il santuario della Consolata. Il c. raggiunse il suo massimo splendore sotto la direzione di s. Giuseppe Cafasso. Dopo un periodo di soppressione fu ricostituito dal servo di Dio G. Allamano.
Bim.: [A. P. Frutaz], Positio super introductione Causae et super virtutibus... Pii Brunonis Lanteri (S. Rituum Cang. Sectio hist., 63), Città del Vaticano 1945, pp. 30-32, 199-221; G. Ussaglia, Il teologo Guale e il c. e. di T., Torino [1948]. L'autore si è servito della precedente opera in un modo strano e anche scorretto.
A. Pietro Frutaz
CONVIVIUM. - Rivista bimestrale di lettere, filosofia e storia fondata a Torino nel 1929 da Carlo Calcaterra, Paolo Ubaldi e Luigi Stefanini.
Si propone in modo particolare lo studio di questioni di letteratura e filosofia, antica e moderna, di critica storica, nonché l'esame di opere di scrittori stranieri che abbiano particolare interesse per l'Italia. Pubblica profili di poeti, artisti, filosofi, filologi e critici dell'ultimo sessantennio. E corredata di ampie recensioni, commenti, notizie e materiale bibliografico. Nel 1949 si è iniziata una nuova serie.
Giuseppe Graglia
CONVOCAZIONI (Convocations). - Sono cosi chiamate nella Chiesa anglicana le riunioni ecclesiastiche della Camera alta (vescovi) e della Camera bassa (clero inferiore). Con le debite riserve possono considerarsi come la continuazione dei sinodi ecclesiastici provinciali in uso in Inghilterra prima dello scisma. Dal 1885 a tali riunioni partecipa, quale corpo consultivo, anche una Camera di lalci.
Le c. hanno poteri molto limitati a causa della soggezione della Chiesa anglicana all'autorità del re anche in materia di fede e di disciplina. Spetta al re convocarle; in realtà fino alla controversia di Bangor (v.) del 1717
furono convocate saltuariamente. Dopo, vennero interrotte fino al 1852 , quando furono di nuovo ristabilite, ferma restando sempre la proibizione di promulgare qualsiasi decreto o canone senza il permesso del re.
Bim.: J. Wayland Joyce, Handbook of the Convocation of Provincial Synods of the Church of England, Londra 1887; S. L. Ollard, Convocation, in A Dictionary of English Church history, Londra 1914, pp. 140-45.
Camillo Crivelli
## CONVULSIONARI DI SAN MEDARDO.
Complesso di fatti paranormali, verificatisi, durante il sec. xviri, a Parigi, nel piccolo cimitero attiguo alla chiesa di S. Medardo, sulla tomba del diacono Pâris, o con le sue reliquie o con la terra del suo sepolcro.
Il diacono Francesco Pâris, ardente giansenista, morto a soli 37 anni, lasciando fama di pietà austera verso di sé, ma comprensiva e misericordiosa verso gli altri, vi era stato seppellito sui primi di maggio del 1727, e subito, il giorno stesso dei funerali, sarebbe avvenuta alla sua tomba una guarigione strepitosa, seguita da parecchie altre, secondo L.-B. Carré de Montgeron (La vérité des miracles, apérés par l'intercession de M. de Pâris, démontrée contre l'archécégue de Sene [Utrecht 1737]), che da scostumato e incredulo si era convertito a nuova vita sulla tomba del diacono e divenne il più ardente difensore dei pretesi - miracoli -. Parecchie delle guarigioni erano state accompagnate da convulsioni; anzi quest'aspetto divenne presto preponderante, aprendo così il secondo periodo detto dei c. E c. si mostrarono non soltanto i malati, ma anche i pellegrini; e non solo più alla tomba, ma anche nelle case private. A sollievo dei poveri pazienti si inventò tutta una serie di secours o "mezzi di alleviamento", che si dividevano in due classi : piccoli (pugni, salpeatamenti, stiracchiamento con bende robuste, come se si trattasse di un aculeo, delle membra e del corpo) e grandi (colpi violenti di randello, di maglio, di martello sul petto, sul ventre, sullo stomaco della vittima, supplizio della ruota, crocifissioni, spade inutilmente puntate e premute sul corpo) inflitti fino a tanto che il paziente diceva di sentirsi sollevato. Altri, invece, emettevano urla, si contorcevano, spiccavano salti, arrotavano i denti con gli occhi fuori dell'orbita, e camminavano sulla brage (incombustibilità) o restavano sospesi in aria (levitazione); altri ancora lanciavano profezie o pretendevano, pur essendo laici e donne, di esercitare le funzioni sacerdotali. La maggior parte dei c. erano donne.
Un proclama del re Luigi XV, del genn. 1732, fece sbarrare le porte del cimitero; un altro del 17 febbr. 1733 vietò ai c. di darsi in spettacolo al pubblico e nelle case private; ciò non ostante il fenomeno durò fin quasi alla Rivoluzione Francese.
Mentre i nemici della Chiesa si servivano di quei fatti per gettare il ridicolo e lo scherno sui miracoli genuini del cristianesimo, i giansenisti accesi li portavano come altrettanti veri prodigi, operati da Dio per dimostrare la sanità del suo servo Pâris e la verità della sua dottrina. Così che da Parigi il fenomeno si propagò in vari luoghi e diede origine a varie sètte (vaillantistes, augustinistes, fareinistes).
Chi voglia portare un giudizio equo intorno a questo complesso di fatti, deve seguire le norme di una sana critica, lontana ugualmente dai due estremi : tutto negare o tutto accettare. Ora: 1) parecchi di questi fatti si debbono a trucchi e finzioni, come confessarono coloro stessi, che si erano prestati al gioco; 2) altri abbondano di esagerazioni evidenti e grossolane dovute al fanatismo di adepti giansenisti : occorre quindi vagliarli accuratamente in tutte le loro circostanze; 3) altri ancora sono dovuti alla suggestione o ad un fascino contagioso che si propaga facilmente tra le masse (esempi ovvii : il ballo di s. Vito, i dervisci danzanti) o si spiegano naturalmente mediante crisi isteriche o epilettoidi, con i fenomeni di paralisi e anestesia, che le accompagnano; 4) restano finalmente altri gruppi di fatti,
## Page 292
che sembrano sfuggire a qualsiasi spiegazione naturale. Però, posto tutto quello che essi contengono di stravagante, grottesco, indecente, che sa di sudicio o di vera e propria immoralità, non è possibile attribuirli in alcun modo all'intervento di Dio, perché urtano contro i suoi attributi e contro tutto quello che si sa del suo modo di agire e di diportarsi. Essi convengono invece con quanto la storia riferisce delle prestigiosità diaboliche (Simon Mago, stregoni, ecc.).
BISL. P. F. Matthieu, Histoire des miracles et des conwulsionnaires de St-Médard, Parigi 1864; J. de Bonniot, Le miracle et ses contrefacens, 3^{°} ed., ivi 1893, pp. 226-32; P. Guagnol, Le jansénisme conwulsionnaire, ivi 1911; G. F. Waffelaert, Convulsionnaires, in DFC, I, coll. 703-13; Pastor, XV, pp. 743-51. Celestino Tostero
CONWELL, Henry. - Secondo vescovo di Filadelfia, n. a Moneymore, Londonderry, nel 1745, m. ivi il 22 apr. 1842. Sacerdote nel 1776, parroco di Dungannon e vicario generale di Armagh; il 26 nov. 1819 fu nominato vescovo di Filadelfia. Nonostante l'età avanzata assume con entusiasmo il compito affidatogli, ma non riuscì a porre fine alle discordie, che agitarono la diocesi.
La chiesa di S. Maria, allora cattedrale, era stata assegnata arbitrariamente dai soci fondatori al rev. William Hogan, che non godeva buona fama fra i fedeli. Il 12 dic. il C., in base alle disposizioni legislative americane, che non contemplavano certe ingerenze nelle nomine del clero, lo dimise e richiamò come vicario generale William V. Harold, domenicano, che l'Hogan aveva allontanato; il che peggiorò la situazione al punto che nel maggio del 1821 i fondatori chiusero la chiesa al vescovo e al clero, constringendoli a trasferirsi in quella di S. Giuseppe.
Più tardi i dissidenti progettarono un accordo da sottoporsi al giudizio delle autorità di Roma, che lo respinsero, perché contrario al decoro e al prestigio della Chiesa. Mentre il C. era a Roma, per dare giustificazione del suo operato, a Baltimora, dove si era riunito il primo Concilio provinciale, si riesaminò la questione e si propose che fosse nominato un coadiutore e amministratore nella persona di Francis Patrick Kenrich. Roma, d'accordo col C., dette la sua approvazione; C. tornò a Filadelfia nel 1830 , e vi trascorse i suoi ultimi anni in solitudine e preghiera.
BNLJ J. G. Shea, History of the Cathol. Church in the U. S., III, Nuova York 1890; J. F. Loughlin, in Cath. Enc., IV, pp. 349-50.
Gabriella de Stefano
CONZA. - E l'antica Compsa, nel paese degli Hirpini. Passata dal romano al dominio goto, bizantino, longobardo, nel 1076 entra a far parte del regno normanno. La prima notizia della Chiesa di C. è del 743; ad un sinodo romano tenuto in quell'anno sottoscrive il vescovo Pelagio; ma è molto probabile che fosse anteriore.
Nel Martirologio gerontolano al 30 ott. si legge in Comsa Maximi, ma si tratta di un martire il cui nome è strettamente legato con Cuma in Campania, dove la tradizione medievale agiografica e martirologica localizza il culto di Massimo. Verso la fine del sec. x, C. è semplice vescovado. Il 12 luglio 989 papa Giovanni XV decreta che il vescovo di C. sia consacrato dall'arcivescovo di Salerno. Il 20 luglio 1908 compare la prima testimonianza della dignità arcivescovile di C.; Salerno ne era la primaziale. Con una costituzione apostolica del 30 sett. 1921 l'arcidiocesi di C. fu smembrata; dei 24 paesi che prima le appartenevano ne rimasero 11; 15 furono assegnati alla diocesi di Campagna, immediatamente soggetta alla S. Sede.
C., pur conservando i suoi diritti e privilegi di chiesa metropolitana, fu unita alla diocesi di S. Angelo dei Lombardi e Bisaccia fondata nel sec. xir, il cui Ordinario prende il titolo e l'onore di arcivescovo di C. e vescovo
di S. Angelo, Bisaccia e, attualmente, Lacedonia (unita ad personam). C. conta 40.000 anime; S. Angelo 30.000 ; Bisaccia 17.000 ; i sacerdoti sono, rispettivamente 40 , 30, 16 (1948). A Materdomini (Caposele) esiste un collegio dei pp. Redentoristi, ove mori a. Gerardo Maiello, oggi santuario, meta di numerosi pellegrinaggi.
BNLJ. Ughelli, VI, pp. 797-829; Cappellotti, XX, pp. 313334; Eubel, I, p. 210; II, p. 134; III, p. 191; V. Acocella, Storia di C., I: Il gastaidoto e lo conten lone alla caduta della monarchia vowa, Benevento 1927; II: La contea dalla dominazione angioina al vicereame, Napoli 1946; Lanzoni, p. 266; P. Fr. Kcht, Italia Pontificia, VIII, Berlino 1932, pp. 346-55; M. Inguanez, L. Mattei Cerasoli, P. Sella, «Rationes declinorum Italiane» nei sec. XIII-XIV (Studi e Testi, 97), Città del Vaticano 1942, pp. 363 368.
Domenico Mallardo
COOK, vicabato apostolico delle isole. - La evangelizzazione delle isole C. ebbe inizio nel 1894 per opera dei Picpusiani, ostacolata dai protestanti, che vi si erano stabiliti fin dal 1821. La prima chiesa fu benedetta in Avarua il 25 dic. 1896.
La missione rimase interrotta durante la guerra mondiale del 1914-18. Fino al 1922 le C. facevano parte del vicariato apostolico delle isole Tolstii, da cui furono disaccate il 27 nov. di quell'anno per formare la prefettura apostolica delle isole C. e Manihiki, la quale l'1 ag. 1926 prese l'attuale denominazone e il 12 febbr. 1948 fu elevata a vicariato apostolico.
Su di una popolazione di ca. 15.000 ab., i cattolici sono 1377, catecumeni 28, e gli altri quasi tutti protestanti. I catechisti sono 21. Le stazioni primarie 9, le secondarie 6. Nelle 6 scuole elementari si educano 425 alunni. Vi si stampa il periodico Tarea con 500 esemplari. Anche in quelle isole il comunismo si agita. Dopo l'ultima guerra l'emigrazione verso la Nuova Zelanda causa la perdita di molti cattolici.
BNLJ. GM, p. 345; MC, pp. 161-62; Arch. di Prop. Fide, Prospectus status missionis, pos. prot. n. 4197/48; AAS. 40 (1948), pp. 352-56.
Saverio Paventi
COOPERAZIONE. - I. La C. al male o al peccato. 1. Nazione e divisioni. - C. etimologicamente si riallaccia al verbo latino "cooperar - simul operor" e dà subito l'idea di concausa.
La c. si può avere nel bene e nel male: in ambedue i casi suppone sempre l'atto esterno, o almeno la comunicazione ad altri delle proprie intenzioni.
Per c. però i teologi moralisti intendono solo la complicità nella colpa altrui o l'aiuto, anche solo negativo, prestato ad altri nel commettere un'azione peccaminosa.
Sotto il nome di c. non viene quindi propriamente lo scandalo, perché, mentre lo scandalo provoca la colpa di altri, la c. nel peccato altrui si aggiunge ad esso e in genere lo presuppone.
La c. può rivestire la forma di comando, di consiglio, di approvazione e isole del male. Si può essere cooperatori al male con il silenzio, la non resistenza, l'occultamento, la partecipazione positiva all'azione, il patrocinio, il favoreggiamento, che può avere numerosi aspetti. Si parla propriamente di c., quando l'azione od omissione del cooperatore ha un carattere secondario nei confronti di un agente principale; ma si è soliti parlare di c. anche nei confronti dello stesso agente principale. Spesso in pratica non è facile distinguere tra scandalo e c. al peccato, specie quando la c. si attua sotto forma di consiglio.
La c. può essere positiva o negativa, a seconda che si tratti di azione o di omissione. I cooperatori positivi, complici nella colpa o fisicamente o moralmente, possono in forma maggiore o minore dare il loro concorso all'esecuzione o a modo di autore principale, di induttore o di semplice coadiutore. Si può concorrere all'azione cattiva o direttamente (socio) o indirettamente (partecipe). La c. diretta, secondo che concorra più o meno direttamente all'azione, si chiamerà prossima o remoto.
Questo rapporto di prossimità maggiore o minore si deve intendere, trattandosi di problemi morali, non già nel senso di distanza materiale da calcolarsi in base al numero di membri intermedi, ma secondo l'importanza che l'azione accidentale riveste di fronte a quella capitale, che è il peccato dell'altro.
## Page 293
Di grande rilievo è la distinzione tra c. formale e materiale. La c. è formale, quando abbraccia anche il peccato, consentendo ad esso; rimane invece puramente materiale, quando ripudia il peccato in sé e consiste in un'azione accidentale in rapporto più o meno prossimo con il peccato altrui. Chi, ad es., liberamente tiene la scala su cui sale il ladro, coopera formalmente al furto: chi lo fa costrernovi da una grave minaccia, fa un atto puramente materiale.
La c. può essere formale o esplicitamente per intenzione stessa dell'agente, o implicitamente quando, anche senza l'intenzione del cooperatore, l'azione di lui per natura sua è ordinata a servizio del peccato altrui e non ammette un fine buono.
2. Malizia della c. - La c. formale è doppiamente peccaminosa, perché oltre al consenso al peccato altrui, comprende in più una colpa contro la virtù della carità ed a volte anche contro quella della giustizia. E dunque sempre ed in tutti i casi vietata.
Una c. materiale che sia con l'atto peccaminoso in una relazione cosi stretta, che solo per essa l'azione diviene possibile, è da equipararsi alla c. formale implicita. Se invece la c. materiale sta in rapporto più largo con l'azione principale, può essere lecita, purché esistano alcune condizioni : l'azione del cooperatore, non prossima, deve in sé essere lecita o almeno moralmente indifferente, deve avvenire per motivi seri in modo che il rifiuto di essa appaia moralmente impossibile; non si deve inoltre in nessuna maniera approvare il peccato dell'altro.
L'esistenza di queste condizioni deve essere accertata nei singoli casi con un giudizio molto ponderato, che tenga conto di tutte le circostanze. Soprattutto i motivi che scusano la c. devono essere tanto più gravi, quanto maggiore è il peccato a cui, sia pure materialmente, si dà occasione, quanto maggiori probabilità si hanno che, astendosi il cooperatore materiale dall'azione, l'altro non pecchi; quanto più stretta sia la relazione all'atto peccaminoso, e minore sia la necessità o il diritto di porre l'atto o l'omissione che è poi c. materiale.
Trattandosi qui di necessità spirituale del prossimo, si devono tener presenti ancora i principi che regolano questa materia e vedere quello che uno è tenuto a prestare secondo il grado di necessità spirituale del prossimo.
La c., remotamente congiunta con l'azione principale, che facilmente, mancando uno, può essere prestata da un altro, è da ritenersi lecita, se non intervenga lo scandalo. Una c. remota, non necessario, è lecita anche per un incomodo mediocre. Una c. più vicina, o una c. remota, ma necessaria è lecita per grave incomodo. L'evitare un male maggiore è da ritenersi sufficente causa scusante in caso di c. materiale. Cooperare materialmente ad un peccato grave, in tali condizioni, che l'aiuto prestato abbia un nesso notevole con l'azione principale o peggio ancora sia ad essa indispensabile, non è lecito se non per un grave incomodo proprio, il quale deve essere gravissimo, se si verifcano le due cose insieme, o se ne consegue un grandissimo danno ai terzi. Se poi questo terzo è la Chiesa o lo Stato, la c. materiale può essere del tutto illecita per esigenze superiori del bene comune.
La c. indiretta è lecita, quando si tratti di prevenire un incomodo proprio ugualmente grande, perché la carità non esige di evitare un danno altrui a mal alto prezzo.
Tuttavia i genitori, superiori ed altri aventi speciali obblighi, soggiacciono in proposito ad oneri più gravi degli altri.
Casi di c. al peccato possono presentarsi a tutte le categorie. Sono più esposti però le persone di servizio, che hanno un contratto di locazione di opere; i commercianti e i pubblici esercenti, in particolare, per il loro
continuo contatto con il pubblico; gli editori, i tipografi, i giornalai e gli scrittori; gli imprenditori di teatro o di cinema, e più ancora la gente del teatro e del cinema; gli osti o gli albergatori; i professionisti ed in particolare i medici, i magistrati ed i giudici; gli uomini di governo, e deputati, cui è commessa la potestà legislativa ed i loro elettori. Di tutti costoro e dei casi più singolari si parla allo singolo voci.
Va solo qui notato che questa, della c. al male, specie la c. materiale è una grave questione che presenta tanti svariati aspetti di difficile soluzione, ed è tuttavia di quotidiana applicazione. Non solo i tardivi teologi moralisti, se ne preoccuparono e ne scrissero, ma fin dai primi tempi questioni del genere tennero impegnati i Padri e gli scrittori cristiani. Basti ricordare Tertulliano, che in proposito ebbe delle tesi piuttosto rigide (cf. il De corona), Clemente Alessandrino e s. Agostino (In Ps. 18, e 2, 13; Servs., 88, 19).
Problemi che angustiavano i primi cristiani tornano ad affacciarsi anche oggi nel mondo missionario e fuori, sulla licetà, ad es., per un cristiano di fabbricare statue e immagini degli dèi, i loro templi, ecc.: lo stesso si ripeta per i cattolici nei confronti degli eretici. E il magistero ecclesiastico continua a pronunziarsi uniformemente, valutando i singoli casi in base ai principi esposti (S. Congregazione di Propaganda Fide, 8 genn. 1851; S. Officio, decreti 14 genn. 1818, 15 marzo 1848, 31 genn. 1872, 26 marzo 1885, 26 luglio 1888, 15 giugno 1889, 12 dic. 1898) e combattendo l'indifferentismo odierno, che vorrebbe considerare con occhio uguale verità ed errore.
Molti nuovi casi di c. hanno creato le legislazioni laiche moderne per magistrati, funzionari, ecc., nell'applicazione, ad es., di leggi sul divorzio (v.), sulla scuola laica (v. sccola), sulla confisca di beni ecclesiastici (v. cscbPaZIONE). Spesso le questioni sono rese ancor più ardue dal sopravvenire di speciali condizioni di dipendenza o dalla posizione economica delle persone in questione. Al bene dei principi esposti la coscienza del cristiano dovrà orientarsi, quando manchi un più diretto intervento del magistero ecclesiastico.
3. C. al danno. - I principi che regolano il risarcimento dei danni intercorsi in tema di c. proibita spettano alla dottrina della restituzione (v.). La materia della c. illecita forma a volte oggetto di particolari sanzioni in fòro esterno, ed allora la c. al peccato diventa c. al delitto (v. sotto). Per le interferenze tra c. ed occasione di peccato, v. occasione in peccato.
Oltre il danno materiale, c'è spesso il danno spirituale, come conseguenza della c. Anche questo è da ripararsi nei limiti del possibile, e ciò per giustizia, quando si tratti di persone che per ufficio dovevano provvedere all'incremento spirituale di quell'anima che invece danneggiarono con la c.; o di persone che usarono mezzi ingiusti o formalmente cooperarono all'ingiuria. Del resto la carità esige, e in caso di scandalo assolutamente, che il danno si ripari nei limiti del possibile.
Bibl.: Oltre ai testi di teologia morale, cf. E. Waffelaert, Etude sur la coopération au mal surtout en matière politique et religieuse, 2ᵉ ed., Bruges 1892; A. Sleumer, Die Mitwirkung zur fremden Sündle, Limburg a. d. L. 1907; B. Giotti, s. v. in Synopsis rerum moralium et iuris pontificii, 3^{°} ed., Roma 1912, coll. 1390-1407, nn. 1600-15; E. Dublanchy, s. v. in DThC, III, coll. 1762-70; O. Schilling, Theologia moralis, II, Rottemburg 1940, pp. 322-31, nn. 362-63; O. Fraasinetti, Compendio della teologia morale di s. Alfonso M. de' Liguori, 11^{°} ed., tratt. IV, Del primo precetto del decalogo, cap. 2, diss. 9^{°} : sulla c. al peccato, Torino 1944, pp. 124-36; St. Willelma, De restitutione facienda pro damnificatione materialiter iniusta, in Collationes Brugenses, 38 (1948), pp. 14-22; id., De variis modis cooperandi ad lesionem iuris, ibid., pp. 101-105; id., De restitutione facienda a cooperatoribus negativis, ibid., pp. 103-11; id., De restitutione facienda per mandatum aut iussionem, ibid., pp. 186-91; id., De restitutione facienda a cooperatore consulente-consentiente-palponereceptante, ibid., pp. 276-88; id., De restitutione facienda a cooperattonibus positivis stricto sensu, ibid., pp. 362-69; W. I. King, Moral aspects of dishonesty in public office, Washington 1949, pp. 96-97, 103, 109, 144.
Pietro Palazzini
## Page 294
II. La c. nel delitto. - Si ha c. o concorso in un reato, quando questo è opera di due o più persone (concorrenti o complici).
I concorrenti si dicono: a) principali o secundari (questi, anche complici in senso stretto), a seconda dell'influenza che la loro opera ha avuto sull'esecuzione del reato (il criterio di distinzione non è costante nella dottrina e nelle legislazioni); b) materiali o morali, secondo che hanno svolto un'attività fisica o soltanto morale per il compimento del reato (il concorso morale può consistere nel mandato, nel comando, nella coazione, nell'istigazione, nel consiglio).
Non si ha concorso nel caso in cui più persone si accordano per commettere un reato e poi questo non sia commesso (neanche tentato); e parimenti nel caso in cui taluno istiga un altro a commettere un reato, senza che poi l'istigato compia o almeno tenti di compiere il reato. In alcuni casi l'accordo o l'istigazione, non seguiti da effetto, possono peraltro costituire essi stessi un reato.
Ugualmente non si ha c. nel reato, quando taluno, senza alcuna intesa precedente al reato, aiuta l'autore di questo a sfuggire alle ricerche dell'autorità, o ad assicurarsi il profitto del reato (favoreggiamento), oppure fa l'apologia del reato commesso (apologia di reato), o partecipa al profitto del reato (ricettazione).
Mentre il vigente Codice penale italiano (artt. i io119) stabilisce che tutti i concorrenti nel reato soggiacciono alle pene stabilite per l'autore, salvo talune eccezioni, il CIC invece gradua la responsabilità e la pena, secondo l'entità dell'opera svolta.
Stabilisce infatti che, salvo che vi sia per taluno qualche circostanza aggravante o attenuante, hanno pari responsabilità penale, e quindi soggiacciono alla pena stabilita dalla legge per l'autore del reato: 1) tutti i coautori del reato (e ciò anche nei cosiddetti reati bilaterali, quali l'adulterio e l'incesto, o in quelli collettivi, quali la cospirazione) e i mandanti; 2) gli istigatori e gli altri complici, se senza il loro concorso il reato non sarebbe stato commesso (cann. 2209 §§ 1-3, 2231). Hanno invece responsabilità attenuata, e sono quindi puniti con pena minore, tutti i complici la cui opera non è stata determinante, quelli, cioè, senza il cui concorso il reato sarebbe stato ugualmente commesso (cann. 2209 § 4 e 2231). Tali regole, com'è ovvio, non si applicano nei casi in cui la legge preveda come figura distinta di reato qualche forma di complicità (can. 2331).
Sono poi puniti con pena minore, o anche vanno esenti da pena, quei complici che, prima che il reato sia commesso, hanno ritrattato rispettivamente in modo parziale o totale il loro concorso (can. 2209 S 5 ).
Coloro che prestano opera negativa, limitandosi cioè a non impedire il reato, quando avrebbero l'obbligo di impedirlo, sono soggetti a responsabilità e quindi a pena proporzionata alla gravità dell'obbligo (can. 2209 S 6 ).
Anche il CIC, conformemente ai principi del diritto penale moderno, esclude che siano considerati casi di concorso nel reato il favoreggiamento, l'apologia, la ricettazione (can. 2209 § 7). L'istigazione, nel caso che non abbia effetto, è equiparata al reato tentato (can. 2212 § 3).
Biel.: V. Manzini, Trattato di diritto penale italiano, II, Torino 1933, pp. 406-94; Werra-Vidal, VII, pp. 126-47 c 211: I. Chelodi-P. Ciprotti, Jus canonicum de delictis et paenis, 5^{°} ed., Vicenza-Trento 1943, pp. 16-18. Pio Ciprotti
COOPERAZIONE e COOPERATIVE: v. MU'TUALITÀ.
COOPERAZIONE MISSIONARIA. - I fedeli possono cooperare alla propagazione della fede con la preghiera, con le offerte e con il promuovere le vocazioni all'apostolato.
Le opere di c. m. pontifice devono essere promosse in modo prevalente. Esse sono l'Unione missionaria del clero, la P. O. della propagazione della fede, la P. O. di s. Pietro Apostolo per il clero indigeno, la P. O. della Santa Infanzia. Ciascuna di queste opere ha una propria organizzazione centrale che è coordinata dal punto di vista direttivo e amministrativo. L'Unione missionaria del clero è unicamente diretta a interessare il clero all'apostolato missionario mentre le altre opere raccolgono offerte e prescrivono brevi preghiere. E pontificia anche la "Consociatio mulierum et puellarum catholicarum pro missionibus fondata nel 1903 a Coblenza, che però ha carattere locale.
Oltre alle opere pontifice vi sono numerose altre iniziative per aiutare le missioni. Qui saranno indicate solo le principali e raggruppate in opere di preghiera e di aiuto materiale e intellettuale. Opera di preghiera è l'Apostolato della preghiera, che dal 1928 all'intenzione generale aggiunge ogni mese un'altra particolare intenzione missionaria. Tra le opere di aiuto materiale si deve elencare la Colletta dell'Epifania per l'antischiavismo, instituita da papa Leone XIII con la cost. Cathalione Ecclesiae del 20 nov. 1890 e nel 1919 raccomandata da Benedetto XV, con lo scopo di raccogliere offerte nella festa dell'Epifania per le missioni africane. Il Sodalizio di s. Pietro Claver ha lo scopo di procurare la stampa di libri missionari e di raccoglierc offerte specialmente per le missioni africane. L'Opera Apostolica per il corredo del missionario è nata in Francia nel 1838 , sviluppata poi in Europa e America. Le opere di assistenza medica hanno un duplice fine, quello di dare ai missionari e alla suore un insegnamento teorico e pratico di assistenza medica e chirurgica e anche di facilitare alle missioni l'acquisto di materiale sanitario. Corsi del genere sono istituiti nelle Università di Lovanio, Lilla, Rotterdam, Friburgo, Parma, Georgetown a Washington e nell'Istituto cattolico di Parigi e in quello di Würzburg. In Roma il Sovrano Militare Ordine di Malta ha aperto la scuola internazionale di medicina e chirurgia d'urgenza per i missionari come pure il Gruppo di assistenza sanitaria alle missioni, che riceve sfargizioni in denaro o materiale sanitario. A Milano funziona pure l'Unione missionaria medici italiani (U.M.M.I.). Degna di essere ricordata è la M.I.V.A., cioè la a Missions-Verkehr Arbeitsgemeinschaft fondata dal p. Schulte con lo scopo di fornire alle missioni i mezzi di locomozione terrestre, nautica e area: Dopo un primo rigoglioso sviluppo è cessata di esistere e solo rimane la sezione svizzera. Durante la guerra lo stesso p. Schulte diede vita ad un'opera simile: "Wings of Mercy", che ebbe un'esistenza effimera.
Anche le opere di c. intellettuale sono molto numerose e varie secondo i paesi. Si ricorda la Conferenza romana per le Missioni africane (v.).
Nella c. m. tra gli studenti, i cattolici sono stati preceduti dai protestanti degli Stati Uniti, che nel 1888 diedero vita allo "Students Voluntary Movement ". Verso la fine del secolo scorso in Germania si ebbero iniziative cattoliche del genere, che si svilupparono anche in Austria sotto varie forme di Leghe missionarie. In Belgio è fiorente la "Pro Apostolis", l'A.U.C.A.M. (v.), che ha il suo duplicato fiammingo. Negli Stati Uniti è assai sviluppata la "Catholic Students Mission Crusade", e in Francia lavorano con successo le associazioni: "Les amis des Missions", la "Ligue Missionnaire des Etudiants" e l'"Ad Lucem" cioè l'Associazione dei laici universitari e missionari. Le Leghe missionarie
## Page 295

Copenadien - Veduta aerea. Castello di Rosenborg che racchiude le collezioni Reali e il museo dell'Arte dello Stato.
degli studenti sono pure sviluppate in Svizzera, Olanda e Spagna.
In Italia la Lega missionaria studenti (L. M. S.), che ha un proprio bolletino: Gentes, funziona dal 1927. Fra gli studenti universitari fin dal 1931 la F.U.C.I. (Federazione universitaria cattolica italiana) compie una vasta attività missionaria. Inoltre l'Unione missionaria del clero ha cercato di interessare i maestri all'ideale missionario e di far inserire nel catechismo un capitolctto missionario. Recentemente i padri della Pia Società di s. Francesco Saverio di Parma hanno dato vita al Centro educazione missionaria (C. E. M.) che nella mente dei promotori dovrebbe portare alla realizzazione di un più vasto movimento missionario tra le classi colte.
Bull.: Pio de Mondreganes, Misionologia, 2² ed., Madrid 1947, pp. 222-73; P. Champagne, Manuel d'action missionaire, Ottawa 1947, pp. 375-337.
COORTE. - Gruppo di soldati (ca. 600), formanti la decima parte di una legione romana.
Nel Nuovo Testamento il termine ( σ π ε i ́ ρ α, cohors) non sempre è usato in senso strettamente tecnico. Gesù viene catturato da una c., secondo Io. 18, 3; è da intendersi una piccola aliquota del presidio ( così pure in Mt. 27, 27; Mc. 15, 6). In Act. 10, I è ricordata la c. della quale faceva parte il centurione Cornelio; in Act. 27, I la c. angusta. La prima sembra fosse la c. II italica, la cui presenza nella Siria ci è attestata da altre fonti (cf. Pauly-Wissowa, IV, col. 304). La seconda doveva pure trovarsi di stanza in Siria, come testimonia un'iscrizione della Batanea e la relazione del suo comandante con il famoso P. Sulpicio Quirinio.
Angelo Penna
COPENAGHEN (Kobenhavn). - Etimologicamente "porto di mercanti", sede reale e governativa,
città capitale e sede del Vicario apostolico della Danimarca (v.). Conta 617.000 ab. e, se si aggiungono i sobborghi, la cifra sale a 843.277 . Situata a 37 m. s. m. nella parte orientale della fertilissima isola di Seeland, di fronte alla costa svedese, domina l'Oresund ed è una delle più belle città dell'Europa settentrionale, di aspetto lagunare per i numerosi canali che l'attraversano.
Come centro abitato viene ricordata fin dal 1043² quando esisteva nel luogo un villaggio di pescatori detto Havn ( rightarrow parto), in latino Hafnia. Nel 1165 il vescovo Axel di Roskilde vi costrul un castello. Nel 1479 venne fondata l'Università. E il maggior porto della Danimarca con un movimento di ca. 6 milioni di tonnellate; molto efflcenti sono anche i cantieri navali, le fabbriche di macchine, guanti, porcellana (nella città ha sede una Reale manifattura di porcellane), tessuti, alcool, conserve alimentari e zuccherifici. Grande il movimento bancario e borsisistico. C. è collegata con linee regolari di navigazione con il Baltico, il Mar del Nord, l'Islanda, l'America e l'Asia Orientale. Gli abitanti che rappresentano il quinto della popolazione danese sono distribuiti nei tre comuni di C. vera e propria: Christianshaven, Frederiksberg e Gjentofte. La parte antica della città è sull'isola Amager; i quartieri hanno palazzi, giardini e ampie strade. Tra gli edifici monumentali, il palazzo Municipale, il palazzo Amalienborg, la torre Rotonda, la Borsa, il palazzo dei Principi, la chiesa di Federico, il castello di Rosenborg, una importante biblioteca, l'accademia per le Arti e il NyCarlsberg Museum.
Bull.: J. M. Thiele, Thorvaldsen i Köbenhavn, 2 voll., Copenhagen 1831-36; C. Bruun, Köbenhavn, ivi 1887-1901; E. Löffler, Dönemarks Natur und Volk, ivi 1903; C. Holland, Denmarks, Londra 1927; H. Jones, Denmark, ivi 1927; R. Luzi, Danimarca e Islanda, Roma 1941. Maria Luisa Rondini
## Page 296
COPERNICO, Niccolò. - Astronomo e canonico, n. il 19 febbr. 1473 a Thorn (Torun) nella Prussia occidentale da Niccolò e Barbara Watzelrode; m. a Frauenburg il 24 maggio 1543. Si applicò, dopo gli studi classici, anche alla filosofia ed all'astronomia nella Università di Cracovia, dove lo si trova nel 1491. Seguì ad Ermland lo zio Luca Watzelrode quando questi vi fu nominato vescovo.
In questo tempo tradusse le lettere di Teofilatto Simocatta: primo libro greco tradotto in latino nel paese bagnato dalla Vistola. Nel 1497 ricevuti gli Ordini minori, fu nominato canonico di Frauenburg (diocesi di Ermland); ma nel frattempo era passato in Italia (1496); aveva studiato teologia e diritto canonico a Bologna ed a Ferrara, frequentando anche le lezioni di Domenico Maria Novara, astronomo di valore. Tenne nel 1500 lezioni di astronomia alla Sapienza di Roma; finalmente a Padova il 31 maggio 1503 ebbe la laurea in diritto. Si applicò anche alla medicina ed infatti esercitò quest'arte in patria, dove lo si trova nel 1505. Con pochi e modesti strumenti si creò una specola a Frauenburg sopra una torre presso la Cattedrale, ed alternò le sue osservazioni astronomiche con i diversi negozi cui dovette attendere come canonico. Dallo studio sulla precessione degli equinozi, cui l'aveva iniziato il Novara, e sulla questione della Pasqua, egli fu portato alla revisione di tutte le dottrine riguardanti i moti celesti. Verso il 1530 incominciò a stendere l'opera sua capitale: De revolutionibus orbium coelestium libri sex alla quale aveva fatto precedere un commentariolus esplicativo. Ne ebbero notizia il card. domenicano Niccolò Schönberg nel 1536 il quale lo approvò, e Giovanni Gioachino Retico nel 1539 il quale ne pubblicò un compendio; ma la stampa fatta a Norimberga non fu pronta che nel 1543 ed il C. fu appena in tempo di vederne i primi esemplari quando fu sorpreso dalla morte. Il C., il quale fu sempre un fedele cattolico, volle dedicare l'opera sua a Paolo III, appassionato cultore di scienze astronomiche; però essa comparve preceduta da una prefazione del luterano Andrea Osiander con la quale si voleva far intendere che il C. aveva proposto il sistema suo come una pura e semplice ipotesi; i luterani infatti pensarono subito che esso fosse in contrasto con la Bibbia.
Come è noto, il C., in opposizione al sistema astronomico di Tolomeo, allora universalmente accettato nelle scuole, che metteva la terra al centro dell'universo, sosteneva il sistema allocentrico che metteva come centro il sole, intorno al quale la terra con il suo satellite roteava insieme con gli altri pianeti. Non essendosi ancora scoperto da Keplero che le orbite dei pianeti erano elissi e non circoli, il sistema del C. presentava delle difficoltà, ma era assai più semplice e persuasivo che non il complicatissimo sistema tolemaico. Però il sistema del C. incontrò da principio un favore assai limitato; l'opera sua fu stampata a Norimberga nel 1543 dal fedele discepolo Retico e ad Amsterdam da Niccolò Müller nel 1614 e nel 1630, e poi non più sino al 1854 ed al 1873 (a Lipsia sul manoscritto originale). Anche in Italia passò quasi ignorata sino a quando il Galilei se ne fece sostenitore dando al sistema con le sue scoperte nuovi appoggi e chiarificazioni. - Vedi tav. XVIII.
Bim.: J. Czynski, Kopernik et ses travaux, Parigi 1847; K. I. Polkowski, Zywot Kiholaia kopernika (Vita di Copernico), Gniezno 1873; F. Hipler, Spicilegium Copernicanum, Braunberg 1873; A. Müller, N. C., der Altmeister der neuen Astronomie, Friburgo in Br. 1898 (trad. it., Roma 1902); C. Bricarelli, G. Galilei, L'opera, il metodo, le peripeste, Roma 1931; G. Horn d'Ar- turo, s. v. in Enc. Ital., XI (1931), p. 318. Per altra bibl. cf. l'introduzione di E. Rosen ai Three copernican treatises, Nuova York 1939.
Pio Paschini
COPPÉE, François-Edouard-Joachim. - Poeta francese, n. a Parigi il 12 genn. 1842, m. ivi il 23 genn.

(da Albem Nibalaia Kopernika, Varswia 163)
Copernico, Niccolò - Ritratto inciso in rame da J. Falck.
1908. Membro dell'Académie française dal 18 dic. 1884. Collaboratore dapprima del Parnasse, giornale letterario d'indirizzo classicheggiante, il C., dotato di squisita sensibilità e di facilità nella versificazione, pur sempre sorretta da un vigile senso di dignità artistica, si orientò decisamente verso la poesia d'argomento intimo. Divenne così il più noto e acclamato esponente di un genere che aveva già attratto Victor Hugo, il Sainte-Beuve, il De Maistre, non senza rivivere, in qualche lirica, ispirazioni di tono più caldo, che fanno pensare al Baudelaire, benché il mondo morale del C. abbia saputo mantenersi ben altrimenti sano ed elevato.
Nel 1868 pubblicò i versi delle Intimités, nel 1872 Les humbles, raccolta di bozzetti e di effusioni liriche soggettive. Seguì l'Artère-saison (1887), forse la sua migliore raccolta di versi, certo la più diffusa e imitata in Italia (L. Stecchetti) e in Francia (F. Jammes).
Numerose le produzioni teatrali del C., ed alcune notevoli: Le Passant (1869), commedia in un atto in versi, di ambiente fiorentino della Rinascenza, ridotta poi da G. Targioni-Tozzetti e G. Menasci in melodramma (Zanetto, musica di P. Mascagni); Le Luthier de Crémone (1876); Severo Torelli (1883) dramma in 5 atti in versi che si svolge a Pisa nel 1494 (tradotto da E. Panzacchi); Le Pater (1890), dramma la cui rappresentazione fu interdetta per misure ministeriali nel 1889; Pour la couronne (1895), altro dramma in 5 atti di ambiente balcanico, ecc.
Il lungo travaglio dello spirito del C., vòlto alla ricerca di Dio attraverso le mutevoli apparenze del mondo contingente e l'insoddisfazione che lascia il piacere terreno, trovò eletta espressione nelle commosse pagine de La bonne amf France (1898), testimonianza giustamente famosa del suo ritorno alla pratica cattolica, e, con questa opera in prosa che anche artisticamente è la migliore, il C., che già aveva additato quali suoi autori preferiti l'Esmenard, il Lebrun, lo Chenodollé, entrava a far parte degli scrittori della grande corrente spiritualista alla quale si ricollegano il Brunetière, Lo Huysmans e lo Joergensen.
## Page 297
Opere: Molto utili per la biografia del C. sono le Lettres à sa mère et à sa soeur (1869-73) pubbl. da J. Monval nella Revue des deux mondes, 8 (15 luglio 1911), pp. 376404, e quelle alle stesse (1862-1908), edite a cura del medesimo da J. Lemerre (Parigi 1914). L'edizione completa delle Opere, in 4 voll. in 8^{°}, con illustrazioni di De Styrbech e Robaudi, usci a Parigi s. d. per i tipi dello stesso editore.
Bial.: L. Etienne, La poésie et les poètes de la nouvelle génération, in Revue des deux mondes, 1869, iv, pp. 710-37; F. Brunetière, Les poètes contemporains. La poésie latine, ibid., 1879, iv. pp. 684-97; M. De Lescure, C., l'homme, la vie et l'oeuvre, Parigi 1889; L. A. Gauthier - Ferrières, C. et son oeuvre, ivi 1908; P. Bourget, Pages de critique et de doctrine, I, ivi 1910, pp. 268-82; H. Schoen, F. C., l'homme et le poète, ivi 1910; E. M. Vargin, F. C., il poeta degli umili, Roma 1921; F. Jammes, Leçons poétiques, Parigi 1930, pp. 99-108; L. Lemeur, La vie et l'oeuvre de F. C., ivi 1932; E. Henriot, Poètes français de Lemar à Valéry, Lione 1946, pp. 188-94. Maria Sabucchi
COPPI, Antonio. - Storico, n. il 22 apr. 1783 in Andezeno (Torino), m. il 26 febbr. 1870 a Roma. Studiò lettere e filosofia nel Collegio di Chieri. Desideroso di entrare nella Compagnia di Gesù che, sebbene soppressa, continuava ad esistere sotto altro nome, si recò a Roma, ma non poté esservi accolto. Si diede quindi allo studio della giurisprudenza e soprattutto della storia.
Concepì pertanto l'idea di continuare gli Amali d'Italia dei Muratori dal 1750 in poi. La pubblicazione, iniziata nel 1848 , fu condotta a termine nel 1867 , in 14 voll., più due indici, e giunge sino al 17 marzo 1861. Il C. ebbe di tanto in tanto anche incarichi di carattere politico. Così nel 1831 fu invitato a compilare un progetto di miglioramenti del governo pontificio sulla base del Memorandum delle grandi potenze. Agli inizi del pontificato di Pio IX fece parte del consiglio di censura sulla stampa e fu annoverato dal Papa fra i cento consiglicri che dovevano costituire la magistratura municipale di Roma.
Bial.: P. Sclopis, A. C., in Atti della R. Accademia delle Scienze di Torino, 5 (1869-70), pp. 607-11; Anon., A. C., in Archivio storico italiano, 11 (1870), pp. 241-44. Silvio Furlani
COPPIERE DI SUA SANTITA : v. FAMIGLIA PONTIFICIA.

(da G. Ferritros, F. Coppie et son oeuvre, Parigi 1865) Coppe, François-Edouard-Joachim - Rittatto.

(fol. Alinari)
Coppo di Marcovaldo - Crocifisso - San Gimignano, museo Civico.
COPPO di Marcovaldo. - Pittore fiorentino. Fatto prigioniero dai senesi durante la battaglia di Montaperti (1260), dipinse, per riscattarsi dalla prigionia, la Madonna del Bordone per la Chiesa dei Servi di Siena (1261). Il 22 luglio 1265 l'Opera di S. Jacopo di Pistoia pagava a C. l'affrescatura di una parete della cappella di S. Jacopo nella Cattedrale e la doratura delle tavole di un "testavangelo» lavorato da Pace di Valentino orafo senese. Andati distrutti gli affreschi di S. Jacopo e altre opere, ad eccezione del Crocifisso dipinto cs. il 1273, ora conservato nella sacrestia della Cattedrale, e che la più recente critica tende ad assegnare interamente al figlio Salerno, vengono concordemente attribuite a C. la grande Croce dipinta con Storie della Passione nel museo di S. Gimignano, per la quale si propone una datazione verso il 1250, e una tavola con la Madonna e il Bambino nella chiesa dei Servi di Orvieto, la quale seguirebbe la Madonna del Bordone. Una robusta plasticità ottenuta mediante dense ombre fumose che incisivamente sottolineano le astratte sigle formali e i grafismi della tradizione bizantina, conferendo loro una intensità espressiva e drammatica del tutto nuova, caratterizza lo stile di questo grande maestro e ne fa il più significativo ed alto precedente fiorentino della pittura di Cimabue.
Bial.: P. Bacci, Documenti toscani per la storia dell'arte, II, Firenze 1912, pp. 1-35; O. Siren, Toshanische Maler im XIII. Jahrhundert, Berlino 1922, pp. 25 2gg.; G. Sinibaldi e G. Brunetti, Pittura ital. del Duecento e Trecento, Firenze 1942, pp. 185-207; G. Coor-Achenbach, A Visual Basis for the Documents relating to C. di M. and his son Salerno, in The Art Bulletin, 28 (1946), pp. 233-47; R. Longhi, Giudizio sul Duecento, in Proporzioni, 2 (1948), pp. 13 e 41-42; E. Garrison jr., Italian Romanesque Painting, Firenze 1949, passim. Enzo Carli
COPTI. - Il nome c. deriva dal greco Aiyúntios di cui gli Arabi fecero Qibt.
## Page 298
Sommario: I. Storia religiosa. - II. La letteratura della Chiesa copta - III. Le versioni copte della Bibbia. - IV. Teologia. - V. Liturgia e rito. - VI. Arte.
I. Storia religiosa. - Di una Chiesa copta si può parlare propriamente soltanto dopo il Concilio di Calcedonia (451). Nel monofisismo si manifestò anche la lotta del populo egiziano contro lo straniero greco. Ma questa opposizione nazionale degli Egiziani contro i Greci si fece sentire già prima; così, p. es., s. Atanasio nella sua lotta contro l'arianesimo, propagatoallora in gran parte da Greci, trovò appoggio presso i monaci dell'alto Egitto, che erano le guide spirituali del popolo egiziano. Anche il vescovo alessandrino Teofilo, ingaggiato in polemiche contro la sede rivale di Costantinopoli, fu aiutato dai monaci egiziani. Quest'antitesi si manifestò più forte che mai nella controversia intorno al monofisismo (v.), che diede occasione al nascere della Chiesa nazionale egiziana, ossia la Chiesa copta separatasi dalla Chiesa universale per abbracciare il monofisismo.
Dioscoro, vescovo di Alessandria, era stato condannato e deposto dal Concilio di Calcedonia per i suoi errori monofisiti. Il governo di Bisanzio imposc, contro la volontà del popolo e con la forza, l'elezione di un vescovo ortodosso, Proterio, ucciso nel 457 in un tumulto popolare. A suo successore fu eletto il monofisita Timoteo Eluro, il quale tre anni più tardi fu esiliato per far posto ad un ortodosso, Timoteo Salofaciolo. Il monofisismo mantenne sempre la preponderanza in Egitto, nonostante che il governo bizantino insediasse dei vescovi ortodossi. I monofisiti chiamarono i loro avversari, perché seguaci dell'imperatore, β a π λ ıxol (da β a σ ι λ ε o ́ s ), il quale nome sopravvisse nella forma di origine araba melkiti (ar. malakijjah). La forza dell'opposizione indusse l'imperatore Zenone a fare un tentativo di riconciliazione, sacrificando praticamente il Concilio di Calcedonia. Acacio, patriarca bizantino, compose una formola di fede intermedia chiamata Henotikan, redatta in forma di lettera al clero egiziano. Sulla base di quella formula si fece un accordo e il patriarca monofisita Pietro Mongo fu riconosciuto come unico capo legittimo della Chiesa di Egitto. Anche quando a Costantinopoli, dopo la morte dell'imperatore Anastasio e l'arrivo al potere di Giustino (518), l'ambiente diventò sfavorevole al monofisismo, l'eresia conservò tutto il suo potere in Egitto. Il governo imperiale non osò imporsi. Il capo del monofisismo nella Siria, Severo, vescovo di Antiochia, si rifugiò in Egitto. Senonché Giustiniano cominciò dal 538 a prender misure energiche anche contro i monofisiti egiziani. Il patriarca alessandrino Teodosio fu fatto prigioniero a Costantinopoli. Nel 550 vi fu in Alessandria un massacro di monofisiti che respingevano il Concilio di Calcedonia. Tutte le chiese furono consegnate agli ortodossi. Ufficialmente esisteva soltanto la gerarchia melkita. Di fatto però il popolo riconosceva in gran parte l'episcopato monofisita. Nel sec. vi divisioni interne indebolirono la forza dei monofisiti egiziani. I radicali (giulianisti) lottavano contro i moderati (severiani).
Fino all'invasione dei Persiani in Egitto (617) predominò ufficialmente l'ortodossia. Gli occupanti però, durante i 12 anni del loro dominio, riconobbero soltanto la gerarchia monofisita. I tentativi poi dell'imperatore Eraclio per riconciliarsi i monofisiti per mezzo del monotelismo (v.) non riuscirono a guadagnare i più radicali. Il patriarca monofisita Beniamino si ritirò dinanzi al monoteleta Ciro; ma quando gli Arabi penetrarono in Egitto ritornò dal suo nascondiglio con grande giubilo della popolazione.

Coptı - Sacerdote copto in paramentı liturgici.
Gli Arabi diedero quasi tutte le chiese ai c. monofisiti. L'ortodossia, che si appoggiava sui funzionari bizantini, crollò quasi del tutto. Gli Arabi in un primo tempo favorirono i c., i quali ebbero libertà di culto e formarono nello Stato musulmano, imbevuto dalle idee coroniche, quasi uno Stato interno, con il loro patriarca come capo religioso e civile, con la loro legislazione e con tribunali propri. I c. conservarono influenza nell'amministrazione civile che gli Arabi lasciarono in un primo tempo immutata. Presto però cominciarono le vessazioni da parte dei musulmani. L'ineguaglianza sociale tra cristiani sottomessi e musulmani dominanti e le alte imposte che gravavano sui cristiani causarono col tempo molte apostasie. Verso la fine del sec. viI le «conversioni» dei c. all'islam diventarono per gli stessi musulmani troppo frequenti, perché in tal maniera venivano a mancare le imposte. Nel sec. ix i cristiani non erano più in maggioranza nell'Egitto, mentre al momento dell'invasione i c. erano 6 milioni dinanzi a truppe arabe poco numerose. Nel sec. xiv era già raggiunta l'odierna proporzione, cioè i c. non erano più che una decima parte della popolazione totale. Le tasse gravavano talmente sui c. che questi più di una volta si ribellarono contro gli occupanti; cosi specialmente nel sec. viII. Le sommosse furono crudelmente represse. Delle persecuzioni cruente si ebbero anche talvolta, specialmente sotto il califfo fātimida al-Hākim (996-1020) e sotto i Mamelucchi nel sec. xiv. L'occasione di queste persecuzioni era di solito il rancore dei musulmani contro i funzionari statali c. e contro il loro influsso che si pretendeva eccessivo. Non pochi c. apostatarono in queste persecuzioni, ma molti ebbero il coraggio di subire la morte.
Uno dei più gravi mali della Chiesa copta era la simonia del clero, spiegabile con le altissime tasse che
## Page 299
sopra esso gravavano. Non mancarono però gli sforzi per rimediarvi, come risulta dai decreti dei capi della Chiesa, p. es. dei patriarchi Cristodulo (1047-77), Cirillo II (1078-92) e Gabriele II (1131-45). Nel sec. xir un sacerdote di nome Marco ibn Qanbar (ca. 1135-1208) fece un tentativo di riforma, cercando tra l'altro di introdurre la confessione auricolare e di sopprimere la circoncisione. Falliti però i suoi tentativi, passò dai melkiti. L'epoca della dominazione dei Mamelucchi (dalla metà del sec. xiri fino all'inizio del sec. xvı) fu molto dura per la Chiesa copta; cosi anche lo fu più tardi quella dei Turchi ottomani, specialmente per la cupidigia dei pascià. Ciò spiega