Emilio. - Pastore e storico valdese, n. a S. Germano Chisone (Pinerolo) il 31 ag. 1839, m. a Gutta. nen (Svizzera) il 3 sett. 1904. Dopo aver compiuto i suoi primi studi nella vicina Torre Pellice, si recò a Ginevra ove, postosi sotto la guida di Merlé d'Aubigné, completò la sua preparazione teologica. Tornato in Italia, iniziò la pubblicazione di numerosi scritti su argomenti religiosi a sfondo polemico, e mostrò sin dai primi tentativi particolare attitudine alla propaganda attiva. Si recò quindi nell'Italia centrale e soggiornò di preferenza a Perugia ove ebbe contatti con il card. Pecci, il futuro Leone XIII, e polemizzò con lui su argomenti teologici.

Nominato pastore, fu inviato dapprima in piccoli centri dell'Italia settentrionale, poi si stabili a Venezia dove rimase dal 1867 al 1872 . Qui oltre che attendere a lavori storici, contribuì a fondare una chiesa evangelica. Trasferitosi successivamente a Firenze dove era stato chiamato da quella scuola valdese, fondò La Rivista cristiana, che ebbe vita dal 1873 al 1887.

Fra gli scritti del C. vanno principalmente ricordati: Francesco Spiera (Firenze 1872); Storia dei martiri della Riforma italiana (Torino 1879); Histoire des Vaudois d'Italie (ivi 1887); Claudia di Torino (Firenze 1895); I nostri protestanti (2 voll., ivi 1895-97).

Bibl.: A. De Gubernatis, s. v. in Dictionnaire international des devisains du jour, pp. 670-71.

Mario Zazzetta
COMBATTIMENTO SPIRITUALE. - Repressione ascetica delle tentazioni e delle inclinazioni viziose, raggiungimento dell'ideale morale. La lotta per la vita e per migliorarne ed elevarne la forma, esiste non solo come forza sublimante e selezionante, nel mondo organico ed in quello sociale, ma in modo
![img-14.jpeg](img-14.jpeg)

Comacini, maestri - Portale della chiesa di S. Michele (ca. 1170) - Pavia.
particolare in quello spirituale e soprannaturale. Che la vita spirituale del cristiano sia lotta, è uno dei concetti che con più insistenza inculca la Scrittura del Nuovo Testamento: "Non sarà coronato se non colui che avrà legittimamente combattuto" (II Tim. II, 5).

L'insegnamento che la vita spirituale è lotta è particolarmente svolto nelle Epistole paoline. La vita dell'Apostolo, dopo la conversione, è un «bonum certamen \%. La vita cristiana è da lui rappresentata come una lotta aspra, con alterne vicende, terminante solo con la morte, lotta d'importanza massima, essendo in gioco la vita eterna (I Cor. 9, 26 sg.; Hebr. 12, 4).

Vi sono infatti in noi come due esseri, "due uomini»: l'«uomo nuovo» rigenerato, prodotto della Grazia, vivente nello "spirito", che si sforza di attuare e sviluppare l'organismo soprannaturale iniziatosi con il Battesimo; ma sussiste accanto il "vecchio uomo", l'uomo " animale ", " naturale ", vivente nella " carne", che indulge cioè alle disordinate tendenze derivanti dal peccato originale.

In questo "vecchio uomo", non annichilato dal Battesimo nelle sue prave tendenze, cioè nella " concupiscenza n, sta il nemico da combattere. La concupiscenza è triplice: " concupiscentia carnis, oculorum et superbia vitae" (Io. 2, 16). La lotta dell'«uomo nuovo" contro l'attrattiva sregolata dei piaceri sensuali e dei beni terreni, e contro l'orgoglio, è resa più aspra dall'intervento, in sostegno del nemico interno, di due altri terribili nemici esterni : il mondo (cioè il complesso di coloro che si oppongono a Cristo, con la loro dottrina e forma di vita, cui il cristiano deve essere "crocifisso" e viceversa: Gal. 6, 14; cf. I Cor. 7, 31); il demonio, per invidia del quale peccato, morte e concupiscenza sfrenata entravano nel mondo, e contro cui bisogna perennemente lottare (Eph. 6, 12).

Questi tre nemici dell'anima nostra in realtà sono uno solo. L'«uomo vecchio", carnale, viene fatalmente a conflitto con l'«uomo nuovo"; non possono convivere insieme, ma uno deve di necessità morire, poiché, mentre l'uomo "carnale" è allettato dai piaceri senza preoccupazioni morali, l'uomo "spirituale" aborre i piaceri proibiti, sacrificandoli al dovere, cioè alla legge divina.

Di qui il c. s. perpetuo, che trasforma il cristiano in "atleta" e in "soldato", lottante sino alla morte per una immortale corona (Eph. 6, 10-16: l'armatura del milite di Cristo). La lotta non ha tregua durante la vita terrena, poiché tutti gli sforzi per liberarsi dell'«uomo vecchio" riescono solo ad indebolirlo, fortificando l'«uomo nuovo" contro di lui.

Gli scritti dei Padri Apostolici, a sfondo eminentemente ascetico, sviluppano tutti il concetto della vita cristiana come c. s. Ciò spicca in modo particolare nella prima parte della Didachè, la catechesi morale (capp. 1-6), detta anche "libro delle due vie"; lo Pseudo-Barnaba riassume nei capp. 18-21 la dottrina delle "due vie" esposta nella Didachè. Notevoli accenni al c. s. si hanno anche nel Pastore di Erma, che insegna l'encratismo inteso nel senso ortodosso di ascetismo. La vita cristiana è assomigliata ad un c. s. soprattutto nella II Epistola pseudo-clementina, omelia in cui l'oratore propone, dopo un breve esordio su Gesù Cristo (capp. 1-4), il suo tema (capp. 5-7), cioè il c. s. che il cristiano deve condurre contro il mondo; il concetto di questa lotta è sviluppato nei capp. 8-17 (questo celeste c. consiste specialmente nello sviluppo delle virtù cristiane : penitenza, purità, carità, confidenza, ecc.), e concluso nei capp. 18-20 con un caldo invito a servir Dio e a lottare per lui, costi ciò che può costare. La letteratura patristica del sec. II-III è letteratura di c., trovandosi la Chiesa in un secolo di lotta.

L'Epistola a Diogneto sviluppa il concetto della lotta tra carne e spirito (c. 3-7). Clemente Alessandrino concepisce il "pedagogo", cioè Cristo, non solo come padre, ma anche come pilota e generale che guida i cristiani

## Page 48

alla battaglia contro i vizi del mondo (cap. 1). Origene sviluppa il concetto della lotta del cristiano contro il demonio, il mondo, la carne (De principiis, III: PG 2, 425562, 641-1632). S. Efrem, la cui dottrina spirituale ha esercitato un grande influsso nei monasteri orientali, considera la vita spirituale sotto la luce di un c., di cui indica le armi pronte per sostenere il cristiano nella vittoria, cioè il digiuno, la temperanza, la preghiera, le sante letture, l'esercizio delle virtù, e in modo particolare la carità, la verginità, la pazienza, l'umiltà e la penitenza (cf. G. S. Assemani, Opera omnia graece, latine, syriace, serie greca, I, Roma 1732, p. 66; II, pp. 321-22, 461 ; particolarmente nel Trattato sulla vita spirituale, serie greca, I, pp. 258-82; e in quello sulla formazione dei monaci, III, pp. 337-56), concetto ripreso da s. Giovanni Crisostomo, da s. Nilo Abate, e da tutto il monachismo orientale. Di questi scrive F. Cayré (I, p. 497 sg .) che sembra abbiano particolarmente meditata che questa vita è un c.; hanno compreso e gustato le parole con cui s. Paolo esortava gli Efesini a rivestirsi dell'armatura di Dio. I nemici contro cui il monaco deve combattere sono il demonio e i vizi. Il monaco doveva particolarmente vigilare contro Satana, le tentazioni, ossessioni e illusioni demoniache, imporando a riconoscerne l'aggressione nell'inquietudine dell'anima, e ricorrendo alle tre armi: preghiera, lavoro, digiuno. Tale insegnamento è molto bene espresso in s. Gerolamo, e nelle Institutiones e Collationes di Cassiano ai monaci.

Nella Psychomachia (PL 60, 3, 11-90), il poeta cristiano Prudenzio celebra in 915 esametri il c. s. delle virtù cristiane contro il vizio, in cui "prima petit campum, dubia sub sorte duelli pugnatura Fides n. Il pensiero è ripreso nella Scala ( α λ ω α ξ ) Paradisi, di s. Giovanni Climaco, e fatto proprio da s. Bernardo e da s. Tommaso d'Aquino, che nel c. s. dà una particolare importanza ai vizi capitali, sorgenti di ogni peccato.

Gli Esercizi spirituali di s. Ignazio di Loyola sono tutti imperniati sul concetto del c. s.: sono la "spiritualità dello sforzo... spiritualità del c. n. Infatti la spiritualità di s. Ignazio ha un piglio militare. Cristo è un capitano, che ci invita a combattere al suo fianco (P. Pourrat, op. cit. in bibl., p. 67). Rispondere a tale invito è entrare nel suo esercito, che deve non solo difendersi, ma muovere all'offensiva, impugnando, per assicurarsi la vittoria, l'arma fortissima dell'esame particolare (v. esame nt coscienza), perché il soldato di Cristo deve conquistare la virtù come si conquistano le piazze forti.

L'influenza dell'insegnamento ignaziano è particolarmente profondo e riconoscibile nel C. s., uno dei migliori scritti ascetici del sec. xvi. Lorenzo Scupoli (v.), teatino, è comunemente ritenuto autore di questo trattato, di cui nel 1590 donò un esemplare a s. Francesco di Sales. Nella prima edizione (Venezia 1589) contava solo 24 capitoli, che poi crebbero a 33,40 ed infine agli attuali 66; in questi successivi rimaneggiamenti l'ordine logico tra i capitoli è stato sconvolto, lo stile ha perduto della sua ingenua grazia. Dedicato al "Supremo Capitano e gloriosissimo trionfatore Gesù Cristo il C. s. si apre con la ricerca "in che consista la perfezione cristiana"; poi dimostra che per acquistarla occorre combattere, e che quattro cose sono necessarie a tale battaglia: la diffidenza di noi stessi, la confidenza in Dio, l'esercizio della virtù e l'orazione, poiché la perfezione cristiana è tutta interiore, e risulta dall'insieme delle virtù che ci fanno morire a noi stessi, per assoggettarci totalmente all'amore. Il C. s. tratta quindi della difesa dell'intelligenza, che deve stare in guardia contro due nemici che l'attaccano continuamente: ignoranza e curiosità; soprattutto della difesa della volontà in ordine alla finalità suprema, cui si debbono indirizzare tutte le azioni interiori ed esteriori, perché nell'uomo vi sono "molte volontà" che si fanno una profonda guerra. Il C. s. indica poi il modo di combattere i mali del senso, e gli atti che ha da fare la volontà per acquistare la virtù, dando avvisi preziosi intorno al modo di combattere le nostre viziose passioni, e intorno all'arte ed inganni con cui il demonio tende a combattere ed ingannare quelli che vogliono darsi alla virtù e quelli che già si ritrovano nella sccrità del peccato. Dura legge quella del c. s., che ogni giorno bisogna accertare, poiché "la prima cosa
che hanno da osservare gli occhi tuoi interni, svegliato che sarai, è il vederti dentro uno steccato chiuso con questa legge, che chi non vi combatte vi resta morto per sempre n. Arma preziosa per combattere è la preghiera e la S. Comunione. Il C. s. era molto stimato da s. Francesco di Sales; pur non avendo l'incanto del De imitatione Christi, resta una della opere classiche della letteratura ascetica.

BibL.: P. Pourrat, La spiritualité chrétienne, III, Parigi 1918, pp. 358-68; F. Prat, La théologie de s. Paul, II, 17 ed., ivi 1933, pp. 268-84; J. Bréceut, Combat spirituel, in Dictionnaire pratique des connaissances religieuses, II, pp. 301-92; F. Cayré, Patrologia e storia della teologia, trad. it., II, Roma 1958 (cf. indice, s. v. C. s., p. 983).

Umile Bonzi da Genova
COMBONI, DANIELE. - Vescovo e missionario nell'Africa, n. a Limone sul Garda ( 15 marzo 1831), fu educato al sacerdozio da Nicola Mazza, apostolo della carità in Verona. Guadagnato all'ideale missionario africano da Angelo Vinco, reduce dall'Africa centrale (1849), lo seguì nel 1857 , spingendosi fino a S. Croce sul Nilo Bianco ( 6² lat. nord). Ivi toccò con mano le misere condizioni di quelle tribù e giurò in cuor suo di spenderci tutto per la loro redenzione, anche dopo che, per la salute indebolita, l'obbedienza lo costrinse a rimpatriare (1859). Due anni dopo, la missione dell'Africa centrale era praticamente distrutta : in soli 16 anni vi erano morti 44 missionari, e gli altri l'avevano abbandonata, ad eccezione di uno rimasto a custodia dei fabbricati in Khartum.

Nel 1864, mentre pregava all'altare della Confessione in S. Pietro, il C. concepì il suo Piano per la rigenerazione dell' Africa (Torino 1864), imperniato sul principio di "promuovere la conversione dell'Africa per mezzo dell'Africa n. Si proponeva, infatti, di educare i negri per farne maestri, catechisti, sacerdoti; e pensava perfino alla fondazione successiva di piccole università teologiche e scientifiche in Africa per gli ingegni più eletti.

Incoraggiato da Pio IX, iniziò un largo lavoro di penetrazione negli ambienti cattolici d'Europa per guadagnare simpatie, soccorsi, vocazioni per l'Africa. A Parigi convisse per 6 mesi col Massaia allora reduce dall'Etiopia, il quale lo animò al lavoro per i negri.

Nel 1867 aprì al Cairo due istituti per i negri da formare all'apostolato per l'Africa centrale. Nello stesso anno, con l'appoggio di mons. Luigi di Canossa, vescovo
![img-15.jpeg](img-15.jpeg)
(per cortesia dei Figli del S. Cuore di Gesù) COMBONI, DANIELE - Ritratto.

## Page 49

di Verona, fondò in quella città l'Istituto delle missioni africane, che più tardi assumerà la forma di congregazione religiosa col nome di Figli del S. Cuore di Gesù. Poco dopo (1872) fondò, pure in Verona, la Congregazione delle Pie Madri della Nigrizia.

Nominato provicario (1872) e poi (1877) vicario apostolico dell'Africa centrale e vescovo titolare di Claudiopoli, stabili la sua residenza in Khartum, ma compi lunghi viaggi nella Nubia, nel Kordofan e nel Dar-Nuba e fondò stazioni a el-Obeid, Delen, Berber. La schiavitù era allora molto diffusa nel Sudan. Il C. non cessò mai di levare la sua voce contro questa piaga, rivolgendosi in particolare al khedive d'Egitto e alle autorità locali, le quali non di rado erano conniventi al turpe mercato. Per parte sua egli teneva aperte le porte delle sue missioni agli schiavi perseguitati, che accoglieva e ridonava alla libertà, spesso dopo averli fatti cristiani. Per questi aprì una colonia agricola a Malbes, ove col lavoro si guadagnassero la vita.

I suoi rapporti e il suo copioso epistolario sono ricchi di notizie e di osservazioni utili per la storia della civilizzazi