di rado erano conniventi al turpe mercato. Per parte sua egli teneva aperte le porte delle sue missioni agli schiavi perseguitati, che accoglieva e ridonava alla libertà, spesso dopo averli fatti cristiani. Per questi aprì una colonia agricola a Malbes, ove col lavoro si guadagnassero la vita.
I suoi rapporti e il suo copioso epistolario sono ricchi di notizie e di osservazioni utili per la storia della civilizzazione africana. Compilò un dizionario nubiano d'alto valore scientifico, cui devono aggiungersi studi considerevoli sulla lingua dei Denks.
Piaccato dalle febbri mori in Khartum il 10 ott. 1881. Si sono istruiti i processi ordinari per la sua causa di beatificazione.
Biol.: F. X. Geyer, Mgr. D. C., Bolzano 1882; M. Grancelli, Mons. D. C. e la missione dell'Africa centrale, Verona 1923: I. Dellagiacoma, I missionari camilliani con mons. C., ivi 1924: M. Grancelli, Mons. D. C., ivi 1926: H.-Wohnhaas, Bischof D. C., Ellwanger 1937: A. Capovilla, Il servo di Dio D. C., 6ᵃ ed., Verona 1949.
Agostino Capovilla
COMENIUS (KOMENSKÝ), Giovanni Amos. Pedagogista ceco, n. a Niunice, in Moravia, il 28 marzo 1592, m. ad Amsterdam il 15 nov. 1670.
VITA. - Le notizie intorno alla sua vita assai travagliata sono alquanto incerte. Appartenne all'« Unione dei fratelli boemi", una delle prime sètte protestanti pietiste. Perdette presto i genitori, e più tardi ebbe a lamentare il ritardo con cui lo avviarono allo studio : di qui le sue prime riflessioni ed esperienze sull'educazione dei giovani. Passato poi dalla scuola di Pferou, in Boemia, alla Università calvinista di Herboru, ebbe a maestro di filosofia Giovanni Enrico Alsted.
Compose allora un Lexicon latino-boemum e concepi una vasta enciclopedia : Amphitheatrum universitatis rerum. Nel 1614-16, tornato in patria, insegnò nella scuola di Pferou, dove fece le sue prime, feconde esperienze pedagogiche, e si rese conto della sua vocazione di educatore. Si mantenne poi sempre in fervida corrispondenza con i più noti pedagogisti contemporanei, e particolarmente con Alsted e Andred, le cui opere suscitarono in lui vivo impulso alla riflessione. Dal 1618 al 1621 attese a studi vari a Fulnek in Moravia ed ivi si sposò. Di là, nel 1621, dové fuggire per la persecuzione di Ferdinando II contro i «fratelli boemi» e si recò in Boemia. L'Europa era allora funestata dalla guerra dei Trent'anni ed egli ebbe il dolore di veder distrutta la sua biblioteca, dispersi i suoi manoscritti, mentre gravi sventure familiari lo colpivano: la morte della moglie e di due figli. Nel 1624 sposò di nuovo.
In seguito a un editto imperiale di proscrizione, egli dovette allontanarsi dalla Boemia nel 1628 e andò a Leszno (Lissa) in Polonia, dove i dolori dell'esilio e le sventure familiari favorirono strane deviazioni del suo spirito : egli presta fede a persone esaltate che si dichiarano profeti e che annunziano la liberazione della sua patria. Intanto non trascura i suoi studi pedagogici : chiede consiglio a Ratke e ad Andreä su questioni didattiche, e studia le opere dei maggiori pedagogisti del suo tempo. Concepisce intanto una grande opera che aiuti l'apprendimento della lingua mediante l'intuizione delle cose, e pubblica infatti, nel 1631, la Ianua linguarum reserata, mentre va

(fei. Enc. Catt.)
Comenius, Gidvanni Amos - Frontespizio della Janua aurea, Leida 1643 .
elaborando le idee alle quali informerà poi la sua didattica.
Nella prefazione di questa opera egli riconosce di essere stato preceduto dai Gesuiti, con un libro di simile contenuto e titolo: Quia Patres isti tale hoc totius linguae compendium primi tentorunt, quod inventum est grate agnoscimus, quod erratum condonamus benigne. Egli dice di conoscere quest'opera in varie edizioni, una tedesca in otto lingue del 1629. L'opera è dell'irlandese p. Guglielmo Bathe gesuita, pubblicata anonima nella prima edizione: Ianua linguarum, seu modus maxime accommodatus, quo patefit aditus ad omnes linguas intelligendas, industria Patrum hibernorum Societatis Jesu... edita (Salamanca 1611; v. Sommervogel, I, 1009). Partecipa nel frattempo al movimento pansofico e alle correnti naturalistiche che si vanno maturando in Europa. Nel 1633 pubblica la Ianuae linguarum reseratae vestibulum ed è eletto "senior" della sua comunità. Poiché gli avvenimenti politici gli toglievano le ultime speranze di ritorno in patria, egli si recò in Inghilterra, dove compose la Via Crucis, dominata dall'idea talvolta esposta ingenuamente, ma profondamente accarezzata e sentita, di una fraternità spirituale degli uomini, sotto l'ispirazione di Dio, in un senso pietista misticcide. E poiché la sua fama di pedagogista era oramai assai diffusa, egli fu richiesto di consigli dalla Francia, dall'Olanda, dalla Svezia, fin dall'America. Dalla Svezia ebbe l'incarico di preparare dei testi per migliorare l'insegnamento nelle scuole. Infatti nel 1647 pubblicò la Linguarum methodus novissima e altri testi per l'insegnamento del latino. Tornato poi a Lissa, fu colpito nel 1648 da un altro grave lutto domestico, la morte della seconda moglie. Nello stesso anno, chiusasi la guerra dei Trent'anni, egli sperò tornare
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in patria, ma agli esuli appartenenti a sètte religiose non fu concesso il ritorno, e cosi il C. rimase esule.
Il principe di Transilvania Sigismondo Rakoczy lo invitò a Saros Patsk, dove gli fu affidata la direzione di una scuola pansofica, ed è di quest'epoca il completamento dell'opera Orbis rerum sensualium pictus, fortemente ispirata al nuovo metodo intuitivo.
Invitato poi ad Amsterdam, vi passò gli ultimi anni, e vi scrisse il Ventilabrum sapientiae, in cui, con modestia pari alla sincera passione che animò tutta la sua vita, mise in luce errori e deficenze delle sue opere. E di quest'epoca la Traditio lampadis, nella quale raccomanda, nella visione di quanto ancora era da fare per migliorare l'umanità, la continuazione della sua opera. Lavorò intensamente fino agli ultimi giorni, pubblicando per la prima volta la sua opera maggiore, la Didactica magna.
Il pensiero. - Il suo pensiero, per la moltitudine enciclopedica delle opere, per la forma talvolta ingenua e non sempre chiara, per le tendenze alquanto visionarie del suo spirito, può sembrare legato a tradizioni sorpassate, ma è in realtà attento alle correnti scientifiche e filosofiche contemporanee, e fortemente dominato da una grande idea: la riforma dell'umanità, attraverso una cultura razionale, conforme alla natura dell'uomo.
L'anima umana ha il potere di tutto comprendere, essa ha una sete insaziabile di sapere che rivela la sua destinazione e il suo fine ultraterrreno. C'è una mirabile capacità nell'uomo di trarre da sé, per impulso della sua natura cosi riccamente dotata da Dio, la sapienza, perché dentro l'uomo c'è davvero ogni cosa: c'è la lampada, il lume e l'olio, il lucignolo e tutto il necessario n; bisogna aiutarlo ad accendere la fiamma. E dovere di chi governa ordinare le scuole a questo fine. L'educazione nulla dà dall'esterno alla coscienza, ma l'aiuta ad accendere la luce interiore che deve permetterle di vedere in sé e nel grande mondo della natura i meravigliosi tesori della sapienza di Dio. Il naturalismo scientifico di Bacone passa, con l'opera del C., nell'indirizzo pedagogico moderno, nei metodi didattici. e si congiunge in modo suggestivo ad una profonda visione religiosa della vita, della finalità ad essa assegnata da Dio, ad una speranza di pacificazione e di fraternita fra gli uomini, finalmente uniti nella chiara coscienza della loro origine e del loro fine comune. Le tre opere maggiori del C. sono : la Iama, l'Orbis e la Didactica. Tutte hanno portato nella scuola il largo contributo dello spirito scientifico moderno ed hanno ispirato la pedagogia naturalistica e la scuola attiva. Il Rousseau e il Pestalozzi trovano in lui il loro grande precursore. Non meno del Pestalozzi, egli ha fiducia nell'educazione, uno spirito profondamente umanitario, il culto della personalità umana. Differisce dal Rousseau e dal Pestalozzi, in quanto egli riconosce il decadimento dell'uomo per il peccato originale, ma gli manca, come manca al Rousseau ed al Pestalozzi, il concetto cattolico della Grazia che solleva la natura decaduta e l'aiuta a raggiungere la perfezione. Perciò il C. stima erroneamente che l'uomo ha in sé la forza ed i mezzi adeguati per sollevarsi e raggiungere la perfezione, anche se ammette genericamente che tale forza abbia da Dio, ma come autore della natura, non come Redentore e autore della Grazia.
Le due prime opere, la Iama e l'Orbis, mettono in evidenza il rapporto tra la parola e il pensiero, ed ammoniscono l'educatore sulla inutilità di ogni insegnamento linguistico che si fondi sulla memoria e non sullo sviluppo del pensiero e su intuizioni reali. L'insegnamento deve dunque essere intuitivo, e per questo il C. ci dà nell'Orbis pictus un primo esempio di libro illustrato per ragazzi, nel senso che l'apprendimento dei vocaboli va sempre congiunto a quello delle cose, e nel senso che ogni cognizione deve cominciare dai sensi, per poi passare, secondo le legge di gradazione, all'intelletto.
L'opera più vasta del C. è la Didactica magna, Universale omnes omnia docendi artificium exhibens, dove, tra prolissità, ripetizioni ed esemplificazione talvolta pedestri, domina un pensiero vivo ed una vigile cura di rendere sistematici i principi pedagogici e la
pratica educativa. In quest'opera sono espressi i principi su cui il C. fonda l'educazione, e un piano di studi che egli propone ai governanti come necessario in uno Stato bene ordinato.
L'educazione deve essere universale; tutti devono essere educati, perché solo l'educazione può trarre la natura alla pienezza della vita terrena, per volgerla al suo ultimo fine, che è ultraterreno: il possesso pieno di Dio. Non si deve temere, secondo i pregiudizi dell'epoca, di istruire il popolo e la donna. E l'istruzione deve tutto abbracciare; il piano di studi proposto dal C. è vasto: "tutto a tutti", egli suole ripetere. Vuole quindi l'organizzazione della scuola secondo vari gradi rispondenti ai gradi dello sviluppo umano, con un metodo d" insegnamento ciclico n. Per la prima volta è introdotta una scuola "del grembo materno ", che deve essere in ogni casa per opera della madre; egualmente tra i primi si propone una "scuola della lingua nazionale", che preceda la "scuola latina ", e che vuole estesa a tutti. Il ciclo degli studi si sompia poi con l'« Accademia». Alla scuola latina devono poter accedere i giovani tra i 12 e 18 anni, che possano e vogliano dedicarsi agli studi classici. Tale scuola deve essere in ogni città, mentre l'Accademia, che deve accogliere i giovani tra i 18 e i 24 anni, deve essere in ogni Stato e in ogni provincia.
Il "tutto a tutti" implica il metodo ciclico, nel senso che le funzioni dello spirito vengano esercitate tutte in ogni grado di scuola. Nel suo "tutto a tutti" si rivela anche il suo ideale pansofico, enciclopedistico, ch'ebbe in comune col suo tempo e che egli esprime con ingenua entusiasmo.
L'educazione dei sensi e dell'intelletto deve tendere a quella della volontà, come forza armonizzatrice di tutte le facoltà.
Nella enumerazione di regole didattiche, nei frequenti e talvolta pedestri confronti tra l'educazione dell'uomo e lo sviluppo delle cose naturali, è l'aspetto negativo e sorpassato del pensiero pedagogico dal C., che sembra voler formare lo spirito dal di fuori.
Bibl.: Opere: Didactica magna, trad. di V. Gualtieri, a cura di G. Lombardo Radice, Palermo 1923. Studi: A. Faggi, Il Galileo della pedagogia, Torino 1908; J. A. Kwasala, C., sein Leben und seine Schriften, Berlino 1914; A. Poggi, C., Milano 1930; M. Spizda, Nota A. C., Londra 1943; A. Molnar, Esquisse de la théologie de Comenius, in Revue d'hist. et philosophie religiente, 28-29 (1948-49), pp. 107-31. Maria Perito
COMENSOLI, Gertrude. - N. a Bienno il ro geno. 1847, m. a Bergamo il 18 febbr. 1903. Di povera famiglia, lavorò per 13 anni come domestica, dando continui esempi di pietà, di modestia e di carità verso i poveri. Devotissima dell'Eucaristia, fondò, insieme a d. Francesco Spinelli, l'Istituto delle Sacramentine (s.). Supporti con pazienza molte avversità e calunnie, ma alfine poté vedere il trionfo della sua opera. Presso la S. Congregazione dei Riti è stata introdotta la causa della sua beatificazione.
Bibl.: C. Comensoli, Un'anima eucaristica, madre G. C., Monza 1926; S. Congreg. del Riti, Inquisizione della Sezione storica sull'origine delle Sacramentine, Città del Vaticano 1940. Silverio Mattei
COMES (liber comitis, liber comicus). - Il C. doveva essere in origine semplicemente un libro di lettura spirituale privata, contenente una raccolta di testi della S. Scrittura e di altri devoti autori. Ciò significa appunto la parola c., cioè "accompagnatore", ed era usato per persone e per cose. Ad es., il "paddagogos», o educatore dei giovani, fu chiamato dai romani comes, perché doveva accompagnare dappertutto il ragazzo affidatogli. Ugualmente il libro che doveva accompagnare il cristiano nella sua vita il suo "vademecum" spirituale, fu detto C. (Cf. C. Du Cange, Glossarium ad scriptores mediae et infimae latinitatis, nuova ed., Parigi 1937, p. 422).
Ma la parola C. finl presto ad acquistare un senso tecnico particolare nel campo della liturgia, e, in
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questo senso, designò il libro contenente i brani della S. Scrittura da leggersi nella Messa durante l'anno liturgico. La raccolta più nota che passò sotto questo nome è quella che i liturgisti medievali attribuiscono a s. Girolamo, e che Alcuino rielaborò per ordine di Carlomagno (v. carlomagno, riforma liturgica).
Le prime edizioni a stampa di questo C., come J. Pamelius, Liturgican ecclesiae latinae, Colonia 1571, p. I sgg.; G. M. Tomasi, Opera omnia, ed. A. F. Vezzosi, V, Roma 1750, pp. 297 sgg.; PL 30, 487-532 ecc., riportarono soltanto gli incipit e gli explicit dei singoli brani, dato che essi sono note a tutti; da questo modo però di pubblicazione derivò, presso non pochi autori posteriori, l'idea che la parola c. designasse esclusivamente un "indice" dei brani, ossia un "capitulare", ma ciò è errato. Il C. era un libro col testo completo dei singoli brani, come risulta chiaramente dalle recenti edizioni, come, ad es., quella del C. di Alcuino, curata da A. Wilmart, Le lectionnaire d'Alcuin, Roma 1937 (estratto delle Ephemerides liturgicae). Si deve però notare che, oltre il termine c., esistevano molte altre denominazioni per designare i vari tipi di libri contenenti i brani per la Messa (v. epistolario; evangellario; lezionario).
Giuseppe Lów
"COME SE ", Filosopra del. - Titolo dell'opera principale di Hans Vaihinger (v.) e formula riassuntiva (als ob od anche voie toenn) dell'interpretazione da lui tentata dalla filosofia kantiana. Con questa complicata congiunzione il Vaihinger voleva esprimere esattamente il cosiddetto "metodo delle finzioni", il quale ha, più o meno, in tutte le scienze una grande importanza, e mostrare l'enorme compito che esercita nella concezione del mondo e della vita l'apparire di rappresentazioni e giudizi fondati su persuasioni false. Filosofia che egli qualificava come "idealismo positivista ".
Bibl.: H. Vaihinger, Wie die Philosophie des Als ob entstand, in Philosophie der Gegrencart in Selbstdarstellungen, Lipsia 1923, p. 203 sgg.
Cornelio Fabro
COMESTORE, PIETRO : v. PIETRO COMESTORE.
COMETA. - La forma tipica di una c. (dal gr. π 0 μ ἠ τ η ς ), è costituita da una testa o chioma, che circonda un nucleo più luminoso, e di una coda pretendentesi in direzione opposta al sole. L'apparente grandezza della testa può variare da quella di una piccola stella fino ad avere la dimensione angolare della luna; il nucleo è generalmente assai piccolo e brillante, alle volte pure assai debole e appena visibile; la coda può talora estendersi per molti gradi, può anche mancare, specialmente nelle c. poco luminose. Talvolta le c. sono così luminose da poterle osservare in piena luce diurna, ma per la maggior parte non riescono visibili all'occhio nudo. La chioma è cosi trasparente, che riesce possibile attraverso di essa l'osservazione delle stelle senza affievolimento della loro luminosità.
Si suppone che le teste cometerie sono costituite da pietre meteoriche separate fra loro da spazi vuoti. Mentre le c. si trovano ancora a grande distanza dal sole, splendono della luce riflessa del sole. Nell'avvicinarsi al sole risalta sempre più lo sviluppo della propria luce, causata dall'intensità crescente dell'irradiazione del sole. Correnti di materie, gas e vapori, escono dal nucleo e prendono la forma di archi luminosi o mezze lune. Una forza repulsiva costringe quella materia a dipartirsi dal nucleo in direzione avversa al sole, formando la coda. L'orbita di questa materia e la forma della coda dipendono dalla forza con cui i gas sono espulsi dal nucleo e dal rapporto fra la pressione repulsiva della radiazione solare e forza attrattiva del sole.
Per cagione della diffusione della testa la determina-
zione del diametro è molto incerta. In media è stimato dieci o quindici volte il diametro della terra, ma occorrono pure valori dieci volte maggiori. Anche la dimensione delle code è assai incerta. Non sono rari i casi in cui la loro grandezza arriva ad una unità astronomica ( 150 milioni di km .) o più.
Intorno alla massa delle c. si va tastando nel buio. Le c. passando attraverso il sistema dei satelliti di Giove causarono nessuna perturbazione delle loro orbite onde si conclude che le massa è assai esigua. La tenuità delle code è tanta, che la materia di mille chilometri cubi è minore di quella di un centimetro cubo di aria ordinaria.
Nella spettro della testa è caratteristica l'apparenza di bande di cianogeno e carbonio. Vicino al sole appariscono anche le linee del sodio. Recentemente oltre le linee di C, H,O,N, sono pure osservati gli spettri molecolari di mathrm{C}_{2}, mathrm{CN}, mathrm{CH}, mathrm{N}_{2}, mathrm{NH}, mathrm{OH}. Parecchi di quei gas sono velenosi, ma poiché ogni molecola è separata dal più vicino compagno da una distanza di parecchi chilometri, non si ha niente da temere da un passaggio attraverso la coda di una c.
Le orbite delle c. sono per la maggior parte paraboliche e quasi paraboliche, con periodi di migliaia di anni. Delle c. di cui è stato osservato il ritorno, 25 con periodi di meno di 10 anni formano la cosiddetta famiglia di Giove, presso la cui orbita hanno l'afelia. Le loro orbite originalmente di forma parabolica furono trasformate in orbite ellittiche dalla forza perturbatrice del pianeta gigante. Delle altre c., con periodi fra 10 e 76 anni, due appartengono alla famiglia di Saturno, una a quella di Urano e quattro alla famiglia di Nettuno.
Il fatto che mai si è trovata una c. con un'orbita schiettamente iperbolica, esclude la possibilità che le c. siano pervenute direttamente da fuori del sistema solare; bisogna ammettere che da principio facevano parte del sistema. Il sole è circondato da una nuvola di c. la quale si estende fino ad almeno 150.000 unità astronomiche. Il prof. Oort stima il numero delle c. di 50 miliardi, con una massa totale di 1 / 1000 della massa della terra.
Egli congettura che le c., insieme con gli asteroidi, fossero i frammenti di un pianeta fra Marte e Giove andato in pezzi. Però quella ipotesi è da considerarsi come puramente speculativa, poiché non si conosce ancora una causa plausibile dello sgretolamento di un pianeta.
Bibl.: K. Graff, Grundriss der Astrophisik, Lipsia-Berlino 1928; A. Kopff, Kameten und Metrene, in Handbuch der Astro. phisik, IV, Berlino 1929; Plechter G. Watson, Between the Planets, Philadelphia 1941; J. H. Oort, Der herkomst der long-periodiche Kameten, in Kon. Ak. d. Wst. Verslag II VII, 5 (1940), Giovanni Stein
COMGAL, santo. - Monaco irlandese del sec. vi, dei Dal Ataide, n. nel 517 , fondò ca. il 557 il famoso monastero di Bangor sul Belfast Loch, dove morì nel 602. Bangor, dalla regola di vita assai severa, fu fiorentissimo nei secc. viI e viII: poi decadde per risorgere con la riforma di s. Malachia nel sec. xir.
Da Giona di Bobbio, che scriveva ca. il 640 , si sa che C. fu maestro di s. Colombano: e quaranta anni dopo, da Adamnan, che era amico intimo di s. Columba di Jona. Una Vita Comgalli, dovuta probabilmente a qualche monaco di Bangor, è forse anteriore al sec. x. Oggi di Bangor, la più celebre abbazia irlandese, non restano che una campana estratta dalle rovine nel 1793 e nella biblioteca Ambrosiana di Milano il manoscritto conosciuto come l'antifonario di Bangor, datato tra gli anni 680-91. Si ritiene che il manoscritto sia stato portato al monastero irlandese di Bobbio (la Dungal) esso vi rimase fino al 1606, anno della fondazione della biblioteca Ambrosiana.
Il manoscritto contiene in 72 pagine una raccolta di inni, antifone, salmi, collette, il Credo, il Pater, nomi di santi irlandesi e la lista dai primi quindici abati di Bangor fino a Cronan vivente ( 680-91 ). Primo editore del manoscritto fu il Muratori (Anecdota Ambrosiana, IV, Padova 1713, 119-59). La Bradshaw Society l'ha riprodotto in fototipia in due volumi, curati da E. Warren, The antiphonary of Bangor, an early Irishman script, in the Ambrosian Library at Milan, Londra 1893, 1895.
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BibL.: J. F. Kenney, The sources for the Early History of Ireland, I: Ecclesiastical, Nuova York 1929: J. Ryan, Irish Monasticism, Dublino 1931; L. Gougaud, Christianity in Celtic Landi, Londra 1932. Per Bangor v. F. Cabrol, Bangor (Antiphonaire de), in DACL, II, coll. 183-91; Cottincau, I, coll. 255-56. Anselmo M. Tommasini
COMILLAS, Claudio Lopez y Brú, marchese di. - N. il 14 maggio 1853 a Barcellona, m. il 18 apr. 1925 a Madrid. La morte del fratello maggiore l'avviò a vita di più intenso fervore; anche però a una malinconia da cui lo trasse il matrimonio il quale però non gli diede figli (cf. Civ. Catt., 1931, II, p. 232).
Dal padre ereditò importanti aziende d'affari, che fece prosperare grazie alla sua valentia e indefessa laboriosità; i guadagni spese in gran parte a migliorare le condizioni dei suoi dipendenti, a soccorrare le calamità pubbliche e in innumerevoli elemosine segrete, a sostenere attività, pubblicazioni, opere in pro della nazione e della religione, prima fra queste il seminario di C . che volle rifatto più degno della S. Sede cui l'offrì. Lontano dalla politica di partito, ebbe tuttavia gravi contraddizioni. Dal 1900 fu a capo della giunta di Azione Cattolica. Ebbe di mira le fortune della Spagna, fu americanista e colonialista e in Africa occidentale pioniere, tanto che Cadice gl'innalzo, vivo, un monumento. Molto fece in campo sociale, prevenendo provvedimenti legislativi; organizzò i circoli operai cattolici, ecc.
Volle esser sepolto vestito da gesuita. E iniziato il processo di beatificazione.
BibL.: C. Bayle, El segundo marqués de C. don C. L. B., Madrid 1928, trad. it., Alba 1934.
Mario Calpo
COMILLAS, Seminario e Università pontificia di. - Centro di cultura ecclesiastica in Spagna, nella provincia di Santander, fondato, per suggerimento del p. Tommaso Gomez, gesuita, dai marchesi di C. Antonio Lopez y Lopez (1817-83) e dal figlio Claudio Lopez y Brú (1853-1925) nella loro cittadina di origine.
Con il breve Sempiternam dominici gregis ( 16 dic. 1890) Leone XIII accettò la proprietà del magnifico edificio e gettò le basi dell'erezione canonica del nuovo ateneo che, diretto dalla Compagnia di Gesù, sarebbe re et nomine pontificio sotto il patronato della S. Sede nella persona del nunzio apostolico di Spagna. Fu inaugurato il 7 genn. 1892. Pio X con il decreto della S. Congregazione degli Studi Praeclari honoris (29 marzo 1904) l'innalzava alla categoria di università con diritto a conferire i gradi accademici in filosofia, teologia e diritto canonico. Pio XI approvò i nuovi statuti adeguati alla costituzione Deus scientiarum Dominus.
Insieme con le tre facoltà superiori C. ha sempre promosso lo studio approfondito delle lettere classiche e delle patrie. Fondata per essere "una gloria della religione e un'opera utilissima per la Chiesa" (breve di erezione), ha schierato in tutti i gradi della gerarchia ecclesiastica ispano-americana numerosissimi sacerdoti suoi allievi, che si sono distinti nei diversi campi dell'apostolato
religioso, sociale, scientifico e delle belle arti. E anche molto nota la sua Schola cantorum fondata dal gesuita N. Otano. La biblioteca di C. possiede ca. 100.000 volumi. Nella collana Bibliotheca Comillensis, sono apparse pregevoli opere, come quelle giuridico-canoniche del Regatillo.
L'Università pubblica, dal 1918, la rivista mensile Sal terrae per il clero e dal 1942 Miscellanea C. di carattere nettamente scientifico, cui ultimamente va annessa la collana Ciencia y Arte e Ilumanidades.
BibL.: C. M. Abad, El seminario pontificio de C., Madrid 1919; N. Gonzalez-Caminero, La pontificia Universidad de C., Santander-Madrid 1942.
## COMINFORM: v. KOMINFORM.
COMINO (COmin), Giuseppe. Libraio e tipografo veneto del sec. xviri, n. a Cittadella, m. a Padova nel 1762 ca. Diresse fin dalla fondazione (1717) la tipografia che i fratelli Giannantonio e Gaetano Volpi avevano aperto a Padova in casa loro e a proprio spese, e che fu detta tipografia Volpi-Cominiana, sebbene i libri usciti dai suoi torchi rechino il solo nome del C. sotto l'impresa raffigurante un uomo in atto di spalare la terra, contro uno sfondo di avanzi archeologici fra cui una larga pietra che reca il motto oraziano: quidquid sub terra est, in apricum proferet aetas.
Le edizioni cominiane sono famose soprattutto per la correttezza del testo, particolarmente dei classici, che i Volpi, letterati famosi, curarono con grande meticolosità : ma anche l'eleganza dei caratteri, pur non potendo gareggiare con i bodoniani, è molto apprezzata.
Della vasta attività del C. dànno testimonianza i cataloghi commerciali da lui stesso pubblicati: un Doppio catalogo di libri di G. C. (Padova 1742), e un Catalogo di libri caminiani ancora vendibili, col legittimi loro prezzi (ivi 1744). L'opera più ricercata è la Polinnia di Giannantonio Volpi, edita nel 1741 e data poi alle fiamme dallo stesso autore: se ne salvarono solo 13 esemplari, valutati oggi a un prezzo altissimo, che la ristampa del 1763 e tre contraffazioni operate sulla fine del sec. xviri hanno contribuito ad accrescere.
Cessata nel 1756 l'attività dei Volpi, il C. proseguì nella sua impresa fino alla morte : altre edizioni e molte ristampe si ebbero ancora sotto il suo nome, fino al 1782, ad opera del figlio Angelo che aveva rilevato la tipografia e il fondo dei libri.
BibL.: G. Volpi, La libreria de' Volpi e la stamperia cominiana, Padova 1756; P. Feigezici, Annali della tipografia Volpi-Cominiana colle notizie intorno la vita e gli studi de' fratelli Volpi, ivi 1809, e Appendice, ivi 1817; G. Avanzi, a. v. in Enc. Ital., X (1931), p. 251.
Alessandro Pratesi
COMINTERN: v. INTERNAZIONALE.
COMITA: v. cosma da carboniano.
COMMA GIOVANNEO. - Celebre versetto inserito nella prima epistola di s. Giovanni circa i tre testimoni celesti che attestano la divinità di Gesù
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Cristo, uno dei testi classici per stabilire la distinzione delle Persone della S.ma Trinità e l'unità della divina Sostanza: "Tre sono che danno testimonianza in Cielo, il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo e questi tre sono uno. E tre sono che danno testimonianza in terra, lo Spirito, l'acqua e sangue e questi tre sono uno" (I Io. 5, 7).
I. Il problema. - La sua autenticità, ammessa per lungo tempo in base al "testo greco ricevuto" e alla Volgata, è oggi universalmente rigettata. Nessuna edizione critica moderna del testo greco, sia protestante (Nestle) sia cattolica (Vogels, Merk, Bover), lo contiene.
La controversia s'iniziò con le due prime edizioni del Nuovo Testamento di Erasmo che l'avevano omesso; continuò presso i protestanti fin verso la metà del sec. xix, e presso i cattolici fino al principio del xx. Siccome la lotta s'inaspriva, il S. Ufficio dichiarò che non si poteva tuto negarne l'autenticità né metterla in dubbio (AAS, 29 [1897], p. 637). Tuttavia, per ovviare ad interpretazioni troppo strette, la Chiesa, sia attraverso dichiarazioni ufficiose date subito dopo la pubblicazione del decreto, sia per la pratica da lei adottata, sia soprattutto per l'interpretazione ufficiale data il 2 giugno 1927 (Enchiridium Biblicum, n. 121), dimostrò che non intendeva affatto chiudere la controversia né impedire agli esegeti cattolici di continuare le ricerche e di propendere eventualmente verso la soluzione negativa.
II. I fatti. - Il c. g., che fu sconosciuto ai manoscritti greci, eccettuati tre (del sec. xvi e influenzati dalla Volgata), sconosciuto ai Padri greci, che avrebbero avuto molte occasioni di utilizzarlo nelle controversie trinitarie, e perfino a quelli che commentano I Io., sconosciuto infine alle versioni orientali, apparve solo nell'Occidente latino, e in un'epoca relativamente tardiva.
Gli antichi Padri latini non lo conoscono: Ilario, Ambrogio, Agostino, Girolamo, Leone il Grande, e ancora nel sec. viri s. Beda, sebbene questi commenti tutta l'epistola. Le allusioni che si sono rilevate in alcuni scrittori come Tertulliano e soprattutto Cipriano, si spiegano dal fatto che il v. 8 fu interpretato in senso trinitario. Lo stesso può dirsi di Potamio di Lisbona (ca. il 350). Parimenti i manoscritti della antica versione latina (tolti i frammenti di Frisinga, sec. vir, e un codice parigino del sec. xiri che riproduce praticamente il testo della Volgata) lo ignorano. Lo si incontra solamente a partire dal sec. iv localizzato in Spagna, e sotto forme abbastanza divergenti fra loro, talvolta eterodosse.
Nella Volgata, in cui fu accreditato dal prologo apocrifo alle epistole cattoliche composto, pare, a questo scopo, è visibilmente di origine secondaria. Di fatti tutti i più antichi testi lo omettono; fino ai secc. xI-xir lo contengono solamente alcuni manoscritti di origine o d'influenza spagnola. A ragione l'editore anglicano White lo omette (ed. minore, 1911) e il Merk, sebbene conservi il testo della Sisto-Clementina, segnala l'omissione come lezione da preferirsi ( 4^{mathrm{a}} ed., 1942).
III. Origine del c. G. - E assai verosimile che il c. g. debba la sua origine alla interpretazione trinitaria del v. 8 (tre testimoni terrestri) come, p. es., nel Contra Maximinum di s. Agostino (PL 42, 794).
Infatti nei più antichi testimoni fino al sec. xi lo si trova inscritto dopo il v. 8, come una spiegazione di questo versetto. La glossa, probabilmente marginale in origine, dovette passare nel testo in alcuni manoscritti dell'antica latina in Spagna o forse in Africa, ad ogni modo prima di Priscilliano o dell'autore del Liber Apologeticus (ca. l'anno 380, ed. Schepss, CSEL, XVIII, p. 6); questo sembra
citare il c. g. come un testo accettato, e, su questo punto, non fu affatto attaccato dai suoi avversari.
IV. Valore del c. G. - Sconosciuto alle Chiese greche ed orientali come pure all'antica Volgata latina, il c. g. non appartiene alla prima epistola giovannea; perciò non fa parte delle Scritture dichiarate "sacre e canoniche" dal Concilio di Trento. Ma siccome la Chiesa vi riconobbe l'espressione esatta della sua fede, costituisce certamente un argomento di tradizione, e come tale da un quarto di secolo i teologi lo usano volentieri.
Bibl.: E. Künstle, Dai C. Ioannem, Friburgo in Br. 1903; A. Lemonnyer, Le c. johannique, in DBv, II, coll. 67-73; E. Tobac, Le c. Ioannis, in Collectanea Mechliniensia, 19 (1930), pp. 401-22. Si troverà più ampia bibliografia nelle due ultime opere citate.
Stanislas Lyonnet
COMMEMORAZIONE. - Quando di uno o più santi o di una feria, vigilia od ottava non si può recitare l'ufficio e la Messa per l'occorrenza di una festa di rito più elevato, allora di essi si fa spesso la c. o memoria nell'ufficio e nella Messa del giorno.
I cicli del Temporale e del Santorale infatti corrono simultaneamente ed il Martirologio riporta molti santi che nello stesso giorno ascesero alla gloria del cielo. Non è raro quindi il caso di un conflitto nel calendario tra una festa, una domenica, una feria, una vigilia o una ottava. Le regole liturgiche tendono ad eliminare od attenuare questi conflitti, sia sopprimendo le feste meno importanti, sia trasportando quelle più nobili, oppure commemorandone semplicemente alcune. Questa commemorazione consta di un'antifona col relativo versetto ed orazione ai Vespri e alle Lodi, e della orazione nella Messa.
Silverio Mattei
COMMENDA. - Dalle lettere di Gregorio Magno appare come talora, per le necessità della Chiesa, il papa affidasse ad un vescovo anche il governo di una seconda diocesi orbata del suo pastore per eventi straordinari, o il governo temporaneo di una diocesi vacante; ma talora erano pure affidate ad un vescovo dal papa delle abbazie vacanti, ed avveniva altresì che, morto un abate, l'abbazia con il consenso dei monaci fosse presa a governare dal vescovo territoriale, antico monaco egli stesso. Infine si verificava anche che una chiesa secolare venisse affidata ad un abate. Fuori d'Italia i vescovi davano talora a canonici della loro cattedrale il governo di conventi, a condizione che dismetternero le rendite del proprio beneficio. Questo affidare di chiese a chi non ne era il superiore regolare dicevasi commendare, dare in c., o custodia, o cura, o guardia.
Nel periodo carolingio e nel regno franco si ebbero vaste usurpazioni di beni ecclesiastici da parte dei sovrani, coonestate con gli oneri che questi dovevano sostenere per sottomettere popolazioni infedeli, e così tollerate o alla fine ratificate dalla Chiesa; ed avvenne allora che i principi dessero abbazie o conventi a loro favoriti, imponendo le consuete obbligazioni feudali; queste furono dette c. spurie.
Il primo moto riformatore della Chiesa prese posizione contro la c., ed in genere contro la pluralità dei benefici, e mirò ad eliminare le c., in particolare quelle di laici; il privilegio dell'abbazia di Cluny confermato da Agapito II nel 948 reca l'esclusione di ogni commendatario. Peraltro anche Gregorio VII e Pasquale II accordarono, sia pur raramente, abbazie ed altresi diocesi in c.
L'abuso dilagò particolarmente nel periodo avignonese, sebbene Clemente V nel 1307 revocasse (can. 2, Extr. comm., de praeb. et dignitat., III, 2) tutte le provviste fatte a titolo di c. di chiese patriar-
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cali arcivescovili e vescovili e di monasteri a richiesta di re o di magnati (e ciò ricordando il danno che veniva da tali conferimenti alla cura d'anime ed alla conservazione dei beni); e sebbene Giovanni XXII nel 1317 desse severe disposizioni contro la pluralità dei benefici (cap. un., Extr. Ioann. XXII, de praeb. et dignit., III).
Il Concilio di Costanza formolò voti contro l'istituto, ma questo era favorito dai sovrani, ed il Concilio di Basilea non adottò alcuna misura.
Il Concilio di Trento alla sess. XXI de ref., can. 8, dispose che ivescovi, anche come delegati della S. Sede, visitassero ogni anno imonasteri commendati, nei quali non vigesse la regolare osservanza, ed i benefici, curati e non curati, secolari o regolari, comunque commendati, anche esenti; e dessero i necessari provvedimenti per la conservazione degli edifici e dei beni e per la cura delle anime. Alla sess. XXV, de regul. et monial., can. 21, ricordava i mali che venivano, nello spi-

rituale e nel temporale, ai monasteri dati in c.; però, stanti le difficoltà dei tempi, riteneva non fosse possibile adottare un rimedio immediato e generale; ma confidava che il papa avrebbe curato, per quante le circostanze lo consentissero, che ai monasteri ora in c. fossero preposti dei regolari dello stesso Ordine in grado di reggere degnamente la comunità; che ai monasteri che avrebbero vacato in avvenire non fossero preposti che regolari di specchiata virtù; quanto ai monasteri capi di un Ordine o di una Congregazione, i commendatari avrebbero dovuto entro sei mesi emettere la solenne professione dell'Ordine, pena la decadenza.
L'abuso delle c., in particolare a profitto di cardinali, si protrasse però ancora a lungo, e soltanto negli ultimi decenni è del tutto scomparso. Non ci sono più prelati secolari commendatari di monasteri, e per le abbazie o prelature secolari che si è creduto di dover tenere unite ad una sede vescovile, si è provveduto nella forma della unione perpetua.
Il CIC si limita a ricordare al can. 1412 la «c. temporaria, i. e. concessio redituum alicuius ecclesiae aut monasterii alicui facta ita ut, eo deficiente, reditus ipsi ad ecclesiam vel monasterium revertantur n, ed al can. 1435 dispone che sono riservati al pontefice i benefici cui il papa «manus apposuit» in alcuni modi, tra cui quello: «si beneficium in commendam dederit».
Le c. degli Ordini cavallereschi. - Qualche Ordine cavalleresco che ha mantenuto le originarie caratteristiche, ha connesse delle fondazioni, che possono essere state istituite dall'Ordine o da determinate famiglie, e che hanno per scopo di assicurare i mezzi
di sussistenza ad un cavaliere dell'Ordine. Quelle erette da una famiglia sono quasi sempre di patronato famigliare, ed in fatto destinate ad un membro della famiglia che sia professo dell'Ordine (un tempo era questo un mezzo per provvedere ai cadetti). Se la fondazione consta di beni mobili, si parla di pensione; se d'immobili, di c., e dicesi commendatore il cavaliere investito.
In Italia le c. sussistono ancora nell'Ordine gerosolimitano; mentre le c. di patronato dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro vennero soppresse conlalegge piemontese 18 genn. 1851 abolitiva dei fedecommessi, la quale dispose lo svincolo dei relativi beni.
Boc.: L. Thomassin, Vetus et nova Ecclesiae disciplina, parte 2^{°}, lib. III, capp. 10-21 (ed. Lucca 1728, II, p. plage.): R. Luprat, v. in DDC, III (1942), coll. 1029-87.
Arturo Carlo Jemolo
COMMEN-
DATORE DI
SANTO SPIRITO. - E il titolo di una prelatura istituita da Leone X il 15 dic. 1515 per il precettore di S. Spirito, il quale perdette così il suo carattere ospitaliero per assumere quello di prelato, pur conservando tutte le precedenti prerogative e privilegi.
Il c. di S. S. non è ora più che il Primicerio della venerabile Arciconfraternita di S. Spirito in Sassia, ma conserva ancora taluni dei privilegi onorifici, quali quelli di poter apporre al lato sinistro della mantelletta del suo abito prelatizio una doppia croce bianca e di inquartare il suo stemma gentilizio con questa doppia croce e l'immagine dello Spirito Santo (la Colomba raggiante ad ali aperte).
Il prelato c. di S. S. ha posto nella cappella pontificia dopo i protonotari apostolici, precedendo il Reggente della Cancelleria, gli abati "nullius" e gli abati generali dei Canonici regolari.
Le lontane origini di questa prelatura risalgono al-l'ospizio-scuola fondato dai sovrani anglosassoni sino dal principio del sec. viI per i pellegrini della nazione anglosassone, da cui la denominazione In Saxia alla località dove sorgeva la chiesa di S. Maria loro affidata. Come le altre scholae sorte nelle vicinanze della basilica vaticana, anche quella dei Sassoni subì un periodo di decadenza dopo il periodo carolingio, finché Innocenzo III, per venire incontro ai bisogni che si facevano più gravi, fondò sul luogo un ospedale per gli infermi e per raccogliere i bambini esposti che perivano miseramente e ne affidò la cura all'ordine degli ospitalieri dello Spirito Santo, che era sorto a Montpellier. Di qui la denominazione di ospedale di S. Spirito in Sassia.
Con la cost. Inter opera del 19 giugno 1204, con cui chiamava a Roma questi ospedalieri, Innocenzo III stabiliva che l'ospedale di S. Spirito di Roma fosse a capo di quelli che in seguito i detti ospitalieri avrebbero eretto e che di conseguenza il precettore di Roma ne fosse il capo generale. Istituite poi anche le monache
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ospedaliere dello Spirito Santo si estese su di esse la giurisdizione di tale precettore. Traccia di questa precettoria e dignità abbaziale si ha ancora nella formola del cerimoniale usata dal S. Padre nell'imporre la mantelletta al neo-eletto c.: Esto praeceptor generalis Ordinis S. Spiritus. Come gli uffici maggiori di altri ordini ospedalieri anche quello di precettore di S. Spirito fu dato in commenda, finché Leone X non rese stabile tale commenda con la creazione della prelatura, la quale impartava il dovere per il prelato di avere cura dell'ospedale. Ed i papi della Contro-riforma ebbero cura di conferirla a personaggi che sapessero attendere ai loro doveri. Il bel palazzo che Gregorio XIII, fra il 1572 ed il 1585 , fece sorgere accanto alla bella chiesa di S. Spirito è una prova dell'importanza che il c. aveva assunto nella Curia.
Questa prelatura per vari secoli conservò la sua supremazia su tutti gli Ospizi dell'Ordine, finché Benedetto XIV con la costituzione "Saepe Romanorum" del 5 apr. 1741, in considerazione della grande distanza di alcuni di questi ospizi da Roma, decretò terminata la giurisdizione del c. sopra di essi e li sottopose all'autorità degli Ordinari.
Dopo l'occupazione napoleonica fu ricostituito l'ufficio del c. di S. S., con la nomina a presidente della Deputazione, istituita da Pio VII il 13 nov. 1821, per amministrare e reggere gli ospedali di Roma. Sciolta da Pio VIII nel 1829 questa Deputazione, il c. di S. S. continuò il suo ufficio nei riguardi dell'ospedale in Sassia.
Con la presa di Roma, il c. di S. S., privato di qualsiasi attività, si ridusse al godimento dei privilegi inerenti alla prelatura.
BibL.: Fr. Ehrle, L'oratorio di S. Pietro, nella pubblicazione omonima, Roma 1924, p. 23 sgg .; A. Cancezo, Gli Arcispedali di Roma cce., ivi 1933, p. 73 sgg.; M. Vanti, Bernardino Cirillo, ivi 1936, p. 76 sgg.
Guglielmo Felici
COMMENDONE, Giovanni Francesco. - Cardinale, nunzio, n. a Venezia il 17 marzo 1524 e m. a Padova il 25 dic. 1584; grazie alla buona preparazione umanistica e teologica e alle doti personali di abile negoziatore fu in grado di rendere preziosi servizi ai pontefici; fu segretario papale sotto Giulio III e Paolo IV ed adoperato in missioni difficili e delicate. Nel 1553 fu inviato da Giulio III in Inghilterra come agente confidenziale perché avesse a riferire sulle vere condizioni del regno e su quello che si dovesse fare per il ristabilimento del cattolicesimo. Fu nominato da Paolo IV il 25 ott. 1555 vescovo di Zante e Cefalonia, ma non si recò mai in quella sede; per quel Papa compose anche un trattato: De iure Romani Imperii ad Germanos translati, de pontificum maximorum potestate ac de publicorum conciliorum ed. Pio IV appena eletto si giovò di lui, affidandogli il 29 nov. 1560 l'incombenza di recarsi presso Ferdinando I per comunicare a lui ed ai principi tedeschi la bolla di convocazione del concilio. Il C. si portò a Vienna, poi alla dieta di Naumburg dove, da principio, i protestanti non vollero accoglierlo; poi passando per Lipsia, Monaco ed altri luoghi importanti, giunse a Trento, dove stava radunato il Concilio, il 7 marzo 1562. Nel genn. 1563, causa le difficoltà suscitate dal card. di Guisa, i legati lo inviarono ad Innsbruck presso Ferdinando I, per sollecitarlo a provvedere contro i gravami con cui si opprimeva la Chiesa in Germania. Prima ancora che si chiudesse il concilio il C. fu dal Papa, nell'ott.-nov. 1563, inviato nunzio in Polonia perché desse vita al cattolicesimo in quel paese turbato dai dissensi provocati dalle diverse tendenze protestanti. Mentre si trovava lassù fu creato cardinale diacono di S. Ciriaco il 12 marzo 1565 e tornò a Roma a ricevere il cappello nel dic.
Si assegna a ques:ì anni un suo "discorso" sopra la corte di Roma che, sebbene rimasto manoscritto, ebbe diffusione, tanto che lo si ritrova in parecchi archivie parla molto esplicitamente sull'argomento (cf. Pastor, VII, p. 636 sg.). Il C. rimase ben poco a Roma; il 23 genn. 1566 fu spedito come legato in Germania alla dieta d'Augusta; il 17 sett. 1568 un'altra volta all'Imperatore; finalmente il 18 giugno 1571 fu di nuovo inviato in Germania ed in Polonia dove rimase sino al 1573 , comprando ed allargando quanto aveva operato nella legazione precedente e lasciando grande orma dell'opera sua. Sotto Gregorio XIII il C. fu quasi lasciato in disparte; nel 1574 però un relatore lo qualifica: C. « ha quello che susle essere in pochi, perché ha la virtù, la bontà, l'esperienza et la sufficienza con infinito giudizio, et non vi è signore nel collegio (cardinalizio) che abbia parlato a più diversi signori et principi et nazioni di quello che ha fatto lui. E grave et severo accompagnato con dolcezza et affabilità » (Pastor, IX, p. 877).
BibL.: La vita del C. fu scritta da un contemporaneo che fu alle sue dipendenze: A. M. Gratiani, De vita 7e. Fr. Com. mendoni card., IV, Parizi 1669. Di lui travi J. Pb. Dergel, nel vol. V delle Nuntiaturberichte aus Deutschland, (1560-70), Vienna 1926, p. xxvi sgg.; cf. anche Nuntiaturberichte, cit., I e II a cura di S. Steinherz, ivi 1897 e 1903; Pastor, VII-VIII; Hefele-Leclercq, IX, 2.
Paolo Brezzi
## COMMENTARIUM ORDINIS FRATRUM
MINORUM SANCTI FRANCISCI CONVEN. TUALIUM. - Organo ufficiale dei Minori conven. tuali edito a Roma, con il titolo di Notitiae ex Curia Fratrum minorum conventualium, dal nov. 1907 (con notizie riguardanti anche il 1904-1906) e con l'attuale titolo di Commentarium dal genn. 1915.
Suo scopo è di informare i religiosi dell'Ordine sui principali atti della sede e della curia generalizia, e sulle varie attività delle province e dei conventi nelle diverse parti del mondo. Redatto mensilmente, in lingua latina, raccoglie le seguenti rubriche: Ex Actis Apostolicae Sedis (con gli atti dei papi e delle SS. Congregazioni romane); Acta Ordinis: Curia generalitia, Procura generalis, Postulatio generalis, Provinciae Ordinis, Ad historiam Ordinis, Necrologia e Bibliografia. Attuale redattore è il p. Giovanni Bastianini, segretario generale delle missioni dell'Ordine.
Giovanni Odosrdi
## COMMENTARIUM PRO RELIGIOSIS. - Rivista bimestrale edita a Roma dai missionari Figli del Cuore di Maria (Claretiani).
Apparve nel genn. 1920 per illustrare quanto si riferisce allo stato religioso specialmente nell'aspetto giuridico. La materia fu distribuita in 7 sezioni che mantiene tuttora cioè : Documenti annotati e commentati; Esegeti, dove vengono esposti i canoni della seconda parte del I. II del CIC; Studi canonici; Connituzioni; Studi vari; Cronaca e Bibliografia. Del 1935, si è aggiunta una nuova sezione per la vita missionaria considerata in tutti i suoi aspetti, specialmente dal lato giuridico. Da allora la rivista allargò il titolo originario con l'aggiunta di et Missionariis.
La pubblicazione fu interrotta a causa della guerra mondiale negli aa. 1943-45, e fu ripresa nel 1946, con gli stessi programmi e metodo.
Servo Goyeneche
COMMER, ERnst. - Filosofo e teologo neotomista, n. a Berlino il 18 febbr. 1847, m. a Graz il 24 apr. 1928. Insegnò filosofia a Ratisbona e a Liverpool, apologetica e morale nella R. Accademia di Münster (1884-88), teologia dogmatica nell'Università di Breslavia (1888-1900) e in quella di Vienna (1900-10).
Scritti principali : System der Philosophie (4 voll., Mün-ster-Paderborn 1883-85); Die Kirche in ihrem Wesen und Leben dargestells (Vienna 1904); Relectio de Matris Dei munere (ivi 1906); H. Schell und der fortschrittliche Katholizismus, (ivi 1907). C. fu il primo che sottomise a rigoroso esame le teorie di Schell e dei cattolici riformisti e ebbe parte ri-
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levante nella controversia seguitane. Merito suo principale fu la fondazione di una rivista tomistica per i paesi di lingua tedesca, lo Jahrbuch für Philosophie und spekulative Theologie (Münster 1886), continuata a Vienna dal 1914 sotto il nome di Divus Thomas.
BibL.: Divus Thomas, 6 (1928), p. 257-91. Igino Rogger
COMMERCIO. - Per c. si intende l'attività umana diretta allo scambio dei beni di consumo e dei fattori di produzione. Il fondamento economico dello scambio individuale sta nella diversità di valutazione degli stessi beni da parte dei due scambisti, diversità che è in funzione dei bisogni e delle quantità (teoria dell'utilità marginale).
I. Economia sociale. - Il fondamento economico degli scambi fra paesi diversi va ricercato nel confronto fra il costo della merce esportata dal paese A nel paese B e il costo che avrebbe avuto la merce ottenuta in cambio da A se fosse stata ivi prodotta (teoria dei costi comparati). Nel vantaggio reciproco degli scambisti sta la giustificazione del c.; esso ha una funzione economica perché accresce l'utilità dei beni posseduti ed è quindi produttivo. Lo scambio del bene A contro il bene B può essere fatto attraverso la moneta. In questo caso si hanno due distinti atti di scambio : bene A contro moneta (vendita); moneta contro bene B (compera).
L'atto di scambio diretto o attraverso la moneta può essere attuato in vista del consumo o in vista di uno scambio successivo. In questo secondo caso l'aumento di utilità si trasforma in un guadagno monetario dato dalla differenza fra il prezzo di costo e il prezzo di vendita: tale guadagno è il profitto commerciale.
Il c. trasferisce i beni nel tempo e nello spazio, avvicinando al bisogno i mezzi atti al suo soddisfacimento, ed esercita una funzione intermediaria fra il produttore e il consumatore, assumendo una parte dei rischi della produzione. Il rischio è elemento inscindibile di ogni atto di scambio e il suo compenso è parte integrante del profitto commerciale.
Il profitto commerciale non fu sempre giustificato: alcune teorie economiche (fisiocrazia, scuola classica, scuola marxista) partendo da una base oggettiva e da una nozione insufficente di bene, considerarono produttive solo quelle attività economiche che aumentano quantitativamente il prodotto (egricoltura) o ne trasformano la forma (industria). Oggi l'attività commerciale è concordemente giustificata, sia dal punto di vista economico che da quello etico, in q